10
«Ho trovato un lavoro a Bali» la informò Craig il lunedì mattina, mentre camminavano sulla spiaggia. «In realtà non si tratta di un vero lavoro, però ho degli amici laggiù, e poi... è un secolo che vorrei andarci.»
Kate lo fissò.
«E non l’hai mai fatto?»
«Prima volevo essere tranquillo per te e Georgie. Non sono un padre modello, però...» Lui si passò la mano fra i capelli biondi lunghi fino alle spalle. «Adesso che c’è qualcuno a occuparsi di voi due, posso partire tranquillo.»
«Così la vedrai ancora meno» si lasciò sfuggire lei.
«Le scriverò. E metterò via il denaro per farla venire da me appena possibile. Magari per Pasqua, se avrà dei bei voti...»
Kate era troppo sorpresa per poter dire qualcosa.
«Vogliamo cose differenti per lei, Kate. Io voglio le onde e la libertà, tu la scuola e la routine...»
«Georgie vuole la scuola e la routine» gli fece notare, senza rancore.
«La lascerai venire a Bali con i miei genitori?»
«Certo» rispose, quasi riconoscente per il suo interessamento. Craig la credeva fidanzata con Aleksi, e lei glielo avrebbe lasciato credere. «Ho una predilezione per i perdenti» si ritrovò a ironizzare.
Abbracciò il padre di Georgie, lo baciò con slancio, per quello che avevano condiviso. Poi tornò a casa, con una strana sensazione di libertà.
Anche Aleksi era alle prese con un chiarimento sorprendente. Sceso dall’aereo era andato direttamente in ufficio. Sua madre era venuta a parlargli.
«Non posso più farti la guerra, Aleksi.» Lui rimase impassibile, davanti alle lacrime di Nina. «Tieni la Maison, tieni la Krasavitsa, io non voglio niente per me.»
Lui, però, non riusciva ancora a fidarsi di sua madre. Non poteva perdonarla. E si sentiva maledettamente stanco di tutta quella faccenda.
«Come mai hai cambiato idea?»
«Lo sceicco Amallah ha annullato l’ordine per l’abito da sposa. Altre ordinazioni sono state cancellate. Lavinia mi ha detto che da ora in poi riceverà ordini solo da te...»
Aleksi indirizzò un sorriso riconoscente a Lavinia, attraverso la stanza.
«Sta andando tutto a rotoli, qui alla Maison. Io non sono in gamba come donna d’affari» ammise, in uno slancio inaspettato di sincerità. Il lavoro mi appassiona, questo sì. Però sto rovinando tutto quello che tuo padre ha costruito...»
«Allora abbandona» disse lui, incapace di offrirle la sua comprensione.
«Abbandono» confermò Nina convinta. «Mi dedicherò alle mie opere di carità.»
«E Belenki?»
«È arrivato stamattina. Ho un appuntamento con lui alle due. Parlagli tu, Aleksi. Quell’uomo ha la capacità di confondermi. È così determinato! Riesce sempre a convincermi che ha ragione lui. Mi ricorda tutte le volte che con le mie opere sto aiutando gli orfani...»
Era il senso di colpa, a spingerla. Mentre guidava lungo la litoranea, per tornare a casa, Aleksi si sentiva ancora frastornato. Nina voleva riscattarsi in qualche modo per aver abbandonato un figlio e un figliastro in un desolato orfanotrofio russo. Credeva di poter pareggiare i conti versando milioni di dollari in opere di carità.
Entrando in casa, inciampò nella tavoletta da onda di Georgie, lasciata di traverso nell’ingresso. Il pavimento era sporco di sabbia.
«Mi spiace, ero di là...» si scusò Sophie, allargando le braccia.
«Non importa. Prenditi la giornata libera» le disse Aleksi, che aveva bisogno di restare solo.
Si stava abituando al disordine e alla confusione, con una bambina per casa. Sui mobili c’erano baffi e ditate, in frigorifero avevano fatto la loro comparsa succhi di frutta e formaggini, e i giocattoli di Georgie erano disseminati in ogni stanza.
Salì di sopra, in camera. Sul comodino c’era il libro che stava leggendo Kate durante il volo. Controllò la pagina. Era arrivata alla 342, mentre in aereo era alla 210. Sorrise fra sé, pensandola immersa nella lettura, mentre lui affrontava sua madre in ufficio.
Dopo la rivelazione, a Londra, si erano parlati a malapena. Aleksi era confuso, non sapeva se poteva fidarsi di lei. Se Kate non aveva perso la stima per lui, forse non tutto era perduto. Le avrebbe confidato i suoi tormenti, gli incubi notturni, la vergogna che non gli dava tregua, per aver abbandonato Riminic, il senso di vuoto che lo assaliva...
Aleksi posò il libro, annusò il profumo di lei nella stanza, poi si avvicinò alla finestra sulla baia. Era una vista che aveva guardato migliaia di volte, senza mai vederla davvero.
L’oceano era calmo, quel giorno. L’acqua era piatta, con qualche lieve increspatura. Le sfumature di colore, dal verde all’azzurro, con tocchi di argento, davano dei punti alla seta cangiante della Maison Kolovsky. Non c’era nulla di più bello e potente della natura, per quanto l’uomo cercasse di imitarla.
La baia era in continuo mutamento, mai uguale a se stessa. E laggiù sulla spiaggia... Aleksi s’irrigidì, scorgendo Kate, con un corto copricostume di garza bianca, che copriva a malapena il due pezzi.
Il denaro le faceva bene, rifletté, scuro in volto. La nuova pettinatura mossa le donava in modo particolare, e i gioielli al collo e ai polsi facevano risaltare l’abbronzatura perfetta. Kate si muoveva con una sicurezza nuova, che la rendeva ancora più affascinante.
E l’uomo che camminava al suo fianco... era biondo, come Georgie.
Doveva trattarsi di Craig.
Non fidarti mai di nessuno, gli ripeteva suo padre.
L’intimità che traspariva dai loro gesti gli procurò una fitta di gelosia. Per un attimo la collera gli offuscò lo sguardo.
E quando Craig prese Kate fra le braccia e la baciò, alla gelosia si aggiunse un rimpianto inaspettato.
Perché non c’era lui, al posto di Craig.
Perché Georgie non era sua.
E non c’era nessun noi, per lui e Kate.
«Ciao! Sei già tornato?»
Aleksi fremeva ancora di collera repressa.
«Dove sei stata?» la apostrofò, cercando di mantenere ferma la voce.
«Ho fatto una passeggiata sulla spiaggia.» Kate sorrise. Era in forma smagliante, perché aveva sonnecchiato durante tutto il volo da Londra. «È una magnifica giornata. Come mai sei rimasto in casa?»
«Zakahr Belenki è qui. Ho appuntamento con lui fra un’ora nel mio ufficio.» Aleksi guardò la sua pelle ambrata, il velo di sabbia sulle gambe tornite, poi risalì alla faccia, alla bocca che sorrideva a lui e aveva appena baciato un altro. «Vestiti» le ordinò.
Lei non aveva voglia di vestirsi.
Era pervasa da una sottile esaltazione, per la libertà, la lussuria, il calore del sole sulle spalle, l’odore della baia che arrivava fin lì...
E davanti a lei c’era Aleksi.
Un uomo che la attirava con una forza a cui non sapeva opporsi.
«È solo mezz’ora di macchina» mormorò, stringendosi a lui e cercandogli le labbra con passione.
Aleksi si eccitò all’istante. Voleva staccarla da sé, invece si lasciò baciare, accolse la lenta esplorazione della lingua, con un’urgenza che aspettava risposta, sentì i sospiri di Kate.
Kate, che aveva appena baciato un altro.
Lui non piangeva da anni. L’ultima volta aveva pianto quando suo padre l’aveva lasciato cadere a terra, per poi dirgli che non doveva fidarsi di nessuno. Eppure ora Aleksi sentiva una lacrima pungergli la palpebra. E una tensione nelle labbra, che gli impediva di rispondere al bacio.
Lei non si fermava, la vipera!
Il copricostume era scivolato via e il reggiseno del bikini era a terra, anche se Aleksi non ricordava di averla spogliata. Il seno nudo gli premeva contro il petto, le natiche erano morbide, sotto le sue dita, il suo corpo pieno era una tentazione continua.
Kate provò ad aprirgli la fibbia della cintura, ma lui la tenne avvinta a sé, per impedirle di muoversi.
Lei annaspò, colpita dalla sua rabbia.
Aleksi le affondava le dita nella carne come se volesse farle male.
Kate non poteva sapere che stava lottando per dimenticare la scena vista sulla spiaggia. Che anelava di possederla, eppure doveva trattenersi.
Aleksi la lasciava fare. Sentiva i suoi baci sul collo, nell’incavo della gola, le mani che gli aprivano la camicia, per sfiorargli la pelle nuda. Le strinse di più le natiche, tentò ancora di resistere al piacere, ma la battaglia era ormai persa.
Con pochi tocchi abili, Kate gli tirò giù la cerniera e lo liberò in pochi istanti.
Non ci fu nemmeno il tempo di toglierle lo slip del costume, così si spinse in lei attraverso la stoffa leggera, che si strappò ai primi affondi. La sentì singhiozzare, in un piacere inarrestabile, udì i suoi gemiti, mentre lei muoveva i fianchi, per trattenerlo più a lungo dentro di sé.
L’ultima parola fu sua. Al momento culminante, quando Kate implorava il suo nome, Aleksi si ritrasse, ancora in erezione, non saziato. E pieno di disprezzo.
«Aleksi?»
Lei scosse la testa, umiliata e confusa, esposta nella sua nudità.
Lui si sollevò la cerniera e la inchiodò con un’occhiata.
«Ti ho già detto di vestirti. Sbrigati.»
Seduta in silenzio al suo fianco, Kate pensò e ripensò a quello che era successo, senza venire a capo di niente.
Non voleva prestarsi a certi giochi perversi.
Poteva concedere ad Aleksi le attenuanti della stanchezza e della tensione sul lavoro, ma lei non aveva fatto niente di male. Si era dedicata soltanto a lui, oltre che a Georgie. Aveva imparato ad amarlo, ogni giorno di più. Per lui era diventata esperta nelle arti della seduzione, si era adattata a una vita che non le apparteneva, si era trasformata fisicamente... E tutto per ritrovarsi al fianco uno sconosciuto, che un giorno la blandiva e un giorno la respingeva.
L’auto si arrestò davanti alla Maison. Il portiere era già pronto ad accoglierli. Il ragazzo del parcheggio si stava avvicinando. Aleksi era ansioso di incontrarsi con Zakahr Belenki, ma Kate non scese dall’auto.
«Che cosa ti è successo, Aleksi?» domandò quietamente.
«In che senso?» Lui cadde dalle nuvole.
«Come mai oggi ti sei comportato così? Che cosa ti ho fatto?» La sua voce suonò stridula perfino alle proprie orecchie. Sembrava una moglie bisbetica e frustrata, riconobbe Kate fra sé. Ma era troppo umiliata per trattenersi.
«Ho cambiato idea.» Lui fece un sorriso beffardo. «È una prerogativa degli esseri umani.»
Kate gli allungò uno schiaffo a bruciapelo.
Aleksi non si mosse. Il portiere si allontanò con discrezione. Sulla guancia di lui erano rimasti i segni rossi delle dita.
«Mi sono fidata di te.» Il tono di Kate era accorato. «Ho dovuto accettare che non sarà per sempre. Mi sono adattata alle tue regole, alla tua logica perversa. A letto, quando facciamo l’amore, mi sono sempre fidata di te.» Lo vide trasalire. «A letto, tu mi dici parole d’amore, e io so che valgono solo per quei momenti. A ogni modo, non merito di essere trattata così. Con te, ho abbandonato tutte le mie remore, mi sono sentita bella, sensuale, irresistibile...»
A quel punto, lui scattò.
«Ti sei sentita bella, sensuale, irresistibile anche quando eri sulla spiaggia con Craig?» la aggredì, livido in volto. Voleva godersi il trionfo della propria accusa, voleva vederla tremare e balbettare parole di pentimento.
«A dire la verità, sì» confermò Kate senza scomporsi. Aprì la portiera e fece per scendere dall’auto. «Ti ricordo che abbiamo un appuntamento.»
«Non sei stata sincera con me, Kate.»
Aleksi si incamminò verso la Maison, e lei gli si affiancò.
«Mi sono sentita finalmente libera, perché Craig mi ha comunicato che si trasferirà a Bali, come desidera da tempo» gli spiegò, a bassa voce. «Mi sono sentita finalmente libera perché lui non mi ha chiesto del denaro, come temevo, e neppure di tenere Georgie con sé. Per la prima volta siamo riusciti a confrontarci con sincerità, io e lui» continuò. «Avresti potuto parlarmi, Aleksi, avresti potuto chiedermi che cosa ci facevo sulla spiaggia con Craig. E io ti avrei spiegato tutto con calma. Invece hai preferito umiliarmi in quel modo, proprio quando facevamo l’amore» rimarcò. E si morse il labbro, per trattenere le lacrime.
«Dovevo forse darti la possibilità di inventare delle scuse?»
«Non ho fatto niente di male, non ho bisogno di chiederti scusa.» Kate non si era mai sentita così umiliata, eppure la consapevolezza di essere nel giusto le diede una strana forza, quando si trovò davanti alla sua vecchia scrivania. «A ogni modo, fra noi è finita.»
«Allora come mai sei ancora qui?»
«Perché sono abituata a mantenere la parola. Ho la responsabilità di una figlia, e devo farla stare tranquilla. Non posso far pagare a una bambina le intemperanze di noi adulti.» Respirò a fondo, e lo fissò negli occhi. «Se per te va bene, preferirei parlare con Georgie stasera stessa. Poi andremo a dormire in albergo.»
«Kate...»
«Credo che ci siamo già detto tutto, Aleksi.»
«Spiegami esattamente che cosa hai fatto con lui, e magari...»
«Tu mi perdonerai? O magari diventerò accettabile per te? Ti proverò che questa volta ti sbagliavi? E la prossima volta, Aleksi? Che cosa succederà, quando tu deciderai che non è il caso di fidarti di me?» proruppe Kate. Era così infuriata con lui che dovette trattenersi per non colpirlo di nuovo. «Non accetto il tuo modo di fare e non lo accetterò mai. Ma non arriverò a restituirti il denaro che mi hai dato. Mi sono guadagnata ogni maledetto centesimo che mi hai versato sul conto!»
Aleksi non disse niente, paralizzato dall’enormità di quanto stava succedendo. La situazione gli era sfuggita di mano, e ora sembrava non esserci più tempo per trattenere Kate, per chiarire le cose, per farle capire quello che ormai era chiaro dentro di lui.
Neppure nei suoi incubi peggiori si era sentito così confuso e impotente, così incompreso. Neppure nei giorni più bui il destino gli aveva voltato le spalle in quel modo...
«Aleksi» lo salutò Zakahr Belenki, andandogli incontro. «Credo che abbiamo molto da discutere.»