Introduzione
Max Weber conferma il paradossale destino dei classici: tutti ne parlano; nessuno li legge. Il volume di Karl Jaspers, che qui meritoriamente si ripubblica, è una felice eccezione. Ma il suo esempio non è stato seguito, non ha fatto scuola. Forse perché Weber ha iniziato la sua carriera di ricercatore sociale con preminenti interessi verso la storia dell’antica Roma, la sua fortuna come autore mi fa spesso pensare ai cristiani dei primi secoli che usavano saccheggiare, poco cristianamente, i templi pagani per cavarne materiali, marmi, colonne e capitelli utili alla costruzione delle loro basiliche. Gli studiosi contemporanei, nei confronti di Weber, non sono da meno.
Gli storici ne traggono idee per spiegare la decadenza e la fine dell’impero romano. Uno dei più illustri studiosi dell’epoca costantiniana e della decadenza dell’impero romano d’occidente, Santo Mazzarino, non esita a utilizzare un’intuizione weberiana che chiama in causa, per spiegare la crisi economica dell’impero, il regime degli schiavi. Questi, a differenza dei villici, o rustici, i quali potevano prender moglie e con le loro famiglie stabilirsi sul loro fondo agricolo e trame i mezzi di sussistenza con un proprio peculio (da pecus, «bestiame»), erano costretti a vivere accasermati nei grandi ergasteria, in cui vigeva la più netta separazione fra maschi e femmine, non potevano farsi una famiglia e quindi erano una forza lavoro che non era in grado di riprodursi. Ciò spingeva le autorità imperiali continuamente a nuove guerre ai confini, che Weber definisce senza mezzi termini operazioni di «caccia a nuovi schiavi», necessarie per riempire i vuoti che si determinavano nelle file del lavoro schiavile e in generale subalterno. La fine dell’impero non era dunque ascrivibile alle pressioni delle tribù, specialmente germaniche, ai confini estremi, bensì a questa strozzatura interna che costituiva un doppio salasso: di risorse, per il mancato rimpiazzo di energia lavorativa che veniva a mancare, e di impegni militari, che col tempo avrebbero conferito un peso eccessivo alle legioni e ai loro comandanti, dai quali, indipendentemente dalla volontà politica del senato in Roma, dipendeva la possibilità di vita economica e sociale della struttura imperiale.
In queste condizioni, la regressione economica appariva inevitabile e si dovette concedere anche agli schiavi, liberti a parte, di avere una propria famiglia, tanto da trasformarsi, da inquilini della caserma, in coloni, relativamente autonomi, ma legati al suolo, in tutto anticipatori del regime medioevale dei servi della gleba, e quindi legati a una economia primitiva tendenzialmente basata sul baratto, ossia a quella che gli economisti chiamano «economia naturale».
Sulla falsariga di Weber, Jaspers, a un tempo psicologo e filosofo, non si lascia sfuggire le conseguenze esistenziali e strutturali di questa situazione: «[...] la sovrastruttura dell’economia capitalista divenne sempre più sottile. Ma poiché essa aveva sorretto infine lo Stato romano e l’esercito e il traffico economico della zona mediterranea diventata or-bis terrarum, il ritorno all’economia naturale significò, sul piano economico, il passaggio al medioevo con la rottura dei rapporti che collegavano tutti i paesi; sul piano militare, la fine dell’organizzazione romana dell’esercito basato sul soldo; sul piano politico, l’impossibilità di mantenere l’unità dell’impero. Da qui la sempre meno efficiente resistenza dell’impero romano a partire dal terzo secolo» (p. 65).
Se gli storici hanno tratto, talvolta ingegnosamente, dalle analisi e dalle ipotesi di lavoro di Weber intuizioni geniali e feconde, gli economisti vi hanno scorto elementi cruciali per le loro costruzioni teoriche. Vi trovano, per cominciare, la stessa nozione di capitalismo come sistema fondato sull'onnicalcolabilità razionale, vale a dire non tanto sul colpo di mano piratesco, pur essendo mosso dalla classica auri sacra fames, ovvero dalla maledetta ricerca selvaggia del profitto, bensì sulla meticolosa contabilità o tenuta dei libri con il quotidiano conteggio dei costi e dei benefici - una contabilità che, per essere metodica e sistematica, indica già di per sé una condotta di vita che da metodica si fa «metodista», vale a dire rigorosamente puritanica, aliena dalle spese edonistiche, ivi comprese, per esempio, quelle papali per la Cappella Sistina, se non per Villa d’Este, e quindi legata strettamente, come progetto di vita e indice di certitudo salutis, ai precetti dell’etica protestantica. Quest’idea doveva dare a Weber una notevole notorietà, ma, come accade, per le ragioni sbagliate.
Non bisogna dimenticare il contesto: siamo ai primi anni del Novecento; si stanno muovendo, con grande strepito, le prime organizzazioni socialistiche di classe; non sono più le confraternite o le organizzazioni di mutuo soccorso, magari presiedute da un padrone, ma i partiti socialisti e i sindacati, che non consentono alcuna paternalistica confusione interclassista. Hanno appreso e realizzato in termini organizzativi la lezione del Manifesto comunista di Karl Marx e di Friedrich Engels: la storia fin qui verificatasi è stata una storia di lotta delle classi: patrizi e plebei, schiavi e padroni, maestri di bottega e operai, borghesi e proletari, e così via. Il catalogo può continuare all’infinito, ma la sua forma non lascia dubbi; trasmette e giustifica una visione duramente dicotomica della società mandando in frantumi ogni dolciastra sentimentale visione d’una società come comunità fraterna patriarcalmente coesa. L’economia, vale a dire il mondo degli interessi materiali di vita in cui entrano fra di loro necessariamente i conviventi, si pone come la struttura portante della convivenza, e questi interessi sono antagonistici, non sono neutri o centripeti, sono antitetici ed essenzialmente conflittuali. Non il pensare crea l'essere, bensì l'essere materiale, le condizioni oggettive determinano il pensare, la coscienza, le costruzioni morali, giuridiche, religiose. «Sein macht das Denken» («l’essere fa il pensare»).
A una lettura superficiale o comunque cursoria, Weber rovescia l'impostazione marxiana: non le condizioni economiche, non la struttura oggettiva, bensì l'etica, ossia l'etica vissuta, i precetti religiosi praticati sono alla base e generano e alimentano lo «spirito del capitalismo». Lettura certamente faziosa e capziosa, insostenibile in termini weberiani, che tende a presentare frettolosamente un'ipotesi di lavoro come una professione di fede dogmatica, ma che è musica dolcissima alle orecchie dei grandi interessi capitalistici europei e a tutta una cultura filosofica concettuologicamente orientata che si interroga, angosciata, sull'avvenire del «regno delle idee pure» qualora Marx avesse ragione.
Non credo che a Jaspers fosse chiara la posizione di Weber, anche perché all'epoca in cui scriveva le famose Considerazioni intermedie, in cui dà conto del senso delle sue ricerche sulle religioni universali, non godevano della notorietà di oggi. Sta di fatto che per Weber il processo storico nel senso più ampio del termine non corrisponde a una matrice causale univoca, economica o ideale che sia, bensì indica un «processo plurale», più legato a una matrice genetica condizionale che a una sequenza causale precisa, in cui economia ed etica vissuta vanno viste come due pressioni bidimensionali operanti simultaneamente sui processi storici specifici. Nessuna concessione, in Weber, alle visioni panlogistiche cui dovevano purtroppo abituarci il marxismo ortodosso e dedialettizzato, essenzialmente acritico, e lo storicismo idealistico posthegeliano, neppur sfiorato dal dubbio che le idee non cadessero dal cielo. Jaspers coglie molto bene la soluzione calvinistica del problema teologico della predestinazione alla salvezza eterna, che attraverso una bizzarra, paradossale eterogenesi storica dei fini parte con le massime della vita devota rigorosamente rispettate - lavoro metodico, risparmio, utilizzo delle risorse accumulate non per fini edonistici ma solo per il reinvestimento produttivo -, scorge nella prosperità economica raggiunta il segno certo delle benevolezza divina e finisce puntualmente per costruire la fortuna delle grandi banche svizzere. «[...] l’instancabile progettare e produrre da parte dell’imprenditore e del lavoratore non mirano quindi - scrive Jaspers - al guadagno e al godimento; ma alla ricerca di un indizio che determini l’assegnazione allo stato di grazia. Se l’imprenditore incominciasse a godere il suo guadagno invece di impiegarlo ad allargare ancora il suo successo e a glorificare pertanto Dio nel mondo, egli avrebbe un indizio del contrario» (p. 67).
Storici ed economisti hanno trovato in Weber una miniera di spunti e di suggerimenti. Nulla di sistematico, ma appunto per questo un’eredità in frantumi da cui trarre a man salva idee e nozioni e ipotesi per ricerche future. Ma sono forse i politologi gli studiosi dei fenomeni sociali e politici che in Weber hanno trovato teorie quasi complete e prontamente utilizzabili nelle loro analisi specialistiche. Sono in proposito da ricordare i «tre tipi puri del potere legittimo» e la stessa nozione dello Stato, da intendersi non più come il garante del «bene comune», come voleva la filosofia scolastica di ascendenza tomistica, e neppure il prodotto di uno jus naturale, che non è possibile ritrovare nell’esperienza storica e che pertanto si riduce a una convinzione fideistica priva di riscontri empirici. Per Weber lo Stato è semplicemente la struttura cui viene riconosciuto il monopolio della violenza legittima. I poteri d’altro canto sono individuabili sulla scorta dell’analisi storica: a) il potere tradizionale, legato all’autorità dell’«eterno ieri»; b) il potere legale burocratico, che prescinde dalla persona ma risiede nell’ordinamento impersonale, garantendo con ciò, sine ira ac studio, a tutti i cittadini un trattamento egualitario ed equanime; c) infine, il potere carismatico, tipico della persona dotata di qualità straordinarie, extraquotidiane, in questo senso potere come «irruzione di grazia» (dal greco khàris, khàritos, «grazia», appunto), chiamato o variamente evocato quando si tratta di fronteggiare la «sfida dell'eccezione».
Ciò che non sempre i politologi sembrano aver compreso è che a Weber non interessava per niente una fredda elaborazione del potere a tavolino. Nulla era più lontano da lui, dal suo carattere e dalle sue intenzioni di una trattazione accademica del potere, da valere fur ewig, per tutti i luoghi e per tutti i tempi. Sì può dire che Weber scriveva sempre sotto la pressione degli avvenimenti e delle esigenze politiche del suo tempo. La sua problematica del potere era quella che stava di fronte alla sua Germania, ossia alla Germania postbismarckiana e postguglielmina: un paese ormai dotato di un apparato economico industriale gigantesco e nello stesso tempo di una testa politica piccola piccola, quasi inesistente. Era la questione che lo angosciava, che preoccupava questo nazionalista, ma non pangermanista, che si doleva che la politica del mondo non fosse più fatta a Berlino, ma che nello stesso tempo non scorgeva altra via d’uscita che strappare il potere dalle mani del vecchio autoritario Junkertum prussiano per passarlo - a chi? - ai socialdemocratici, che non ne capivano la logica profonda?; ai letterati della politica che erano capaci di esprimersi con la finezza retorica e irresponsabile di Cicerone, ma mancavano, congenitamente, della «furia catilinaria» nell’azione? Sospeso fra nazionalismo e istanza democratica, Weber sarebbe giunto a morte senza intravedere una via d’uscita praticabile, avendo, anzi, inconsapevolmente aperto la porta all’avvento legale al potere di Adolf Hitler con l’inserimento, su suo suggerimento, nella Costituzione della Repubblica di Weimar del famoso articolo 48, il «Diktatur Paragraph», che in caso di emergenza avrebbe consentito al presidente del Reich di assegnare poteri eccezionali al cancelliere.
Ma i veri, i più abili e protervi saccheggiatori di Weber sono stati e sono tuttora i sociologi. Il fatto è meno strano di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Nella loro ansia di far meglio di Weber, i sociologi possono far pensare con qualche buona ragione ai falsificatori delle griffes più famose - falsificazioni che danno luogo sul mercato mondiale a colossali operazioni di dumping. Nel caso di Weber, per aprirsi il varco nella selva delle maldestre imitazioni, forse basterebbe tornare umilmente ai testi. Cosi m’accadde molti anni fa, quando cominciai a leggere i testi di Weber come parte del mio giovanile, baldanzoso progetto di unire le ricerche empiriche americane e gli studi sociali europei filosoficamente orientati. Chiamavo allora quest'idea il mio personale somnium Scipionis.
Fin dalle prime pagine mi aveva colpito il carattere tormentato e francamente frammentario dell'opera weberiana. Talcott Parsons, che pure aveva per tempo tradotto Letica protestante e lo spirito del capitalismo, non sembrava averlo capito. Riteneva che Weber si fosse fermato a metà strada e che toccasse a lui, con il suo ponderoso Social System, compirne l’opera. Singolare fraintendimento, forse scusabile se si tiene presente che Parsons proveniva da studi di economia, che era quasi completamente digiuno di filosofia in senso proprio e che, anzi, traducendo anni dopo alcune parti di Wirtschaft und Gesellschaft (Economia e società) doveva valersi della collaborazione del collega harvardiano J. Henderson, ottimo biologo e in più paretiano, che avrebbe contribuito a spingere ancor più decisamente Parsons verso la costruzione del «sistema sociale» in termini meccanicistici, sulla falsariga d'un modello omeostatico. Sarebbe stata cosi preclusa ogni possibilità di dar conto del mutamento sociale e della variabilità storica.
In particolare, non si era compreso, nella lezione di Max Weber, un fatto fondamentale. Questa incomprensione dura tutt'oggi. Weber possedeva un temperamento altamente politico; egli può anzi essere considerato, come mi accadde di definirlo fin dal 1964, nel mio Max Weber e il destino della regione, un politico manqué. Ma perché «politico mancato»? Non certo per viltà. Piuttosto, perché Weber non era mai riuscito a convincersi a bruciare sull'altare della lealtà ideologica o della disciplina di partito la chiarezza intellettuale; perché sapeva per esperienza diretta che troppo spesso l’uomo politico deve agire e decidere prima di aver in mano tutte le prove della razionalità della sua decisione. Ma il temperamento politico era li, testardo; la passione politica gli faceva soffrire i problemi dell’attualità sociale; gli impediva di divenire un sociologo puramente tecnico, vale a dire uno specialista pronto a vendere i suoi servizi sul mercato al miglior acquirente senza poi riservarsi il diritto di controllare l’uso delle informazioni fomite.
Il carattere frammentario dell’opera weberiana non è casuale. Deriva direttamente dalla sua impostazione originale delle ricerche e dal modo da lui coerentemente seguito nella costruzione dei concetti sociologici. In ciò è molto vicino all’amico Georg Simmel, altro grande sociologo eterodosso. I concetti, per Weber, sono ovviamente fondamentali. Senza impianto teorico, la ricerca brancola nel buio. Questo punto è colto molto bene da Jaspers: «[...] nessuna indagine empirica può stabilire che cosa abbia valore e che cosa io debba fare. Premesso uno scopo, il sapere empirico può bensì indicare i mezzi che possono favorirlo od ostacolarlo e i risultati secondari di un’azione la quale nuoce ad altri valori; non può invece mai provare che il valore e lo scopo stesso siano impegnativi per tutti. [...] Obiettività scientifica e mancanza di carattere non sono affini, ma la loro confusione distrugge tanto l’obiettività quanto il carattere. [...] la libertà che la scienza ha di valutare non significa per Max Weber che nella vita non si debba valutare, ma, al contrario, che soltanto dalla passione del valutare e del volere nasce, quale propria illuminazione e autoeducazione, la vera obiettività nei possibili studi» (pp. 73-74).
Non si potrebbe dir meglio, ma non basta. C’è un punto delicato che va chiarito. La frammentarietà dell’opera weberiana non è causale, non è dovuta alla morte prematura dell’autore, come molti sociologi odierni sembrano ritenere; non va giustificata con il fatto, ingiurioso alla memoria di Weber, che egli non abbia pensato i suoi pensieri fino alla fine e che tocchi quindi ai sociologi di oggi portarne a compimento l’opera rimasta a metà. Niente di più falso e di meno weberiano. L’analisi significativa del sociale, ancorata all’attualità in quanto la sociologia è la scienza del presente e del vivente, non può che riuscire frammentaria. Ha l’ambizione, che taluno chiamerà presunzione, di indovinare il significato della vita nell’apparente insignificante; spia la motivazione interiore esplorando i comportamenti esterni; interroga le schegge dell’esperienza per ricostruire il senso del tutto, non in generale ma con precisi riferimenti a un contesto dato. Tutto ciò riesce insopportabile al sociologo sistematico odierno che vuol ridurre ogni cosa, struttura e comportamento, a «parte integrante», «subsistema» o «quadro di comportamento» (pattern-variable) nei lindi comparti del proprio sistema, cui si suppone che approdi tutta la storia e in esso più o meno gloriosamente si concluda.
Nessuna meraviglia che con grande buona volontà e lodevole acribia filologica questi sociologi si occupino di rimettere insieme i cocci dell’opera weberiana. Se l’espressione non sembrasse irriguardosa, dovremmo dire che essi si occupano con entusiasmo della «toeletta del morto», lo tirano a lucido, lo rivestono con abiti da cerimonia - ovviamente, per una cerimonia accademica.
Chi si è specialmente distinto, da ultimo, in questa attività parafuneraria, è Wolfgang Schluchter. Nei suoi Paradoxes of Rationality: Culture and Conduct in the Theory of Max Weber (Stanford University Press, 1996), egli cerca esplicitamente di ridurre l’opera di Weber a «unità» e a «comprensività». È appena necessario richiamare l’incongruità di questo intento. Vi è indubbiamente qualche cosa di esilarante, ma anche di bizzarro nella trattazione sistematica di un pensatore per definizione e per propria ammissione antisistematico. Ma il tentativo merita attenzione ed è, di per sé, istruttivo. Naturalmente, Schluchter parte dall'interesse permanente di Weber per quanto riguarda la specificità dell’occidente capitalistico rispetto al resto del mondo, da quella sua frase, insistente e ripetuta come un ritornello: «Nur in Okzident...». In altre parole, solo in occidente si verifica un fenomeno come il capitalismo, vale a dire come l’attività economica razionalmente organizzata, dinamica, in grado di rendere conto di se stessa, con la tenuta dei libri contabili scientificamente rigorosa e il calcolo formale del rendimento del capitale investito. Perché questo fenomeno ha luogo solo in occidente; anzi, solo nel nord-Europa, anche se i primi fenomeni capitalistici hanno luogo nell’Italia del Rinascimento con il Banco dei Medici a Firenze e il «patto di colleganza», embrione della società per azioni, a Venezia?
La risposta di Weber non è ideologica né puramente economica. Egli va cercandola nel suggerimento di un grandioso sforzo analitico e sinottico, tale da porre in rapporto variabili essenzialmente diverse, che vanno dalle caratteristiche geofisiche ed economico-giuridiche alle credenze e ai comportamenti dell’etica vissuta, agli orientamenti di valori e alle tradizioni culturali. Schluchter è a ragione affascinato dal potente affresco che Weber suggerisce. Ne indovina il disegno generale, ne cerca il motivo centrale, quello dominante, contro le stesse riserve di Weber con riguardo alla generica sociologia del «fattore determinante», crede di averlo trovato nel «peculiare razionalismo della cultura occidentale» e su questo «fattore» costituisce una teoria unificata e integrata di uno sviluppo storico diacronico che, a suo giudizio, verrebbe svolgendosi sul piano planetario e che lo stesso Weber avrebbe pienamente esplicitato, se solo ne avesse avuto il tempo. Riconosco che la tentazione è forte e forse non resistibile. Ma in Weber, nel Weber che conosciamo, vale a dire nei testi disponibili, non c’è nulla di tutto questo. Weber era lontanissimo da ogni concezione anche solo vagamente evoluzionistica. L’idea che si potessero addirittura stabilire e prevedere «stadi» particolari nello sviluppo della storia umana, che continuava sempre a considerare come un campo di battaglia fra orientamenti di valori in conflitto, come un imprevedibile «politeismo dei valori» essenzialmente caratterizzato da una fondamentale indeterminazione, non gli poteva riuscire che orripilante e scientificamente insostenibile. «Chi vuole la predica - avrebbe detto una volta di più — vada in convento; e chi invece preferisce le visioni, s'affretti ad andare al cinematografo.»
Che l’attuale sociologia (sociografie specialistiche a parte), dagli epigoni di Parsons come Jeffry Alexander ai neosistematici, pur variamente orientati come Niklas Luhmann e Jurgen Habermas, tenda a essere evolutiva e onnicomprensiva, non mi meraviglia. Troppo forte è l'esigenza di rassicurazione psicologica e di esorcizzazione politica dei conflitti sociali, anche se ciò comporti qualche volta il buffo atteggiamento che Heinrich Heine rimproverava ai professori del suo tempo: credono di poter turare i buchi e i problemi dell'universo con i loro berretti da notte. Weber sapeva fin troppo bene che la storia non procede su una falsariga prestabilita, che non ci sono suggeritori segreti né dialettiche automatiche. Sapeva, in una parola, che la storia non ha un libretto, non è un melodramma. E' uno scenario in cui ognuno, in ogni momento, compie un gesto che lo salva e lo perde, che l'uomo non è né assolutamente libero né assolutamente determinato. L'uomo è condizionato ed è questa situazione che lo costringe a scegliere, se vuole vivere e svilupparsi al massimo delle sue potenzialità. Di qui le oscillazioni di Weber, sia sul piano metodologico che su quello sostanziale. Non si tratta di teorizzazioni incompiute, che aspetterebbero i volenterosi restauri o completamenti dei diligenti sociologi di oggi. Sono il corollario inevitabile della sua impostazione filosofica originaria.
In un libro recente, Franco Bianco ha messo in luce le aporie e le vere e proprie contraddizioni dell’opera weberiana (si veda F. Bianco, Le basi teoriche dell'opera di Max Weber, Laterza, 1997): per Weber è fuori discussione la «centralità dell'individuo», ma con altrettanta chiarezza è da escludersi qualsiasi concessione all'«individualismo metodologico» oggi tanto di moda; la razionalità è per Weber concetto fondamentale per comprendere la società occidentale, ma Weber non tace mai e, anzi, dichiara apertamente le sue ambivalenze e la sua sostanziale ambiguità; il solo sistema che Weber sembra concepire, ma raramente usa questo termine, è un «sistema aperto», essenzialmente problematico; la «cultura» è evidentemente «soggettiva», ma la sua portata è inevitabilmente «limitata». Di storia evolutiva secondo «tappe» o «stadi», quasi si trattasse di un treno che corre sui binari da stazione a stazione, neppure a parlarne. Si rischia di perdere per questa via il nucleo problematico profondo del pensiero weberiano. In questo senso, è importante segnalare il distacco, doloroso umanamente ma netto sul piano filosofico, dal suo maestro Heinrich Rickert a proposito della concezione «ontologica» dei valori. Non si dà per Weber alcun «mondo dei valori» inattingibile; e dotato di una validità metastorica. Per Weber dalla storia non si evade, salvo a rassegnarsi a essere «anime belle», come i discepoli dell'esclusivo circolo di Stefan George, cui riserva una nota a piè di pagina di rara cattiveria quando osserva che esiste anche un carisma del conto in banca. La doppia etica weberiana, dei «principi» e della «responsabilità», non ha nulla a che vedere con la duplicità o la «dissimulazione onesta». E, anzi, la risposta polemica sia ai letterati della politica, che guidano i destini del mondo seduti ai tavolini dei loro caffè preferiti, sia al nichilismo ancora romantico di Nietzsche.
Credo che alla comprensione del carattere asistematico dell'opera weberiana gioverebbe l'esame critico del suo modo di procedere nella costruzione dei concetti sociologici. Nello stesso tempo risulterebbe forse essenziale l'istanza critica che questo pensatore così spesso, del resto giustamente, considerato un neokantiano, fa valere nei riguardi del concetto di «esperienza» in Kant. La questione è complessa e in altra sede andrà debitamente affrontata. Qui basti osservare che nel vivo lavoro delle sue ricerche, sul piano dell’indagine empirica, Weber, come del resto Simmel, va al di là delle rigide distinzioni di Kant fra intelletto, o Verstand, e ragione, o Vernunft. La storia come «vita storica» si apre agli occhi avidi del ricercatore in tutta la sua ricchezza, imprevedibilità, polidimensionalità. L esempio di Weber dice ai sociologi di oggi che forse è già in ritardo l’impostazione interdisciplinare della ricerca, che stiamo entrando in una fase postdisciplinare e che, in ogni circostanza, il buon sociologo si guarderà bene dal «bocciare la vita».
Franco Ferrarotti