Quaderno 1
Il giovane provinciale
Il bosco cileno
... Sotto i vulcani, accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno...
I piedi affondano nel fogliame morto, un ramo si spezza, i giganteschi rauli innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva glaciale sfreccia, batte le ali, si posa fra l'ombra dei rami. E poi dal suo nascondiglio suona come un oboe... Mi entra dalle narici all'anima il profumo selvaggio dell'alloro, il profumo oscuro del boldo... Il cipresso delle Guaitecas m'impedisce il passaggio... È un mondo verticale: una nazione di uccelli, una moltitudine di foglie... Inciampo in una pietra, rovisto nella cavità aperta, un immenso ragno dalla chioma rossa mi guarda con occhi fissi, immobile, grande come un granchio... Un carabo dorato sprigiona il suo mefitico odore mentre scompare come un lampo Usuo splendente arcobaleno... Camminando, attraverso un bosco di felci molto più alte di me: mi lasciano cadere in viso sessanta lacrime dai loro verdi occhi freddi, e al mio passaggio i loro ventagli tremolanti oscillano a lungo... Un tronco marcio: un tesoro... Funghi neri e azzurri gli hanno dato orecchie, rosse piante parassite l'hanno colmato di rubini, altre piante indolenti gli hanno prestato le loro barbe e dalle suefradice viscere sbuca, veloce, una biscia, come un'emanazione, quasi che dal tronco morto fuggisse l'anima... Più lontano ogni albero si è separato dai suoi simili... Si ergono sul tappeto della foresta segreta, e il fogliame di ogni chioma, lineare, increspato, ramificato, lanceolato, ha uno stile differente, come fosse tagliato da una forbice dai movimenti infiniti...
Un burrone; sul fondo, l'acqua trasparente scorre sul granito e sul diaspro... Una farfalla pura come un limone vola, danzando fra l'acqua e la luce... Al mio fianco con le loro testoline gialle mi salutano le infinite calceolarie ...In alto, come gocce arteriali della selva magica oscillano vibrando i copihue rossi (Lapageria Rosea)... Il copihue rosso è il fiore del sangue, il copihue bianco è il fiore della neve... In un tremito di foglie la velocità di una volpe ha attraversato il silenzio, ma il silenzio è la legge di questi fogliami...
Appena il grido confuso di un animale lontano...
L'intersezionepenetrante di un uccello nascosto... L'universo vegetale sussurra appena finché un uragano non mette in azione tutta la musica terrestre.
Chi non conosce il bosco cileno, non conosce questo pianeta.
Da quelle terre, da quel fango, da quel silenzio, io sono uscito ad andare a cantare per il mondo.
***
Infanzia e poesia.
Comincerò con il dire, dei giorni e degli anni della mia infanzia, che la mia unica, indimenticabile compagna fu la pioggia. La grande pioggia australe che cade come una cateratta dal Polo, dai cieli di Capo Horn fino alla frontiera.
In questa frontiera o Far West della mia patria, nacqui alla vita, alla terra, alla poesia e alla pioggia.
Per quanto abbia camminato, mi sembra che sia andata perduta quell'arte di piovere che si esercitava come un potere sottile e terribile nella mia Araucania natale.
Pioveva mesi interi, anni interi. La pioggia cadeva in fili come lunghi aghi di vetro che si rompevano sui tetti o arrivavano in onde trasparenti contro le finestre, e ogni casa era una nave che difficilmente giungeva in porto in quell'oceano d'inverno.
Questa pioggia fredda del Sud dell'America non ha le raffiche improvvise della pioggia calda che cade come una frustata e passa lasciando il cielo azzurro. Al contrario, la pioggia australe è paziente e continua, senza fine, a cadere dal cielo grigio.
Di fronte a casa mia, la strada si è trasformata in un immenso mare di fango. Attraverso la pioggia vedo dalla finestra che un carro si è impantanato in mezzo alla strada. Un contadino, con un pesante mantello di lana nera, bastona i buoi che fra la pioggia e il fango non ce la fanno più.
Saltando da una pietra all'altra, contro freddo e pioggia, andavamo a scuola. Gli ombrelli se li portava via il vento. Gli impermeabili erano costosi, i guanti non mi piacevano, le scarpe s'inzuppavano. Ricorderò sempre i calzini bagnati accanto alla stufa e una fila di scarpe che sbuffavano vapore, come piccole locomotive. Poi venivano le inondazioni, che si portavano via le baracche dove viveva la gente più povera, vicino al fiume.
Anche la terra, tremante, si scuoteva. Altre volte, sulla cordillera spuntava un pennacchio di luce terribile: il vulcano Llaima si svegliava.
Temuco è una città pioniera, una di quelle città senza passato, con botteghe di ferramenta. Gli indios non sanno leggere, e così le botteghe ostentano nelle strade i loro emblemi vistosi: un immenso saracco, una pentola gigantesca, un lucchetto ciclopico, un cucchiaio antartico.
Più in là, le calzolerie, uno stivale enorme.
Se Temuco era l'avanzata della vita cilena nei territori del Sud del Cile, ciò significava una lunga storia di sangue.
Sotto la spinta dei conquistatori spagnoli, dopo trecento anni di lotta, gli araucani ripiegarono in quelle regioni fredde. Ma i cileni continuarono quella che venne chiamata «la pacificazione dell'Araucania», la continuazione cioè di una guerra a ferro e fuoco, per spogliare i nostri compatrioti delle loro terre. Contro gli indios, tutte le armi furono usate senza pietà: il colpo di fucile, l'incendio delle capanne, e poi, meno eclatanti, la legge e l'alcol. L'avvocato divenne anche uno specialista in espropriazioni dei loro campi, il giudice li condannò quando protestarono, il prete li minacciò con il fuoco eterno. E alla fine, l'acquavite consumò l'annientamento di una razza superba le cui gesta, il cui valore e la cui bellezza don Alonso de Ercilla lasciò incise in strofe di ferro e di diaspro nella sua Araucana.
I miei genitori erano arrivati da Parral, la città in cui nacqui. Lì, nel centro del Cile, crescono le vigne e il vino abbonda. Senza che me lo ricordi, senza sapere di averla guardata con i miei occhi, mia madre, doña Rosa Basoalto, morì. Io nacqui il 12 luglio 1904 e un mese dopo, in agosto, sfinita dalla tubercolosi, mia madre non c'era più.
La vita era dura per i piccoli agricoltori del centro del paese. Mio nonno, don José Angel Reyes, aveva poca terra e molti figli. I nomi dei miei zii mi sembravano nomi di principi di regni lontani. Si chiamavano Amos, Oseas, Joel, Abadías. Mio padre si chiamava semplicemente José del Carmen. Se ne andò giovanissimo dalle terre paterne e lavorò come operaio nei bacini di carenaggio del porto di Talhuano, per finire ferroviere a Temuco.
Era conducente di un treno della ghiaia. Pochi sanno che cos'è un treno della ghiaia. Nella regione australe, dai grandi uragani, le acque porterebbero via le rotaie se non si stendesse un letto di sassi fra le traversine.
Bisogna andare a prendere con dei cesti la ghiaia dalle cave e caricare il pietrisco sui carri merci. Quarant'anni fa l'equipaggio di un treno di questo tipo doveva essere formidabile. Venivano dai campi, dai sobborghi, dalle carceri. Erano braccianti giganteschi e muscolosi.
I salari dell'impresa erano miserabili ma non si richiedeva nessuna esperienza a chi voleva lavorare sui treni della ghiaia. Mio padre era conducente del treno.
Si era abituato a comandare ed a obbedire. Qualche volta mi portava con sé. Caricavamo pietre a Boroa, cuore silvestre della frontiera, teatro delle terribili lotte fra spagnoli e araucani.
La natura, lì, mi dava una specie di ebbrezza. Mi attiravano gli uccelli, gli scarabei, le uova di pernice. Era miracoloso scoprirle nelle crepe delle rocce, nelle spaccature degli alberi, brunite, scure e lucenti, di un colore simile a quello della canna di un fucile. Ero sbalordito dalla perfezione degli insetti. Raccoglievo le «madri della serpe». Con questo nome stravagante veniva chiamato il più grande coleottero nero, lucido e forte, il titano degli insetti del Cile. Fa impressione vederlo all'improvviso sui tronchi dei maqui e dei meli selvatici, i cohiué, ma sapevo che era talmente forte che avrei potuto calpestarlo senza romperlo. Con la sua gran corazza difensiva non aveva bisogno di veleno.
Queste mie esplorazioni riempivano di curiosità i lavoratori.
Ben presto cominciarono a interessarsi alle mie scoperte. Appena mio padre non faceva attenzione, si addentravano nella foresta vergine, e con più abilità, più intelligenza e più forza di me, mi trovavano tesori incredibili. C'era uno che si chiamava Monge. Un pericoloso attaccabrighe, secondo mio padre. Sul suo viso bruno spiccavano due grandi solchi. Uno era la cicatrice verticale di una coltellata e l'altro il suo sorriso bianco, orizzontale, pieno di simpatia e di astuzia. Questo Monge mi portava copihue bianchi, ragni pelosi, nidiate di colombacci, e una volta scoprì per me il tesoro più splendido, il coleottero del cohiué e della luma. Non so se l'avete mai visto. Io lo vidi solo in quell'occasione.
Era un lampo vestito di arcobaleno. Il rosso e il violetto e il verde ed il giallo si confondevano nei bagliori della sua corazza. Come un lampo mi sfuggì dalle mani e tornò alla foresta. Monge non era più lì a riprendermelo.
Non mi sono mai riavuto da quell'apparizione abbagliante.
Né ho dimenticato quell'amico. Mio padre mi raccontò la sua morte. Cadde dal treno e rotolò per un precipizio. Il convoglio si fermò, ma, mi diceva mio padre, ormai era solo un mucchio d'ossa.
È difficile dare un'idea di una casa come la mia, casa tipica di frontiera, sessant'anni fa.
In primo luogo gli appartamenti delle varie famiglie erano comunicanti. Dal fondo dei cortili i Reyes e gli Ortega, i Candía e i Masón si scambiavano arnesi o libri, torte per i compleanni, unguenti per frizioni, ombrelli, tavoli e sedie.
Queste case pioniere coprivano tutte le attività di un paese.
Don Carlos Mason, un nordamericano dalla lunga chioma bianca, che somigliava ad Emerson, era il patriarca di questa famiglia. I figli Mason erano decisamente criollos. Don Carlos Mason aveva Codice e Bibbia.
Non era un imperialista, ma un fondatore originale.
In questa famiglia, senza che nessuno avesse denaro, nascevano stamperie, alberghi, macellerie. Alcuni figli erano direttori di giornali, altri operai nella stessa stamperia.
Tutto con il tempo passava e tutti rimanevano poveri come prima. Solo i tedeschi avevano quell'irriducibile capacità di conservare i propri beni, per cui erano famosi in tutta la frontiera.
Le nostre case avevano dunque un po' dell'accampamento.
Evocavano imprese di esploratori. Entrando si vedevano barili, attrezzi, finimenti e oggetti indescrivibili.
Rimanevano sempre stanze da finire, scale incompiute.
Si parlava tutta la vita di continuarne la costruzione.
I genitori cominciavano a pensare all'università per i figli.
Nella casa di don Carlos Mason si celebravano le grandi feste. In ogni pranzo di compleanno c'erano tacchini con sedano, agnelli arrostiti sulla legna e leche nevada per dolce. Sono ormai molti anni che non assaggio la leche nevada. Il patriarca dai bianchi capelli si sedeva a capo dell'interminabile tavolata, con sua moglie, doña Micaela Candia. Alle sue spalle c'era un'immensa bandiera cilena cui era stata appuntata con una spilla una minuscola bandierina nordamericana. Questa era anche la proporzione del sangue. Prevaleva la stella solitaria del Cile.
Nella casa dei Mason c'era anche una stanza in cui da bambini non ci lasciavano entrare. Non ho mai visto il vero colore dei mobili perché rimasero coperti da fodere bianche finché un incendio li distrusse. In quella stanza c'era un album di famiglia. Queste foto erano più tenui e delicate dei terribili ingrandimenti colorati che invasero in séguito la frontiera.
Nell'album c'era anche un ritratto di mia madre. Era una signora vestita di nero, esile e pensierosa. Ho saputo che scriveva versi: io però non li ho mai visti. L'unica cosa che ho visto è quel bel ritratto.
Mio padre si era sposato in seconde nozze con doña Trinidad Candia Marverde, la mia matrigna. Mi sembra incredibile dover usare questa parola per l'angelo tutelare della mia infanzia. Era dolce e solerte, aveva uno spirito tutto contadino, una bontà attiva e infaticabile.
Appena arrivava mio padre, lei si trasformava in un'ombra, dolce come tutte le donne di allora e di laggiù.
In quella stanza vidi ballare mazurche e quadriglie.
In casa mia c'era anche un baule con oggetti affascinanti.
Sul fondo luccicava un meraviglioso pappagallo da calendario. Un giorno che mia madre frugava in quell'arca incantata mi ci buttai dentro di testa per prendere il pappagallo. Ma quando divenni più grande l'aprivo di nascosto. C'erano dei ventagli preziosi e impalpabili.
Ho un altro ricordo di quel baule. La prima storia d'amore che mi abbia appassionato: centinaia di cartoline spedite da uno che le firmava non so se Enrique o Alberto e tutte indirizzate a Maria Thielman. Quelle cartoline erano meravigliose. Erano ritratti delle grandi attrici del tempo con vetrini incastonati e a volte persino capelli veri applicati come chioma. C'erano anche castelli, città e paesaggi lontani. Per anni guardai solo le figure. Ma poi, man mano che crescevo, mi misi a leggere quei messaggi d'amore scritti con perfetta calligrafia.
Mi sono sempre immaginato il corteggiatore come un uomo dal cappello duro, con bastone ed un brillante alla cravatta. Ma quelle righe traboccavano di travolgente passione. Il viaggiatore le spediva da tutti i punti del globo. Erano piene di frasi abbaglianti, audaci e innamorate. Cominciai anch'io a innamorarmi di Maria Thielman. Lei, l'immaginavo come un'attrice sdegnosa, incoronata di perle. Ma come mai quelle lettere erano capitate nel baule di mia madre? Non sono mai riuscito a saperlo.
A Temuco arrivò il 1910. In quell'anno memorabile entrai a scuola, un immenso casermone dalle sale desolate e dai cupi sotterranei. Dall'alto della scuola, in primavera, si poteva scorgere il serpeggiante e delizioso Río Cautín, con le sue rive fitte di meli selvatici.
Marinavamo la scuola per immergere i piedi nell'acqua fredda che scorreva sulle pietre bianche.
Ma la scuola era un territorio di sconfinati orizzonti per i miei sei anni. Tutto era avvolto in un alone di mistero. Il laboratorio di fisica in cui non mi lasciavano entrare, pieno di strumenti scintillanti, di storte e bacinelle. La biblioteca eternamente chiusa. Ai figli dei pionieri non piaceva la cultura. Il luogo di maggior incanto era però il sotterraneo. Lì dominavano un silenzio e un'oscurità immensi. Giocavamo alla guerra alla luce delle candele. I vincitori legavano i prigionieri alle vecchie colonne. Ho ancora nella memoria l'odore di umidità, di luogo nascosto, di tomba, che emanava dal sotterraneo del liceo di Temuco.
Crescevo. Cominciarono a interessarmi i libri. Nelle avventure di Buffalo Bill, nei viaggi di Salgari, il mio spirito si andò estendendo per le regioni del sogno. I primi amori, i più puri, si dipanavano in lettere inviate a Bianca Wilson. Questa bambina era la figlia del fabbro e uno dei ragazzi, pazzo d'amore per lei, mi chiese di scrivergli le sue lettere d'amore. Non ricordo com'erano quelle lettere, ma forse furono le mie prime opere letterarie, perché, una volta che l'incontrai, la scolara mi chiese se ero io l'autore delle lettere che il suo innamorato le portava.
Non osai rinnegare le mie opere e molto turbato le risposi di sì. Allora mi diede una mela cotogna che non ebbi naturalmente il coraggio di mangiare e conservai come un tesoro. Sostituito così il mio compagno nel cuore della bimba, continuai a scriverle interminabili lettere d'amore ed a ricevere mele cotogne.
I ragazzi al liceo non conoscevano né rispettavano la mia condizione di poeta. La frontiera aveva una meravigliosa aria da Far West fuorilegge. I miei compagni si chiamavano Schnakes, Schiers, Hausers, Smiths Taitos, Seranis. Eravamo tutti eguali, Aracenas, Ramírez, Reyes.
Non c'erano cognomi baschi. C'erano anche sefarditi: Albalas, Francos. Irlandesi: McGyntis. Polacchi: Yanichewkys.
I cognomi araucani brinavano di luce oscura, odorosi di legno e di acqua: Melivilus, Catrileos.
A volte nel grande capannone facevamo delle battaglie con le ghiande di leccio. Nessuno che non l'abbia provato può sapere quanto male fanno le ghiande. Prima di arrivare al liceo ci riempivamo le tasche di munizioni.
Io avevo scarsa abilità, nessuna forza e poca astuzia.
Avevo sempre la peggio. Mentre indugiavo a osservare la ghianda bellissima, verde e lustra, con il suo cappello rugoso e grigio, e cercavo goffamente di fabbricarmi una di quelle pipe che poi mi portavano via, mi era già caduto un diluvio di ghiande sulla testa. Quando ero al secondo anno, avevo un cappello impermeabile di un bel colore verde vivo. Quel cappello era di mio padre; come il mantello di lana, i fanali da segnalazione verdi e rossi che per me erano carichi di fascino e che appena potevo portavo a scuola per pavoneggiarmi...
Quella volta pioveva implacabilmente e niente di più formidabile del cappello di tela cerata verde che sembrava un pappagallo. Appena arrivai al capannone in cui trecento briganti correvano come pazzi, il cappello volò via come un pappagallo. Io gli correvo dietro e quando riuscivo a raggiungerlo volava via di nuovo fra le urla più assordanti che abbia mai sentito. Non riuscii mai più a rivederlo.
In questi ricordi non ho ben presente il preciso scandire del tempo. Mi si confondono fatti minuscoli che ebbero però importanza per me e mi sembra che questa debba essere la mia prima avventura erotica, stranamente mescolata alla storia naturale. Forse l'amore e la natura furono fin dalla più tenera età i giacimenti della mia poesia.
Di fronte a casa mia vivevano due ragazzine che mi lanciavano continuamente sguardi che mi facevano arrossire.
Tanto io ero timido e silenzioso, quanto loro erano precoci e diaboliche. Quella volta, fermo sulla porta di casa, cercavo di non guardarle. Tenevano in mano qualcosa che mi affascinava. Mi avvicinai con cautela e mi mostrarono un nido di uccello selvatico, fatto di muschio e di piume, che conteneva alcuni meravigliosi ovetti turchesi. Quando andai per prenderlo mi dissero che prima dovevano frugarmi nei vestiti. Tremante di terrore me ne scappai via di corsa, inseguito dalle giovani ninfe che levavano in alto l'incitante tesoro. Nell'inseguimento entrai per un vicolo nel locale disabitato di una panetteria di proprietà di mio padre. Le assalitrici erano riuscite a raggiungermi e già cominciavano a spogliarmi dei pantaloni, quando nel corridoio si udirono i passi di mio padre. Fu la fine del nido. Le piccole meravigliose uova caddero a terra e rimasero lì, rotte, nella panetteria abbandonata, mentre, sotto il bancone, assalito e assalitrici trattenevamo il respiro.
Ricordo anche che una volta, cercando i piccoli oggetti e i minuscoli esseri del mio mondo nell'orto di casa, scoprii un buco in un'asse del recinto. Guardando attraverso quel pertugio, vidi un terreno uguale a quello di casa mia, incolto e selvatico. Mi ritrassi di qualche passo, perché avevo capito vagamente che stava per accadere qualcosa. All'improvviso apparve una mano. Era la mano piccolina di un bambino della mia età. Quando mi avvicinai la mano era scomparsa e al suo posto c'era una minuscola pecora bianca.
Era una pecora di lana stinta. Non aveva più le rotelle su cui correva. Non avevo mai visto una pecora così bella. Corsi a casa e tornai con un regalo che lasciai nello stesso posto: una pigna di pino, semiaperta, odorosa e balsamica, che adoravo.
Non vidi mai più la mano del bambino. E non ho più rivisto una pecorella come quella. La persi in un incendio.
E anche ora, in questi anni, quando passo davanti a un negozio di giocattoli, guardo furtivamente le vetrine.
Ma è inutile. Non s'è più fatta una pecora come quella.
***
L'arte della pioggia.
Così come si scatenavano il freddo, la pioggia e il fango delle strade, cioè il cinico e desolato inverno del Sud dell'America, anche l'estate arrivava a queste regioni, gialla e ardente. Eravamo circondati da montagne vergini, ma io volevo conoscere il mare. Per fortuna il mio ostinato padre era riuscito ad avere una casa in prestito da uno dei suoi numerosi compagni ferrovieri. Mio padre, il conducente, in mezzo alle tenebre, alle quattro di notte (non ho mai capito perché si dice le quattro del mattino) svegliava tutta la casa con il suo fischietto da capotreno. Da quel momento non c'era più pace, né luce, e fra candele dalle fiammelle tremolanti per gli spifferi che entravano da ogni parte, mia madre, i miei fratelli Laura e Rodolfo, e la cuoca, correvano di qua e di là, arrotolando grandi materassi che si trasformavano in palle immense avvolte in tela di sacco che le donne facevano rotolare rapidamente. Bisognava imbarcare i letti sul treno. I materassi erano ancora caldi quando partivano per la vicina stazione. Malaticcio e debole per natura, svegliato di soprassalto, sentivo nausea e brividi. Nel frattempo, in casa, il trasloco continuava e pareva non dovesse mai finire. Non c'era cosa che non si portasse per quel mese di vacanze da poveri.
Persino gli essiccatoi di vimini che si mettevano sulle stufe accese per asciugare le lenzuola e i vestiti sempre umidi per il clima, venivano etichettati e caricati sul carretto che aspettava i bagagli.
Il treno percorreva un tratto di quella provincia fredda da Temuco a Carahue. Attraversava immense regioni disabitate e incolte, attraversava i boschi vergini, fischiava per ponti e gallerie facendo tremare la terra intorno.
Le stazioni erano isolate in mezzo alla campagna fra mimose e meli fioriti. Gli indios araucani con i loro vestiti rituali e la loro maestà ancestrale aspettavano nelle stazioni per vendere ai passeggeri agnelli, galline, uova e tessuti. Mio padre comperava sempre qualcosa con un interminabile mercanteggiamento. Bisognava vedere la sua barbetta bionda mentre sollevava una gallina di fronte a un'araucana impenetrabile che non abbassava di mezzo centesimo il prezzo della sua merce.
Ogni stazione portava un nome più bello, quasi tutti ereditati dagli antichi possedimenti araucani. Era la regione in cui più accanite furono le lotte fra gli invasori spagnoli e i primi cileni, figli profondi di quella terra.
Labranza era la prima stazione, poi venivano Boroa e Ranquilco. Nomi che avevano il profumo di piante selvatiche, e mi affascinavano con le loro sillabe. Quei nomi araucani significavano sempre qualcosa di delizioso: miele nascosto, lagune o fiume vicino a un bosco, o monte dal nome d'uccello. Passavamo per il piccolo villaggio di Imperial, dove per poco non venne giustiziato, dal governatore spagnolo, il poeta don Alonso de Ercilla.
Nel XV e XVI secolo qui fu la capitale dei conquistatori.
Gli araucani nella loro guerra patria inventarono la tattica della terra bruciata. Non lasciarono pietra della città descritta da Ercilla come bella e superba.
E poi l'arrivo alla città fluviale. Il treno lanciava i suoi fischi più allegri, oscurava la campagna e la stazione ferroviaria con immensi pennacchi di fumo di carbone, le campane tintinnavano, e nel corso ampio, celeste e tranquillo del Rio Imperial già s'indovinava che s'avvicinava l'oceano. Scaricare gli innumerevoli bagagli, ordinare la famigliola, e dirigerci su un carretto tirato da buoi verso il traghetto che avrebbe attraversato il Rio Imperial, era tutta una cerimonia diretta dagli occhi azzurri e dal fischio ferroviario di mio padre. Noi e i bagagli ci mettevamo sulla piccola nave che ci portava al mare. Non c'erano cabine. Io mi sedevo vicino a prua. Le ruote muovevano con le pale la corrente del fiume, le macchine della piccola imbarcazione ansavano e cigolavano, la gente del Sud taciturna se ne stava come mobilia, immobile e dispersa, sotto coperta.
Una fisarmonica lanciava il suo lamento romantico, il suo incitamento all'amore. Non c'è nulla di più avvincente per un cuore di quindici anni di una navigazione per un fiume ampio e sconosciuto, fra rive montuose, sulla via del mare misterioso.
Bajo Imperial era solo una fila di case dai tetti colorati.
Era situata di fronte al fiume. Dalla casa che ci aspettava, e ancora prima, dai moli sgangherati cui attraccò il traghetto, udii, distante, il tuono marino, una commozione lontana. L'agitarsi delle onde entrava nella mia vita.
La casa apparteneva a don Horacio Pacheco, gigantesco agricoltore che, nei mesi in cui gli occupavamo la casa, andava per le colline ed i sentieri intransitabili portando la sua locomobile e la sua trebbiatrice. Con la sua macchina raccoglieva il grano degli indios e dei contadini, isolati dal villaggio costiero. Era un omone che irrompeva all'improvviso nella nostra famiglia ferroviaria, parlando con voce stentorea e coperto di polvere e di stoppie.
Poi, con lo stesso frastuono, tornava al suo lavoro sulle montagne. Fu per me un altro esempio della vita dura della mia regione australe.
Tutto era per me misterioso in quella casa, nelle strade sconnesse, nelle ignote esistenze che mi circondavano, nel suono profondo della lontananza marina. La casa aveva quello che mi parve un immenso giardino disordinato, con al centro un gazebo, consunto dalla pioggia, formato da un graticcio di legno bianco coperto dai rampicanti.
Salvo la mia insignificante persona, nessuno entrava nella fresca solitudine in cui crescevano l'edera, il caprifoglio e la mia poesia. Veramente in quello strano giardino c'era un altro oggetto affascinante: una grande scialuppa, orfana di un naufragio, che giaceva lì, nel giardino, senza onde né tempeste, arenata fra i papaveri.
Perché lo strano di quel giardino selvaggio era che di proposito o per incuria c'erano solamente papaveri. Le altre piante si erano ritirate dall'ombra del recinto. C'erano papaveri grandi e bianchi come colombe, scarlatti come gocce di sangue, violetti e neri, come vedove dimenticate.
Non avevo mai visto una tale immensità di papaveri e non mi è mai più capitato di vederla. Anche se li guardavo con molto rispetto, con quel certo timore superstizioso che solo i papaveri infondono fra tutti i fiori, di quando in quando ne coglievo qualcuno, e lo stelo spezzato mi stillava fra le mani un latte aspro ed esalava una folata di profumo inumano. Poi accarezzavo e conservavo in un libro i superbi petali di seta. Per me erano ali di grandi farfalle che non sapevano volare.
Quando mi trovai per la prima volta di fronte all'oceano rimasi sgomento. Lì, fra due alti picchi (l'Huilque ed il Maule) si dispiegava la furia del gran mare. Non erano solo le immense onde spumeggianti che si levavano a molti metri sulle nostre teste, ma un battito di cuore gigantesco, il palpito dell'universo.
Lì la famiglia disponeva tovaglie e teiere. Il cibo che portavo alla bocca mi si riempiva tutto di sabbia, ma non me ne importava granché. Quello che mi terrorizzava era il momento tragico in cui mio padre ci ordinava il bagno di ogni giorno. Lontani dalle ondate gigantesche, l'acqua spruzzava mia sorella Laura e me con le sue sferzate di freddo. E credevamo tremando che il dito di un'onda ci avrebbe trascinato fino alle montagne del mare. Quando ormai, battendo i denti e con le costole illividite, mia sorella e io, tenendoci per mano, ci preparavamo a morire, suonava il fischio ferroviario e mio padre ci ordinava di uscire dal martirio.
Racconterò altri misteri di quel territorio. Uno erano i cavalli normanni e l'altro la casa delle tre vedove incantate.
All'estremità del paesino s'innalzavano alcune grandi costruzioni. Erano stabilimenti, probabilmente concerie.
Appartenevano a dei baschi francesi. Nel Sud del Cile erano quasi sempre questi baschi a dirigere le industrie del cuoio. La verità è che non so bene di che cosa si trattasse. L'unica cosa che m'interessava era vedere come, a una certa ora del pomeriggio, verso il tramonto, dai portoni uscissero dei grandi cavalli che attraversavano il paese.
Erano cavalli normanni, puledri e giumente di statura gigantesca. Le loro grandi criniere ricadevano come chiome sull'altissimo dorso. Avevano zampe immense, ricoperte anch'esse di ciuffi di crine che, galoppando, ondeggiavano come pennacchi. Erano rossi, bianchi, pezzati, poderosi. Così andrebbero i vulcani se potessero trottare e galoppare come quei cavalli colossali. Passavano come una scossa di terremoto per le strade polverose e piene di sassi. Nitrivano rocamente con un rimbombo sotterraneo che scuoteva l'atmosfera tranquilla.
Arroganti, smisurati e statuari, non ho più rivisto in vita mia cavalli come quelli, se non in Cina, intagliati nella pietra come monumenti tombali della dinastia Ming.
Ma la pietra più venerabile non può rendere lo spettacolo di quelle incredibili vite animali che, ai miei occhi di bambino, parevano uscire dall'oscurità dei sogni per dirigersi verso un altro mondo di giganti.
In realtà, quel mondo silvestre era pieno di cavalli.
Per le strade, cavalieri cileni, tedeschi o mapuches, tutti con pesanti ponchos di lana nera, montavano o scendevano dalle loro cavalcature. Gli animali, magri o ben nutriti, sparuti o maestosi, rimanevano dove li lasciavano i cavalieri, ruminando l'erba dei sentieri e sbuffando vapore dalle narici. Erano abituati ai loro padroni e alla solitaria vita del villaggio. Più tardi, carichi di sacchi di commestibili o di attrezzi, tornavano alle intricate alture, salendo per aspri sentieri o galoppando infinitamente sulla sabbia in riva al mare. Di tanto in tanto, da un banco di pegni o da una taverna oscura, usciva un cavaliere araucano che, con difficoltà, montava sul suo imperturbabile cavallo e prendeva poi la strada dei monti per tornarsene a casa, traballando ora da una parte, ora dall'altra, ubriaco fino all'incoscienza.
Guardandolo cominciare e continuare il suo cammino, avevo l'impressione che il centauro alcolizzato stesse per cadere a terra ogni volta che si sbilanciava pericolosamente da una parte, ma mi sbagliavo: riusciva sempre a raddrizzarsi per poi inclinarsi di nuovo piegandosi dall'altra parte e riprendendosi sempre incollato alla bestia. Avrebbe continuato così, sul suo cavallo, per chilometri e chilometri, fino a fondersi e sparire in quella selvaggia natura come un animale vacillante, oscuramente invulnerabile.
Per molte altre estati tornammo, con le stesse cerimonie domestiche, in quell'affascinante regione. Il tempo passava e io crescevo, leggendo, innamorandomi e scrivendo, fra gli amari inverni di Temuco e la misteriosa estate della costa.
Mi abituai ad andare a cavallo. La mia vita si fece via via più ricca e attraente nel mio vagabondare per balze di ripida argilla, e sentieri dalle svolte impreviste. Mi venivano incontro la vegetazione intricata, il silenzio od il suono degli uccelli selvatici, l'esplosione improvvisa di un albero fiorito coperto d'un manto scarlatto come un immenso arcivescovo delle montagne, o incanutito da una battaglia di fiori sconosciuti. O di tanto in tanto, inaspettato, il fiore del copihue, selvaggio, indomabile, irriducibile, che penzolava dai roveti come una goccia fresca di sangue. E così mi abituai al cavallo, alla sella, ai duri e complicati finimenti, agli speroni crudeli che tintinnavano sui miei talloni. E lungo quelle infinite spiagge o tra quei monti selvaggi si strinse a poco a poco una comunicazione fra la mia anima, cioè fra la mia poesia, e la terra più solitaria del mondo. Sono passati molti anni, ma quella comunicazione, quella rivelazione, quel patto con lo spazio hanno continuato a esistere nella mia vita.
***
La mia prima poesia.
Ora vi racconterò una storia di uccelli. Sul lago Budi cacciavano con ferocia i cigni. Gli si avvicinavano silenziosamente sulle barche e poi rapidi, rapidi remavano...
I cigni, come gli albatri, si alzano difficilmente in volo, debbono correre scivolando sull'acqua. Sollevano con difficoltà le loro grandi ali. Li raggiungevano e li finivano a bastonate.
Mi portarono un cigno mezzo morto. Era uno di quei meravigliosi uccelli che non ho mai più rivisto al mondo, il cigno dal collo nero. Una nave candida dal lungo e flessuoso collo come inguainato in una stretta calza di seta nera. Il becco arancione e gli occhi rossi.
Fu vicino al mare, a Puerto Saavedra, Imperial del Sur.
Me lo diedero quasi morto. Lavai le sue ferite ed a forza gli cacciai in gola pezzettini di pane e di pesce.
Rigettava tutto. Ma a poco a poco si riprese, e cominciò a capire che ero suo amico. E io cominciai a capire che la nostalgia lo stava uccidendo. Allora prendevo il pesante uccello fra le braccia e lo portavo al fiume. Nuotava per un po', vicino a me. Io volevo che pescasse e gli indicavo i ciottoli del fondo, le sabbie su cui scivolavano gli argentei pesci del Sud. Ma lui guardava con occhi tristi la distanza.
Così ogni giorno, per più di venti, lo portai al fiume e me lo riportai a casa. Il cigno era quasi grande come me. Un pomeriggio se ne stette più sulle sue, quasi assorto, nuotò vicino a me, ma non si distrasse ai gesti con cui volevo insegnargli di nuovo a pescare. Se ne stette tutto quieto e io lo presi di nuovo fra le braccia per riportarlo a casa. Allora, mentre me lo tenevo contro il petto, sentii come se si stesse srotolando un nastro e qualcosa come un braccio nero mi sfiorasse il viso. Era il suo lungo e sinuoso collo che ricadeva. Così imparai che i cigni non cantano quando muoiono.
A Cautín l'estate è ardente. Brucia il cielo e il grano.
La terra vuole riprendersi dal suo letargo. Le case non sono preparate all'estate, come non lo erano all'inverno.
Io me ne vado per la campagna, e cammino, cammino.
Mi perdo sul monte Ñelol. Sono solo, con le tasche piene di scarabei. In una scatola ho un ragno peloso appena catturato. In alto, il cielo non si vede. La foresta è sempre umida, scivolo; all'improvviso un uccello lancia il suo grido, è il grido spettrale del chucao.
Mi cresce dai piedi un presentimento spaventoso. I copihue, come gocce di sangue, si distinguono appena.
Sono solo un essere minuscolo sotto le felci giganti. Un colombaccio, con un secco rumore d'ali, vola sfiorandomi il viso. Più in alto altri uccelli ridono di me con roche risate. Ritrovo con difficoltà la strada. È tardi.
Mio padre non è ancora tornato. Arriverà alle tre o alle quattro del mattino. Salgo nella mia stanza. Leggo Salgari.
La pioggia si rovescia come una cateratta. In un minuto la notte e la pioggia coprono il mondo. Lì sono solo e scrivo versi sul mio quaderno di aritmetica. La mattina dopo mi alzo molto presto. Le susine sono verdi.
Corro giù. Prendo un pacchettino di sale. Mi arrampico su un albero, mi metto comodo, mordo con cautela una susina, ne stacco un pezzetto, poi la cospargo di sale. Me la mangio. E così quasi cento. Sono troppe, lo so.
La nostra casa è andata perduta in un incendio, e la nuova è misteriosa. Mi arrampico sulla palizzata e guardo i vicini. Non c'è nessuno. Sollevo delle assi. Niente, solo dei miserabili e minuscoli ragni. In fondo all'orto c'è il gabinetto. Lì vicino gli alberi sono pieni di bruchi.
I mandorli mettono in mostra i loro frutti foderati di bianca felpa. So come cacciare i calabroni senza far loro del male, con un fazzoletto. Li tengo prigionieri per un po' e me li porto all'orecchio. Che meraviglioso ronzio!
Che solitudine quella di un piccolo bimbo poeta, vestito di nero, sulla frontiera spaziosa e terribile. La vita e i libri a poco a poco mi fanno intravedere misteri preoccupanti.
Non posso dimenticare quello che ho letto ieri notte: l'albero del pane ha salvato Sandokan e i compagni in una lontana Malesia.
Buffalo Bill non mi piace perché uccide gli indiani.
Ma che splendido cavaliere! Che meraviglia le praterie e le tende dei pellerossa!
Mi hanno spesso domandato quando scrissi la mia prima poesia, quando nacque dentro di me la poesia.
Cercherò di ricordarlo. Molto tempo fa, durante la mia infanzia, quando avevo appena imparato a scrivere, sentii una volta un'intensa emozione e scrissi alcune parole semirimate, ma estranee a me, diverse dal linguaggio quotidiano. Le trascrissi in bella copia su un foglio, preso da un'inquietudine profonda, un sentimento fino allora sconosciuto, una specie di angoscia e di tristezza.
Era una poesia dedicata a mia madre, a colei cioè che conobbi come tale, l'angelica matrigna la cui dolce ombra protesse tutta la mia infanzia. Assolutamente incapace di giudicare la mia prima produzione, la portai ai miei genitori. Erano in sala da pranzo, immersi in una di quelle conversazioni a voce bassa che dividono più di un fiume il mondo dei bambini e quello degli adulti.
Porsi loro il foglio con quelle righe, ancora tremante per la prima visita dell'ispirazione. Mio padre, distrattamente, lo prese in mano, distrattamente lo lesse, distrattamente me lo restituì, dicendomi: - Da dove l'hai copiato?
E continuò a parlare a bassa voce con mia madre dei suoi importanti e remoti affari.
Mi pare di ricordare che fu così che nacque la mia prima poesia e così che ricevetti il primo distratto cenno di considerazione dalla critica letteraria.
Nel frattempo avanzavo nel mondo della conoscenza, sul disordinato fiume dei libri come un navigatore solitario. La mia avidità di lettura non mi dava tregua né di giorno né di notte. Sulla costa, nel paesino di Puerto Saavedra, trovai una biblioteca municipale ed un vecchio poeta, don Augusto Winter, che era stupito della mia voracità letteraria. «Li ha già letti?», mi diceva, passandomi un nuovo Vargas Villa, un Ibsen, un Rocambole.
Come uno struzzo, trangugiavo tutto, alla rinfusa.
In quel tempo giunse a Temuco una signora alta, dagli abiti lunghi fino ai piedi e scarpe dal tacco basso.
Era la nuova direttrice del liceo femminile. Veniva dalla nostra città australe, dalle nevi di Magallanes. Si chiamava Gabriela Mistral.
Io la guardavo passare per le strade del paese con le sue vesti talari, e mi faceva paura. Ma quando mi portarono a farle visita la trovai attraente. Sul suo viso bruciato dal sole in cui il sangue indio predominava come in una bella anfora di terracotta araucana, i suoi denti bianchissimi si scoprivano in un sorriso pieno e generoso che illuminava tutta la stanza.
Io ero troppo giovane per essere suo amico, e troppo timido e introverso. La vidi pochissime volte. Abbastanza però, perché ogni volta me ne tornassi con qualche libro che mi regalava. Erano sempre romanzi russi che lei considerava i più straordinari della letteratura mondiale. Posso dire che Gabriela m'iniziò a quella seria e terribile visione del mondo dei romanzieri russi e che Tolstoj, Dostoevskij, Cechov entrarono nella mia più profonda predilezione. E ancora oggi mi accompagnano.
***
La casa delle tre vedove.
Una volta m'invitarono a una trebbiatura a cavallo.
La località dove dovevo recarmi si trovava in alto, fra i monti, piuttosto distante dal paese. Fui attratto dall'avventura di andarmene solo, indovinando i sentieri fra quelle montagne. Se mi fossi perduto, pensavo, qualcuno sarebbe venuto in mio aiuto. Mi allontanai con il mio cavallo da Bajo Imperial e guadai il fiume presso la foce.
Il Pacifico in quel punto si scatena e attacca con intermittenza le rocce e le fratte del cerro Maule, una collina altissima che si spinge fino al mare. Poi piegai lungo le rive del lago Budi. Le onde s'infrangevano ai piedi del Maule con una terribile potenza. Bisognava approfittare dei minuti in cui un'onda si rompeva e si ritirava per riprendere forza. Allora attraversavamo rapidamente il tratto fra il monte e l'acqua, prima che una nuova ondata non schiacciasse me ed il mio cavallo contro la parete rocciosa.
Passato il pericolo, verso ponente cominciava la lastra immobile ed azzurra del lago. L'arenile della costa si stendeva a perdita d'occhio verso la foce del lago Toltén, molto lontano da lì. Queste coste del Cile, faraoniche e rocciose, si trasformano all'improvviso in distese interminabili e si può camminare per giorni e giorni sulla sabbia e accanto alla spuma del mare.
Sono spiagge che paiono infinite. Formano lungo il Cile come l'anello di un pianeta, una cintura che l'avvolge incalzata dal fragore dei mari australi: una pista che sembra snodarsi lungo tutto il contorno della costa cilena fin oltre il Polo Sud.
Dal lato dei boschi mi salutavano i noccioli, dai rami verdescuri e brillanti, adorni a volte di festoni di grappoli di frutta, nocciole che parevano dipinte di vermiglio, tanto rosse sono in quel periodo dell'anno. Le colossali felci del Sud del Cile erano talmente alte che io e il mio cavallo passavamo sotto i loro rami senza toccarli.
Quando con la testa sfioravo il loro fogliame ci si rovesciava addosso uno scroscio di rugiada. Alla mia destra si stendeva il lago Budi: una lastra compatta e azzurra limitata dai boschi lontani.
Solo alla fine vidi alcuni abitanti. Erano strani pescatori.
Nel tratto in cui l'oceano e il lago si uniscono, o si baciano, o si aggrediscono, fra un'onda e l'altra rimanevano alcuni pesci marini, spinti dalla violenza delle acque. Particolarmente ricercate erano le grandi muggini, larghi pesci d'argento che si dibattevano smarriti in quelle secche. I pescatori, uno, due, quattro, cinque, immobili e assorti, spiavano la scia dei pesci perduti e all'improvviso, con un colpo formidabile lasciavano cadere un lungo tridente sull'acqua. Poi levavano in alto quelle ovali carni d'argento, che tremavano e brillavano al sole prima di morire nel cesto dei pescatori. Calava ormai la sera. Avevo abbandonato le rive del lago e cercando la strada mi ero addentrato tra i frastagliati contrafforti dei monti. Si faceva buio a vista d'occhio.
A un tratto incrociavo come un rauco sussurro il lamento di uno sconosciuto uccello selvatico. Un'aquila o un condor nel cielo crepuscolare sembrava trattenere le sue nere ali, segnalando la mia presenza, e seguendomi in lento volo. Veloci volpi dalla coda rossa, o ignoti animali del bosco segreto ululavano o latravano od attraversavano il sentiero.
Capii di essermi smarrito. La notte e la foresta, che erano state la mia gioia, ora mi minacciavano e mi riempivano di paura. Un viandante solitario mi si parò davanti all'improvviso in quell'oscuro, sperduto sentiero.
Quando fummo vicini, mi fermai e vidi che era uno di quei contadini rustici, dal povero poncho e dal cavallo sparuto, che di tanto in tanto emergevano dal silenzio.
Gli raccontai che cosa mi capitava.
Mi rispose che per quella notte non sarei assolutamente arrivato alla trebbiatura. Conosceva ogni angolo di quella regione; sapeva esattamente dove stavano trebbiando. Gli dissi che non volevo passare la notte all'addiaccio; gli chiesi se poteva consigliarmi un posto dove ripararmi fino all'alba. M'indicò sobriamente di seguire per due leghe un sentierino che si biforcava dal viottolo. Da lontano, mi disse, vedrà le luci di una grande casa di legno a due piani.
- È un albergo? - gli chiesi.
- No, giovanotto. Ma la riceveranno benissimo.
Sono tre signore francesi che commerciano in legname e vivono qui da trent'anni. Sono molto gentili con tutti.
L'ospiteranno.
Ringraziai il contadino per i suoi consigli essenziali ed egli si allontanò trottando sul suo scalcinato cavallo. Io continuai come un'anima in pena per lo stretto sentiero.
Una luna verginale, ricurva e bianca come un frammento di unghia appena tagliata, cominciava la sua ascesa per il cielo.
Verso le nove di sera scorsi le inconfondibili luci di una casa. Spronai il mio cavallo prima che spranghe e catenacci m'impedissero l'ingresso in quel miracoloso santuario. Varcai il recinto della proprietà e, schivando tronchi tagliati e montagne di trucioli, arrivai al portico bianco di quella casa così insolitamente sperduta in quelle solitudini. Bussai alla porta, prima piano, poi con più forza. I minuti passavano e già m'immaginavo, pieno di paura, che non ci fosse nessuno, quand'ecco apparire una signora dai capelli bianchi, esile e vestita a lutto. Mi esaminò con occhi severi, socchiudendo la porta per interrogare l'intempestivo viandante.
- Chi è lei e che cosa desidera? - disse una dolce voce da fantasma.
- Mi sono smarrito nella foresta. Sono uno studente.
Mi hanno invitato alla trebbiatura degli Hernández.
Sono stanchissimo. M'hanno detto che lei e le sue sorelle siete molto gentili. Vorrei solo un posto qualsiasi per dormire ed all'alba riprendere il cammino per la fattoria degli Hernández.
- Avanti, - mi rispose. - Lei è a casa sua.
Mi condusse in un salone buio e accese due o tre lampade a petrolio. Notai che erano belle lampade art nouveau di opalina e bronzo dorato. Il salone odorava d'umido.
Grandi tendaggi rossi nascondevano le alte finestre.
Le poltrone erano ricoperte di una fodera bianca che le riparava. Da che cosa?
Era un salone di un altro secolo, indefinibile ed inquietante come un sogno. La nostalgica dama dai capelli bianchi, vestita a lutto, si muoveva senza che ne vedessi i piedi, senza che se ne udissero i passi, sfiorando con le mani ora un oggetto ora un altro, un album, un ventaglio, di qua, di là, nel silenzio.
Mi parve d'essere caduto in fondo a un lago e nei suoi abissi sopravvivere sognando, profondamente stanco. A un tratto entrarono due signore identiche a quella che mi aveva ricevuto. Era ormai tardi e faceva freddo. Si sedettero attorno a me, una con un lieve sorriso di lontanissima civetteria, l'altra guardandomi con gli stessi melanconici occhi di quella che mi aveva aperto la porta.
La conversazione fuggì ben presto molto lontano da quei campi remoti, lontano dalla notte trafitta dal suono di migliaia di insetti, da gracidii di rane e canti di uccelli notturni. Indagavano sui miei studi. Citai inaspettatamente Baudelaire, dicendo che avevo cominciato a tradurre i suoi versi.
Fu come una scossa elettrica. Le tre spente dame si accesero. I loro occhi stanchi e i loro rigidi volti si tramutarono, quasi che dagli antichi lineamenti fossero cadute tre antiche maschere.
- Baudelaire! - esclamarono. È forse la prima volta, da che il mondo esiste, che quel nome viene pronunciato in queste solitudini. - Noi qui abbiamo i suoi Fleurs du mal. Solo noi, nello spazio di cinquecento chilometri, possiamo leggere le sue meravigliose pagine.
Nessuno sa il francese tra queste montagne.
Due delle sorelle erano nate ad Avignone. La più giovane, lei pure francese di sangue, era cilena di nascita. I loro nonni, i loro genitori, tutti i loro parenti erano morti da molto tempo. Loro tre finirono per abituarsi alla pioggia, al vento, ai trucioli della segheria, al contatto di un piccolissimo numero di contadini primitivi e di rozzi servitori. Decisero di rimanere lì, unica casa in quelle montagne selvagge.
Una domestica indigena entrò e sussurrò qualcosa all'orecchio della signora più anziana. Uscimmo allora, attraverso gelidi corridoi, per recarci in sala da pranzo.
Rimasi attonito. Al centro della stanza, una tavola rotonda dalla lunga tovaglia bianca era illuminata da due candelieri d'argento pieni di candele accese. Su quella tavola sorprendente l'argento e il cristallo brillavano dello stesso fulgore.
M'invase un'estrema timidezza, quasi m'avesse invitato la regina Vittoria ad una cena nel suo palazzo.
Arrivavo tutto arruffato, stanco e impolverato, e quella era una tavola che pareva stesse aspettando un principe.
E io ero ben lungi dall'esserlo. Anzi, dovevo sembrare un vaccaro sudato che avesse lasciato alla porta la sua mandria.
Raramente ho mangiato così bene. Le mie ospiti erano maestre nell'arte culinaria e avevano ereditato dai loro antenati le ricette della dolce Francia. Ogni piatto era inaspettato, saporito e profumato. Fecero portare dalle cantine dei vini invecchiati, che avevano conservato secondo le leggi del vino di Francia.
Malgrado la stanchezza mi chiudesse all'improvviso gli occhi le sentivo raccontare cose strane. Il maggiore orgoglio delle sorelle era la raffinatezza della cucina; per loro la tavola era il rito di un'eredità sacra, di una cultura a cui non sarebbero mai più tornate, separate com'erano dalla loro patria, dal tempo e da mari immensi.
Mi mostrarono, quasi prendendosi gioco di se stesse, un curioso schedario.
- Siamo delle vecchie maniache, - mi disse la minore.
In trent'anni avevano ricevuto la visita di 27 viandanti che erano giunti a quella casa remota, alcuni per affari, altri per curiosità, alcuni, come me, per caso.
Ma la cosa mai vista era che conservavano una scheda per ognuno degli ospiti, con la data della visita e il menu che avevano preparato in ogni occasione.
- Il menu lo conserviamo per non ripetere neppure un piatto, se quegli amici dovessero un giorno tornare.
Me ne andai a dormire e caddi sul letto come un sacco di cipolle al mercato. All'alba, nell'oscurità, accesi una candela, mi lavai e mi vestii. Faceva già chiaro quando uno degli stallieri mi sellò il cavallo. Non osai andare a salutare quelle dame gentili e a lutto. Qualcosa mi diceva, dentro di me, che era stato tutto uno strano sogno pieno di magia e che non dovevo svegliarmi per non rompere l'incantesimo.
Sono passati quarantacinque anni da questo episodio, che risale all'inizio della mia adolescenza. Che cosa sarà accaduto di quelle tre signore sepolte con i loro Fleurs du mal in mezzo alla foresta vergine? Che cosa sarà stato delle loro vecchie bottiglie di vino, della loro tavola splendente illuminata da venti candele? E quale il destino delle segherie e della bianca casa perduta fra gli alberi?
Sarà accaduta la cosa più semplice di tutte: la morte e l'oblio. Forse la foresta ha inghiottito quelle vite e quei saloni che mi accolsero in una notte indimenticabile. Ma nel mio ricordo continuano a vivere come sul fondo trasparente del lago dei sogni. Onore a quelle tre donne melanconiche che nella loro selvaggia solitudine lottarono con passione per mantenere un antico decoro.
Difendevano ciò che avevano saputo fare le mani dei loro antenati, le ultime gocce di una cultura squisita, là, sul limite estremo delle montagne più impenetrabili e più solitarie del mondo.
***
L'amore vicino al grano.
Giunsi al campo degli Hernández prima di mezzogiorno, fresco e allegro. La mia cavalcata solitaria per i sentieri deserti, il riposo del sonno, tutto risplendeva nella mia taciturna giovinezza.
La trebbiatura del grano, dell'avena, dell'orzo, si faceva ancora a cavallo. Non c'è cosa più allegra al mondo che vedere le cavalle girare trottando attorno al mucchio del grano, al grido d'incitamento dei cavalieri.
C'era un sole splendido, e l'aria era un diamante silvestre che faceva brillare le montagne. La trebbiatura è una festa d'oro. La paglia gialla si accumula in montagne dorate; tutto è chiasso e attività; sacchi che corrono e si riempiono; donne che cucinano; cavalli che s'imbizzarriscono; cani che abbaiano; bimbi che a ogni momento, come frutti della paglia, bisogna liberare dalle zampe dei cavalli.
Gli Hernández erano una tribù singolare. Gli uomini irsuti e dalla barba incolta, in maniche di camicia e con la pistola alla cintola, erano quasi sempre impiastricciati d'olio, di polvere di cereali, di fango, o inzuppati fino alle ossa dalla pioggia. Padri, figli, nipoti, cugini avevano tutti quanti lo stesso aspetto. Rimanevano per ore ed ore a trafficare sotto un motore, sopra un tetto, arrampicati su una trebbiatrice. Non conversavano mai.
Parlavano di tutto gridando e scherzando, salvo quando litigavano. Diventavano allora delle furie; demolivano tutto quanto si trovassero davanti. Erano insuperabili nell'arrostire interi animali in mezzo ai campi, nelle grande bevute di vino rosso e nel lamento delle chitarre. Erano uomini di frontiera, il tipo di gente che mi piaceva. Io, pallido studente, mi sentivo scomparire vicino a quei barbari attivi; e loro, non so perché, mi trattavano con una certa delicatezza che in genere non avevano per nessuno.
Dopo l'arrosto, le chitarre, la stanchezza accecante del sole e del grano, bisognava arrangiarsi per passare la notte. Le coppie sposate e le donne sole si accomodavano per terra, all'interno dell'accampamento costruito con tavole di legno appena tagliate. Noi ragazzi fummo mandati a dormire sull'aia. L'aia innalzava la sua montagna di paglia e un intero villaggio si sarebbe potuto rincantucciare nel suo soffice tepore giallo.
Tutto questo era per me di una scomodità senza pari.
Non sapevo come sbrigarmela. Misi con cura le scarpe sotto uno strato di paglia che avrebbe dovuto servirmi da cuscino. Mi tolsi il vestito, mi avvolsi nel poncho e m'infilai nella montagna di paglia. Rimasi lontano da tutti gli altri che immediatamente ed in modo unanime si misero a russare.
Io restai a lungo supino, con gli occhi aperti, il viso e le braccia coperti di paglia. La notte era chiara, fresca e penetrante. Non c'era luna ma le stelle sembravano appena lavate dalla pioggia e, sul sonno cieco di tutti gli altri, scintillavano tremolando solo per me nel grembo del cielo. Poi mi addormentai. Mi svegliai all'improvviso perché mi si stava avvicinando qualcosa, un corpo sconosciuto si muoveva sotto la paglia e si accostava al mio.
Ebbi paura. Quel qualcosa strisciava lentamente verso di me. Sentivo i fuscelli di paglia spezzarsi, schiacciati dalla forma sconosciuta che avanzava. Tutto il mio corpo era all'erta, in attesa. Forse avrei dovuto alzarmi o gridare. Restai immobile. Sentivo, vicinissimo, un respiro sfiorarmi il capo.
A un tratto una mano strisciò su di me, una mano grande, lavoratrice, ma una mano di donna. Mi percorse la fronte, gli occhi, tutto il viso con dolcezza. Poi una bocca avida s'incollò alla mia e su tutto il corpo, fino ai piedi, sentii un corpo di donna stringermisi contro.
A poco a poco la mia paura si tramutò in un piacere intenso. La mia mano accarezzò capelli, trecce, una fronte liscia, gli occhi dalle palpebre chiuse, dolci come papaveri.
La mia mano continuò a esplorare e toccai due seni grandi e sodi, e natiche ampie e rotonde, delle gambe che mi avvinghiavano, e affondai le dita in un pube come muschio delle montagne. Da quella bocca anonima non usciva, né uscì, nemmeno una parola.
Com'è difficile far l'amore senza farsi sentire in una montagna di paglia, occupata da sette od otto altri uomini addormentati e che per niente al mondo debbono essere svegliati. Ma tutto si può fare, anche se costa infinita attenzione. Un po' più tardi anche la sconosciuta si addormentò accanto a me e io, tutto agitato per quella situazione, cominciai a sentire una gran paura.
Tra poco si sarebbe fatto mattino, pensavo, e i primi lavoratori avrebbero trovato la donna nuda nell'aia, stesa accanto a me. Ma anch'io mi addormentai. Al risveglio allungai subito ansiosamente la mano ma trovai solo un tiepido incavo, la sua tiepida assenza. A un tratto un uccello cominciò a cantare e tutta la foresta si riempì di gorgheggi. Risuonò il fischio d'un motore e uomini e donne cominciarono a passare e darsi da fare vicino all'aia. Cominciava un nuovo giorno di trebbiatura.
A mezzogiorno mangiavamo tutti insieme attorno a lunghe tavole. Mentre mangiavo, guardavo di sottecchi, cercando fra le donne quella che avrebbe potuto essere la mia visitatrice notturna. Ma alcune erano troppo vecchie, altre troppo magre, molte erano giovinette ancora, secche come acciughe. E io cercavo una donna soda, dal seno prepotente e dalle lunghe trecce. A un tratto entrò una signora con un pezzo di arrosto per il marito, uno degli Hernández. Questa sì poteva essere quella che cercavo. Fissandola dall'altro capo della tavola mi sembrò di notare che quella bella donna dalle lunghe trecce mi guardasse con un rapido sguardo e mi sorridesse con un lievissimo sorriso. E mi parve che quel sorriso divenisse più grande e profondo, si schiudesse dentro il mio corpo.