Giovedì, 21 febbraio.
Capitolo 1.
La magia non scomparve neppure l'indomani mattina, sebbene la giornata si annunciasse grigia e nebbiosa e senza la minima traccia del sole al quale si era già fatta l'abitudine e che rappresentava la definitiva vittoria della primavera sull'inverno. All'improvviso sembrava che fosse tornato novembre. Si notavano di nuovo gli alberi spogli e il grigiore della città. La nebbia attutiva ogni rumore. Il panorama fuori dalla finestra raggelava il cuore. Fuori doveva essere umido e freddo e i mezzi di trasporto probabilmente pullulavano di germi e batteri.
A un certo punto della notte Rosanna e Mare si erano alzati dal pavimento del salotto e si erano coricati sul letto di Mare, avevano fatto di nuovo l'amore, parlato, dormito, e una volta Rosanna aveva pianto senza sapere bene il perché. Mare non le aveva fatto domande. Sembrava sapesse che neppure lei era in grado di dare un nome alla tensione che sentiva dentro.
Si alzarono intorno alle sei e mezzo, perché Mare aveva un appuntamento in tribunale. Rosanna trovò un paio di muffin avanzati dalla colazione con Pamela nello scomparto del ghiaccio.
Mare li prese e li infilò nel microonde, poi preparò due tazze di caffè.
«Che strano», osservò, «colazione per due. Era da tempo che non la preparavo.»
«Non hai mai invitato nessuna donna qui dopo la separazione?» Lui sorrise. «In questo appartamento in effetti no. Nei primi sei mesi dopo la separazione ho avuto un paio di donne, ma stavo ancora nella vecchia casa. A un certo punto però mi sono stancato delle avventure di una notte. Alla fine mi sentivo più vuoto e più solo che se fossi rimasto per conto mio. Almeno è quello che provo io.» Lei mescolò lentamente il caffè. «E che cosa provi rispetto a quello che c'è stato tra di noi?»
«Spero», rispose Mare serio, «che non si limiti solo alla notte scorsa.»
«Oggi io devo partire per Taunton.»
«E se aspettassi fino a domani? Oggi non posso rimandare gli appuntamenti, ma domani posso liberarmi per le cinque. Potrei venire con te, se ti fa piacere.»
«A Kingston St. Mary?»
«Avresti qualcosa in contrario?»
«Ne resterebbe scioccato?»
«Lui non sa che tra me e Dennis le cose non vanno. Devo farglielo capire un poco alla volta. E rimasto vedovo da pochi mesi e comincia solo adesso a elaborare il lutto. Non posso annunciargli di punto in bianco che il mio matrimonio è finito.» Guardò Mare con aria triste. «Per lui sarebbe troppo sconvolgente. Mio padre è... di vedute molto tradizionali.»
«Capisco», disse Mare. Si appoggiò con la schiena a uno degli armadietti della cucina. Rosanna si era seduta di fronte a lui sul bancone. Come si era immaginata, Mare faceva colazione in piedi. «Stammi a sentire, ho una proposta da farti», disse lui. «Tu vai a Kingston St. Mary. Da sola. Vai a trovare tuo fratello e tuo padre.
Cerchi di capire come vorresti che proseguissero le cose. Che cosa vorresti fare per il futuro. Tutte queste cose. Prenditi tutto il tempo che ti occorre.»
«Trovo molto difficile separarmi da te adesso.»
«E credi che per me sia facile lasciarti andare? Ma hai una famiglia. Un marito e un figliastro. Per me è più facile impegnarmi con te. Tu devi fare un passo molto più difficile. Può darsi che tu abbia bisogno di qualche giorno per riflettere.»
Sapeva che lui aveva ragione. Ma il pensiero di lasciarlo lì le causava un'inaspettata sofferenza.
«Puoi prendere la mia macchina», disse Mare, «a me non serve né oggi né per il fine settimana.» «Ma...»
«Ti prego, prendila. Così almeno sarai costretta...»
«A fare che cosa?» chiese Rosanna, vedendo che lui si era bloccato. Lui posò la propria tazza, prese dolcemente quella di Rosanna. Poi si strinse a lei, nascondendo il viso nel suo collo. «Sarai costretta a tornare da me», bisbigliò, «dato che non puoi scappare via con una macchina che non ti appartiene. Torna la prossima settimana, te ne prego. Più a lungo non potrei resistere.» Dopo che Mare fu uscito dall'appartamento, Rosanna lavò le tazze e le rimise al loro posto. Andò in camera per rifare il letto, premette il naso per qualche secondo nelle lenzuola, respirò il profumo della sua notte con Mare. Ripensò al giorno prima, quando era stata assalita dal desiderio struggente di fuggire nel paese della sua infanzia, di rifugiarsi a casa dei genitori, di ritrovare la pace dei suoi giorni passati. Non era rimasto più nulla di questo anelito, era svanito completamente durante la notte. Provava un intenso senso di colpa nei confronti del fratello, bloccato in un letto d'ospedale, ma non sentiva l'impulso di andare da lui. Non voleva nient'altro che restare con Mare. Voleva aspettarlo quando fosse rincasato la sera. Voleva immergersi con lui nella vivace atmosfera della notte londinese, andare a mangiare un boccone da qualche parte bevendo un bicchiere di vino. Tornare a casa a braccetto.
Entrò in bagno e si guardò allo specchio. I suoi occhi splendevano grandi e lucenti.
«Bel pasticcio», si disse, «sei proprio cotta a puntino.» Dopo aver fatto un sacco di cose inutili che in quel momento erano del tutto insensate - togliere la polvere immaginaria dalle librerie pulite, infilare nella lavatrice i pochi panni nella cesta del bucato, portare fuori il sacco della spazzatura quasi vuoto - smise di illudersi di voler partire per Taunton nel corso della giornata. Non ce la faceva. Non solo perché temeva la separazione da Mare. Soprattutto aveva paura di ciò che l'aspettava: telefonate di Dennis e Rob, i miti rimproveri del padre interdetto, gli ammonimenti di Cedric. Che impressione avrebbe fatto agli altri? Era stata così brava a tenere nascosto il proprio disagio degli ultimi anni, arrivando talvolta a convincere persino se stessa, che tutti dovevano essere convinti che volesse gettare al vento un matrimonio felice per una breve storia di sesso. Almeno quasi tutti. Cedric si era accorto di qualcosa. Ma tutti gli altri... l'avrebbero presa per pazza. Nessuno l'avrebbe capita. Avrebbe passato il fine settimana a giustificarsi e alla fine non avrebbe ottenuto l'assoluzione.
Si preparò una tazza di tè e, mentre lo sorseggiava lentamente davanti alla finestra, si mise a riflettere.
In questo momento Cedric non ha bisogno di me. C'è papà che se ne occupa. Rob è con sua madre, anche se non sta troppo bene con lei, è un'esperienza importante per lui. Dennis ha il suo lavoro e comunque è convinto che io resti ancora per un po'"in Inghilterra. Non mi aspetta a breve. Ho rinunciato al lavoro per Nick. scotland Yard si occupa di Pamela Luke e, se ci fosse effettivamente qualcosa che non va in lei, quanto meno non mi riguarda.
Era libera. In sostanza era libera di fare ciò che voleva. Per la prima volta dopo tantissimo tempo. Libera dai suoi impegni come moglie e madre. Libera dai suoi obblighi di figlia e sorella. Libera dal suo lavoro di giornalista.
E di colpo capì ciò che voleva. Qualcosa a cui non era obbligata. Che nessuno si aspettava da lei. Men che meno Mare.
Versò quel che restava del tè nel lavandino, si infilò stivali e cappotto, si spazzolò velocemente i capelli che con l'umidità dell'aria quel giorno erano particolarmente ribelli, prese le chiavi dell'auto e uscì dall'appartamento.
Capitolo 2.
Sperava di ricordare correttamente il nome. Mare lo aveva pronunciato una volta soltanto. Binfield Heath.
Non era stato difficile trovare la località nell'atlante stradale di Mare. Si trovava a poca distanza da Henley- on- Thames. C'era già passata qualche volta. Erano le dieci quando imboccò la M40 in direzione Oxford.
Poco dopo uscì dall'autostrada e si trovò a percorrere strade di campagna che attraversavano paesini idilliaci cresciuti lungo le rive del Tamigi. La nebbia si era un po'"diradata, ma ammantava ancora prati e muri, i rami neri e lucidi degli alberi, i tetti delle case, stalle e fienili. Qua e là in mezzo a vasti pascoli spuntavano piccole chiesette o fattorie cinte da mura. Ogni tanto scorgeva il fiume, una volta vide una grande chiatta nera che solcava le acque lenta e maestosa.
La nebbia la faceva apparire malinconica e solitaria, come i paesi e i boschi all'intorno. La campagna era umida, immobile, in letargo.
Di tanto in tanto Rosanna era assalita da un brivido che non derivava dal freddo esterno, visto che il riscaldamento dell'auto funzionava perfettamente. Era l'atmosfera che la circondava a farla rabbrividire.
Sapeva che stava attraversando una delle regioni più belle dell'Inghilterra e che d'estate, o comunque in una giornata serena, il paesaggio era incantevole. Ma quel giorno era semplicemente desolato.
Avrebbe dovuto continuare sull'autostrada.
Superò le località di Marlow, Henley e Shiplake. Quella successiva sarebbe stata Binfield Heath.
Un paesino minuscolo, che in quella giornata grigia somigliava piuttosto a un ammasso casuale di case in mezzo alla campagna. Era probabile che l'abitato si estendesse sulle colline circostanti, in quel momento nascoste alla vista dalla nebbia. Al centro del paese un incrocio dominato da un massiccio edificio di mattoni: ospitava un negozio e l'ufficio postale, che sembravano gli unici esercizi commerciali della zona. Un cartello segnalava che d'estate era possibile bere tè e mangiare dolci nel giardino adiacente.
Molto grazioso, pensò Rosanna. Parcheggiò davanti all'edificio e decise di entrare a chiedere informazioni su Jacqueline Reeve. Immaginava che nel paese si conoscessero tutti e che quella bottega fosse il fulcro di tutte le notizie e le informazioni.
Appena scese dall'auto calda, fu avvolta dal freddo e dall'umidità.
Ebbe un momento di esitazione. Quale pazzia stava per commettere?
Poteva ancora tornare indietro. Lasciare all'oscuro Binfield Heath e Jacqueline Reeve. E non solo. Poteva tornare a Londra, parcheggiare l'auto di Mare davanti a casa sua, prendere la valigia e salire su un treno per Taunton. Andare a trovare Cedric e papà e poi tornare a Gibilterra con un Rob sicuramente fuori di sé dalla gioia. Riprendere la vita di un tempo. Dimenticare l'intermezzo inglese con Elaine, Pamela, Pit Wavers e Mare.
Sono pazza se non lo faccio, pensò, e con un'improvvisa sensazione di panico aggiunse: forse potrei perdere completamente il controllo.
Ciononostante, chiuse a chiave l'auto, si alzò il bavero del cappotto ed entrò nella bottega che offriva tutto l'occorrente per le necessità quotidiane della popolazione, dal tè al caffè, passando per chiodi e viti sino a giornali e cartoline. Al bancone c'era una giovane donna che sfogliava una rivista con aria vagamente annoiata. Com'era prevedibile, conosceva Jacqueline Reeve.
«Ma certo che so dove abita! È una pittrice davvero brava. Siamo molto fieri di lei qui!» Esaminò Rosanna con curiosità. «Lei è una gallerista?»
«No. Si tratta di... una questione privata.»
«Ah, capisco.» La donna parve un po'"delusa. «Allora, da qui può andare tranquillamente a piedi. Prosegua diritto e poi giri a destra. La terza casa sul lato sinistro. Abita lì.» «E dove ha l'atelier?»
«Sempre lì a casa. E davvero facilissimo.»
Forse tornerei indietro, se non fosse così facile, pensò Rosanna una volta tornata fuori.
Cinque minuti dopo arrivò davanti all'atelier e all'abitazione di Jacqueline. Era una minuscola casetta molto vecchia, tinteggiata di bianco, con la porta d'ingresso laccata di un rosso acceso e un tetto di paglia molto inclinato. Il piccolo giardino anteriore era un mare di crochi. Un graticcio appoggiato alla parete sosteneva una rosa potata. D'estate i suoi fiori dovevano ricoprire l'intera facciata della casa.
L'idillio era perfetto, ma il contrasto con Londra, con la casa di Belgravia dove un tempo abitavano i Reeve, era tanto evidente da lasciare Rosanna allibita. La casetta qui a Binfield Heath rifletteva uno stile di vita del tutto diverso, rappresentava un mondo completamente differente. Che effetto poteva aver fatto un tale drastico cambiamento sul piccolo Josh?
Rosanna aprì il cancelletto del giardino, percorse il vialetto di pietre irregolari fino alla porta di casa. Nessuno rispose ai suoi timidi colpi, ma la porta si aprì senza fatica non appena la spinse. Si sentì risuonare un lieve scampanellio. Rosanna si trovò in una piccola anticamera le cui pareti erano tappezzate di quadri. Si trattava esclusivamente di paesaggi locali. Un prato in riva al fiume. Delle colline nella bruma del mattino, una barca a vela sul Tamigi. Gli acquerelli avrebbero potuto risultare kitsch, ma non lo erano. Rosanna li trovò semplicemente molto belli. Li avrebbe appesi subito tutti in casa sua.
L'aria era satura dell'odore di tempera e trementina. Una spessa tenda verde scuro impediva la vista dell'ambiente adiacente. Da qualche parte giungevano le note di un pianoforte.
«Desidera?» Una donna uscì da dietro la tenda e guardò Rosanna.
Indossava un pullover a collo alto verde scuro su un paio di jeans e una camicia da uomo bianca fino al ginocchio macchiata di colori. Aveva i capelli scuri raccolti in una crocchia sulla nuca tenuta ferma in qualche modo da diversi fermagli. Non aveva trucco.
Ciononostante era una delle donne più belle che Rosanna avesse mai visto.
Si sentì la bocca secca. Chi avrebbe mai pensato che Mare fosse stato sposato con una donna tanto attraente? Com'era possibile che Jacqueline potesse aver pensato che lui la tradisse? Quale donna avrebbe potuto superarla?
In tono educato ma lievemente spazientito, Jacqueline chiese: «Che cosa posso fare per lei? Sto lavorando...»
Di colpo Rosanna si sentì fuori luogo. Invadente e indiscreta.
Goffa. Avrebbe preferito mormorare una scusa qualsiasi e lasciare di corsa la casa e il paese, ma per qualche motivo le gambe non volevano ubbidirle. Era come paralizzata.
«Lei è Jacqueline Reeve?» domandò.
«Sì, sono io.»
Rosanna si riscosse e protese la mano. «Rosanna Hamilton.» Jacqueline si pulì la mano sulla camicia e ricambiò la stretta. «Piacere di conoscerla, Mrs. Hamilton. Che cosa la porta da me?» «È una faccenda piuttosto complicata...» rispose Rosanna titubante. «Si tratta dei quadri? Della mostra in programma la prossima settimana?» «No. No, è una questione diversa. Io...» Faceva caldo nella stanza. Sotto il cappotto pesante, Rosanna sudava copiosamente. «Si tratta di suo marito», disse, facendosi coraggio. «Del suo ex marito. Mare Reeve.»
Lo sguardo di Jacqueline si fece diffidente. Senza muoversi fisicamente, parve voler stabilire all'improvviso una distanza tra sé e la sua visitatrice.
«Oh. Non sapevo che...» cominciò.
Rosanna nel frattempo aveva ritrovato un po'"della propria sicurezza. «La prego», disse, «è importante. Avrebbe qualche minuto da dedicarmi?»
Jacqueline non pareva entusiasta dell'idea. «Sono nel bel mezzo del lavoro. La settimana prossima ho una mostra e non so ancora che cosa riuscirò...»
«Le chiedo pochi minuti soltanto», la interruppe Rosanna. «Per favore.»
Jacqueline si arrese. Forse aveva colto l'urgenza nella voce di Rosanna, ma forse, pensò Rosanna, era pure un po'"curiosa. «D'accordo», disse scostando la tenda. «Si accomodi. Si tolga il cappotto. Vuole una tazza di tè?»
«Lei quindi è la nuova fidanzata di Mare», disse Jacqueline. Non aveva un tono ostile, soltanto divertito. Invece di invitare Rosanna nell'atelier, le aveva offerto di sedere a un tavolino da bistrot in una minuscola cucina. Rosanna si era sfilata il pesante cappotto e aveva cominciato ad acclimatarsi. In uno specchio con la cornice di vimini intrecciato appeso al muro, aveva colto la fugace immagine del proprio volto pallido e affilato con i capelli scuri ancora più scompigliati del solito. Rassegnata, si chiese se sarebbe mai giunto il giorno in cui sarebbe stata soddisfatta del proprio aspetto. Probabilmente mai. Di sicuro almeno non finché si trovava di fronte un esempio di bellezza come la ex moglie di Mare.
Il tè aromatizzato alla frutta era molto caldo e molto dolce. In sottofondo continuava a sentirsi la tranquillizzante musica per pianoforte.
Probabilmente era il modo in cui Jacqueline trovava ispirazione.
Che strano modo di vivere! Il paese, la nebbia, l'odore di tempere... la quiete interrotta soltanto dagli accordi di pianoforte... per tutto questo aveva rinunciato alla vita londinese accanto a un uomo come Mare.
«Veramente», disse Rosanna in risposta all'osservazione di Jacqueline, «ci conosciamo soltanto da poco tempo, però...» Si bloccò.
«...siete molto innamorati», terminò Jacqueline per lei. «Sì, posso immaginarlo. È un uomo molto attraente. È comprensivo, generoso e affettuoso. Capisco che si sia innamorata di lui.»
Lo disse in maniera molto aperta e senza inibizioni. Rosanna cercò di cogliere una nota di ironia nelle sue parole, ma non la rilevò.
Jacqueline sembrava pensare seriamente ciò che diceva.
«Mi chiami pure Jacqueline.»
«Jacqueline, non sono affatto sicura che sia stato giusto da parte mia venire qui. La decisione di venirla a trovare mi è venuta stamattina, spontaneamente. Mare non ne sa nulla. Forse ne sarebbe rimasto sconvolto.» «È probabile.»
«Tuttavia, ci sono alcuni punti poco chiari che vorrei... ci sono alcune cose che non riesco a capire...» Si interruppe. Non sarei dovuta venire, si disse a disagio. Balbetto confusa e mi sento profondamente in imbarazzo.
Jacqueline si sporse in avanti. «Che cosa desidera sapere, Rosanna? Che cosa la inquieta tanto? Si tratta della storia di allora?» «Si riferisce...»
«La storia con quella donna. Come si chiamava... Madleine...» «Elaine. Elaine Dawson.»
«Esatto. Elaine Dawson. Conosce la vicenda?» Eccome! «Sì.»
«Vuole sapere da me se credo che mio marito abbia ucciso Elaine Dawson? Ha paura di essersi innamorata di un assassino?» Rosanna si appoggiò alla spalliera, leggermente più rilassata. Se non altro aveva già risposto da sola e con assoluta certezza a questa domanda. «No. Non ho questa paura. Ma la mia visita in effetti ha qualcosa a che fare con il caso Dawson, questo è vero. Non ho tempo di spiegarle tutta la situazione, ma a quanto pare il mistero si è appena risolto. Elaine Dawson è rimasta vittima di un delitto. E la polizia conosce quasi certamente il colpevole.» Pit Wavers. Pit il morto. E che fine ha fatto Pamela Luke? Un pensiero le attraversò la mente per un istante. Pamela era andata via da Londra. E se si fosse recata da Cedric? Era plausibile? Quali conseguenze avrebbe avuto per Cedric, se lei in effetti non fosse stata l'anima candida che tutti avevano creduto? Possibile che mio fratello si trovi in compagnia di un'assassina? Scacciò subito quell'idea. Non era il momento per pensarci. Ma Jacqueline aveva notato la nube fugace nei suoi occhi. «Veramente?» chiese. «Il caso è risolto?»
«Praticamente sì. Presumo che nei prossimi giorni la notizia arriverà alla stampa. E questo mi ha dato l'idea...» «Quale idea?»
Rosanna si riscosse. «Si tratta di suo figlio Josh. E del suo rapporto, o per meglio dire del rapporto con suo padre. Che a sua volta ha a che fare per certi versi con il caso Dawson e i sospetti mai completamente fugati contro Mare.» «E quindi?»
«Jacqueline, Mare soffre terribilmente. Si è rassegnato, per quanto riguarda Josh, ma il fatto che suo figlio abbia interrotto qualsiasi contatto con lui pesa sulla sua vita come un'ombra scura.
Si seppellisce nel lavoro, ha successo, ma è un uomo profondamente solo, che non riesce più a provare la minima gioia di vivere.»
«Non è possibile che sia così solo. Dopo tutto ha lei!»
«Io non posso sostituire suo figlio. E proprio questo che mi addolora tanto: lui è solo anche quando è insieme a me. È solo tra milioni di persone. È triste anche quando ride. Non ha più speranza.»
«Già», disse Jacqueline, ma non era rilassata come voleva far credere. Prese un pacchetto di sigarette dalla credenza, lo offrì a Rosanna con sguardo interrogativo, poi se ne accese una dopo che l'ospite ebbe rifiutato. Aspirò intensamente.
«E come posso aiutarla io?» domandò.
Rosanna la guardò intensamente. «Secondo lei non ci sarebbe una possibilità di avvicinamento da parte di Josh verso suo padre? Basterebbe anche un breve incontro. Un breve colloquio. Un modo qualunque per riallacciare il filo interrotto? Se venisse fuori che Mare non ha commesso nessun crimine, e se...»
«Rosanna! Si svegli!» disse Jacqueline brutalmente. Si alzò e rimase in piedi in mezzo alla cucina con la sigaretta in mano. «Non ho pensato neppure per un istante che Mare c'entrasse qualcosa con la sparizione di questa Dawson. E so che anche Josh in fondo non l'ha mai creduto né lo crede. Se la polizia ha trovato un colpevole e se nei prossimi giorni leggeremo sui giornali la notizia, per noi non sarà una grossa sorpresa. Sono contenta che Mare finalmente venga riabilitato una volta per tutte, la vicenda gli ha causato Dio solo sa quanti problemi. Ma per me non è una svolta. E nemmeno per mio figlio.»
«Chiaramente Josh rimase molto turbato all'epoca dei fatti. Del tipo: visto, papà è davvero terribile, adesso ha pure ucciso una donna! In un certo senso sfruttò la vicenda come ulteriore giustificazione del proprio distacco. Mise a tacere i sensi di colpa che forse provava nei confronti del padre. Nessuno poteva costringerlo a trascorrere i suoi fine settimana con un uomo su cui aleggiavano simili sospetti, giusto? In un certo senso la storia capitò quasi a proposito. E ovviamente scatenò in lui una violenta ambivalenza: l'odio che provava verso il padre era accresciuto dalle notizie sui giornali. Tutti a scuola conoscevano la storia, i suoi amici della squadra di calcio, i vicini... Josh non aveva ancora dieci anni. Che cosa crede lei, quale fu per lui lo choc nel vedere il padre esposto in questa maniera? Uno stupratore e un assassino! Quanto fossero inconsistenti le accuse, quanto velocemente la polizia lasciò cadere i sospetti, questo non interessò nessuno. La gente la trovava una storia incredibilmente raccapricciante e avvincente. Per noi fu come essere messi alla gogna. E per Josh fu ancora peggio.»
«È comprensibile», disse Rosanna, «deve essere stato terribile. Ma... Jacqueline, la prego di dirmelo se sono troppo indiscreta e troppo invadente, ma c'è una cosa che non riesco a spiegarmi. Non capisco questo odio di un ragazzo nei confronti del proprio padre.» Jacqueline scoppiò in una risata priva di allegria. Schiacciò la sigaretta in un piatto e tornò a sedersi. «Josh si è separato da Mare, Rosanna, definitivamente. Proprio come me.»
Rosanna sapeva di aver oltrepassato il limite. «Perché? Perché questa separazione?»
Jacqueline la guardò per un istante senza parlare. Non era ostile, quanto piuttosto assorta. Rosanna temette che volesse alzarsi e chiudere lì il loro incontro. È stato bello conoscerla, Rosanna, ma i miei problemi coniugali non la riguardano. Impari lei stessa a conoscere Mare, ha convivenza con un'altra persona non è fatta soltanto di qualche notte di passione. Scopra lei stessa cosa vuol dire vivere giorno dopo giorno con Mare Reeve! Io direi così al suo posto, pensò.
Jacqueline però non lo disse. Prese un'altra sigaretta e la tenne tra le dita senza accenderla. Poi mormorò: «La vita con Mare era un inferno, Rosanna. Per me e anche per Josh. Non credo che Josh possa perdonare a suo padre ciò che fece a sua madre».
Capitolo 3.
La camera era piccola e arredata senza gusto, ma lei la preferiva al pretenzioso albergo di Londra. Lì aveva avuto la sensazione di impazzire. Le finestre non si potevano aprire, lei non era riuscita a regolare adeguatamente il riscaldamento, e si era sentita sopraffatta dal lusso che la circondava. Già solo l'enorme bagno rivestito in marmo con lo specchio a parete l'aveva intimidita. Se voleva uscire a prendere una boccata d'aria, doveva attraversare la hall che somigliava al salone delle partenze di un aeroporto. Tanta gente, tante voci, sguardi curiosi, viavai di personale indaffarato. Un caos chiassoso e frenetico che le rimbombava in testa.
E poi c'era l'ispettore Fielder. Era stato gentile, le aveva offerto un caffè e dell'acqua minerale e le aveva parlato in tono amichevole. Ma a lei non erano piaciuti i suoi occhi, il suo sguardo freddo e implacabile. Dalle sue domande aveva intuito quanta diffidenza provasse verso di lei. Non credeva alle sue dichiarazioni circa il luogo del ritrovamento del passaporto. Non credeva che lei non avesse mai impugnato un'arma prima d'ora. Le sorrideva cordiale, e intanto le poneva domande spietate e ineludibili. Continuava a scavare senza lasciarle un attimo di requie.
Alla fine non l'aveva più sopportato. Né l'hotel né la stanza degli interrogatori. Forse era vissuta troppo a lungo in fuga. Troppo a lungo in paesini remoti. Troppo a lungo senza contatti con altre persone.
Si avvicinò alla bassa finestra e aprì i vetri. Un'aria fredda e umida entrò nella stanza. Lei respirò a fondo. Sotto di lei la strada residenziale era silenziosa, non c'era in giro anima viva. Notò uno scoiattolo che saltellava da un giardino all'altro. Per il resto non si muoveva nulla. La quiete era un balsamo per la sua anima.
Era stato Cedric a indicarle quella pensione. Le aveva messo in mano venti sterline e l'aveva spedita a pernottare lì. A lei sarebbe piaciuto restare in ospedale con lui, ma aveva capito che l'infermiera si sarebbe opposta.
«Vuoi che si metta a fare domande spiacevoli e che alla fine chiami la polizia?» le aveva domandato Cedric e lei ovviamente non lo aveva voluto.
La proprietaria le aveva dato la stanza senza tante storie, ma al mattino seguente, di fronte a una ghiotta colazione - che Pamela aveva praticamente lasciato intatta -, si era rivelata una donna piuttosto curiosa e indiscreta. Pamela si era resa conto di doversene andare velocemente anche da lì. Aveva l'aria scompigliata e non aveva bagaglio: la combinazione perfetta per destare sospetti e accendere l'immaginazione delle persone.
«Mio padre viene a prendermi oggi all'ospedale», le aveva detto Cedric, «poi passiamo dalla pensione e ti portiamo con noi. Tanto per cominciare puoi stare nella camera di mia sorella. Ma, Pamela, c'è una cosa che deve esserti chiara: né io né mio padre abbiamo intenzione di nasconderti da scotland Yard. Dovrai informarli della tua presenza. Dovrai raccontare loro quello che hai raccontato a me!»
Lei si allontanò dalla finestra. Era infreddolita, ma l'aria frizzante le faceva bene, non voleva rinchiudersi di nuovo. Non sapeva dire con certezza se Cedric avesse creduto al suo racconto. Gli aveva detto tutto e lui l'aveva ascoltata serio e senza interromperla. «Perché non lo hai detto subito?» le aveva chiesto alla fine, e lei aveva cercato di fargli capire che temeva di essere in qualche modo accusata lei stessa.
«Con il tuo comportamento, però, ti sei resa ancora più sospetta», aveva detto lui.
Esatto. Aveva commesso un errore. Non c'era bisogno che lui glielo ricordasse. C'era bisogno che lui l'aiutasse. Alla parete della camera era appeso un antiquato orologio di porcellana decorato con tralci verdi e fornito di due pendoli a forma di grappoli d'uva lilla scuro. Dov'era mai possibile trovare un oggetto del genere? Non erano nemmeno le dodici. Probabilmente mancava ancora diverso tempo prima che Cedric e suo padre arrivassero lì. Sempre ammesso che lo facessero e non mandassero direttamente la polizia. Ma in quel caso sarebbe già arrivata da tempo, giusto?
Negli ultimi due giorni continuava a vedere Pit Wavers. Non il Pit energico, brutale, con le gambe storte, che l'aveva fatta vivere nel terrore per anni, bensì quello riverso su una strada di campagna da qualche parte nella zona di Cannington nel Somerset. Con un buco nel petto. E con gli occhi chiusi.
Si era chinata su di lui trattenendo il respiro per la paura. Se si fosse ripreso? Se si fosse alzato di scatto e le avesse stretto il polso nella sua morsa d'acciaio? Se l'avesse colpita allo stomaco con l'altro pugno, come aveva fatto spesso in precedenza? Era stramazzato a terra dopo che lei aveva sparato il colpo, questo era riuscita a vederlo prima che il parabrezza si trasformasse in un'enorme ragnatela nel giro di un secondo. Ma non aveva saputo dire se l'avesse colpito.
Avrebbe potuto benissimo essersi abbassato di proposito.
Aveva cercato di sparare altri colpi alla cieca verso il bersaglio ormai invisibile, ma la pistola era scarica e alla fine lei ci aveva rinunciato.
Era rimasta seduta in macchina. Senza muoversi. Letteralmente paralizzata dal terrore. Consapevole che lui sarebbe potuto spuntare accanto alla portiera da un momento all'altro. E si sarebbe ritrovata a guardare nei suoi occhietti spietati. Erano sempre stati i suoi occhi a tradire tutto di lui. Una volta sul giornale aveva letto che uno psicopatico si caratterizza per la totale mancanza di qualsiasi emozione, l'assenza di ogni empatia che gli permetta di provare compassione e rispetto per gli altri. Allora aveva capito che nel caso di Pit si trovava di fronte a una personalità gravemente deviata. La sua disperazione aveva raggiunto livelli incommensurabili.
Dopo un po'"si era resa conto di non poter restare seduta all'infinito nell'auto a fissare il parabrezza incrinato. Accanto a lei Cedric doveva aver perso i sensi. Respirava in maniera irregolare e faticosa. Aveva bisogno di un medico, questo era evidente, e anche in fretta. Alla fine si era decisa a scendere. Ancora adesso ricordava quel momento con grande raccapriccio. Si era convinta che lui si fosse appostato accanto all'auto in attesa di aggredirla. Lei stringeva ancora in mano la pistola, sebbene fosse inutile. Aveva sparato l'unico colpo che aveva a disposizione.
Era buio, ma i suoi occhi si erano abituati all'oscurità della notte.
Aveva girato intorno all'auto, finendo quasi per inciampare sul corpo di Pit, che era esattamente nel punto in cui era caduto. Lo aveva guardato fisso, il sangue che le ribolliva nelle orecchie, aspettando che succedesse qualcosa, senza sapere esattamente che cosa.
Alla fine era stato il pensiero di Cedric a spingerla a muoversi. Se fosse rimasta lì ancora un po', lui sarebbe morto. Si era accucciata, era rimasta in ascolto, scrutando la sagoma davanti a lei. Non riusciva a capire se Pit fosse vivo o morto, se respirasse o no. alla fine si era fatta coraggio e gli aveva posato la mano sulla parte sinistra del petto, dove le era sembrato di sentire un lieve battito. Ma poteva benissimo trattarsi del tremito della propria mano, non poteva dirlo con certezza. Quando l'aveva staccata, se l'era sentita bagnata e appiccicaticcia e dopo un istante di stupore aveva capito che era sangue.
Ti ho colpito al cuore, Pit. Ma guarda, la piccola Pam, questo pezzo di merda, come mi chiamavi spesso, si è data una mossa, ha mirato e sparato e ha fatto centro. Niente male. Non te lo saresti mai immaginato, vero?
No, lui non l'avrebbe ritenuto possibile. Ancora due ore prima, in quello squallido appartamento per le vacanze, lei non gli aveva fatto alcuna paura, quando gli aveva puntato contro la pistola. Ma in quel momento neppure lei si sarebbe creduta capace di un gesto simile. Per questo tremava così tanto. E si era sentita tanto sollevata quando Cedric aveva preso la pistola.
Era stata assalita da un'ondata di euforia, ma aveva percepito chiaramente che non si trattava di autentico sollievo, quanto dei suoi nervi che erano a un passo dal collasso totale. Aveva voglia di ridere e di piangere insieme e ci mancava poco che si mettesse a urlare.
Potrai crollare, ma solo dopo aver portato Cedric in ospedale! Aveva gettato la pistola ormai inutile da qualche parte nell'erba, poi, facendo un enorme sforzo su se stessa, aveva afferrato Pit sotto le ascelle e lo aveva spostato di lato, lasciandolo sul ciglio della strada. Era salita sulla macchina di Pit e con sollievo aveva visto che le chiavi erano ancora inserite. Sarebbe stato raccapricciante dover frugare il corpo di Pit in cerca delle chiavi. Con mani tremanti era riuscita a mettere in moto al quarto tentativo. Aveva portato l'auto un po'"più avanti in modo che non ostacolasse più il passaggio. Poi era scesa, era tornata di corsa all'auto di Cedric, aveva impiegato un'altra mezza eternità per accendere il motore. Per tutto il viaggio - soltanto più tardi si era resa conto di aver guidato a fari spenti -aveva continuato a parlargli mentalmente.
Non ti preoccupare. Presto saremo all'ospedale. Ti aiuteranno. Pit non può più farci nulla. L'ho sistemato per benino, che te ne pare? È rimasto nel bosco ed è morto, o moribondo. Invece noi due, noi due ce la faremo!
Ora non sapeva più come ci fosse riuscita. Aveva guidato alla cieca per i dintorni, alla fine non aveva più saputo dove si trovasse. L'importante era trovare un qualche centro abitato e individuare un ospedale, oppure passare davanti a un commissariato. Alla fine, quando, giunta a una cittadina sonnolenta, aveva scorto l'insegna della polizia, si era quasi messa a piangere per il sollievo. Da quel momento erano stati altri a prendere la regia. Ricordava vagamente una scomoda sedia di plastica nel commissariato, dove era rimasta seduta almeno un'ora, stringendo in mano un bicchiere di polistirolo piena di caffè, a piangere in silenzio e ininterrottamente. Tornò alla finestra e la chiuse. Stava diventando troppo freddo e in quel momento non poteva permettersi di prendere un raffreddore. Non avrebbe mai creduto che un giorno avrebbe ripensato con affetto a suo fratello Liam. Era un tipo brutale, scontroso e vendicativo, indolente e ubriacone, ma era stato lui a portare la sorellina al tirassegno. Liam era ossessionato dalle armi. Prima che l'alcol lo riducesse a un rottame, trascorreva ogni momento libero a esercitarsi con la pistola. Pam, sempre in fuga da suo padre, che aveva cominciato a guardarla con un interesse lascivo a partire da quando aveva undici anni e poi l'aveva violentata regolarmente dai tredici, aveva implorato Liam di portarla con lui. Lui la maltrattava spesso, ma se non altro non se la portava a letto. A un certo punto lei aveva avuto addirittura l'impressione che lui cominciasse a divertirsi a darle lezioni del suo passatempo preferito, e lei, quanto mai ansiosa di compiacerlo, si era impegnata a fondo, diventando molto brava. Perfino Liam di tanto in tanto la lodava e lei si era accorta che parlava con orgoglio della sorellina anche con i suoi amici. «Ha un talento naturale», si vantava, «finirà per diventare una poliziotta, da quanto è brava!»
Alla polizia in effetti ci era finita. Ma in maniera diversa da come pensava Liam. Le sarebbe piaciuto dirgli che in fondo era stato lui a salvarle la vita, ma l'ultima volta che lo aveva visto era stato dodici anni prima, all'ingresso di una galleria commerciale di Liverpool. Dormiva rannicchiato su se stesso, ubriaco, puzzolente, intontito dalla grappa. Teneva la bottiglia stretta in mano e, quando lei lo aveva svegliato, lui non l'aveva riconosciuta.
Aveva scoperto che Pit possedeva una pistola poco dopo essersi trasferita a vivere con lui. L'aveva trovata in fondo a una scarpiera, nascosta tra vecchi stivali di gomma, mazze da baseball e sciarpe di lana ammuffite. Siccome intuiva che non avrebbe dovuto rovistare lì dentro e aveva già avuto modo di sperimentare uno degli accessi di rabbia di Pit, preferì non rivelare la propria scoperta. Istintivamente non gli aveva neppure rivelato di saper sparare come una professionista. Per qualche motivo aveva intuito che un giorno avrebbe potuto risultarle utile avere un qualche vantaggio su di lui. Quando Pit aveva cominciato a trattarla sempre peggio e ad anganarla, mostrandosi sempre più violento, lei, in preda a un'incessante paura, aveva cominciato a sognare la pistola. Non di notte, bensì di giorno. Si vedeva che puntava la canna sul viso del suo aguzzino, sparava e cancellava quel ghigno spaventoso, e questa immagine era diventata la sua consolazione. Si immaginava la scena mentre i suoi pugni le percuotevano l'addome, mentre la scopava con tale violenza da farla gridare di dolore, mentre la trascinava per l'appartamento tenendola per i capelli per mostrarle un punto che si era dimenticata di pulire. Aveva bisogno di questa fuga interiore per non piombare del tutto nella disperazione, per non gettarsi dalla finestra oppure tagliarsi le vene. Nei momenti più neri si rendeva conto che non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo sul serio. Non si sarebbe mai messa dietro la porta ad aspettarlo, per sparargli appena entrava. Ma anche un sogno bastava a dare coraggio, lei se n'era resa conto allora. Quando aveva deciso di scappare, aveva pensato di portare con sé l'arma, per non essere completamente vulnerabile, ma due settimane prima che compisse quel passo decisivo la pistola improvvisamente era scomparsa dal suo nascondiglio. Evidentemente Pit non lo riteneva più sicuro. E lei non era più riuscita a scoprire dove lui l'avesse spostata.
Adesso l'ho fatto, pensò, e nonostante lo scoramento che provava avvertì un piccolo brivido di esaltazione. Dopo tanti anni il sogno si era avverato. Aveva sistemato Pit una volta per tutte. Se ora non fosse finita in gattabuia, significava che sarebbe stata veramente libera per la prima volta dopo tantissimo tempo.
Diede un'altra occhiata all'orribile orologio. Erano trascorsi cinque minuti.
Aveva senso aspettare Cedric e suo padre? Magari il padre avrebbe chiamato direttamente la polizia. Ma quali alternative aveva?
Dove poteva andare? Non aveva soldi, né documenti, neppure un cambio di biancheria. E probabilmente non sarebbe passato molto tempo prima che fosse spiccato un ordine di cattura nei suoi confronti.
«Fidati di me», le aveva detto Cedric la sera prima al momento di salutarsi, «ti scongiuro! A questo punto non puoi che peggiorare la tua situazione!»
Fidati di me.
Si sedette sul letto e si nascose il viso tra le mani. Se c'era una cosa che aveva capito nella vita era quanto fosse impossibile fidarsi di un uomo, e tutto in lei si opponeva alla prospettiva di mettere il proprio futuro anche soltanto in parte nelle mani di Cedric. Odiava sentirsi in trappola. Trascorsi altri cinque minuti si era morsa le unghie a sangue e si era data un limite di tempo: avrebbe aspettato ancora mezz'ora. Se Cedric e suo padre non fossero passati da lei, allora sarebbe sparita per sempre.
Capitolo 4.
La nebbia si era infittita, invece di diradarsi come solitamente accadeva intorno a mezzogiorno. Gravava tetra e impenetrabile al di là della piccola finestra. In cucina regnava un meraviglioso tepore. Jacqueline aveva preparato dell'altro tè e aveva portato in tavola lo zucchero. Fumava una sigaretta dopo l'altra.
«Impiegai parecchio tempo, prima di rendermi conto che Mare era un fedifrago patologico. Forse non cominciò subito. All'inizio è probabile che i suoi sentimenti verso di me lo trattenessero. Ma in seguito... perse ogni scrupolo. La cosa peggiore era che non doveva neppure darsi da fare. Le donne gli cadevano letteralmente ai piedi. Non dipende soltanto dal suo aspetto esteriore. C'è anche il suo atteggiamento. Questa sua serietà posata e riservata, i suoi modi raffinati, l'amichevole distanza... forse non bisognerebbe sorprendersi se un uomo cede alle proprie debolezze quando si trova la strada spianata in questa maniera.»
Rosanna sorseggiò il tè. Era molto caldo e le scottò le labbra. Posò la tazza lanciando un gemito soffocato.
Jacqueline fraintese la sua reazione. «Sì, immagino che per lei sia spiacevole», disse, «ma mi ha chiesto di raccontarle la verità.» «Volevo sapere come mai suo figlio...»
Jacqueline rise. «Non riesce a immaginarselo? Quasi tutte le sere, quando Mare non tornava a casa per l'ennesima volta, dopo avermi promesso il contrario, Josh veniva svegliato dal mio pianto. Allora veniva in camera nostra dove io singhiozzavo nel grande letto vuoto. Papà non è ancora tornato? mi chiedeva, e io gli rispondevo, no, papà è al lavoro, farà tardi anche stasera. Non piangere, mamma, mi diceva e poi si infilava sotto le coperte, mi abbracciava stretta stretta e premeva il viso contro le mie guance rigate di lacrime. Dapprincipio credeva sul serio che il padre avesse sempre tanto da lavorare e che io piangessi soltanto perché ero da sola. Però, man mano che cresceva, le discussioni tra me e Mare diventarono più accese, e Josh cominciò a capirci di più e alla fine si rese conto della realtà. Il padre non lavorava, il padre andava a letto con altre donne e la mamma ne soffriva terribilmente. Capisce anche lei che in tali circostanze un figlio può cominciare a odiare suo padre.» Invece di rispondere, Rosanna formulò un'altra domanda: «Non è plausibile che Mare effettivamente avesse da lavorare? A me ha spiegato di essere stato veramente ossessionato dalla carriera. Si rende perfettamente conto di aver trascurato la famiglia, e ne soffre profondamente».
«Sa una cosa», replicò Jacqueline, «se io fossi in procinto di allacciare una nuova relazione, non direi certo per prima cosa al nuovo partner che il mio matrimonio è fallito per colpa dei miei tradimenti. È vero, Mare era un autentico stakanovista. Nutriva un'ambizione sfrenata. Era sposato prima con il lavoro poi con me. Questo era il secondo problema dopo l'adulterio. Ci trascurava continuamente. Qualunque cosa progettassimo come famiglia, un weekend al mare d'estate, oppure un pomeriggio al cinema o una gita in bicicletta, nove volte su dieci potevo essere sicura che alla fine mi sarei ritrovata da sola con Josh. All'ultimo istante arrivava la solita telefonata di Mare che affermava di doversi occupare di una questione imprescindibile. Potevo scommetterci. E lei non immagina nemmeno con quanta amarezza possa piangere un ragazzino quando la cosa si ripete all'infinito.»
«E secondo lei, nella maggior parte dei casi...»
«... si trattava dell'ennesima biondina? Credo che la percentuale fosse alla pari. Lo studio per il quale lavorava in effetti spremeva a sangue i collaboratori al punto che lasciare un sabato sera libero a uno degli associati era considerato un comportamento disdicevole., Non so quante volte lo implorai di andarsene da lì, ma lui riteneva che fosse il trampolino di lancio ideale per una carriera di successo. Fu molto interessante assistere poi al modo in cui lo lasciarono cadere come una patata bollente quando scoppiò il caso Dawson. Per anni si era fatto un mazzo così per lo studio, gli aveva sacrificato la famiglia, e adesso non vedevano l'ora di liberarsi di lui. Ma», diede una scrollata di spalle, «a quel punto ormai la faccenda non mi riguardava più.»
Rosanna decise di prendere il toro per le corna anche a costo di essere buttata fuori di casa da Jacqueline. «Mare mi ha raccontato che lei lo accusò di diverse relazioni», disse, «ma secondo lui si trattava di una sua... fissazione. Era fin troppo stressato per cercare un'avventura. Mi ha giurato di non averla tradita neppure una volta.»
Jacqueline rise. «Una fissazione? Anch'io al posto suo la definirei allo stesso modo. E devo dire che è anche stato gentile. Mi accusava in continuazione di essere malata di nervi. Deve sapere che mi trovai a vivere un momento difficile quando dovetti occuparmi di mia madre gravemente inferma. Era ricoverata in un istituto nei pressi di Cambridge e io andavo a trovarla regolarmente, per offrirle calore e affetto. Assistere alle sue sofferenze era spaventoso e terribilmente deprimente. In quel periodo piangevo molto. Ero molto triste, ma per nulla esaurita. Non cominciai a immaginarmi le cose, come invece mi viene rinfacciato dal mio ex marito. Ero perfettamente in grado di capire lucidamente ciò che mi accadeva intorno.»
Era proprio così? Rosanna non voleva scivolare in un modo di pensare tanto scontato, e sapeva anche che ciò che provava per Mare non le permetteva di essere completamente obiettiva, ma d'altro canto non era disposta a prendere le affermazioni di Jacqueline come l'unica verità valida. Quella donna le sembrava un po' disturbata. Si era stabilita in questo paesino dimenticato da Dio e dipingeva acquerelli. Costringeva il figlio a vivere in una situazione che non avrebbe potuto essere più diversa di così dalla sua vita precedente.
Forse aveva del talento, ma non era vero che proprio gli artisti più dotati hanno la tendenza a crearsi un mondo fantastico?
Mare era a casa di rado, aveva trascurato emotivamente moglie e figlio, lo aveva ammesso lui stesso senza esitazioni. Possibile che avesse avuto anche delle amanti? Jacqueline era rimasta decisamente vaga nelle proprie accuse. Aveva parlato di donne che si gettavano numerose ai suoi piedi, ma non aveva indicato un nome preciso né una descrizione più accurata del tipo: aveva avuto una relazione durata mesi con una sua collega bionda, oppure, tutte le volte che andavo da mia madre, lui se la faceva con la donna che abitava due case più in là. Una persona schietta come Jacqueline non avrebbe dovuto essere più esplicita? E alla fine aveva ammesso di essere stata molto turbata dalla lunga malattia della madre - cosa del tutto naturale. Non ero per nulla esaurita, aveva detto, ma una donna che andava regolarmente da Londra a Cambridge per assistere impotente alle sofferenze di una persona cara, e che per questo piangeva spesso e di getto, aveva quanto meno i nervi scossi. Forse si sentiva abbandonata dal marito tutto dedito al lavoro, e questo l'aveva fatta sentire ancora più triste e disperata e magari trattata ingiustamente. Le cose potevano stare così, oppure diversamente. C'erano due dichiarazioni che si contrapponevano e Rosanna aveva la vaga sensazione che non sarebbe riuscita a trovare prove convincenti né per l'una né per l'altra.
Scostò la tazza da una parte e si alzò per segnalare di non voler mettere ulteriormente alla prova la pazienza della padrona di casa. «So che è molto occupata», disse, «e non vorrei disturbarla oltre. La ringrazio di essere stata così franca con me.»
Anche Jacqueline si alzò, la sigaretta accesa stretta tra le dita. «Mi ha fatto piacere conoscerla», disse in tono sincero, «e le auguro veramente tanta fortuna con Mare. Più di quanta ne abbia avuta io.»
«È del tutto escluso pensare a una riconciliazione di Josh con suo padre? Credo che sia il più grande desiderio di Mare.»
Jacqueline scrollò le spalle dispiaciuta. «In tutta franchezza non credo che ci sia molto da fare. Dirò a Josh che la vicenda di Elaine Dawson si è chiarita, ma, come le ho già detto, non era quello il motivo del distacco. Forse deve crescere ancora per riuscire a riavvicinarsi a suo padre. Io ne sarei davvero molto felice.»
«Già», osservò Rosanna affranta. Il suo bel sogno di offrire a Mare una commovente riconciliazione con il figlio era svanito. Si chiese se fosse valsa la pena di fare quel viaggio fino a Binfield Heath. Aveva scoperto cose che avrebbe preferito non sapere. Se Jacqueline Reeve era vittima di autosuggestione, era possibilissimo che fosse un fenomeno contagioso. Qualunque cosa fosse accaduta, le accuse di Jacqueline sarebbero rimaste come un piccolo tarlo tenace nella mente di Rosanna, implacabili e sempre presenti tutte le volte che Mare avesse compiuto qualcosa di incongruente. D'un tratto si rese conto che sarebbe stato meglio evitare quest'incontro. Mentre usciva domandò: «Era un comportamento tipico di Mare? Quello di offrire alloggio a una sconosciuta in preda alla disperazione?»
Jacqueline fece una smorfia. «Se si fosse trattato di una donna attraente, l'avrei definito un comportamento del tutto tipico di Mare. Ma dopo aver visto le foto della donna pubblicate dai giornali mi sono detta che il suo doveva essere stato un gesto di pietà.»
«Direi che si tratta di un dato caratteriale positivo.»
«Non ho mai sostenuto che Mare fosse una persona del tutto negativa», replicò Jacqueline, «anch'io ero molto innamorata di lui un tempo. Era in grado di dimostrare grande affetto e grande cuore.
Credo che questa Dawson lo avesse veramente impietosito. Manifestava spesso una generosità spontanea. Ricordo quanto fosse amato al nostro yachtclub, almeno finché lo frequentammo nei fine settimana. In seguito gli mancò tempo anche per quello. Ma si dava sempre da fare dove c'era bisogno di aiuto ed era in grado di capire dove potesse essere utile.»
«Anche a me ha fatto questa impressione.»
«Allora non c'è più niente che ostacoli la vostra felicità insieme», osservò Jacqueline, ma stavolta a Rosanna parve di cogliere una nota di amarezza nelle sue parole.
Uscirono fuori. La nebbia le avvolse come uno straccio bagnato. «D'estate dev'essere un posto davvero pittoresco questo», osservò Rosanna.
«Proprio così», confermò Jacqueline. «Tuttavia è pur sempre un paese piuttosto soffocante. Ma ho molti conoscenti nei dintorni e questo rende le cose più facili.»
Le due donne si scambiarono una stretta di mano. Fatti due passi, Rosanna fu inghiottita dalla nebbia. La visibilità era ridotta a pochi metri.
Come allora, pensò all'improvviso con un brivido, come quella sera di gennaio. Quando l'aeroporto venne chiuso. Quando Elaine si trovò improvvisamente bloccata a Heathrow. Riusciremo mai a sapere con certezza che cosa accadde?
Quando e dove Elaine aveva incontrato il suo assassino? E costui si chiamava davvero Pit Wavers?
Capitolo 5.
La nebbia rimase su Londra fino a sera. Quando giunse il tramonto la cappa di piombo al di là della finestra non si era mossa. Rosanna aveva mangiato in un Burger King bevendo tre tazze di caffè per darsi una scossa, poi aveva comprato qualcosa per cena ed era tornata nell'appartamento di Mare nel primo pomeriggio. Si sentiva affranta. Rimpiangeva di essere stata a Binfield Heath. Verso le quattro telefonò al padre a Kingston St. Mary. Victor rispose subito con voce impacciata. «Che bello sentirti», disse, «quando arrivi?»
«Presto. Io ho... ho ancora delle cose da sbrigare qui a Londra. Come sta Cedric?»
«Considerate le circostanze, direi bene. Sono andato a prenderlo oggi a mezzogiorno all'ospedale. Ha ancora forti dolori, ma gli hanno dato degli antidolorifici. Se la caverà.» «Papà, che cosa c'è? Hai una voce strana!»
Victor esitò, come se fosse in preda a un dilemma interiore. «C'è qui quella Pamela Luke», disse alla fine.
Rosanna trattenne il respiro. «Pamela Luke? scotland Yard la sta cercando!»
«Lo so. È di sopra da Cedric, che sta cercando di convincerla a costituirsi. Si è presentata da lui ieri sera in ospedale. Ha un aspetto terribile e sembra sull'orlo di una crisi isterica. Devo dire che questa svolta degli avvenimenti non mi piace per niente.» Rosanna poteva ben capirlo. Povero papà! Rispettoso delle leggi e sempre corretto, la massima deviazione fino a quel momento in vita sua erano state due o tre multe per sosta vietata. E adesso una donna dalla reputazione sospetta si nascondeva a casa sua, ricercata dalla polizia e probabilmente in combutta con delinquenti senza scrupoli. Due notti prima aveva ucciso un uomo, dopo che costui aveva picchiato brutalmente Cedric rompendogli quattro costole. Victor Jones doveva avere la sensazione di essere piombato in un incubo.
«Mi puoi passare Cedric?» domandò Rosanna.
«Un momento, prego», rispose Victor con quel suo modo a volte così formale, poi schiacciò qualche tasto.
Qualche istante dopo Cedric fu all'apparecchio. «Rosanna?» «Cedric! Che cosa succede? Come mai Pamela è scappata? Puoi parlare liberamente?»
Cedric sospirò. «È di là in camera tua a riposare», disse. «È molto provata psicologicamente. Si è cacciata in un grosso guaio non dicendo la verità all'inizio. Non è vero che ha trovato il passaporto di Elaine nella camera da letto di Ron Malikowski. Non era mai entrata lì, e ora lo sa anche la polizia.»
«Ma allora... dove l'ha preso? Cioè... è forse coinvolta nella sparizione di Elaine?»
«Lei sostiene di no. Anche se a questo punto diventa un po'"difficile crederle, dopo che ha mentito fino adesso.» «Quindi...?»
«Lei dice di aver trovato per caso il passaporto. Nel gennaio 2003. A quanto sembra poco dopo la scomparsa di Elaine.» «E dove lo avrebbe trovato?»
«In un paesino sperduto, Wiltonfield o qualcosa del genere. Parecchio fuori Londra. Lei e Pit avevano fatto una gita insieme e lei scoprì il passaporto accanto a una serie di cassonetti in un parcheggio ai margini del paese. Dentro c'erano vestiti usati. Il passaporto era per terra. Lei lo prese e se lo infilò nella tasca del cappotto, senza farsi vedere da Pit. Una volta tornata a casa scoprì che era intestato a Elaine Dawson e che questa Dawson aveva grosso modo la sua stessa età. Colse al volo l'occasione, lo nascose e nell'aprile successivo decise di fuggire.» «Tu le credi?»
«Difficile a dirsi. Se fosse vero... sai che cosa significa?» «Qualcuno ha gettato i vestiti di Elaine nel cassonetto senza accorgersi che il passaporto era caduto per terra.»
«Lei era stata all'aeroporto. Immagino che tenesse il passaporto nella tasca del cappotto, perché pensava di doverlo esibire. Era evidente che qualcuno l'avrebbe trovato.»
«Ma in questi casi il ritrovamento viene segnalato alla polizia.» «A meno che non ci si trovi in una situazione disperata e ci si renda conto all'improvviso che un documento del genere può rappresentare la chiave per una nuova vita.»
Rosanna tacque per un istante. «Vale a dire...»
«Vale a dire che anche in questo caso molto probabilmente Elaine è stata vittima di un delitto», concluse Cedric, «altrimenti per quale motivo avrebbe dovuto gettare lei stessa il proprio passaporto in un cassonetto da qualche parte in provincia? Oppure disfarsi dei propri vestiti? Non ha alcun senso.»
«Ma in questo caso il colpevole tornerebbe a essere ignoto. Pamela ha ritrovato il passaporto in maniera del tutto casuale, e questo sta a significare che il delitto non è necessariamente collegato al suo ambiente. Wavers e Malikowski sarebbero del tutto estranei alla vicenda.»
«In ogni caso il loro coinvolgimento non è né più né meno probabile di quello di un qualsiasi altro delinquente», concordò Cedric. «Che cosa terribile per Geoff. Il fatto di avere un nome lo aveva tanto sollevato.»
«Mi chiedo come abbia fatto Elaine a finire in quel paesino sperduto.» «Non ne ho idea. Forse è salita sulla macchina sbagliata con l'uomo sbagliato. Costui l'ha portata in una zona appartata, l'ha violentata, l'ha uccisa, l'ha scaricata da qualche parte e poi si è disfatto dei suoi vestiti. Purtroppo storie del genere capitano molto spesso.»
«Ma lei era diretta a Heathrow!»
«Era disperata. Chissà, magari è scesa dalla metropolitana a una stazione intermedia. Quello che è successo dopo... probabilmente non verremo mai a saperlo con sicurezza.»
A Rosanna venne in mente un'altra cosa. «Perché allora Pamela ha voluto attirare i sospetti su Malikowski? Non sarebbe stato meglio scegliere Wavers? Dopo tutto aveva già commesso altri delitti.» «E quello che le ho chiesto anch'io. Lei si giustifica dicendo che era terrorizzata. Imputare qualcosa a Malikowski le sembrava meno pericoloso - quanto meno in vista di una possibile vendetta. Wavers la teneva in pugno. Me ne sono accorto io stesso mentre eravamo in viaggio. Ovviamente, dopo la morte di Wavers, la cosa migliore sarebbe stata affibbiare a lui tutta la colpa. Ma nel frattempo lei aveva già dato un'altra versione dei fatti a te e a Mare Reeve, e non poteva rimangiarsela. Doveva restare coerente con la storia di aver trovato il passaporto nella camera da letto di Malikowski.» «Perché non ha detto la verità fin dal principio? La sua storia non è affatto improbabile.»
«Rosanna, Pamela è cresciuta in un ambiente criminale», disse Cedric, «e subito dopo averlo lasciato è finita in un altro analogo. In un certo senso per lei il crimine era la realtà quotidiana. Certe persone ragionano in maniera diversa da noi. Io e te racconteremo le cose come sono andate, perché abbiamo la coscienza a posto e non ci verrebbe mai in mente che qualcuno possa accusarci di qualcosa. Ma le persone come Pamela sanno di essere considerate sospette a priori dalla polizia già a causa della loro estrazione sociale. Vivono sempre con un piede in galera, e di solito le loro dichiarazioni godono di scarsa credibilità. Per questo agli occhi di Pamela aveva perfettamente senso presentare alla polizia un possibile sospetto, piuttosto che lasciar intendere anche lontanamente di essere coinvolta in un qualche atto delittuoso. Del resto lei avrebbe avuto un movente per eliminare Elaine: le serviva disperatamente un documento d'identità. E adesso si trova proprio nei pasticci.» «Secondo te come stanno le cose? Tu le credi?»
Lui esitò. «Per certi versi, sì», rispose poi. «Non riesco a capire fino in fondo le sue motivazioni, ma ho l'impressione che mi abbia detto la verità. Naturalmente potrei sbagliarmi. Una donna che ha vissuto per cinque anni sotto falsa identità è abituata a fingere con chi le sta intorno. Forse la sua è tutta una messinscena. Non so che dire.»
«A me è sembrata una vittima. Non mi ha dato affatto l'impressione di essere colpevole.»
«Nonostante tutto però sa sparare molto bene. Lo ha ammesso lei stessa. È stato suo fratello a insegnarglielo da ragazzina. Il fatto di aver centrato in pieno Wavers con un colpo solo non è stato una fortunata coincidenza, né la mano di Dio. Il proiettile ha colpito il bersaglio perché lei ha una mira micidiale.»
«E Wavers possedeva un'arma che molto probabilmente le era accessibile.»
«Già», disse Cedric, «può essere andata così. Oppure in maniera diversa.»
Rosanna lo incalzò: «Cedric, in ogni caso, deve andare alla polizia. Non può nascondersi a casa nostra. Non puoi fare una cosa del genere a papà. La cosa lo preoccupa molto e non abbiamo il diritto di coinvolgerlo in questa vicenda».
«Lo so», replicò Cedric, «e sto facendo del mio meglio per convincerla, credimi.»
Rimasero in silenzio per un po'. Vorrei tanto che fosse finito tutto, pensò Rosanna, una volta per tutte, e che potessimo sapere con certezza cosa è accaduto.
Udì il rumore della chiave che girava nella toppa. Mare! Sarebbe stato sorpreso di trovarla lì. Lei non aveva ancora deciso se raccontargli o no del suo incontro con l'ex moglie.
«Ora ti devo lasciare», disse al fratello, «Mare è appena arrivato.» «Sei a casa di Mare Reeve?» le domandò Cedric. «Sì», rispose lei semplicemente e riattaccò.
Non aveva voglia di sentire l'opinione di Cedric riguardo a questo argomento. Le dava già abbastanza da pensare. Se non altro perché non riusciva a liberarsi della spiacevole sensazione di aver tralasciato qualcosa nella sua conversazione con Cedric. C'era qualcosa che avrebbe dovuto farle scattare un interruttore in testa.
Ma per quanto si sforzasse di trovarlo non riusciva proprio a capire di che cosa potesse trattarsi.
Capitolo 6.
Quella notte Rosanna non riuscì a chiudere occhio. Era tormentata da troppi problemi, da troppi pensieri ossessivi. A tarda sera si era accorta che Dennis aveva cercato per due volte di telefonarle sul cellulare, ma era stata troppo vigliacca per richiamarlo. Lui la credeva a Kingston St. Mary. Come avrebbe potuto spiegargli il motivo per cui si trovava ancora a Londra?
Mare era rimasto sorpreso e contento di trovarla a casa sua. «Ehi», aveva esclamato piano, abbracciandola, «che cosa è successo? Come mai non sei andata da tuo fratello?»
«Non volevo andarmene da qui», gli aveva risposto lei semplicemente, dopodiché erano finiti subito a letto e ci erano rimasti per un paio d'ore. Lei aveva deliberatamente ignorato lo squillo del cellulare, impedendo così al marito di parlarle. Più tardi si erano infilati l'accappatoio e avevano preparato la cena con le provviste comprate da Rosanna. Avevano cenato a lume di candela, bevendo una bottiglia di vino che Mare aveva preso dalla cantina. L'oscurità e la nebbia erano rimaste chiuse fuori, e per una volta il piccolo e squallido appartamento era diventato un luogo caldo e accogliente pieno di romanticismo e di passione. Durante la cena Rosanna aveva raccontato a Mare della telefonata con Cedric e delle dichiarazioni di Pamela.
Mare l'ascoltò con attenzione.
«Ma tu pensa!» disse alla fine. «Tu credi che il suo racconto sia plausibile?»
Rosanna scrollò le spalle. «Difficile a dirsi. Praticamente non conosco affatto Pamela, l'ho frequentata solo di sfuggita. Cedric, che ha passato più tempo con lei, è incline a crederle. Ma nemmeno lui può esserne del tutto certo.»
«Se ciò che afferma fosse vero, il mistero resta fitto come prima», osservò Mare. Assunse un'espressione frustrata. «A questo punto torno in corsa come possibile colpevole.»
«Non credo che nessuno sarebbe disposto ad accusarti», obiettò subito Rosanna. «Tu l'avevi...»
«Io l'avevo fatta salire sulla District Line e l'avevo guardata partire. Altro non so. Può essere vero oppure no.» «Le avevi spiegato dove doveva cambiare?»
«Certo. South Ealing. Piccadilly Line. Forse si è confusa. Forse è salita sul treno sbagliato ed è finita da tutt'altra parte. Probabilmente non lo sapremo mai, Rosanna. E sai una cosa?» Scostò da sé il piatto ancora mezzo pieno e si alzò. «Pian piano comincia a farmi impazzire continuare a chiedermi che cosa sia successo. Non ha senso. Non ci porterà da nessuna parte. Vorrei lasciar perdere una buona volta e dimenticare tutto quanto.»
Da quel momento non ne avevano più parlato, ma Rosanna non aveva osato rivelare a Mare della sua visita a Jacqueline. L'atmosfera era già cupa, e lei non vedeva il motivo di rovinarla ulteriormente.
Guardarono insieme un talk show in televisione sorseggiando vino, e Rosanna si accorse che le faceva male la gola e le bruciavano gli occhi. Benissimo, adesso si era presa pure il raffreddore. Ci mancava solo quello.
Quando andarono a letto, il mal di gola aumentò. E i pensieri cominciarono a vorticarle per la testa. Ascoltando il respiro regolare di Mare, era tormentata da immagini inquietanti. Mare, che girava per Londra in compagnia di giovani donne attraenti. Lei che lo aspettava a casa, preoccupata, lentamente divorata dalla gelosia. Mare che tornava a casa tardi, con un alone di profumo sconosciuto e dando spiegazioni poco plausibili. Percepiva la frustrazione che avrebbe avvolto la sua esistenza, intuiva quanto sarebbe stato inquietante convivere con l'incessante interrogativo se lui le mentisse oppure no.
Alla fine si alzò, richiuse in silenzio dietro di sé la porta della camera, accese la luce in cucina, prese un bicchiere dalla credenza e lo riempì di acqua fredda. Il freddo diede sollievo alla sua gola irritata.
Tenendo il bicchiere in mano, si guardò lentamente intorno per la stanza. Doveva trovare il modo di calmarsi. Non poteva permettere alle immagini che la tormentavano di prendere il sopravvento.
L'insonnia accendeva la fantasia, induceva a vedere fantasmi destinati poi a svanire alla luce del giorno.
Mare aveva sempre respinto categoricamente le accuse che la ex moglie gli rivolgeva. L'aveva descritta come una donna patologicamente gelosa, una persona che era in preda a una vera e propria pazzia. Lui non aveva mai cercato in nessun modo di descriversi come marito ideale, padre eccezionale e premuroso capo famiglia. Aveva riconosciuto tutti i propri errori, era stato spietato con se stesso. Ma aveva negato di aver tradito la moglie. Per quale motivo lei avrebbe dovuto dare maggior credito a Jacqueline piuttosto che a lui?
Se io fossi in procinto di allacciare una nuova relazione, non direi certo per prima cosa al nuovo partner che il mio matrimonio è fallito per colpa dei miei tradimenti, aveva detto Jacqueline. Ovviamente aveva ragione. Tuttavia le cose non dovevano necessariamente stare come affermava lei. Poteva benissimo darsi che la realtà fosse quella descritta da Mare. Rosanna appoggiò la fronte rovente contro il vetro della finestra. Era come per Elaine e Pamela. Forse Pamela diceva la verità. Oppure la verità era del tutto diversa. Tutto sfumava nell'incertezza. Era come quello che vedeva fuori dalla finestra: nebbia. Semplicemente e soltanto nebbia.
Il pensiero di Pamela le fece tornare in mente che qualcosa nel suo racconto le aveva provocato un moto di inquietudine. Mentre Cedric le riferiva il colloquio avuto con Pamela, a un certo punto lei aveva sentito un che.
Se solo fosse riuscita a ricordare in quale momento!
Svuotò il bicchiere. Il mal di gola era sempre molto intenso e adesso le sembrava di avere pure la febbre. Davvero un ottimo presupposto per individuare possibili incongruenze. Sempre ammesso che dovesse farlo.
Ma perché non lascio perdere, pensò, perché non lascio che il mistero della scomparsa di Elaine rimanga tale? Perché non mi abbandono semplicemente al futuro con Mare? Perché non la smetto di voler cercare di chiarire tutte le controverse vicende intorno a me? Con gli occhi doloranti guardò l'acquerello di Jacqueline Reeve appeso alla parete, lo guardò senza vederlo veramente. Un cielo temporalesco. Montagne sullo sfondo, le vette avvolte dalle nuvole. Acqua plumbea. Una barca a vela ormeggiata davanti a un molo di pietra. Un quadro malinconico, triste e buio.
L'immagine le richiamò qualcosa alla mente.
La barca a vela. Le vele ammainate. La pioggia.
Perché una scena così triste? pensò, dal momento che lei e Mare amavano tanto le barche.
In quel momento allora capì. Capì che cosa l'aveva tormentata per tutto il tempo. Capì che cosa la ossessionava da quando Cedric le aveva riferito il racconto di Pamela.
La località. Wiltonfield. Aveva già sentito il nome di quel posto. Quando Mare le aveva parlato della sua barca mentre erano in viaggio verso Cambridge. Le aveva raccontato del club di cui era stato socio insieme a Jacqueline. Lo yachtclub di Wiltonfield. Di colpo si sentì perfettamente sveglia. Il cuore prese a batterle più velocemente.
Devo restare calma, pensò, non posso permettermi di arrivare a conclusioni affrettate.
Tornò in cucina e si riempì nuovamente il bicchiere. Lo bevve a piccoli sorsi concentrati. Fissò un punto immaginario nella notte buia al di là della finestra.
Quali sono i fatti, ammesso che la storia di Pamela sia vera? Nel gennaio 2003, presumibilmente poco tempo dopo la scomparsa di Elaine, Pamela Luke ritrova il suo passaporto alla periferia di un piccolo paesino fuori Londra. Wiltonfield. Il documento si trova per terra accanto a un cassonetto per indumenti usati. A Wiltonfield ha sede lo yachtclub di cui Mare e Jacqueline Reeve sono soci da anni. Sbagliato! Concentrati.
Nel gennaio 2003 Mare non è più socio del club. Dopo la separazione non vuole più incontrare sua moglie lì e si è dissociato. Ha lasciato la barca a Jacqueline. Lei ce l'ha ancora, e continua a essere socia attiva del club.
Ricordava bene ciò che Jacqueline le aveva detto quella mattina: riusciva a sopportare di vivere a Binfield Heath perché molti suoi amici vivevano nella zona.
Naturale. Wiltonfield doveva trovarsi lì nei paraggi, a pochi chilometri di distanza. Probabilmente molti membri dello yachtclub risiedevano intorno a Wiltonfield e Binfield Heath. Si trattava di persone che Jacqueline conosceva da molti anni, alle quali era legata da una solida amicizia. Per questo aveva scelto quella località come sua nuova residenza. Non doveva sentirsi sola lì.
Nel gennaio 2003 Mare Reeve porta a casa sua la perfetta sconosciuta Elaine Dawson. Subito dopo la giovane scompare misteriosamente senza lasciare traccia. Poco dopo il suo passaporto spunta nella località in cui si trova la barca di Jacqueline Reeve, la località che si trova nelle immediate vicinanze della sua nuova residenza.
Una coincidenza?
Rosanna si massaggiò lentamente le tempie. Nonostante il malessere e la febbre, era perfettamente lucida. Non può trattarsi di una coincidenza.
La storia della sparizione di Elaine era cominciata con un Reeve. E ora sembrava concludersi di nuovo lì. In un collegamento con la famiglia Reeve. Ma forse non necessariamente con Mare. Un pensiero prese forma nella sua mente, un'idea, forse dissennata, ma che non sembrava del tutto campata per aria. L'idea che Jacqueline fosse coinvolta nella vicenda. La moglie divorziata -all'epoca, cinque anni prima, in procinto di divorziare - alla quale nessuno aveva mai pensato.
La donna in preda a una gelosia ossessiva, quasi una vera e propria forma di paranoia.
Mare l'aveva descritta in questi termini. Aveva detto che sospettava sempre di lui. Lo perseguitava con le proprie accuse. A un certo punto la loro vita insieme era diventata una serie di litigi, accuse e scene ripugnanti. Lei era letteralmente ossessionata dall'idea che lui la tradisse in continuazione.
Senza che in realtà lui gliene avesse mai dato un vero motivo. Se questo corrispondeva al vero, Jacqueline era veramente in preda a una fissazione. Del resto, durante il colloquio con Rosanna, in pratica non aveva parlato d'altro. Anche il loro ex vicino di casa aveva riferito dei litigi su questo argomento. Ammettendo che Mare dicesse la verità e che fosse sul serio votato alla professione, ma non fedifrago, l'immagine che scaturiva della moglie era quella di una donna vittima della propria immaginazione che aveva perso a poco a poco il contatto con la realtà.
E se quella sera avesse visto Elaine a casa di Mare?
Rosanna si premette il bicchiere freddo alla tempia, come se bastasse per scacciare la febbre. Le sue erano semplici illazioni, oppure un'ipotesi concreta? Bisognava presumere che Jacqueline si trovasse nelle vicinanze della sua ex abitazione. Forse era seduta in auto. Forse aveva preso l'abitudine di continuare a spiare e a seguire suo marito anche dopo diversi mesi dalla separazione. Se la sua era veramente una psicosi ossessiva, non sarebbe cessata semplicemente allontanandosi da lui e andando a vivere da un'altra parte. Forse Jacqueline si trovava persino all'aeroporto. Forse voleva partire, era stata bloccata dalla nebbia, e aveva visto il marito allontanarsi con un'altra donna. Oppure si trovava a bordo del metrò il giorno successivo. Aveva parlato con Elaine? Le aveva raccontato qualcosa per attirarla fuori città?
Rosanna si costrinse a pensare lucidamente e obiettivamente. Tutte quelle ipotesi sembravano assurde, ma non troppo assurde per la realtà. Poteva essersi trattato di una coincidenza, oppure di una situazione creata deliberatamente da Jacqueline, ma non le sembrava troppo azzardato immaginarsi che Jacqueline Reeve avesse visto o fosse venuta a sapere qualcosa che aveva acceso la sua gelosia. E poi?
Era plausibile pensare che Jacqueline Reeve avesse ucciso Elaine Dawson?
Allo stesso modo in cui era plausibile e non plausibile pensare che l'avesse fatto Mare. Un colpevole sconosciuto restava ancora l'ipotesi più probabile, perché poteva provenire da un ambiente in cui tali crimini erano abituali: lesioni personali, omicidio, sevizie, dovuti a istinti irrefrenabili, oppure avidità o brutalità. Nessuno poteva obiettare sull'esistenza di questo mondo raccapricciante, le gesta dei suoi abitanti riempivano ogni giorno la cronaca dei giornali. Ma Mare non ne faceva parte. E neppure Jacqueline, a quanto poteva giudicare Rosanna. Escluderli entrambi, tuttavia, avrebbe significato considerare il luogo del ritrovamento del passaporto di Elaine come una pura coincidenza.
Pure questo era plausibile. Le coincidenze erano sempre plausibili. Trasalì sentendo dei passi alle proprie spalle. Mare uscì dalla camera da letto sbattendo gli occhi per la luce che proveniva dalla cucina.
«Mi sono svegliato e tu non c'eri», disse, «che cosa succede? Non riesci a dormire?»
«Credo che mi stia per venire l'influenza», rispose Rosanna, «mi fa male la gola. Avevo bisogno di bere qualcosa.»
Lui l'abbracciò. Il suo corpo era caldo e stranamente confortante.
«Povero tesoro mio. Non dovresti startene qui in piedi senza accappatoio. Fa troppo freddo.» La allontanò da sé e la esaminò attentamente, posandole poi la mano sulla fronte.
«Scotti», disse.
Forse era solo colpa della febbre. Forse era per questo che le venivano tutte quelle folli idee. Eppure...
«Mare, è possibile...» cominciò lei, ma poi si interruppe. È possibile che tua moglie ti abbia visto all'epoca? La tua moglie patologicamente gelosa? Quando portasti Elaine a casa tua? Era troppo presto per formulare questa domanda. Troppo presto per metterlo di fronte a questo agghiacciante sospetto. «Sì?» domandò lui.
Lei sorrise e scrollò il capo. «Ma niente. Hai ragione, ho freddo.
Torniamo a letto.»