Desideri inconciliabili

Più di ogni altra cosa, lui desidera la sicurezza. Spesso nelle domeniche d’inverno, la sera, si crea un’atmosfera particolarmente intima, con loro quattro seduti a tavola a mangiare la pasta di Kirsten, William che ridacchia, Esther che canta. Fuori è buio. Rabih ha il suo pane tedesco preferito, il Pumpernickel. Dopo ci sono una partita a Monopoly, una battaglia a cuscinate, poi il bagno, una storia e i bambini vanno a letto. Anche Kirsten e Rabih si mettono a letto, a guardare un film; si tengono la mano sotto il piumone, come facevano all’inizio, anche se ormai il resto è ridotto a un bacetto imbarazzato sulle labbra mentre passano i titoli di coda e dieci minuti dopo dormono tutti e due, al sicuro nel loro bozzolo.

Ma lui prova anche un desiderio di avventura. Le sei e mezzo di quelle rare serate estive edimburghesi perfette, quando le strade odorano di gasolio, caffè, fritto, asfalto caldo e sesso. I marciapiedi sono affollati di gente in abitini di cotone stampato e jeans morbidi. Tutte le persone di buon senso stanno tornando a casa; ma per chi resta in giro la notte promette calore, intrighi e malizia. Una ragazza con una maglietta aderente gli passa accanto (forse una studentessa o una turista) e gli regala un brevissimo sorriso d’intesa. In un istante tutto sembra possibile. Nelle ore successive la gente entrerà nei bar e nelle discoteche, urlerà per farsi sentire sopra il pulsare della musica e, incoraggiata dall’alcol e dall’adrenalina, finirà in qualche angolo buio, avvinghiata a perfetti sconosciuti. Nel giro di un quarto d’ora Rabih è atteso a casa, per fare il bagno ai bambini.

Il lato romantico della nostra vita è destinato a essere triste e incompleto, perché siamo guidati da due desideri essenziali che puntano in direzioni opposte. Ma la cosa peggiore è il nostro utopico rifiuto di tollerare la divergenza, la nostra ingenua speranza di riuscire a trovare una sincronizzazione che non ci imponga un prezzo, che il libertino possa vivere per l’avventura e al tempo stesso evitare solitudine e caos. O che il romantico sposato possa coniugare sesso e tenerezza, passione e routine.

Lauren gli manda un sms chiedendogli se qualche volta possono parlare online. Le piacerebbe tenersi in contatto e magari anche rivederlo: le parole non le bastano.

Passano dieci giorni prima che Kirsten abbia in programma una serata fuori casa. I bambini lo tengono impegnato finché non è quasi ora e poi, siccome il segnale del wi-fi è debole, è confinato in cucina per tutta la durata della telefonata. Ha già controllato, più di una volta, che né Esther né William abbiano bisogno di un bicchiere d’acqua, ma continua a voltarsi verso la porta, non si sa mai.

Non ha mai usato FaceTime e gli ci vuole un attimo per impostarlo. Adesso sono due le donne che, in modi diversi, contano su di lui. Qualche minuto e tre password dopo, Lauren compare all’improvviso, come se fosse sempre stata ad aspettare dentro il computer.

«Mi manchi» gli dice, subito. Nella California meridionale è una mattina di sole.

Lei è seduta nel suo salotto con la cucina a vista, indossa una maglietta blu a righe. Si è appena lavata i capelli. I suoi occhi sono giocosi e vivaci.

«Ho fatto il caffè, ti va?» gli chiede.

«Certo, con una fetta di pane tostato.»

«Ti piace spalmata di burro, se non ricordo male. Te la porto subito.»

L’immagine sullo schermo sfarfalla. È così che saranno le relazioni clandestine quando avremo colonizzato Marte, pensa Rabih.

Le infatuazioni non sono illusioni. Il modo in cui la persona di cui ci siamo infatuati piega la testa può davvero essere indice di sicurezza, ironia e sensibilità; l’umorismo e l’intelligenza che i suoi occhi lasciano intendere e la tenerezza suggerita dalla sua bocca possono esistere davvero. L’errore dell’infatuazione è più subdolo; è l’incapacità di tenere a mente la verità cruciale della natura umana: che tutti – non solo il nostro partner attuale, dei cui molti difetti siamo ormai esperti – ma proprio tutti hanno qualcosa di sbagliato, che troveremo irritante non appena avremo passato più tempo con loro; qualcosa di così sbagliato che l’idillio iniziale ci sembrerà ridicolo.

Le uniche persone che ci sembrano normali sono quelle che non conosciamo bene. La miglior cura per l’innamoramento è conoscersi un po’ meglio.

Quando l’immagine ritorna, riesce a distinguere, in un angolo, quello che gli sembra uno stendibiancheria con appese alcune paia di calze.

«Dov’è il pulsante che ti fa toccare il tuo amante, su questo affare?» si domanda lei a voce alta.

Lui è alla sua mercé. Le basterebbe cercare l’indirizzo e-mail di sua moglie sul sito del municipio di Edimburgo e mandarle due righe.

«Sul mio, eccolo qua» le risponde.

In un istante la sua mente scatta in avanti, a un possibile futuro con Lauren. Immagina di vivere con lei a Los Angeles, in quell’appartamento, dopo il divorzio. Farebbero l’amore sul divano, la cullerebbe fra le braccia, starebbero alzati fino a tardi a parlare delle loro debolezze e dei loro desideri e andrebbero in macchina a Malibù a mangiare gli scampi in quel posticino sull’oceano di cui gli ha parlato. Ma dovrebbero pur sempre stendere il bucato, trovare qualcuno che cambi i fusibili e arrabbiarsi perché non c’è più latte.

È in parte perché lei gli piace molto che non vuole continuare. Si conosce abbastanza bene da rendersi conto che alla fin fine la renderebbe infelice. Alla luce di quello che sa su se stesso e sul corso dell’amore, capisce che la cosa più gentile che può fare per una persona che gli piace sul serio è levarsi di torno in fretta.

Il matrimonio: una cosa profondamente singolare e in fondo poco gentile da infliggere a chiunque diciamo di avere caro e di amare.

«Mi manchi» ripete lei.

«Anche tu. Non riesco a togliere gli occhi dallo stendibiancheria dietro di te. È bellissimo.»

«Cattivo che sei! Perverso!»

Portare avanti questa storia d’amore – logica conseguenza del suo entusiasmo – in realtà finirebbe per essere la cosa più egoistica e insensibile che potrebbe fare a Lauren, anche senza considerare sua moglie. La vera generosità significa ammirare, riconoscere il bisogno di permanenza e allontanarsi.

«C’è una cosa che volevo dirti...» comincia Rabih.

Mentre le espone le sue reticenze, lei si dimostra paziente con i suoi tentennamenti e quella che definisce la sua tendenza a una «glassa mediorientale»; scherza sul fatto di essere licenziata come amante, ma la prende bene, dignitosa e comprensiva, e soprattutto gentile.

«Non ci sono tante persone come te, al mondo» conclude lui, e lo pensa davvero.

A guidarlo, a Berlino, era stata l’improvvisa speranza di aggirare alcune delle mancanze del suo matrimonio facendo un’incursione circoscritta nella vita di qualcun altro. Ma per come la vede ora, si è sempre trattato di una sciocchezza sentimentale e, per giunta, di una forma di crudeltà in cui tutte le persone coinvolte avrebbero da perdere e da soffrire. Non esiste un modo per uscirne puliti, senza sacrificare nulla. Si rende conto che l’avventura e la sicurezza sono inconciliabili. Un matrimonio affettuoso e i figli uccidono la spontaneità erotica, ma una relazione extraconiugale uccide il matrimonio. Non si può essere al tempo stesso libertini e romantici sposati, per quanto entrambi i paradigmi possano sembrare accattivanti. Non sminuisce affatto quello che perderà. Dire addio a Lauren vuol dire salvaguardare il suo matrimonio ma anche negarsi una fonte di tenerezza ed euforia. Né il fedifrago né il marito fedele la spuntano. Non c’è soluzione. In cucina piange, singhiozza come non gli capitava da anni; per quello che ha perso, per quello che ha messo a rischio e per le scelte dolorose che ha dovuto fare. Ha appena il tempo di riprendersi tra il momento in cui sente la chiave girare nella serratura e il momento in cui Kirsten entra in cucina.

Le settimane seguenti si riveleranno un misto di sollievo e tristezza. In un paio di occasioni, sua moglie gli chiederà se c’è qualcosa che non va e la seconda volta lui farà un grande sforzo per rivedere il suo comportamento in modo che lei non glielo chieda più.

La malinconia non è, ovviamente, una malattia che deve essere curata. È una specie di dolore intelligente che insorge quando ci troviamo faccia a faccia con la certezza che la delusione era scritta nel nostro copione fin dall’inizio.

Non siamo un caso particolare. Sposarsi, anche con la persona più adatta, in ultima analisi vuol dire identificare la tipologia di sofferenza a cui ci piacerebbe di più sacrificarci.

In un mondo ideale, le promesse matrimoniali sarebbero riscritte da cima a fondo. All’altare, la coppia direbbe così: «Accettiamo di non lasciarci prendere dal panico quando, tra qualche anno, quello che stiamo facendo oggi ci sembrerà la peggior decisione della nostra vita. Promettiamo anche di non guardarci attorno, perché accettiamo che non ci possano essere alternative migliori in circolazione. Tutti sono insopportabili, sempre. Siamo una specie demente».

Dopo la solenne ripetizione dell’ultima frase da parte dei presenti, la coppia proseguirebbe: «Cercheremo di essere fedeli. Ciò nonostante, siamo consapevoli che la proibizione di andare a letto con altri è una delle tragedie dell’esistenza. Ci scusiamo se le nostre gelosie hanno reso indispensabile questa restrizione, singolare ma sensata, e non negoziabile. Promettiamo di fare dell’altro l’unico depositario dei nostri rimpianti e di non distribuirli in una vita di dongiovannismo sessuale. Dopo aver preso in considerazione le diverse alternative di infelicità, abbiamo deciso di unirci con il legame matrimoniale».

I coniugi traditi non potrebbero più lamentarsi a piacimento perché si aspettavano che l’altro fosse soddisfatto di loro e non desiderasse nessun altro. In compenso però, griderebbero, in maniera più appropriata e più corretta: «Contavo che tu rimanessi fedele alla specifica forma di compromesso e di infelicità rappresentata dal nostro matrimonio, che abbiamo costruito con tanta fatica».

A quel punto, una relazione extraconiugale non sarebbe un tradimento della gioia più intima ma di un reciproco appello a sopportare le delusioni del matrimonio con coraggio e stoico riserbo.