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KRASAVITSA KATE

Aleksi fissò il titolo, poi la foto.

E rimase di stucco. In passato, i giornali avevano sempre sparato a zero sulle sue conquiste. Anche le donne più affascinanti apparse al suo fianco erano state fotografate in modo da sembrare goffe e insignificanti. Per tutta la durata della cena lui si era preoccupato della reazione di Kate davanti a un articolo velenoso su di lei, corredato da foto impietose, la mattina seguente.

Eccola lì, in effetti. Kate Taylor sparata in prima pagina, in una inquadratura spontanea che metteva in risalto le sue forme abbondanti, gli occhi splendenti, il sorriso contagioso.

E ne faceva una dea della femminilità.

Una spallina dell’abito da sera scivolata giù, qualche ciocca ribelle sfuggita alla pettinatura fatta in casa, la testa rovesciata, in una risata appena trattenuta, la scollatura, le braccia, la pelle lucente...

Kate.

E lui, a farle da cavaliere, con l’aria rilassata e un sorriso che in pubblico non mostrava da tempo. Un sorriso spontaneo e indulgente, a dispetto del dolore alla gamba, della tensione di quel periodo e della temuta riunione di famiglia.

«C’è la mamma sul giornale!» strillò Georgie, facendo capolino alle sue spalle. Indicò il titolo con l’indice. «Che cosa vuol dire questa parola?»

«Krasavitsa» lesse lui. «Significa bella donna.»

«Stamattina non mi sento molto Krasavitsa» commentò Kate, entrando in cucina. Si avvicinò al banco, per riempirsi una tazza, poi si ricordò che ora c’era una domestica, a servirla. Si sedette al tavolo, sulla veranda inondata di sole. La portafinestra che dava sulla piscina e sul campo da tennis era aperta, ma perfino gli insetti si tenevano a debita distanza. Forse Aleksi Kolovsky aveva assunto qualcuno anche con quel compito, rifletté divertita.

Incapace di sostenere lo sguardo di lui, Kate si concentrò sulla colazione. Prese una mela dalla fruttiera e cominciò a tagliarla. Avrebbe affrontato quei due mesi come un ritiro in una beauty farm: regime dietetico, massaggi e lunghe nuotate. Il suo aspetto era troppo florido e gli occhi splendenti, anche se il suo cuore sanguinava.

In quel momento la voce squillante di Georgie ruppe il silenzio.

«Quando sposi la mia mamma, posso fare la damigella?» chiese.

Kate trasalì. Poiché Aleksi si era limitato a sorridere, fu lei a rispondere alla piccola.

«Georgie, ti ho già spiegato che questa è solo una prova!»

«Lo so» mormorò la bambina, lasciando cadere gocce di latte sulla tavola, mentre mangiava i cereali. «Però io stavo parlando con Aleksi. Quando sposi la mamma, sarò io la damigella?» ripeté con candore.

Kate fece tintinnare il cucchiaino nella tazza. Un nodo di pianto le chiuse la gola. Georgie era così contenta, così fiduciosa... e sarebbe stata proprio lei a procurarle un dolore.

«Sono sicuro che quando la tua mamma si sposerà, tu sarai la sua prima damigella» rispose Aleksi, con il tono affettuoso che riservava solo a Georgie.

Soddisfatta della risposta, la bambina finì i suoi cerali e corse a infilarsi il grembiulino. Kate rimase seduta, perché aveva provveduto Sophie a preparare la merenda per la scuola.

«Stavo pensando...» Aleksi posò il giornale. «Ti sei trasferita qui, hai trovato una nuova scuola per tua figlia, ti sei dovuta ambientare con la mia famiglia, per non parlare di tutti gli altri cambiamenti. Per forza stanotte eri stanca.» La fissò. «Non c’è bisogno che tu torni a lavorare.»

Lei annaspò di nuovo.

«Dici sul serio?»

«Ti occorre del tempo per sistemare tutte le tue cose e per stare con la tua bambina. Devi tirar fuori dalle valigie una camicia da notte decente e riposare un po’, dopo tutte le emozioni di questi giorni.»

Lei abbassò gli occhi, rossa in viso. Chissà che cosa si era aspettata! Ma Aleksi non aveva finito.

«Ancora una cosa, Kate Non hai incassato l’assegno, come mai?»

«Pensavo di farlo oggi» mormorò lei, ancora più rossa.

«Bene.»

E Aleksi fece un vero sorriso, perché Georgie era tornata per farsi ammirare, con il grembiulino inamidato, le scarpe nuove e un cappello di paglia con il nastro rosso.

«Augurami buona fortuna!» esclamò, facendo una giravolta.

«Non ne hai bisogno. Sarà un bellissimo primo giorno nella nuova scuola» le assicurò lui. «Comunque, buona fortuna, Georgie!»

Aleksi salutò la bambina con un abbraccio. Mentre la accompagnava a scuola, Kate pensò che in momenti come quello loro tre sembravano quasi una vera famiglia. Se solo... Si affrettò a scacciare quel pensiero, per dedicare tutte le sue attenzioni a Georgie.

L’inserimento nella classe andò meglio del previsto. La nuova maestra di Georgie era una signora con i capelli grigi e l’aria dolce, che le ispirò subito simpatia. Nel viaggio di ritorno, Kate ricevette un messaggio che la infastidì.

Ho bisogno di parlarti. Possiamo vederci?

Saluta Georgie per me.

Lo stava cancellando, quando ne arrivò un altro.

Appena puoi. Ho proprio bisogno di parlarti.

Craig rispose al primo squillo.

«Ascoltami bene!» lo affrontò lei, furibonda con il padre di sua figlia. «Sono mesi che non ti fai vivo, sembravi volatilizzato. E adesso ricompari di colpo e hai fretta di parlare!»

«Ho letto sui giornali del tuo fidanzamento con Kolovsky. Sono contento per te, però non... Senti, non posso parlarne al telefono.»

«Allora non se ne fa niente» tagliò corto Kate, chiudendo la comunicazione.

«Tutto bene?» le domandò l’autista.

«Benissimo.» Lei sorrise. «La mia bambina si è ambientata a meraviglia.»

Si rifiutava di guastare l’incanto dei due mesi che aveva davanti.

Aveva accettato l’offerta di Aleksi non solo per la sua bambina, ma anche per sé. Per guadagnare un po’ di tempo con lui.

E fare il pieno di esperienze piacevoli, con qualcuno accanto.

In attesa di ritrovarsi sola con i ricordi.

Kate si godette ogni istante delle giornate che seguirono.

Prendeva il sole vicino alla piscina, nelle ore meno calde, e la sua pelle diventò di un bel colore dorato; si faceva accompagnare nelle boutique e negli istituti di bellezza, dal parrucchiere o dovunque desiderasse. Non doveva più occuparsi di Bruce, che veniva portato fuori due volte al giorno dall’autista, e neppure di preparare da mangiare per Georgie. Sophie era abilissima nello scolpire sedani e carote e realizzare cubetti di ghiaccio a forma di cuore o di stella, per la delizia di Georgie. Tutti i pomeriggi Kate andava a prendere la bambina a scuola. Poi tutt’e due andavano a correre sulla spiaggia, o a far compere, oppure si divertivano con una nuotata o una partita a tennis.

Le serate e le notti erano un inferno.

La sera prima erano usciti a cena, si erano tenuti le mani attraverso il tavolo, con tanto di bacio per i fotografi. A casa, dopo un’accesa discussione, quando a Kate era venuta davvero un’emicrania feroce, Aleksi se n’era andato a passare la notte in albergo, o almeno così lei si augurava.

Ora lui era tornato, si era preso il pomeriggio di libertà dalla Maison, e sembrava di pessimo umore.

Scuro in volto, rispondeva colpo su colpo alla macchina sparapalle da tennis, con un’aggressività degna di miglior causa.

Kate era allungata su una sedia sdraio e cercava invano di rilassarsi, preoccupata di ricevere altri messaggi da Craig.

Era convinta che il padre di Georgie volesse spillarle del denaro, perché il nome Kolovsky era una garanzia. Invece lei non aveva ancora incassato l’assegno, perché si rifiutava di venir pagata per stare accanto all’uomo di cui era perdutamente innamorata.

Aleksi era così intrigante, a torso nudo, con i capelli lucidi di sudore e la pelle abbronzata! Lei se lo mangiava con gli occhi, protetta dagli occhiali da sole. La gamba offesa stava migliorando, grazie a una disciplina di ferro. Di notte Kate lo sentiva lamentarsi per il dolore e fingeva di dormire quando Aleksi faceva lunghe nuotate senza accendere la luce, per alleviare la tensione e il dolore.

Lui diventava sempre più cupo. Non si trattava solo della forzata astinenza in camera da letto. I problemi di lavoro non erano ancora stati risolti. Zakahr Belen-ki si faceva negare sistematicamente, ogni volta che lui lo cercava.

E Aleksi Kolovsky non era il tipo da accettare di essere tenuto sulla corda.

Ora si stava avvicinando, con un’espressione che non prometteva niente di buono. Il respiro affrettato, il torace che si alzava e abbassava veloce, gli occhi grigi, pronti a trafiggerla. Si chinò a premere la bocca sulla sua, con prepotenza. La sua pelle era calda, ma le labbra erano fresche. Kate chiuse gli occhi, per nascondere le lacrime. Aveva notato con la coda dell’occhio il fotografo appostato per sorprenderli.

«Credo che abbia già scattato» bisbigliò, in tono scoraggiato.

«Facciamolo divertire ancora un po’.» Aleksi si sedette di fronte a lei e armeggiò con la cintura del suo copricostume.

«No, ti prego...» Kate si sentì avvampare, al pensiero di apparire sui giornali in bikini.

«Perché no?» Lui prese a stuzzicarle il seno con dita leggere. Giocherellò con i capezzoli, li sentì inturgidire sotto i palmi. Gli piaceva toccarla, più di quanto si aspettasse. Tutte le sue esperienze di amante navigato si erano miracolosamente azzerate. Tutte le sensazioni venivano vissute come per la prima volta, con un piacere da neofita. Come se il playboy Aleksi Kolovsky non fosse mai esistito.

Kate era combattuta. La sua mente si ribellava a quel contatto, la ragione lottava per mantenere il sopravvento, mentre il suo corpo anelava quei momenti di abbandono, come un assetato davanti a una fonte...

A fatica lei ritrovò la voce.

«Perché non voglio essere presa in giro. Dove sei stato la notte scorsa?» lo apostrofò, scostandogli la mano.

«Non farmi domande.»

«E tu non aspettarti che io collabori.»

«È l’ultima cosa che fai, mi sembra!» reagì lui, punto sul vivo.

«Forse Krasavitsa Kate non ha voglia di leggere sul giornale volgari pettegolezzi a proposito del suo fidanzato.» Lei respirò a fondo. «Se vuoi passare per un uomo rispettabile, non è così che devi comportarti.»

«Non venirmi a dire come devo comportarmi!» si ribellò lui. «Lascia perdere.» Di colpo Aleksi si sentì molto stanco; era carico di troppe responsabilità. La Maison, sua madre, Belenki, Kate, Georgie...

Fu un attimo. Con uno sforzo, tornò a essere l’uomo forte che tutti conoscevano.

«Perdonami, se non sono sfacciata come le tue ammiratrici!» Kate fece una smorfia. «Vedrò di rimediare!» lo provocò.

Come se non avesse sentito, lui le fece scivolare il copricostume dal corpo ancora troppo rotondo.

«Fa caldo, ti spalmo l’olio solare» le disse.

Kate si sentì morire. Vedeva già le sue cosce burrose esposte in primo piano su qualche copertina! Non avendo scelta, si arrese con un sospiro, allungandosi sulla sdraio a occhi chiusi. Sapeva di essere esposta alla curiosità dei fotografi, ma decise di non pensarci. Sentì il calore del suo fiato sulla spalla, e poi il tocco leggero della bocca sulla pelle accaldata La sua mano che le carezzava il ventre le procurò altro imbarazzo, mitigato dal piacere.

Non poteva far altro che rimanere lì, in attesa.

Aleksi si versò l’olio solare nelle mani, prima di posare lo sguardo su di lei. Quel seno che lui aveva carezzato nudo era coperto dalla stoffa del bikini, e lui voleva scoprirlo. Non poteva farlo lì, davanti ai paparazzi, che non aspettavano altro.

Resistette all’impulso e si limitò a passarle l’olio solare sulle spalle e la schiena, con pochi tocchi delicati.

Gli piaceva il seno di Kate, naturale, senza cicatrici di chirurgia estetica sotto le areole. Le passò le mani sotto le ascelle, un gesto che usava di solito per scoprire i segni degli interventi sul seno. La pelle era intatta. Si fermò per qualche attimo, prima di continuare la lenta esplorazione verso il ventre, ancora un po’ rilassato. Aleksi sorrise fra sé.

Tutto in Kate era morbido e femminile; il suo corpo era ben diverso da quelli modellati in serie delle tante donne che si era portato a letto.

Dopo tutte quelle notti e quei giorni solitari, in cui aveva sognato mille volte di appartenergli, lei si lasciava toccare, si abbandonava al piacere senza più resistenze. Solo allora Aleksi le sfiorò una mano e sottovoce la invitò a entrare in casa.

Lei non si sottrasse.

«Mi farai soffrire» mormorò Kate, quando furono in camera. Ecco, l’aveva detto. «Comunque vada, finirò per soffrire.»

«Adesso voglio solo farti piacere. Ma non innamorarti di me, Kate.» Tra una parola e l’altra, lui la baciava. «Non pensare neanche per un momento che sarà per sempre...» Non suonava come un avvertimento, ma piuttosto come un’implorazione. Kate se ne accorse. Deglutì a vuoto. «Adesso è così» proseguì lui, staccando appena la bocca dalla sua e attirandola di più a sé. «Le parole che ci scambiamo da amanti non valgono per il futuro.»

«Non capisco» bisbigliò lei.

«Quando ti dico che sei bella...» Aleksi le tolse il reggiseno del bikini e si chinò a baciarla. Nell’incavo fra i seni c’erano piccole gocce di sudore, che lui lambì con la lingua. «Quando ti dico che ti voglio, che mi piaci come sei, che ho un disperato bisogno di te...»

Kate s’irrigidì.

«Mi hanno già detto le stesse cose, in passato. Mi hanno stordito di belle parole e poi mi hanno fatto soffrire, Aleksi. Proprio come mi hai promesso di fare tu!»

«Solo se ti illudi che potrà durare» borbottò Aleksi, la testa affondata fra i suoi seni. Come poteva confessarle la verità? Lui correva il rischio di perdere la Maison. Non gli era consentito distrarsi. Doveva concentrarsi sugli affari, e per farlo aveva bisogno di stare da solo. Nel suo futuro non c’era posto per il romanticismo. Un Kolovsky non poteva permettersi sentimentalismi. Si ritrasse, per cercarle lo sguardo. «Incassa quell’assegno» le ricordò, per rincarare la dose. «E in fretta, anche.»

«Come ti permetti!» reagì Kate, allungandogli uno schiaffo.

«Per questo impieghi così tanto?» Lui la fissò, socchiudendo le palpebre. «Non lo incassi perché credi che io ti paghi per il sesso?» Le lacrime di lei furono la sua risposta. «Allora lo farò io per te.»

Aleksi la lasciò lì, attonita, con indosso soltanto lo slip del bikini, a coprirsi il seno con le braccia. Si avvicinò al computer e con poche mosse sulla tastiera sistemò la questione.

«Ecco fatto.»

«Adesso puoi fare sesso con me, ho capito bene?» lo apostrofò lei.

«Adesso possiamo dimenticarci di tutto il resto» tagliò corto Aleksi.

Kate si sottrasse alla bocca che cercava la sua. Lui voleva riprendere il lavoro dove l’aveva lasciato, come se niente fosse! Le aveva appena pagato più denaro in una volta di quanto lei potesse guadagnare in una vita intera, e adesso si aspettava di portarsela a letto!

«Ti ho pagato per la gente, per tenermi per mano e baciarmi in pubblico, per l’invasione nella tua privacy e per la tua compagnia esclusiva nelle prossime settimane.» Lui la sospinse sul letto e le tolse lo slip, mentre Kate cercava ancora di fermarlo. «Adesso che abbiamo tolto di mezzo il denaro, quello che succederà d’ora in poi in camera da letto sarà una nostra libera scelta.»

Come attraverso una nebbia, lo vide togliersi i calzoncini da bagno, poi sentì il corpo forte e muscoloso allungarsi sopra il suo.

Aleksi la baciò con furia per lunghi istanti sospesi nel tempo. Poi si arrestò.

«Dimmi di fermarmi, e ti prometto che non dovrai ripeterlo mai più.» La sua erezione le premeva contro le cosce serrate, il suo corpo la bloccava, la voce era un sussurro caldo vicino alla guancia. «Se non in pubblico, per mantenere la finzione, non ti toccherò con un dito.» Le mordicchiò il lobo, le stuzzicò l’orecchio con la punta della lingua, poi riprese a parlare. «Non ho mai pagato per il sesso, Kate. E non comincerò ora.»

Lei dischiuse appena le gambe, in un movimento involontario.

Aleksi attese ancora di essere fermato, poi la sentì ammorbidirsi, in una calda accettazione, e ricambiare i suoi baci. E si spinse nel caldo rifugio tra le cosce, con un unico affondo.

A Kate sembrò che quel momento si dilatasse. In quel gesto antico eppure nuovo, avvertì la prepotenza del desiderio di Aleksi, la forza e il calore delle sue spinte, la rapidità del respiro, il gemito di piacere. Non si era mai sentita così in intimità con un’altra persona, prima.

Non era mai stata così rabbiosa e disperata e, allo stesso tempo, libera e piena di vita. Gli comunicò tutto questo con il suo corpo caldo e accogliente.

Si avvinghiò a lui, per attirarlo ancora di più dentro di sé; annaspò, quando la calda ondata del godimento crebbe nel suo grembo. Gridò di piacere, ancora e ancora. Non disse niente, perché non c’era bisogno di parole. Fu lui a sussurrarle qualcosa nella sua lingua.

Pronunciava il suo nome in una dolce, tenera cantilena, ed era un uomo del tutto diverso da quello che Kate conosceva.

Per lei fu una completa sorpresa. Delicato e insieme brutale, appassionato, fremente, pieno di fantasia, in quel letto Aleksi risvegliò in lei una parte selvaggia, una donna che gli mordeva la pelle, gli graffiava la schiena, lo teneva inchiodato con le gambe smaniava e si scuoteva, non aveva timore di gridare tutto il suo piacere.

Si persero in un turbinio di sensazioni esaltanti, un affondo dopo l’altro, le labbra divoranti, le membra intrecciate, in un crescendo inarrestabile che culminò in un orgasmo contemporaneo, ansante e stupefatto.

Kate tornò al presente, nella stanza in penombra, e le sfuggì una risata liberatoria, di gola. Come per miracolo, Aleksi si unì alla sua risata, e i secondi si sgranarono lenti, in una dolcissima complicità.

Poi lui rotolò al suo fianco e le chiese a bruciapelo: «Vieni in Inghilterra con me, a trovare Levander?».

Prima di rispondere, Kate voltò la testa per guardarlo. Si accorse che Aleksi fissava il soffitto. Sembrava disinteressato, ma lei comprese che la sua risposta era molto importante per lui.

«Possiamo partire stasera, staremo via al massimo tre giorni» spiegò ancora Aleksi. «Se vuoi portiamo anche Georgie, oppure se preferisci puoi lasciarla con Sophie. Puoi chiedere a tua sorella di trasferirsi qui, se vuole.»

«Va bene, vengo» accettò Kate con tranquillità. Lo amava e voleva stargli vicino. Anche se questo significava prepararsi a una sofferenza futura.

«Non voglio turbare Georgie, però...»

«Ho detto che va bene» ripeté lei, senza alcuno sforzo.

Aleksi borbottò qualcosa che somigliava a un ringraziamento, poi si addormentò di botto.

Era fatto così. Prendere o lasciare.