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Ornamento di separazione

Come ho già detto, tra quattro settimane dovrò battermi con mio fratello. Ruben Wolfe il Guerriero. Mi domando come sarà, e che cosa proverò. Come sarà battermi con lui, non nel cortile di casa, ma sul ring, sotto tutti quei riflettori, e con il pubblico che guarda, incita e aspetta il sangue? Sarà il tempo a dirlo, suppongo. O, comunque, lo diranno queste pagine.

Papà è seduto al tavolo della cucina, ma non ha l’aria così avvilita. Sembra essere di nuovo quello di un tempo. Si è sporto sull’orlo del precipizio ed è tornato indietro. Probabilmente quando perdi l’orgoglio, anche solo per un momento, ti rendi conto di quanto sia importante per te. C’è energia, nei suoi occhi. I riccioli gli scendono in spirali fino alle sopracciglia.

Rube è taciturno, ultimamente.

Trascorre parecchio tempo nel seminterrato, che come sapete Steve ha lasciato libero. Alla fine, mamma l’ha offerto a tutti e tre, come camera, ma nessuno ci si è voluto trasferire. Le abbiamo detto che fa troppo freddo, là sotto, ma in realtà credo che il resto del branco pensi di dover restare unito, adesso. Ho questa sensazione da quando Steve se n’è andato. Non lo direi mai ad alta voce, questo no. Non ammetterei mai con Rube che ho rifiutato la camera nel seminterrato perché senza di lui mi sentirei troppo solo. Né che mi mancherebbero le nostre conversazioni, o i dispetti che mi fa. O perfino il tanfo dei suoi calzini e il suo russare, per quanto orribile possa suonare.

Proprio ieri notte ho cercato di svegliarlo, perché il suo russare era nocivo per la mia salute. Privazione del sonno, ecco come si chiama. Almeno finché quel rumore non comincia a cullarmi fino a farmi addormentare. Hmm. Ipnosi sotto l’influsso del russare di Ruben Wolfe. È una situazione senza speranza, lo so, ma ci si abitua. Ti senti strano, senza certe cose, come se non fossi più tu.

In ogni caso, è stata la signora Wolfe a prendere possesso del seminterrato. Ha allestito un piccolo ufficio, dove tiene i documenti delle tasse.

Però sabato sera ci trovo Rube, seduto sulla scrivania, i piedi sulla sedia. È la vigilia del suo match con Harry Jones il Killer. Sposto la sedia e mi ci sistemo io.

«Sei comodo?» Mi lancia un’occhiataccia.

«Sì. È una bella sedia.»

«Non preoccuparti per i miei piedi. Adesso penzolano, a causa tua.»

«Ah, poveretto.»

«Già.»

Giuro.

Siamo fratelli.

Siamo strani.

Qui dentro non mi concede niente, ma là fuori, nel mondo, morirebbe per difendermi. La cosa spaventosa è che io sono come lui. E sembra lo stesso per tutti.

Una pausa sbadiglia nell’aria, prima che cominciamo a parlare senza guardarci. Io osservo una macchia sul muro, e mi chiedo: Che cos’è? Che diavolo è? Quanto a Rube, capisco che ha sollevato i piedi mettendoli sulla scrivania, e che ha appoggiato il mento alle ginocchia. Immagino che stia fissando la vecchia scala di cemento, davanti a lui.

«Harry il Killer», esordisco.

«Già.»

«Pensi sia bravo?»

«Forse.»

E poi, all’improvviso, senza enfasi, senza accennare il minimo movimento, annuncia: «Io glielo dico». Non credo che l’abbia deciso adesso. L’ha fatto tempo fa.

L’unico problema è che non so proprio a che cosa si stia riferendo.

«Dici cosa a chi?»

«Sei davvero così ottuso?» Adesso si volta verso di me, con un’espressione feroce. «A mamma e papà, razza di cafone.»

«Non sono un cafone.»

Odio quando mi chiama in quel modo. Credo che mi dia ancora più fastidio di finocchio. Mi fa sentire come uno che si strafoga di carne e birra e ha un pancione da alcolizzato grande quanto l’Everest.

«Comunque», continua, impaziente, «voglio raccontare a mamma e papà della boxe. Sono stufo di fare le cose di nascosto.»

Rifletto su quello che ha appena detto.

«E quando pensi di farlo?»

«Appena prima del nostro incontro.»

«Sei pazzo?»

«Che c’è di male?»

«Ci impediranno di salire sul ring, e Perry ci ucciderà.»

«No, non lo faranno.» Ha un piano. «Giureremo loro che sarà l’ultima volta che ci affrontiamo.» Questa parte di Rube vuole che ci pestiamo sul serio? Vuole raccontare tutto ai nostri genitori? Vuole dire loro la verità? «Comunque, non possono fermarci. Tanto vale che ci vedano per quello che siamo.»

Quello che siamo.

Lo ripeto nella mia testa.

Quello che siamo…

E poi glielo chiedo.

«Che cosa siamo?»

E lui resta in silenzio.

Che cosa siamo?

Che cosa siamo?

La cosa strana è che fino a non molto tempo fa sapevamo esattamente che cos’eravamo. Il problema era chi eravamo. Eravamo vandali, che facevano a pugni nel cortile di casa; ragazzi, semplicemente. Conoscevamo il significato di quelle parole… ma nomi come Ruben e Cameron Wolfe erano un mistero. Non avevamo idea di dove stessimo andando.

O forse sto sbagliando.

Forse, chi sei e cosa sei alla fine coincidono.

Non lo so.

So soltanto che in questo momento vogliamo essere orgogliosi. Per una volta. Vogliamo affrontare la lotta e sollevarci al di sopra di essa. Vogliamo incorniciarla, viverla, sopravvivere a essa. Vogliamo mettercela in bocca, assaporarla e non dimenticarla mai, perché ci rende forti.

Ma Rube mi squarcia.

Squarcia i miei dubbi.

Ripete la mia domanda e dà la sua risposta. «Che cosa siamo?» Una risatina. «Chi lo sa che cosa vedranno loro… ma, se verranno ad assistere all’incontro, capiranno che siamo fratelli.»

«Giusto!»

Ecco che cosa siamo… forse è l’unica cosa di cui possa essere assolutamente sicuro.

Fratelli.

Con tutte le belle cose che questo comporta. E quelle brutte.

Annuisco.

«Quindi glielo diciamo?» Mi sta guardando, adesso. Lo vedo.

«Sì.»

Siamo d’accordo, e devo confessare che l’idea quasi mi ossessiona. Voglio correre subito su e dirlo a tutti. Tanto per sfogarmi. Invece, mi concentro su ciò che ci separa da quel momento. Devo ancora sopravvivere a tre match, e devo guardare combattere Rube e osservare il modo in cui i suoi avversari cercano di contrastarlo. Non posso commettere i loro errori. Devo andare fino in fondo e, per il suo bene, offrirgli un vero incontro, non l’ennesima vittoria.

Con mia grande sorpresa, vinco il match successivo… Ai punti.

Subito dopo di me, Rube mette a nanna il Killer a metà del quarto round.

La settimana successiva perdo al quinto, e l’ultimo incontro che precede la sfida tra me e Rube è buono. Si tiene a Maroubra e, rispetto alla mia prima esperienza lì, salgo sul ring e comincio a menare senza esitazione. Non ho più paura di prenderle. Forse mi ci sono abituato. O forse so che per me la fine è vicina. Il mio avversario non si presenta, all’ultima ripresa. Le gambe non lo reggono, e provo pena per lui. So come ci si sente a non voler affrontare il round conclusivo. Quando devi concentrarti solo per restare in piedi… quanto a tirare, figurarsi. So com’è quando la paura supera il dolore fisico.

Dopo, mentre osservo Rube, mi accorgo di una cosa.

Scopro perché nessuno lo batte, e nemmeno ci si avvicina. E il motivo è che nessuno pensa di potercela fare. Non si credono all’altezza.

Per sopravvivere, devo credere di poterlo battere.

Più facile a dirsi che a farsi.