SETTE
Ripresero a salire le scale, dai solai alle camere, una per una. Guardando con più attenzione: ora stavano cercando Marilivia come se non fosse sparita per propria volontà, ma come se l’avessero nascosta. Senza porsi domande, neppure la più logica: perché?
Tornarono al pianterreno, davanti alle grandi porte a vetri del salone degli affreschi, chiuse da sempre con i chiavistelli.
«Qua dentro?» domandò Poireau.
«Le porte sono chiuse da fuori con i chiavistelli, come avrebbe fatto a chiudersi dentro?»
«E ora?»
«Andiamo sotto, alle piscine. Un posto dove andavamo da ragazzi. Tu scendi di qua e io vado dalle verande, perché conosco la strada: si scivola, le rocce sono umide».
Si separarono, Gilardi conosceva bene quelle rocce sotterranee e gli antri da dove passare in sicurezza. Gli sembrava impossibile che Marilivia si fosse addentrata in quei meandri umidi e melmosi, ma a volte la stanchezza diventa nostalgia.
Gettò il fascio di luce del cellulare a destra e a sinistra, incontrando rocce levigate, pozzanghere melmose, pesciolini e un uccello che si alzò in volo in un rumore di ali smosse che lo fece rabbrividire.
«Io mi chiamo Marilivia».
«Io sono Massimo».
«Sì, lo so che venivi. Stai qui in vacanza?»
«Io sì, con la mia mamma».
«La mia mamma non c’è più».
«Quanti anni hai? Io nove e vado in quarta».
«Io otto e vado in quarta».
«Perché hai cominciato prima. Non ti dare arie con me. Io lo so come sono fatti i maschi».
«Sei noioso. Ma almeno sai nuotare?»
«Io, sì».
«E allora buttati se hai coraggio».
«E tu?»
«Fossi matta! Qui si annega, stavo scherzando… no, che cosa fai? Ehi, fermati… no… qui anneghi, mamma mia! Aiuto, è matto questo qui… mamma mia… Ma stai a galla… ehi! Ma stai a galla, mamma mia… come hai detto che ti chiami? Massimo? Ehi, torna qui… torna qui…»
Ora stava guardando quegli scogli dai quali si era tuffato la prima volta. E non aveva avuto paura. Dove aveva visto una bambina nuda la prima volta, e si era spaventato da morire.
«Mi fai vedere che cosa ci hai in mezzo alle gambe? Zia Evelina dice che ci avete il diavolo. Me lo fai vedere ’sto diavolo? Io non ho paura».
«Ma smettila!»
«Ecco, io non ho paura, guarda».
E si era tirata giù la braghetta che le arrivava all’ombelico. Se l’era tirata giù sino alle ginocchia e gliela mostrava, quella sua nudità innocente, davanti e dietro, con la spavalderia di chi mostra un tesoro.
«Ce l’hai, tu?»
Si ricordò di essere scappato quella volta. Poi, forse un anno dopo, ancora su quegli scogli, d’averla baciata. Di aver premuto le labbra con forza contro la sua guancia. E di aver riso di quel riso che non sai se piangere.
Fu in quel momento, in mezzo a quei pensieri, che gli arrivò l’urlo di Poireau.
«Dove sei? Accidenti, dove ti sei cacciato? Che ti succede?»
Vide la luce del cellulare di Poireau che si agitava in fondo a quelle che lui continuava a chiamare ‘le piscine’.
«Che succede?» Stava arrivandogli alle spalle, e lo vide girarsi trattenendo un urto di vomito. «Che succede? Che hai?»
«Lì… lì, guarda».
Lì. Cercò, muovendo la pila del cellulare contro il buio.
E Marilivia era lì, infatti. Sdraiata sul telaio dove d’estate mettevano a essiccare i pomodori, come se si fosse abbandonata su un cuscino di piume, la testa girata da un lato. Le braccia spalancate. La veste, quella che aveva tenuto tutto il giorno, nera con un davantino di pizzo bianco e la grande croce di brillanti appuntata al centro, un po’ strappata come se fosse caduta. E lo squarcio, dal petto al ventre, con il sangue raggrumato che forse aveva imbrattato gli scogli.
Non era morta per caso. Uccisa.
Poireau stava ancora urlando.
«Smettila, accidenti. Lavati la faccia, così ti calmi».
«Ma è morta!»
«Sì, è morta. L’hanno ammazzata sotto i nostri occhi. Forse ha urlato, forse ha chiesto aiuto. Nessuno l’ha sentita». Cercava di guardarla, quasi vergognandosi di quello che vedeva. Il viso rovesciato da un lato, come se non appartenesse a quel corpo squarciato. Non c’erano armi o coltelli. Tutto era come era sempre stato nei suoi ricordi. Il flusso del mare, avanti e indietro, quasi in silenzio, come se avanzasse di nascosto tra le rocce. In quel punto ci arrivava spento, senza più la forza con cui sbatteva sugli scogli. Lì arrivava schiuma: a loro piaceva per quello. Lì arrivava sottovoce.
Era per ritrovare quei ricordi che Marilivia era arrivata fin lì, sola con le proprie emozioni, mentre nelle serre la gente celebrava la morte di una delle donne più temute e potenti dell’isola?
Chi aveva voluto ucciderla a quel modo?
Squartandola come una bestia, dal cuore all’inguine.
Quale forza c’era voluta?
Quale rabbia?
«E ora che cosa fai?» chiese Poireau.
Stava armeggiando con il cellulare. «Chiamo la polizia, tu che cosa faresti?»
Parlò in fretta e in modo preciso. Disse chi era, dove e come raggiungerli. Quando chiuse la comunicazione fissò Poireau che si stava asciugando la fronte con un grande fazzoletto di cotone. «Come hai fatto a venire fin qui?» Glielo chiese sgarbatamente.
«E me lo chiedi? Sono venuto dietro a te».
«No, io sono passato dalle verande. Questo posto non lo conosce nessuno».
«Tu, sì».
«Anche tu, a quel che vedo».
«Che cosa stai insinuando? Che l’ho conciata io a quel modo? Che conoscevo questo posto? Lo conosco sì, ci sono stato oggi…»
«A che ora?»
«Ehi, non l’ho ammazzata io». Stava urlando.
«Sono sicuro. Ma a che ora sei passato di qui?» lo incalzò.
«Stavate facendo merenda, dopo che tu hai parlato con il notaio».
«Quindi l’hanno ammazzata, diciamo, tra le sei e le otto».
Poireau si passò il fazzoletto sulla fronte. «Accidenti, mi hai spaventato. Credevo che incolpassi me».
«Non dire scemenze. Volevo soltanto stabilire l’ora».