TREDICI

«Donna Evelina…»

«Che c’è? Chiudi ’sta finestra, mi vuoi far ammalare? Che c’è, non te ne vai a letto?»

«Nossignora, Donna Evelina. C’è uno alla porta, gli hanno rubato la valigia e la macchina, deve partire…»

«E io che c’entro? Chiudi, va’».

La donna, che era al suo servizio da molti anni, s’ingobbì, stringendosi le mani.

«Non è di qua… parla strano. Straniero, mi pare».

«Fallo entrare in cucina, ora vengo».

Ci mise qualche minuto. Si guardò allo specchio, che teneva sempre sul suo tavolo, s’appuntò una molletta, una stirata alla gonna passandoci le mani.

Ed entrò in cucina.

L’uomo si alzò di scatto. «Signora, voglia perdonarmi. Sono Juan Carlos Siloni, di Madrid, ma mio padre era messinese. Mi hanno assalito e mi hanno rubato l’auto e la valigia, per fortuna non quella dei pennelli».

«Pennelli?» Intanto aveva fatto segno a Domenica di fargli una tazza di caffè caldo.

«Sono pittore, signora. Della Real Casa di Spagna». Era vero: parlava un italiano zoppicante, ma spedito.

Evelina lo guardò dalla testa ai piedi, lei che di gente fina ormai se ne intendeva.

Non molto alto ma con un bel portamento. Bruno, con le basette che incorniciavano il viso e andavano a incontrare barba e baffi ben curati, sopracciglia marcate e occhi chiari, vivaci e sorridenti.

Gli fece cenno di seguirla e s’incamminò verso la sala.

«Ha cenato?»

«No, signora mia. Ma ho soltanto bisogno di fare una telefonata ai carabinieri, con il suo permesso».

«A quest’ora?» Quando rideva Donna Evelina era stupenda. «Venga, senza complimenti. Ceniamo insieme, Domenica le preparerà una camera e domattina andrà dai carabinieri. Nessun disturbo».

«Mi dispiace…»

«Ma no, venga. Non siamo selvaggi».

Domenica stava apparecchiando i due posti, sul tavolo grande, uno di fronte all’altro, come le aveva insegnato Evelina. Portò bicchieri e bottiglie, acqua e vino di casa. Il pane, ancora fresco, e una zuppetta calda.

Donna Evelina, come le capitava spesso, non aveva cenato. Sarebbe andata a letto con una tisana. Invece si mise a tavola.

«Da dove viene?»

«Sono stato a Messina a vedere la casa di mio padre. Che era emigrato in Spagna, da giovane, e lì aveva incontrato mia madre. Fu amore a prima vista. Non è più tornato».

«E lei è pittore?»

«Sì, soprattutto ritrattista, ma non solo. Sono stato a Palermo e sono ancora frastornato da quello che ho visto. Il mio italiano è…»

«Ma no, si capisce benissimo».

Erano intanto passati al pesce con le verdurine al forno. Alla torta di mele con la panna fresca stavano ridendo. «No, non conosco la Spagna…»

«Deve venirci assolutamente. Me lo deve promettere, e io sarò felice di farle da chaperon…»

«Madrid?»

«Io inizierei da Barcellona. Io vivo in una tenuta, che era di mia madre, vicino a Barcellona. Là saremo felici di averla nostra ospite».

«Là vive con la sua famiglia?» Frase maldestra per capire se fosse sposato.

Siloni sorrise. «No, signora. Non sono sposato. Il mio lavoro assorbe tutte le mie energie e il mio tempo. Viaggio molto».

Donna Evelina guardò da un’altra parte, seccata di essere stata scoperta. Poi decise di essere se stessa. «Neppure io sono sposata. Mi piace stare sola. Mi piace questa grande casa ormai disabitata. Mi piace fare qualche viaggio, soprattutto a Parigi e a Londra. Una vita altrimenti molto noiosa».

«Non per una donna come lei, mi perdoni. Lei ha il dono che hanno poche donne, quello di mettere a proprio agio anche un uomo come me, che le è capitato in casa per sbaglio e infuriato per aver perduto auto e valigia. Mi creda, conosco poche donne che avrebbero saputo farmi sorridere in una sera come questa».

«Va bene. Ora che abbiamo deposto le armi, vogliamo andare in veranda a bere il caffè?»

Si stava alzando e Siloni era scattato in piedi per aiutarla. Le prese la mano e restò ad ammirarla, come se fosse un oggetto prezioso. «Bellissime mani. Rare. Di solito anche le donne più belle nascondono al pittore le loro mani. Mi piacerebbe dipingerle, queste mani».

«Se non ha impegni urgenti a me piacerebbe mostrarle il salone degli affreschi».

«Un salone?»

«Sì, occupa la parte centrale del palazzo. Tutta la casa sembra costruita intorno a quel salone».

«Andiamo».

Donna Evelina non si mosse. «No, si sieda. Le luci non bastano. Nessuno danza e suona più in quel salone da tanto tempo. Erano i miei fratelli che lo animavano, con i loro amici…» Depose la tazzina del caffè ridendo. «A ogni ballo se ne andava una delle mie sorelle… credo che i cavalieri li scegliessero apposta».

Con frasi leggere gli raccontò della sua famiglia, dei due fratelli Rodolfo e Fortunato, uno a Napoli e l’altro in giro per il mondo con una moglie africana.

«Bellissima, ma con la pelle scura».

«Sinceramente capisco Gauguin da quando ho ritratto le sei mogli di un sultano del…» Si interruppe perché il telefono stava squillando. Donna Evelina prese il ricevitore, disse di sì due o tre volte, poi tese il ricevitore a Siloni. «Hanno trovato la sua macchina e, credo, anche la sua valigia… senta lei». Gli passò il ricevitore. Lo sentì parlare sottovoce, poi si girò. «Davvero posso rimanere da lei sino a domattina?»

«Ma certo, il tempo che le occorre».

Siloni disse ancora qualcosa al telefono, poi salutò. «Un miracolo. Chissà che cosa credevano che trasportassi. E la macchina era a noleggio, quindi riconoscibile. Mi dispiace per il disturbo…»

«Avanti! Credo che Domenica le abbia preparato quella che noi chiamiamo la camera degli sposi…»

«Cielo!» la interruppe. «Io sono allergico al matrimonio».

«Nessun pericolo, è soltanto la stanza dove hanno trascorso la prima notte di nozze le mie sorelle e i miei fratelli. Una specie di tradizione propiziatoria…»

«Ha dato buoni frutti?»

«Parrebbe di sì».

«E lei, se mi consente la domanda indiscreta?»

«Non ho mai imparato a ballare».

Ora stavano ridendo e raccontandosi come se si conoscessero da molto tempo.

Quando il campanile suonò la mezzanotte Donna Evelina si alzò. Avevano bevuto due bicchierini di mirto ed erano allegri. «Io mi ritiro» disse.

«Anch’io, naturalmente. Dove si trova questa stanza dalle mille tentazioni?»