IV. TRE DESTINI INCROCIATI.

Predappio dista una ventina di chilometri da Civitella e una trentina di chilometri da Faenza. Per una di quelle singolari coincidenze che a volte il caso pare si diverta a concepire, in questi tre piccoli centri della Romagna sono venuti alla luce nel giro di pochi anni tre uomini nei cui destini incrociati può essere letta gran parte della storia dell'Italia del XX secolo. A Predappio, nel 1883, è nato Benito Mussolini, fondatore del Partito fascista; a Civitella, nel 1879, è nato Nicola Bombacci, fondatore del Partito comunista; a Faenza, nel 1891, è venuto alla luce Pietro Nenni, leader storico del Partito socialista.

Le vicende legate all'infanzia, all'adolescenza e alla prima giovinezza di questi tre personaggi presentano molte interessanti analogie. Tutti e tre provenivano da povere famiglie anche se il più misero di tutti era Pietro Nenni. Mussolini, come è noto, era figlio di un fabbro, Bombacci del mezzadro del parroco del paese, mentre Nenni, orfano di padre a cinque anni, era stato affidato, per forza di cose, all'orfanotrofio cittadino dalla madre, che campava portando il latte casa per casa. In questo pio istituto, retto dai salesiani, il futuro leader socialista frequentò le scuole tecniche fino al quindicesimo anno di età, poi, dopo avere rifiutato di entrare nel seminario al quale era destinato («Furono quei preti» racconterà «a farmi diventare ribelle, anticlericale, ateo») trovò un lavoro come scrivano presso il Monte di Pietà di Faenza e subito dopo si iscrisse al Partito repubblicano, che era allora il partito di massa più forte della Romagna.

Mussolini e Bombacci ebbero invece un'adolescenza diversa grazie anche alla maggiore «agiatezza» familiare. Benito, figlio di un fervente rivoluzionario, assorbì gli ideali socialisti fin dalla nascita: suo padre Alessandro lo aveva addirittura battezzato Benito Amilcare Andrea (Benito come Juarez, il ribelle messicano; Amilcare come Cipriani, l'eroe della Comune di Parigi; Andrea come Costa, il primo deputato socialista). Nicola, di famiglia cattolicissima, fu invece seminarista fino a diciotto anni, poi gettò la tonaca per iscriversi al Partito socialista e trasformarsi in una sorta di missionario laico. Entrambi comunque si diplomarono maestri elementari presso il convitto «Giosuè Carducci» di Forlimpopoli.

Il primo incontro dei tre personaggi risale al 1910. Mussolini, che dopo il suo rientro dal Trentino asburgico era stato nominato segretario della federazione socialista di Forlì e direttore del periodico «Lotta di classe», conobbe e subito fraternizzò con Bombacci il quale, dopo avere anche lui rinunciato all'insegnamento, ora dirigeva «Il Cuneo», periodico socialista di Cesena. Nenni invece lo conobbe soltanto di nome in quanto, benché giovanissimo, si era già affermato in campo repubblicano e aveva cominciato ascrivere infuocati articoli su «Il Popolo» di Faenza, proprio in polemica con Bombacci e con Mussolini.

Forli e Cesena erano allora le roccaforti del socialismo romagnolo in una regione egemonizzata dai repubblicani che avevano a Faenza il loro centro propulsore. La rivalità fra i «rossi» socialisti e i «gialli» repubblicani, oltre che essere di natura politica (internazionalisti i primi, nazionalisti i secondi), aveva anche motivazioni, per così dire, concorrenziali, in quanto - se vogliamo usare le categorie marxiste - i due partiti rappresentavano due sottoclassi del proletariato: i mezzadri, difesi dai repubblicani, e i braccianti, difesi dai socialisti. E poiché i primi, essendo oppressi da patti agrari iniqui, erano costretti a rivalersi sui secondi, i contrasti e le rivendicazioni fra le due categorie erano sempre frequenti e davano luogo, com'è facile immaginare, alla solita guerra fra poveri che sempre finisce per fare il gioco dei padroni. È appunto in questo clima arroventato che devono essere inquadrati i rapporti fra i nostri tre personaggi.

Mussolini e Bombacci svolsero insieme un notevole lavoro di propaganda e di riorganizzazione del partito. Scrivevano l'uno sul giornale dell'altro e sebbene «Lotta di classe», grazie all'impulso mussoliniano, diventerà ben presto il periodico socialista più diffuso della Romagna, tanto che finirà per assorbire anche «Il Cuneo», Bombacci non mostrerà mai invidia nei confronti del suo più giovane compagno. D'altra parte, Mussolini, sia per il suo temperamento che per il suo emergente carisma, non poteva non impressionare favorevolmente l'ex seminarista, che infatti si legò a lui con fraterna amicizia e sincera ammirazione.

Diversi in tutto: uno sacrilego, l'altro evangelico, uno donnaiolo impenitente, l'altro monogamo puritano, uno violento, l'altro mite, Mussolini e Bombacci si attraevano come i poli opposti della calamita e l'influenza del primo contribuirà ad accelerare il cambiamento già in corso del pensiero del suo mite compagno fino a sospingerlo verso la radicalizzazione politica. Accomunati, malgrado il diverso temperamento, nel ripudio del parlamentarismo, del riformismo e della democrazia borghese, i tribuni di Forlì e di Cesena predicavano la palingenesi sociale e sognavano un partito di duri e puri, fortemente elitario e ostile ai pateracchi della democrazia parlamentare.

«La storia» scriveva Mussolini «non è che un succedersi di sopraffazioni delle minoranze sulle maggioranze.».

«Bisogna impedire» ribadiva Bombacci «le alleanze con ogni fazione della borghesia. E infatti necessario camminare da soli se non si vuole perdere di mira l'obiettivo principale: il socialismo.» E concludevano entrambi: «E giunto il tempo di gridare chiaro e forte che il socialismo non è democrazia».

A favorire l'incontro diretto, peraltro non amichevole, dei due amici socialisti con l'avversario repubblicano, contribuì indirettamente Angelica Balabanoff. La First lady del socialismo era venuta in Romagna, ufficialmente per una serie di conferenze, ma in realtà per rivedere il suo Benitoscha di cui aveva conservato un nostalgico ricordo. L'inattesa visita dell'esule russa nella provincia romagnola darà infatti anche vita a un curioso pettegolezzo di cui non si è ancora del tutto perduta la memoria. Si tratta di questo. Proprio in quei giorni, Rachele aveva partorito la piccola Edda e poiché la sua convivenza con Mussolini non era ancora stata regolarizzata, il genitore aveva registrato la neonata come figlia sua e di «madre ignota», come allora si usava fare abitualmente per salvare l'onore delle ragazze-madri. In seguito, questa singolare posizione anagrafica di Edda sommata alla presenza di Angelica in Romagna quando la bimba venne alla luce e con l'aggiunta che la primogenita del Duce si rivelerà assai diversa dai suoi fratelli per somiglianza, per intelligenza e per carattere, indurrà alcuni storici ad avallare la leggenda, assolutamente non veritiera, che la «madre ignota» di Edda non fosse Rachele, bensì Angelica Balabanoff.

Ma torniamo in Romagna, dove la rivoluzionaria russa raccolse dovunque ammirazione e applausi. Mussolini e Bombacci erano sempre al suo fianco e la folla accorreva per ascoltare i loro comizi infuocati. Fu appunto durante una di queste manifestazioni, quella organizzata a Villafranca per l'inaugurazione della Casa del popolo, che Mussolini, quando toccò a lui la parola, non mancò di polemizzare, com'era suo solito, coi repubblicani definendoli sarcasticamente «mistici mazziniani» e deridendo i loro principi da lui giudicati troppo umanitari. Le sue parole provocarono la reazione dei «gialli» presenti nella piazza e ne seguì una violenta rissa che fu conclusa dall'intervento dei carabinieri. Lo stesso Mussolini, che era stato coinvolto nella zuffa, fece a cazzotti con Pietro Nenni che era allora un pallido biondino di diciannove anni, fortemente miope, ma non certo privo di aggressività. Il giorno seguente, ricostruendo in maniera scorretta l'episodio sul suo giornale, Mussolini additò Nenni come il principale promotore degli incidenti e questi, risentito, andò di persona a chiedergliene ragione. Ma ecco come Mussolini riferì su «Lotta di classe» il loro primo colloquio.

 

II signor Pietro Nenni è venuto a chiedermi una rettifica. Il colloquio che si svolse in casa mia fu affatto normale. Cortese anzi. Il Nenni in particolar modo prese atto delle mie dichiarazioni e si convinse ch'io ero stato tratto in inganno e poiché mi chiedeva una rettifica di fatto, io la promisi e, come impone l'onestà giornalistica, la promessa mantenni. Il colloquio, durato una quindicina di minuti, terminò con una stretta di mano.

 

Rievocando armi dopo quella scazzottata giovanile Pietro Nenni ha scritto:

 

Non ricordo esattamente l'episodio anche perché, com'era allora costume in Romagna, manifestazioni e comizi finivano sovente a cazzotti. Impossibile quindi stabilire il conto del dare e dell'avere. Ma quanto all'impressione che mi fece Mussolini essa fu notevole. Recava nella lotta politica una nota molto personale che per alcuni era stramberia e che comunque non poteva passare inosservata. Pittoresco era anche il Mussolini che correva le campagne del Forlivese - un cappellaccio a larghe falde, un mantello da carbonaro del'48, la testa rasa, la barba irsuta - a predicare la rivolta, a esaltare Marat e Robespierre e a deridere San Giuseppe Mazzini. E tuttavia, pure trovandomi sovente in contrasto con lui, pur affrontandolo in numerosi contraddittori, pure polemizzando sui giornali locali, mi sentivo più vicino a lui che ai riformisti per il suo forte accento antimonarchico e per la sua adesione risoluta all'azione diretta.

 

La corrente di simpatia che si era creata fra Nenni e Mussolini si trasformò in profonda amicizia appena un anno dopo. Era il 1911, l'impresa di Libia, voluta dal governo Giolitti, aveva provocato vaste agitazioni popolari soprattutto in Romagna. Caso eccezionale, quella volta«rossi» e «gialli» si trovarono d'accordo e, di conseguenza, Nenni e Mussolini parteciparono in coppia a manifestazioni e comizi. A Forlì, quell'estate scoppiò quasi una rivoluzione (atti di sabotaggio, cariche di cavalleria, donne che si sdraiavano sui binari per non far partire le tradotte, scioperi a oltranza e così via). Cessati i disordini, la polizia indicò come caporioni della rivolta Mussolini Benito di ventinove anni, Nenni Pietro di venti e certo Aurelio Lalli, portiere della Camera del lavoro, i quali furono immediatamente incarcerati. Su «Lotta di classe» si legge: «Al momento dell'arresto nelle tasche di Nenni rinvennero, si dice, una rivoltella; in quelle di Mussolini soltanto molta gloriosa miseria». Gli arrestati furono rinchiusi nella Rocca di Ravadino e Nenni così rievoca quell'episodio:

 

Quando fui nell'interno, vidi nell'assolato cortile un uomo accoccolato che si versava sulla testa rasata l'acqua di un boccale.

«Toh, Mussolini!»

Lui alzò la testa:

«Boia d'un signor… (bestemmiava come un turco). Ti credevo al sicuro.»

«Ci sono altri compagni?»

«Una decina.»

«Ne sentiremo delle belle…».

«E quei vigliacchi (i vigliacchi erano i forlivesi) non fanno neppure sciopero.»

 

Il processo contro Mussolini e Nenni ebbe inizio il 18 novembre 1911. Sulla cronaca locale del «Resto del Carlino» si legge:

 

Il Nenni è un giovanotto imberbe, simpatico, molto miope. Ha un'aria tranquilla nonostante la P. S. lo abbia definito come un piccolo, ma terribile Robespierre. Alla contestazione di possedere una rivoltella senza permesso, risponde: il permesso lo chiesi, ma non mi fu dato perché minorenne. È poi la volta di Mussolini che, accuratamente raso, gli occhi più vivi e scintillanti del solito, elegante, quasi azzimato, parla con la consueta, energica precisione, incisivamente … Al termine della sua deposizione, il Nenni ha detto: «Mi auguro che il Tribunale vorrà rendere piena giustizia senza lasciarsi influenzare dai maneggi di certa stampa che cerca di aggravare la posizione degli imputati». Mentre il Mussolini, rivolto ai giudici, ha detto con tono di sfida: «Se mi assolverete, mi farete piacere; se mi condannerete, mi farete onore».

Ritenuti entrambi colpevoli, il tribunale condannò Nenni a un anno e quindici giorni di reclusione e Mussolini a un anno. A entrambi venne negata la libertà condizionale poiché recidivi per altri reati contro l'ordine pubblico.

«Il carcere avvicina e fortifica l'amicizia» scriverà Nenni più tardi. «Mussolini e io passavamo molte ore nella stessa cella giocando a carte, leggendo e facendo progetti per il nostro confuso avvenire.» L'autore preferito di Mussolini era allora Georges Sorel, pensatore francese critico del marxismo e ispiratore del sindacalismo rivoluzionario. Presto anche Nenni cominciò ad apprezzarlo. «Questo scrittore,» commenterà «col suo disprezzo per i compromessi parlamentari e per il riformismo, ci ammaliava. Il suo tentativo di conciliare Proudhon con Marx ci sembrava aprisse nuovi orizzonti al socialismo.»

In quella cella, i due romagnoli cominciarono così a fraternizzare. Mussolini provava una sorta di istinto paterno per quel giovinetto pieno di coraggio e di voglia di imparare. Nenni nutriva affetto e ammirazione per quel compagno più anziano e più istruito di lui. Fu proprio durante la sua permanenza in carcere che il mazziniano Nenni cominciò a sentirsi attratto verso il socialismo che Mussolini predicava. «Era socialista d'istinto» racconterà «e, per una sorta di tradizione familiare, soprattutto ribelle. A poco a poco diventammo amici. Lui mi confidava i ricordi della sua giovinezza, i suoi sogni, le sue ambizioni…»

In quel periodo di comune detenzione, le compagne dei due reclusi, Rachele e Carmen, fecero amicizia nel parlatorio del carcere. Carmen, che era incinta, spesso, quand'era indisposta, affidava all'amica i poveri generi di conforto destinati al suo compagno, mentre Rachele portava sempre con sé la piccola Edda (che fece più volte la pipì sulle ginocchia dello «zio Pietro», come lo chiamerà in seguito). Qualche mese dopo, quando Carmen diede alla luce la sua primogenita Giuliana, Nenni era ancora in carcere e Rachele si recò a farle visita in ospedale portandole in dono una bottiglia di marsala all'uovo.

Riconquistata la libertà, appena pochi mesi dopo Nenni fu nuovamente arrestato per avere esaltato un attentato alla vita del re compiuto dall'anarchico Antonio D'Alba e Mussolini mise sottosopra Forlì per reclamare la sua scarcerazione. Col risultato che fu anche lui denunciato per vilipendio alla Corona per avere pronunciato in pubblico la seguente frase: «Se il cittadino Savoia cadesse sotto una pistolettata, sarebbe un atto di giustizia».

In seguito i tre rivoluzionari romagnoli spiccarono il volo verso mete più ambiziose. Mussolini, che aveva ottenuto una clamorosa affermazione al congresso socialista di Reggio Emilia, fu nominato nel 1912 direttore dell'«Avanti!» e si trasferì a Milano. Bombacci entrò a far parte del Consiglio nazionale della CGL e quindi si trasferì a Modena per dirigere la locale Camera del lavoro e assumere la direzione del settimanale «Il Domani». Nenni andò invece a Jesi a dirigere la federazione repubblicana e il «Lucifero», un settimanale violentemente antimonarchico e anticlericale che, grazie alle qualità giornalistiche del nuovo direttore, diventerà presto un foglio di battaglia dell'intera sinistra.

Benché lontani, i tre amici non si perdettero mai di vista. Nicola Bombacci, che Mussolini aveva scherzosamente soprannominato Kaiser di Modena per il potere da lui conquistato nella città emiliana, si era fatto crescere nel frattempo una foltissima barba destinata a diventare una sua particolare caratteristica. Tanto che, quando anni dopo i due militeranno su fronti opposti, gli squadristi gli dedicheranno una canzonacela che iniziava con questo verso: «Me ne frego di Bombacci e del sol dell'avvenir» e si concludeva con questo ritornello: «Con la barba di Bombacci / faremo spazzolini / per lucidar le scarpe / di Benito Mussolini».

Ma quel tempo era ancora da venire: allora, nella burrascosa vigilia della prima guerra mondiale, i due marciavano in perfetto accordo e Bombacci era il principale sostenitore della corrente mussoliniana che si proponeva di trasformare il sindacato nella cinghia di trasmissione del partito. Erano ancora così amici che Bombacci neppure si offendeva quando l'altro, scherzando sulla sua foltissima barba, gli diceva ridendo: «Nicolino, Nicolino, troppo pelo per un coglione solo…». In pubblico, tuttavia, Mussolini apprezzava il look peloso del suo compagno e così scriveva di lui: «Bombacci deve la sua fortuna di sovversivo anche a un paio d'occhi di ceramica olandese e a una barba bionda come quella del Cristo».

I tre amici si ritrovarono ancora uniti in una lotta comune in occasione della «settimana rossa» del giugno 1914, che mise a ferro e fuoco soprattutto la Romagna e le Marche. Arrestato ancora una volta quale caporione della rivolta, Nenni ricevette in carcere questa lettera di Mussolini:

 

Carissimo Nenni,

vengo a portarti la mia parola di fraterna solidarietà. Tu non hai bisogno di conforti, come non ne avevi quando abbiamo fatto insieme un po' di apprendistato carcerario. Se ripenso a quei giorni provo un po' di nostalgia. Spero di salutarti libero se la giustizia non è veramente diventata un'ironia.

 

In quello stesso periodo, anche Bombacci, sia pure per altri ragioni (una vecchia condanna), era in carcere a Modena e il suo amico, l'unico dei tre rimasto a piede libero,

così gli scriveva:

 

Caro Nicolino.

Coraggio e avanti! Io pure sento la nostalgia del carcere e quasi, quasi ti invidio… Sono anche d'accordo con quello che mi dici: non bisogna chiedere la grazia e nemmeno accettarla. Ti farò mandare la nuova edizione delle opere di Marx (pagamento a rate). Ne avrai più che abbastanza per quattro mesi.

 

La «settimana rossa» fu l'ultima occasione in cui i tre amici si trovarono a lottare dalla stessa parte, poi i rapporti si ribaltarono. Come a volte accade, in quell'estate del '14 la storia si mise a correre in fretta. Lo scoppio della prima guerra mondiale aveva messo in crisi tutti i partiti socialisti europei e, in particolare, quello italiano. Pacifista per temperamento e per convinzione, Bombacci non aveva esitato a schierarsi con la maggioranza che si era dichiarata per la neutralità assoluta e, di conseguenza, egli fu non poco sconcertato quando Mussolini, dalle pagine dell'«Avanti!», andò rapidamente allineandosi sulle posizioni interventiste. Le tesi sostenute dal suo amico e maitre à penser, secondo le quali la guerra vittoriosa avrebbe affrettato la rivoluzione, lo lasciavano piuttosto perplesso. Egli era infatti del parere che, caso mai, sarebbe stata la sconfitta e non la vittoria a partorire la rivoluzione proletaria.

Il «caso» Mussolini scoppiò clamorosamente nei primi mesi del 1915. Il voltafaccia interventista del direttore dell'Avanti! dilaniò il partito, suscitò violenti contrasti e scambi di roventi contumelie. Mussolini venne anche accusato di corruzione per avere fondato un quotidiano «socialista», «Il Popolo d'Italia», grazie ai sostegni finanziari ricevuti dal governo francese che auspicava l'intervento dell'Italia contro gli imperi centrali. La discussione fu lacerante e traumatica: l'«uomo nuovo», il «duce dei lavoratori», come già veniva chiamato Mussolini negli ambienti socialisti, fu tramutato di colpo in un traditore rinnegato, tanto che, alla fine, venne espulso dal partito. «Voi mi odiate perché mi amate ancora!» gridò con rabbia Mussolini uscendo per l'ultima volta dalla sezione socialista milanese.

Come si comportò Bombacci di fronte al «tradimento»del suo amico? Sul «Domani» da lui diretto, osservò riguardo al «caso» un lungo e imbarazzante silenzio, limitandosi a violente ma generiche accuse contro l'interventismo guerrafondaio. Il nome di Mussolini, insomma, non vi compare mai, anche se attraverso «Il Popolo d'Italia», il nuovo giornale da lui diretto, egli non mancava di offrire occasioni di polemica. Quel nome «dimenticato» ricomparirà infatti sul «Domani» diretto da Bombacci soltanto nel 1917, per riferire che «il caporale dei bersaglieri Benito Mussolini è stato ferito dalle schegge di una bomba a mano». Seguivano gli auguri personali e sinceri «al di sopra delle fazioni», da parte del direttore, a un «compagno che ha optato per l'interventismo attivo e ha pagato in prima persona andando al fronte a difendere le sue idee».

Nei mesi convulsi che seguirono l'entrata in guerra dell'Italia, il «Kaiser di Modena» diventò il principale assertore del neutralismo e l'anima stessa del socialismo italiano. Il carisma che esercitava sulle masse e la sua violenza verbale contro la guerra, il governo e la Corona, gli procurarono arresti e condanne, ma anche una popolarità in tutto il paese che nessun leader socialista italiano aveva mai raggiunto prima di lui.

Al contrario di Bombacci, questa volta fu Pietro Nenni a schierarsi al fianco di Mussolini. Egli si dichiarò infatti fervente interventista (lo erano in molti a sinistra: da Gaetano Salvemini ad Antonio Gramsci) e molti anni dopo spiegherà così le ragioni della sua scelta: «Fui d'accordo con Mussolini nella battaglia interventista, anche se mosso da premesse diverse: per me, di formazione popolaresca, garibaldina e mazziniana, quella era l'ultima guerra del Risorgimento per completare l'unità d'Italia. Per Mussolini era invece una guerra rivoluzionaria e un'operazione di politica interna per il potere».

Per coerenza, anche il giovane Nenni, come Mussolini, partì volontario ed ebbe l'onore di una fotografia sul «Popolo d'Italia» corredata dalla seguente didascalia di pugno mussoliniano:

 

Nenni, che fu uno dei più giovani rivoluzionari della Settimana Rossa, ora nasconde la camicia del rivoluzionario sotto il cappotto grigioverde del volontario. Dà la sua giovinezza e il suo ardore alla nuova battaglia contro i barbari. A Pietro Nenni, nostro buon amico giovane, i nostri più vivi saluti.

 

Nell'immediato e confuso dopoguerra, Mussolini e Nenni da una parte e Bombacci dall'altra seguirono strade opposte e diverse. Anche se oggi lo si ignora a causa della damnatio memoria e riservatagli dalla storiografia d'ispirazione comunista, durante tutto il «biennio rosso» (1919-1920) Nicola Bombacci fu il capo carismatico, la guida, il messia delle plebi italiane. La rivoluzione russa aveva sconvolto la sinistra italiana e lui ne era diventato il principale sostenitore, tanto che veniva comunemente chiamato «il Lenin di Romagna».

Maree di folla seguivano trepidanti i suoi discorsi, anche se questi erano spesso sconnessi e privi di profondità ideologica. Barba al vento, voce tonante e gestualità ineguagliabile, tutto contribuiva ad aumentare la sua popolarità. Ammiratore appassionato di Lenin, dal rivoluzionario russo (del quale diventerà anche amico) aveva mutuato e tradotto in italiano gli slogan bolscevichi più elementari, ma d'effetto, quali: «Chi non lavora non mangia», «Tutto il potere ai soviet», con l'aggiunta di un impegnativo: «Vogliamo fare come in Russia». Per confermare queste sue intenzioni Bombacci nel 1919 impose anche al Partito socialista, del quale era diventato segretario politico, il simbolo sovietico della falce e martello con l'aggiunta di un libro «per catturare anche gli intellettuali».

Sotto la sua guida, il Partito socialista raccolse un successo clamoroso alle elezioni del 1919: il 35% dei suffragi (un record). E il suo successo personale fu ancora più grande: 150.000 voti di preferenza nella sola Romagna. All'apertura della Camera, Bombacci poté così presentarsi alla testa di 156 deputati (altro record assoluto) e fece subito intendere quali fossero i suoi allarmanti progetti: «La rivoluzione è una necessità storica» dichiarò con enfasi. «Il Parlamento è un relitto del passato ed è nostro dovere dargli gli ultimi colpi di piccone.»

Mentre la borghesia italiana invocava terrorizzata un difensore, di cui non si scorgeva neppure l'ombra, Mussolini, dal canto suo, pur non avendo ancora ripudiato la connotazione di sinistra e lo spirito rivoluzionario, già teorizzava una confusa «terza via». Solo più tardi, infatti, col suo cinico pragmatismo, sceglierà la strada più comoda della difesa dei valori nazionali. Sul momento già tendeva tuttavia a distinguersi da chi «voleva fare come in Russia» e dichiarava: «La nostra rivoluzione, se sarà inevitabile, deve avere un'impronta romana e latina, senza influenze tartariche e moscovite».

Neanche Nenni vedeva di buon occhio la rivoluzione russa. Cosicché, quando Mussolini aveva fondato nel marzo del 1919 a Milano, in piazza San Sepolcro, i Fasci di combattimento lui, da Bologna, dove ora dirigeva Il Giornale del Mattino, aveva risposto all'appello mussoliniano facendosi promotore di un'analoga iniziativa. Ma anche su questo episodio la storiografia corrente ha steso un velo di nebbia. A Nenni infatti non piaceva ricordarlo e tanto più temeva che glielo ricordassero gli amici-nemici comunisti che, per questo «precedente» che poteva essere strumentalizzato in senso negativo, lo tennero a lungo sotto ricatto. In realtà, il «fascismo del '19» non era affatto un movimento di destra. Era semmai un movimento di confusa contestazione extraparlamentare nel cui programma si reclamavano «cose di sinistra»: la repubblica, la costituente, le mitiche «otto ore», le libertà sindacali e persino l'abolizione della proprietà privata. Non a caso, infatti, nel 1936, in pieno fascismo trionfante, il PCI clandestino lanciò il famoso appello «ai fratelli in camicia nera» per un'alleanza fondata proprio sulla base di questo programma.

Circa l'adesione di Nenni al movimento comunque non esistono dubbi. Si legge su una scheda della polizia dell'epoca: «Nenni si è fatto promotore a Bologna della costituzione dei Fasci di combattimento, esponendovi un programma riassunto in questa espressione: “né coi bolscevichi, né coi monarchici, ma per la rivoluzione e la Costituente”». Tuttavia Nenni si allontanò dal movimento non appena si rese conto che l'indirizzo impressovi da Mussolini andava in una ben diversa direzione da quella da lui auspicata. Ossia quando, come sappiamo, con la sua solita spregiudicatezza, Mussolini calò la maschera e cavalcò gli avvenimenti, improvvisandosi da avversario a difensore della borghesia, arringando i combattenti delusi, alleandosi con le forze reazionarie, sfruttando sia le paure per l'incombente pericolo bolscevico sia l'ubriacatura scioperatola dei sindacati. Pur di conquistare il potere non esitò infatti a ricorrere alla violenza sotto la copertura della monarchia e dei poteri forti del paese.

Divisi ormai da profonde divergenze politiche, i tre rivoluzionari romagnoli continuarono tuttavia a sentirsi legati fra di loro in ricordo dell'antica amicizia. Ecco, per esempio, cosa scrisse nel suo diario il potente senatore Ettore Conti al ritorno da un suo viaggio nel febbraio del 1921:

 

Un collega in giornalismo di Mussolini, Pietro Nenni, che viaggia con me e che dice di averlo conosciuto molto bene quando erano dalla stessa parte della barricata, riconosce in lui un oscuro fascino di condottiero, uomo forte che vuole distinguersi, essere il primo, in un modo o nell'altro, per una strada o per un'altra: oggi contro i borghesi, domani signore; un uomo dunque che potrà fare molto bene o molto male, ma che comunque farà parlare di sé.

 

Mai un ritratto di Mussolini è stato tracciato con tanta precisione. Di questo giudizio profetico, Mussolini non era comunque a conoscenza quando, nell'estate del 1922, alla vigilia della marcia su Roma, i due antichi compagni si incontrarono per caso in Francia. Quell'estate, era in corso a Cannes una conferenza internazionale, Nenni vi partecipava come inviato dell'Avanti! e Mussolini per conto del suo Popolo d'Italia.

Noi non sapremo mai come andò esattamente quell'incontro che fu lungo e molto intenso: l'unico a rievocarlo è stato Pietro Nenni, ma lo ha fatto circa dieci anni dopo, ossia quando lui era un fuoriuscito antifascista e l'altro il trionfante Duce del fascismo. È quindi possibile che il «senno di poi» abbia indotto Nenni a una prudenziale depurazione dei suoi ricordi. E tuttavia, dal suo racconto trasuda ugualmente molta simpatia umana per il suo vecchio compagno di lotta. I due passeggiarono fino all'alba lungo la Croisette conversando nel loro dialetto. Mussolini raccontò ridendo all'amico anche cosa gli era capitato quella stessa mattina. Era andato dal barbiere, un comunista romagnolo emigrato in Francia, il quale, senza riconoscere il suo cliente, gli aveva parlato dell'Italia, del fascismo emergente e, agitando il rasoio, aveva esclamato: «Se quel Mussolini fosse qui al vostro posto, zac!, gli taglierei la gola».

I due amici risero insieme per l'accaduto. Poi è probabile che Mussolini - ormai consapevole di essere sulla soglia del potere - abbia fatto all'ex compagno delle avance politiche: un azzardato tentativo di recupero, l'offerta di un possibile incarico governativo, chissà… Nenni non ne accenna, ma racconta con suggestiva bravura, usando la terza persona, quel loro ultimo commiato:

 

Adesso non c'è più niente da dire. Che importano le illusioni degli uomini? I fatti contano con la loro realtà brutale. L'uomo che sene va (spalle larghe, volto volitivo) è Benito Mussolini, che sarà pochi mesi più tardi il dittatore onnipotente dell'Italia, più in dipendenza degli errori dei suoi avversari che per i suoi ineriti. L'altro, di otto anni più giovane, è un giornalista dall'animo dell'agitatore. Da dieci anni butta la sua giovinezza a tutti i quadrivi dove si combatte per la libertà. La terribile lotta fra socialisti e fascisti l'ha sulle prime sorpreso; poi si è deciso a dedicarsi completamente alla causa del proletariato.

 

Quella sera, Pietro Nenni decise della sua vita. Il suo vecchio compagno gli avrebbe certamente potuto riservare un posto di rilievo nel suo futuro governo (e forse glielo offrì per davvero). Lui invece scelse per sé e per i suoi familiari (moglie e tre bambine) la via dell'esilio, della gloriosa miseria e del rischio. Rischiò molto infatti, circa vent'anni dopo, l'8 febbraio 1943, quando, a Parigi, ricevette la visita della Gestapo. Sua figlia Vittoria e il marito di lei erano già stati catturati dalle SS e moriranno entrambi in un lager nazista. Anche Nenni avrebbe certamente seguito la stessa sorte: era stato denunciato come «agente staliniano» e ciò equivaleva alla condanna a morte. Invece, dopo avere trascorso due settimane in un carro bestiame che viaggiò senza senso qua e là per la Germania, il deportato Nenni fu consegnato dalle SS ai Reali carabinieri di servizio al Brennero.

Chi salvò Pietro Nenni dal suo atroce destino? Secondo Nicola Bombacci e Carlo Silvestri, ultimi confidenti del Duce nel cupo crepuscolo di Salò, a salvarlo sarebbe stato Mussolini, che ottenne da Hitler la sua estradizione in Italia. Da parte sua, lo stesso Mussolini, quando fu deportato a Ponza dopo la crisi del regime del 25 luglio 1943, scrisse nel suo diario di prigionia:

 

Quando giunsi a Ponza, vi era ancora confinato Pietro Nenni. Oggi sarà ormai un uomo libero. Ma se è ancora in vita lo deve proprio a me. Sono molti anni che non lo vedo, ma non credo che sia cambiato molto.

 

Ma sarà vero? I documenti esistenti confermano soltanto che la richiesta di estradizione di Nenni partì da Romanella primavera del 1943 e che Mussolini sanzionò personalmente il suo internamento nell'isola «per tutta la durata del conflitto». E forse vale la pena di aggiungere che Ponza era comunque un luogo assai più gradevole di qualsivoglia lager tedesco.

Se i rapporti fra Mussolini e Nenni si interruppero definitivamente in quella lontana estate del '22, i destini di Mussolini e Bombacci tornarono invece a intrecciarsi diverse volte fino alla più tragica delle conclusioni. La vulgata antifascista, che ha seriamente inquinato la verità storica, colloca il «Lenin di Romagna» in un angolo oscuro coprendolo del disprezzo e della derisione che i comunisti erano soliti riversare sui compagni che avevano abbandonato il partito. In realtà, Bombacci svolse un ruolo molto importante negli anni in cui il regime fascista muoveva i primi passi. «Uomo di Mosca», stimato da Lenin, il leader socialista romagnolo fu infatti il principale protagonista del Congresso di Livorno che nel gennaio del 1921 registrò la nascita del Partito comunista d'Italia. E, come «uomo di Mosca», condusse con Mussolini delle trattative - rimaste purtroppo segrete - che indussero il governo fascista a riconoscere, per primo in Europa, la Repubblica russa nata dalla Rivoluzione d'ottobre. Su questo sconcertante avvenimento, che fu allora definito «il patto col diavolo», la nostra storiografia non ha mai scavato in profondità. Si è semplicemente limitata ad accettare acriticamente il giudizio espresso a suo tempo da Togliatti, secondo il quale «Bombacci era un demagogo senza principi che vaneggiava, di fronte all'avvicinamento all'Unione Sovietica voluto da Mussolini, parlando di due rivoluzioni che si stavano incontrando».

In realtà, Bombacci non vaneggiava affatto. Quando, il 23 novembre 1923, alla Camera, egli propose raccordo commerciale italo-sovietico illustrando le ragioni che «tendono a legare strettamente i due paesi», egli parlava con cognizione di causa e non per «vanità e sventatezza» come affermarono i suoi compagni che, dopo un infuocato dibattito, otterranno la sua espulsione dal partito. Oggi infatti sappiamo che Bombacci aveva concordato il suo intervento all'insaputa del vertice del suo partito, ma d'accordo con la missione sovietica a Roma che aveva ricevuto l'imprimatur da Mosca. Resta inoltre da aggiungere un fatto piuttosto sconcertante: Bombacci, pur essendo stato isolato dal suo partito, continuò a frequentare Mosca, partecipò ai funerali di Lenin e mantenne rapporti cordiali col governo sovietico il quale gli affidò anche «missioni serie e responsabili», mentre sua sorella e suo figlio Raul, che aveva studiato in Russia, furono assunti come funzionari presso la missione commerciale sovietica. È dunque chiaro che Mosca riteneva che Bombacci avesse ancora un ruolo da svolgere in Italia. Ma quale? È difficile immaginarlo. Noi sappiamo soltanto che, fino alla primavera del 1924, Benito Mussolini, seppure in contrasto con la destra del suo partito, non aveva ancora abbandonato i suoi propositi di «apertura a sinistra». Sarà il caso Matteotti a imporgli di cambiare strada. Quanto alla stipulazione del «patto col diavolo», Mussolini ha così riassunto quel lontano episodio, in un colloquio col suo biografo Yvon De Begnac:

 

Bombacci fu uno dei fautori dell'accordo commerciale con la Russia. Il Partito comunista italiano non condivise il punto di vista da lui illustrato nel discorso che tenne alla Camera e lo invitò a rassegnare le dimissioni dal mandato. Non capii perché. Il trattato, in tutto e per tutto favorevole all'URSS, sembrò diventare il terreno di una discussione destinata a non avere più fine. L'avvocato Terracini, capo dei comunisti italiani, era fuori della grazia di Dio per i rapporti di cordialità intercorrenti tra me e l'ambasciatore sovietico. In quei giorni era morto Lenin e il lavoro di burocrazia del Cremlino andò a rilento. Alessandro Rykoff, successore di Lenin sul piano delle cariche statali, si era dimostrato amico dell'Italia eppure, per un attimo, le interferenze dei comunisti italiani avevano fatto arenare la firma del trattato italo-russo. Affidai infine al conte Manzoni il compito di rappresentare l'Italia fascista a Mosca. Mentre il povero Bombacci - l'eterno controcorrente - ricominciò a fare la fame …

 

E fu fame per davvero per il povero Bombacci. Perduto lo stipendio che gli passava la missione sovietica a Roma, poiché l'avvento di Stalin aveva liquidato tutti i suoi protettori di Mosca, perseguitato dai fascisti i quali - amico o non amico di Mussolini - non gli risparmiavano le angherie, egli si ritrovò, all'inizio degli anni Trenta, nella più nera miseria. Pur continuando a sognare, se non a vaneggiare, sull'incontro delle «due rivoluzioni», l'ex «Lenin di Romagna» dovette fare i conti con la dura realtà di un padre di famiglia disoccupato con una moglie e tre figli da mantenere. Uno dei quali, il primogenito Raul, rientrato dall'Unione Sovietica con una moglie russa spendacciona, si era anche coperto di debiti, mentre il più piccolo, Vladimiro, di otto anni, si era fratturato le vertebre cervicali e necessitava di cure costose.

A riferire a Mussolini delle condizioni in cui si trovava il suo antico compagno furono Leandro Arpinati e Edmondo Rossoni, due ex anarchici emiliani, il primo dei quali ora ricopriva la carica di sottosegretario agli Interni, mentre l'altro reggeva la segreteria generale dei sindacati fascisti. La dimostrazione che qualcuno «in alto» si stava occupando di lui Bombacci la ricevette in forma anonima. Si trattava di una busta intestata alla presidenza del Consiglio, ma senza biglietti di accompagnamento, che un mattino gli venne consegnata da un agente di Pubblica sicurezza. Essa conteneva, oltre a una somma di denaro, lo scontrino per uno scompartimento riservato del wagon-lit per Bologna e la prenotazione di una camera di prima classe della clinica Rizzoli, spedalizzata per le cure ortopediche.

Col cuore pieno di gratitudine, Nicola Bombacci, che non aveva tardato a capire da chi proveniva quel dono insperato, diede inizio in seguito a delle manovre di avvicinamento al regime frequentando i cosiddetti fascisti «di sinistra», come Rossoni e Arpinati, e giungendo persino a scrivere direttamente a Mussolini per chiedergli l'«onore» di potersi iscrivere al partito. La sua domanda fu però respinta dallo stesso Mussolini che scrisse a matita sul risvolto della lettera:

 

Esprimere apprezzamento per il sentimento che lo ispira. Ricordargli però che, almeno per ora, la sua barba, di cui perdura il ricordo nelle canzoni della Rivoluzione, rappresenta un ostacolo al rilascio della tessera del PNF. Manifestargli comunque il mio personale gradimento.

 

Bombacci rinunciò alla tessera, ma non a inviare a Mussolini altre lettere, in cui esprimeva giudizi politici o avanzava proposte economiche, alle quali il destinatario sempre rispondeva, sia pure indirettamente, attraverso la sua segreteria. Per quanto possa apparire singolare, pare che Bombacci abbia suggerito al Duce anche l'idea dell'autarchia, imposta poi dal regime dopo le sanzioni economiche decise dalla Società delle Nazioni per l'inizio della campagna d'Etiopia. La nuova politica economica avrebbe ridotto le importazioni e favorito la produzione nazionale. Ciò si desume da una lettera di Bombacci a Mussolini nella quale anche lo storico Renzo De Felice individua lo spunto originario della nuova politica autarchica. Ma il più grande successo ottenuto in quegli anni da Bombacci fu l'avere ottenuto il permesso (e anche il finanziamento) per pubblicare una rivista comunista intitolata sfacciatamente «La Verità», che è la traduzione dal russo di «Pravda», l'organo ufficiale del Partito comunista bolscevico. L'uscita di questa rivista dal nome così provocatorio e diretta, per giunta, dal «famigerato» Bombacci, sollevò commenti di disapprovazione e di sconcerto, anche perché era evidente che quella pubblicazione non sarebbe mai potuta uscire senza l'autorizzazione del Duce. Il segretario del partito, Achille

Starace, ebbe anche l'ardire di risentirsene («apprezziamo la vostra generosità, ma non sta bene riportare alla ribalta emerite carogne, capaci di tutto domani come lo sono state ieri»). Mussolini neppure lo degnò di una risposta, mentre qualcuno cominciava a mormorare che quella sua iniziativa fosse la prova del suo progressivo decadimento intellettuale. Corse anche la voce, ma forse è una leggenda, che Mussolini e Bombacci preparassero insieme la rivista in una stanza di Villa Torlonia. È comunque certo che Mussolini leggesse le bozze degli articoli, correggendoli, chiosandoli e spesso arrivando a riscriverli completamente.

Il primo numero della «Verità» uscì il 6 aprile 1936 e subito raggiunse la diffusione di venticinquemila copie, tiratura che, col tempo, finirà per raddoppiare. Fra i collaboratori figuravano soltanto ex dirigenti socialisti e comunisti, come Arturo Labriola, Walter Mocchi, Pulvio Zocchi, Alberto Malatesta e Renato Bitelli. Altri ex deputati comunisti e socialisti ancora residenti in Italia, come Amadeo Bordiga, Guido Marangoni, Ambrogio Belloni e Sesto Bisogni, rifiutarono l'invito rivolto loro da Bombacci. Se Mussolini, com'è probabile, favorendo l'iniziativa di Bombacci si proponeva di diffondere all'estero l'immagine più positiva della sua Italia «proletaria e fascista» aveva raggiunto lo scopo. Sulla stampa estera la notizia raggiunse le dimensioni di uno scoop ed effettivamente di scoop si trattava, considerando che in Italia non c'era libertà di stampa.

Bombacci collaborò con il regime in forma, per così dire, clandestina, fino al 1943. Almeno in via ufficiale, non risulta infatti che si sia mai incontrato con Mussolini, e probabilmente questo non accadde neanche in forma privata. Ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la nascita della Repubblica di Salò, Bombacci fu tra i primi a raggiungerlo. L'incontro dei due ex rivoluzionari nella Villa delle Orsoline di Gargnano, ultima malinconica residenza di Mussolini, deve essere stato molto commovente. Bombacci era un ruvido sentimentale e l'altro, deluso, amareggiato e praticamente vinto, cercava ogni motivo per evadere dal presente e rifugiarsi negli amarcord. Prova essenziale della ritrovata cordialità di un tempo è dimostrata dal fatto che Mussolini autorizzò Tannico ritrovato a ridargli del «tu» come ai vecchi tempi: un privilegio allora riservato a non più di quattro o cinque persone. In seguito, con grande disappunto dei capi fascisti, Bombacci divenne praticamente il suo principale consigliere. Fu Bombacci a suggerire a Mussolini il nome di Repubblica sociale italiana invece di Repubblica fascista italiana, come avrebbe preferito Hitler. E fu Bombacci a collaborare attivamente alla stesura dei famosi «18 punti» di Verona che costituiranno lo statuto «socialista» dell'effimera repubblica. Fu anche sua l'idea di socializzare alcune fabbriche del Nord e di costituire i primi consigli di gestione composti dagli operai.

Nel crepuscolo saloino, Mussolini era dunque tornato sentimentalmente alle sue origini di socialista e aveva riunito attorno a sé un gruppo eterogeneo di collaboratori provenienti dall'antifascismo, ma ancora affascinati dal suo residuo carisma.

«Quando arrivi a Villa delle Orsoline» commenterà sorridendo Alberto Giovannini, un giornalista fascista spiritoso e intelligente «non capisci se sei nell'anticamera del capo della Repubblica sociale o in quella del direttore dell'Avanti! del 1913.»

«Ma l'uomo del suo cuore» scriverà ancora Giovannini «era Nicola Bombacci. Mussolini gli voleva bene da tanti anni. Il vecchio agitatore si era buttato nell'ultima tragica battaglia con lo stesso entusiasmo con cui si era buttato nella prima. Contro impartito, contro la polizia, contro gli stessi tedeschi, ogni tanto si levava dal cupo silenzio, la sua voce … Praticamente» prosegue Giovannini «Bombacci fu il solo che riuscì a riportare le folle attorno alla Repubblica: il vecchio tribuno della plebe conservava infatti le doti dell'antico oratore. Credeva di essere l'apostolo della socializzazione e in fondo adorava Mussolini anche se lo chiamava scherzosamente “la causa di tutte le mie disgrazie”. Disgrazie iniziate nel 1923 … Ma ora Nicolino, così il Duce lo chiamava, aveva ripreso la sua battaglia e girava di città in città a spezzare, come diceva lui, “il pane rivoluzionario della socializzazione”… “Me ne frego di Bombacci e del sol dell'avvenir… Eccomi qui!” esclamava ridendo quando doveva parlare ai fascisti. “Compagni!” gridava quando doveva parlare agli operai. E gli operai lo ascoltavano, lo seguivano, talvolta si commuovevano alla sua parola, anche se poi in sede di elezione di fabbrica designavano Greta Garbo o Henry Ford a membri dei comitati di gestione.»

Con Carlo Silvestri, lo stesso giornalista socialista che in precedenza aveva accusato il Duce del delitto Matteotti, e Carlo Borsani, un giovane giornalista fascista, cieco di guerra, Bombacci collaborò con Mussolini anche per la stesura di una serie di articoli che uscirono sul «Corriere della Sera» suscitando molto interesse. Erano firmati da un misterioso «Giramondo», ed erano così controcorrente, se non addirittura eversivi per le patenti di galantomismo distribuite a noti esponenti dell'antifascismo come Filippo Turati, Claudio Treves e altri socialisti riformisti, che il direttore del quotidiano, Ermanno Amicucci, si decise a pubblicarli solo quando fu rassicurato che il Duce era consenziente.

«Giramondo» aveva comunque molti nemici perché i suoi articoli scatenavano una ridda di commenti e forti polemiche. I gerarchi più intransigenti, Pavolini e Farinacci in testa, li giudicavano incompatibili con la linea del partito e per i tedeschi era inconcepibile che un giornale potesse pubblicare opinioni così sovversive. Ma chi era questo «Giramondo» e perché il Duce lo proteggeva? Se lo chiedevano allora e se lo sono chiesti per cinquantanni tutti coloro che hanno cercato di risolvere il mistero. A svelarlo è stato Carlo Borsani jr in un suo recente libro in cui ricorda il suo genitore fucilato a ventotto anni, benché cieco, nei tumultuosi giorni della Liberazione.

Come si è detto, questi articoli (quindici in tutto, pubblicati fra l'aprile e il maggio del 1944) venivano amalgamati dal giovane Borsani che raccoglieva le opinioni e gli scritti degli altri collaboratori più anziani per poi sottoporli alla supervisione finale di Mussolini. È difficile, fra un brano e l'altro, riconoscere la mano del singolo autore, è comunque sicuramente di Bombacci questo brano tratto da un articolo in cui si rievocano i primi rapporti fra i comunisti italiani e i comunisti sovietici. «È la ragione» si legge «per cui Lenin, Trockij e Stalin non hanno mai preso sul serio i comunisti italiani. È la ragione per cui Lenin, di fronte a una delegazione di socialisti italiani da lui ricevuta al Cremlino, rivolse loro questa invettiva: “In Italia c'era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione. Mussolini. Voi l'avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!”» A quell'epoca, infatti, l'episodio era noto soltanto a Bombacci, che era stato il capo di quella delegazione, e Mussolini deve essersi sentito orgoglioso nel leggere quella rivelazione.

Bombacci rimase fino all'ultimo vicino al suo amico ritrovato e Mussolini volle lui solo al suo fianco quando, la sera del 25 aprile 1945, partì in macchina dalla prefettura di Milano di corso Monforte per il suo ultimo viaggio che si concluderà tragicamente a Dongo. «È buffo» osservò Bombacci abbracciando Alberto Giovannini prima di salire sull'auto per prendere posto accanto al suo antico compagno. «Un giorno gli storici si chiederanno: ma che ci faceva accanto a Mussolini il fondatore del Partito comunista?» Poi si rispose da solo sorridendo: «Sai, diranno: erano romagnoli tutti e due… si volevano bene… erano stati a scuola insieme…».

Catturati e uccisi separatamente dai partigiani del colonnello Valerio, i due romagnoli furono ancora riuniti dopo la morte: appesi per i piedi alla tettoia del distributore di benzina di piazzale Loreto.

L'unico sopravvissuto dei tre antichi compagni, Pietro Nenni, diventato nel frattempo direttore dell'«Avanti!», fu raggiunto nella redazione romana dall'annuncio della loro uccisione. «Lo vidi impallidire» racconterà Sandro Pertini «poi, visibilmente commosso, dettò il titolo per la prima pagina: Giustizia è fatta.»