2
Mi svegliarono degli spari. Aprii gli occhi: il sole era alto. Dovevo aver dormito a lungo, a giudicare dal calore dei suoi raggi.
Ancora degli spari. Ne contai sei, seguiti da una lunga pausa. Qualcuno stava sparando con la pistola. Voci allegre che si confondevano tra loro giunsero alle mie orecchie. Era un’ora ben strana, a quel che potevo giudicare, per cominciare a celebrare il Quattro Luglio.
Scivolai fuori dal letto e andai alla finestra. A un’ottantina di metri dalla facciata posteriore della casa c’era il campo di tennis. Non ci stava giocando nessuno, sebbene Hertha e Eliot Hacker avessero sotto il braccio la rac-chetta. Giocare con quel caldo sarebbe stato un suicidio.
Quasi sotto la mia finestra, un gruppo di persone era raccolto intorno a Monty Wilson. Uno spettacolo abbastanza consueto quello di uomini e donne che facevano grappolo ridendo intorno al suo metro e ottantacinque di muscoli ben sistemati. Di insolito, quella volta, c’era la pistola che egli teneva in pugno, invece di un bicchiere di whisky e soda. Il suo volto ab-bronzato, con lineamenti troppo pronunciati per essere belli, era teso e concentrato, mentre puntava la pistola contro una panca di betulla a una decina di metri di distanza. Premette il grilletto. Qualcosa saltò via dallo schienale della panchina. Notai che una mezza dozzina di noci erano alli-neate sullo schienale.
Gli spettatori applaudirono. Monty agitò la pistola con un gesto di sufficienza. «Fortuna» commentò. «Rick potrebbe riuscirci anche ad occhi bendati.»
La pistola era mia: una 357 Magnum speciale, con le mie iniziali sul calcio di noce. Tenevo a quella pistola più che a tutte le altre che possedevo.
Monty doveva essere andato a frugare nel cassetto della mia scrivania.
Mi sarei seccato se lo avesse fatto qualche altro. Ma per Monty Wilson facevo un’eccezione. Per anni ci eravamo divisi camicie, pantaloni, cravat-te e automobili: le mie, per lo più, dal momento che Monty non aveva avuto la benedizione di uno zio e una zia ricchi.
Monty Wilson ed Hertha si erano innamorati il giorno stesso in cui lo avevo accompagnato a casa per un week-end, negli anni verdi in cui anda-vamo a scuola. Quando si laureò, tutti davano per certo che si sarebbero sposati non appena lui fosse riuscito ad arraffare un reddito ragionevole. E
non ci si aspettava che gli sarebbe occorso molto tempo. A scuola era un vero cannone: un campione di rugby, un genio nello scrivere e una buona mano nell’usare pennelli e colori.
Forse se Hertha avesse avuto meno denaro ed egli non avesse considerato essenziale avvicinarsi almeno con il suo guadagno al livello della rendita di lei, avrebbe trovato posti buoni. Il guaio fu che egli mirò alle stelle, prima come artista, poi come scrittore di novelle. Puntò a traguardi ecces-sivi e troppo in fretta. E quando, dopo qualche anno, il successo fu solo mediocre, il coraggio cominciò a venirgli meno. Beveva troppo e aspettava Dio sa che; finché, ora, lei stava per sposarsi con Hacker.
Monty si stava preparando a sparare ancora. Prese la mira un paio di volte, si rilassò, puntò ancora l’arma. Poi sparò. La pallottola sollevò una nu-voletta di terra una ventina di metri oltre la panchina.
«Se Rick mi vedesse ora» esclamò sorridendo «mi prenderebbe a sculaccioni. Con tutta la fatica che ha fatto per insegnarmi a tenere in mano questi aggeggi. Ha avuto miglior fortuna con te, Hertha. Prova tu.»
La ragazza se ne stava in piedi a poca distanza, con la mano infilata sotto il braccio di Eliot, e mi parve di scorgere una piega amara nella bocca di Monty, mentre le tendeva l’arma. Lei la prese e sparò due volte: il secondo colpo colpì lo schienale. Un buon tiro.
Anche gli altri, dopo di lei, vollero provare. C’era anche Blythe Amster, piccola ed esile, in calzoncini e maglietta sportiva. Il suo ragazzo, Kit, evi-tava accuratamente di starle vicino; quando fu il suo turno mirò alle noci come se fossero dei potenziali rivali che gli contendessero il cuore di Blythe. Le sbagliò di un chilometro.
La bionda che occupava la mia stanza era là in mezzo agli altri con addosso due pezzetti di stoffa che dovevano essere considerati un costume da. bagno. Sembrava sapesse come si maneggiano le armi, e infatti riuscì a far volare via una noce.
C’erano, infine, un uomo e una donna che non avevo mai visto prima. La ragazza rideva come una pazza e per poco non colpì Eliot che se ne stava a una buona distanza dal bersaglio. L’uomo sparò dopo di lei e andò abbastanza vicino.
Non potei resistere alla tentazione di fare una clamorosa entrata in scena.
Frugai nella valigia finché non trovai la 22 Woodsman automatica che avevo portato con me a Hollywood. Ci infilai un caricatore con dieci colpi e mi inginocchiai dietro la finestra. Appoggiai il polso al davanzale e tra-guardai nel mirino. Mi presi tutto il tempo necessario, perché volevo che i colpi fossero buoni. Premetti sei volte il grilletto: e quando guardai il risultato, constatai che le noci erano scomparse. Dato l’angolo e la distanza, non potevo lamentarmi.
Tutte le teste si voltarono verso di me. Monty agitò le braccia nella mia direzione. «Ecco come va fatto. Ciao, Rick.»
Mi misi a ridere e ritirai il capo dentro la stanza.
Qualcuno bussò alla porta. Aprii ed entrò zia Susan. «Richard» esclamò, baciandomi più volte. Poi mi guardò attentamente. «Sei dimagrito» sen-tenziò. «Non ti prendi abbastanza cura di te.»
«Sono troppo occupato a divertirmi. Tu, invece, sembri in ottima forma, zia Susan.»
Ero rimasto immediatamente colpito dal fatto che sembrava più giovane di quanto fosse in realtà. Le sue guance avevano uno splendore che nessun rossetto avrebbe potuto procurarle e c’era una luce di desiderio nei suoi occhi. Segno inconfondibile dell’amore. Nessuno avrebbe potuto dire che fosse la madre di Hertha, se non per gli stessi capelli color miele che ella, più modestamente di sua figlia, portava raccolti sulla nuca. Aveva i lineamenti minuti, adatti per questa pettinatura. Avevo sempre pensato che fosse più bella di Hertha e di un mucchio di altre ragazze attraenti e molto più giovani di lei.
Mi sedette a fianco, sul letto disfatto.
«Congratulazioni» cominciai.
«Te lo ha detto Hertha?» mi chiese, guardandomi con quella luce negli occhi che non le avevo mai visto prima. «Spero che non ti ci metterai anche tu, adesso, a rendermi più difficile la cosa.»
«Io ti auguro tutta la felicità di questo mondo.»
«Grover è davvero un uomo magnifico. Hertha sostiene che mi sposa per i miei soldi» aggiunse facendo una specie di broncio. «Non è molto lusin-ghiero, ti pare? Perché mai un uomo non dovrebbe amarmi per me stessa?»
«Mi sembra che sarebbe abbastanza facile.»
«Sei sempre galante, Richard» disse chinandosi in avanti, con gli occhi a terra. «Mi sento come se cominciassi a vivere ora. Può sembrare un luogo comune, non ti pare? Eppure è la verità. Con Howard non è che sia stata infelice, ma…»
«Lo so, zia.»
«Voi giovani siete gelosi, quando chi è sopra i quaranta si innamora.
Hertha, almeno.»
«Non è questo» protestai. «Hertha vuole che tu sia felice. E teme che tu possa commettere uno sbaglio.»
«Potrebbe sbagliare anche lei, sposando Eliot, o un altro. La razza umana scomparirebbe se non si arrischiasse, qualche volta. E lei ha torto mar-cio su Grover. Tra l’altro, credo che sia più ricco di me. È un grande avvocato di New York, sai.»
«Ne sei certa?»
«Me lo ha detto lui.»
«Oh!»
«Il matrimonio sarà fatto alla buona, senza cerimonie» proseguì zia Susan. «Lo faremo qui e inviteremo soltanto i nostri amici più cari e i parenti.
Non abbiamo ancora fissato la data, ma non c’è ragione perché non ci spo-siamo tra poche settimane. Sono certa che tu e Grover andrete d’accordo.
Ed Hertha incomincerà ad apprezzarlo, quando lo conoscerà meglio.»
«Che cosa sai di lui?»
«Mi ha detto tutto lui della sua vita. Naturalmente non è un angelo. Non puoi aspettartelo da un uomo, specialmente quando è un bell’uomo; ricco e scapolo.»
Insomma, desidero che ti piaccia.
«Me lo auguro di tutto cuore.»
«Oh, vedrai che ti piacerà. Piace a tutti. Ora devo correre via.»
La porta si richiuse alle sue spalle, e cominciai a vestirmi.
Quando scesi in sala da pranzo, questa era vuota. C’era solo Olive, la cameriera. Era una donna scarna che, anni fa, era stata assunta dalla zia Susan anche in virtù della sua mancanza di avvenenza. Una precauzione, questa, dettata dalla mia presenza nella casa. La zia era disposta ad ammettere che non ero un tipo capace di mettersi con le cameriere (quanto a me, non ne èro del tutto certo), ma non aveva ritenuto saggio lasciarmi vagare attorno la tentazione.
La colazione, come il solito, era ottima sino al caffè. Ne presi un sorso di assaggio e mi fermai. Olive era rimasta a guardarmi, in attesa di quel momento.
«Non imparerà mai» feci sconsolato. «Che ne dici di andare a prenderne una buona tazza assieme?»
Il suo viso familiare si illuminò. Portai io stesso la tazza e il piattino in cucina. «Salve, Marie» salutai, e rovesciai con cura la brodaglia nell’ac-quaio.
Era una specie di rito che osservavo da sette, otto anni, nella speranza che Marie si sarebbe convinta che il caffè era fatto per essere bevuto dagli uomini. Era una battaglia perduta, però, dato che Marie, per altro un’ammirevole cuoca, si era fatta uno scrupolo di non apprendere niente, dopo il suo arrivo dalla Francia; e così era incapace di fare una tazza di caffè bevi-bile. Ed era un motivo di orgoglio per lei non imparare; arrivo a pensare che ne facesse una questione di principio.
Il suo viso tozzo aveva cominciato ad aprirsi in un sorriso per darmi il benvenuto, quando ero entrato in cucina. Ora mise fuori una smorfia piena di risentimento e se la batté, agitando con rabbia i suoi fianchi enormi.
Preparai due tazze di caffè e ne versai una per Olive e una per me. Be-vemmo seduti alla tavola della cucina. Lo zio Howard, di solito, protestava perché diceva che davo troppa confidenza alla servitù; ma questa era solo una delle questioni di ordine sociale sulle quali le nostre idee divergevano.
«Così, zia Susan si prende un marito» cominciai.
Gli occhi di Olive scintillarono. «È meraviglioso, non è vero? È un così bell’uomo.»
«Davvero, Olive? Sai che puoi essere franca con me.»
Scrollò il capo vigorosamente. «Non è una ragione per farmi dire un’altra cosa. Ho visto ogni sorta dì gente venire qui, e questo è un bell’uomo.»
«E gli altri ospiti?» chiesi ancora.
I suoi occhi assunsero un’espressione estatica per la possibilità che le si offriva di versare il sacco. Hertha la chiamava l’Araldo di Birch Manor.
Prima, però, doveva fare le sue proteste.
«Otto ospiti» sospirò. «E solo due sposati, così che ci vogliono sette stanze. Con voi, la “signoro” e la signorina fanno dieci camere.»
Per amor di chiarezza, dirò che, nel gergo di Olive, “signoro” era zia Susan, signorina era Hertha e io ero il “signore”, quando non si rivolgeva direttamente a me. Finché mio zio Howard era rimasto in vita, questo titolo spettava a lui e io ero sistemato con il qualificativo di “signorino”. Alla sua morte, ero stato elevato al suo grado, senza più diminutivi, e lo zio Howard era diventato il signor Howard Train. Gli ospiti e i morti avevano diritto per lei ai loro nomi completi. Il suo metodo era rigido come il sistema dei titoli nobiliari inglesi.
«Gli ospiti» le ricordai.
«Ah, sì. C’è il signor Grover Kahle nella stanza del signor Howard Train. Sapete come ha conosciuto la “signoro”? Lei aveva bucato una gomma…»
«Ne sono al corrente, Olive.»
«Poi c’è il signor Eliot Hacker» proseguì chinandosi verso di me. «Penso che stavolta, con questo, sia una cosa davvero seria. E, sapete, il signor Monty Wilson è arrivato ieri. Potete immaginarvi come si è sentita la signorina. Dovunque vadano lei e il signor Hacker, il signor Wilson li guarda con degli occhi addolorati e tristi, e non fa che bere.» Sospirò. «Era così simpatico. Ero sicura che lui e la signorina…»
«E gli altri?»
«Be’, ci sono il signore e la signora Roscoe Lucas. Gente invitata dalla
“signoro”» . Lui si cambia d’abito ogni volta che esce dalla sua stanza. Lei è un tipo tranquillo; Nadine, si chiama. Poi c’è la bionda che è stata messa in camera vostra. Bionda, sì! Non è stata sempre cosi, si capisce. Si chiama signorina Flo Gilbert. Non Florence, Flo. La “signoro” l’ha chiamata Florence, ma lei ha detto di no, che il suo nome era Flo, e nient’altro.
«Perché l’avete messa in camera mia?»
«La signorina ha detto che forse non sareste arrivato e non c’era altra stanza, eccetto l’attico. Per la verità, se fosse stato per me…»
«Non importa, Olive.»
«Be’, il fatto è che penso non sia stato giusto prendervi la vostra stanza.
Oh, bene! Poi c’è una coppia di giovani non ancora sposati; lei però ha un grosso anello con un brillante. Si chiama signorina Blythe Amster. Ma la conoscete già. Amica della signorina. È già stata qui prima.»
«Mai quando c’ero io.»
«È molto graziosa. Il suo uomo è il signor Kit Sheehan. Ha un viso buf-fo, ma sono terribilmente innamorati. Vediamo; credo sia tutto. Se viene qualche altro, non so dove lo metteremo.»
Qualcuno stava muovendosi in sala da pranzo. Olive si alzò di scatto e corse alla porta. La seguii. La strana coppia che avevo visto in mezzo agli altri, sul retro della casa, era seduta a tavola. L’uomo si alzò, quando entrai.
«Siete Rick Train, non è vero?» disse. «Grandi tiri, quelli dalla finestra.
Mi sa che ci abbiate umiliato tutti.»
«Ba’, dopo tutto, sono quasi un esperto.»
«Direi che ne avete dato le prove. A proposito, non siamo stati ancora presentati. Sono Roscoe Lucas e questa è mia moglie, Nadine.»
Doveva avere press’a poco la mia età; era biondo, con la pelle chiara e labbra molto rosse. Indossava uno di quei brillanti abiti sportivi, dei quali si fa una generosa pubblicità, ma che ben pochi si azzarderebbero a mettere. Sua moglie aveva dei lineamenti piacevoli: ed era tutto. Il che può anche essere molto, non dico. Tutto sta a vedere che cosa si cerchi in una donna. Quando si disse lieta della conoscenza, lo fece con una voce stridula e infantile.
Dibattemmo insieme il fondamentale argomento di quanto potevamo dirci fortunati ad avere un tempo così bello per il Quattro Luglio; poi Olive portò il loro succo d’arancia e io riuscii a sganciarmi.
Kit Sheehan era seduto sul dondolo sotto il porticato. Per un istante mi venne fatto di chiedermi se avesse passato la notte là, dopo il bisticcio con Blythe Amster; ma potei subito escluderlo, dal momento che era accuratamente sbarbato e portava calzoncini da bagno e una camicia di maglia.
«Buon giorno» gli dissi.
Aveva un corpo robusto e il viso grosso sormontato da un ciuffo spetti-nato di capelli rossi. Sotto la bocca dalle labbra sottili, gli veniva in fuori il mento pronunciato.
Mi guardò gravemente e scosse il capo. Poi lasciò ricadere la testa, come se meditasse; infine, si capì che era faticosamente arrivato a una decisione.
Si tirò in piedi.
«State alla larga da Blythe» fece.
«Come?» chiesi, aggrottando la fronte.
«Non fate lo stupido. So che Blythe è scesa al lago perché aveva un ap-puntamento con voi. Credete di farmi fesso con la pretesa che non vi conoscevate? Blythe è amica di Hertha e viene qui spesso. Ho sentito le vostre voci sul molo.»
«Allora, voi siete un tipo così, vero?» replicai. «Sempre appiccicato alle sue sottane! Ad ogni modo, negli ultimi anni non sono stato qui molto spesso e non l’ho mai incontrata prima, del che, devo ammettere, posso imprecare alla mia sfortuna.»
La destra gli si contrasse, formando un pugno minaccioso. Sentii una certa pena per lui; in tutta la sua vita non sarebbe mai stato completamente felice con una donna.
«Vi avverto. Statele alla larga.»
Dopo tutto, quello che potevo fare era sorridergli e andarmene.
Monty Wilson e Flo Gilbert stavano svoltando l’angolo della casa. Egli aveva la mia pistola e una scatola di cartucce.
«Chi ruba l’onore a Rick, non gli porta via nulla; ma si provi a toccare una delle sue pistole, e ci gioca la testa» fece Monty vedendomi. «Scusa-mi, Rick. Potrai mai perdonarmi? Ho cercato di mostrare a questo pezzo di ragazza la mia abilità come tiratore, e ho finito, a mio scorno, per esibire la mia catastrofe a una platea prontamente raccolta per assistervi.»
«Dovevi mostrarle come sai lanciare un pallone, o come sai ispirarti alla sua figura per un disegno a carboncino.»
«Evita» replicò Monty con una smorfia «di farle sapere che sta facendo l’occhietto a un fantasma. Quello che dici era vero in un passato morto da tempo.»
Flo gorgogliò un risolino. Le parole di lui non dovevano avere alcun senso per lei, tuttavia ella era perfettamente allenata a reagire opportuna-tamente ad ogni cosa che sentiva detta per galanteria.
«Per quello, siete il più bel fantasma che abbia mai visto.»
«Aspettate a dirlo quando mi avrete veduto in costume da bagno» fece lui. «State qui, immagine della voluttà, fino a quando non mi sarò tolto i pantaloni.» Mi mise in mano la pistola e i proiettili e se ne andò. Noi rimanemmo a guardare la sua figura slanciata che entrava in casa.
«È un fusto» osservò Flo.
Eravamo alle solite. Stavo proprio considerando la possibilità di utiliz-zarla come svago per il week-end, ed ecco Monty che, come sempre, mi aveva preceduto. «Fusto è la parola» brontolai. Del resto, anche con cento bionde a disposizione, Monty avrebbe continuato ad essere fedele a Hertha. Ma perché non si decideva a sopportare il suo cuore infranto come tutti gli esseri umani normali e a lasciare il campo libero per me?
«Mi dispiace di avervi portato via la stanza» disse Flo.
«Non è stata colpa vostra.»
«È vero.»
La ragazza sorrise. Ma non per me. Stava guardando qualche cosa che era alle mie spalle. Mi voltai.
Zia Susan stava avvicinandosi, lungo il sentiero che proveniva dal lago.
L’uomo che era con lei era ancora vestito di bianco. Solo che ora portava un completo da spiaggia bianco e scarpe bianche di tela.
«Ti abbiamo cercato dappertutto, Richard» cominciò zia Susan. «Voglio presentarti Grover Kahle. Grover, questo è mio nipote, di cui vi ho parlato tanto.»
Quello non batté ciglio. «Desideravo molto conoscervi» mi disse con un sorriso accattivante, e mi tese la mano.
Io tenevo la pistola in una mano e la scatola dei proiettili nell’altra. Tra-sferii l’arma nella sinistra e gli diedi la mano.
«Vi ho visto già ieri sera» gli dissi con una certa durezza «al “Goldie’s Haven”.»
«Ma no? Bene.»
La sera prima mi aveva sentito dire a Willie Arnold il mio nome; questo doveva averlo preparato alla scena. Si stava comportando molto bene, con gli occhi che mi guardavano in espressione amichevole, attraverso gli occhiali non cerchiati, e un sorriso al quale non era facile resistere.
Dove sarebbe andata a finire zia Susan, mi chiedevo, con quell’uomo che era un amico di Willie Arnold, gangster ricercato dalla polizia di New York per un paio di omicidii?
Grover Kahle stava osservando la mia pistola. «Susan mi ha detto che siete una specie di campione di tiro a segno» osservò.
Non mi perdetti in spiegazioni. «Sparo solo per divertirmi» ribattei «non per ragioni di affari, come qualcuno dei vostri amici.»
Assunse l’aspetto di una persona sorpresa. «Temo di non capire quello che dite.»
Mi strinsi nelle spalle. Kit Sheehan ci stava guardando entrambi e Flo aveva uno strano sorriso sulle labbra. Zia Susan aveva l’imbarazzo e l’infe-licità dipinti in volto. Accidenti! Non potevo dir tutto in pubblico.
«Vi preparerò un cifrario» conclusi allontanandomi.