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Davanti alla mia finestra ombre di cervi balenavano al limitare della scura boscaglia, mentre il sole faceva capolino dal confine della notte. Era il sedici ottobre. Intorno a me le tubature gemevano, e a una a una anche le altre stanze si illuminarono, mentre secche esplosioni provenienti da poligoni di tiro invisibili crivellavano l'alba. Ero andata a letto e mi ero alzata accompagnata da un sottofondo di spari.

È un rumore incessante, a Quantico, in Virginia, dove l'Accademia dell'Fbi sorge come un'isola circondata dai marines. Ogni mese trascorrevo alcuni giorni nel piano di massima sicurezza, una zona dove nessuno poteva rintracciarmi se non ero io stessa a volerlo, né seguirmi dopo aver bevuto qualche birra di troppo in mensa.

A differenza degli spartani dormitori in cui venivano alloggiati i nuovi agenti e i membri della polizia, la mia suite era fornita di tv, cucina, telefono e bagno privato. E, benché fosse proibito fumare e tenere alcolici, immaginavo che le spie e i testimoni sotto protezione normalmente segregati qui non fossero più ligi alle regole di quanto lo era la sottoscritta.

Mentre il caffè si scaldava nel forno a microonde, aprii la valigetta portadocumenti ed estrassi un dossier che mi aspettava dalla sera precedente. Se non gli avevo ancora dato un'occhiata dal momento del mio arrivo era perché non riuscivo più a costringere la mia mente a concentrarsi su materiale simile prima di addormentarmi. In questo senso, ero cambiata.

Dai tempi della scuola di medicina ero stata abituata ad affrontare traumi di ogni tipo a qualsiasi ora del giorno e della notte. Avevo lavorato ventiquattr'ore su ventiquattro in sale di pronto soccorso ed eseguito da sola autopsie in obitorio fino al sorgere del sole. Il sonno, per me, era sempre equivalso a una breve escursione in un luogo scuro, deserto e indefinito di cui raramente conservavo il ricordo. Poi, nel corso degli anni, qualcosa era andato progressivamente e pericolosamente modificandosi. Avevo iniziato a detestare il lavoro quando si protraeva fino a tarda notte e, se la slot machine del mio inconscio espelleva immagini raccapriccianti legate alla mia esperienza quotidiana, mi capitava sempre più spesso di fare brutti sogni.

Emily Steiner aveva undici anni, l'alba della sua sessualità era solo un vago rossore sul suo corpo snello, quando, due domeniche prima, scriveva nel diario:

 

Oh, sono così contenta! È quasi l'una di notte e mamma non sa che sto scrivendo il mio diario perché sono a letto con la pila. Siamo andati alla cena comunitaria della chiesa e c'era anche Wren! Ero sicura che si era accorto di me. Più tardi mi ha regalato un sasso! L'ho messo via mentre lui non guardava. Adesso è nella mia scatola segreta. Oggi pomeriggio abbiamo una riunione del nostro gruppo e lui vuole che ci incontriamo prima senza dirlo a nessuno!!!!

 

Era il primo di ottobre. Alle tre e mezzo di quel pomeriggio Emily era uscita dalla casa dei genitori, a Black Mountain, non lontano da Asheville, e aveva percorso a piedi i tre chilometri fino alla chiesa. Dopo la riunione, alcune amiche ricordavano di averla vista ripartire da sola verso il tramonto, cioè intorno alle sei. Con la chitarra in mano, aveva abbandonato la strada principale imboccando una scorciatoia che costeggiava un piccolo lago. Gli investigatori ritenevano che proprio durante quella passeggiata solitaria avesse incontrato l'uomo che, qualche ora più tardi, le avrebbe strappato la vita. Forse si era fermata a parlare con lui. O forse, mentre tornava di buon passo verso casa, non si era accorta della sua presenza fra le ombre sempre più fitte della sera.

La polizia locale di Black Mountain, una cittadina di settemila anime nel North Carolina, aveva raramente avuto a che fare con omicidi o aggressioni a sfondo sessuale ai danni di bambini. Soprattutto, non si erano mai verificati episodi che avessero entrambe le caratteristiche. Nessuno si era mai preoccupato per individui come Temple Brooks Gault di Albany, Georgia, nonostante la sua faccia sorridesse ovunque dai manifesti dei dieci maggiori ricercati del paese. In quella pittoresca parte del mondo, nota per via di Thomas Wolfe e Billy Graham, i criminali famosi, così come i loro crimini, non avevano mai rappresentato una vera preoccupazione.

Non riuscivo a capire cosa potesse avere attirato Gault in quei luoghi o verso una creatura fragile come Emily, una bambina che aveva tanta nostalgia di un padre e di un ragazzino chiamato Wren. Ma quando due anni prima Gault si era lanciato nei suoi sfrenati bagordi assassini a Richmond, le sue scelte erano apparse altrettanto prive di razionalità. E, infatti, restavano tuttora un mistero.

Uscii dalla mia suite e percorsi corridoi inondati di sole, mentre il ricordo della sanguinosa carriera di Gault sembrava già attirare pesanti ombre sul giorno appena iniziato. In un'occasione, ricordai, quell'uomo era stato letteralmente a portata di mano. Avrei potuto toccarlo, c'era mancato pochissimo, ma era riuscito a fuggire da una finestra e a dileguarsi. All'epoca non ero armata, e comunque andare in giro a sparare alla gente non era il mio mestiere. Tuttavia, per lungo tempo avevo continuato a chiedermi come avrei agito quella volta se avessi avuto con me una pistola.

 

All'Accademia non avevano mai avuto del buon vino, così adesso mi pentii di averne bevuto più d'un bicchiere la sera prima, in mensa: la mia corsetta mattutina in J. Edgar Hoover Road si stava rivelando un'esperienza più dura del solito.

Ecco, pensai, questa è la volta che non arrivo in fondo.

Sui margini delle strade che davano sui campi di tiro, alcuni marines stavano aprendo delle sedie pieghevoli in tela mimetica e piazzando dei telescopi. Mentre li superavo con andatura fiacca, mi sentii squadrata da capo a piedi da impudenti occhi maschili e sapevo che lo stemma dorato del Dipartimento di giustizia sulla mia T-shirt blu non sarebbe passato inosservato. Probabilmente avrebbero immaginato che fossi un'agente di servizio o una donna poliziotto in visita, e pensare a mia nipote che faceva jogging lungo lo stesso percorso mi dava un certo fastidio. Avrei preferito che Lucy si fosse scelta un altro posto per il periodo di pratica. Era chiaro che avevo influenzato le sue scelte di vita, e poche cose mi spaventavano come quella consapevolezza. Inoltre, preoccuparmi per lei mentre mi allenavo faticosamente, in preda alla netta sensazione di stare invecchiando, era diventato una specie di vizio.

L'HRT, o Hostage Rescue Team, la squadra antiostaggio del Bureau, stava effettuando delle manovre con gli elicotteri che frustavano l'aria con regolari colpi di pala. Un pick-up carico di pannelli sforacchiati mi superò rombando, seguito da un camion pieno di soldati. Mi girai e iniziai a ripercorrere la via dell'Accademia, due chilometri buoni di strada; se non fosse stato per i tetti ricoperti di antenne e la sua ubicazione nel cuore di una distesa di boschi, l'edificio avrebbe potuto tranquillamente essere scambiato per un moderno albergo in mattoni rossi.

Quando finalmente raggiunsi la garitta, girai intorno ad alcuni dispositivi fendigomme e salutai stancamente con la mano l'ufficiale di turno dietro il vetro. Ansimante e sudata, stavo già meditando di percorrere l'ultimo tratto a passo normale quando sentii la presenza di una macchina che rallentava alle mie spalle.

«Stai cercando di suicidarti o cosa?» mi gridò il capitano Pete Marino alla guida della sua Crown Victoria blindata, color argento. Le antenne radio ondeggiavano come canne da pesca, e nonostante le mie ripetute prediche, Marino non aveva la cintura di sicurezza.

«Esistono sistemi più semplici» gli risposi attraverso il finestrino aperto. «Per esempio non allacciare la cintura.»

«Sai com'è, può sempre capitarmi di dover saltare giù di corsa.»

«In caso di incidente, per dirne una. Magari attraverso il parabrezza.»

Esperto investigatore della Squadra Omicidi di Richmond, dove lavoravamo entrambi, Marino era stato recentemente promosso di grado e assegnato al Primo Distretto, il più turbolento della città. Da tempo collaborava inoltre con il VICAP, il Programma Verifiche Incrociate Crimini Violenti dell'Fbi.

Cinquant'anni compiuti da poco, Pete Marino era vittima di una dose concentrata di abbrutimento, di una dieta malsana e dell'abuso di alcolici, e il suo viso sembrava una maschera scolpita dai travagli della vita e incorniciata da capelli grigi sempre più radi. Era sovrappeso, in cattiva forma fisica e certo non famoso per il carattere amabile. Sapevo che si trovava lì per la riunione sul caso Steiner, ma non riuscivo a spiegarmi rutto quel bagaglio sul sedile posteriore.

«Hai intenzione di trattenerti a lungo?»

«Benton mi ha messo in lista per le esercitazioni di sopravvivenza urbana.»

«Insieme a chi?» gli chiesi, dato che quel genere di addestramento non era individuale, ma per unità d'intervento.

«Insieme agli uomini del mio distretto.»

«Non dirmi che sfondare porte a calci fa parte delle tue nuove mansioni!»

«Una delle soddisfazioni quando si viene promossi è quella di ritrovarsi sbattuti di nuovo in mezzo alla strada con una bella uniforme addosso. Se non te ne fossi mai accorta, capo, guarda che là fuori le fionde sono passate di moda, ormai.»

«Grazie per la dritta» gli risposi in tono asciutto. «Allora vedi di coprirti bene, eh?»

«Scusa?» I suoi occhi, nascosti dalle lenti scure, scrutarono i vari specchietti mentre altre macchine ci superavano sulla strada.

«Anche i proiettili coloranti fanno male.»

«Veramente non avevo in programma di farmi sparare.»

«Magari ce l'ha in programma qualcun altro.»

«Quando sei arrivata?» mi chiese.

«Ieri sera.»

Marino estrasse un pacchetto di sigarette dalla tasca della visiera parasole. «Ti hanno già aggiornato?»

«Ho dato un'occhiata a un paio di cose. Gli investigatori del North Carolina dovrebbero portare quasi tutta la documentazione in mattinata.»

«È Gault. Non può che essere lui.»

«Indubbiamente esistono delle analogie» commentai senza sbilanciarmi troppo.

Picchiettò il pacchetto sul dorso della mano e prese fra le labbra una Marlboro. «Giuro che inchioderò quel figlio di puttana a costo di seguirlo all'inferno.»

«Be', se scopri che è all'inferno, vedi di lasciarcelo» ribattei. «Sei libero a pranzo?»

«Se offri tu...»

«Offro sempre, io.» Un puro dato di fatto.

«Come è giusto.» Reinserì la marcia. «Sei un ottimo medico.»

 

Raggiunsi la pista un po' correndo, un po' camminando, la attraversai ed entrai in palestra dal retro. Nello spogliatoio, tre giovani donne dal fisico perfetto e più o meno nude accolsero il mio ingresso con una breve occhiata.

«Buongiorno, signora» mi salutarono all'unisono, identificandosi istantaneamente. Le agenti della DEA, il nucleo antidroga, erano note in tutta l'Accademia per i loro fastidiosi salamelecchi.

In preda a un certo disagio, cominciai a togliermi i vestiti umidi; non mi ero mai abituata a quella forma di cameratismo militaresco in cui le donne non esitavano a commentare o a esibire i propri lividi in costume adamitico. Stringendomi bene addosso un telo di spugna, mi diressi verso le docce. Avevo appena aperto i rubinetti, quando vidi un paio di familiari occhi verdi che mi spiavano dal bordo della tenda facendomi trasalire. La saponetta mi schizzò via dalle mani scivolando sul pavimento di piastrelle per poi arrestarsi accanto alle Nike infangate di mia nipote.

«Ti spiace se prima finisco la doccia, Lucy?» Richiusi con decisione la tenda.

«Cavolo, Len mi ha quasi uccisa, stamattina» replicò lei per tutta risposta, porgendomi allegramente il sapone. «È stato bellissimo. La prossima volta che andiamo a correre in Yellow Brick Road gli chiedo se puoi venire anche tu.»

«Grazie, meglio di no.» Mi massaggiai lo shampoo nei capelli. «Non ho nessuna voglia di strapparmi i legamenti e rompermi qualche osso.»

«Be', invece una volta dovresti proprio provarci, zia Kay. È una specie di rito di iniziazione, capisci?»

«Non per me, tesoro.»

Lucy tacque un momento, poi riprese in tono incerto: «Devo chiederti una cosa».

Mentre mi sciacquavo i capelli togliendomi le ciocche dagli occhi, riaprii la tenda e guardai fuori. Mia nipote era lì a poca distanza, sporca e sudata dalla testa ai piedi, con la maglietta grigia dell'Fbi macchiata di sangue: ventun anni, una laurea imminente presso l'università della Virginia, un bel viso affilato e corti capelli castano ramato schiariti dal sole. Ripensai a quando aveva i capelli lunghi e rossi, a quando portava le bretelle ed era decisamente paffutella.

«Vorrebbero che dopo la laurea tornassi qui» annunciò. «Il signor Wesley ha già fatto una proposta scritta e con tutta probabilità i federali accetteranno.»

«E la tua domanda quale sarebbe?» La mia antica ambivalenza tornò subito a farsi sentire.

«Niente, mi chiedevo cosa ne pensassi.»

«Lo sai che hanno congelato le assunzioni.»

Lucy mi scrutò intensamente, cercando di leggermi in faccia informazioni che non desideravo affatto passarle.

«Be', comunque non potrei diventare agente appena finito il college» ribatté. «L'importante è che io adesso entri nell'ERF, magari con una borsa di studio. E per quanto riguarda il futuro» - si strinse nelle spalle - «chi lo sa?»

L'ERF, Engineering Research Facility, era una struttura di ricerca e progettazione recentemente istituita dal Bureau e che aveva sede in un. austero complesso edificato sugli stessi terreni dell'Accademia. Ciò che avveniva all'interno era top secret, e il fatto che io, capo medico legale della Virginia, nonché consulente di patologia forense dell'unità di supporto investigativo del Bureau, non avessi mai avuto il permesso di varcare un limite oltre il quale la mia giovane nipote transitava ogni giorno, era piuttosto umiliante.

Lucy si tolse le scarpe da corsa e i pantaloncini, quindi si sfilò in un colpo solo maglietta e reggiseno.

«Riprenderemo la conversazione più tardi» le dissi, mentre io uscivo dalla doccia e lei entrava.

«Ahia!» la sentii gemere non appena il getto d'acqua le sfiorò le ferite.

«Usa molto sapone e poi sciacquati bene. Cos'hai fatto a quella mano?»

«Sono scivolata scendendo da un ostacolo e la corda mi ha ustionato.»

«Dovremmo disinfettarla con un po' di alcol.»

«Neanche per sogno.»

«Quando finiresti con l'ERF?»

«Non so. Dipende.»

«Okay, senti, ci rivediamo prima che io riparta per Richmond» le promisi, mentre tornavo nello spogliatoio e cominciavo ad asciugarmi i capelli.

Non erano trascorsi due minuti che rividi Lucy, a sua volta non propriamente pudica, passarmi accanto con addosso solo il Breitling da polso che le avevo regalato per il suo compleanno.

«Merda!» sibilò infilandosi frettolosamente nei vestiti. «Non hai idea di quante cose devo fare oggi. Far ripartire il disco fisso, ricaricare tutto perché continuo a essere senza spazio, crearne dell'altro e modificare alcuni file. Spero solo che non saltino fuori altri problemi con l'hardware.» Continuò a lamentarsi ancora per un po', ma non la dava a bere a nessuno: Lucy adorava quello che faceva in ogni minuto della sua giornata.

«Poco fa ho incontrato Marino. Si tratterrà una settimana» dissi.

«Chiedigli se ha voglia di portarmi a sparare.» Lanciò le scarpe nell'armadietto e con un colpo vigoroso richiuse lo sportello.

«Ho la sensazione che ne avrà già abbastanza per conto suo.» Le mie parole la raggiunsero verso l'uscita proprio nel momento in cui altre cinque o sei agenti della DEA in tenuta nera entravano nello spogliatoio.

«Buongiorno, signora.» Rumore di stringhe che sbatacchiavano contro il cuoio: le dee si toglievano gli scarponi.

 

Ora che mi fui rivestita ed ebbi riportato la borsa da ginnastica in camera, erano le nove e un quarto e avevo già accumulato un certo ritardo.

Dopo aver superato due porte di sicurezza, mi precipitai giù per tre rampe di scale, presi l'ascensore nella sala di manutenzione delle armi e scesi di venti metri fino al piano più basso dell'Accademia, dove mi aspettava il solito inferno. Nella sala riunioni, intorno a un lungo tavolo di noce, sedevano nove investigatori della polizia, alcuni esperti di profili psicologici dell'Fbi e un analista del VICAP. Presi posto su una sedia di fianco a Marino, mentre i commenti rimbalzavano nella stanza.

«Questo è uno che ha la sua esperienza in fatto di prove giudiziarie.»

«Chiunque sia stato in prigione ce l'ha.»

«Quello che conta è che sembra padroneggiare bene questo genere di comportamento.»

«Il che mi fa pensare che in realtà non sia mai stato in prigione.»

Aggiunsi il mio dossier al resto della documentazione che circolava sul tavolo e chiesi sottovoce a uno degli esperti di profili psicologici di passarmi una fotocopia del diario di Emily Steiner.

«Sì, be', veramente io non sono d'accordo» disse Marino in quel momento. «Il fatto che uno sia già stato dentro non significa che teme di ritornarci.»

«La maggioranza degli ex detenuti sì, però. Come dice il proverbio, chi si è bruciato una volta, ha paura del fuoco.»

«Gault non è come gli altri. A lui il fuoco piace.»

Mi passarono una serie di stampe laser di casa Steiner, una costruzione in stile ranch. Sul retro, una finestra del primo piano era stata forzata e attraverso di essa l'aggressore era penetrato in un piccolo locale lavanderia con il pavimento di linoleum bianco e le pareti a scacchi bianchi e azzurri.

«Considerato il tipo di quartiere, la famiglia e la vittima stessa, direi che Gault si sta facendo più audace.»

Seguendo un corridoio moquettato giunsi nella camera da letto padronale, tappezzata con una carta da parati in tinte pastello con mazzi di viole e palloncini svolazzanti. Sul letto a baldacchino contai sei cuscini, e ce n'erano molti altri su un ripiano del ripostiglio adiacente.

La camera dall'arredamento infantile apparteneva alla madre di Emily, Denesa. Stando alla sua deposizione, si era svegliata intorno alle due di notte sotto il tiro di una pistola.

«Forse Gault ci sta provocando.»

«Non sarebbe la prima volta.»

La signora Steiner aveva descritto l'aggressore come un uomo di altezza media e costituzione normale. Tuttavia, poiché indossava guanti, una maschera, giacca e pantaloni lunghi, non aveva saputo pronunciarsi sulla razza. Era stata imbavagliata e legata con nastro adesivo arancione, quindi rinchiusa nel ripostiglio. Poi l'uomo era andato nella camera di Emily, l'aveva strappata dal suo letto e si era dileguato con lei nel cuore della notte.

«Io dico che dovremmo andarci piano con l'entusiasmo. Insomma, non è detto che sia proprio Gault.»

«Ottima osservazione. Dobbiamo mantenere una prospettiva più ampia.»

A quel punto intervenni io. «Il letto della madre era rifatto?»

Il botta e risposta si interruppe di colpo.

«Affermativo» rispose un investigatore di mezza età dal viso florido e con l'aria del bevitore, mentre i suoi occhi grigi e scaltri si posavano come insetti sui miei capelli biondo-cenere, sulle mie labbra, sulla cravatta grigia che spuntava dal colletto aperto della mia camicetta a righe. Il suo sguardo indagatore si spostò quindi sulle mie mani, indugiando sull'anello d'oro con sigillo e sull'anulare privo di fede nuziale.

«Sono la dottoressa Scarpetta» mi presentai allora senza nessuna cordialità, mentre lui mi fissava il petto.

«Max Ferguson, dell'Ufficio investigativo di stato, Asheville.»

«E io sono il tenente Hershel Mote, polizia di Black Mountain.» Un tipo azzimato in completo kaki e abbastanza maturo per andare in pensione si sporse dal lato opposto del tavolo tendendomi una grossa mano callosa. «E un piacere, dottoressa. Abbiamo sentito molto parlare di lei.»

«Evidentemente» riprese Ferguson, rivolgendosi a tutti, «la signora Steiner rifece il letto prima dell'arrivo della polizia.»

«Per quale motivo?» insistei.

«Pudore, forse» intervenne Liz Myre, l'unica donna esperta di profili dell'unità. «Ha già avuto la visita di uno sconosciuto in camera, e adesso si vede arrivare i poliziotti.»

Ferguson lesse qualcosa da un rapporto. «Indossava una vestaglia rosa con cerniera e delle calze.»

«Nel senso che era andata a letto vestita così?» chiese una voce familiare alle mie spalle.

Mentre il capo dell'unità Benton Wesley richiudeva la porta della sala riunioni, ci scambiammo una breve occhiata. Alto e impeccabile, con lineamenti affilati e capelli argentei, indossava un abito scuro e portava con sé una montagna di fogli e alcuni caricatori di diapositive. Tutti i presenti attesero in silenzio che si accomodasse senza tanti complimenti a capotavola e cominciasse a prendere appunti con la sua Mont Blanc.

«Sappiamo se era vestita così anche al momento dell'aggressione» ripeté senza sollevare gli occhi, «o se si è cambiata dopo il fatto?»

«Be', io la definirei più una camicia da notte che una vestaglia» rispose Mote. «Tessuto di flanella, maniche lunghe, orlo alle caviglie e chiusura a cerniera.»

«Sotto non portava niente, tranne le mutandine» aggiunse Ferguson.

«Preferisco non chiederti come fai a saperlo» fu il commento di Marino.

«Si vedeva il segno; del reggiseno invece no. Lo stato mi paga per osservare» lanciò un'occhiata significativa al resto dei presenti, «mica per fare lo stronzo.»

«Giusto, non ne vale la pena: o caghi forse oro?»

Ferguson estrasse un pacchetto di sigarette. «A qualcuno dà fastidio se fumo?»

«A me.»

«Sì, anche a me dà fastidio.»

«Kay.» Wesley fece scivolare verso di me una spessa busta di carta. «Referti dell'autopsia, più altre foto.»

«Stampe laser?» La cosa non mi entusiasmava affatto; non amo le immagini a matrice di punti, sono buone solo a una certa distanza.

«No. Di quelle vere.»

«Bene.»

«Stiamo cercando di definire i tratti salienti e le strategie dell'aggressore, giusto?» Wesley si guardò intorno, mentre alcuni collaboratori annuivano. «E abbiamo già un possibile indiziato. O sono io che penso che pensiamo di averlo?»

«lo non ho dubbi» confermò Marino.

«Allora prima analizziamo la scena del delitto, poi parleremo di vittimologia» proseguì Wesley, iniziando a sfogliare la documentazione. «Credo che sia meglio partire escludendo dalle nostre ipotesi i criminali già noti. Almeno per il momento.» Ci spiò al di sopra degli occhiali da lettura. «Abbiamo una cartina della zona?»

Ferguson gli passò alcune fotocopie. «La chiesa e la casa della vittima sono evidenziate. E questo è il sentiero intorno al lago che supponiamo la bambina abbia percorso dopo la riunione.»

Col suo faccino minuto e il corpo esile, Emily Steiner poteva tranquillamente dimostrare otto o nove anni. Quando la primavera precedente, a scuola, le era stata scattata l'ultima fotografia, indossava un golfino verde pisello abbottonato fino al collo e aveva i capelli chiarissimi divisi da una scriminatura laterale e fermati da una molletta a forma di pappagallo.

Per quanto ne sapevamo noi, non le erano state fatte altre foto fino al terso mattino di quel sabato sette ottobre, quando un vecchio era arrivato al lago Tomahawk per pescare. Mentre sulla riva fangosa apriva una sedia da giardino, aveva notato una piccola calza rosa che spuntava da un cespuglio vicino. Poi si era reso conto che la calza rivestiva un piede.

«Abbiamo percorso il sentiero» stava spiegando Ferguson, mentre mostrava alcune diapositive. Sul telo si muoveva l'ombra della sua penna a sfera. «E abbiamo trovato il corpo proprio qui.»

«A che distanza dalla chiesa e dalla casa?»

«Circa un chilometro e mezzo da entrambe, seguendo la strada principale. In linea d'aria forse un po' meno.»

«E il sentiero che costeggia il lago coincide con la distanza in linea d'aria?»

«Non esattamente, ma quasi.»

Quindi, Ferguson riprese il racconto. «La troviamo distesa con la testa rivolta verso nord. Aveva una calza mezzo sfilata dal piede sinistro e una calza sul piede destro. Un orologio. Una collanina. Indossava un pigiama di flanella azzurro e delle mutandine, ma di questi indumenti ancora nessuna traccia. Ecco un primo piano della ferita sul retro della testa.»

L'ombra della penna si spostò, mentre attraverso le spesse pareti sopra le nostre teste giungeva il rumore attutito degli spari esplosi nel poligono di tiro interno.

Emily Steiner era stata ritrovata nuda. Dopo un esame approfondito, il medico legale della contea di Buncombe aveva rilevato segni di violenza sessuale per la presenza di vaste aree scure e lucide all'interno delle cosce, sulla parte superiore del torace e sulle spalle, in corrispondenza delle quali mancavano dei brandelli di carne. Anche lei era stata imbavagliata e legata con nastro adesivo di un arancione fiammante, ma la causa del decesso era un unico colpo sparato alla testa da una pistola di piccolo calibro.

Ferguson mostrò l'una dopo l'altra tutte le diapositive, e mentre le immagini del pallido e giovanissimo corpo squarciavano l'oscurità, nella sala calò un profondo silenzio: nessun investigatore di mia conoscenza si era mai abituato alla vista dei cadaveri di bambini martoriati.

«Che tempo ha fatto a Black Mountain dal primo al sette ottobre?» domandai.

«Nuvoloso. Temperatura notturna da zero a cinque gradi e diurna tra i dieci e i quindici» rispose Ferguson. «In generale.»

«In generale?» Lo guardai.

«Diciamo che questa è stata la media» precisò con una certa lentezza, mentre le luci si riaccendevano. «Ha presente, no, si fa la somma delle temperature e la si divide per il numero dei giorni.»

«Agente Ferguson, qualsiasi fluttuazione di rilievo ha importanza» ribattei con una freddezza che testimoniava il mio crescente disprezzo nei confronti di quell'uomo. «Per alterare le condizioni di un corpo basta anche una sola giornata di caldo, lei capisce.»

Wesley inaugurò una nuova pagina di appunti. Poi si interruppe e mi guardò. «Se la vittima è stata assassinata poco dopo il rapimento, in che stato di decomposizione avremmo dovuto trovarla il sette ottobre?»

«Poste le condizioni meteorologiche appena descritte, direi in stato di lieve decomposizione» risposi. «Inoltre mi aspetterei di trovare tracce di qualche insetto, e forse danni posteriori al decesso, dipende da quanto era accessibile il cadavere a eventuali predatori.»

«In altre parole, avremmo dovuto trovarla in uno stato decisamente peggiore» picchiettò con l'indice su alcune foto, «visto che era morta da sei giorni.»

«In uno stato di decomposizione più avanzata, sì.»

Il sudore gli imperlava la fronte all'attaccatura dei capelli e aveva già intriso il colletto inamidato della sua camicia bianca. La gola e le tempie erano solcate da vene in rilievo.

«Mi sorprende che qualche cane non l'abbia scovata.»

«No, Max, non devi sorprenderti: non siamo in una città piena di randagi affamati. Qui la gente tiene i cani chiusi in un bel recinto o legati al guinzaglio.»

Marino indulgeva nella sua pessima mania di sbriciolare il bicchierino di polistirolo del caffè.

Il corpo di Emily era così pallido da sembrare addirittura grigio, con alcune aree ancora più sbiadite e verdastre in corrispondenza del quadrante inferiore destro. Aveva i polpastrelli secchi e la pelle stava già ritirandosi dalle unghie. Inoltre, si notavano già segni di caduta dei capelli e di distacco della cute dei piedi. Non rilevai invece tracce di ferite da difesa, né tagli, lividi o unghie rotte che potessero far pensare a una lotta.

«Gli alberi e il resto della vegetazione devono averla riparata dal sole» commentai, mentre vaghe ombre oscuravano i miei pensieri. «Non sembra nemmeno aver sanguinato molto, anzi forse le ferite non hanno sanguinato affatto, altrimenti avrebbero senz'altro attirato gli animali predatori.»

«Stiamo dicendo che forse è stata uccisa altrove» interloquì Wesley. «Assenza di sangue, abiti non rinvenuti, localizzazione del corpo: tutto starebbe a indicare che è stata aggredita e assassinata in un luogo diverso da quello dove il cadavere è stato poi ritrovato. Sei in grado di stabilire se questi brandelli di carne sono stati asportati prima o dopo il decesso?»

«Al momento della morte o pochissimo tempo dopo» replicai.

«Ancora una volta per nascondere eventuali morsicature?»

«Non ho elementi sufficienti per affermarlo con sicurezza.»

«Ma secondo te le ferite sono simili a quelle di Eddie Heath?» Wesley si riferiva al ragazzo tredicenne assassinato da Temple Gault a Richmond.

«Sì.» Aprii una seconda busta ed estrassi un fascio di fotografie scattate in sede di autopsia e tenute insieme da elastici. «In entrambi i casi abbiamo pezzi di carne asportati dalla spalla e dalla parte interna e superiore della coscia. Inoltre, anche a Eddie Heath avevano sparato alla testa e il suo corpo era stato trasportato in un luogo diverso da quello del delitto.»

«Nonostante la differenza di sesso, un altro dettaglio che mi colpisce è la somiglianza come tipologia fisica tra la bambina e il ragazzo. Heath era esile e in fase prepuberale, e anche la Steiner era molto gracile, quasi prepuberale.»

«Nel caso di Emily, però, vale la pena di notare che non ci sono incisioni a X, né tagli periferici ai margini delle ferite» sottolineai.

Fu Marino a spiegare qualcosa di più alle autorità del North Carolina: «Per quanto riguarda il caso Heath, pensiamo che in un primo momento Gault ha cercato di mascherare alcuni segni di morsicature incidendoli con un coltello. Poi però si accorge che è tutta fatica sprecata, così decide di asportare interi pezzi di carne, grandi quanto il taschino della mia camicia. Questa volta, con la bambina, visto che ormai ha esperienza potrebbe aver direttamente tagliato via le zone con i segni dei morsi».

«Io però stento a crederci. Non possiamo pensare in maniera così automatica a Gault.»

«Sono passati quasi due anni, Liz. Dubito che Gault sia rinato a nuova vita o che sia entrato nella Croce Rossa.»

«Non è detto. Anche Bundy lavorava in un centro di sostegno psicologico.»

«Sì, e Dio parlava al Figlio di Sam.»

«Ti posso garantire che Dio a Berkowitz non ha detto proprio niente» dichiarò Wesley in tono piatto.

«Il fatto è che Gault, ammesso che si tratti di lui, questa volta avrebbe asportato subito i segni delle morsicature.»

«È vero. Come in tutte le cose, con l'andare del tempo si migliora.»

«Io mi auguro solo che il nostro uomo non faccia altri progressi.» Mote si asciugò il labbro superiore con il fazzoletto piegato.

«Allora, siamo pronti per cercare di tracciare un profilo?» chiese Wesley, guardandosi intorno. «Innanzitutto: è un maschio di razza bianca?»

«Be', la zona è a popolazione prevalentemente bianca.»

«Per me non c'è alcun dubbio.»

«Età?»

«Dalla logica con cui opera, non direi giovanissimo.»

«Sono d'accordo. Ritengo che non abbiamo a che fare con un ragazzino.»

«Dai venti in su. Più vicino ai trenta, forse.»

«Secondo me è fra i trenta e i trentacinque.»

«È un individuo molto organizzato. L'arma, per esempio, l'ha portata con sé, invece di utilizzare la prima cosa che gli capitava a tiro. E non sembra aver avuto alcuna difficoltà nel tenere sotto controllo la vittima.»

«Stando alle dichiarazioni di amici e familiari, Emily non era certo un osso duro. Piuttosto timida, si spaventava facilmente.»

«Senza contare i frequenti problemi di salute. Dentro e fuori dagli studi medici: Emily era abituata a collaborare con gli adulti. In altre parole, sapeva cosa significava ubbidire.»

«Be', non sempre.» Wesley sfogliava con aria impassibile il diario della ragazzina. «Per esempio non voleva che sua madre scoprisse che all'una di notte era ancora sveglia e si portava a letto una pila. Né sembra avere avuto intenzione di dirle che la domenica sarebbe andata in anticipo alla riunione in chiesa. Qualcuno sa se questo Wren si è poi presentato all'appuntamento?»

«Non l'hanno visto fino alle cinque, quando è iniziata la riunione.»

«Emily aveva rapporti con altri maschi?»

«Sì, i classici rapporti che si hanno a undici anni. Mi ami? Metti una X sul sì o sul no.»

«Che male c'è?» intervenne Marino, e tutti scoppiarono a ridere.

Continuai a disporre le foto davanti a me come si fa con i Tarocchi, in preda a un crescente malessere. La pallottola era penetrata nella regione parietale-temporale del cranio, lacerando la duramadre e un ramo dell'arteria media meningea. Tuttavia, non c'erano contusioni né ematomi subdurali o epidurali, né rilevai segni di reazione vitale alle lesioni dei genitali.

«Quanti alberghi ci sono nella vostra zona?»

«Più o meno una decina, direi. Ci sono anche un paio di bed-and-breakfast, abitazioni private dove si può affittare una stanza.»

«Avete controllato i registri degli ospiti?»

«Per la verità non ci abbiamo pensato.»

«Se Gault è in città, da qualche parte dovrà pure alloggiare.»

I risultati delle analisi di laboratorio mi lasciavano altrettanto perplessa: i livelli del sodio e del potassio del vitreo erano rispettivamente di 180 e di 58 milliequivalenti per litro.

«Cominceremo dal Travel-Eze, Max. Ci andrai tu, mentre io mi occuperò dell'Acorn e dell'Apple Blossom. Potresti provare anche al Mountaineer, sebbene sia già un po' fuori mano.»

«Gault si sarà cercato un posto che gli garantisca il massimo dell'anonimato. Certo non ha interesse che il personale noti i suoi spostamenti.»

«Comunque non avrà avuto molta scelta. Da noi non c'è granché.»

«Io escluderei il Red Rocker e il Blackberry Inn.»

«Sì, però meglio dare una controllata lo stesso.»

«E ad Asheville? Ci saranno pure degli alberghi più grandi.»

«Oh, c'è di tutto, ormai, da quando servono liquori sfusi.»

«Credete che si sia portato la bambina in camera e l'abbia assassinata lì?»

«No, assolutamente no.»

«È impossibile portarsi un ostaggio cosi giovane in un posto come quello senza farsi notare. Che ne so, dal personale di pulizia o del servizio in camera, magari.»

«Per questo mi stupirei se Gault avesse scelto un albergo. La polizia ha cominciato a cercare Emily subito dopo il rapimento: ne parlavano tutti i mass media.»

L'autopsia era stata eseguita dal dottor James Jenrette, il medico di contea chiamato anche sul luogo del ritrovamento del cadavere. Patologo dell'ospedale di Asheville, Jenrette aveva un contratto con lo stato che, in caso di necessità, gli imponeva di effettuare le autopsie con valore legale; ma si trattava di un'eventualità ben rara, in quella mite e appartata zona pedemontana del North Carolina. E la sua conclusione secondo cui alcuni reperti non erano "spiegabili sulla base della ferita d'arma da fuoco alla testa" non mi bastava affatto. Mentre Benton Wesley continuava a parlare, lasciai scivolare giù gli occhiali e presi a massaggiarmi il dorso del naso.

«E per quanto riguarda i cottage e in generale le strutture affittabili dai turisti?»

«Oh, sì, signore» rispose Mote. «Di quelle ce ne sono parecchie.» Si voltò verso Ferguson. «Max, credo che faremmo meglio a controllare. Procurati una lista completa, verifica chi ha affittato qualcosa.»

Capii subito che Wesley aveva già intuito il mio stato d'animo, quando disse: «Kay? Ho la sensazione che tu voglia aggiungere dell'altro».

«Sì, sono sconcertata dalla totale assenza di reazione vitale alle ferite» ammisi. «E anche se le condizioni del corpo fanno pensare a una morte recente, i valori degli elettroliti non si adattano al resto del quadro medico...»

«Il valore di che?» Mote mi guardò con espressione vacua.

«Il sodio è alto, e poiché si tratta di valori piuttosto stabili dopo il decesso, possiamo concludere che fosse già elevato al momento della morte.»

«E questo cosa significa?»

«Per esempio che era estremamente disidratata» spiegai. «E, a proposito, mi sembra sottopeso per la sua età. Sappiamo se soffriva per caso di anoressia? Stava male? Aveva spesso vomito o diarrea? Assumeva diuretici?»

Visto che nessuno rispondeva, Ferguson disse: «Chiederò alla madre. Tanto devo comunque contattarla appena rientro».

«Il potassio presenta a sua volta valori elevati» continuai, «e sarebbe il caso di spiegare anche questo, visto che dopo la morte il contenuto nel vitreo aumenta in maniera incrementale e calcolabile con il progressivo sfaldamento e cedimento delle pareti cellulari.»

«Nel vitreo?» commentò sempre Mote.

«Le analisi del fluido dell'occhio danno risultati molto attendibili, in quanto si tratta di un umore isolato e protetto, quindi meno soggetto a fenomeni di contaminazione e putrefazione» risposi. «Il punto è che il suo livello di potassio indicherebbe un decesso anteriore a quello suggerito dagli altri reperti esaminati.»

«Quindi da quanto tempo sarebbe morta?» volle sapere Wesley.

«Sei o sette giorni.»

«Altre spiegazioni possibili?»

«Un'esposizione a temperature molto elevate che avrebbero accelerato il processo degenerativo.»

«Be', non può essere.»

«Oppure un errore» aggiunsi.

«Puoi verificare?»

Annuii.

«Il dottor Jenrette ritiene che la ferita alla testa abbia provocato una morte istantanea» disse Ferguson. «Mi sembra logico che se vieni ammazzato sul colpo non puoi più avere nessun tipo di reazione vitale.»

«Il problema» spiegai «è che questo genere di lesione al cervello non dovrebbe essere così fatale.»

«Per quanto tempo potrebbe essere sopravvissuta?» chiese Mote.

«Alcune ore.»

«Nessun'altra ipotesi?» insisté Wesley.

«Commotio cerebri. È una specie di cortocircuito elettrico... prendi un colpo in testa, muori all'istante e nessuno riesce più a trovare traccia delle ferite.» Feci una pausa. «Oppure, tutte le sue ferite risalgono a dopo la morte, compresa quella d'arma da fuoco.»

Vi fu un attimo di silenzio generale.

Il bicchierino del caffè di Marino era stato ridotto a un mucchietto di neve sbriciolata, il posacenere di fronte a lui a un cimitero di cartine appallottolate di gomma da masticare.

«Nessun segno di un eventuale strangolamento?» mi chiese.

Gli dissi che non avevo notato niente del genere.

Cominciò a schiacciare il pulsante della biro, aperta, chiusa, aperta, chiusa, clic, clic. «Parliamo ancora un po' della famiglia. Cosa sappiamo del padre, a parte che è morto?»

«Era insegnante presso la Broad River Christian Academy di Swannanoa.»

«La scuola dove andava Emily?»

«No, Emily ha frequentato le elementari pubbliche di Black Mountain. Il padre è morto circa un anno fa» spiegò Mote.

«Sì, l'ho letto» dissi. «Si chiamava Charles, vero?»

Mote annuì.

«Di che cosa è morto?»

«Di preciso non lo so. Cause naturali, comunque.»

«Aveva problemi di cuore» si intromise Ferguson.

Wesley si alzò, dirigendosi verso la lavagna bianca.

«Okay.» Tolse il tappo di un Magic Marker nero e cominciò a scrivere. «Riepiloghiamo tutti i dati che abbiamo. La vittima proviene da una famiglia borghese, è bianca, ha undici anni ed è stata vista per l'ultima volta da alcuni coetanei alle sei del pomeriggio del primo di ottobre, mentre stava rincasando da una riunione pomeridiana in chiesa. Per tornare, imbocca una scorciatoia che costeggia la riva del Tomahawk, un laghetto artificiale.

«Se guardate sulla cartina, vedrete che all'estremità nord del lago ci sono un circolo sportivo e una piscina pubblica, entrambi aperti solo d'estate. Qui, invece, abbiamo campi da tennis e una zona per i picnic frequentabili tutto l'anno. Stando a quanto dichiarato dalla madre, Emily arrivò a casa poco dopo le sei e trenta, andò dritta filata in camera sua e lì rimase a suonare la chitarra fino all'ora di cena.»

«La signora Steiner ha detto cosa mangiò la figlia quella sera?» chiesi io.

«Maccheroni, formaggio e insalata» disse Ferguson.

«E a che ora?» Secondo il referto dell'autopsia, il contenuto gastrico consisteva in una modesta quantità di liquido brunastro.

«A me ha detto alle sette e mezzo.»

«Quindi la digestione avrebbe dovuto essere già terminata all'ora del rapimento, cioè alle due del mattino?»

«Esatto» confermai. «In teoria il suo stomaco avrebbe dovuto essere vuoto già da un po'.»

«Forse mentre è stata tenuta prigioniera non le è stato dato né da mangiare né da bere.»

«Questo basterebbe a spiegare il tasso elevato di sodio e la sua disidratazione?» volle sapere Wesley.

«Certo, è possibile.»

Scrisse ancora qualcosa. «La casa è sprovvista di allarme e non ci sono cani da guardia.»

«Sappiamo se è stato rubato qualcosa?»

«Forse dei vestiti.»

«Di chi?»

«Della madre, probabilmente. Ha dichiarato che, mentre era rinchiusa nel ripostiglio, le è sembrato di sentire l'aggressore che apriva i cassetti.»

«Se lo ha fatto, è un uomo molto ordinato. La signora non è riuscita a dirci se mancava o se era stato spostato qualcosa.»

«Cosa insegnava il padre? Ne abbiamo già parlato?»

«Teneva corsi di catechismo.»

«Il Broad River è un istituto fondamentalista. I ragazzini inaugurano la giornata cantando "Il peccato non avrà alcun dominio su di me".»

«Sul serio?»

«Ci puoi giurare.»

«Oh, Cristo.»

«Sì, anche di Lui parlano molto.»

«Magari potrebbero provarci con mio nipote.»

«Piantala, Hershel: tuo nipote non ha speranze, l'hai viziato da fare schifo. Quante minibike possiede, attualmente? Tre?»

Ripresi la parola. «Mi piacerebbe saperne di più sulla famiglia. Immagino fossero tutti molto religiosi.»

«A quanto pare, sì.»

«Niente fratelli o sorelle?»

Il tenente Mote emise un sospiro stanco e profondo. «Questa è la cosa più triste. Anni fa avevano un'altra figlia... morte neonatale improvvisa.»

«È successo sempre a Black Mountain?» chiesi.

«No, signora, accadde prima che gli Steiner si trasferissero. Vengono dalla California. Sa, dalle nostre parti c'è di tutto.»

«Un sacco di gente viene dopo la pensione, per trascorrere le vacanze in collina, o per i ritiri religiosi. Merda, se mi dessero cinque centesimi per ogni battista che arriva, certo non me ne starei seduto qui, adesso» aggiunse Ferguson.

Lanciai un'occhiata a Marino. La sua rabbia era assolutamente palpabile, la faccia paonazza. «Proprio il posto dove si fionderebbe Gault. Da quelle parti leggono tutti "People", "The National Enquirer", "Parade": figurarsi se non sanno di quel figlio di puttana. Però a nessuno passa per la testa che potrebbe anche arrivare fin lì, nella loro bella cittadina. Per loro è come Frankenstein: fa paura, ma non esiste.»

«E gli hanno anche dedicato un telefilm» disse Mote.

«Quando?» Ferguson aggrottò la fronte.

«L'estate scorsa, mi ha detto il capitano Marino. Non ricordo il nome dell'attore, ma è uno di quelli che compaiono nei vari Terminator. Dico bene?»

Marino non gli prestò la minima attenzione. Il suo esercito privato era già in marcia. «Secondo me quel porco è ancora lì.» Spinse indietro la sedia e aggiunse un'ultima carta di gomma da masticare al mucchio nel posacenere.

«Tutto è possibile» dichiarò Wesley.

«Bene.» Mote si schiarì la gola. «Qualunque forma di collaborazione siate disposti a fornirci, sarà bene accetta.»

Wesley lanciò un'occhiata all'orologio. «Pete, sei già pronto a tagliare la corda? Pensavo che avremmo potuto ripassare brevemente i casi precedenti, così da illustrare ai nostri ospiti del North Carolina in che modo Gault trascorreva il suo tempo in Virginia.»

Per tutta l'ora successiva, flash di orrore squarciarono l'oscurità come spezzoni tratti dai miei incubi peggiori. Ferguson e Mote non staccarono un secondo i loro occhi sgranati dal telo delle diapositive, e non dissero una parola.