DARKO DUKOVSKI
Le foibe istriane 1943

Prima dell’8 settembre 1943, nel territorio istriano non esisteva alcuna formazione militare organizzata di partigiani in grado di condurre azioni significative contro l’esercito italiano. C’era soltanto, fino al termine del 1942, il cosiddetto Gruppo di Raspor che cercava di diffondere gli ideali del Movimento di Liberazione popolare, ma soltanto nelle zone settentrionali dell’Istria.

Per quanto questi sforzi fossero in apparenza poco fruttuosi, nei giorni che precedettero l’armistizio dell’Italia, l’Istria ribolliva in attesa dello storico evento. In molte località gli attivisti e gli appartenenti al Movimento attuarono sabotaggi, spesso in modo piuttosto improvvisato, tagliando ad esempio i pali dell’elettricità, sicché la linea telefonica Trieste-Pola risultava continuamente interrotta, e usandoli per bloccare le strade e le linee ferroviarie. Impavidi, i contadini portavano via i fili elettrici che poi riutilizzavano in un bagno di acido solforico per preparare il solfato di rame per i loro vigneti. In quest’attesa di libertà la generale euforia si trasformava talvolta in anarchia difficile da controllare.

I pochi comunisti croati presenti sul territorio, appena una decina, rendendosi conto delle difficoltà che li attendevano a causa di tale stato d’animo della popolazione, erano piuttosto preoccupati. Nella relazione del Comitato provvisorio del Partito comunista per il Litorale croato, datata 3 settembre 1943, si possono leggere questi passi pieni di timore e smarrimento:

Il Movimento ci sta sovrastando. Le masse si avvicinano a noi e noi ci perdiamo in esse. L’Istria è un terreno enorme [...] i nostri quadri, gli operatori politici, sono numericamente sotto il minimo necessario. Ci espandiamo sempre di più e ci chiediamo seriamente se potremo essere e rimanere a capo delle masse927.

La notizia dell’armistizio si diffuse rapidamente in tutta l’Istria e non tardò a trasformarsi spontaneamente in rivolta antifascista, ma anche nazionale croata, che sfuggì al controllo dei pochi quadri del Partito. La risposta massiccia della popolazione ai drammatici eventi fu il risultato di una rabbia secolare acuitasi ulteriormente durante il Ventennio, ma anche della coscienza etnica, nutrita dai patrioti in particolar modo nell’Istria centrale. Nel ricordo di Dušan Diminić, in quelle giornate settembrine l’Istria pullulava di militari italiani disarmati che abbandonavano disordinatamente la penisola dirigendosi verso l’Italia nel tentativo di evitare le formazioni tedesche. Gli attivisti del Movimento di Liberazione fondarono in modo frettoloso comandi territoriali e unità partigiane improvvisate, cui furono consegnate le armi sequestrate agli italiani928. Essi erano sostenuti da un ottimismo eccessivo, come dimostrano ad esempio le aspettative del Comitato distrettuale di Liberazione popolare di Albona, convinto di essere in grado di poter organizzare un’unità partigiana di cinque battaglioni con 1.500 combattenti più una brigata motorizzata. O quelle dello Stato maggiore croato-sloveno per l’Istria, costituitosi il 13 settembre929, il quale prese in seria considerazione la possibilità di attaccare e liberare la città di Pola.

 

La prima azione militare si verificò il 9 settembre con l’assalto alla caserma dei carabinieri di Lanišče (Lanischie), nel corso del quale venne sequestrato un gran numero di armi e di equipaggiamenti. I carabinieri, lasciati liberi dagli insorti, abbandonarono il villaggio, quasi increduli di essere ancora vivi. Dopo questo successo, le unità partigiane e i Comitati di Liberazione che assunsero sia il controllo politico che quello militare del Movimento, continuarono, senza pensarci troppo, il disarmo delle stazioni dei carabinieri e delle guarnigioni militari più piccole. Il 10 settembre, a Lupogliano fu sequestrata una notevole quantità di armi che servì più tardi a equipaggiare un battaglione di insorti. Già l’11 settembre cadde la guarnigione di Pinguente. Si arresero quindi le guarnigioni di Cerovlje (Cerreto istriano) e di Pisino, nonché quelle di Rovigno, di Albona e di Parenzo930. Furono in tal modo liberate le città e le maggiori località istriane tranne Pola, che gli italiani avevano consegnato ai tedeschi all’inizio del mese di settembre931. Il tutto avvenne senza spargimento di sangue. A Pisino, il colonnello Monteverdi, comandante della piazzaforte locale, arrestò, ancor prima della resa, i fascisti che si erano ritirati nella sua caserma: non voleva mettere a rischio la vita dei propri soldati a causa di costoro932.

La facile occupazione delle caserme suscitò negli insorti un ingannevole senso di invincibilità. L’11 settembre circa 1.000 “partigiani” attuarono un’imboscata e disarmarono un intero battaglione italiano, sequestrando 60 camion. I militari e gli ufficiali che si erano arresi furono lasciati liberi di tornare a casa. Nei confronti dei soldati smobilitati e disorientati i contadini si comportarono umanamente, dando loro abiti civili e cibo, come anche rifugio dal pericolo tedesco. Essi vennero aiutati a tornare in Italia via mare, prima che la Wehrmacht occupasse la costa e le città dell’Istria occidentale. Alcuni militari si aggregarono addirittura agli insorti. In quei primi giorni, il 12 settembre, i partigiani liberarono anche i cadetti della scuola tecnica di Pola che i tedeschi avevano intenzione di spedire con un treno merci nei campi di concentramento in Germania.

Mentre era ancora in atto la distribuzione delle armi tra la popolazione, una colonna motorizzata tedesca si mise in marcia da Trieste verso Pola. Incoraggiati dai precedenti successi, gli insorti si scontrarono con un nemico di gran lunga più forte e più esperto. In quell’occasione perirono ottantaquattro persone, di cui cinque erano ex militari italiani. I tedeschi, che a loro volta avevano perso una settantina di uomini, continuarono ad avanzare in direzione di Pola. Nel contempo i minatori dell’Arsa si scontrarono con una colonna motorizzata della Wehrmacht per difendere la loro “Seconda Repubblica”933, come fu definita l’area appena liberata. Durante questo scontro persero la vita quarantatre minatori, croati e italiani.

Vista la rapidità con cui si susseguivano gli eventi, il Partito comunista della Croazia e il Comitato popolare di Liberazione dell’Istria non furono in grado di stabilire il controllo sull’intero territorio liberato, in particolare per quanto riguarda le unità militari che si stavano formando: «Giungevano notizie che in alcune località persone non affidabili, spesso fascisti, si erano autoproclamate comandanti del luogo, armavano i fascisti e sabotavano i comandi»934. In seguito, casi simili furono messi sotto controllo, e là, dove era necessario intervenire (Buie e Cittanova), i capi furono destituiti e sostituiti con altri. La situazione era particolarmente delicata a Rovigno, il più grande centro urbano italiano controllato dagli insorti. Qui, come pure in alcune altre località, subito dopo l’armistizio fu formato un Comitato di salute pubblica quale organo di autodifesa. Già il 16 settembre i partigiani locali, con a capo i comunisti Mario Cherin e Pino Budicin, presero il potere in città, fondando un Comando locale presieduto da Giusto Massarotto. Il Comitato di salute pubblica fu semplicemente “ribattezzato” Comitato del Fronte nazionale partigiano di Rovigno d’Istria, divenendo in tal modo parte del Movimento partigiano935.

Dopo queste prime esaltanti esperienze, il Comitato distrettuale per l’Istria stabili di convocare d’urgenza un’assemblea, che fu chiamata a proclamare l’unione della penisola alla Croazia936. L’assemblea, composta da rappresentanti di diversi ceti sociali, si riuni il 13 settembre alle ore 11, nel palazzo che soltanto qualche giorno prima aveva ospitato la caserma dei carabinieri. Nel cosiddetto “Parlamento di Pisino” stavano seduti uno accanto all’altro contadini, operai, preti cattolici, cittadini italiani, rappresentanti del Movimento patriottico croato e altri. La riunione venne aperta dal presidente del Comitato distrettuale popolare di Liberazione dell’Istria, nonché membro della direzione del Partito comunista, Joakim Rakovac, il quale spiegò l’importanza che tale incontro assumeva alla luce di quanto era accaduto nei giorni precedenti. Si procedette quindi a leggere, in lingua croata e italiana, il proclama di unione con la Croazia.

Il 26 settembre 1943, a Pisino, ebbe luogo la seduta del neocostituito Comitato provvisorio del Movimento di Liberazione nazionale dell’Istria, i cui 28 membri elaborarono un proclama che segnò un passo avanti rispetto alla delibera del 13 settembre. Esso abolì infatti tutte le leggi fasciste che avevano lo scopo di «snazionalizzare e annullare il nostro popolo», ripristinò in forma originale i cognomi, i toponimi, i nomi delle vie e delle istituzioni che erano stati italianizzati. Oltre a ciò, il Comitato decise di far aprire quanto prima le scuole croate937. Ma il fatto forse più importante fu il proposito di inserire anche gli italiani nel Movimento di Liberazione nazionale, o di chiedere loro quanto meno una dichiarazione di lealtà verso il potere antifascista popolare. In questo contesto il Comitato deliberò che «agli italiani siano riconosciuti tutti i diritti nazionali come il diritto alla lingua, alle scuole, alla stampa e al libero sviluppo culturale», concluse però anche che «gli italiani venuti ad abitare in Istria dopo il 1918, per snazionalizzare il nostro popolo, siano rimandati in Italia da dove sono venuti». Per non colpire con questa delibera coloro che si erano comportati correttamente nei confronti dei croati, fu fondata un’apposita commissione con il compito di studiare i singoli casi938.

In risposta alle “delibere di Pisino” gli ambienti politici italiani, non fascisti o antifascisti, fondarono per iniziativa del Partito d’Azione un Comitato di Liberazione nazionale, il cln939, che per tutto il periodo della guerra e anche in seguito svolse un’attività politica favorevole al mantenimento dell’Istria all’interno dello Stato italiano940. Più articolati furono i rapporti del Movimento di Liberazione popolare con il Partito comunista italiano, che fino all’8 settembre 1943 non fu favorevole a una resistenza armata e, dopo tale data, neppure al congiungimento dell’Istria alla Croazia. Questo atteggiamento incise negativamente sul reclutamento degli italiani nel Movimento di Liberazione, tanto che solo una parte dei membri del pci, in particolar modo nelle zone di Pola, Rovigno e Albona, dove i comunisti contavano un maggior numero di adepti, accettò di aderirvi: ma soltanto dopo la capitolazione dell’Italia e l’offensiva tedesca dell’ottobre 1943941.

 

Nel corso delle operazioni, protrattesi dal 2 al 10 ottobre, le forze della Wehrmacht, in base agli ordini di Hitler, dimostrarono tutta la loro efferatezza. Secondo quanto riportato sui verbali del Comando del Gruppo di Armata B, le unità militari partigiane subirono in quell’offensiva - gonfiando probabilmente per ragioni propagandistiche le cifre - perdite pari a 4.096 caduti e 6.850 prigionieri. In base a stime più recenti, i morti tra partigiani e civili erano invece circa 2.000, mentre 500-600 sarebbero stati i deportati nei campi di concentramento942. Tra questi c’erano numerosi italiani che non si erano uniti al Movimento di Resistenza e, addirittura, una ventina di membri del Partito fascista943. In seguito all’offensiva, i tedeschi crearono una serie di guarnigioni in tutta l’Istria, in particolar modo lungo le principali vie di comunicazione. Per il Movimento di Liberazione la situazione era invece disastrosa: il Comando operativo partigiano non poteva disporre di alcuna formazione organizzata, in quanto le unità costituite nelle settimane precedenti si erano ritirate o avevano trovato rifugio nei villaggi dell'entroterra. Anche buona parte della popolazione civile era fuggita, nel tentativo di mettersi al sicuro e di preservare i propri beni.

Durante i giorni “settembrini”, carichi di emozione, di euforia ma pure di furore vendicativo, si stava creando un nuovo potere, il quale cominciò subito a perseguitare i “nemici del popolo” e i fascisti, con un’ondata di arresti e di processi. Essa colpi gente che si era effettivamente macchiata di atti criminosi, ma anche coloro la cui unica colpa era quella di essere stati membri del Partito fascista, oppure pubblici funzionari che agli occhi del popolo rappresentavano l’autorità. Non mancarono inoltre vendette personali, dettate da contenziosi confinari, da interessi pecuniari o semplice invidia. I piu colpiti furono i maggiorenti italiani che non simpatizzavano con i comunisti, ma che al contrario tacciavano i membri del partito come «banditi, fannulloni e gente buona a nulla». Berto Črnja, nel libro Addio compagni cosi rappresenta il clima che si era venuto a creare:

Le pattuglie partigiane giravano dappertutto. Talvolta conducevano un arrestato in direzione del Castello. La città di Pisino veniva ripulita dai fascisti che non erano riusciti a fuggire. La logica di guerra imponeva la necessità che quella gente fosse reclusa in carcere ed eliminata [...] Si diceva, o noi la facciamo a loro o loro la fanno a noi! E la logica di guerra [...] In Istria vi era stata l’insurrezione popolare e non c’era ordine che potesse arrestare la valanga delle vendette [...] Vi erano delle persone che facevano parte del partito fascista solo formalmente, semplici impiegati, esecutori di volontà altrui, gente che c’è sempre e dappertutto, in tutti i regimi, e che non è giusto né saggio punire con la stessa severità con cui vengono puniti i caporioni. Quel giorno andai con mia madre e mia sorella a Pisino [...] Attraversata Pisino Vecchia, incontrammo un gruppo di guardie partigiane che accompagnava un uomo legato [...] Quando questi senti il mio cognome mi supplicò di salvarlo, di aiutarlo: lui non ha alcuna colpa, è in buoni rapporti con mio padre. «Chiedi a tuo padre chi sono, non ho commesso nulla di male» [...] Nel sentire il nostro scambio di parole mia madre salutò l’arrestato molto cordialmente, lo conosceva benissimo ancora da Gimino. L’uomo si chiamava Cernecca. Durante il fascismo lavorava nella segreteria del comune come impiegato, anche se membro del partito fascista. Sapevo che cosa lo aspettava, sicché tentai di aiutarlo [...] Parlai con alcune persone di Gimino, ma mi fu risposto che non ero a conoscenza delle circostanze, in quanto mancavo da lungo tempo dall’Istria, che quelli di Pisino avrebbero svolto delle indagini e che nessuno, se non fosse risultato colpevole, sarebbe finito male. L’onda della vendetta popolare di solito è molto poderosa, spesso ingiusta. Come un incendio brucia tutto intorno a sé, senza salvare alcuno. Guai a colui che si trova sulla sua strada944.

Sulla lista compilata subito dopo l’armistizio delle persone da catturare e tradurre al Comando delle unità partigiane di Pisino, figurarono diciassette noti fascisti, alcuni collaboratori dell’ovra (polizia politica segreta) con tanto di segnalazione, se autoctoni, oppure regnicoli945. La liquidazione di questi e altri fascisti fu spiegata con la necessità di giustizia, ma attuata anche per paura che, una volta liberati, si alleassero coi nazisti nella repressione della popolazione croata. Fatto che effettivamente avvenne in molte località istriane con l’arrivo delle formazioni tedesche nei mesi di ottobre e di novembre 1943. In quei momenti caotici, non fu possibile tenere sotto controllo il corso degli eventi. Il 6 novembre 1943, Zvonko Babič-Žulje spedi una relazione al Comando del servizio informazioni dell’Armata di Liberazione popolare della Croazia, sulla situazione nella penisola. Nella prima parte scrive:

La lotta contro i nemici del popolo è stata condotta in modo disarmonico, sicché in alcune località è risultata del tutto insufficiente mentre in altre è stata radicale. È sintomatico il fatto che in molte località gli istriani non volessero attuare le esecuzioni, da alcuni comandi locali provenivano addirittura relazioni sulla liquidazione dei processati, ma ciò non corrispondeva al vero [...] Le località piu ripulite sono state quelle di Gimino e di Parenzo. Non fu creato alcun campo per i lavori forzati e i nemici del popolo furono puniti con la morte946.

Questa breve relazione sulla punizione dei “nemici del popolo” delinea in modo chiaro la diversità d’approccio al problema. Laddove i fascisti avevano attuato repressioni piu feroci sulla popolazione, la reazione di quest’ultima fu anche più radicale; nella zona di Albona, su espressa richiesta del Comando locale, furono catturati i fascisti ivi residenti, spie e informatori e furono condannati a morte e fucilati. Va però detto che il concetto di “nemico del popolo”, durante la guerra e nell’immediato dopoguerra si rivelò essere un termine molto elastico soprattutto nelle denunce per vendette personali. Joakim Rakovac, leader della Resistenza istriana, se ne rese conto, prodigandosi affinché tutti gli arrestati fossero giudicati con un processo regolare e imparziale. Ma pure lui non si distanziò dalle “foibe settembrine”, sostenendo nell’articolo Sono stati colpiti da una giusta pena - apparso nel giornale «Glas Istre» (Voce dell’Istria) nel mese di dicembre - il principio della «giusta punizione» e «della santa vendetta» nei confronti dei «peggiori dei peggiori»947.

A compiere fra settembre e ottobre 1943 le peggiori violenze contro i fascisti, ma non solo, era stato Mate Štemberga-Caballero. Per le sue efferatezze venne ucciso il 6 novembre da Dante Gasparini di Pisino, di cui Štemberga aveva fatto ammazzare due fratelli. Non pago di questo, Gasparini avrebbe continuato a commettere delle violenze per vendicare i suoi fratelli, ma verso la fine della guerra sarebbe stato a sua volta catturato e condannato a morte a Pisino. Zvane Črnja, nel libro La terra promessa, annota che i vertici del Movimento di Resistenza istriano avevano tirato un «sospiro di sollievo» alla notizia che l’impopolare Štemberga era morto948. Il suo comportamento psicopatico è rimasto impresso nella memoria dei contemporanei. In base alle dichiarazioni di alcuni combattenti del Movimento di Resistenza, Štemberga, non venne ucciso da Gasparini, ma nel corso di un’azione contro i tedeschi. Comunque sia, tutti concordavano su una cosa: «Se non l’avessero fatto i tedeschi, l’avremmo dovuto liquidare noi, a causa dei danni che aveva inflitto al Movimento»949.

Sui processi nei confronti dei “nemici del popolo” abbiamo una testimonianza diretta, quella di Anton Gregorovich, giudice istruttore presso il Comando delle unità partigiane di Pisino, arrestato in seguito a una delazione dalle SS a Pola il 15 ottobre 1943950. Nella deposizione resa alle autorità tedesche, egli descrisse con dovizia di particolari la propria adesione al Movimento antifascista, svelando i nomi dei capi dei “banditi”, ma rivelò pure come si erano svolti i processi e le liquidazioni dei “nemici” catturati. Vi si evincono lo stato di caos in cui versava il Movimento di Liberazione, l’improvvisazione e il potere arbitrario dei singoli, assetati di vendetta, ma anche la loro adesione al modello della “violenza rivoluzionaria” bolscevica, oppure a quello mussoliniano della “violenza militare”. In fin dei conti, questi erano gli unici due modelli cui potevano fare riferimento.

In base alle dichiarazioni di Gregorovich, le persone catturate furono rinchiuse nel castello di Pisino. Egli aveva personalmente svolto la requisitoria contro ottantotto imputati consegnando i risultati delle indagini al locale Tribunale di guerra. Se a loro carico non c’erano prove sufficienti, i prigionieri venivano liberati. Altrimenti li attendeva la condanna a morte: nel corso della notte venivano legati con filo di ferro, caricati su un autobus e portati al luogo della fucilazione. Gregorovich non seppe dire dove venivano condotti. Riferì invece che nel Castello, in data 3 ottobre 1943, c’erano circa centosettanta reclusi. In tutto, a suo dire, erano state condannate a morte sessantanove persone951.

 

Subito dopo l’8 settembre 1943, quando esplose la rabbia popolare contro i notabili del regime, i possidenti terrieri, gli impiegati, gli squadristi, i membri del Partito fascista, fu uccisa e gettata nelle foibe o nelle miniere di bauxite una sessantina di persone. In seguito, dopo l’entrata dei partigiani nelle città dell’Istria occidentale952, la violenza colpì anche liberi professionisti e perfino antifascisti e aderenti ai già citati Comitati di salute pubblica. L’analisi dei nomi delle vittime «slavo-comuniste», dei barbari «comunisti balcanici», della «barbarie balcanica», oppure delle «bande balcaniche», come vengono definiti dal «Corriere Istriano», il quotidiano di Pola, rivela che non si trattava soltanto di italiani, ma pure di croati, il cui numero non era esiguo. Il fatto che i cognomi fossero stati italianizzati, rende la loro appartenenza etnica non immediatamente riconoscibile. Va detto comunque che al di là dell’origine alcuni di lori si sentivano italiani, altri no.

Concludiamo con una riflessione sui numeri degli “infoibati”. Dopo il disarmo delle guarnigioni militari e delle stazioni dei carabinieri, i comandi partigiani cominciarono a catturare gli esponenti del potere e i notabili del Partito fascista. I primi arresti nelle località di Albona, Gimino, Pisino, Pinguente furono eseguiti già l’11 settembre 1943953, nella zona di Buie intorno al 14 settembre954, a Rovigno dopo il 16 settembre955 e nelle zone di Parenzo e di Antignana (Tinjan) intorno al 19 settembre956. A Pinguente furono arrestate da sessanta a cento persone957, di cui nessuna condannata a morte958. L’indagine sugli arrestati venne affidata alle Commissioni locali e alla Commissione centrale che aveva sede nel castello di Pisino, dove si trovava anche il carcere preventivo959. Tali commissioni verificavano il grado di responsabilità delle persone arrestate. In base al loro giudizio, i detenuti venivano liberati oppure trattenuti. Secondo quanto pianificato, le sentenze definitive sarebbero state pronunciate a guerra terminata960. Ciò risulta dalle dichiarazioni di uno dei carcerati, secondo cui il 17 settembre Ivan Motika, il responsabile del Comando per l’Istria, avrebbe comunicato agli arrestati che «i suoi uomini non erano né fascisti né tedeschi e quindi non avrebbero sparso il loro sangue. Sul loro conto sarebbero state prese soltanto informazioni. Chi risultava colpevole sarebbe rimasto agli arresti sino alla fine della guerra»961.

Gli arresti dunque non furono eseguiti arbitrariamente dai comandi partigiani locali oppure per iniziativa di singoli, bensì secondo le decisioni degli organi centrali del Movimento di Liberazione popolare dell’Istria, per quanto non vadano escluse alcune eccezioni962. Il corso delle indagini sui carcerati non si svolse tuttavia secondo i piani previsti. Il 18 settembre giunsero a Pisino i corrieri partigiani con la notizia che i fascisti di Albona avevano chiamato in aiuto le unità tedesche e, assieme a loro, avevano attaccato i partigiani963. Quella notizia probabilmente riguardava gli spostamenti del 194º reggimento della 71ª divisione fanteria, che si stava muovendo da Pola verso Fiume, e i loro scontri con le forze partigiane nei pressi di Arsa e di Vines. I partigiani della zona di Albona vennero a sapere, oppure sospettarono, che alcuni fascisti locali avevano offerto sostegno alle formazioni tedesche. Nel frattempo s’era diffusa la notizia che pure i fascisti di Kanfanar (Can- fanaro) avevano chiesto aiuto alla Wehrmacht, e lo stesso quelli di Svetvinčenat (Sanvicenti) e di Parenzo964. A fronte di tali notizie sarebbe seguito l’eccidio dei carcerati che si trovavano nel castello di Pisino, ma pure nelle zone di Albona, Gimino, Pisino, Antignana, intorno a Pola, sul Carso istriano e nelle zone della Liburnia. La maggioranza di costoro fu uccisa durante il ritiro delle unità partigiane verso la Ciceria e gettata nelle foibe, oppure nelle cave di bauxite.

Dopo l’occupazione tedesca fu dato inizio al recupero delle loro salme. Dalla foiba dei Colombi vicino a Vines, nei pressi di Albona, furono estratti ottantaquattro corpi, venti dei quali indossavano uniformi tedesche965. Dalle foibe nei pressi di Gimino vennero estratti da nove a undici corpi, da quella di Lupoglav cinque, pur rimanendo imprecisato il numero complessivo delle vittime ivi gettate. Dalla cava di bauxite nei pressi di Gračišće (Gallignana) furono recuperati quarantaquattro resti umani, mentre soltanto nove corpi furono identificati dalle due foibe di Lindar (Lindaro). Dalla foiba di Villa Surani, nei pressi di Antignana, vennero riesumati ventisei resti umani, da quella detta Trokorlica (Trogherlizza o Treghelizza) nei pressi di Kaštelir (Castellier) due corpi, dalla foiba di Krnica (Carnizza) nei pressi di Pola, altre due, dalla foiba di Paglion o Paion nei pressi di Hreljići (Cregli) otto, dalla foiba vicino a San Lorenzo del Pasenatico (Sv. Lovreč Pazenatički), ulteriori sei, di cui uno identificato. Dalla foiba di Roč (Rozzo) furono estratte cinque salme, da quella detta Velastin sul Carso, e dalla foiba nei pressi di Ičići, sobborgo di Abbazia, altre dodici966. Si sa con certezza che furono fucilati anche tre carabinieri, un agente di polizia di Pola, diciotto tedeschi e sei militari italiani967, mentre nei pressi della località di Bršice diciannove persone provenienti dalla zona di Albona furono uccise e, non essendo mai stati rinvenuti i loro corpi, si presume che siano stati gettati in mare968. Certo, alcune cavità carsiche non sono state ancora identificate, molte sono risultate vuote, altre non sono state esplorate, mentre in quelle esaminate sono state rinvenute decine di spoglie mortali impossibili da estrarre. Una piccola parte delle vittime è rimasta non identificata.

A tutt’oggi è impossibile stabilire il numero esatto di persone uccise da parte del Comando partigiano nel periodo che va dalla capitolazione del Regno d’Italia fino all’arrivo delle forze tedesche. Le ricerche delle vittime sono state condotte dopo l’offensiva della Wehrmacht dalle autorità germaniche con l’ausilio dei collaborazionisti locali. Durante quell’offensiva oltre ai partigiani persero la vita molti civili, che, secondo alcune fonti, furono a loro volta seppelliti nelle foibe (ad esempio in quella di Lindaro)969.

Alquanto problematica risulta la questione del numero delle vittime massacrate nel settembre 1943 e gettate nelle foibe, considerato che gli elenchi, compilati successivamente, indicano tra queste anche persone morte per cause e in tempi diversi. Benché la lista relativa a Rovigno conti ventisei vittime, nella foiba ne furono gettate diciotto, mentre altre otto morirono nel corso del 1944 e del 1945: Alice e Giuseppina Abbà furono arrestate nel settembre del 1944 e non nel 1943; vennero liquidate in seguito a un breve processo, insieme con altri collaborazionisti di nazionalità croata. Anche Bartolo e Giovanni Benussi furono arrestati e uccisi all’inizio del maggio 1945, come collaborazionisti (benché fossero innocenti). Angelo Rocco e Vittorio Demartini perirono invece durante il bombardamento di Gimino, all’inizio di ottobre 1943 ecc.

Tra gli uccisi per mano dei partigiani spesso vengono annoverate anche persone decedute durante i bombardamenti tedeschi, come pure membri della milizia fascista morti negli scontri con le forze della Resistenza croata. Esaminando le fonti accessibili è possibile stabilire l’identità di duecentottantasei persone uccise oppure scomparse dalle seguenti località: Baie (Valle), Pinguente, Galižana (Gallesano), Canfanaro, Loborika, Marciana, Medulin (Medolino), Nova vas (Villanova di Parenzo), Pisino, Pićan (Pedena), Parenzo, Pola, Rozzo, Rovigno, Rovinjsko selo (Villa di Rovigno), Sanvicenti, San Lorenzo del Pasenatico, Sv. Ivan (Valmazzinghi), Tar (Torre di Parenzo), Vabriga (Abrega), Visinada, Dignano, Vrsar (Orsera) e Gimino970.

Un documento reperito alla fine degli anni Ottanta dallo storico Antun Giron elenca duecentottantasette nomi di “infoibati” con l’indicazione del luogo di origine. La lista non è però esatta in quanto annovera anche persone uccise o scomparse fino al 1945971. In base alle dichiarazioni del 19 gennaio 1944 di Luigi Bilucaglia, segretario del Partito repubblicano fascista in Istria, il potere partigiano aveva liquidato trecentottantuno persone di cui trecentoquarantanove istriani (italiani e croati)972. Gli identificati fino a quella data erano duecentocinquantasette973.

Al di là dei numeri, può risultare forse più importante il dato che le persone uccise erano in maggioranza membri del Partito fascista. Lo stesso Bilucaglia suggerisce che le operazioni dei comandi partigiani non fossero animate dall’odio etnico, ma piuttosto da quello ideologico: «I fascisti», a suo dire, «sono i primi e i più numerosi dell’olocausto»974.

 

 

Foibe. Una storia d'Italia
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