Bronci

Per un bel po’ di tempo, a Rabih e Kirsten tutti gli altri sembrano superflui. Non hanno voglia di vedere nessuno degli amici su cui hanno fatto affidamento nei lunghi anni prima di conoscersi. Ma poi, a poco a poco, il senso di colpa e una rinnovata curiosità hanno la meglio. In pratica, questo significa vedersi più spesso con gli amici di Kirsten, perché quelli di Rabih sono sparsi per il mondo. Al venerdì i compagni di università di Kirsten si trovano al Bow Bar. È dall’altra parte della città, rispetto al loro appartamento, ma offre un’ampia scelta di whisky e birre artigianali. Nonostante ciò, la sera in cui Kirsten convince Rabih ad andarci, lui prende un’acqua gasata. Non c’è una specifica motivazione religiosa, deve spiegare (cinque volte), è solo che non gli va di bere.

«Marito e moglie, wow!» fa Catherine, con una sfumatura scherzosa nella voce. È contraria al matrimonio e si trova meglio con le persone che condividono le sue preferenze. Bisogna dire che anche per Rabih e Kirsten l’espressione «marito e moglie» suona ancora un po’ strana. Anche loro spesso mettono quelle parole tra virgolette ironiche per mitigarne il peso e l’incongruità, perché non si sentono affatto il tipo di persone che in genere associano all’idea di coppia sposata: molto più anziane, più solide e più infelici di quanto si ritengono. A Kirsten, quando rientra, piace gridare: «La signora Khan è tornata», scherzando su un concetto che per entrambi rimane solo vagamente credibile.

«Allora, Rabih, dove lavori?» gli chiede Murray, un burbero barbuto che è nel settore petrolifero e che ai tempi dell’università aveva fatto la corte a Kirsten.

«In uno studio di urbanistica» risponde Rabih, e si sente come una ragazzina, come gli capita in presenza di maschi più solidi. «Ci occupiamo di aree urbane e zonizzazione spaziale.»

«Aspetta, aspetta» fa Murray, «mi sono già perso.»

«È un architetto» spiega Kirsten. «Ha progettato anche case e uffici, e speriamo che ricominci quando l’economia si riprenderà.»

«Capito: sei venuto ad aspettare la fine della crisi in questa parte oscura del regno, ma presto tornerai alla ribalta per tirar su la prossima piramide di Giza.»

Murray ridacchia un po’ troppo forte alla propria battuta, che non fa per niente ridere, ma non è questo a infastidire Rabih. È che Kirsten si unisce a lui, stringendo in mano quello che resta della sua pinta, inclinando la testa verso il vecchio compagno di studi e ridendo di gusto, come se avesse detto una cosa divertentissima.

Sulla strada di casa Rabih è silenzioso, poi dice di essere stanco, risponde con il famoso «Niente» quando lei gli chiede se qualcosa non va e, quando arrivano nel loro appartamento, che profuma ancora di tempera fresca, si precipita nella stanzetta dove c’è il divano letto e si chiude la porta alle spalle.

«Dai, per piacere!» dice lei, alzando la voce per farsi sentire. «Almeno dimmi cosa c’è.»

Al che lui risponde: «Vaffanculo, lasciami in pace». A volte è il suono della paura.

Kirsten si fa un tè e va in camera, insistendo a dirsi – non del tutto sincera – che non ha idea del motivo per cui suo marito (in verità sembrava proprio una mosca bianca al Bow Bar) se la sia presa tanto.

Quando mettiamo il broncio, le motivazioni profonde sono uno spiazzante misto di rabbia intensa e di desiderio, ugualmente intenso, di non rivelare perché siamo arrabbiati. Chi si imbroncia ha un disperato bisogno che l’altro capisca, eppure si rifiuta categoricamente di aiutarlo a capire. Il nocciolo dell’insulto, infatti, è proprio la necessità di spiegare: se il partner ha bisogno di spiegazioni, chiaramente non è degno di riceverne. Si aggiunga che è un onore se qualcuno ci tiene il broncio: significa che ci rispetta e ha abbastanza fiducia in noi da pensare che dovremmo capire al volo i motivi inespressi per cui è offeso. È uno dei doni più strani dell’amore.

Alla fine Kirsten scende dal letto e bussa alla porta della stanzetta. Sua madre diceva sempre che non bisogna andare a dormire arrabbiati. Sostiene ancora di non capire cosa sia successo. «Amore, ti stai comportando come se avessi due anni. Io sono dalla tua parte, te lo ricordi? Almeno spiegami cosa c’è che non va.»

E nella cameretta zeppa di libri di architettura, il bambinone troppo cresciuto si volta sul divano e non gli viene in mente nulla, a parte il fatto che non mollerà. E anche un’altra cosa, del tutto irrilevante: quanto sembrano strane le parole stampate in caratteri argentati sul dorso di un libro sulla mensola lì accanto: MIES VAN DER ROHE.

Per lui è una situazione insolita. In passato, con altre donne, ha sempre fatto del suo meglio per essere quello che ci teneva di meno, ma l’esuberanza e l’inflessibilità di Kirsten gli hanno assegnato il ruolo opposto. Adesso è il suo turno di star sveglio di notte a tormentarsi. Perché non è piaciuto ai suoi amici? Che cosa ci trova lei, in loro? Perché non è intervenuta ad aiutarlo e a difenderlo?

Questo atteggiamento rende omaggio a un ideale, bello ma pericoloso, che ha le sue origini nella prima infanzia: la promessa di una comprensione tacita. Nell’utero non c’era bisogno di spiegare nulla. Tutti i nostri bisogni venivano soddisfatti. Ricevevamo proprio il genere di conforto che ci voleva. L’idillio è proseguito, almeno in parte, nei primi anni di vita. Non era necessario rendere nota ogni nostra esigenza: c’erano persone grandi e buone che la indovinavano. Leggevano nelle nostre lacrime, nei nostri balbettii, nella nostra confusione. Trovavano la spiegazione per disagi che noi non avevamo la capacità di verbalizzare.

Ecco perché, nelle relazioni amorose, anche i più eloquenti tra noi preferiscono istintivamente non dire le cose con chiarezza, quando il partner rischia di non capirci appieno. Solo una silenziosa e precisa lettura del pensiero può essere considerata la prova certa che possiamo fidarci del partner; solo quando non dobbiamo spiegare abbiamo la sicurezza di essere davvero capiti.

Quando non ce la fa più, Rabih entra in camera da letto in punta di piedi e si siede sul letto dalla parte di Kirsten. Vorrebbe svegliarla, ma ci ripensa quando vede il suo viso intelligente e gentile che riposa. Dalla bocca socchiusa sente uscire il rumore lievissimo del suo respiro; la luce della strada fa risaltare i peli sottili del braccio.

La mattina dopo è fresca ma soleggiata. Kirsten si sveglia prima di Rabih e prepara due uova alla coque, una ciascuno, e un cestino di pane tostato tagliato a striscioline. Guarda il salice del giardino e prova gratitudine per le cose di tutti i giorni, modeste ma affidabili. Quando Rabih entra in cucina, imbarazzato e scarmigliato, rimangono in silenzio, ma finiscono per sorridersi. All’ora di pranzo lui le manda un’e-mail: «Sono un po’ matto, perdonami». Nonostante stia aspettando di entrare in consiglio comunale, lei gli risponde subito: «Sarebbe una noia se non fossi così. E mi sentirei tanto sola». Del broncio della sera prima non parlano più.

L’ideale, quando diventiamo il bersaglio speciale delle ire di un musone, sarebbe mantenere la capacità di ridere, con la più dolce delle risate. Riconoscere il commovente paradosso che c’è dietro. Chi ci tiene il broncio sarà anche alto un metro e novanta e avrà anche un posto di lavoro, ma il vero messaggio è regressivo: «Nel profondo, sono ancora un bambino e adesso ho bisogno di un genitore. Ho bisogno che indovini cos’è che mi tormenta, come succedeva quando ero piccolo, quando si è formata la mia idea di amore».

Se siamo in grado di reagire ai capricci di un innamorato imbronciato come a quelli di un bambino, gli facciamo un enorme favore. Siamo profondamente convinti che sembrare più giovani della nostra età equivalga a venire trattati con sufficienza; e così dimentichiamo che qualche volta è un privilegio trovare qualcuno che guardi oltre il nostro essere adulto per affrontare – e perdonare – il bambino deluso, arrabbiato e incapace di esprimersi che c’è dentro di noi.