IX. IL CONCORDATO.
Mussolini aveva capito da tempo quanto fosse importante risolvere la «questione romana» che dal 1870 separava lo Stato dalla Chiesa come un confine invalicabile. Già prima della sua conquista del potere, e prima ancora di manifestare apertamente la sua «conversione» unendosi anche col rito religioso alla moglie Rachele, egli aveva abbandonato quell'acceso anticlericalismo che aveva caratterizzato la sua giovinezza. D'altra parte, i tempi erano cambiati, ora non soltanto negli ambienti politici e nella curia, ma pure nell'opinione pubblica si era fatta strada la convinzione che la «questione» dovesse essere risolta. Non aveva infatti più senso che la Chiesa si rifiutasse di riconoscere lo stato italiano il quale, dopo la vittoria della grande guerra, si era assicurato un posto fra le grandi potenze europee; come non aveva senso che l'Italia, nazione cattolica, si ostinasse in una controversia con il papa, punto di riferimento dei cattolici del mondo intero. Mussolini era stato il primo ad accorgersi di questo diffuso convincimento e se ne era fatto portavoce in maniera clamorosa già nell'aprile del 1921 (quando non era che il capo di uno sparuto gruppetto di parlamentari) con un discorso che merita di essere tenuto in considerazione perché sino ad allora, a Montecitorio, nessuno si era espresso con tanta franchezza nei riguardi della Chiesa:
Tutti noi che dai quindici ai venticinque anni ci siamo abbeverati di letteratura carducciana, abbiamo odiato la «vecchia vaticana lupa cruenta» di cui parlava Carducci, mi pare, nell'Ode a Ferrara. Abbiamo sentito parlare di «pontefice fosco del mistero» al quale faceva da contrappeso un poeta «sacerdote dell'augusto vero - vate dell'avvenire», abbiamo sentito parlare di una «tiberina vergin di nere chiome» che avrebbe insegnato la «ruina d'un'onta senza nome» al pellegrino avventuratosi in San Pietro. Ma tutto ciò che, relegato nel campo della letteratura, può essere brillantissimo, oggi a noi fascisti, spiriti eminentemente spregiudicati, sembra alquanto anacronistico. Affermo qui che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicesimo. Se, come diceva Mommsen, venticinque o trenta anni fa, non si resta a Roma senza un'idea universale, io penso e affermo che l'unica idea universale che oggi esista a Roma è quella che si irradia dal Vaticano … Ragione per cui io avanzo questa ipotesi: se il Vaticano rinuncia definitivamente ai suoi sogni temporalistici, l'Italia profana e laica dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali per le scuole, le chiese, gli ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicesimo nel mondo è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani.
Le affermazioni espresse da Mussolini non potevano non tornare gradite dall'altra parte del Tevere: forse valeva la pena di conoscere quel burrascoso parvenu della politica che si mostrava così disponibile verso la Scinta Sede. Alcuni giorni dopo, infatti, il segretario di Stato, cardinale Pietro Gasparri, mandava a dire a Mussolini che sarebbe stato felice di incontrarsi con lui in forma privata. Successivamente, l'avvocato concistoriale Carlo Santucci, che aveva fatto da tramite fra i due personaggi, aveva messo a loro disposizione la sua abitazione in piazza della Pigna, la quale, disponendo di due ingressi, era l'ideale per un incontro che doveva restare assolutamente segreto. Fissato l'appuntamento, Mussolini e il cardinale entrarono quindi separatamente nell'appartamento e dopo le presentazioni compiute da Santucci e i rituali convenevoli, furono lasciati soli uno di fronte all'altro.
Sarebbe stato difficile trovare due persone tanto diverse: Mussolini, appena trentottenne, indossava un abito stazzonato e aveva ancora quell'aria un po' spaesata e provinciale del novizio della vita parlamentare, mentre l'alto prelato, ormai settantenne, si comportava con la disinvoltura e la sicurezza del cardinale abituato a muoversi da anni al vertice della diplomazia pontificia. L'incontro fu comunque cordiale e, per entrambi, molto soddisfacente. Dal resoconto successivo fatto da Mussolini, risulta che questi, sorvolando i preamboli, fu rapido nell'entrare in argomento e, con l'irruenza che gli era congeniale, espresse con schiettezza la sua opinione: «Eminenza, noi risolveremo la questione romana per il bene dell'Italia e per il bene della Chiesa. Roma è italiana, ma il Santo Padre non può essere semplicemente un ospite nella sua Città Sacra».
Il cardinale, incrociando le mani sulla tonaca di seta rosso porpora, gli rispose con tono più pacato: «Onorevole, noi apprezziamo sempre l'entusiasmo e la buona volontà, ma la strada sarà ancora, necessariamente, molto lunga. Il fascismo non ha certo la maggioranza parlamentare e inoltre non possiamo sottovalutare la volontà delle sette: la massoneria non consentirà mai che tomi la pace fra Dio e l'Italia».
Nelle parole del segretario di Stato si avvertiva il ricordo delle polemiche che risalivano al tempo della breccia di Porta Pia, e anche l'eco delle umiliazioni sopportate per tanti anni dalle autorità vaticane soprattutto negli anni in cui la carica di sindaco di Roma era stata affidata al gran maestro della massoneria Ernesto Nathan. E c'era anche il dispetto provocato dalle tante «punture di spillo» che la Roma laica e massonica aveva voluto infliggere a quella sacra: la statua di Giordano Bruno in Campo de' Fiori, dove l'eretico era stato arso vivo; il nome di piazza del Risorgimento assegnato al grande slargo davanti ai palazzi apostolici; e quello di Vittorio Emanuele II attribuito al corso e al ponte che conducono da piazza Venezia al Vaticano. Per non dire poi dei tanti religiosi percossi o scherniti, anche di recente, dai «rossi» e dai senzadio… Ma dalle parole del cardinale affiorava anche la sottintesa consapevolezza che, per quanto fossero gradite le espressioni di Mussolini, restava il fatto indiscutibile che, nonostante la sua buona volontà, quel volenteroso giovanotto avrebbe potuto fare ben poco per rovesciare la situazione, considerato che il suo gruppo raccoglieva appena una trentina di deputati.
Mussolini ascoltò in silenzio, senza scomporsi, ma poi, pur dicendosi d'accordo con l'analisi del cardinale, non si mostrò altrettanto pessimista. «A questa situazione» rispose con sorprendente sicumera «bisognerà rimediare, eminenza. Noi lo faremo: la Camera può essere sciolta in ogni momento e la massoneria può essere messa fuori legge.» Gasparri allargò le braccia con un gesto benedicente. «Bene, onorevole» concluse con un sorriso. «Vuol dire che quando ella avrà conquistato il potere e liquidato la massoneria mi mandi pure a chiamare. Noi saremo pronti a porre fine alla questione romana.» L'incontro finì qui. Non si era trattato che di un breve approccio, tanto per conoscersi. Ed è probabile che sulla via del ritorno il segretario di Stato si sia domandato se quello strano tipo un po' burino, ma tanto sicuro di sé, non fosse un po' troppo ottimista. Sullo stato d'animo di Mussolini invece è più facile fare delle supposizioni: egli era certo che, prima o poi, al potere ci sarebbe arrivato e ora sapeva che non gli sarebbe stato molto difficile risolvere la questione romana. Quell'incontro lo aveva anche persuaso che, in Italia, con la Chiesa bisognava sempre fare i conti e che era per lui importante conquistarsene la benevolenza in considerazione della scalata verso l'obiettivo che si era prefisso.
L'anno successivo, il 1922, fu importante per la storia della Chiesa e per quella dell'Italia. Il 6 febbraio venne eletto al soglio pontificio l'arcivescovo di Milano, cardinale Achille Ratti, che assunse il nome di Pio XI. Mussolini, che, insieme a Giacomo Acerbo e a Costanzo Ciano, era in piazza San Pietro confuso nella folla che attendeva la fumata bianca, applaudì con gli altri l'eletto quando questi si affacciò dalla loggia esterna della basilica per benedire la moltitudine di fedeli esultanti. Era la prima volta dal 1870 che questo rito si rinnovava e ciò non poteva non essere interpretato come un felice auspicio.
D 28 ottobre di quello stesso anno d fu, come è noto, la marcia su Roma e il giorno seguente Mussolini ricevette dal re l'investitura di capo del governo. Questo avvenimento, che galvanizzò molti italiani scontentandone molti altri (ivi compresi i leader del Partito popolare, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, che saranno fra breve abbandonati, se non traditi, dalla Chiesa), venne certamente salutato con molto favore oltre il Portone di bronzo: se non altro, le camicie nere rappresentavano un serio baluardo contro la minaccia incombente del comunismo ateo. Da parte sua, già all'indomani della formazione del governo, Mussolini non si peritò di far chiaramente intendere alla Chiesa che avrebbe avuto tutto da guadagnare mostrando un atteggiamento favorevole nei confronti del fascismo.
Questo suo proposito Mussolini lo manifestò nella maniera più eloquente fin dai primi giorni del suo governo emanando una serie di misure destinate a fare rumore. Furono infatti aggravate le pene per le offese contro la religione, venne ordinato che nelle aule dei tribunali e delle scuole si riappendesse il crocifisso alle pareti; che fosse scrupolosamente rispettato l'obbligo dell'insegnamento religioso nelle scuole elementari e favorita l'introduzione di liberi corsi di religione nelle scuole medie e superiori. Volle anche che fosse ristabilita la presenza dei cappellani militari nei ranghi delle forze armate.
Più che atti di buona volontà, queste nuove disposizioni dovevano rappresentare per Mussolini dei veri e propri segnali destinati a far sapere oltre il Tevere che il suo governo «rivoluzionario» era fermamente deciso a difendere i valori religiosi e a cercare un accordo con la Chiesa. Facile quindi immaginare la soddisfazione che avrà provato il cardinale Gasparri, che il nuovo pontefice aveva confermato nella carica di segretario di Stato. La sua intuizione era stata dunque premiata: il giovane e sprovveduto deputato romagnolo che aveva voluto conoscere l'anno prima dimostrava ora coi suoi primi atti di capo del governo di avere mantenuto la medesima determinazione. E certamente la soddisfazione del suo segretario di Stato contribuì anche a tranquillizzare Pio XI, il quale aveva seguito gli ultimi avvenimenti con una certa trepidazione in quanto, quando era ancora arcivescovo di Milano, aveva avuto modo di lamentarsi di quel mangiapreti di Mussolini che non gli risparmiava critiche e rimbrotti attraverso il «Popolo d'Italia» di cui era il battagliero direttore.
A proposito dei primi contatti fra il nuovo pontefice e il nuovo capo del governo è stato tramandato un curioso aneddoto. Un giorno, Mussolini aveva pregato un prelato della curia di caldeggiare l'intervento del papa per la soluzione di una certa pratica governativa. Compiuta la missione, l'intermediario gli riferì che il pontefice, dopo avere accolto favorevolmente la sua istanza, aveva commentato l'episodio con queste parole: «Ecco come Pio XI risponde agli attacchi che il direttore del “Popolo d'Italia” rivolgeva al cardinale Ratti». Poco tempo dopo, approfittando dell'invio al papa della copia dell'ordinanza che stabiliva di ricollocare il crocifisso nelle aule scolastiche, Mussolini gli rispose spiritosamente unendo al dono questo biglietto di accompagnamento: «Ecco come il capo del governo fascista compensa gli eccessi del direttore del “Popolo d'Italia”».
L'idillio fra la Chiesa e il fascismo era quindi sbocciato. L'aneddoto è infatti uno dei tanti che sono fioriti attorno alla mitologia della Conciliazione e che stanno a testimoniare l'emergere di un nuovo stato d'animo sia di qua che di là dal Tevere. Dopo di allora fra Mussolini e il cardinale Gasparri si instaurarono rapporti cordiali che vennero coltivati nella massima segretezza attraverso colloqui riservati e addirittura notturni. Anche da parte della Chiesa si intensificarono i segnali di buona volontà. Alla vigilia delle elezioni del 1924, per esempio, «L'Osservatore Romano» lasciò liberi gli elettori cattolici di votare per i candidati popolari o per quelli fascisti, mentre durante la crisi seguita all'uccisione di Giacomo Matteotti la Chiesa osservò una prudente neutralità che non tutti gli storici ritengono equilibrata. D'altra parte, la crisi minacciava la stabilità del paese e l'eventualità di una possibile liquidazione di Mussolini era paventata dallo stesso «Osservatore Romano» come un pericoloso e inquietante «salto nel buio». Da parte sua, il cardinale Gasparri, parlando al corpo diplomatico, osservava allarmato «che rovesciare il governo di Mussolini sarebbe un'impresa che metterebbe il Paese a ferro e sangue» e concludeva con questo ammonimento: «Abbiamo pazienza e restiamo calmi. Tale è il desiderio di Sua Santità, tanto più che siamo alla vigilia dell'Anno santo che il papa vuole celebrare nella pace e con tutta la solennità possibile».
Un altro episodio significativo riguarda la madre e la vedova di Matteotti (entrambe cattoliche praticanti) le quali, dopo avere invano sollecitato un'udienza dal papa, non riuscirono ad arrivare oltre la segreteria di Stato. Il cardinale Gasparri le ricevette infatti «con molta dolcezza» e trasmise loro «la benedizione apostolica del Santo Padre», ma poi confidò all'ambasciatore belga, barone Bayens, che «il papa commisera molto quelle povere donne, ma egli teme di prestarsi a una manovra che molto probabilmente è suggerita dal Partito socialista, e che mira a opporre il Santo Padre al fascismo».
Se la Chiesa evitava di assumere una posizione polemica nei confronti del fascismo nel momento più acuto della crisi, «La Civiltà Cattolica», l'autorevole rivista dei gesuiti, la ignorava del tutto, preferendo lanciare i suoi strali nei confronti della massoneria, contro la quale, scriveva, «è ora di prendere opportuni provvedimenti prima che i biechi maneggi della setta producano effetti irreparabili per gli interessi della fede cattolica e della nazione». Grato per la prudenza e la benevolenza che la Chiesa andava dimostrando nei suoi confronti, Mussolini non perdeva occasione per manifestare il suo apprezzamento. Il 23 settembre di quel burrascoso 1924, pur avendo problemi assai più gravi e urgenti da affrontare, recatosi a Vicenza, nel Veneto cattolico, per inaugurare un monumento ai Caduti, non solo entrò in chiesa al fianco del vescovo, ma non esitò a inginocchiarsi e restare per qualche istante in assorto raccoglimento davanti all'immagine della Madonna. A questo gesto, indubbiamente fuori del comune per un uomo che appena pochi anni prima, a Forlì, aveva proposto in un infuocato comizio di «collocare la pseudo-vergine in un postribolo», ne seguì un altro di poco conto, ma che per le autorità ecclesiastiche costituiva un nuovo eloquente messaggio. Il 4 novembre Mussolini fece di nuovo innalzare la croce sulla torre del Campidoglio e celebrò l'avvenimento facendo suonare tutte le campane d'Italia, spiegando poi di essere stato spinto a compiere questo gesto perché convinto «che un popolo non può diventare grande, potente e conscio dei propri destini, se non si accosta alla religione e non la considera come elemento essenziale». Pragmatico, spregiudicato e sempre pronto a cogliere ogni opportunità, Mussolini si prestava di buon grado anche a queste ipocrite ed estemporanee manifestazioni, nella consapevolezza che solo conquistandosi il favore della Chiesa si sarebbe guadagnato il consenso incondizionato del mondo cattolico e garantito la continuità del suo governo.
Il discorso pronunciato da Mussolini il 3 gennaio 1925, oltre a segnare l'inizio della sua dittatura, registrò anche il rafforzamento dell'idillio fra lo Stato e la Chiesa. La crisi era stata superata: messi fuori gioco i partiti politici e fuori legge la massoneria, il potere esercitato dal governo fascista era ormai assoluto. Nulla ora impediva che anche il nodo della «questione romana» potesse essere sciolto. Fino ad allora nessun governo unitario era mai arrivato a sbrogliarlo e se Mussolini ci fosse riuscito sarebbe stato per lui un successo di portata internazionale.
Una delle prime decisioni seguite al fatidico discorso del 3 gennaio fu infatti la costituzione di una apposita commissione che doveva procedere alla riforma della legislazione ecclesiastica italiana. Presieduta dal più autorevole consigliere di Mussolini, il ministro della Giustizia
Alfredo Rocco, tale commissione era composta da esperti laici di diritto canonico scelti da Mussolini e da esperti ecclesiastici indicati dallo stesso cardinale Gasparri. Il quale, memore dell'invito da lui rivolto a suo tempo all'ex parvenu della politica («Bene, onorevole, quando avrà liquidato la massoneria mi mandi pure a chiamare»), non aveva tardato a capire che era finalmente giunto il momento più favorevole per stringere i tempi.
Il lavoro della commissione fu comunque lungo, complesso e meticoloso, sia per la proverbiale lentezza della diplomazia vaticana, sia a causa degli alterni irrigidimenti, registrati da ambo le parti, che congelarono per lunghi periodi i negoziati, tanto che fu spesso necessario l'intervento personale di Mussolini o di Gasparri per risolvere le questioni più controverse. Inutile aggiungere che tutto quel lavorio si svolse sotto la copertura della massima segretezza. Infatti, soltanto agli inizi del 1929, ossia quattro anni dopo l'inizio delle consultazioni, qualcosa cominciò a trapelare negli ambienti politici della capitale mettendo in allarme tutte le redazioni giornalistiche. La notizia d'altronde era ghiotta: dopo settantanni di «guerra fredda» Mussolini era in procinto di firmare i patti che avrebbero ratificato la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa. Un avvenimento che si preannunciava come lo scoop del secolo.
La prima voce ufficiosa cominciò a circolare la sera del 7 febbraio ed era una di quelle voci destinate a rivoluzionare i giornali già impaginati e a scatenare cronisti e reporter. Proveniva quasi certamente dagli ambienti diplomatici accreditati presso il Vaticano (si scoprirà più tardi che a diffonderla era stato proprio il cardinale Gasparri), ma nessuno era in grado di confermarla. I giornali stranieri comunque non esitarono a pubblicarla con grandi titoli, mentre a quelli italiani fu imposto il silenzio dalla censura del regime. Fu lo stesso Mussolini a ordinare che la notizia non fosse diffusa dalla stampa poiché, essendo ancora in corso delicati negoziati, non intendeva rischiare un clamoroso fallimento.
Ufficialmente smentita il giorno 8 febbraio, la notizia tornò tuttavia a circolare il giorno 10 nei corridoi di Montecitorio e particolarmente nella sala stampa di piazza San Silvestro, dove tutti i quotidiani nazionali avevano il loro «ufficio romano». Secondo l'indiscrezione, la firma dei patti avrebbe avuto luogo il giorno dopo, ma non in Vaticano, come tutti si sarebbero aspettati, bensì nella Sala dei Papi del Palazzo Lateranense, nel quartiere di San Giovanni. Per accertare questa informazione, i cronisti si precipitarono subito in Laterano, ma non vi raccolsero alcuna conferma. Anzi, monsignor Ercole, titolare di quella basilica, finse di cascare dalle nuvole, e portò i cronisti addirittura nella Sala dei Papi per convincerli che nessun preparativo era in corso.
La firma dei patti ebbe invece regolarmente luogo, all'insaputa di tutti, nella Sala dei Papi di San Giovanni in Laterano il giorno seguente, lunedì 11 febbraio 1929, festa della Madonna di Lourdes. Grazie all'abilità simulatrice dello scaltro monsignore, i giornalisti, e oltre centomila curiosi, stazioneranno invece per l'intera giornata in piazza San Pietro, sotto una pioggia fredda e insistente, dove poi saranno raggiunti, a cose fatte, dall'annuncio dell'avvenuta Conciliazione. H motivo per cui fu mantenuto fino all'ultimo un così stretto riserbo non è mai stato spiegato, come non è stata spiegata la ragione per cui venne scelto il Laterano invece del Vaticano. È tuttavia probabile che il segreto sia stato ordinato da Mussolini perché le trattative rischiarono fino all'ultimo momento di essere interrotte, mentre la scelta del Laterano si può supporre che sia stata voluta dalla curia per motivi «storici». Pio XI era stato ordinato sacerdote in quella basilica, sulle mura della quale erano ancora visibili i segni delle cannonate sparate dagli italiani in occasione della presa di Roma del 1870.
I soli, oltre gli interessati, a conoscere il luogo in cui si sarebbe tenuta la cerimonia furono un gruppo di suore e un gruppo di seminaristi che fin dalle ore 9 del mattino erano stati schierati attorno all'obelisco. Le loro sagome nere immobili sotto la gelida pioggia, che risaltavano nella piazza deserta, richiamarono tuttavia l'attenzione di due giovani cronisti di passaggio, destinati in seguito a diventare giornalisti famosi: Enrico Mattei e Alfredo Signoretti. Saranno loro i fortunati autori del clamoroso scoop.
Mussolini arrivò alle 11 precise in testa a un corteo di vetture. Ad attenderlo subingresso c'era l'ineffabile monsignor Ercole, l'avvocato Francesco Pacelli, fratello del futuro Pio XII, che faceva parte della commissione, e monsignor Francesco Borgoncini Duca, che sarà il primo nunzio apostolico presso il Quirinale. Il capo del governo italiano indossava una redingote nera col distintivo del partito all'occhiello e una camicia bianca con un colletto inamidato dalle punte rialzate. Non portava il cappotto e questa cosa fu subito notata dai due cronisti. L'inverno del 1929 fu infatti uno di quegli inverni di cui si è soliti dire che più freddo di così non è mai stato. L'intera Europa era sotto zero: -52 °C a Berlino, -35 °C a Varsavia, -15 °C a Brescia, -10 °C a Milano. Mussolini non portava il cappotto perché considerava quell'indumento troppo «borghese» e anche perché intendeva educare gli italiani ad aborrire «la vita comoda». Lui, d'altronde, era il più giovane presidente del Consiglio che l'Italia avesse mai avuto e ci teneva a mostrarsi aitante e vigoroso. Salirà la scala a passo svelto, due gradini per volta, costringendo gli altri a un affannoso inseguimento.
D'altra parte, essendo quella giornata una delle più importanti della sua vita, Mussolini forse il freddo neppure lo avvertiva. Era anche di buon umore: durante il tragitto, il suo segretario, Alessandro Chiavolini, l'aveva udito canticchiare una canzoncina in dialetto romagnolo: «A vag per la mi strà incontr a la mi guerra / Se chesk a chesk per terra / azident a chi un tu sù [Vado per la mia strada, incontro alla mia guerra, se casco, casco per terra, accidenti a chi mi tira su!».
Mentre l'auto presidenziale si avvicinava alla basilica, Chiavolini lo udì ancora borbottare: «Glielo bacio o non glielo bacio?». Pensava evidentemente all'anello del cardinale. Poi Mussolini chiese al segretario una moneta che gettò per aria dicendo: «Facciamo a testa e croce: se viene testa glielo bacio». Venne testa.
Mussolini era accompagnato dal ministro della Giustizia Alfredo Rocco, dal sottosegretario alla presidenza Francesco Giunta e dal sottosegretario agli Esteri Dino Grandi. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Gasparri,
lo attendeva in cima alle scale circondato da uno stuolo di monsignori. Indossava la tonaca rossa e un pesante ferraiolo di seta. Mussolini si inchinò davanti a lui in un cerimonioso saluto fino quasi a sfiorargli la mano, che tuttavia non baciò. Francesco Giunta, che non aveva mai visto
11 cardinale, borbottò: «Ma questo qui, chi è?» e Mussolini lo fulminò con un'occhiataccia. Dopo i rituali delle presentazioni, Gasparri si rivolse all'ospite con queste parole: «Eccellenza, le do il benvenuto nella casa parrocchiale del papa». Mussolini, non abituato a quelle cerimonie, si limitò a sorridere.
Il corteo aperto da Gasparri e da Mussolini si avviò lungo gli sterminati corridoi: i laici erano piuttosto imbarazzati, mentre gli ecclesiastici si muovevano con soddisfatta disinvoltura. Dopo avere attraversato una serie di sale che ospitavano una esposizione missionaria, Mussolini sostò in quella dedicata alla Cina per ammirare un monumentale letto laccato in rosso e oro, con sculture in legno, risalente al XVI secolo. «Sono tutti oggetti inviati dai missionari» spiegò il cardinale. «Provengono da tutto il mondo.» Mussolini levò lo sguardo: «Da tutto il mondo!» ripeté ammirato. Monsignor Ercole intervenne per precisare: «È soltanto nel Nepal, nell'Afghanistan e nel Tibet che i nostri missionari non sono ancora entrati». Terminata la visita, Mussolini chiese: «È tutto magnifico, ma chi ha avuto l'idea di firmare i nostri patti in questo palazzo?». Gasparri non gli rispose, ma l'avvocato Pacelli si chinò verso di lui per rivendicarne il merito. Giunte nella Sala dei Papi, le due delegazioni presero posto attorno a un tavolo; Gasparri e Mussolini al centro, monsignor Borgoncini Duca, monsignor Giuseppe Pizzardo e l'avvocato Pacelli alla destra del cardinale; Rocco, Giunta e Grandi alla sinistra del Duce. Davanti a loro, i tecnici del cinegiornale «Luce» avevano già piazzato la macchina da presa e Mussolini, appena la vide, si volse verso Alessandro Sardi, il responsabile del cinegiornale: «Prima di far uscire una sola immagine dovrai farmela vedere» lo ammonì. «L'avvenimento è troppo importante.»
Dopo la ripresa cinematografica di rito, i tecnici furono allontanati e Gasparri invitò Mussolini ad appartarsi un momento con lui. I presenti osservarono con apprensione i due allontanarsi temendo qualche improvviso ripensamento, ma subito si tranquillizzarono vedendo il Duce che assentiva sorridendo. Si saprà più tardi che il vecchio cardinale aveva approfittato dell'occasione per raccomandare al capo del governo il suo paese natale: Ussita, nel Maceratese. Poi, finalmente, la cerimonia ebbe inizio. Dopo la lettura delle credenziali, si procedette alle firme dei documenti. Per primo il trattato, poi il concordato e quindi gli allegati e le mappe predisposte sul tavolo. Alla fine, Mussolini prese la parola per salutare il grande avvenimento accennando soddisfatto ai fossati colmati e alle incomprensioni risolte. Da parte sua, Gasparri accennò commosso al coronamento di un suo grande sogno e fece dono a Mussolini della penna stilografica d'oro usata per la firma.
Nel frattempo, il capo dell'ufficio stampa del Laterano aveva annunciato ai due giornalisti presenti e alla piccola folla di curiosi che si era radunata nella piazza l'avvenuta firma dei Patti Lateranensi e subito dopo le suore e i seminaristi avevano intonato il Te Deum. L'eco del canto, al quale si era unita la folla, giunse fino alla Sala dei Papi e il giornalista Alessandro Sardi pregò il cardinale Gasparri di affacciarsi al balcone per essere ripreso. Ma il prelato rifiutò. «£ che? Mi volete fa' venì le buscherei» si scusò nel suo dialetto marchigiano. Faceva davvero un gran freddo e Gasparri aveva quasi ottant'anni.
A mezzogiorno tutto era finito. Monsignor Ercole presentò a Mussolini il registro dei visitatori illustri pregandolo di apporvi la sua firma. La pagina recava in alto le simboliche figure della giustizia e della pace. Mussolini firmò sotto il simbolo Pax commentando: «Justitia e Pax… bene, bene». Dopo che ebbe firmato anche Gasparri, monsignor Ercole osservò sorridendo: «Lo Stato ha firmato sotto il simbolo della pace, la Chiesa sotto quello della giustizia». Conclusa la cerimonia, mentre scendeva le scale, Mussolini ordinò di far diramare la notizia dell'avvenuta Conciliazione attraverso la Stefani, l'agenzia nazionale di stampa. Aveva infatti già predisposto che tutti i giornali italiani uscissero in edizione straordinaria per annunciare lo storico avvenimento. Molto compiaciuto del risultato raggiunto e, rientrando in auto a Palazzo Chigi, disse a Chiavolini: «Questo è un grande giorno per l'Italia: nessuno era mai riuscito a tanto». Poi aggiunse: «Ma il merito va anche al cardinale Gasparri. Ci siamo subito intesi: abbiamo tutti e due la mentalità pratica dei contadini».
Frattanto, anche l'enorme folla che ancora stazionava in piazza San Pietro aveva appreso la notizia, quasi in tempo reale poiché «L'Osservatore Romano», libero di non tenere conto delle disposizioni governative, era uscito per primo in edizione straordinaria. A questo particolare aveva provveduto personalmente il cardinale Gasparri che aveva ordinato al direttore del quotidiano della Santa Sede, conte Della Torre, di approntare anzitempo il giornale cosicché, alla notizia della avvenuta firma, le rotative erano subito entrate in azione. Gli altri quotidiani usciranno invece nel tardo pomeriggio perché costretti ad attendere l'annuncio ufficiale diramato dalla Stefani,
I Patti Lateranensi comprendevano tre distinte convenzioni: un trattato che liquidava definitivamente la «questione romana»; una convenzione finanziaria volta a sistemare i rapporti finanziari fra Italia e Santa Sede, compreso il risarcimento dei «danni di guerra» relativi agli avvenimenti del 1870; e un concordato che regolava la condizione della religione e delle chiese in Italia. Il trattato creava lo stato della Città del Vaticano e ne riconosceva l'assoluta potestà della Santa Sede stabilendone i confini e le altre pertinenze indicate nelle piante allegate. Nella città-stato del Vaticano non vi sarebbe stata altra autorità oltre quella papale e il governo italiano avrebbe provveduto a garantire i necessari collegamenti, il perimetro esterno dell'enclave e lo spazio aereo soprastante il territorio. Da parte sua, il papato rinunciava a qualsiasi rivendicazione e riconosceva il Regno d'Italia sotto la dinastia di Casa Savoia, con Roma capitale dello stato italiano. Una capitale della quale quest'ultimo sanciva il carattere sacro, impegnandosi a impedire tutto ciò che avrebbe potuto contrastare tale carattere. Si riconosceva inoltre la religione cattolica come religione ufficiale dello Stato, nonché gli effetti civili del matrimonio religioso e delle sentenze della Sacra Rota in materia matrimoniale. L'insegnamento della religione cattolica diventava obbligatorio in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Da parte sua, lo Stato si attribuiva il controllo politico dei vescovi (che da allora in poi avrebbero dovuto prestare giuramento di fedeltà al re) e dei parroci e prescriveva per l'Azione cattolica il divieto di svolgere attività politica. A queste disposizioni era affiancata una serie di norme che regolavano la vita delle altre confessioni religiose introducendo una profonda diversità di trattamento giuridico fra la religione cattolica e gli altri culti.
Mentre gli strilloni diffondevano le edizioni straordinarie, i romani elettrizzati dalla propaganda del regime e da quella dei parroci erano nel frattempo scesi per le strade mentre sulle finestre apparivano i vessilli tricolori, ma anche quelli bianco-gialli papalini. Poi si formò un grande corteo che si diresse in piazza del Quirinale in attesa che il re si affacciasse al balcone. Per la verità, il ruolo del sovrano era stato del tutto secondario nello svolgimento delle trattative: Mussolini si era limitato a tenerlo informato e lui aveva letto con la sua consueta pignoleria tutti i verbali e controllato persino negli archivi di Casa Savoia, a Torino, tutti i precedenti dell'annosa questione. Anticlericale accanito, Vittorio Emanuele III aveva seguito con scetticismo i lunghi negoziati e forse era stato anche l'ultimo a cogliere la portata politica della Conciliazione. Timoroso che lo Stato cedesse troppo alla Chiesa aveva voluto esaminare tutte le piante relative alla delimitazione dei confini. Si era infine tranquillizzato dopo un controllo effettuato personalmente. «Ho compiuto un volo in dirigibile su Roma» confidò a un suo cortigiano «e ho visto dall'alto la zona assegnata al papa. È proprio poca cosa: Villa Savoia mi sembra più vasta.»
Mussolini cercherà in seguito di dimostrare che i Patti Lateranensi non erano il frutto di una sua improvvisazione, ma la logica conclusione di un processo che aveva avuto le sue origini nel Risorgimento. Riferendo alla Camera l'esito felice della «questione romana», sviluppò persino una tesi piuttosto disinvolta (e certamente non gradita dalla Santa Sede) per sottolineare la funzione decisiva svolta da Roma per lo sviluppo del cristianesimo. «La nostra religione» disse «è nata in Palestina, ma è diventata universale a Roma. Se ciò non fosse accaduto, il cristianesimo sarebbe rimasto quello che era: una delle tante sette che pullulavano in quella zona, destinata, se non fosse stata trapiantata a Roma, a spegnersi senza lasciare traccia di sé.»
Frattanto la festa continuava. Dopo il saluto del re, il corteo aveva raggiunto piazza Colonna per applaudire il Duce che si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi. Successivamente, tutti affluirono in San Pietro dove venne celebrato un solenne Te Deum di ringraziamento. In tale occasione, per la prima volta, fu consentito l'ingresso nella basilica al tricolore italiano e agli ufficiali dell'Esercito regio in alta uniforme.
In serata, lo storico avvenimento fu salutato da un grande ricevimento, offerto a Palazzo Colonna, al quale parteciparono alcuni gerarchi fascisti confusi fra i cardinali del Sacro Collegio e una folla di nobili dell'«aristocrazia nera» che avevano fino ad allora evitato ogni contatto con gli eredi degli «usurpatori».
Racconterà un cronista:
Preceduti dal cardinale Gasparri, che portava sul petto la croce d'oro con diamanti che il papa gli aveva appena donato, i cardinali passarono fra le dame inginocchiate, fiancheggiati dai numerosi valletti di Casa Colonna, incipriati e solenni nelle lussuose livree settecentesche, recanti in mano torce accese secondo il cerimoniale secolare della corte pontificia. Sembrava un corteo commemorativo…
E lo era per davvero: un'epoca si era chiusa per sempre. Al sontuoso ricevimento mancava però il principale protagonista: Benito Mussolini aveva infatti preferito trascorrere la serata nel suo appartamento di via Rasella in compagnia della diciannovenne Edda, la figlia prediletta, che era appena giunta da Milano, dove ancora risiedeva la sua famiglia.
Elevato al di sopra di Cavour, celebrato come un padre della patria il cui genio e la cui lungimiranza oscuravano la memoria di tutti gli statisti italiani del passato, Mussolini era ora consapevole di avere consolidato definitivamente il proprio potere e di non avere più nulla da temere da avversari ormai quasi completamente annullati. Fu in questo momento che egli ritenne essere maturato il tempo di spostare la presidenza del Consiglio dall'angusto Palazzo Chigi al più solenne Palazzo Venezia. E anche di trasferire la propria residenza privata dal modesto appartamento di via Rasella, dove aveva portato a termine i negoziati della Conciliazione, nella quiete regale di Villa Torlonia, che gli era stata offerta dai proprietari per il simbolico affitto di una lira al mese. Come il re, ora aveva anche lui a disposizione il corrispettivo del Quirinale e di Villa Savoia.