3.
Stato contro Mafia: azioni e reazioni
1. Dalla legge “Rognoni-La Torre” alla creazione del pool
L’omicidio del generale Dalla Chiesa innesta un potente fattore di crisi all’interno del preesistente sistema di potere politico-mafioso. La rabbia e la reazione indignata e sgomenta dell’opinione pubblica tutta determinano infatti l’approvazione della legge “Rognoni-La Torre”1.
Si manifesta, ancora una volta, una specificità negativa della legislazione antimafia: quella di essere una normativa “del giorno dopo” (come testimoniano i tanti bis, ter, quater e via seguitando che la contrassegnano), vale a dire che interviene soltanto dopo qualche “fattaccio” intollerabile, quasi mai secondo un disegno “a tavolino”, ispirato a criteri di prevenzione. Nel caso di specie la regola del “giorno dopo” vale il doppio. Perché circa quattro mesi prima dell’omicidio di Dalla Chiesa c’era stato quello di Pio La Torre, l’uomo politico che aveva ideato il progetto della nuova legge, relegato in un cassetto dopo la sua morte e ripescato soltanto con l’omicidio di Dalla Chiesa.
La legge “Rognoni-La Torre” introduce il reato di associazione mafiosa (finalmente la mafia esiste! Anche come comportamento vietato e punito nel codice penale) e per la prima volta fonda le basi di un sistema organico di intervento sulle accumulazioni illegali2. Essa svolge nel contesto siciliano una funzione di rivoluzionaria importanza perché, oltre a determinare la cessazione di una situazione di sostanziale intangibilità dei patrimoni mafiosi, mette a disposizione degli inquirenti un nuovo, formidabile strumento: il reato associativo, senza il quale (parola di Giovanni Falcone) pretendere di sconfiggere la mafia è come pretendere di fermare un carro armato con una cerbottana.
A partire dal 1982 le indagini antimafia registrano un forte potenziamento, non solo per i nuovi strumenti offerti dalla legge “Rognoni-La Torre”, ma anche per l’entrata in campo del pool dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, costituito da Rocco Chinnici e improntato a una nuova cultura investigativa.
Infatti, dopo l’omicidio del procuratore Gaetano Costa (1980), che aveva segnato una prima svolta nella gestione dell’antimafia palermitana, il consigliere Chinnici ne prosegue e sviluppa le iniziative, facendosi promotore di un nuovo modulo organizzativo, basato in sostanza sul principio che il carattere unitario di Cosa nostra postula un effettivo coordinamento delle indagini invece della “vecchia”, controproducente frammentazione di esse in mille rivoli non comunicanti.
Cosa nostra avverte il pericolo derivante dal nuovo corso giudiziario3, e il 29 luglio 1983 fa esplodere un’autobomba davanti all’abitazione del magistrato in via Pipitone Federico a Palermo, provocando la morte di Chinnici, dei Carabinieri della scorta (Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta) e del portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Unico superstite l’autista giudiziario Giovanni Paparcuri4.
Il “testimone” di Chinnici viene raccolto da Nino Caponnetto: sotto la sua guida, i magistrati del pool proseguono nel nuovo indirizzo. Il loro metodo investigativo diventa vincente quando si combina con il “pentimento” di Tommaso Buscetta5 e poi di altri, come Salvatore Contorno6 e Antonino Calderone7. Il salto di qualità decisivo nella lotta a Cosa nostra si produce con il maxiprocesso: per la prima volta nella storia, si mira al cuore e al cervello di Cosa nostra. Le indagini del periodo precedente non andavano oltre l’accertamento di alcune specifiche attività delittuose di singoli appartenenti all’organizzazione. Ora invece si possono svelare le caratteristiche che avevano fatto di Cosa nostra un unicum nel panorama della criminalità mondiale, e cioè la configurazione “statuale”, unitaria e verticistica dell’organizzazione, con la decisiva rilevanza della “appartenenza” a essa dei singoli “uomini d’onore”.
Proprio l’esperienza del pool, basata sulla specializzazione degli operatori e sulla centralizzazione delle informazioni, assicurandone nel contempo circolazione e socializzazione, dimostra che Cosa nostra – per usare le parole di Giovanni Falcone – “è una vicenda umana come tutte le altre” e non è affatto invulnerabile, ma può essere contenuta e sconfitta “contrapponendo organizzazione a organizzazione”.
2. Le indagini su mafia e politica
Dopo avere portato alla sbarra la struttura militare di Cosa nostra, i magistrati del pool iniziano anche la difficile opera di individuazione e repressione penale delle “relazioni esterne”. Giovanni Falcone aveva sul punto idee molto precise. Nel 19878 egli sostiene che vi sono “manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni [che] possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso [...] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. In sostanza, le “relazioni esterne” – la cosiddetta “zona grigia” – sono la spina dorsale del potere mafioso e vanno colpite con l’istituto del “concorso esterno”, se si vuole contrastare la mafia coi fatti e non con vuoti proclami.
Non a caso Falcone esprime questi concetti nel 1987. Non a caso perché il 16 aprile di quell’anno, in una stanza del Palazzo di Giustizia di Marsiglia, aveva cominciato a collaborare con lui e altri magistrati del pool Antonino Calderone (fratello di Giuseppe, ex capo della Commissione regionale di Cosa nostra), depositario di conoscenze di prima mano su profili inediti dell’intreccio siciliano e nazionale tra mafia, imprenditoria e politica.
Con la collaborazione di Calderone, il maxiprocesso non è più affidato soltanto alle dichiarazioni di Buscetta e Contorno, ma acquista spessore e potenzialità di sviluppo che fanno paura, e non soltanto ad ambienti mafiosi.
Nello stesso tempo, però, la rilevanza probatoria delle dichiarazioni di Calderone è contestata da numerose pronunce della prima sezione penale della Cassazione presieduta dal dottor Corrado Carnevale. I mandati di cattura emessi dall’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo sulla base di quelle dichiarazioni vengono prevalentemente annullati senza rinvio, modificando il precedente, consolidato orientamento giurisprudenziale. Non fossero cose di una serietà spesso persino tragica, verrebbe da ironizzare, dicendo che le vie del poli-partito sono infinite. Come quelle della provvidenza...
3. La delegittimazione del pool
Sarà una sfortunata coincidenza, ma proprio nel 1987 inizia contro i giudici del pool, in determinati ambienti politico-editoriali, una campagna di stampa che via via da toni esasperati, ma ancora di accettabile critica, passa a insinuazioni e accuse di nefandezze assortite: uso strumentale dei pentiti, protagonismo giudiziario, condizionamento politico, metodi “maccartisti”, pericolo per lo Stato di diritto, fino al famoso (o famigerato) “professionisti dell’antimafia”.
Gli attacchi si indirizzano dapprima contro i pentiti (definiti “avanzi di cosca”, “arnesi processuali di epoche lontane e oscure”) e la loro gestione (“il pentitismo meritava un uso più intelligente”; “l’apparato giudiziario non è stato all’altezza della straordinaria occasione”)9. Poi tocca ai processi del pool, definiti “messinscene dimostrative, destinate a polverizzarsi sotto i colpi di quel po’ che è rimasto dello Stato di diritto”; “montature” basate sui “teoremi dei pentiti” e allestite dai “registi del grande spettacolo della lotta alla mafia”. E ci si chiede: “se è stato opportuno seguire la strada dei maxiprocessi, estremamente utili ai fini spettacolari, ma dannosi ai fini di giustizia”; se è stato utile “tramutare un pentito in collaboratore della giustizia, di fatto introducendo nel processo penale italiano una figura in contrasto sia col rito che con la Costituzione”10.
Dalla denigrazione dei pentiti e dei processi si passa quindi, direttamente, alle aggressioni dei magistrati, tacciati di politicizzazione e uso abnorme degli strumenti giudiziari, ovviamente per fini di parte se non per scopi personali di potere. I giudici del pool vengono sostanzialmente accusati di collateralismo con i “comunisti”, brutta gente che mira “a controllare l’antimafia”, appoggiando “a spada tratta i magistrati-personaggio della cordata Falcone”11.
Obiettivo finale è il maxiprocesso, definito “un processo-contenitore abnorme di per sé e per il modo in cui è costruito”; un “meccanismo, spacciato come giuridico” ma utilizzato ad altri fini “dai giudici capitanati da Falcone”. I quali vengono sobriamente indicati come responsabili di “una gestione monopolistica secondo la ormai ben nota concezione del pool chiuso”: “un lampante pericolo non solo di condizionamento giuridico ma ancor più di condizionamento politico”12.
Lo stesso Giovanni Falcone – in una lettera al Csm del 30 luglio 1988 – denuncia con amarezza che ha dovuto registrare, oltre che le “inevitabili accuse di protagonismo o di scorrettezze” nel suo lavoro, anche “infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza”.
Una campagna i cui frutti velenosi attecchiranno persino all’interno del Csm, quando Caponnetto (conclusa la sua “missione”) lascerà Palermo convinto – come tutti – che il “testimone” di capo dell’Ufficio Istruzione sarebbe passato a Falcone. Ma non va così e il risultato è a dir poco sconcertante. Falcone, il più bravo nell’antimafia, il grande protagonista del maxiprocesso, viene scavalcato da un magistrato – Antonino Meli – digiuno di mafia e forte unicamente di una maggiore anzianità. Contro la competenza vince la gerontocrazia, il terrore dei boss...
Ma attenzione! Stava per entrare in vigore il nuovo codice di procedura penale che aboliva l’Ufficio Istruzione. Quindi, la scelta tra Falcone e il suo anziano antagonista riguardava un ufficio ormai di fatto “defunto”. È allora evidente che il punto del contendere non era tanto il nome del successore di Caponnetto, quanto piuttosto il giudizio sul metodo di lavoro del pool, che aveva portato alla clamorosa vittoria nel maxiprocesso. Al di là delle persone, la scelta assunse quindi un chiaro significato politico: lo Stato, anziché proseguire sulla strada del pool di Falcone che stava portando alla sconfitta della mafia, decide di arrestarsi. Di fare un gigantesco passo indietro. Ancora ironizzando, ove mai fosse consentito in circostanze gravi come queste, si potrebbe dire che il poli-partito non riposa mai: è sempre sul pezzo, pronto a sfruttare ogni opportunità...13
Ma le incredibili traversie di Giovanni Falcone non finiscono qui. Si apre anzi una torbida stagione di dossier, di “corvi” e di veleni.
Nel mese di giugno del 1989 pervengono cinque esposti anonimi ad alcuni magistrati (Salvatore Curti Giardina e Pietro Giammanco, allora procuratore della Repubblica e procuratore aggiunto di Palermo) e ad alcuni ufficiali dei Carabinieri (Antonio Subranni e Mario Mori, allora comandanti della legione Carabinieri e del gruppo Palermo I). In essi, in sintesi, Giovanni Falcone viene accusato, insieme ad altri magistrati e funzionari di Polizia, di avere consentito a Salvatore Contorno di tornare in Sicilia per commettere numerosi omicidi, nell’ambito di un piano volto a “stanare” i Corleonesi, in particolare Salvatore Riina.
Nello stesso periodo, e precisamente il 21 giugno 1989, fallisce per puro caso un attentato esplosivo che avrebbe dovuto colpire Falcone e la collega svizzera Carla Del Ponte tra gli scogli antistanti a una villetta nella località dell’Addaura. Questo attentato coincide quindi temporalmente con le lettere anonime che – si è detto – sostanzialmente accusano Falcone di avere protetto il “killer di Stato” Salvatore Contorno.
Ma questa non è l’unica coincidenza; perché sempre in quel periodo Falcone concorre alla nomina a procuratore aggiunto della Procura di Palermo (il suo nuovo ufficio – dopo la soppressione della figura del giudice istruttore – dove avrebbe potuto proseguire le indagini nei confronti di Cosa nostra con un pool qualificato di inquirenti). E l’attentato dell’Addaura viene evocato – anche nei corridoi del Csm – facendo girare la voce che Falcone se l’era organizzato da solo per favorire quella nomina. Il poli-partito non si nega nulla: neppure le viltà più infami.
Dopo queste voci ignobili, Falcone parla14 di “menti raffinatissime” che guidano il gioco della mafia. E aggiunge: “con me è iniziata la stessa campagna che iniziò con Dalla Chiesa”, fatta di minacce, telefonate anonime, mafiosi assassinati e fatti trovare davanti alle caserme dei Carabinieri, chiusi nei portabagagli, proprio per dire a Dalla Chiesa “vattene non ti vogliamo”. È come se Falcone stesse assistendo in diretta alla sua esecuzione, che poi avverrà appena tre anni dopo. E nello stesso tempo come se evocasse – con l’espressione “menti raffinatissime” – qualcosa di molto simile al poli-partito della mafia.
Non è finita. Un anno dopo Falcone si candida al Csm, ma viene bocciato. Un’altra pagina buia per la magistratura italiana. Intanto tutte le porte di Palermo gli si chiudono in faccia. Di fatto anche quelle della Procura, al punto che il capo – Pietro Giammanco – non manca di fargli fare lunghe anticamere (un’umiliazione palese). Alla fine Falcone deve lasciare Palermo e chiedere una specie di asilo politico-giudiziario a Roma.
Gli attacchi e le accuse tuttavia non cessano; anzi riprendono con toni di inusitata asprezza in un altro periodo cruciale, quando si avvicina il giudizio definitivo della Corte di Cassazione sul maxiprocesso e Falcone è candidato a dirigere la Procura nazionale antimafia.
Il 29 ottobre 1991, sul quotidiano “Il Giornale di Napoli” – diretto da Lino Jannuzzi15 – compare un articolo non firmato, perciò riferibile al direttore, intitolato Cosa Nostra uno e due, tutto dedicato a Falcone e a Gianni De Gennaro, candidato a sua volta a dirigere la Direzione investigativa antimafia (Dia). Nell’articolo, Falcone e De Gennaro sono definiti, in alternativa, “i maggiori responsabili della débacle dello Stato di fronte alla mafia, oppure una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e i maxiprocessi, ha approdato al più completo fallimento”. A seguire un acrobatico accostamento addirittura ai criminali mafiosi: “Se i ‘politici’ sono disposti ad affidare agli sconfitti di Palermo la gestione nazionale della più grave emergenza della nostra vita, è, almeno entro certi limiti, affare loro. Ma l’affare comincia a diventare pericoloso per tutti noi: da oggi, o da domani, dovremo guardarci da due ‘Cosa Nostra’, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto”. Il poli-partito sa bene come mimetizzarsi. Ovunque...
Tuttavia, malgrado le campagne denigratorie, malgrado gli ostacoli opposti al lavoro dei magistrati, malgrado i molteplici tentativi di “aggiustamento” del processo, posti in essere da Cosa nostra attraverso vari canali, malgrado lo sfrenato attivismo del poli-partito, il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione rigetta tutti i ricorsi delle difese, consacrando definitivamente il cosiddetto “teorema Buscetta”. Cessa finalmente la stagione dell’impunità. I rappresentanti più importanti dell’associazione criminale vengono condannati a lunghe pene o all’ergastolo.
Una volta tanto il poli-partito sembra in pausa... Ma di lì a poco ci saranno reazioni gravissime. In quello che appare il momento della sconfitta di Cosa nostra, ai boss servono dei morti. Per dimostrare a tutti, con l’inequivocabile linguaggio del terrore, che l’organizzazione resta comunque più forte. Più forte dei potenti “amici” di un tempo che le “avevano voltato le spalle” (avendo fallito, essi da vivi non servono più). E più forte dei suoi nemici, da punire con la morte (in cima alla “lista” gli odiatissimi Falcone e Borsellino).
Si apre la stagione della resa dei conti e della politica stragista. Il poli-partito, nella sua componente più spietata e feroce, non vuol cedere.
4. Le stragi del ’92 e del ’93
La nuova “stagione” è tragicamente caratterizzata da una serrata e impressionante sequenza di attentati, sia sul versante “politico” sia su quello “giudiziario”.
Sul versante politico, il 12 marzo 1992, alla vigilia delle elezioni del 5 e 6 aprile per il rinnovo delle Camere, viene assassinato a Palermo Salvo Lima, eurodeputato democristiano e capo della corrente andreottiana in Sicilia. Poco tempo dopo si verifica una raffica di attentati dinamitardi a danno di sedi siciliane della Democrazia cristiana e di esponenti locali dello stesso partito16. Il 17 settembre 1992 un commando di killer uccide Ignazio Salvo, tradizionale “interfaccia” di Cosa nostra con il mondo della politica, in particolare con l’onorevole Lima e la corrente andreottiana.
Sul versante giudiziario, il criminale “messaggio” di rabbia di Cosa nostra è furioso e drammaticamente noto: il 23 maggio 1992 a Capaci vengono trucidati Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nemmeno due mesi dopo, il 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio, un’autobomba fa a pezzi Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Dunque, mentre la politica – colpendo i “traditori” e altri obiettivi – viene ammonita perché rientri rapidamente (o devotamente rimanga) nei ranghi, Falcone e Borsellino vengono trucidati con un duplice obiettivo: una vendetta postuma per il maxiprocesso e il tentativo di seppellire col sangue il metodo vincente del pool. Metodo che Falcone (col suo lavoro al ministero di Grazia e Giustizia) stava cercando di estendere a livello nazionale con la creazione della Dna (Direzione nazionale antimafia, con relativa banca dati), delle Dda (Direzioni distrettuali antimafia) e della Dia (Direzione investigativa antimafia, una specie di Fbi italiana). Mentre, dopo l’approvazione della legge sui pentiti (15 marzo 1991), aveva messo in cantiere quello che diventerà l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario.
In altre parole, Falcone stava creando una strumentazione potente, che è ancora oggi la base dell’antimafia. Con la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso, un “uno-due” micidiale per la mafia. Che difatti reagisce a suo modo, con le stragi.
Tutto ciò avviene nel contesto di eventi macropolitici di carattere internazionale (a partire dalla fine del bipolarismo seguita al crollo del muro di Berlino nel 1989) e di altri fattori nello scenario politico nazionale (in primo luogo gli sconvolgimenti derivanti da “Tangentopoli”), che dissolvono il quadro politico preesistente e segnano la transizione verso un nuovo, ancora difficilmente prevedibile, assetto generale. Entra in crisi, in particolare, la minaccia comunista usata come alibi per occultare anche le peggiori scelleratezze, da Portella della Ginestra in poi.
Intanto, Cosa nostra continua con l’escalation criminale:
– Il 14 maggio 1993, a Roma, in via Fauro (nel quartiere Parioli), esplode un’autobomba destinata a colpire il conduttore televisivo Maurizio Costanzo.
– Il 27 maggio, a Firenze, un furgoncino imbottito di esplosivo salta in aria in via dei Georgofili: cinque morti, decine di feriti e danni alla Galleria degli Uffizi.
– Il 27 luglio, a Milano, un’altra autobomba, in via Palestro, causa cinque vittime.
– Pochi minuti dopo, a mezzanotte, altre due autobombe esplodono a Roma, in Piazza San Giovanni in Laterano (sede del Vicariato cattolico) e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro: ventidue feriti.
– Per il mese di gennaio 1994, viene organizzato un attentato di proporzioni immani, destinato a colpire mezzi di trasporto dei Carabinieri in servizio a Roma allo stadio Olimpico per una partita di calcio; fortunatamente l’attentato fallisce, forse per un guasto tecnico al telecomando che avrebbe dovuto innescare l’ordigno.
Delle indagini sulle stragi e delle successive trattative, nonché dei loro obiettivi, parleremo poi. Ora fermiamo l’attenzione sul nuovo corso della Procura di Palermo, che dopo le stragi del 1992 avvia una stagione di indagini assai proficue, con un consistente “sbandamento” di Cosa nostra.
5. La risposta dello Stato
Come era già avvenuto nel 1982 a seguito dell’omicidio del generale-prefetto Dalla Chiesa, anche dopo le stragi (fin da quelle del 1992), superato un iniziale disorientamento17, si diffondono ovunque fra la gente sentimenti di rabbia e ribellione, che spingono in modo irresistibile verso una rinnovata azione di contrasto al sistema di potere mafioso. Si forma un fronte di vera e propria Resistenza che unisce e accomuna tutte le migliori forze della società e dello Stato.
Senza distinzioni di “casacche”, praticamente all’unanimità, il Parlamento approva, nella seduta del 6 aprile 1993, la Relazione sui rapporti tra mafia e politica della Commissione parlamentare antimafia (presidente Luciano Violante) che esprime valutazioni e giudizi di forza tale che mai si era sentita prima né mai sarà ripetuta dopo. In particolare sui rapporti mafia-massoneria e mafia-politica. Di speciale interesse la distinzione fra responsabilità penale e responsabilità politica. Secondo la relazione, la seconda “si caratterizza per un giudizio di incompatibilità fra una persona che riveste funzioni politiche e quelle funzioni, sulla base di determinati fatti, rigorosamente accertati, che non necessariamente costituiscono reato, ma che tuttavia sono ritenuti tali da indurre a quel giudizio di incompatibilità [...]. La responsabilità politica può certamente nascere dal fatto altrui, quando da tale fatto si desume un giudizio di inaffidabilità sull’uomo politico (per aver dato prova) di non saper scegliere o di non aver accertato o di aver tollerato comportamenti scorretti [...]. La responsabilità politica richiede precise sanzioni, rimesse all’impegno del Parlamento e delle forze politiche, e consistenti nella stigmatizzazione dell’operato e nei casi più gravi nell’allontanamento del responsabile dalle funzioni esercitate”18. Principi che – se fossero sempre applicati con coraggio e rigore – aggredirebbero le radici stesse del poli-partito riducendolo a ben poca cosa.
Sempre all’unanimità, dopo la morte di Falcone e Borsellino, sia pure con l’iter tormentato di cui diremo (cfr. cap. 6 par. 4), viene approvato l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Una legge che, insieme a quella sulla protezione dei pentiti, proprio i magistrati uccisi avevano ripetutamente richiesto in vita. Due leggi, quindi, letteralmente intrise del loro sangue, che si rivelano di straordinaria efficacia nella lotta a Cosa nostra.
Il “regime differenziato”, introdotto con il 41 bis per i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, prende finalmente atto di una situazione di permanente e diffusa illegalità, determinata e sfruttata dai soggetti appartenenti ad associazioni di tipo mafioso perfino all’interno del sistema carcerario. Prima del 41 bis, infatti, esisteva la possibilità di comunicazioni degli “uomini d’onore” detenuti, fra loro e con l’esterno; la possibilità di decidere e organizzare delitti, all’interno come all’esterno del circuito carcerario; la possibilità di garantire la continuità sia dell’organizzazione gerarchica e verticistica di Cosa nostra sia del potere dei capi, anche quando questi ultimi erano detenuti. Più in generale, era data la possibilità di mantenere intatta la coesione dell’organizzazione anche all’interno delle carceri, grazie al permanente circuito di informazione, di assistenza e di solidarietà realizzato dall’esterno nei confronti degli “uomini d’onore” detenuti19.
In sostanza, se Cosa nostra riesce a essere più forte dello Stato perfino dietro le sbarre, allora nessuno può dare credito allo Stato. E la battaglia antimafia è persa in partenza. Se invece con il 41 bis viene finalmente interrotto quel circuito perverso che rendeva il carcere dei mafiosi una protesi del loro territorio, ecco che tutto radicalmente cambia20.
A sua volta, la nuova normativa sui collaboratori di giustizia favorisce la moltiplicazione delle dissociazioni dalle organizzazioni criminali e si rivela uno strumento di risolutiva importanza nel progresso della strategia di contrasto dello Stato contro la criminalità organizzata.
Ma è soprattutto l’effetto incrociato di queste riforme che sarà determinante per innescare moltissimi importanti “pentimenti”, mezzi di prova decisivi per sradicare qualsiasi organizzazione criminale. Se sfuma la facilità con cui in passato si potevano evitare le condanne, se il carcere diventa una cosa “seria” anche per i mafiosi condannati, ecco che si cercherà di ridurre questa tenaglia al minor danno, sfruttando anche gli spazi offerti dalla legge sui pentiti. Forze dell’ordine e magistratura, in questa nuova situazione, ritrovano efficienza ed entusiasmo. E i risultati non tardano ad arrivare21.
Non soltanto vengono progressivamente identificati, catturati e processati capi, gregari e killer di Cosa nostra, ma è possibile impostare una nuova strategia d’attacco al lato oscuro del pianeta mafia, iniziando a indagare anche le sue “relazioni esterne” con alcuni settori inquinati della società civile e dello Stato. Così da affrontare (in presenza dei presupposti di legge) pure la “criminalità dei potenti”.
Esaminiamo più da vicino i risultati delle indagini dopo le stragi: sono imponenti. Si fa luce su numerosissimi omicidi commessi da Cosa nostra aventi come vittime sia affiliati sia esponenti delle istituzioni, sacerdoti, giornalisti, imprenditori, professionisti. L’elenco è interminabile. Ma all’inizio va menzionata la strage di Capaci, perché la prima decisiva confessione al riguardo fu resa il 23 ottobre 1993 – in un interrogatorio svoltosi dalle ore 1,45 alle ore 6 – al procuratore di Palermo (Caselli). Proprio a lui infatti aveva chiesto di parlare il pentito Santino Di Matteo, per ricostruire nei dettagli l’attacco criminale (cui egli aveva personalmente partecipato) che aveva causato la morte di Falcone.
Possiamo poi ricordare che sono stati individuati, arrestati, processati (e in gran parte già condannati anche con sentenze definitive) i responsabili degli omicidi del colonnello Giuseppe Russo e dell’insegnante Filippo Costa, di Giuseppe Impastato, del giornalista Mario Francese, di Michele Reina, di Piersanti Mattarella, di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, del vicequestore dottor Giuseppe Montana, del vicequestore dottor Antonino Cassarà e dell’agente di Polizia Roberto Antiochia, dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, dell’imprenditore Libero Grassi, dell’onorevole Salvo Lima, del potente esattore Ignazio Salvo, del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi e di altri ancora. Si scoprono delle vere e proprie “centrali” del crimine.
Vengono recuperati arsenali di armi e di esplosivi. Si ricostruiscono occulti canali di riciclaggio22. Vengono catturati pericolosissimi latitanti. Fra i tanti – e per citare soltanto quelli appartenenti al vertice dell’organizzazione mafiosa – basti qui ricordare: Salvatore Riina (15 gennaio 1993), Giuseppe Montalto (5 febbraio 1993), Raffaele Ganci (10 giugno 1993), Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994), Domenico Farinella (29 novembre 1994), Michelangelo La Barbera (3 dicembre 1994), Leoluca Bagarella (24 giugno 1995), Salvatore Cucuzza (4 maggio 1996), Giovanni Brusca (20 maggio 1996), Pietro Aglieri (6 giugno 1997), Gaspare Spatuzza (2 luglio 1997), Vito Vitale (14 aprile 1998), Giuseppe Guastella (24 maggio 1998), Mariano Tullio Troia (15 settembre 1998), Salvatore Genovese (12 ottobre 2000), Benedetto Spera (30 gennaio 2001), Antonino Giuffrè (16 aprile 2002). Un numero cosi imponente di latitanti, ciascuno di elevatissima caratura criminale, non si registra né prima né dopo il periodo in oggetto. Anche se, ovviamente, di catture ve ne sono state anche in seguito, in particolare quella “eccellente” di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006).
Si individuano e si sequestrano (val la pena ripeterlo) beni e capitali di provenienza illecita per un valore complessivo superiore a 5,5 milioni di euro (pari a circa 11 miliardi di lire). Grazie al determinante contributo dei collaboratori di giustizia e alle intense indagini svolte dalla Procura di Palermo e dalla Polizia giudiziaria in tutte le sue articolazioni, si celebrano processi che si concludono con condanne per 650 ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. Un dato impressionante, che per ciò stesso va ribadito.
Lo sbandamento, lo stato di grave difficoltà in cui versa Cosa nostra è evidenziato da due segnali di estrema importanza: i mafiosi arrestati decidono in tempi brevissimi di collaborare con la magistratura e gli esponenti più importanti dell’associazione non propiziano più, ma anzi cercano di evitare l’affiliazione dei loro figli. In questa fase l’affiliazione non è più considerata, come nel passato, una promozione di status, ma al contrario un grave rischio, per il diffuso timore che Cosa nostra stia perdendo la guerra. Quanto ai pentiti, in alcuni momenti davanti agli uffici dei pubblici ministeri di Palermo c’era quasi... una lista d’attesa. La materializzazione di un insegnamento di Giovanni Falcone: ci si pente contro la mafia soltanto se ci si fida dello Stato.
L’unanimità con cui il Parlamento aveva approvato sia la legge sui pentiti, sia quella sul trattamento carcerario di giusto rigore per i mafiosi detenuti si proietta nel Paese. Mobilitazioni di massa, di giovani ma non solo, a Palermo23 e non solo. Tutti insieme, per pretendere che non ci si pieghi alla prospettiva di un “narco-Stato” controllato da criminali stragisti. Si respira l’effettiva volontà di fare finalmente chiarezza sulla realtà del fenomeno mafioso, che non è soltanto questione criminale, ma anche economica e sociale. La mafia inizia a essere vista come una sanguisuga che zavorra lo sviluppo economico, e che impedisce al Sud di raggiungere livelli di Pil paragonabili a quelli del Centro-Nord. In tutta Palermo spuntano lenzuola bianche, per chiedere pulizia e trasparenza.
Ma il punto più importante è che l’unanimità delle forze politiche e la spinta del Paese24 fanno sperare che si vogliano una buona volta colpire non soltanto le manifestazioni criminali della mafia, ma anche le sue radici sociali, politiche ed economiche. E che finalmente si porrà mano – senza più ipocrisie o trucchi – allo scioglimento del nodo che costituisce il nerbo del potere mafioso: il suo intrecciarsi con pezzi del potere legale, dalla politica all’economia, alle istituzioni (quel che abbiamo chiamato la “criminalità dei potenti”, ovvero il poli-partito della mafia).
6. Campagne di delegittimazione
Dopo le stragi del ’92 e del ’93, il nuovo clima del Paese (che pretende finalmente chiarezza sui rapporti tra mafia e politica) si incrocia con la fedeltà alla Costituzione della Procura di Palermo. Ne ispirano e dirigono concretamente l’azione princìpi fondamentali – altrove solo declamati – come l’uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge e la soggezione dei giudici soltanto alla legge. Ed ecco che fisiologicamente le indagini – oltre che indirizzarsi verso la “mafia militare” – affrontano (e cercano di decifrare) i nodi del “patto di scambio politico-mafioso”, del cosiddetto “aggiustamento” dei processi e delle relazioni pericolose tra mafia e imprenditoria.
Di qui – come già detto – alcune inchieste che riguardano esponenti di assoluto rilievo del panorama istituzionale-investigativo (Bruno Contrada e Ignazio D’Antone), della politica nazionale (il senatore Giulio Andreotti e l’onorevole Calogero Mannino), dell’imprenditoria “fattasi” politica (il senatore Marcello Dell’Utri) e della magistratura ai suoi più alti livelli (il presidente di sezione della Cassazione Corrado Carnevale).
Queste iniziative incrinano l’omogeneità (consapevole o inconsapevole) con il sistema politico di quella magistratura che per lustri ha avuto come simbolo negativo il “porto delle nebbie” della Procura di Roma. Un’omogeneità che – pur con l’opposizione di note e lodevoli eccezioni – è riuscita spesso a produrre omissioni e insabbiamenti, avocazioni e competenze sottratte, connessioni ardite e molti altri artifizi pur di non turbare gli assetti di potere esistenti.
L’avvicinarsi della Procura di Palermo (con l’incredibile “pretesa” di entrarvi) a santuari tradizionalmente inviolabili non fu – né avrebbe potuto essere – un’operazione indolore. Ma le reazioni che non tardarono a verificarsi sono state molto spesso assolutamente fuori misura, determinando così una situazione alla quale ben si attaglia l’amaro commento di Alessandro Galante Garrone: “a volte non basta, per un giudice, essere onesto e professionalmente preparato. In certe situazioni storiche, per poter ricercare e affermare la verità, con onestà intellettuale, bisogna essere combattivi e coraggiosi”25.
Le reazioni ostili crescono di intensità in misura esponenziale quando la serietà del “nuovo corso” della Procura di Palermo e la sua pericolosità per certi ambienti con la coda di paglia si concretizzano nel “rinvio a giudizio”26, che segna il passaggio dalle indagini al processo pubblico.
Sul fronte del processo Dell’Utri – ad esempio – si scatena un “fuoco di sbarramento” preventivo, con cui si propaganda la presunta natura politica27 e persecutoria delle indagini. Le dichiarazioni indignate di vari esponenti politici si intrecciano con le concomitanti “indiscrezioni” (pilotate?) di vari organi di stampa e televisivi. L’obiettivo (portato avanti con la nota tecnica secondo cui anche le “balle” più colossali a forza di ripeterle diventano... vere) è di far apparire la Procura di Palermo come un organismo deviato: in quanto responsabile di indagini “oblique e strumentali” (aventi l’unico scopo di “incastrare”, tramite Dell’Utri, Silvio Berlusconi28) e di “una campagna investigativa” delegata alla Dia in un obliquo collegamento con la Procura di Milano29, sempre allo scopo di “incastrare Berlusconi”30.
Di anno in anno il clima peggiora e si avvelena sempre più, soprattutto se si tratta dei processi Andreotti e Dell’Utri (ma sono frequenti i riferimenti anche ad altri processi definiti “politici”).
Con una raffica di articoli di stampa pubblicati (principalmente) dai quotidiani “il Giornale” e “Il Foglio” e dal settimanale “Panorama”, nel mirino delle aggressioni spesso calunniose – al solito – vengono messi prima i pentiti e i processi, poi personalmente i magistrati. Con un catalogo di accuse che spaziano dalla sempreverde politicizzazione all’uso abnorme degli strumenti giudiziari per fini di potere31, da presunte attività di “favore” nei confronti di collaboratori di giustizia32 a manipolazioni delle prove, in un crescendo di ricostruzioni false al servizio di una tesi che mira a rappresentare come frutto di illeciti “teoremi” i processi instaurati dalla Procura di Palermo sul versante delle complicità e delle collusioni politico-mafiose33.
Viene in mente quel che Piero Calamandrei ha scritto di Aurelio Sansoni. Un magistrato che “qualcuno, nei primi tempi del fascismo chiamava anche il ‘pretore rosso’: e non era in realtà né rosso né bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per fare la volontà degli squadristi che invadevano le aule. Era semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano ‘rosso’ (perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria)”34. Certo, la vicenda è tipica dell’epoca fascista e oggi siamo in democrazia. Non ci sono più le squadracce con l’olio di ricino. Ma qualche volta vien da chiedersi se l’olio non sia stato soppiantato dal tubo catodico o dal web... Esagerazioni? Forse, ma col poli-partito in azione non si può escludere nulla in linea di principio.
7. Bisogno di mafia?
Ma perché – nonostante l’avvento della democrazia – questo crescendo di aggressioni e manipolazioni?
Una risposta l’ha data lo storico Salvatore Lupo, osservando che “già nella campagna elettorale del 1994 partì un attacco, che allora nell’opinione pubblica nessuno accettava, alla legge sui pentiti. Vi fu un assalto alla magistratura, quando la magistratura era sulla cresta dell’onda. Fosse stato un problema di consenso, nessun politico avrebbe azzardato questa operazione. Furono dunque operazioni per il futuro, perché c’era bisogno di mafia o di altre cose analoghe alla mafia. Poi si vedrà cosa è disponibile sul mercato”35.
Ed è significativo che un riscontro arrivi dal “capo dei capi”, Salvatore Riina, che sembra essersi furbescamente accodato36 all’assalto, quando il 25 maggio 1994, dalla “gabbia” dell’aula della Corte di assise di Reggio Calabria (in una pausa del processo per l’omicidio del magistrato Antonino Scopelliti), si espresse a reti televisive unificate ammonendo il governo di allora a guardarsi da certi magistrati “comunisti” (con un riferimento esplicito e nominativo al procuratore di Palermo) e dai pentiti che costoro manipolavano.
Più in generale, per spiegare e fare al tempo stesso un bilancio sul perché – dopo un periodo di insolita popolarità – abbia avuto successo la strategia di delegittimare sempre più pesantemente i magistrati antimafia, tanto da consentire a Silvio Berlusconi di superare ogni limite37, ricorriamo allo storico Paul Ginsborg38.
Egli ha individuato tre motivi: 1) i magistrati inquirenti non si sono resi conto fino in fondo “di quanto il sistema mafioso permeasse l’intero sistema sociale”; mentre essi “cercavano di stabilire la legalità”, venivano “guardati male [...] anche dalla borghesia ricca, anche da una parte di quella colta”, perché erano considerati “rompiscatole”, perché “la legalità impediva la ‘vita normale’ dei siciliani”; 2) “la campagna martellante e denigratoria promossa contro di loro da una [ben nota] parte politica e televisiva”; 3) “uno scarso entusiasmo del potere politico, che li ha accompagnati dal ’96 in poi”, quando “la questione della mafia e della magistratura più esposta non è diventata una priorità nell’azione di governo”. Sta di fatto che nel mondo sia politico sia dell’informazione è calato progressivamente il silenzio sui fatti, pur gravi, che emergevano dai processi e venivano alla fine convalidati da sentenze irrevocabili. E dire che – va ribadito – al di là dei verdetti “tecnici” su cui già ci siamo soffermati, questi processi facevano emergere un imponente ammontare di informazioni sulla “criminalità dei potenti” o – se si preferisce – sul poli-partito della mafia.
Tutto ciò avrebbe potuto (anzi dovuto) suscitare una seria riflessione sulle modalità con cui per molti decenni in Italia sono stati concepiti e praticati i rapporti con ambienti mafiosi da parte di importanti esponenti della politica, dell’imprenditoria e della stessa magistratura, e su come (almeno in parte) si sia formato il consenso. Invece, niente. Solo accuse di persecuzione, o un compiacente e imbarazzato silenzio. Una vera abdicazione dalla verità. Eppure (ci ritorniamo perché si tratta di un punto davvero centrale e nevralgico) almeno in controluce si poteva facilmente percepire un problema – ben più rilevante – di democrazia. Negare o distorcere la verità, cancellare o ignorare i gravissimi fatti concreti posti a fondamento dei processi, era (ed è) come svuotare di significato negativo i rapporti tra mafia e politica, determinando di fatto una loro inconcepibile e pericolosa legittimazione. Non solo per il passato, ma anche per il presente e il futuro: l’anticamera del poli-partito.
Una variante sofisticata di tale legittimazione è la beatificazione dell’imputato. Siamo di nuovo a Giulio Andreotti. Ancorché riconosciuto colluso con la mafia fino al 1980, a forza di “ospitate” televisive per disquisire di tutto e di più, infilandoci spesso le sue questioni giudiziarie (senza contraddittorio), il senatore – con una sottile tessitura – è riuscito a passare per un perseguitato, vittima innocente di un complotto. Con una sorta di dilagante giudizio parallelo, ha offerto di sé un altissimo profilo, incompatibile con le bassezze processuali rimestate da piccoli giudici. Una strategia comoda anche per il poli-partito, di cui Andreotti era un perno. Una strategia che ha pagato, perché ha trovato una infinità di sponde: liete di travolgere la verità o di occultarla.
1 Legge 13 settembre 1982, n. 646. Rognoni era allora ministro degli Interni. La Torre, come specificato nel testo, era stato l’ideatore della legge.
2 Sistema caratterizzato da indagini bancarie e patrimoniali “obbligatorie”, finalizzate all’applicazione di misure patrimoniali (sequestro, confisca) e di misure amministrative connesse ad attività economiche (sospensioni e decadenze di provvedimenti autorizzativi, abilitativi, concessori già emessi da autorità amministrative).
3 Va ricordato anche (vedi supra, cap. 1) il tentativo di Salvo Lima di “ammorbidire” Chinnici riguardo alle indagini sui Cavalieri del lavoro di Catania.
4 Uomo di coraggio e intelligenza straordinari, Paparcuri riuscirà a “riciclarsi” come esperto informatico di elevatissimo livello, fino a costituire un insostituibile architrave del pool. La sua fedeltà ed efficienza diventeranno, nell’ambiente giudiziario e oltre, un vero “mito”.
5 “Arruolato” nel 1948 nella famiglia mafiosa di Porta Nuova, Tommaso (Masino) Buscetta aveva conosciuto personalmente i più importanti capi di Cosa nostra (Luciano Leggio, Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco, Gerlando Alberti, Pippo Calò). Noto come “boss dei due mondi” per la sua attività di trafficante internazionale di droga, fu arrestato in Brasile nel 1983 ed estradato in Italia nel 1984. Qui decise di collaborare con Giovanni Falcone e divenne l’architrave del maxiprocesso del pool antimafia. Atroce la vendetta di Cosa nostra. Quando nel 1981 Buscetta lasciò l’Italia e si nascose in Brasile, fu come firmare una condanna a morte per la sua famiglia: undici i parenti uccisi. L’11 settembre del 1982 sparirono due dei suoi figli, Antonio e Benni, sequestrati, torturati e uccisi perché svelassero il luogo dove si nascondeva. Il 26 dicembre dell’82 fu ucciso dentro la sua pizzeria Giuseppe Genova, marito di Felicia, figlia di Buscetta. Il 29 toccò al fratello di Masino, Vincenzo, e al nipote Benedetto, uccisi dentro la vetreria della famiglia. Il 6 luglio del 1984 Buscetta cominciò a raccontare fatti e misfatti di Cosa nostra. Il 7 dicembre fu ucciso anche il cognato Pietro Busetta.
6 Salvatore Contorno, soprannominato “Coriolano della Floresta” (come il protagonista del romanzo I Beati Paoli) e affiliato a Cosa nostra nel 1975, è – dopo Tommaso Buscetta – il secondo grande pentito di mafia. Inizia a collaborare con la giustizia nell’ottobre del 1984. Le sue testimonianze furono molto importanti nel maxiprocesso contro la mafia siciliana di Palermo e nel processo di New York degli anni ’80 denominato “Pizza connection” (vedi supra, cap. 2, nota 24).
7 Antonino Calderone, fratello di Giuseppe Calderone (ex capo della Commissione regionale di Cosa nostra), inizia a collaborare con Giovanni Falcone e altri magistrati del pool nel 1987, fornendo ai giudici conoscenze di prima mano su profili dell’intreccio siciliano e nazionale tra mafia, imprenditoria e politica: dal coinvolgimento di esponenti delle istituzioni nel golpe Borghese alla rete di interessi politico-mafiosi che fanno capo a potenti imprenditori come i “Cavalieri del lavoro di Catania” e i cugini Salvo.
8 Ordinanza-sentenza del 17 luglio 1987 contro Giovanni Abbate e altri 162 imputati, conclusiva del cosiddetto “maxi-ter”.
9 Vedi ad esempio l’articolo dal titolo Il sasso in bocca, a firma di Salvatore Scarpino, pubblicato su “il Giornale” il 23 aprile 1987.
10 Vedi l’articolo dal titolo Se la lotta alla mafia diventa un grande spettacolo, a firma di Guido Lo Porto, pubblicato sul “Giornale di Sicilia” il 16 novembre 1986.
11 Vedi l’articolo dal titolo Così Falcone è diventato un simbolo, a firma di Marco Ventura, pubblicato su “il Giornale” il 31 luglio 1988.
12 Vedi l’articolo dal titolo Maccartismo a Palermo, a firma di Ombretta Fumagalli Carulli, pubblicato su “il Giornale” il 19 novembre 1988.
13 Commentando la funesta vicenda, Borsellino parlerà – senza mezzi termini – di “giuda”. E dopo Capaci – durante la celebrazione del trigesimo della strage – sosterrà che Falcone aveva cominciato a morire proprio nel giorno in cui il Csm l’aveva umiliato con la mancata nomina.
14 Vedi da ultimo Saverio Lodato, che lo ha raccontato in un’ampia intervista inserita nello speciale Capaci: le verità nascoste, trasmesso il 18 maggio 2019 da La7 (rientrante nel programma “Atlantide” di Andrea Purgatori).
15 Lino Jannuzzi, pseudonimo di Raffaele Iannuzzi, è un giornalista e politico italiano, in prima linea nelle campagne giornalistiche contro i giudici di Palermo e di Milano. Oltre all’articolo ricordato nel testo, dedicato a Giovanni Falcone e a Gianni De Gennaro, va citato il suo libro Il processo del secolo. Come e perché è stato assolto Andreotti (Mondadori, 2000), in cui fornisce una ricostruzione “complottistica” del processo, con gravi accuse ai magistrati della Procura di Palermo poi riconosciute false, per le quali è stato condannato più volte per diffamazione. Il nome di Jannuzzi è citato in alcune intercettazioni della Procura palermitana, eseguite nei primi mesi del 2001, riguardanti conversazioni del boss Giuseppe Guttadauro, un chirurgo divenuto capo del mandamento di Brancaccio dopo l’arresto e la conseguente carcerazione dei capimafia Giuseppe e Filippo Graviano e di Antonino Mangano. In queste intercettazioni Guttadauro, parlando nella propria abitazione con l’amico Salvatore Aragona, stava organizzando una campagna stampa a favore dei colleghi detenuti. Aragona gli segnala Giuliano Ferrara e lo stesso Lino Jannuzzi, che “ha scritto un libro contro Caselli e un libro pure su Andreotti ed è in intimissimi rapporti con Dell’Utri”. Al che Guttadauro risponde “Jannuzzi buono è!”.
16 In particolare, si verificano attentati alle sedi della Dc di Monreale e di Messina, all’abitazione estiva del segretario della sezione Dc di Capaci e alla sede di Misilmeri del comitato elettorale dell’onorevole Calogero Mannino.
17 Non si possono non ricordare le accorate parole “è tutto finito, non c’è più niente da fare”, pronunziate al funerale di Paolo Borsellino da Antonino Caponnetto, che poi però si mise a capo del movimento di Resistenza (d’obbligo la maiuscola) contro la mafia, spendendosi in tutte (tutte!) le scuole d’Italia per parlare ai ragazzi di legalità e giustizia, di mafia e antimafia, di Falcone e Borsellino.
18 Assai interessanti anche le molte pagine (documentatissime) che la relazione dedica all’onorevole Lima: “Nome che ricorre costantemente nelle vicende riguardanti i rapporti fra mafia e politica [...]. A lungo punto di riferimento per varie famiglie mafiose [...]. Massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che fa capo a Giulio Andreotti”. Uomo cui Cosa nostra si rivolgeva per “il trasferimento di funzionari scomodi” o per “l’aggiustamento dei processi”.
19 Sull’impatto che la norma del 41 bis ebbe su Cosa nostra, vedi più diffusamente infra, nel cap. 4.
20 Il regime si applica a singoli detenuti ed è volto appunto a ostacolare i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all’interno del carcere e le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all’esterno. Tra le misure applicabili vanno rammentate in particolare: l’isolamento nei confronti degli altri detenuti; la sorveglianza da parte di uno speciale corpo di Polizia penitenziaria; la censura della posta in uscita e in entrata; il rigoroso controllo dei “pacchi”; la limitazione dei colloqui con i familiari e gli avvocati per numero, modalità (vetro divisorio) e durata.
21 In questo quadro va valutata la pericolosità della decisione della Cedu del 13 giugno 2019, poi di fatto confermata l’8 ottobre 2019 dalla superiore e ultima istanza della Grande Chambre, che cancella il cosiddetto “ergastolo ostativo” anche per i mafiosi al 41 bis, cioè gli irriducibili, i più pericolosi, che non hanno scelto di pentirsi collaborando con lo Stato per riparare almeno in parte i danni causati, mostrando segni concreti di ravvedimento. Una sentenza tallonata da una decisione della nostra Corte costituzionale del 23 ottobre 2019. Per i boss un fatto che può essere percepito come segnale di sempre maggiori possibilità di invertire la tendenza al rigore. Su queste decisioni torneremo, osservando fin d’ora che esse appaiono frutto di non sufficiente coerenza rispetto alla realtà della mafia.
22 Così testualmente nella relazione del procuratore generale di Palermo Vincenzo Rovello del 15 gennaio 2000, pronunziata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
23 La Palermo delle lenzuola bianche, simbolo di pulizia, trasparenza e legalità, esposte alla finestre e ai balconi.
24 È in questo contesto che nasce Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), un’idea di don Luigi Ciotti per trasformare la mobilitazione della società civile da spontanea in organizzata, così da darle più peso e incidenza. Ciò che anno dopo anno accadrà in misura imponente, facendo di Libera una delle maggiori realtà antimafia del nostro Paese. Con due – per così dire – punte di diamante: la coraggiosa costituzione di parte civile in tutti i processi di mafia e la presenza attiva nel settore dei beni confiscati, anche favorendo la formazione di cooperative di giovani che (da uomini liberi e non più da sudditi) lavorano le terre che prima erano dei mafiosi e ora sono (ripetiamolo) la materializzazione della legalità che paga in termini di dignità, di riscatto e di restituzione alla collettività del “maltolto” per la produzione di prodotti non inquinati dal marchio mafioso dello sfruttamento. Un ideale collegamento all’epico movimento dei contadini siciliani di cui si parla nel cap. 2.
25 Alessandro Galante Garrone, Il mite giacobino: conversazione su libertà e democrazia, raccolta da Paolo Borgna, Donzelli, 1994, p. 46.
26 I rinvii a giudizio vengono disposti nel 1995 per i casi Andreotti e Mannino. Seguono quelli di Dell’Utri (1996) e di Carnevale (1998).
27 “Troppe volte – diceva ancora Galante Garrone – ho sentito nell’accusa ai magistrati di ‘fare politica’ un sentimento di insofferenza verso il giudice che, semplicemente, compie il suo dovere fino in fondo”: Galante Garrone, Il mite giacobino, cit., p. 46.
28 Parole testuali dell’onorevole Pietro Di Muccio, pronunziate in una conferenza stampa del novembre del 1995, dopo una visita al carcere di massima sicurezza di Pianosa e un colloquio con il detenuto Vittorio Mangano (il già ricordato “stalliere di Arcore”). Alle quali si aggiungono le ripetute pubbliche dichiarazioni dell’onorevole Tiziana Maiolo, ribadite a Palermo in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 1996, secondo la quale la Procura di Palermo avrebbe svolto indagini irrituali e strumentali sull’onorevole Silvio Berlusconi.
29 Vedi l’articolo pubblicato su “Il Foglio” il 15 marzo 1996, dal titolo Il cerchio si chiude. È palermitano lo sfondo dell’inchiesta romana su giudici e mazzette, che poi accosta “Berlusconi indagato per mafia” a “P.M. deviati, come la banda della Uno bianca”.
30 Vedi l’articolo pubblicato in prima pagina su “il Giornale” il 18 marzo 1996, intitolato Le prove che Palermo vuol incastrare Berlusconi.
31 Vedi, ad esempio, l’articolo dal titolo Il rito palermitano, a firma di Andrea Marcenaro, pubblicato su “Panorama” il 7 agosto 1997, con capziosi riferimenti a procedimenti penali riguardanti Dell’Utri, Andreotti, Mannino e Carnevale.
32 Vedi, ad esempio, i seguenti articoli, tutti pubblicati su “Panorama”: Qualcosa non torna nelle storie di mafia del 6 febbraio 1997 (non firmato); Cosa Nuova e vecchie storie di Andrea Marcenaro, del 30 ottobre 1997; Siete Direttori o procuratori?, a firma di Giuliano Ferrara, del 18 giugno 1998.
33 Vedi, fra i tanti, l’articolo di Lino Jannuzzi dal titolo C’è un suicidio che preoccupa Caselli più di quello del pm Lombardini. È quello del maresciallo Lombardo che bloccò il rientro di Badalamenti, pubblicato su “Il Foglio” il 29 agosto 1998; da sottolineare che sui dolorosi suicidi di Luigi Lombardini e di Antonino Lombardo e sul “mancato rientro” in Italia di Badalamenti – detenuto negli Usa – sono state imbastite storie calunniose di pura fantasia al solito scopo di infangare la Procura.
34 Pietro Calamandrei, prefazione all’Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Ponte alle Grazie, 1999, p. xiv.
35 Salvatore Lupo, L’evoluzione di Cosa nostra: famiglia, territorio, mercati, alleanze, cit.
36 Secondo Tommaso Buscetta (in un libro intervista con Saverio Lodato), Riina si presentava in tv “con la sicurezza non di un uomo che va incontro a tanti ergastoli, ma di un uomo che sa di poter discutere ancora le sue cose con buone speranze”.
37 Riferendosi ai magistrati di Palermo con la sobria espressione “la nostra magistratura comunista, di sinistra”, Silvio Berlusconi li ha innanzitutto accusati di avere imbastito il processo Andreotti al solo scopo di trasformare la Democrazia cristiana, da partito etico, in partito criminale; per poi sfoggiare l’elegante formula che per fare il magistrato bisogna essere malati di mente e che chi fa questo lavoro è antropologicamente diverso dal resto della razza umana (intervista al periodico inglese “The Spectator” e alla “Voce di Rimini”, cit.).
38 Vedi l’intervista del 30 dicembre 2001 su “l’Unità” (Ginsborg: «Caselli e Ingroia, diario di una tragedia civile») a proposito del libro di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia, L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (Feltrinelli, 2001).