Dolcezza

Tre anni dopo l’arrivo di Esther, nasce William. Fin dall’inizio si dimostra birichino e seducente. I suoi genitori resteranno per sempre convinti che già poche ore dopo essere uscito dall’utero abbia ammiccato dalla culla in modo apparentemente intenzionale. A quattro anni, ormai saranno pochi i cuori che non è riuscito a scaldare. C’è dolcezza nelle domande che fa, nei suoi giochi, nelle continue proposte di matrimonio alla sorella.

La dolcezza dell’infanzia: la parte immatura della bontà, osservata attraverso il prisma dell’esperienza adulta, cioè da un punto di vista segnato da una notevole quantità di sofferenza, di rinunce e di disciplina.

Definiamo «dolci» le manifestazioni di speranza, fiducia, spontaneità, meraviglia e semplicità dei bambini, qualità fortemente a rischio, ma anche fortemente desiderate, nella routine quotidiana della vita adulta. La dolcezza dei bambini ci ricorda quanto abbiamo dovuto sacrificare sulla strada della maturità. È una parte vitale di noi, ormai in esilio.

Quando è al lavoro, Rabih sente la mancanza dei figli con particolare intensità. In un ambiente segnato da una tensione costante e da continue macchinazioni, l’idea della loro fiducia e della loro vulnerabilità gli sembra commovente. Quasi gli spezza il cuore ricordare che non lontano dal suo ufficio c’è un luogo dove le persone sanno prendersi cura le une delle altre e dove le lacrime e la confusione di una di loro, per non parlare del pranzo o della posizione in cui dorme, suscitano in un’altra una preoccupazione tanto profonda.

Non può essere una coincidenza che la dolcezza dei bambini sia particolarmente evidente e apprezzata in questa fase della storia umana. Tutte le società sono sensibili alle qualità che non possiedono. Un mondo che impone alti livelli di autocontrollo, cinismo e razionalità, segnato dall’insicurezza e da un’estrema competitività, vede giustamente nell’infanzia le virtù che controbilanciano le sue caratteristiche, vi coglie le doti a cui si è costretti a rinunciare in cambio delle chiavi del regno adulto.

A William piacciono un mucchio di cose davanti alle quali gli adulti che lo circondano si dimenticano di stupirsi: i formicai, i palloncini, i pennarelli sugosi, le chiocciole, il cerume, il rombo degli aerei che decollano, immergere la testa nell’acqua della vasca da bagno... Si entusiasma per le cose semplici che gli adulti, ingiustamente, trovano noiose; come un grande artista, sa suscitare nel suo pubblico un rinnovato apprezzamento per i cosiddetti aspetti minori della vita.

Per esempio, è un estimatore del salto sul letto. Ci vuole una pista lunga lunga, spiega, meglio se si parte dal corridoio e se il letto è coperto da una montagna di cuscini, anche quelli del divano da basso. È fondamentale tenere le braccia ben alzate mentre si corre verso l’obiettivo. Quando ci provano i grandi, come mamma e papà, tendono a non lasciarsi andare e a tenere le braccia lungo i fianchi, oppure stringono i pugni vicino al petto, perché non lo stanno facendo con convinzione. In entrambi i casi, ti perdi il bello.

Poi ci sono le infinite domande fondamentali che bisogna porre in una giornata: «Perché c’è la polvere?», «Se si rade il pelo a un gorilla neonato, sembra un neonato umano?», «Quando non sarò più un bambino?» Qualsiasi cosa può diventare il pretesto per una domanda curiosa, se non ci si è ancora irrigiditi pensando di sapere che cosa ci interessa e che cosa no.

William non si preoccupa di sembrare anormale, perché per il momento, fortunatamente, non è in grado di concepire una categoria simile. Le sue emozioni sono ancora spontanee. Non ha paura – per ora – dell’umiliazione. Non possiede la nozione di rispettabilità, furbizia o virilità, inibitori catastrofici di spirito e talento. La sua prima infanzia è un laboratorio di quello che potrebbe essere l’umanità intera, se non esistesse il ridicolo.

A volte, quando gli gira, si mette i tacchi e il reggiseno di sua madre e vuole essere chiamato Lady William. Gli piacciono i capelli del suo compagno di classe Arjun e una sera dice a Kirsten, con notevole entusiasmo, che vorrebbe proprio accarezzarli. Sarebbe bello essere sposati con Arjun, aggiunge.

Anche i suoi disegni sono dolcissimi, in parte per il loro esuberante ottimismo. C’è sempre il sole, le persone sorridono. Manca il tentativo di vedere sotto la superficie per scoprire compromessi ed evasività. Agli occhi dei genitori, nella sua allegria non c’è nulla di scontato: la speranza è un risultato che si raggiunge e il loro bambino è stato bravissimo a ottenerla. La sua completa indifferenza alla «giustezza» della scena è affascinante. Più avanti, quando a scuola comincerà a fare arte, gli insegneranno le regole del disegno e gli suggeriranno di fare attenzione a quello che ha davanti agli occhi. Ma per il momento non ha bisogno di preoccuparsi del modo in cui il ramo si attacca al tronco o della forma precisa di gambe e mani. È allegramente ignaro della realtà concreta e spesso noiosa dell’universo. Gli importa solo di quello che prova e di quello che gli sembra divertente in un certo istante; ricorda ai suoi genitori che anche nell’egoismo sfrenato può esserci un lato buono.

Anche le paure di William e Esther sono dolci, perché è facile placarle e perché hanno così poco a che vedere con quello di cui bisogna davvero aver paura nella vita. Sono causate da lupi e mostri, malaria e squali. I bambini hanno tutte le ragioni per aver paura, ovviamente; solo che non la riversano ancora sui target giusti. Non sono informati sui veri orrori che li attendono nell’età adulta: sfruttamento, inganni, disastri professionali, invidia, abbandono e mortalità. Le ansie dei bambini sono inquietudini inconsce per i veri terrori futuri, ma purtroppo quando si troveranno ad affrontarli il mondo non li considererà altrettanto carini e non vorrà sommergerli di rassicurazioni e coccole.

Esther si presenta regolarmente in camera di Rabih e Kirsten alle due del mattino, con Dobbie in braccio, per lamentarsi di un brutto sogno in cui c’era un drago. Si sdraia in mezzo, una mano assegnata a ciascun genitore, le gambette magre che toccano le loro. Così inerme, li fa sentire forti. Hanno il potere di fornirle tutto il conforto di cui ha bisogno. Se quello stupido drago oserà farsi vedere da quelle parti, dovrà vedersela con loro.

La guardano riaddormentarsi, le palpebre tremolanti, Dobbie stretto al collo. Restano svegli per un po’, commossi, perché sanno che la loro piccolina crescerà, li lascerà, soffrirà, sarà respinta e avrà il cuore spezzato. Se ne andrà per il mondo, avrà bisogno di rassicurazioni ma ormai per loro sarà troppo lontana. Un giorno arriveranno davvero i draghi e mamma e papà non saranno in grado di scacciarli.

Non sono solo i bambini a essere infantili. Anche gli adulti – sotto la spacconeria di facciata – a tratti sono giocosi, sciocchi, imprevedibili, vulnerabili, isterici, terrorizzati, patetici e bisognosi di consolazione e perdono.

Siamo ben disposti a vedere la dolcezza e la fragilità dei bambini e a offrire loro aiuto e conforto, a seconda dei casi. Con loro riusciamo a mettere da parte le nostre pulsioni peggiori, vendicatività e ira; a ricalibrare le nostre aspettative e pretendere un po’ meno del solito; a non arrabbiarci così in fretta e a essere consapevoli del loro potenziale inespresso. Trattiamo i bambini con una gentilezza che siamo stranamente e tristemente riluttanti a dimostrare ai nostri coetanei.

È meraviglioso vivere in un mondo dove tante persone sono carine con i bambini. Ma sarebbe ancora meglio vivere in un mondo in cui tutti siano un po’ più carini con il lato infantile degli altri.

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