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Il cimitero alle spalle della Terza chiesa presbiteriana era un campo di lapidi che si estendeva oltre una recinzione metallica fiancheggiata da alberi.
Quando vi arrivai, alle sei e un quarto, l'alba illividiva l'orizzonte e dalle labbra mi uscivano nuvole di fiato bianco. I ragni avevano già teso i loro accampamenti nell'erba, dando inizio ai traffici della giornata, e io li evitai accuratamente mentre con Marino mi dirigevo verso la tomba di Emily Steiner.
Era stata sepolta in un angolo vicino agli alberi, là dove il prato era piacevolmente punteggiato di fiordalisi e trifoglio. Riposava sotto la statua di un piccolo angelo di marmo, e per trovarlo non dovemmo fare altro che seguire lo stridente rumore di vanghe che scavavano nella terra. Poco distante era parcheggiato con il motore acceso un camion munito di argano, i cui fari illuminavano l'attività di due anziani uomini in tuta da lavoro. Le vanghe luccicavano, l'erba circostante sembrava incolore e un odore di terra umida mi colpì le narici, mentre delle zolle marroni si staccavano dalle lame d'acciaio e si accumulavano ai piedi della fossa.
Marino accese la torcia elettrica, e la statua risaltò subito in tutta la sua tristezza contro lo sfondo del mattino, con le ali richiuse all'indietro, la testa china in un gesto di preghiera. L'epitaffio scolpito alla base diceva:
Nessun altro vi è al mondo -
mio era l'unico caro
«Cavoli. Hai idea di cosa significa?» mi sussurrò Marino all'orecchio.
«Forse potremmo chiederlo a lui» risposi, vedendo avvicinarsi un uomo sorprendentemente massiccio dai folti capelli bianchi.
Il lungo soprabito scuro gli danzava intorno alle caviglie dando da lontano la sensazione sinistra che camminasse sollevato di una spanna dal terreno. Quando ci raggiunse vidi che portava una sciarpa Black Watch attorno al collo, guanti neri di pelle sulle mani enormi e le soprascarpe di gomma. Superava senz'altro i due metri di altezza e aveva un torace del diametro di un barile.
«Sono Lucias Ray» disse, stringendoci calorosamente la mano mentre anche noi ci presentavamo.
«Stavamo chiedendoci cosa significa questo epitaffio» esordii.
«La signora Steiner amava moltissimo la sua bambina. È davvero penoso» commentò l'impresario con voce fonda e strascicata. Una parlata più da Georgia che da North Carolina. «Abbiamo un intero libro di versi a disposizione della nostra clientela.»
«Quindi è da lì che li ha presi la madre di Emily?»
«Be', a dire il vero no. Se non sbaglio ha detto che sono di Emily Dickinson.»
Gli scavatori avevano riposto le vanghe, e adesso che c'era più luce riuscii anche a scorgere i loro volti bagnati di sudore e solcati come messi agitate dal vento. Con un clangore di ferro srotolarono la catena dell'argano. Poi uno degli uomini scese nella fossa e, mentre Ray ci raccontava dell'immensa folla che aveva accompagnato il funerale di Emily, fissò la catena ai ganci laterali della volta in cemento armato.
«C'era gente sin fuori dalla chiesa e sui prati, ci sono volute quasi due ore perché tutti potessero sfilare accanto al feretro per l'estremo saluto.»
«Vuole dire che la bara era aperta?» chiese Marino, sorpreso.
«No, signore.» Ray lanciò un'occhiata ai suoi uomini. «O meglio, la signora Steiner avrebbe voluto, ma io mi sono rifiutato. Le ho detto che in quel momento era troppo disperata, e che in seguito mi avrebbe ringraziato per essermi opposto. Insomma, quella bambina non era certo nelle condizioni adatte a una cosa del genere e io sapevo che molta gente sarebbe accorsa solo per curiosare. Be', naturalmente tanti ficcanaso sono venuti lo stesso, con il gran parlare che se n'era fatto.»
L'argano gemette e il motore diesel del camion borbottò energicamente: la volta di cemento cominciò a sollevarsi lentamente. Zolle di terra rotolavano giù, a ogni giro di manovella la tomba saliva mentre un uomo si sbracciava dirigendo le manovre come un addetto di volo su una pista di decollo.
Quasi nel preciso istante in cui la bara usciva dalla fossa e veniva calata sull'erba, ci ritrovammo assediati da reporter, fotografi e troupe televisive armate di telecamere. Sciamarono intorno alla ferita spalancata nella terra e alla volta ricoperta di argilla rossa, quasi sanguigna.
«Perché state esumando il corpo di Emily Steiner?» gridò qualcuno.
«È vero che la polizia ha già un sospetto?» aggiunse qualcun altro.
«Dottoressa Scarpetta?»
«Per quale ragione è stato coinvolto l'Fbi?»
«Dottoressa Scarpetta?» Una donna mi piazzò un microfono sotto il naso. «Sembra quasi che non si fidi del lavoro svolto dal medico legale di Buncombe.»
«Perché profanate la tomba di una povera bambina?»
Poi, al di sopra della confusione generale, Marino si mise a urlare come se fosse stato ferito. «Fuori di qui! State interferendo in un'indagine! Mi avete sentito, maledizione?» Pestò i piedi per terra. «Andatevene immediatamente!»
I reporter si immobilizzarono stupefatti. Lo guardarono a bocca aperta, mentre lui continuava a inveire contro di loro, la faccia paonazza e le vene del collo che si gonfiavano.
«Gli unici che profanano questa tomba siete voi, stronzi! E se non ve ne andate subito giuro che spacco tutto quel che mi capita a tiro, comprese le vostre teste di merda!»
«Marino» dissi, appoggiandogli una mano sul braccio. Era così teso, che sembrava d'acciaio.
«Per tutta la mia fottuta carriera ho avuto a che fare con stronzi come voi e ne ho abbastanza! Mi avete sentito? Ne ho abbastanza, manicadifiglidiputtana, PARASSITI DEL CAZZO!»
«Marino!» Lo tirai per il polso, mentre la paura mi incendiava i nervi. Mai, mai lo avevo visto così fuori di sé. Signore ti scongiuro, pensai, fa' che non si metta a sparare!
Mi piazzai davanti a lui, cercando di costringerlo a guardarmi, ma i suoi occhi scorrevano ferocemente oltre la mia testa. «Ascoltami! Se ne vanno. Per favore, calmati. Cerca di calmarti, Pete. Ecco, vedi, se ne stanno andando tutti. Li vedi? Hanno capito, hanno capito. Guarda, stanno quasi correndo.»
I giornalisti sparirono con la stessa rapidità con cui erano comparsi, come una banda di pirati fantasma sbucati all'improvviso e subito inghiottiti nuovamente dalla nebbia. Marino fissò il morbido declivio erboso costellato di fiori di plastica e le impeccabili file di lapidi grigie, mentre in sottofondo si udivano i colpi penetranti dell'acciaio contro l'acciaio: armati di martello e scalpello, gli scavatori spaccarono il sigillo di catrame sulla tomba e sollevarono il coperchio. Allora Marino corse in direzione degli alberi, e tutti noi fingemmo di non udire gli sconvolgenti grugniti e i conati che provenivano dalla macchia di allori montani dove si era rifugiato per vomitare.
«Conservate ancora i flaconi delle sostanze usate per il trattamento delle salme?» chiesi a Lucias Ray, la cui reazione all'avanzata delle truppe dei mass media e all'esplosione di Marino sembrava più di curiosità che di fastidio.
«Credo di averne ancora mezzo di quello che ho utilizzato per lei» rispose.
«Dovrò far eseguire dei controlli tossicologici» gli spiegai.
«Non è altro che formaldeide e metanolo con un goccio di olio di lanolina... sono prodotti di uso assolutamente comune. Naturalmente in questo caso ho usato una concentrazione bassa, viste le piccole dimensioni. Ho idea che il suo amico investigatore non si senta troppo bene» aggiunse, vedendo Marino riemergere da dietro gli alberi. «C'è in giro una brutta influenza.»
«Non credo sia quello il problema. Piuttosto, come hanno fatto i giornalisti a scoprire che eravamo qui?»
«Be', sa che non lo so? Ma la gente è fatta così.» Una pausa per sputare. «C'è sempre qualcuno che deve far andare la lingua.»
La piccola bara d'acciaio di Emily era dipinta di bianco e gli scavatori non avevano avuto alcun bisogno di ricorrere ancora all'argano per sollevare il coperchio e riadagiarlo delicatamente sulla terra. Lucias Ray estrasse una ricetrasmittente dalla tasca del soprabito e la accostò alle labbra.
«Puoi venire» disse.
«Dieci-quattro» rispose una voce.
«Niente giornalisti, mi auguro?»
«Se ne sono andati tutti.»
Un carro funebre lucido e nero scivolò oltre il cancello d'ingresso, attraversando le macchie di alberi e le aiuole e superando con grazia miracolosa l'irregolare percorso disseminato di lapidi e tronchi. Un tizio piuttosto grasso con un trench e un cappello con la falda rialzata scese ad aprire i portelloni posteriori, mentre gli operai caricavano la bara. Marino intanto osservava da una certa distanza, asciugandosi la faccia con il fazzoletto.
«Io e te dobbiamo parlare» gli dissi in tono tranquillo, dopo averlo raggiunto, mentre il carro funebre si allontanava.
«Non ho bisogno di niente, grazie.» Era pallidissimo.
«Senti, io devo andare da Jenrette, in obitorio. Vieni con me?»
«No. Torno al Travel-Eze. Scolerò birra fino a vomitare di nuovo, poi passerò al bourbon, quindi telefonerò a Wesley e gli chiederò quando cazzo possiamo andarcene da questo posto di merda, perché non ho camicie di ricambio e questa è rovinata. Non ho neanche una cravatta.»
«Cerca di riposare, Pete.»
«Mi sono portato una borsa grande così» proseguì, indicando con le mani un oggetto decisamente piccolo.
«Prendi un Advil, bevi più acqua che puoi e mangia un po' di pane. Verrò da te appena avrò finito in ospedale. Se Benton chiama, digli che mi può trovare al portatile o al cercapersone.»
«I numeri ce li ha?»
«Sì.»
Mi lanciò un'occhiata al di sopra del fazzoletto, tornando ad asciugarsi la faccia: il suo sguardo ferito scomparve istantaneamente dietro il solito, impervio, muro difensivo.