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Il membro della North Richmond Gang a giudizio il mattino successivo indossava un completo doppiopetto blu e una cravatta di seta italiana con un impeccabile nodo Windsor. La camicia era bianca e fresca di bucato, il viso perfettamente sbarbato; si era anche tolto l'orecchino.

L'avvocato della difesa, Tod Coldwell, aveva provveduto a curare l'aspetto del suo assistito perché conosceva la difficoltà dei giurati nel distinguere tra sostanza e forma. Naturalmente anch'io credevo in quel tipo di assioma, e per lo stesso motivo non esitai a portare come prove il maggior numero possibile di fotografie a colori dell'autopsia della vittima. Ero certa che Coldwell, proprietario di una Ferrari rossa, non mi amasse molto.

«Non è forse vero, signora Scarpetta» pontificava in quel freddo mattino d'autunno nell'aula del tribunale, «che un individuo sotto effetto della cocaina può diventare molto violento e persino possedere una forza sovrumana?»

«Senza dubbio la cocaina può provocare delle forme di allucinazione e di sovraeccitamento» risposi, rivolgendomi come sempre al banco della giuria. «La forza sovrumana, come lei la definisce, è spesso associata alla cocaina o al PCP, un sedativo per cavalli.»

«E nel sangue della vittima sono state trovate tracce sia di cocaina, sia di benzoilecgonine» insistette Coldwell, come se gli avessi appena dato ragione.

«Sì, è esatto.»

«Mi chiedevo, signora Scarpetta, se per caso non potrebbe spiegare meglio il significato di tutto ciò alla giuria.»

«Innanzi tutto desidero precisare ai giurati che sono medico legale con laurea in legge. La mia specializzazione è nel campo della patologia, nella fattispecie di quella legale, come lei ha già convenuto, signor Coldwell. Le sarei quindi grata se volesse rivolgersi a me come dottoressa Scarpetta, e non come signora.»

«Certamente.»

«Le spiacerebbe ripetere la sua domanda?»

«Potrebbe per cortesia spiegare alla giuria cosa significa se nel sangue di un individuo vengono rilevate tracce di cocaina e» lanciò un'occhiata ai suoi appunti «di benzoilecgonine?»

«Il benzoilecgonine è un metabolite della cocaina. Affermare che una persona aveva entrambe le sostanze nel sangue significa che parte della cocaina assunta era già stata metabolizzata, e parte no» dissi, consapevole della presenza di Lucy in un angolo dell'aula, il viso seminascosto da una colonna. Era in condizioni pietose.

«Il che indicherebbe che questa persona ne faceva abitualmente uso, visti e considerati anche i numerosi segni di aghi sulle braccia. E questo autorizza a pensare che, quando la notte del tre luglio scorso il mio cliente si è trovato di fronte al soggetto in questione, abbia avuto a che fare con una persona particolarmente agitata, eccitata e violenta, e dunque non abbia avuto altra scelta che difendersi.» Coldwell camminava avanti e indietro, sotto lo sguardo da gatto nervoso del suo azzimato cliente.

«Signor Coldwell» replicai, «la vittima, Jonah Jones, è stata freddata da sedici colpi sparati da un Tec-Nine nove millimetri, con un caricatore da trentasei munizioni. Sette proiettili l'hanno raggiunto alla schiena, e tre sono stati sparati a bruciapelo alla nuca.

«Personalmente, date le premesse, ritengo poco credibile la legittima difesa, soprattutto considerato il fatto che nel sangue del signor Jones è stato rilevato un tasso alcolico di due virgola nove, vale a dire tre volte superiore al limite legale consentito in Virginia. In altre parole, al momento dell'aggressione le capacità motorie e le facoltà di giudizio della vittima erano notevolmente ridotte. Francamente, mi domando come potesse reggersi in piedi.»

Coldwell si girò verso il giudice Poe, soprannominato "il Corvo" fin dai tempi del mio arrivo a Richmond. Era un uomo profondamente stanco di tutte le storie di regolamenti di conti tra spacciatori, e di bambini che andavano a scuola armati per poi spararsi tornando a casa in autobus.

«Vostro Onore» riprese Coldwell in tono drammatico, «le chiedo di stralciare dagli atti l'ultima affermazione della signora Scarpetta, che oltre a essere tendenziosa, esula certamente dal suo campo di competenza.»

«Ebbene, io non so se quel che la dottoressa ha da dire esuli dal campo delle sue competenze, signor Coldwell, ma di certo le ha già cortesemente chiesto di essere chiamata con il dovuto titolo di dottore, e per quanto mi riguarda sto perdendo la pazienza con il suo comportamento e le sue manovre...»

«Ma, Vostro Onore...»

«Il fatto è che la dottoressa Scarpetta è già comparsa molte volte in quest'aula e io conosco molto bene il suo grado di competenza» proseguì il giudice nella sua morbida e calda parlata del Sud.

«Vostro Onore...?»

«Mi sembra inoltre che abbia a che fare ogni giorno con questo genere di cose...»

«Vostro Onore?»

«Signor Coldwell» tuonò il Corvo, con la testa affetta da calvizie incipiente visibilmente arrossata, «se cercherà di interrompermi ancora una volta la accuserò di oltraggio alla corte e le farò passare qualche notte nella nostra bella prigione! È chiaro?»

«Sì, signore.»

Lucy aveva tirato il collo per vederci meglio e i giurati erano attentissimi.

«Metteremo agli atti tutto quello che la dottoressa Scarpetta ha da dire» concluse quindi il giudice.

«Non ho altre domande» dichiarò l'avvocato in tono secco.

Poe chiuse la seduta con un violento colpo di martelletto. Allora una vecchia seduta nelle ultime file, che si era quasi addormentata sotto la tesa del cappello di paglia nero, trasalendo, si raddrizzò sulla sedia ed esclamò: «Sì, chi è?». Poi ricordò dove si trovava e scoppiò in lacrime.

«Va tutto bene, mamma» udii un'altra donna mormorarle, mentre ci aggiornavamo per il pranzo.

Prima di lasciare il centro feci un salto alla Divisione anagrafica del Ministero della sanità, dove una mia vecchia amica e collega lavorava come archivista. In tutta la Virginia era impossibile venire al mondo o essere restituiti alla terra in maniera legale senza la firma di Gloria Loving. Nonostante fosse autoctona come l'uccello del paradiso, conosceva i propri omologhi in tutti gli altri stati dell'unione, e nel corso degli anni mi ero rivolta spesso a lei per sapere chi aveva o non aveva legalmente popolato il pianeta, chi si era sposato, aveva divorziato o era stato adottato.

In ufficio mi dissero che Gloria era in pausa pranzo alla caffetteria del Madison Building, e all'una e un quarto la trovai sola a un tavolo, intenta a mangiare uno yogurt alla vaniglia e una macedonia di frutta in scatola. Come sempre, stava leggendo un thriller tascabile di qualche centinaio di pagine, a giudicare dalla copertina probabilmente un bestseller del "New York Times".

«Piuttosto che mangiare quella roba, preferirei saltare il pasto» dissi, prendendo una sedia.

Sollevò la testa per guardarmi, e all'espressione inizialmente distaccata del suo viso si sostituì subito un sorriso gioioso. «Buon Dio! Guarda chi si rivede! Che ci fai qui, Kay?»

«Se mai te ne fossi dimenticata, lavoro dall'altra parte della strada.»

Gloria rise deliziata. «Posso offrirti un caffè? Tesoro, ma hai un'aria così stanca!»

Il nome Gloria Loving l'aveva segnata fin dalla nascita, ed era cresciuta fedele alla propria vocazione. Era una donna grande e generosa, intorno ai cinquanta, che si prendeva a cuore ogni singolo certificato che transitava dalla sua scrivania. Per lei i documenti d'archivio erano qualcosa di più di semplici pezzi di carta e codici nosologici, e nel loro nome sarebbe stata pronta a combattere all'ultimo sangue contro chiunque.

«Niente caffè, grazie.»

«Be', mi pareva di aver sentito che invece tu non lavorassi più qui.»

«È carino il modo in cui la gente è pronta a darmi per dimissionaria non appena mi assento per un paio di settimane. Adesso sono consulente dell'Fbi. Un impegno saltuario.»

«Su e giù dal North Carolina, immagino, viste le ultime notizie sui giornali. Persino Dan Rather ha parlato del caso Emily Steiner, l'altra sera, e anche la Cnn le ha dedicato dei servizi. Ragazzi, certo che qui si gela.»

Mi guardai intorno: la caffetteria dei dipendenti statali era quasi in rovina, e i frequentatori non avevano certo l'aria entusiasta. La maggioranza se ne stava ingobbita sui vassoi, con le giacche e i maglioni abbottonati fino al collo.

«Hanno regolato tutti i termostati sui quindici gradi per risparmiare energia, dimmi tu se non è la barzelletta del secolo» proseguì Gloria. «Noi usiamo il riscaldamento a vapore prodotto dal Medical College della Virginia, quindi abbassare i termostati non serve a risparmiare un solo watt di elettricità.»

«Pensavo che fossero meno di quindici gradi» commentai.

«Infatti qui ne abbiamo dodici, fa freddo esattamente come fuori.»

«Vieni pure a scaldarti nel mio ufficio quando vuoi» le dissi, rivolgendole un sorriso maligno.

«Ah, ma certo, quello è senz'altro il posto più caldo di tutta la città. Allora, in cosa posso aiutarti, Kay?»

«Vorrei avere qualche informazione su un ipotetico caso di morte neonatale improvvisa verificatosi circa dodici anni fa in California. Il nome della bambina era Mary Jo Steiner, il nome dei genitori Denesa e Charles.»

L'associazione fu immediata, ma Gloria era troppo professionale per fare domande. «Conosci il nome da signorina di Denesa Steiner?»

«No.»

«In California dove, esattamente?»

«Non so neanche questo» ammisi.

«E pensi di poterlo scoprire? Più dati abbiamo, meglio è.»

«Preferirei che intanto provassi con questi. Se non arriviamo da nessuna parte, vedrò che altro posso trovare.»

«Hai detto probabile caso di morte neonatale improvvisa: hai qualche dubbio sulla diagnosi? Ho bisogno di saperlo, perché potrebbero averlo registrato sotto un codice diverso.»

«Teoricamente la bimba aveva un anno, quando morì, il che mi dà da pensare. Come saprai, la fascia d'età più colpita va dai tre ai quattro mesi. Dai sei in poi, le probabilità di morte improvvisa calano drasticamente, e passato l'anno si può già parlare di forme di decesso repentino di altra origine. Quindi sì, potrebbe essere stato registrato sotto un codice diverso.»

Gloria giocherellava con la bustina del tè. «Se fosse l'Idano, potrei chiamare Jane e in un minuto e mezzo avremmo una risposta. Ma in California vivono trentadue milioni di persone, capisci, è uno degli stati dove la ricerca è più difficile. Potrebbero rendersi necessarie indagini particolari. Vieni, ti accompagno fuori, così anche per oggi avrò fatto un po' di esercizio fisico.»

«L'archivio si trova a Sacramento?» Percorremmo un deprimente corridoio affollato di cittadini alla ricerca di qualche servizio sociale.

«Sì. Adesso lo chiamo appena salgo in ufficio.»

«Quindi conosci il responsabile?»

«Ma certo.» Rise. «Siamo solo cinquanta in tutta l'America: con chi altri vuoi che parliamo per lavoro?»

Quella sera portai Lucy alla Petite France, dove ci rimettemmo al giudizio di Paul, lo chef, che propose un Kebab di agnello marinato con verdure e una bottiglia di Château Gruaud Larose dell'86. Promisi a mia nipote che a casa le avrei servito una bella porzione di una deliziosa mousse di cioccolata con pistacchi e marsala che tenevo congelata nel freezer per i casi di emergenza culinaria.

Ma prima andammo a Shockoe Bottom, e lì passeggiammo sui ciottoli illuminati dai lampioni, in una parte della città dove fino a poco tempo prima non avrei mai osato avventurarmi. Eravamo nei pressi del fiume, il cielo blu scuro era punteggiato di stelle. Pensai a Benton; poi, per ragioni quasi opposte, pensai a Marino.

«Zia Kay» mi chiese Lucy, mentre entravamo da Chetti's per un cappuccino, «posso cercarmi un avvocato?»

«A che scopo?» ribattei, ma lo sapevo già.

«Anche se non riusciranno a dimostrare niente contro di me, io sarò comunque radiata dall'Fbi per il resto della mia vita.» La sua voce ferma non riusciva a celare il dolore.

«Dimmi che cosa vuoi.»

«Un pezzo grosso.»

«Te lo troverò.»

 

Invece di tornare nel North Carolina, come da programma, il lunedì successivo mi recai a Washington. Nonostante gli impegni con l'Fbi, avevo urgente bisogno di incontrare un vecchio amico.

Il senatore Frank Lord e io avevamo frequentato lo stesso liceo cattolico di Miami, anche se non nello stesso periodo. Lui aveva parecchi anni più di me, e la nostra amicizia era sbocciata allorché avevo iniziato a lavorare per l'Ufficio del medico legale della contea di Dade; allora, Frank era procuratore distrettuale. In seguito era diventato governatore e poi senatore, ma all'epoca io avevo già lasciato la mia città natale. Non ci eravamo più visti fino al giorno in cui era stato eletto presidente del Comitato giudiziario del Senato.

Lord aveva chiesto la mia consulenza mentre lottava per fare approvare il più ambizioso disegno di legge sul crimine della storia della nazione, e anch'io ero ricorsa spesso al suo aiuto. A insaputa dell'interessata, era stato il santo patrono di Lucy poiché, senza il suo intervento, probabilmente non le avrebbero accordato né il consenso né il credito accademico necessari per entrare nell'Fbi. Adesso non sapevo come riferirgli dell'accaduto.

Verso mezzogiorno lo aspettavo seduta su un lucente divano di cotone, in una sala dalle pareti rosso scuro decorata da tappeti persiani e da uno splendido lampadario in cristallo. Fuori, echi di voci rimbombavano nel corridoio di marmo, e di quando in quando un turista spiava dalla porta, nella speranza di intravedere qualche uomo politico o altri personaggi famosi radunati nella sala da pranzo del Senato. Lord arrivò puntuale e pieno di energia, salutandomi con un abbraccio veloce e un po' rigido. Era un uomo gentile e modesto, con qualche difficoltà a esternare i sentimenti.

«Aspetta, ti ho lasciato un segno di rossetto sulla guancia.» Glielo levai.

«Oh, dovresti lasciarcelo, invece, così i miei colleghi avrebbero qualcosa di cui parlare.»

«Ho idea che quello che manca, qui, non sono certo le chiacchiere.»

«Sono così felice di rivederti, Kay» disse lui, guidandomi verso la sala da pranzo.

«Forse cambierai presto idea.»

«Non credo.»

Scegliemmo un tavolo davanti a una finestra con vetrata artistica dedicata a George Washington e, visto che tanto non cambiava mai, non persi tempo a consultare il menu. Il senatore Lord era un uomo distinto, con folti capelli grigi e occhi azzurri; piuttosto alto e snello, aveva un debole per le cravatte di seta eleganti e per dettagli ormai superati tipo panciotti, gemelli, orologi da taschino e spille da cravatta.

«Qual buon vento ti porta nel distretto di Columbia?» mi chiese, spiegando il tovagliolo di lino.

«Certi reperti di cui devo discutere con i laboratori dell'Fbi» dissi.

Annuì. «So che ti occupi di quel caso terribile nel North Carolina.»

«Sì.»

«Quel pazzo va assolutamente fermato. Pensi che sia stato lui?»

«Non ne ho idea.»

«Sai, mi stavo giusto domandando per quale ragione dovrebbe trovarsi lì» proseguì Lord. «Ero convinto che si sarebbe cercato un posto dove starsene tranquillo per un po'... Be', suppongo che le decisioni di personaggi del genere rispondano assai poco a criteri di logica.»

«Frank» dissi, «Lucy è in un mare di guai.»

«Mi sembrava che qualcosa non andasse» rispose lui in tono pragmatico. «Te lo si legge in faccia.»

Mi ascoltò per mezz'ora, mentre gli raccontavo tutta la storia, e alla fine mi sentii profondamente grata per la sua pazienza: sapevo che quel giorno lo aspettavano numerose sedute di voto e che molta gente avrebbe desiderato, come me, rubargli un po' del suo tempo.

«Tu hai il cuore grande» gli dissi con calore, «e io ti ho deluso. Ti ho chiesto un favore, cosa che non faccio quasi mai, e sei stato ripagato con un disastro.»

«È stata lei?» mi chiese, davanti al suo piatto di verdure alla griglia ancora intatto.

«Non lo so» risposi. «Certo, gli indizi sono schiaccianti.» Mi schiarii la gola. «Lucy sostiene di no.»

«E ti ha sempre raccontato la verità, in passato?»

«Così credevo. Ma ultimamente ho avuto modo di scoprire alcuni suoi lati di cui non mi aveva mai messa al corrente.»

«Ne avete parlato?»

«Mi ha fatto capire in maniera alquanto chiara che certe cose non mi riguardano. E che non dovrei essere io a giudicarla.»

«Se hai paura di giudicarla, Kay, probabilmente è perché lo fai. E Lucy se ne accorge, a dispetto di qualunque cosa tu possa dire o non dire.»

«Non mi è mai piaciuto mettermi nei panni di quella che la critica e la corregge» dissi, scoraggiata. «Ma sua madre dipende troppo dagli uomini ed è troppo egocentrica per affrontare la realtà di una figlia.»

«E adesso Lucy è nei guai e tu ti stai chiedendo fino a che punto sia colpa tua.»

«Se è così, lo faccio in maniera inconscia.»

«Raramente siamo consapevoli di certe angosce ataviche: si insinuano sotto il velo della ragione, e l'unico modo per dissiparle è fare piena luce in ogni angolo. Ti senti abbastanza forte per questa impresa?»

«Sì.»

«Vorrei solo ricordarti che, se decidi di fare domande, poi devi essere all'altezza delle risposte.»

«Lo so.»

«Bene. Allora supponiamo per un momento che Lucy sia innocente» riprese Lord.

«Quindi?»

«Quindi, se non è stata lei a violare la sicurezza, ovviamente è stato qualcun altro. La mia domanda è: perché?»

«La mia domanda è come?» dissi io.

Con un cenno ordinò alla cameriera di portarci il caffè. «La cosa più importante da stabilire è il movente. Quale potrebbe essere il movente di Lucy? E il movente di qualsiasi altra persona?»

Il denaro, pensai, ma benché fosse la risposta più facile non ci credevo, e glielo dissi.

«Il denaro è potere, Kay, e tutto è potere. Noi povere creature mortali non ne abbiamo mai abbastanza.»

«Certo, il frutto proibito.»

«Esatto. È da qui che nasce ogni crimine.»

«Una verità che ogni giorno mi passa sotto gli occhi su qualche barella» concordai.

«E questo che cosa ti dice a proposito del problema in questione?» Mescolò lo zucchero nella tazza.

«Mi dice qual è il movente.»

«È così chiaro. Potere: solo di questo si tratta. Cosa vuoi che faccia per te?»

«Non vi saranno accuse a suo carico finché non stabiliranno che effettivamente ha rubato delle informazioni dall'ERF. Ma già da ora il suo futuro è rovinato, almeno per quanto riguarda le possibilità di carriera come tutore dell'ordine o in qualsiasi altro campo che implichi attività investigative.»

«E hanno già le prove per dire che è stata lei a violare l'ERF?»

«Tutte le prove che desiderano, Frank. Proprio questo è il problema: non sono affatto certa che si daranno molto da fare per riabilitare il suo nome, nel caso in cui si rivelasse innocente.»

«Nel caso in cui?»

«Sto cercando di conservare un atteggiamento possibilista.» Allungai la mano verso la tazza di caffè, e contemporaneamente decisi che l'ultima cosa di cui avevo bisogno in quel momento erano altre stimolazioni sul piano fisico. La tachicardia e il tremore alle mani erano già più che sufficienti.

«Posso parlarne con il direttore» si offrì Lord.

«Vorrei solo poter contare su qualcuno che da dietro le quinte controlli che venga fatto tutto il possibile. Viste le spiacevoli conseguenze da gestire e il fatto che ormai Lucy se n'è andata, potrebbero pensare che la cosa non ha più tanto peso. Oltretutto è solo una studentessa, accidenti: perché dovrebbe importargliene più di tanto?»

«Be', voglio sperare che invece il Bureau la tenga nella dovuta considerazione» commentò, con un'espressione seria.

«Io le conosco, le istituzioni burocratiche. E una vita che ci lavoro.»

«Se è per questo anch'io.»

«Quindi sai bene a cosa mi riferisco.»

«Sì che lo so.»

«Vogliono che resti con me a Richmond fino al prossimo semestre.»

«Dunque, hanno già un verdetto.» Riprese la tazza di caffè.

«Esatto. Ma se per loro è facile, non si può dire lo stesso per mia nipote. In fondo ha solo ventun anni, e già si è vista sgretolare fra le dita il sogno più bello. Cosa dovrebbe fare, adesso? Tornarsene all'UVA appena finite le vacanze di Natale e fingere che non sia successo nulla?»

«Ascolta.» Mi sfiorò il braccio con una tenerezza che ogni volta mi faceva rimpiangere di non averlo avuto come padre. «Farò tutto quanto mi sarà possibile senza dovermi impantanare in questioni di ordine amministrativo. Ti fidi di me?»

«Sì.»

«Nel frattempo, posso darti un consiglio?» Lanciando un'occhiata all'orologio, fece segno alla cameriera di avvicinarsi. «Sono già in ritardo.» Poi tornò a guardarmi. «Il tuo problema maggiore è di natura domestica.»

«Non sono d'accordo» risposi vivacemente.

«Puoi non essere d'accordo finché vuoi.» Sorrise alla cameriera che gli porgeva il conto. «Ma tu sei quanto di più simile a una madre che Lucy abbia mai avuto. Come intendi aiutarla ad affrontare questo momento?»

«Pensavo di averlo già fatto venendo qui.»

«E io che invece credevo fossi venuta solo per vedere me. Senta, scusi?» Richiamò la cameriera. «Non penso che questo conto sia nostro: non abbiamo ordinato quattro portate.»

«Dia un po' qua. Oh, santo cielo. Mi dispiace, senatore Lord. È di quell'altro tavolo.»

«In tal caso, lasci pure che il senatore Kennedy paghi per entrambi.» Le restituì i due conti. «Non rifiuterà certo. Lui crede nella circolazione rapida del denaro.»

La cameriera era un donnone con vestito nero e grembiule bianco, e un taglio corvino alla paggio scolpito dalla lacca. Sorrise senza più imbarazzo per l'errore commesso. «Certo, signore! Riferirò tutto al senatore.»

«E gli dica anche di aggiungere una mancia generosa, Missouri» concluse Lord, mentre la donna si allontanava. «Gli dica pure che sono stato io a dirglielo.»

Missouri Rivers aveva settant'anni, e dal giorno in cui, svariati decenni prima, era partita da Raleigh a bordo di un treno diretto al Nord, aveva visto quegli stessi senatori festeggiare e digiunare, dimettersi e venire rieletti, innamorarsi e precipitare. Sapeva quando poteva interrompere una conversazione per servire, e quando riempire di nuovo una tazza di tè o invece ritirarsi. Missouri conosceva tutti i segreti del cuore nascosti in quella meravigliosa sala, perché la vera misura dell'umanità degli individui la si vede dal modo in cui trattano persone come lei quando nessuno li osserva. E lei adorava il senatore Lord; lo si capiva dalla luce che le brillava negli occhi quando lo guardava o anche solo sentiva pronunciare il suo nome.

«Volevo semplicemente invitarti a trascorrere un po' più di tempo con Lucy» riprese Frank. «E a non lasciarti coinvolgere nella lotta contro i draghi altrui, soprattutto i suoi.»

«Non credo che lei sia in grado di sconfiggere questo drago da sola.»

«Quello che voglio dire è che non occorre che Lucy venga a sapere della nostra conversazione di oggi. Non occorre che scopra da te che io prenderò in mano il telefono per occuparmi di lei non appena avrò rimesso piede in ufficio. Se proprio qualcuno dovrà dirglielo, lascia che sia io a farlo.»

«D'accordo.»

Poco dopo salivo su un taxi davanti al Russell Building e, alle due e un quarto spaccate, raggiungevo Wesley esattamente dove aveva detto che si sarebbe fatto trovare. Sedeva su una panchina nell'anfiteatro di fronte al quartier generale dell'Fbi, e nonostante sembrasse immerso nella lettura di un romanzo, mi sentì arrivare molto prima che lo chiamassi per nome. Passò una comitiva di ignari visitatori. Benton richiuse il libro, se lo infilò in tasca e si alzò.

«Com'è andato il viaggio?» mi chiese.

«Con quello che ci si mette ad andare e venire dall'aeroporto, tanto vale prendere la macchina.»

«Sei venuta in aereo?» Mi tenne aperta la porta dell'atrio.

«Ho lasciato l'auto a Lucy.»

Si tolse gli occhiali scuri e prese due pass per visitatori. «Conosci il capo dei laboratori criminali, Jack Cartwright?»

«Ci siamo già incontrati.»

«Ora andremo nel suo ufficio per una piccola e odiosa seduta di aggiornamento, poi però voglio portarti in un posto.»

«E dove?»

«Un posto difficile da raggiungere.»

«Oh, se vuoi fare il misterioso mi vedo costretta a risponderti in latino, Benton.»

«Sai quanto ti odio quando lo fai, vero?»

Inserimmo i nostri pass in un tornello e seguimmo un lungo corridoio fino a un ascensore. Ogni volta che rimettevo piede nel quartier generale dell'Fbi mi tornava in mente di colpo quanto mi fosse antipatico quel luogo. Raramente incontravo qualcuno che mi degnasse di un'occhiata, e mi sembrava che tutto e tutti si nascondessero dietro varie sfumature di bianco o di grigio; infiniti corridoi si srotolavano in un labirinto di laboratori che da sola non ero mai in grado di trovare, ma il peggio era che nemmeno chi ci lavorava sembrava sapere dove andare.

Jack Cartwright aveva un ufficio con una bella vista e inondato di sole, che mi fece subito pensare a quante magnifiche giornate mi perdevo nei periodi in cui lavoravo molto.

«Benton, Kay. Buongiorno.» Ci stringemmo la mano. «Sedetevi, prego. George Kilby e Seth Richards, dei laboratori: non vi conoscete, vero?»

«No. Piacere» dissi, guardando i due giovani scienziati dall'aria seria e dall'aspetto sobrio.

«Qualcuno gradisce un caffè?»

Visto l'unanime rifiuto, Cartwright mi parve ansioso di mettersi al lavoro. Era un uomo attraente, la cui scrivania testimoniava a gran voce il suo metodo di lavoro: ogni documento, ogni busta e messaggio telefonico si trovava al posto giusto, e sopra un blocco per appunti di carta legale era appoggiata una vecchia Parker stilografica d'argento, uno strumento da vero purista. Notai che davanti alle finestre erano appese diverse piante, e sui davanzali campeggiavano le fotografie della moglie e delle figlie. Fuori, il sole ammiccava con barbagli improvvisi dai parabrezza delle macchine bloccate nei soliti ingorghi, mentre i venditori ambulanti decantavano la bontà di magliette, bibite e gelati.

«Stiamo lavorando al caso Steiner» esordì il nostro ospite, «e ci sono alcuni sviluppi interessanti. Partirò da quello che considero il più importante, e cioè l'analisi del tessuto epidermico trovato nel freezer.

«Sebbene i risultati del test sul Dna non siano ancora pronti, possiamo già affermare con sicurezza che si tratta di pelle umana e che il gruppo sanguigno è 0 positivo. Inoltre, la dimensione e la forma dei tessuti collimano con la dimensione e la forma delle ferite trovate sul corpo della vittima.»

«Siete riusciti a stabilire che genere di strumento è stato utilizzato per l'asportazione?» chiesi io, prendendo appunti.

«Uno strumento affilato a lama semplice.»

«In pratica, un coltello non meglio precisato» commentò Wesley.

«Il punto esatto di penetrazione della lama è ben riconoscibile» continuò Cartwright, «e questo ci consente di affermare che si tratta di un coltello affilato e appuntito a lama semplice. Tuttavia è il massimo che possiamo dire per il momento. A proposito» lanciò un'occhiata a Wesley, «sui coltelli che ci avete mandato non abbiamo trovato tracce di sangue umano. Parlo di quelli prelevati in casa Ferguson.»

Wesley annuì, la sua espressione era impenetrabile.

«Bene. Passiamo ai reperti» riprese Cartwright. «Qui la cosa si fa interessante. Sul corpo, sui capelli e sotto le scarpe di Emily Steiner abbiamo trovato tracce microscopiche di un materiale molto strano. Certo, ci sono anche fibre acriliche azzurre provenienti dalla coperta del letto e fibre di cotone verdi del cappottino di velluto che indossava alla riunione parrocchiale.

«Poi abbiamo trovato altre fibre di lana di origine non identificata e acari della polvere che potrebbero venire da qualsiasi posto. Ma ciò che non può avere una provenienza qualsiasi è questo.»

Cartwright ruotò sulla sedia e accese un video appoggiato sul bancone alle sue spalle. Lo schermo inquadrò quattro sezioni distinte di un materiale cellulare, e la prima cosa che mi venne in mente fu la struttura dei favi, solo che questo aveva strane zone di colore ambrato.

«Ciò che state osservando» riprese Cartwright, «sono sezioni di una pianta chiamata Sambucus simpsonii, un arbusto legnoso tipico delle pianure costiere e delle lagune della Florida meridionale. La parte più affascinante è questa con le macchie scure.» Indicò le zone che avevo già notato. «George» disse poi, rivolgendosi a uno dei due giovani scienziati, «tocca a te.»

«Si tratta di sacche di tannino.» George Kilby si avvicinò, inserendosi nella discussione. «Le potete osservare chiaramente in questa sezione radiale.»

«Cosa sarebbe, di preciso, una sacca di tannino?» volle sapere Wesley.

«Un veicolo che trasporta materiale su e giù per lo stelo della pianta.»

«Materiale di che genere?»

«Di solito prodotti di scarto delle attività cellulari. E, a titolo di cronaca, questo è il midollo: è qui che sono contenute le sacche di tannino.»

«Dunque il reperto di laboratorio è midollo vegetale?» chiesi.

L'agente speciale George Kilby annuì. «Esatto. Il nome commerciale è pithwood, anche se, tecnicamente parlando, non esiste nulla del genere.»

«E per quali scopi viene impiegato?» chiese Wesley.

Fu Cartwright a rispondere. «Spesso per sistemarvi piccole componenti meccaniche o pezzi di gioielleria. Per fare un esempio, un gioielliere potrebbe fissare nel pithwood un orecchino particolarmente piccolo o un ingranaggio d'orologio su cui sta lavorando, per evitare che rotoli via o di urtarlo e farlo cadere inavvertitamente con la manica. Oggi come oggi, però, usano quasi tutti il polistirolo.»

«E ne avete rinvenute grandi quantità?» mi informai.

«Abbastanza, soprattutto nelle aree dove c'era stata fuoriuscita di sangue e dove peraltro era concentrata la maggioranza delle tracce.»

«Se qualcuno volesse procurarsi del pithwood» chiese Wesley, «dove potrebbe rivolgersi?»

«Potrebbe andare nelle Everglades, ammesso che desiderasse procurarsi personalmente gli arbusti» rispose Kilby. «Altrimenti, lo ordinerebbe.»

«Da chi?»

«So che a Silver Springs, nel Maryland, c'è una ditta che lo fornisce.»

«Immagino che dovremo scoprire chi ripara gioielli a Black Mountain» commentò Wesley, guardandomi.

«Sarei stupita di trovare un artigiano del genere, da quelle parti» ribattei io.

Cartwright riprese la parola. «Oltre a questi reperti, abbiamo rinvenuto anche microscopici pezzi di insetti: scarabei, grilli, scarafaggi... niente di insolito. E scaglie di vernice bianca e nera, ma non da carrozzeria. Infine, aveva della segatura tra i capelli.»

«Di quale legno?» chiesi.

«Soprattutto noce, ma abbiamo identificato anche del mogano.» Lanciò un'occhiata a Wesley, che stava guardando fuori dalla finestra. «Sui tessuti umani trovati nel freezer non c'è traccia di tutto questo, ma nelle ferite sì.»

«Le ferite sarebbero state quindi inferte prima che il corpo venisse a contatto con le sostanze poi rilevate?»

«Sì, in teoria sì» gli risposi io. «Ma chiunque abbia asportato la pelle per conservarla potrebbe anche averla lavata. Sarà stata senz'altro sporca di sangue.»

«L'interno di un veicolo, di una macchina?» insisté Wesley. «Magari un bagagliaio?»

«È una possibilità» ammise Kilby.

Sapevo già in quale direzione stavano puntando i pensieri di Wesley. Gault aveva assassinato il povero Eddie Heath, di soli tredici anni, in un furgone semidistrutto pieno di tracce di sostanze di tutti i generi. Per farla breve, il signor Gault, figlio psicopatico di un ricco proprietario di una piantagione di pecan della Georgia, provava un immenso piacere nel lasciarsi dietro indizi apparentemente privi di senso.

«Per quanto riguarda invece il nastro adesivo arancione» disse Cartwright, giungendo finalmente a toccare anche quel punto, «mi pare che il rotolo non sia ancora stato trovato, giusto?»

«Giusto» confermò Wesley.

«Be'» proseguì Cartwright rivolgendosi all'agente speciale Richards, immerso nella lettura di alcuni appunti, «cerchiamo di venire al dunque, visto che personalmente lo ritengo un elemento fondamentale per la soluzione di questo caso.»

Richards cominciò a parlare in un tono serissimo, perché come tutti gli scienziati forensi che avevo conosciuto era animato da una vera passione nei confronti della propria specialità. L'archivio bibliografico dell'Fbi conteneva riferimenti a più di un centinaio di tipi di nastro adesivo, riferimenti utili per l'identificazione di reperti connessi ai crimini. L'impiego delittuoso di questo prodotto era infatti così comune, che ormai non riuscivo più a passare di fianco a uno scaffale del supermercato o in cartoleria senza che normali immagini di uso domestico si trasformassero in qualche agghiacciante ricordo.

Mi era capitato di raccogliere brandelli di corpi dilaniati dall'esplosione di una bomba confezionata con del nastro adesivo, così come mi era capitato di rimuoverlo dalle vittime immobilizzate di qualche sadico killer, o dai corpi appesantiti da blocchi di cemento e gettati nei fiumi o nei laghi. Impossibile poi contare le volte in cui l'avevo staccato dalle labbra di povere creature a cui era stato impedito di gridare fino al lettino del mio obitorio: perché era proprio lì, su quel tavolo d'acciaio, che i corpi delle vittime tornavano a potersi esprimere liberamente. Soltanto lì qualcuno aveva a cuore le atrocità cui erano stati sottoposti.

«Non ho mai visto del nastro simile prima d'ora» stava dicendo Richards. «E, considerato lo spessore del filato, direi che chiunque ne abbia fatto uso non l'ha acquistato in un normale negozio.»

«Come fa a essere così sicuro?» volle sapere Wesley.

«Si tratta di un tipo di nastro industriale a sessantadue fili di ordito e cinquantasei di trama, mentre quello classico che si può comprare per due dollari in qualsiasi negozio o grande magazzino ha un rapporto di venti a dieci. Quello industriale può costare anche dieci dollari a rotolo.»

«E sa chi l'ha prodotto?» chiesi.

«La Shuford Mills di Hickory, North Carolina. È uno dei maggiori produttori di nastro adesivo del paese. La loro marca commerciale più conosciuta è la Shurtape.»

«Hickory dista solo una novantina di chilometri da Black Mountain, in direzione est» dissi.

«Ha già parlato con qualcuno della Shuford Mills?» chiese Wesley a Richards.

«Sì. Stanno ancora cercando di recuperare le informazioni necessarie. Ma sappiamo già qualcosa: questo tipo di nastro arancione fiammante è stato prodotto su commissione esclusiva per un'etichetta privata alla fine degli anni Ottanta.»

«Cosa si intende per etichetta privata?»

«Qualcuno che ha bisogno di un nastro particolare e ne ordina un quantitativo minimo di cinquecento casse. Il che significa che in circolazione possono esserci centinaia di rotoli di cui noi non sapremo mai niente, a meno che non ne salti fuori un altro in circostanze analoghe a queste.»

«Ma che genere di committente potrebbe richiedere il proprio speciale tipo di adesivo?» insistetti io.

«Be', per esempio certi piloti di stock car racing» rispose Richards. «Richard Petty se n'è fatto preparare uno rosso e blu per la sua squadra di tecnici ai box, mentre quello di Daryl Waltrip è giallo. Anni fa un cliente della Shuford Mills si stancò dei continui furti da parte dei dipendenti, così ne commissionò uno viola fosforescente. Era ovvio che se gli amici vedevano le tubature di casa tua riparate o il taglio nella piscinetta gonfiabile di tuo figlio rattoppato con del nastro viola, capivano subito che l'avevi rubato in ditta.»

«Quindi potrebbe essersi trattato dello stesso scopo anche per questo nastro arancione? Evitare possibili furti?»

«E probabile» convenne Richards. «Comunque, volevo specificare anche che si tratta di un adesivo ignifugo.»

«Il che è insolito?» chiese Wesley.

«Eccome. Di solito i materiali ignifughi vengono usati sugli aerei o nei sottomarini, ma in nessuno dei due casi mi pare necessario ricorrere a un colore del genere.»

«Allora perché qualcuno può aver voluto proprio un arancione così sgargiante?» chiesi.

«Questa è una domanda da un milione di dollari» intervenne Cartwright. «Le uniche cose che mi vengono in mente sono le riserve di caccia e i coni stradali.»

«Torniamo un momento al nostro killer, che immobilizza con il nastro adesivo la signora Steiner e la figlia» propose Wesley. «Che altro potete dirci sulla meccanica di questa operazione?»

«Su alcune estremità dei pezzi di nastro abbiamo trovato tracce di quella che sembrerebbe essere vernice per mobili» riprese Richards. «Inoltre, la successione con cui i pezzi sono stati strappati dal rotolo non è la stessa con cui sono stati legati i polsi e le caviglie della madre. Il che significa che probabilmente l'aggressore ne ha strappati tanti segmenti quanti ha pensato che gliene occorressero, attaccandoli provvisoriamente al bordo di un mobile. Quando ha iniziato a legare la signora Steiner, i pezzi erano già tutti lì, pronti per l'uso.»

«Solo che non ha seguito l'ordine esatto» ripeté Wesley.

«Appunto. Li ho fatti numerare rispettando la successione utilizzata per la madre e la figlia. Volete dare un'occhiata?»

Trascorremmo così il resto del pomeriggio nell'Unità analisi materiali, in compagnia di gascromatografi, spettrometri di massa, calorimetri a scanning differenziale e altri misteriosi strumenti per l'identificazione dei materiali e dei punti di fusione. Mi fermai accanto a un detector di esplosivi portatile, mentre Richards continuava a parlare della particolarità dell'adesivo usato per immobilizzare Emily e la madre.

Ci spiegò che, separando con un getto d'aria calda il blocco di adesivo recapitatogli dalla polizia di Black Mountain, aveva contato diciassette pezzi di nastro tra i venti e i quarantotto centimetri di lunghezza. Dopo averli montati su fogli di vinile trasparente, li aveva numerati secondo due diversi criteri: il primo per indicare la successione in cui i segmenti erano stati strappati dal rotolo, l'altro per indicare la successione usata dall'aggressore nel legare le sue vittime.

«La sequenza usata sulla madre è completamente illogica» stava dicendo. «Questo pezzo avrebbe dovuto essere il primo, invece era l'ultimo. E questo, strappato per secondo dal rotolo, era il quinto.

«La bambina, invece, è stata immobilizzata con pezzi in sequenza: sette in totale, finiti sui suoi polsi nello stesso ordine con cui sono stati tagliati dal rotolo.»

«Forse perché era un soggetto più facile da controllare» osservò Wesley.

«È il primo pensiero che ho avuto anch'io» concordai. Poi chiesi a Richards: «E sul nastro usato per Emily avete trovato gli stessi residui di vernice?».

«No» fu la risposta.

«Interessante» commentai io, ma quel particolare mi preoccupava.

L'ultima questione che affrontammo fu quella relativa alle tracce di sporco rinvenute sull'adesivo. Erano state identificate come idrocarburi, in pratica solo un nome altisonante per dire "grasso". Il che non ci portò né avanti né indietro, perché sfortunatamente il grasso è grasso e nient'altro. Quello sul nastro poteva provenire da una macchina. Oppure da un tir dell'Arizona.