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La gamba fratturata non gli faceva male come avevano previsto i medici.

A quattro mesi dal pauroso incidente d’auto che gli era quasi costato la vita, Aleksi faceva esercizio sulla spiaggia dei Caraibi, dove si era rifugiato, per sfuggire al clamore. Camminava adagio, sulla sabbia calda, ma senza stampelle.

Il medico gli aveva suggerito due sessioni al giorno da quindici minuti di esercizi molto impegnativi e anche dolorosi.

Lui si stava esercitando da quasi tre ore, e non era ancora mezzogiorno.

La sua forza di carattere gli era venuta in aiuto anche questa volta.

Già da bambino aveva imparato a sopportare il dolore fisico senza lamentarsi, nel chiuso della sua stanza. Non si confidava con nessuno. Neppure con il suo gemello.

Josef. Al pensiero del gemello, Aleksi fece un sorriso amaro. La sera prima aveva visto in televisione un programma sul legame telepatico che si sviluppa fra i gemelli. In realtà aveva prestato poca attenzione, distratto dalle labbra della ragazza di turno, una bruna tutta curve che si prodigava per il suo piacere. Lui aveva raggiunto l’eccitazione senza fatica, ma in maniera meccanica, al limite della noia.

Dal giorno dell’incidente la sua inclinazione per il sesso si era attenuata. Era come se rischiare la vita gli avesse dato una nuova prospettiva sulle sue priorità.

La sera prima aveva portato comunque a termine il suo dovere.

Dopotutto, aveva una reputazione da difendere.

Aleksi tornò al presente. Il sole era forte, gli batteva sulle spalle abbronzate. Il suo corpo era ben allenato, con i muscoli forti e compatti, ma i postumi dell’incidente non si erano ancora risolti, e le ferite cominciavano a dolere.

Non soltanto le ferite fisiche.

Per scacciare i pensieri sinistri, Aleksi entrò in acqua e si mise a nuotare con lente bracciate. Chissà se Josef, che collaborava con Emergency in Australia, condivideva il suo malessere? Chissà se intuiva i tormenti che si agitavano nel suo animo?

Lui ne dubitava.

Dov’era il legame telepatico fra gemelli, quando a sette anni suo padre l’aveva pestato a sangue, per costringerlo al silenzio?

Dov’era finita la simbiosi tra loro, quando una settimana più tardi a Josef era stato permesso di vederlo in quelle condizioni?

«Povero Aleksi, sei caduto...» aveva commentato il gemello in russo, perché fra loro i Kolovsky comunicavano solo in quella lingua. «Il papà ha detto che per consolarti ti compra una bicicletta nuova» aveva aggiunto tutto allegro, sedendosi sul letto.

Lui aveva ricacciato in gola le lacrime, sotto il severo sguardo di avvertimento della madre.

«Che bello» si era limitato a mormorare.

Non c’era nessun legame speciale, fra lui e il suo gemello.

Nella vita, gli toccava cavarsela da solo, ormai lo sapeva.

Spossato, Aleksi si mise a nuotare verso riva.

Riminic, Riminic, Riminic.

Persino i gabbiani lo irridevano, ripetendo quel nome.

Un fratello del quale aveva rinnegato l’esistenza.

Un fratello che aveva scelto di dimenticare.

E che continuava a tornargli in mente.

Quando in pochi minuti arrivò al lussuoso bungalow nascosto tra le palme, Aleksi era esausto. Rifiutò le pillole che l’infermiera gli porgeva, disse di no alle sue attenzioni particolari e le chiese di lasciarlo riposare fino a sera.

Nella penombra della camera, si sdraiò fra le lenzuola di seta, con il ventilatore sul soffitto che rinfrescava il suo corpo affaticato e il sangue che pareva di ghiaccio.

Quando più tardi il telefono squillò, Aleksi rispose solo perché la chiamata arrivava da Kate, che da un anno era diventata la sua assistente personale.

Il tempo era passato in fretta, da quella sua prima visita al reparto maternità. Ora Georgie aveva cinque anni e andava già a scuola.

Era anche per sfuggire all’emozione inspiegabile che quella donna gli procurava, non solo per evitare la pubblicità, che lui si era rifugiato nelle Indie Occidentali per riprendersi dall’incidente.

In qualità di sua assistente personale, lei lo teneva aggiornato sulle vicende che si svolgevano in ufficio, a Melbourne.

«Ti ho chiamato per avvertirti di una cosa...» esordì Kate, con voce cauta. «Sai che tuo fratello Levander e sua moglie Millie in questo periodo sono in Russia, per conoscere finalmente il loro bambino adottivo...» Si interruppe per qualche istante, prima di aggiungere tutto d’un fiato: «Ho sentito Nina annunciare tutta fiera che ora sarà lei a mandare avanti la Maison Kolovsky. Mi spiace».

«Levander non glielo permetterà mai» proruppe Aleksi. Poi si morse il labbro. Forse si sbagliava. Il suo fratellastro aveva avuto un’infanzia difficile. Era cresciuto a Detsky Dom, un orfanotrofio dalla fama sinistra. Ivan non lo aveva riconosciuto subito. Solo quando ormai aveva dieci anni, l’aveva portato a vivere con loro. Dopo la morte del padre, due anni prima, Levander si era dedicato sempre di più alla moglie e alla causa di adozione, e aveva ridimensionato il suo rapporto con la Maison Kolovsky.

«Nina ha dei progetti grandiosi, per aumentare i guadagni della Maison» gli spiegò ancora Kate. «Figurati che ha deciso di accettare una proposta di Zakahr Belenki.»

A dispetto del caldo nella stanza, a quel nome lui si sentì gelare.

«Che genere di proposta?»

«Stanno pensando a un nuovo progetto, la vendita di abiti da sposa negli empori Krasavitsa, con una percentuale da devolvere all’associazione benefica di Belenki...»

Aleksi non aveva bisogno di ascoltare altro. Il cuore gli batteva all’impazzata. Quell’accordo era una sua creatura, l’idea era venuta a lui molto tempo prima, aspettava solo di realizzarla.

E l’intrusione in quel progetto di Zakahr Belenki aveva il potere di turbarlo, al di là di ogni giustificazione.

Brandelli di pensieri, ricordi confusi e immagini sfuocate si mescolavano nella sua mente. Il mecenate aveva vissuto a Detsky Dom, lo stesso orfanotrofio di Levander, e amava ripetere che quell’esperienza lo aveva salvato dalla strada... Sembrava un tipo a posto, eppure in lui c’era qualcosa che glielo rendeva insopportabile.

«Adesso vive in Australia?» le domandò, con voce incerta.

«No, però si sente al telefono con Nina tutti i giorni» gli rispose Kate.

«Lei non può reggere la Maison da sola!» protestò Aleksi

«Non c’è alternativa, finché tuo fratello non torna.»

«Io!» proclamò lui. «Io sono l’alternativa. Lunedì torno in ufficio.»

«Aleksi!» esclamò Kate esasperata. «Ti ho chiamato solo perché mi hai fatto promettere di tenerti informato. Non puoi tornare, è troppo presto. Ascolta...» Kate abbassò la voce. A lui parve di vederla, la fronte aggrottata, mentre si arrotolava una ciocca sull’indice, in cerca di una soluzione. Il tono musicale delle sue parole aveva come sempre il potere di tranquillizzarlo e al tempo stesso gli procurava una emozione profonda. «Posso telefonarti ogni giorno...» Il corpo di Aleksi reagì con un’improvvisa e inaspettata eccitazione, che lo fece trasalire. «Mi senti?»

«Vai avanti.»

«Posso chiamarti, per tenerti aggiornato. Ti racconterò ogni minimo particolare, e tu mi dirai quello che devo fare.»

Aleksi chiuse gli occhi e respirò a fondo. Quanto avrebbe voluto dimenticare la Maison e abbandonarsi alla suggestione di quegli istanti!

«Kate...» annaspò, pieno di desiderio. La voleva lì, subito. La voleva come non aveva mai voluto nessuna. Solo lei poteva placare la vampa dei sensi. Solo lei... Aleksi si sforzò di controllarsi. «Sarò in ufficio lunedì prossimo. Non farne parola con nessuno, mi raccomando.»

«Bene. Vuoi che organizzi il...»

«Ti ringrazio, ma non ce n’è bisogno» la interruppe Aleksi, preoccupato di chiudere in fretta quella comunicazione.

Conclusa la telefonata, accese di malavoglia il computer, per studiare la situazione della Maison Kolovsky, che non era mai parsa così ingarbugliata. Si soffermò su una foto di famiglia: suo padre Ivan, che ormai non c’era più, sua madre Nina severa e capricciosa, Levander, il fratellastro, abbandonato dal padre in un orfanotrofio e recuperato anni più tardi. Josef, il gemello di Aleksi, chirurgo d’emergenza, e Annika, sua sorella.

Infine si concesse di indugiare nel ricordo di Kate Taylor.

Rivide il suo viso arrotondato, così facile al sorriso e al rossore, incorniciato dalla massa dei capelli scuri, immaginò di seguire le forme piene del suo corpo, di sentire sotto le dita la seta della sua pelle...

Doveva essere impazzito.

Non doveva pensare a lei in quei termini.

C’erano tante donne pronte ad accontentarlo!

Kate era una donna seria e responsabile, con la testa sulle spalle. Una donna concreta, dedita alla sua bambina e al suo lavoro, si ripeté, come per convincere se stesso.

Fatica sprecata. Lui continuava a immaginarla sotto di sé, sognava di dilungarsi in una sensuale esplorazione, di accarezzare a lungo il suo corpo dalle forme piene, di mettere le mani a coppa su quei seni abbondanti, chiudere le labbra sui capezzoli rosei, facendoli inturgidire...

Aveva a disposizione le donne più belle ed eleganti, che facevano a gara per mostrarsi al suo fianco, poteva sceglierne una diversa ogni settimana, senza alcuno sforzo.

E lui non vedeva l’ora di ritrovarsi di nuovo davanti a Kate, il lunedì successivo.

Provò ad attribuire la colpa all’incidente, con scarsi risultati.

«Aleksi? Come stai?» La voce dell’infermiera non gli era mai sembrata così stridula. E pensare che l’aveva scelta anche per i suoi trascorsi da miss Oceano e per i suoi modi sensuali! «Hai bisogno di qualcosa?» aggiunse lei, socchiudendo appena la porta.

«Non voglio essere disturbato per nessun motivo» borbottò lui, senza neppure voltarsi.

Quando la porta venne richiusa con riluttanza, Aleksi spense il computer e restò a occhi chiusi, nell’oscurità, sperando di prendere sonno.

Poi ci rinunciò.

Solo per quella volta poteva abbandonarsi a fantasticherie proibite su Kate, si disse.

Per quella volta soltanto.

Quello sarebbe stato il suo segreto.

E intanto allungava la mano per toccarsi, nella solitudine della sua stanza, con il tonfo cadenzato delle onde che si rincorrevano poco lontano e la visione del corpo di Kate a fargli compagnia.