QUINDICI

«Quindi voi mi state dicendo…»

«Quello che ho detto: Marilivia era figlia di Evelina».

«Io pensavo che fosse figlia di zio Fortunato… me l’ha detto anche lei, l’altro giorno: noi eravamo i due Trovamala. Questo m’ha detto».

«E figlia di chi? Zio Fortunato non ebbe figli. Ma quando nacque la picciridda, in casa con una levatrice venuta da fuori, scrissero che era figlia di Fortunato e di sua moglie Amina. Fortunato aveva quasi sessant’anni e sua moglie era nìura, africana. Nessuno badò a questo fatto. Marilivia era persino castano chiaro di capelli e pelle bianchissima, come a’ sua madre vera, pelle bianchissima. Questa è la storia».

«Incredibile. Ma possono succedere ’ste cose? Anche ora?»

«Voi non avete idea che peso ha una famiglia come quella… può tutto ciò che vuole. Al tempo del fascismo, mi raccontava mio padre, il vecchio Giraldo non s’è mai iscritto al partito. Diceva che la ‘cimice’, il distintivo, gli sciupava le giacche. Nessuno l’ha mai toccato con un dito. E sì che qui erano potenti e gagliardi. Ma il vecchio Giraldo Trovamala di Mirò era più forte e potente di loro. Un intoccabile. E la cosa è sempre andata avanti così».

«E voi come l’avete saputo?»

«Da mio padre. E la cosa morirà con me, non serve a nessuno. Ne ho parlato a voi perché non potete dirla a nessuno».

«Infatti. Oltretutto a che pro? Non serve a niente. Invece, a parte il palazzo e quello che contiene, ci sono altri beni che potrebbero dividersi?»

«La spilla di brillanti, la croce, che Marilivia aveva sul petto…»

«Già, anche quello. Non era un ladro, altrimenti l’avrebbe presa: la spilla era ben visibile, me la ricordo pure io».

«Magari spaventato dall’arrivo di quel Poireau… fu lui a trovarla, vero?»

«Sì, ma non torna. Un ladro prende la spilla e se la vittima urla, semmai, l’ammazza. A meno che lei non lo conoscesse. Ma che ladro sarebbe, uno che si fa riconoscere? Non torna, l’ho detto anche a Maresca. Non era un ladro, ma uno con la volontà di uccidere proprio lei».

«Che nemici poteva avere?»

«Non la conosco così a fondo. Invece s’era sposata con questo Tavarìa: chi era? E dov’è, che non si è mai visto?»

«Un matrimonio combinato da Donna Evelina. Uno con qualche spicciolo che non faceva domande. Calabrese. Morì dopo qualche anno, ma credo che non abbiano mai vissuto assieme. Marilivia era sempre qua. Era attaccata a ’stu palazzo».

«E la storia di sua madre la sapeva?»

«Neanche per sogno. Forse se l’è immaginata, ma saputa ufficialmente, mai».

«Certo che riconoscendo zia Evelina in quel nudo, nella camera degli sposi, è difficile non immaginare che Siloni ne fosse innamorato e che zia Evelina ricambiasse. È di una sensualità travolgente, vien voglia di toccarla, tanto è viva».

«Dipinta con amore e un po’ di fantasia, perché nella realtà Evelina aveva un po’ di culo. Non era così lunga. Però il viso, sì… na bellezza. Ma Marilivia non lo seppe mai».

«Speriamo. Oltre al palazzo ci sono altre cose che Poireau può pretendere?»

«Gliel’ho detto. Dobbiamo andarci con l’autorità giudiziaria. Lui porta un avvocato e rappresenta tutti gli altri…»

«Non me, gliel’ho detto».

«E bene fate, perché non c’è più niente». E con la mano si sbatté due volte sotto il mento. «Donna Evelina ha venduto per vivere. Due quadri, che erano nel suo salotto, partiti di notte per Catania. Dei gioielli forse è rimasta solo quella spilla. Se la divideranno. Non ci sono più terre, tutte cedute ai contadini per debito. È rimasta soltanto la casa con quello che contiene. Non ci sono casseforti e non c’è testamento. Ora voi sapete tutto».

Gilardi si alzò, gli sembrava di esser rimasto seduto su quella poltroncina da ore.

«Devo andare a Catania a prendere Olga che arriva con l’aereo da Roma».

«Mi dicono che sua moglie è un’artista».

«Questo invece non è un segreto: non vivo più con mia moglie, Olga è la mia compagna».

«Oh, scusate… non ne sapevo niente».

«Infatti non c’è niente da sapere, cose ormai di tutti i giorni».

«E la portate a palazzo, la vostra compagna?»

«No, al San Domenico. Anche se domani con Maresca avremo un sopralluogo».

«Ah, volevo dirvi: Poireau non è partito, dorme a palazzo, e domani ci sarà anche lui. Mi telefonò mentre stavo preparando il caffè».

«Meno male, così non toccherà a me dargli cattive notizie».

Al cancello si strinsero la mano. «E ringraziate vostra moglie, colazione perfetta, me ne ricorderò».

«Quando volete, avvocato. Sempre a disposizione».

Mentre scendeva verso il sentiero che portava al piano, pensò che avrebbero dovuto pagare anche questo notaio. ‘Lo dirò a Poireau’.