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Per accedere al seminterrato di Max Ferguson bisognava scendere alcuni gradini di cemento che si trovavano sul retro della casa, e dall'accumulo di foglie che il vento aveva spazzato alla loro base, dedussi che nessuno vi era passato di recente. Da quanto tempo, però, impossibile stabilirlo: l'autunno era ormai inoltrato, da quelle parti. Quando Wesley provò ad aprire la porta, altre foglie calarono su di noi in una spirale silenziosa, come ceneri sparse dalle stelle.
«Dovrò rompere il vetro» disse, forzando di nuovo la maniglia che illuminavo per lui con una torcia elettrica.
Infilando una mano sotto la giacca estrasse dalla fondina ascellare la sua Sig Sauer nove millimetri, quindi abbassò con un gesto deciso il calcio della pistola sul pannello di vetro al centro della porta. Sebbene fossi preparata, il rumore del vetro che andava in frantumi mi fece trasalire e per un attimo mi aspettai di veder sbucare dalle tenebre qualche poliziotto. Ma il vento non portava con sé echi di voci né di passi, così mi ritrovai a immaginare il terrore esistenziale che doveva aver colto Emily Steiner prima di morire. Ovunque ciò fosse avvenuto, nessuno l'aveva sentita gridare, nessuno era andato a salvarla.
Minuscole schegge di vetro rimaste conficcate nella cornice luccicarono, mentre Wesley inseriva lentamente il braccio nell'apertura fino a raggiungere la serratura interna.
«Maledizione» sbottò, appoggiandosi contro la porta. «Il chiavistello dev'essere arrugginito.»
Si sporse ulteriormente con il braccio, per cercare una presa migliore, e stava ancora armeggiando quando all'improvviso il chiavistello cedette e la porta si spalancò di colpo, risucchiando Wesley attraverso l'apertura. Cadendo diede un calcio alla torcia elettrica che avevo in mano, che rimbalzò sul cemento rotolando via e spegnendosi. Mi sentii investire da una folata di aria gelida e viziata, mentre all'interno Wesley si muoveva sul pavimento facendo scricchiolare i vetri.
«Tutto bene?» gli chiesi, avanzando a tentoni nel buio. «Benton?»
«Cristo» borbottò con voce tremante. Si rimise in piedi.
«Tutto bene?»
«Non posso crederci, maledizione.» La sua voce si allontanava.
Nuovi scricchiolii di vetro, mentre lui procedeva a tentoni contro il muro, quindi un rumore sordo e metallico, come di una latta di vernice colpita da un piede. L'improvviso accendersi di una lampadina che penzolava nuda dal soffitto mi costrinse a strizzare gli occhi per un momento, e quando li riaprii misi a fuoco un Benton sporco e sanguinante.
«Aspetta, fammi vedere.» Gli presi delicatamente il polso sinistro, mentre lui si guardava intorno, ancora accecato. «È meglio andare in ospedale» dissi, esaminando alcune brutte lacerazioni sul palmo della sua mano. «Ci sono schegge di vetro conficcate nelle ferite, avrai bisogno di qualche punto di sutura.»
«Ci sei già tu, come dottore.» Si fasciò con un fazzoletto che immediatamente si tinse di rosso.
«Ci vuole un ospedale» ripetei, notando che il sangue cominciava a colare anche dagli strappi nel pantalone sinistro.
«Odio gli ospedali.» Dietro la facciata stoica, il dolore gli liquefaceva gli occhi come la febbre. «Diamo una controllata qui dentro, e poi ce ne andremo. Ti prometto che nel frattempo non morirò dissanguato.»
Mi chiesi dove accidenti fosse Marino.
A quanto pareva l'agente Ferguson non aveva messo piede nel seminterrato da anni; né, del resto, vedevo alcuna ragione per cui avrebbe dovuto farlo, a meno che non avesse avuto un debole per la polvere, le ragnatele, gli attrezzi da giardinaggio arrugginiti e le moquette marce. Il pavimento e le pareti di cemento erano solcati da rivoletti d'acqua, e dal numero di grilli morti che notai sparsi in giro intuii che fra quelle mura dovevano essercene accampate intere legioni. Guardammo in tutti gli angoli, ma nulla lasciava pensare che Emily Steiner fosse mai stata là dentro.
«Io ho visto abbastanza» sentenziò a un tratto Wesley, il cui sangue aveva ormai disegnato un cerchio completo sul pavimento.
«Benton, credo che dovremmo fare qualcosa per la tua emorragia.»
«Qualcosa tipo?»
«Guarda un momento da quella parte.» Gli feci segno di girarsi.
Mi obbedì senza fare domande, e io mi tolsi rapidamente le scarpe, tirai su la gonna e mi sfilai i collant.
«Okay. Adesso dammi il braccio» gli dissi.
Lo ancorai saldamente fra il mio gomito e il fianco, come avrebbe fatto qualsiasi medico in circostanze analoghe, e cominciai a bendargli la mano ferita. Sentivo i suoi occhi puntati su di me e all'improvviso fui conscia del suo respiro che mi sfiorava i capelli, del suo braccio contro il mio seno, e un'ondata di calore mi corse su per il collo, così palpabile che temetti potesse avvertirla anche lui. Incredula e disorientata, terminai in fretta e furia quella fasciatura improvvisata e mi allontanai di qualche passo.
«Dovrebbe reggere finché non troveremo un posto dove potrò fare qualcosa di più serio» dissi, evitando di incrociare il suo sguardo.
«Grazie, Kay.»
«Immagino sia lecito chiederti quale sarà la nostra prossima tappa» proseguii in un tono cortese che mascherava la mia agitazione. «A meno che tu non intenda dormire in elicottero.»
«Ho incaricato Pete di occuparsi del problema.»
«Ti piace vivere pericolosamente, eh?»
«Non fino a questo punto.» Spense la luce e uscì senza nemmeno cercare di richiudere la porta.
La luna sembrava un medaglione d'oro spaccato in due, circondato dall'alone blu della notte. Attraverso i rami di alberi lontani brillavano le luci delle case; mi chiesi se gli abitanti della zona avessero già appreso della morte di Ferguson. Sulla strada trovammo Marino seduto in una macchina della polizia di Black Mountain, che stava fumando una sigaretta, con una cartina geografica aperta in grembo. La luce di cortesia era accesa, e il giovane agente al volante non sembrava più rilassato di quanto ci era apparso al campo di football alcune ore prima.
«Ehi, che diavolo ti è successo?» chiese subito Pete. «Hai deciso di prendere a pugni una finestra?»
«Più o meno» rispose Wesley.
Lo sguardo di Marino passò dai collant che fasciavano la mano di Wesley alle mie gambe nude. «Questa sì che è una novità» borbottò. «Peccato non l'abbiano insegnato anche a me alle esercitazioni di pronto soccorso.»
«Dove sono le nostre borse?» chiesi, ignorandolo.
«Nel bagagliaio, signora» rispose l'agente.
«Il qui presente agente T.C. Baird farà il buon samaritano e ci porterà al Travel-Eze, dove il vostro fedelissimo ha già provveduto a fissare delle camere» insisté Marino nello stesso tono indisponente. «Tre stanze di lusso a trentanove e novantanove: mi hanno fatto uno sconto perché siamo piedipiatti.»
«Io non sono una piedipiatti.» Gli lanciai un'occhiataccia.
Gettò il mozzicone di sigaretta fuori dal finestrino. «Tranquilla, capo: quando sei in buona, lo sembri anche tu.»
«Lo stesso vale per te.»
«Sbaglio, o era un insulto?»
«No, sei tu che mi hai insultato. Non avevi nessun bisogno di falsificare i miei dati per ottenere uno sconto, né per altre ragioni» ribattei. Per quanto mi riguardava, ero un funzionario con incarico governativo soggetto a regole ben precise. Marino sapeva perfettamente che non potevo permettermi alcun compromesso, visto che avevo dei nemici. E molti, anche.
Wesley aprì la portiera posteriore della macchina. «Dopo di te» mi disse in tono pacato. «Novità sul tenente Mote?» chiese quindi all'agente Baird.
«È in terapia intensiva, signore.»
«E le sue condizioni?»
«Non troppo buone, signore. Almeno per adesso.»
Benton si accomodò di fianco a me, appoggiandosi delicatamente la mano fasciata sulla coscia. «Dovremo parlare con un bel po' di gente, Pete.»
«Sì, be', mentre voi due eravate in cantina a giocare al dottore, io ho cominciato già a darmi da fare.» Sollevò un blocco e sfogliò alcune pagine ricoperte da appunti illeggibili.
«Possiamo andare?» si informò Baird.
«Certo» rispose Wesley. Anche lui cominciava a perdere la pazienza con Marino.
La luce di cortesia venne spenta e l'auto si mise in cammino. Per un po', mentre percorrevamo strade buie e sconosciute con l'aria frizzante di montagna che entrava dai finestrini appena abbassati, Marino, Benton e io discutemmo come se il giovane agente non fosse presente. A grandi linee decidemmo la strategia da adottare il mattino seguente: io avrei assistito il dottor Jenrette nell'autopsia di Max Ferguson, mentre Marino sarebbe andato a parlare con la madre di Emily Steiner. Wesley sarebbe invece tornato in elicottero a Quantico, portando con sé i tessuti rinvenuti nel freezer della casa. A seconda dei risultati così ottenuti, avremmo quindi stabilito le mosse successive.
Quando arrivammo in vista del Travel-Eze Motel, sulla U.S. 70, con l'insegna al neon che spiccava gialla contro lo sfondo scuro e compatto, erano ormai quasi le due di notte. Personalmente non avrei potuto provare maggior sollievo se mi avessero trovato alloggio in un Four Seasons, finché alla reception non ci comunicarono che il ristorante era chiuso, il servizio in camera già terminato e che non esisteva bar. Anzi, il portiere di notte ci informò nel suo accento del North Carolina che a quell'ora avremmo fatto molto meglio a pensare alla colazione che ci aspettava, invece che rimuginare sulla cena saltata.
«Lei sta scherzando» sbottò Marino, mentre nuvole temporalesche gli oscuravano già il viso. «Se non mangio qualcosa, mi si rivoltano le budelle.»
«Sono molto spiacente, signore.» Il portiere era solo un ragazzino dalle guance rosee e i capelli gialli come l'insegna del motel. «Però abbiamo distributori automatici su ogni piano.» Sollevò un dito. «E a meno di due chilometri da qui c'è un Mr. Zip.»
«Il nostro autista se n'è appena andato.» Marino lo fissò intensamente. «Non penserà che voglia farmi due chilometri a piedi a quest'ora di notte per arrivare in chissà quale bettola chiamata Mr. Zip?»
Il sorriso si congelò sulle labbra del ragazzo e la paura gli brillava negli occhi mentre guardava me e Wesley in cerca di rassicurazione. Ma anche noi eravamo troppo esausti per essergli d'aiuto, e quando Benton appoggiò sul banco la mano avvolta nei collant sanguinolenti, l'espressione del giovane si trasformò in autentico terrore.
«Signore! Ha bisogno di un medico?» La voce gli salì di un'ottava e si spezzò.
«Mi basta la chiave della camera, grazie» rispose lui.
Il portiere allora si voltò e prelevò da tre gancetti attigui altrettante chiavi, lasciandone cadere due sul pavimento. Quando si chinò per raccoglierle, fu il turno della terza. Finalmente ce le depositò davanti, con i numeri delle stanze impressi nei relativi medaglioni di plastica abbastanza in grande da essere letti anche a venti passi di distanza.
«Mai sentito parlare di misure di sicurezza, eh?» bofonchiò Marino, come se avesse odiato il ragazzo fin dal giorno della sua nascita. «Dovreste scrivere il numero della camera su un pezzo di carta da porgere con riservatezza al cliente, in modo tale che il primo pazzo che passa non sappia dove tiene il Rolex e la moglie. Nel caso non foste informati, solo un paio di settimane fa avete avuto un omicidio, da queste parti.»
Ammutolito, il ragazzo guardò Marino sollevare la chiave come fosse una prova schiacciante.
«Niente chiave del minibar? Nel senso che a quest'ora possiamo scordarci anche di bere un goccio in camera?» Poi, alzando ulteriormente la voce: «Non mi risponda: posso fare a meno di avere altre brutte notizie».
Seguimmo il marciapiede che conduceva all'edificio centrale del piccolo motel, accompagnati dai bagliori azzurrini degli schermi televisivi e dalle ombre che si muovevano dietro le tendine leggere delle finestre. Quell'alternanza di porte rosse e verdi mi rammentava gli alberghi e le case di plastica del Monopoli. Infine salimmo a un secondo piano e trovammo le nostre camere: la mia era ordinata e accogliente, il televisore fissato al muro, i bicchieri e il secchiello per il ghiaccio avvolti in sacchetti di plastica sterile.
Marino si rifugiò nella sua tana senza nemmeno augurarci la buonanotte e sbattendosi la porta alle spalle con un pizzico di energia di troppo.
«Cosa diavolo lo rode?» commentò Wesley, seguendomi in camera.
Ma io non avevo nessuna voglia di parlare di Marino, ragion per cui accostai una sedia a uno dei due letti e annunciai: «Prima di tutto, dobbiamo pulire le ferite».
«Non senza un analgesico.»
Uscì a riempire il secchiello del ghiaccio ed estrasse dalla borsa un quinto di Dewar. Mentre versava da bere per entrambi, stesi un asciugamano sul letto e vi appoggiai delle pinze, alcune confezioni di Betadine in garze e dei punti da sutura in nylon del 5-0.
«Farà male, vero?» Mi guardò, buttando giù una sorsata abbondante di scotch.
Infilai gli occhiali. «Un male cane. Vieni.» Mi diressi verso il bagno.
Trascorremmo i successivi minuti vicino al lavandino, fianco a fianco, mentre io gli lavavo le ferite con acqua calda e sapone. Cercai di essere più delicata possibile, e lui non si lamentò, ma sentivo i muscoli della sua mano contrarsi senza sosta. Quando guardai la sua faccia riflessa nello specchio, vidi che era pallido e sudato. Cinque lacerazioni gli solcavano il palmo come altrettante bocche spalancate.
«Fortuna che non ti sei tagliato l'arteria radiale» commentai.
«Ah, guarda, non sai come mi sento fortunato in questo momento.»
Lanciando un'occhiata al suo ginocchio, aggiunsi: «Siediti lì». Abbassai il coperchio del gabinetto.
«Devo togliermi i pantaloni?»
«L'alternativa è tagliarli.»
Si sedette. «Tanto sono già rovinati.»
Presi un bisturi e incisi il tessuto di lana leggera, mentre lui restava fermo immobile con la gamba tesa. Il taglio sul ginocchio era profondo; depilai la zona circostante e la lavai accuratamente, dopo aver steso un paio di asciugamani sul pavimento per evitare di spargere acqua e sangue dappertutto. Mentre lo riaccompagnavo in camera, zoppicò verso la bottiglia di scotch e si riempì di nuovo il bicchiere.
«A proposito» dissi, «grazie per il pensiero, ma prima di entrare in sala operatoria non bevo mai.»
«Ti sono grato, Kay.»
«Sì, e fai bene.»
Tornò a sedersi sul letto e io avvicinai la sedia. Aprii un paio di pacchettini in alluminio di Betadine e cominciai a tamponargli le ferite.
«Cristo santo» sibilò a denti stretti. «Ma cos'è, acido per batterie?»
«Una soluzione antibatterica allo iodio per uso topico.»
«E te la porti sempre in giro nella valigetta?»
«Sì.»
«Non sapevo che i tuoi pazienti avessero bisogno di cure da pronto soccorso.»
«Purtroppo no, infatti. Ma può sempre servire.» Presi le pinze. «A me o a qualcun altro... a te, per esempio.» Estrassi una scheggia di vetro e la depositai sull'asciugamano. «So che la cosa ti stupirà, agente speciale Wesley, ma anch'io ho iniziato la mia carriera occupandomi dei vivi.»
«E quando hanno cominciato a morire?»
«Immediatamente.»
Un'altra minuscola scheggia. Benton si irrigidì.
«Stai fermo» gli dissi.
«Allora, che cos'ha Marino? Ultimamente è insopportabile.»
Appoggiai sull'asciugamano altre due scagliette di vetro, tamponando il sangue con la garza. «Ti suggerirei di bere un altro sorso.»
«Perché?»
«Con le schegge ho finito.»
«Ah, allora si festeggia.» Aveva un tono estremamente sollevato.
«Non ancora.» Mi chinai per esaminare da vicino la mano: avevo fatto un ottimo lavoro. Quindi aprii una confezione di punti da sutura.
«Niente Novocaina?» protestò lui.
«Occorrono così pochi punti, che ti farebbe più male l'anestesia» gli spiegai in tono calmo, afferrando l'ago con le pinze.
«Preferirei lo stesso un po' di Novocaina.»
«Be', non ne ho. Senti, è meglio che non guardi. Vuoi che ti accenda la tv?»
Distolse stoicamente lo sguardo, rispondendomi con le mascelle serrate: «Sbrigati».
Non emise un solo gemito di protesta, ma ogni volta che gli sfioravo la mano e la gamba lo sentivo tremare. Quando alla fine cominciai a medicarlo con il Neosporin e la garza, inspirò profondamente e si rilassò.
«Sei un ottimo paziente.» Gli diedi un paio di colpetti sulla spalla, rialzandomi.
«Mia moglie la pensa altrimenti.»
Non ricordavo da quanto tempo non lo sentivo più parlare di Connie chiamandola per nome e, nelle rare occasioni in cui la citava, sembrava solo alludere di sfuggita a una forza ineluttabile, come la gravità.
«Andiamo a sederci fuori e finiamo i nostri drink» propose.
Il balcone su cui si affacciava la mia camera in realtà girava intorno a tutto il secondo piano ed era in comune con le altre stanze. I pochi ospiti ancora svegli, tuttavia, erano troppo lontani per sentirci. Wesley prese due sedie di plastica e le avvicinò. Dato che non avevamo un tavolino, appoggiammo i bicchieri e la bottiglia di scotch per terra.
«Vuoi ancora ghiaccio?» mi chiese.
«Va bene così.»
Aveva spento la luce in camera e, le sagome degli alberi davanti a noi, appena visibili oltre il balcone, sembravano danzare all'unisono. Sulla highway, in lontananza, correvano minuscoli e sporadici fari.
«In una scala da uno a dieci, che voto daresti a questa orribile giornata?» esordì con voce tranquilla nell'oscurità.
Esitai. Di giornate orribili ne avevo conosciute tante, nella mia carriera. «Diciamo sette?»
«Ponendo che dieci sia il peggio del peggio.»
«Fino a oggi, non ho mai conosciuto un dieci.»
«Come dovrebbe essere?» Sentii che mi stava guardando.
«Non so» risposi per scaramanzia, temendo che nominare il peggio potesse in qualche modo attirare altre disgrazie.
Benton rimase in silenzio per un po', e mi domandai se non stesse per caso pensando all'uomo che avevo amato e che era stato il suo migliore amico. Quando Mark venne assassinato a Londra, qualche anno prima, avevo creduto che al mondo non potesse esistere dolore più grande. Oggi, speravo di non essermi sbagliata.
«Non mi hai risposto, Kay» riprese.
«Ti ho detto che non lo so.»
«No, non hai risposto a un'altra domanda. Mi riferisco a Marino. Che cos'ha?»
«Immagino che sia molto infelice» dissi.
«È sempre stato infelice.»
«Ho detto molto.»
Fece una pausa.
«Marino non ama i cambiamenti» continuai allora.
«Intendi la promozione?»
«La promozione, e quello che sta succedendo a me.»
«Vale a dire?» Riempì ancora i nostri bicchieri, sfiorandomi con il braccio.
«La posizione che ho assunto nei confronti della tua unità rappresenta un cambiamento importante.»
Invece di approvare o dissentire, lasciò che andassi avanti.
«È come se percepisse uno spostamento nel mio asse di alleanze.» Ero consapevole di esprimermi in termini sempre più vaghi. «Questo è destabilizzante per lui, voglio dire.»
Wesley continuò a rimanere silenzioso, e i cubetti di ghiaccio tintinnavano nel bicchiere mentre sorbiva il suo drink. Sapevamo entrambi molto bene in cosa risiedesse parte del problema di Marino, ma nessuno di noi ne era responsabile. Semplicemente, era qualcosa che Marino intuiva.
«Credo che a frustrarlo sia la sua vita privata» disse Benton. «È solo.»
«Secondo me sono entrambe le cose.»
«Vedi, ha passato trent'anni e più con Doris, e all'improvviso si ritrova senza di lei. Non sa come cavarsela, non ha idea di come si faccia a vivere da soli.»
«Non ha neanche mai affrontato il fatto che lei se ne sia andata. È ancora tutto lì, in attesa che una scintilla esterna lo faccia esplodere.»
«Il che mi preoccupa. Mi sono chiesto spesso cosa potrebbe essere questa scintilla.»
«Doris gli manca. Credo ne sia ancora innamorato.» La notte e l'alcol mi immalinconivano. Raramente riuscivo a provare una rabbia duratura nei confronti di Marino.
Wesley si accomodò meglio sulla sedia. «Immagino che questo varrebbe un bel dieci. Almeno per me.»
«Se Connie ti lasciasse?» Lo guardai.
«Se perdessi qualcuno che amo. Un figlio con cui ho un cattivo rapporto. Senza poter arrivare a una conclusione.» Guardava diritto davanti a sé, il profilo affilato appena illuminato dalla luna. «Forse mi prendo in giro da solo, ma credo che potrei sopportare qualunque cosa, a patto che vi fosse una vera risoluzione, una fine che mi liberasse dal passato.»
«Non ce ne liberiamo mai.»
«Non del tutto, su questo sono d'accordo.» Continuò a guardare davanti a sé. «Marino prova dei sentimenti per te e non sa come comportarsi, Kay. Credo sia sempre stato così.»
«È meglio che sentimenti del genere restino dove sono.»
«Adesso sei molto dura.»
«No, non è durezza, la mia. È solo che non vorrei mai farlo sentire rifiutato.»
«E cosa ti fa pensare che non si senta già così?»
«Niente.» Sospirai. «Anzi, credo che in questi giorni ne stia soffrendo abbastanza.»
«La parola giusta è gelosia.»
«Gelosia nei tuoi confronti.»
«Ti ha mai invitata fuori?» proseguì Wesley, come se non avesse udito la mia ultima frase.
«Mi ha portata al ballo della polizia.»
«Uhm. Allora è grave.»
«Non scherzare, Benton.»
«Non stavo scherzando» si difese lui. «I suoi sentimenti mi stanno a cuore, e tu lo sai.» Fece una pausa. «Anzi, li capisco molto bene.»
«Anch'io.»
Appoggiò il bicchiere per terra.
«Credo che farei meglio a cercare di dormire un paio d'ore» dissi, senza muovermi.
Si sporse verso di me, appoggiando la mano sana sul mio polso. Aveva le dita gelate dal bicchiere. «Whit mi riporterà a Quantico all'alba.»
Avrei voluto prendergli la mano e stringerla nella mia. Avrei voluto accarezzargli il viso.
«Mi dispiace doverti lasciare.»
«Ho solo bisogno di una macchina» risposi, con il cuore che mi batteva forte.
«Chissà se è possibile affittarne una, da queste parti. Magari all'aeroporto?»
«Ecco perché sei diventato un agente Fbi: perché riesci sempre a calcolare tutto.»
Le sue dita scesero lentamente fino alla mia mano. Cominciò ad accarezzarmi con il pollice. Avevo sempre saputo che un giorno sarebbe successo. Quando mi aveva chiesto di entrare come consulente nella sua unità, ero consapevole del pericolo. E avrei potuto rispondergli di no.
«Stai soffrendo molto?» gli chiesi.
«Soffrirò domattina, per colpa degli strascichi.»
«È già domattina.»
Mi abbandonai contro lo schienale della sedia e chiusi gli occhi, mentre lui mi toccava i capelli. Sentii il suo viso avvicinarsi, le sue dita sfiorarmi la gola, poi le sue labbra. Mi toccò come se quello fosse sempre stato il suo unico desiderio, mentre l'oscurità dilagava nella mia mente e le mie vene erano percorse da vampate di luce. Ci baciammo. Baci rubati come il fuoco. Sapevo che quello era il peccato imperdonabile a cui non ero mai riuscita a dare un nome, ma non mi importava.
Lasciammo i vestiti dov'erano caduti e andammo a letto. Trattammo le sue ferite con il dovuto rispetto, senza lasciarci però intimidire, e facemmo l'amore finché l'alba iniziò a sbiadire il profilo dell'orizzonte. Dopo, restai seduta in veranda a osservare il sole che spuntava da dietro le montagne colorando le foglie. Immaginai il suo elicottero che si sollevava e volteggiava nell'aria leggero come un ballerino.