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È venerdì sera e stiamo seguendo La ruota della fortuna. Non guardiamo molto la tv, perché di solito passiamo il tempo a litigare, o a fare qualcosa di stupido in cortile, o a ciondolare in veranda. E comunque ci fanno schifo la maggior parte delle stronzate che danno in televisione. L’unica cosa positiva è che a volte, mentre le guardi, ti viene qualche idea brillante. Ecco alcune di quelle che ci sono venute in passato.
Provare a derubare un dentista.
Spostare il tavolino del salotto sul divano per fare una sfida a football con un paio di calzini arrotolati.
Andare al cinodromo per la prima volta.
Vendere a un vicino il vecchio asciugacapelli fuso di Sarah per quindici dollari.
Vendere il mangianastri rotto di Ruben a un tizio che vive in fondo alla strada.
Vendere il televisore.
Ovviamente, non siamo riusciti a realizzare tutte queste trovate geniali.
La tentata rapina dal dentista è stata un disastro (ovviamente, all’ultimo momento ci siamo tirati indietro). Sarah è entrata in salotto mentre giocavamo a football con i calzini, e ha rimediato un labbro gonfio. (Giuro che a colpirla è stato il gomito di Rube, e non il mio.) Al cinodromo ci siamo divertiti (anche se al ritorno avevamo in tasca dodici dollari in meno). L’asciugacapelli ce l’hanno lanciato da sopra la recinzione, con attaccato un biglietto che diceva: «Ridateci i nostri quindici dollari o siete morti, brutti bastardi imbroglioni». (Glieli abbiamo restituiti il giorno dopo.) Il vecchio mangianastri non l’abbiamo più trovato (e comunque il tizio in fondo alla strada è piuttosto tirchio, quindi dubito che ci avremmo ricavato granché). E, infine, vendere il televisore era fuori questione, nonostante al sottoscritto fossero venuti in mente undici buoni motivi per cui disfarcene. (Eccoli: Primo. Nel novantanove per cento dei programmi, i buoni alla fine vincono… ma è una menzogna. Nella vita reale, vincono i bastardi. Si prendono le ragazze, i soldi eccetera. Secondo. Ogni volta che c’è una scena di sesso, fila tutto liscio come l’olio, quando invece i protagonisti dovrebbero essere terrorizzati quanto me. Terzo. C’è un sacco di pubblicità. Quarto. La pubblicità ha sempre un volume più alto dei programmi. Quinto. I notiziari sono sempre piuttosto deprimenti. Sesto. In tv sono tutti belli. Settimo. I programmi migliori li chiudono. Mai sentito parlare della serie Northern Exposure? No? Appunto: sono anni ormai che non va più in onda. Ottavo. I ricchi possiedono tutte le emittenti. Nono. Possiedono anche le belle donne. Decimo. La ricezione a volte è tremenda, per via dell’antenna. Undicesimo. Continuano a trasmettere repliche di un talent show sportivo che si chiama Gladiators.)
L’unica domanda è: qual è l’idea di oggi? In realtà si tratta più che altro della decisione di concludere la discussione di ieri sera. Rube richiama la mia attenzione.
«Ohi.»
«Che c’è?»
«Tu cosa pensi?»
«Di che?»
«Lo sai. Di Perry.»
«I soldi ci servono.»
«Sì, ci servono, ma mamma e papà non ci permetteranno di aiutarli con le bollette.»
«È vero, ma potremmo mantenerci… pagarci il cibo e le nostre cose, così il denaro a casa durerebbe di più.»
«Credo che tu abbia ragione.»
E poi Rube pronuncia quelle due parole.
Ormai è deciso.
Concluso.
Finito.
«Lo facciamo», dice.
«Ok.»
In realtà, sappiamo bene che non useremo i soldi per pagare quello che mangiamo. No. Non ne abbiamo la minima intenzione. Lo stiamo facendo per qualche altro motivo. Un motivo che è dentro di noi.
Adesso ci tocca aspettare fino a lunedì per telefonare a Perry Cole, ma intanto dobbiamo cominciare a pensare… a tutto quanto. Ai pugni degli avversari. Al pericolo che correremo. Al rischio che mamma e papà ci scoprano. Alla necessità di sopravvivere. Un mondo completamente nuovo è entrato nelle nostre teste, e adesso dobbiamo gestirlo. Abbiamo preso una decisione, e non possiamo fuggire con la coda tra le gambe. Abbiamo deciso di fronte alla tv, e questo significa che dobbiamo tentare. Se ci riusciamo, bene. Se falliamo, be’… non sarà una novità.
Capisco che Rube sta studiando mentalmente la situazione.
Io, al contrario, cerco di non farlo.
Invece, guardo le gambe stupende della valletta del programma. Quando gira le lettere del tabellone, riesco a vederle ancora meglio, appena prima che si volti e mi sorrida. Ha un bel sorriso… e in quella frazione di secondo mi dimentico di tutto. Di Perry Cole e dei pugni futuri. E mi chiedo: Passiamo le nostre giornate a dimenticare o a ricordare cose? Ad andare incontro alle nostre vite o a scappare? Non lo so.
«Per chi tifi?» fa Rube, interrompendo i miei pensieri, lo sguardo fisso sullo schermo.
«Non lo so.»
«Be’, scegli un concorrente.»
«Ok.» Indico. «Scelgo quello con la faccia da ebete, al centro.»
«Quello è il presentatore, idiota.»
«Davvero? Allora la bionda, là in fondo. Bella, eh?»
«Io scelgo il tizio dall’altra parte. Quello che sembra scappato di galera. Il completo che indossa è scandaloso. Una ver-gogna.»
Alla fine, vince il tizio scappato di galera. Si porta a casa un aspirapolvere, e pare che il giorno prima avesse vinto anche un viaggio alla Grande muraglia cinese. Non male. Il viaggio, intendo. Nell’ultima manche si fa scappare un ridicolo letto elettrico con telecomando. In tutta onestà, l’unica cosa che continua a tenerci incollati a questo programma è la valletta che gira le lettere. Ha delle gambe spettacolari, secondo me, e anche secondo Rube.
Guardiamo la tv.
Dimentichiamo.
Sappiamo.
Sì, sappiamo che lunedì sera telefoneremo a Perry Cole per dirgli che accettiamo la proposta.
«Sarà meglio cominciare ad allenarci, allora», suggerisco a Rube.
«Lo so.»
Mamma rientra. Papà non abbiamo idea di dove sia.
È lei che porta fuori l’umido, che aggiunge al mucchio in cortile.
«C’è qualcosa che puzza da morire vicino alla recinzione sul retro. Uno di voi due ne sa qualcosa?»
Ci guardiamo. «No.»
«Sicuri?»
«Be’», sotto pressione io crollo, «sono delle cipolle che avevamo in camera e di cui ci eravamo dimenticati. Ecco, adesso lo sai.»
Mamma non è sorpresa. Niente la sorprende più, ormai. Credo abbia imparato ad accettare la nostra stupidità come qualcosa che non può cambiare. Ce lo chiede comunque: «Che cosa ci facevano in camera vostra?» Ma poi se ne va senza aspettare la risposta. Dubito che voglia sentirla.
Poco dopo rincasa nostro padre, e noi evitiamo di domandargli dove sia stato.
Rientra anche Steve, che ci lascia di stucco chiedendoci: «Come butta, ragazzi?»
«Bene. E a te?»
«Bene», dice, nonostante continui a lanciare occhiate sprezzanti a papà, perché vorrebbe che si facesse dare il sussidio di disoccupazione, o una paga per chi è in cerca di lavoro, comunque vogliate chiamarla. Va subito a cambiarsi ed esce di nuovo.
Sarah entra in casa mangiando un Paddle Pop alla banana. Sorride, e lo offre a entrambi. Non dobbiamo nemmeno chiederglielo, lo sa. Vede i nostri musi che prudono per la voglia di sentire quel freddo meravigliosamente malsano che si prova addentando un gelato in pieno inverno.
Il giorno dopo, Rube e io cominciamo con gli allenamenti.
Ci alziamo presto e andiamo a correre. È ancora buio quando suona la sveglia, e impieghiamo un paio di minuti ad alzarci, ma una volta fuori è tutto ok. Corriamo fianco a fianco, con un paio di pantaloni della tuta e una vecchia maglia da football; la città è sveglia, fa così freddo che il respiro ci esce dalla bocca in sbuffi di fumo, e il battito dei nostri cuori produce un’eco metallica. Siamo vivi. I nostri passi si susseguono ritmicamente, uno dopo l’altro. Il sole si scontra con i riccioli di Rube. La luce si fa strada in mezzo agli edifici e viene verso di noi. Le rotaie sono fresche, dolci, e l’erba di Belmore Park è ancora bagnata di rugiada. Abbiamo le mani fredde. Le vene calde. Con la gola succhiamo l’alito invernale della città, e intanto io immagino la gente ancora a letto, che sogna. Provo una bella sensazione. È una bella città. E questo è un bel mondo, in cui ci sono due lupi che corrono, a caccia di carne fresca. Inseguono la preda. Sì, la inseguono, anche se la temono. E corrono.