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Riminic Ivan Kolovsky.
Aleksi inserì il nome in un motore di ricerca, senza risultato.
Non sapeva da che parte cominciare. Sua madre stava controllando i messaggi sul telefonino, e per un attimo gli venne la tentazione di inviarle una mail con il nome di Riminic, solo per vedere come reagiva. Lavinia gli girava intorno, noiosa come una mosca, in cerca di una password che le serviva per visualizzare dei modelli entro sera.
«Ci penserà Kate» borbottò lui, senza alzare gli occhi dal computer. Ripeteva quella frase almeno cento volte al giorno.
Era venerdì pomeriggio, ma nell’aria non si respirava l’euforia del fine settimana. A cinque giorni dall’arrivo di Aleksi, non c’erano ancora state novità degne di nota.
Nessuno aveva ancora parlato di liquidarlo con una buonuscita. E intorno a lui tutti si muovevano come sulle uova.
Tutti, tranne Kate.
Lei aveva capito da tempo che Aleksi avvertiva la paura come uno squalo è solito avvertire l’odore del sangue, e si rifiutava di piegarsi alla sua volontà.
Era l’unico modo per sopravvivere.
«Deve essere tutto pronto per la tua videoconferenza con Belenki alle sei di stasera, e Kate va via alle cinque, per prendere Georgie a scuola» osservò allarmata Lavinia.
«Stai tranquilla, stasera rimango qui» replicò Kate, punta sul vivo.
Aleksi finse di non notare la tensione fra le due donne.
«Hai l’aria stanca» disse a Kate.
E pensare che sono stata quaranta minuti davanti allo specchio!
«Non ho dormito molto» spiegò. «Georgie ha fatto dei brutti sogni...»
«Come sta?»
«Ha qualche problema di adattamento con la scuola, che conto di risolvere presto.»
«Sei andata a vedere la scuola che ti ho indicato?»
«Sì, anche se vorrei non averlo fatto.» Si lasciò sfuggire un sospiro.
«L’offerta è ancora valida, Kate. Puoi lavorare per me a tempo pieno, e io mi occuperò dell’istruzione di Georgie, fino a quando sarà necessario.»
Lei si arrovellava da giorni, ma non era giunta a una decisione.
Sapeva bene che un impegno a tempo pieno come assistente di Aleksi le avrebbe fatto perdere ore preziose con la sua bambina, per non parlare di tutte le recite di fine anno, le merende con gli amichetti e le sfilate di carnevale.
«Georgie starà bene dove si trova» stabilì, soddisfatta di aver finalmente deciso per il meglio.
«Pensaci ancora un po’. Presto tua figlia ne saprà più della maestra!»
«Quando sarà il momento, le troverò una buona scuola superiore.»
«Georgie ha bisogno di giocare con bambini della sua età» insistette lui, in preda alla frustrazione. Non era abituato a veder rifiutare una sua proposta.
«Anche tu e Josef avete avuto insegnanti privati, eppure non ne avete risentito.»
«Non l’ho mai sopportato!» sbottò lui, infastidito al ricordo. «Solo a sedici anni, la cosa ha cominciato a farsi interessante. Mentre Josef studiava per diventare medico, io mi dedicavo a... lezioni di anatomia con la mia professoressa.»
Insofferente a quei discorsi, lei arrossì penosamente e si alzò per allontanarsi.
«Ti ho messo in imbarazzo?»
«Neanche per idea. Starei qui ore ad ascoltare il racconto della tua adolescenza depravata, ma sta per arrivare la principessa per la prova, e devo controllare che sia tutto in ordine.»
«Non può pensarci Lavinia?»
«No, perché io lo so fare meglio» dichiarò Kate con voce quieta.
Sapevano tutt’e due che era la verità.
Un abito esclusivo della Maison Kolovsky, ricamato a mano e confezionato con sete preziose, aveva un valore talmente alto, che le future spose che lo acquistavano venivano comunque trattate come regine. La figlia dello sceicco, come tutte le clienti dell’alta moda, meritava ogni attenzione.
«Sono sicuro che sarai magnifica, come sempre.»
La voce di Aleksi le procurò un sottile turbamento. Fu lei a sottrarsi per prima a quel gioco, per avviarsi al reparto sposa della Maison, che sembrava uscita da un racconto di fate.
Nell’ampia galleria, alle pareti foderate di raso erano appesi abiti, invece che quadri. Abiti da sposa, sontuosi o dall’apparenza quasi monacale, dal bianco al color crema al rosa polvere, di seta ricamata a mano, con lunghi strascichi di tulle e corpetti impreziositi da perle o pietre preziose, fiocchi, pieghe e increspature.
Gli specchi antichi, con le cornici dorate, non erano lì solo per bellezza, servivano per studiare la figura della futura sposa, la sua andatura, le caratteristiche e il portamento, per arrivare alla creazione di un abito da sogno, fatto apposta per esaltare la sua bellezza, esibita o nascosta.
Le clienti del reparto sposa Kolovsky provenivano da ogni parte del mondo, si fermavano a Melbourne per qualche giorno, per mettere a punto i particolari dell’abito, dell’acconciatura e del trucco.
La principessa, giovane figlia dello sceicco Amallah, si esprimeva in un inglese elementare. Come tutte le donne che erano state lì prima di lei, osservava rapita i diademi, le scarpe, i gioielli esposti nelle teche di cristallo.
«Questo. Scelgo questo» disse, indicando l’abito appeso in una teca di cristallo al centro della sala.
«Questo modello non è in vendita» spiegò Kate, con gentilezza. «Questo è l’abito Kolovsky, destinato a una sposa della famiglia.»
Poi la futura sposa venne presa in consegna da stilista, sarta, visagista e parrucchiere, sotto lo sguardo incantato di Kate.
Georgie non aveva mai giocato alla sposa, con un lenzuolo intorno alle spalle o un asciugamano sulla testa, lei sì. Da bambina Kate adorava quel gioco e una volta, davanti a un matrimonio reale in televisione, sognò di essere lei, un giorno, la sposa che avanzava sulla passatoia rossa, bella ed emozionata, in un tripudio di fiori, accompagnata dalla commovente musica dell’organo.
Forse neppure nella sua immaginazione esisteva un abito da sogno come quello... la seta Kolovsky era opalescente, cambiava colore a seconda della donna che la indossava. Sotto lo sguardo di Kate, diventava argentea, dorata, color perla, bianco candido, trasparente. Le perle e le pietre preziose che decoravano il corpetto dell’abito erano nascoste anche nell’orlo, proprio come Ivan e Nina avevano nascosto i loro tesori quando erano fuggiti dalla Russia diretti in Australia.
Quell’abito era destinato a passare da una sposa Kolovsky all’altra, come un dono prezioso, anche se Millie, la moglie di Levander, aveva preferito un abbigliamento più sobrio per la cerimonia.
Annika, la sorella di Aleksi si era sposata accanto al letto d’ospedale, dopo l’incidente.
Ora toccava alla futura moglie di Aleksi, ma le probabilità che lui si sposasse erano ridotte al minimo...
«Sogni a occhi aperti?» Lui le arrivò alle spalle, facendola sobbalzare.
«Niente affatto» mentì Kate con disinvoltura. «Che cosa ci fai qui?»
«Mi accerto che i nostri ospiti ricevano un trattamento degno del loro rango.»
«Sta filando tutto liscio come l’olio» lo rassicurò lei. «Stasera andranno di nuovo a cena con Nina. Ah, ho telefonato anche a tua sorella» aggiunse. «Annika ha accettato di aggiungersi alla compagnia.»
«Il mio ritorno ha messo le cose a posto» ironizzò lui. Sembrava di buonumore, dopo la settimana di ansia che le aveva fatto passare.
«Mi chiedevo... Come mai Millie non si è sposata con l’abito Kolovsky?»
Aleksi socchiuse le palpebre.
«Sai che non posso risponderti. La Maison Kolovsky ha i suoi segreti.»
«E naturalmente i vostri segreti sono meglio di quelli di chiunque altro» replicò Kate, con un’ombra d’impazienza nella voce.
«Di sicuro i nostri segreti sono migliori dei tuoi» la canzonò lui, come faceva sovente.
E Kate scoppiò a piangere. Aleksi non l’aveva vista in lacrime nemmeno una volta, neppure il giorno della nascita di Georgie, quando lei si era sentita sola come non mai...
«Che cosa c’è adesso?» si meravigliò.
«Davvero non lo capisci?» Kate si asciugò gli occhi con le dita.
«Oh!» Di colpo Aleksi sembrò dispiaciuto. «Scusa, non avevo pensato ai nostri ricordi. Non credevo...»
«Non è solo quello!» singhiozzò ancora Kate. «Ne ho passate troppe, negli ultimi mesi.»
«Andiamo a parlare da un’altra parte» suggerì lui, prendendola per un braccio.
Decisero per un caffè intimo e accogliente dall’altra parte della strada.
«A casa Georgie si sveglia dieci volte per notte, alla Maison tua madre non mi risparmia le sue frecciate, il denaro non mi basta mai, e... santo cielo, ho creduto che tu fossi morto!» si sfogò Kate, soffiandosi il naso in un fazzolettino di carta. «Mi ha telefonato Josef, mi ha detto che la prognosi era riservata e che forse non avresti passato la notte!»
«Io mi sono salvato» le fece notare Aleksi, con logica stringente.
«E adesso sei tornato. Eccoti qui, come se niente fosse...»
«Kate.» Lui scosse la testa. Non voleva rivelarle quanto fosse cambiato, e non soltanto nel fisico. Guidava un impero industriale, eppure certe volte non riusciva a ricordare quanti cucchiaini di zucchero metteva nel caffè. Si augurava che fosse soltanto un effetto collaterale degli antidolorifici. «Sto bene» la rassicurò con voce tranquilla.
«So che ti stai riprendendo, però mi meraviglia che nessuno alla Maison consideri quello che hai passato. Stavi per morire!» La voce le si strozzò in gola.
In cuor suo, Aleksi dovette darle ragione. Non si era fermato troppo a riflettere su quello che gli era capitato. Ora, seduto con lei in quel caffè, per la prima volta si rese conto del pericolo che aveva corso e di tutto quello che aveva rischiato di perdere. Un brivido gli scese lungo la schiena.
«Grazie.» Quella parola era decisamente insolita, per lui. Del resto, dalle lamiere della sua auto, la notte di quattro mesi prima era nato un uomo diverso. «Grazie per tutte le tue premure e per il sostegno che mi hai dato. Non mi ero reso conto del trambusto che ho procurato. Ma ora sono di nuovo qui, in forma quasi perfetta.» Lei assentì, sentendosi una sciocca. «E ora...» Aleksi si alzò. «Vado a mostrare al mondo che mi sono ripreso.»
«Sei sicuro?»
«Il vecchio Aleksi è tornato, più bello di prima.» E le rivolse uno di quei sorrisi speciali che la facevano sciogliere.
«Fermiamoci ancora un po’» lo pregò Kate. Sapeva che una volta in ufficio la tenerezza di Aleksi sarebbe scomparsa, a beneficio dell’abituale distacco nei suoi confronti.
«Va bene.» Aleksi tornò a sedersi. «Hai detto che puoi fermarti anche dopo le cinque, vero?»
«Certo. Andrà mia sorella a prendere Georgie.» Deglutì a vuoto. Temeva di risultare sfacciata, ma non riuscì a trattenersi. «Rimarrà da lei per tutto il fine settimana» aggiunse sottovoce.
Aleksi non fece commenti. Forse non l’aveva neanche sentita.
Eppure, quando Georgie dormiva fuori casa, lui di solito veniva a trovarla.
Kate scacciò quel pensiero e si dedicò ai modelli da mostrare in videoconferenza a Belenki.
Molto più tardi, quando Aleksi uscì dall’ufficio con una faccia scura come un temporale, Kate lo informò che aveva prenotato il tavolo migliore al casinò per lui e la sua accompagnatrice.
Alla fine di una giornata interminabile, lei prese la borsetta, pronta ad andarsene. Aleksi prese nota dell’informazione, pronto a entrare nel vivo della vita notturna.
Lo smoking gli stava d’incanto.
«Allora passa una buona serata» gli augurò.
«Anche tu. Che cosa farai?»
«Un bagno caldo e subito a letto.» Kate sorrise. «O magari vado a ballare, chissà!»
«Bene. Stasera non hai Georgie, allora.»
«No.» Erano davanti agli ascensori. Lei si concentrò sulla pulsantiera, per non fargli vedere che era arrossita. «Ci vediamo lunedì.»
«Bene.»
Non faceva che ripetersi, come un pappagallo.
Kate non voleva vederlo prima di lunedì.
L’aveva congedato.
Aleksi la vide soffocare uno sbadiglio, prima di salire in ascensore, e per un pericoloso momento la immaginò nuda dentro la vasca, appena coperta dalla schiuma, a rilassarsi dopo quella settimana di fuoco.
Per lui la notte era ancora piccola.
Era stanco, ma bloccò quel pensiero.
Era dolorante, ma si rifiutò di prendere altre pillole. Erano quelle a togliergli lucidità.
In ascensore, non ricordò subito a che piano doveva scendere. Terreno... no, Reception. Gli era già capitato, quella settimana. Spesso la memoria gli faceva brutti scherzi. Spesso la mente lo tradiva.
Scacciò di nuovo l’inquietudine, si ravviò i capelli, e raddrizzò la schiena.
Nessuno doveva saperlo.
Nemmeno Kate.
«Buonanotte, signor Kolovsky.»
Questa volta lui rispose al saluto. Scese i gradini, stringendo i denti, e scivolò nell’auto che lo aspettava fuori.
Quella sera avrebbe fatto vedere al mondo che era tornato.
Avrebbe messo a tacere tutte le chiacchiere sul suo conto.
Baciò con trasporto la donna che lo aspettava. Erano usciti un paio di volte prima dell’incidente, e lei fece le fusa, stringendosi ad Aleksi, nel tragitto verso il casinò.
«È bello tornare a casa.» Aleksi la baciò di nuovo, ma solo perché era più comodo che parlare.
Più comodo che confessarle che non ricordava neanche il suo nome.