Epilogo

Il cartello è poco più grande del palmo della mano che lo regge. Lo slogan, scritto a penna, spicca in tutta la sua potenza evocativa: «Save the Planet, use less paper» (Salva il pianeta, usa meno carta). È uno dei migliaia di messaggi che hanno accompagnato gli scioperi globali per il clima dei Fridays for Future, il movimento nato grazie alla tenacia di Greta Thunberg, la giovane attivista svedese che nell’autunno del 2018 ha deciso di iniziare la sua battaglia per salvare il pianeta, protestando tutti i venerdì di fronte al Parlamento svedese.

A tenere il cartello è un ragazzo poco più che adolescente. Il suo amico ne porta orgogliosamente un altro – questa volta di dimensioni normali – che esorta a mangiare «meno carne». Intorno è un miscuglio di persone, colori, messaggi scritti a mano su cartoncini e tenuti in alto da improbabili supporti rimediati chissà dove. I giovani sorridono, hanno le idee chiare. La loro mobilitazione ha costretto l’opinione pubblica mondiale e le istituzioni a guardare in faccia la gravità della situazione. Sanno di essere quelli che pagheranno il conto delle generazioni precedenti: è il loro modello di sviluppo che ha portato a un aumento costante della temperatura media del pianeta e a un passo dal punto di non ritorno.

Per la comunità scientifica internazionale le conseguenze sono drammatiche: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, aumento di fenomeni estremi come alluvioni e siccità. Loro, le ragazze e i ragazzi dello sciopero globale, hanno preso seriamente le parole degli scienziati e chiedono agli adulti di fare lo stesso. Le evidenze sono troppe.

A metà novembre del 2019 l’acqua alta ha sommerso Venezia. La marea ha raggiunto i 187 centimetri, ingoiando la città lagunare come non si vedeva dal lontano 1966, quando la cosiddetta «acqua granda» aveva prodotto danni inestimabili. Negli stessi giorni l’intero Stivale è stato travolto da quella che la stampa ha definito un’«ondata di maltempo» ma che, vista con gli occhi della scienza, rientra a pieno titolo in quegli eventi estremi riconducibili ai cambiamenti climatici.

In Europa siamo tra i cinque paesi più esposti, ovvero tra quelli meno preparati a fronteggiare eventi meteorologici estremi da qui ai prossimi trent’anni, in compagnia dei nostri dirimpettai sul mare Adriatico. A dirlo è il Rapporto Coop88, che ci ricorda come il «termometro della vulnerabilità italiana si legge proprio nella colonnina di mercurio, salita di 1,7 °C negli ultimi due secoli, con un’impennata concentrata negli ultimi vent’anni». Il 2019 ha chiuso il decennio più caldo da quando misuriamo la temperatura nel nostro paese, attestandosi al quarto posto fra gli anni più caldi mai registrati. Peggio di così, dicono i dati del CNR, è andata soltanto nel 2018, nel 2015 e nel 2014. Una classifica che descrive l’evidenza più cruda: abbiamo incrinato l’equilibrio del pianeta. Continuando di questo passo, rischiamo di ritrovarci in un paese con cinquemila chilometri quadrati di pianura costiera in meno a causa dell’innalzamento del livello del mar Mediterraneo89. Possiamo chiederci cosa vedranno le nuove generazioni, come sarà il mondo visto con gli occhi di chi sta nascendo in questo momento, e le previsioni non sono ottimistiche. Ma è urgente interrogarci sul presente. Dietro la freddezza dei numeri c’è la realtà nefasta di un modello produttivo che ha portato sperequazioni globali. Abitiamo un pianeta in cui coesistono le due più grandi contraddizioni dei nostri tempi: da una parte due miliardi di persone in sovrappeso, dall’altra quasi un miliardo di affamati. I cambiamenti climatici sono parte di questa contraddizione, ne sono il sintomo più eclatante e si stanno trasformando in causa scatenante.

Il modello agricolo attuale ha un ruolo chiave in questa crisi climatica. I ricercatori dell’Agenzia europea per l’ambiente non hanno dubbi: il modello di agricoltura industriale e i sistemi di produzione del cibo sono insostenibili perché possono portare a un deterioramento della qualità dei suoli, alla perdita di nutrienti e di biodiversità90.

Allo stesso tempo, l’agricoltura è il settore più colpito dalle sferzate del clima. L’Italia è il paese del Vecchio Continente che potrebbe subire la più grande perdita aggregata di valore dei terreni agricoli, fra il 34% e il 60% in meno entro fine secolo rispetto alla media del periodo 1961-90. Si tratta di una cifra che va – se restiamo al mero calcolo economico – dai 58 ai 120 miliardi di euro. Ma il fatto più grave è il crollo nella produttività di riso e grano causato dall’erosione del suolo. Da solo si traduce in maggiori rischi per il diritto al cibo, alla sicurezza e alla sovranità alimentare.

Di fronte a queste sfide, il sistema politico fatica a rispondere: il decreto emergenze approvato a maggio 2019 versa a sostegno dell’agricoltura intorno ai 400 milioni di euro. Una boccata d’ossigeno piccola per un settore che avrebbe bisogno di un piano di adattamento al cambiamento climatico ambizioso e ben finanziato. Eppure, dopo una fase di consultazione terminata nel 2017 e una prima bozza elaborata con il contributo del CMCC, il piano non è ancora stato approvato91. Ci si comporta come se stessimo ancora parlando di uno stato di cose possibile e non di un dato di fatto, quale è in realtà.

Una ennesima prova degli effetti del sovvertimento climatico? Le api. «Uno dei maggiori pericoli per la sopravvivenza degli insetti impollinatori – oltre ai danni causati dai pesticidi – è il clima impazzito», afferma Federica Ferrario, che si occupa di agricoltura da oltre vent’anni. Con Greenpeace, nel 2013, ha avviato la sua battaglia per salvare le api. Anzitutto dall’esposizione agli insetticidi di sintesi come i neonicotinoidi, «sostanze particolarmente dannose, tanto che tre di esse sono state bandite dal mercato europeo, purtroppo soltanto nel 2018». Benché sia ormai un fatto conclamato che l’uso di sostanze chimiche in agricoltura è tra i maggiori responsabili della morte delle api, in Europa «il rischio che insetticidi vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche ugualmente dannose è dietro l’angolo». L’Europa, infatti, non è riuscita ad approvare le linee guida messe a punto diversi anni fa dall’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che, se applicate, potrebbero aiutare la sopravvivenza di questi straordinari insetti.

Ma torniamo al clima. «Come se non bastasse», continua Federica Ferrario mentre fa ruotare l’anello a forma di ape che indossa con un certo orgoglio, «sono i cambiamenti climatici che stanno mettendo in pericolo l’esistenza degli impollinatori».

Con quali conseguenze? Già nel 2017, la siccità ha causato una diminuzione dell’80% della produzione di miele e, secondo uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Università di Milano92, la produzione rischia di scomparire nei prossimi cento anni.

A confermare la gravità della situazione è Francesco Panella, allevatore di api e punto di riferimento nel mondo degli apicoltori. Con Federica lo incontriamo a Novi Ligure, in Piemonte. La casa, con laboratorio adiacente, è in cima a una collina. Il vecchio ponticello d’accesso è stato ricostruito da poco, perché «quello di prima è stato spazzato via dall’esondazione del fiume che ci scorre sotto». Quando ci accomodiamo in cucina, tra una serie di caffè e un numero imprecisato di cani che scorrazzano dentro e fuori, ci racconta le fatiche di chi alleva api da quarant’anni e che oggi, ammette con franchezza, «non ci capisce più niente a causa di questo clima».

Panella alleva le api con la tecnica del nomadismo, spostandole da un luogo a un altro, a volte a centinaia di chilometri di distanza, per trovare le loro essenze preferite e fornire un servizio di impollinazione per gli agricoltori. Una sorta di scambio alla pari che spesso si tramuta in baratto. L’allevatore porta le arnie nei terreni di un’azienda agricola che ha bisogno di impollinare i frutteti o gli ortaggi che produce, e in cambio l’azienda agricola riceve qualche barattolo di miele.

«Ora però c’è sempre qualcosa che non va: prima era la siccità, quest’anno il freddo di maggio», dice scuotendo la testa. «Il risultato è che quest’anno si è prodotto pochissimo miele di acacia», perché, come testimoniato dall’Osservatorio nazionale miele93, il 2019 è stato caratterizzato da un susseguirsi di eventi meteorologici estremi, con grandine, burrasche di vento ed esondazioni.

Questa continua oscillazione della temperatura ha portato le api a riprodursi con i primi caldi primaverili, le esploratrici e le bottinatrici (quelle che raccolgono il polline) sono uscite dall’alveare convinte di trovare cibo a sufficienza, salvo poi rendersi conto che le fioriture erano state interrotte dal freddo.

Tutti questi fattori hanno portato a una riduzione di quasi il 50% di miele di acacia e di agrumi e ad una perdita economica di 73 milioni di euro, quasi la metà dell’intero fatturato del settore.

Così, per salvare le api dalla fame, i cinquantamila apicoltori presenti in Italia hanno incrementato la nutrizione artificiale con sciroppi di zucchero. «Non mi era mai successo di dover aggiungere cibo per le api a maggio», conferma Panella.

Vi starete chiedendo perché preoccuparci così tanto della sopravvivenza delle api, visto che potremmo facilmente immaginare la nostra esistenza senza il miele. Ma non è questo il punto. Cosa succederebbe se sparissero le api e gli altri insetti impollinatori?

«È grazie a loro che un terzo del cibo che mangiamo arriva sulle nostre tavole», sottolinea Federica per spiegarmi che, senza questi insetti, molto del cibo che mangiamo sarebbe a rischio: mele, pere, mandorle, albicocche, solo per fare qualche esempio. «Ma anche i formaggi che vengono da animali allevati al pascolo risentirebbero della qualità perché i prati non verrebbero più impollinati».

A rafforzare questo scenario arriva un recente studio pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica «Science», secondo cui stiamo già assistendo ad una «estinzione di massa» dei bombi, che stanno scomparendo dalle zone dove le temperature sono più alte94.

«Fino a quando le strategie agricole saranno guidate dal mercato e non dal clima, non andremo da nessuna parte», mi dice con una certa dose di pessimismo Luca Mercalli, un climatologo che da anni si batte perché la crisi climatica venga presa sul serio. Dobbiamo perciò fermarci e realizzare che quello che mangiamo contribuisce alla crisi climatica o ne è vittima. Dobbiamo chiederci come dovrà essere coltivato il nostro cibo, quale dovrà essere la nostra dieta. Dobbiamo deciderci a fare i conti con le scelte prese a livello istituzionale perché l’agricoltura ha bisogno di rigenerarsi attraverso politiche lungimiranti.

Oggi più che mai è cruciale capirlo e chiedersi, ad esempio, se è normale e necessario mangiare le fragole d’inverno.

88 Rapporto Coop 2019. Economia, consumi e stili di vita degli italiani di oggi, https://www.italiani.coop/rapporto-coop-2019-anteprima-digitale/.

89 ENEA, Clima: ENEA, sette nuove aree costiere a rischio inondazione in Italia, 5 luglio 2018, https://www.enea.it/it/Stampa/comunicati/clima-enea-­sette-nuove-aree-costiere-a-rischio-inondazione-in-italia.

90 EEA, Climate Change Adaptation cit.

91 F. Panié (Terra!), Ambiente, in Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, a cura dell’associazione A Buon Diritto, www.rapportodiritti.it.

92 Ricerca su possibili influenze dei fenomeni climatici ed ambientali quali fattori determinanti l’assottigliamento delle popolazioni apistiche mondiali, http://assets.wwfit.panda.org/downloads/CLIMATE_BEE_RESEARCH_FINAL_.pdf.

93 Osservatorio nazionale miele, La gravità della crisi dell’apicoltura italiana mette a rischio l’esistenza stessa di molte imprese, dicembre 2019, https://www.informamiele.it/wp-content/uploads/2020/01/Report-straordinario-crisi-apicoltura-italiana.pdf.

94 P. Soroye, T. Newbold, J. Kerr, Climate Change Contributes to Widespread Declines Among Bumble Bees Across Continents, in «Science», 7 febbraio, 2020, pp. 685-688, https://science.sciencemag.org/content/367/6478/685.