Sabato, 16 febbraio.
Capitolo 1.
«Sei stata impossibile ieri sera», la rimproverò Nick incollerito, «del tutto impossibile. Ti sei posta come un avvocato difensore in tribunale. Come l'avvocato di Mare Reeve!»
Rosanna era seduta ancora un po'"stordita sul letto nella camera d'albergo. Lo squillo del telefono l'aveva svegliata alle sette, strappandola bruscamente dal sonno. Aveva immaginato che si trattasse di Nick. La sera prima, al termine della trasmissione, lo aveva cercato invano. In preda alla collera, lui se n'era tornato a casa senza aspettarla né rivolgerle la parola. Ecco perché adesso invece parlava tanto.
«Per non dire di come hai aggredito Mrs. Pearce. E in un certo senso tutto il programma. E di riflesso anche il nostro giornale. Sei andata oltre il genere di giornalismo rappresentato da Private Talk e da Cover. Mi chiedo che cosa ti abbia preso.» «Nick, io...»
«Lasciamo perdere Elaine Dawson, ok? Voglio dire, non ti rendi conto di quanto debba apparire assurdo? Ricevi l'incarico di scrivere un articolo su di lei e poi spargi chiacchiere del genere sul suo conto.»
Rosanna lo capiva almeno in parte.
«Nick, io non volevo partecipare a questa trasmissione», ribatté quando lui si decise a prendere fiato dandole la possibilità di dire la sua. «Se avessi saputo come si sarebbe comportata questa Lee Pearce, avrei capito fin da subito che non aveva senso. Mi rimproveri un comportamento da avvocato difensore di Mare Reeve? Allora non ti sembra che Lee Pearce si sia comportata come la pubblica accusa? Ha fatto di tutto per presentarlo come un colpevole.»
«Ma lui si sarebbe potuto presentare per difendersi. Sarebbe bastato che accettasse l'invito in trasmissione.»
«Forse non ha più voglia di difendersi. Rispetto a una storia con la quale non ha niente a che fare!»
«Aha. Che non ci abbia niente a che fare, lo sai per certo?» «Non sono onnisciente, ma mi è sembrata una persona sincera. E poi non mi riesce di pensare a un movente plausibile per lui. Inoltre la polizia non ha trovato nessuna prova a suo carico. Nick, non si può perseguitare a vita un uomo per colpa di una storia in cui forse non ha davvero nessuna parte.»
«Non si tratta di questo», replicò Nick, «non si tratta di determinare se Reeve sia innocente o no. Se vuoi proprio saperlo, non mi interessa nemmeno un po'. Io vendo storie e in tale contesto mi interessa esclusivamente la tiratura del mio giornale. Per dirla in maniera brutale, Rosanna, è più facile vendere un Mare Reeve sul quale aleggia ancora l'ombra del sospetto, piuttosto che una Elaine Dawson che se l'è filata e vive felice chissà dove. Le cose stanno così. Sei abbastanza pratica del mestiere da saperlo.» Lei tacque. Lui aveva ragione. Non poteva certo dichiararsi troppo sorpresa dalla sua reazione.
«A prescindere da questo», proseguì Nick, «sono rimasto molto stupito nel sentire dei tuoi buoni rapporti con Reeve. Vi siete visti ben due volte? Avete avuto lunghi dialoghi sinceri? Molto interessante, venirlo a sapere in questo modo. A me avevi detto che Reeve si era rifiutato di instaurare qualsiasi contatto.»
«Lo so e ti chiedo scusa. Ho dovuto promettergli che non avrei parlato con nessuno dei nostri incontri.»
«Immagino allora che nemmeno lui sarà troppo contento delle tue dichiarazioni di ieri sera.» «È probabile. Ma non ho visto altra scelta se non di fargli da avvocato difensore come dici tu. Spero che capirà.» caloroso applauso. l'incarico, pensò.
«Per te dovrebbe contare di più se capisco io», abbaiò Nick, «perché in fondo sono io a pagare il tuo lavoro e il tuo soggiorno londinese. E direi che non te la passi troppo male, no?» «Lo so. E capirei anche se mi dicessi di non volere più la mia collaborazione...»
«Eh, no. Non te la caverai così facilmente», la interruppe subito Nick. «Tu vai avanti. Abbiamo un accordo. Ma d'ora in avanti tu rispetterai il contratto. E ciò implica che ti asterrai in futuro dal rilasciare qualsiasi dichiarazione sulla stampa o in TV come portavoce del Cover o riguardo all'incarico che stai svolgendo. E dovrai concordare con me ogni singolo passo, anche il più piccolo. Intesi, Rosanna?
Voglio essere informato. Non dimenticare che sono il tuo capo.» Con queste parole, lui riagganciò.
Rosanna imprecò sottovoce, poi riappese a sua volta e sussultò sentendo nuovamente lo squillo del telefono. Indugiò un istante, incerta se rispondere, perché non aveva voglia di affrontare un'altra discussione. Probabilmente stavolta si trattava di Mare Reeve. Avrebbe preferito quanto meno bere un bel caffè forte prima di parlare con lui.
Alla fine decise di rispondere lo stesso. «Pronto?»
«Ma sei fuori di testa?» gridò Geoffrey nella cornetta. «Che cos'era quell'assurdo spettacolo che hai inscenato ieri? Si può sapere?
Non credevo alle mie orecchie. Mare Reeve, un povero innocente!
Ed Elaine, che se n'è scappata via con chissà chi, senza dire niente. Ma, dimmi un po', ti rendi conto della merda che hai sparso per il mondo?»
«Geoffrey, lo so che hai le tue teorie dalle quali non ti vuoi staccare riguardo Elaine, ma devi accettare che...»
«Non devo accettare proprio niente! Tantomeno che tu infanghi la reputazione della mia povera sorella assassinata. E come l'hai dipinta, poi. Come una sgualdrinella sventata, che se ne va via con un tizio qualunque, abbandonando il fratello bisognoso di aiuto. Che non ha neppure la decenza di salutare il povero storpio! Lo sai che cosa trovo di tanto deprecabile in te? Che hai ottenuto l'incarico sbandierando in giro di conoscere tanto bene Elaine fin dall'infanzia.
Ma chi la conosce bene, chi la conosce davvero, sa che non avrebbe mai fatto niente del genere. Aveva fin troppo stile. E troppa decenza. Tratti caratteriali che evidentemente a te mancano del tutto, e perciò...»
Rosanna non aveva più voglia di ascoltare quei rimproveri offensivi e fece quello che aveva fatto Nick Simon pochi istanti prima: riagganciò con foga.
«Ne ho abbastanza», disse a voce alta. «Non è né il modo né l'ora!»
Il telefono si rimise a squillare immediatamente, ma lei lo ignorò. Si alzò e andò in bagno. Che Geoffrey si facesse pure sanguinare il dito a forza di comporre il numero. Nemmeno un uomo nelle sue condizioni aveva il diritto di fare sempre tutto quello che gli pareva. Non avrebbe mai dovuto dire il nome del suo hotel a quell'isterico, non avrebbe mai dovuto dargli il suo numero di telefono.
Dopo la doccia, si asciugò i capelli, si vestì e si sentì meglio. Poteva capire il malumore di Nick e per certi versi anche il risentimento di Geoffrey, ma in cuor suo continuava a essere convinta di aver agito per il meglio. Qualunque altra cosa le avrebbe provocato meno seccature, ma non sarebbe stato abbastanza per la sua coscienza. E poi era molto più importante difendere le proprie convinzioni piuttosto che voler dare ragione a qualunque costo agli altri intorno a lei.
Quando il telefono suonò per l'ennesima volta, lei si sentiva più forte e pronta a respingere un nuovo attacco. Rispose con voce sicura. «Pronto? Rosanna Hamilton.»
«Sono Mare Reeve. Spero di non averle telefonato troppo presto.»
«Oh, no, assolutamente. Il mio capo redattore mi ha svegliato alle sei e mezzo inviperito e subito dopo mi ha chiamato anche Geoffrey Dawson per aggiungere la sua parte. Quindi ormai sono più che sveglia. Se anche lei vuole inveirmi contro, si accomodi. Oggi non mi sconvolge più niente.»
Reeve rise piano. «Se lo aspettava, no? Voglio dire, la reazione del suo capo e quella di Mr. Dawson.»
«È probabile. Ma essere aggrediti praticamente nel sonno lascia un po'"scombussolati lo stesso.»
«Mi spiace. Ma io non ho intenzione di rimproverarla, al contrario. Volevo ringraziarla.»
«Sul serio?» domandò Rosanna stupita.
«Davvero. Lo ammetto, la mia prima reazione ieri sera sentendola parlare delle nostre conversazioni è stata di collera. Per un attimo ho pensato... non ha importanza. Ma ho capito subito il motivo che l'aveva spinta a farlo. Ha difeso in maniera splendida la mia posizione e ha lasciato davvero senza parole Lee Pearce. Me la sono proprio goduta.»
Rosanna si sentì inaspettatamente sollevata. «Ne sono felice. Davvero, Mr. Reeve. A volte ho la sensazione che tutta la vicenda stia per sfuggirmi di mano, ma finché lei non si sentirà maltrattato da me credo di avere le cose sotto controllo.»
«Di sicuro non si è fatta intimidire da Mrs. Pearce, e questo mi è piaciuto. Mi dica», proseguì senza pause, «le andrebbe di pranzare con me da qualche parte? Dopo le sue dichiarazioni pubbliche di ieri che non mi considera uno stupratore o un assassino, posso rischiare di invitarla fuori. Potremmo cercare un pub in campagna. Il tempo è splendido.»
«Davvero?» Rosanna non aveva avuto ancora modo di guardare fuori dalla finestra. «Molto volentieri! Anzi, mi piacerebbe davvero moltissimo!»
Sapeva che in realtà avrebbe dovuto lavorare. Ma dopo la serata appena trascorsa, dopo gli affettuosi buongiorno che aveva ricevuto al mattino, dopo i giorni di pioggia aveva la sensazione che una gita in campagna in una bella giornata di primavera fosse proprio quello che le occorreva.
«Passo a prenderla alle dieci, allora», disse Mare Reeve.
Capitolo 2.
Brent Cadwick non sapeva che cosa fare. Quella notte non era riuscito a chiudere occhio per l'agitazione e si era alzato alle cinque, perché non resisteva più a letto. Fuori era ancora buio. Si era preparato un caffè e un panino ma non ne aveva toccato neppure un boccone. Troppi pensieri per la testa.
A un certo punto cominciò a schiarire. Guardò fuori dalla piccola finestra del salotto e, piegando la testa di lato, scorse un pezzetto di cielo tra le case del vicolo. Azzurro. Finalmente una bella giornata. La sera prima era stato letteralmente colpito da un fulmine a ciel sereno. In realtà non guardava quasi mai il programma Private Talk. Andava in onda troppo tardi la sera, quando lui di solito dormiva già, e i temi che trattava non lo interessavano granché. Ieri, tuttavia, girando i canali si era imbattuto casualmente in Lee Pearce ed era rimasto sul programma se non altro perché trovava comico che la presentatrice e la sua ospite in studio fossero vestite in maniera praticamente identica. Di certo le due donne erano tutt'altro che felici della circostanza e a lui divertiva osservare il loro imbarazzo. Ma poi era stato pronunciato un nome che lo aveva colpito come una scarica elettrica, facendolo sobbalzare sulla poltrona esclamando:
«Ma senti un po'!»
Elaine Dawson.
Nella trasmissione parlavano di Elaine Dawson.
Si era trasferita circa un paio di anni prima nel suo appartamento - gli piaceva definire appartamento l'alloggio al primo piano, perché lo trovava più raffinato - in una ventosa giornata di aprile e si era presentata a lui con voce incerta. «Elaine. Elaine Dawson. Ho letto l'inserzione e sarei interessata all'appartamento.» Siccome era stata l'unica a presentarsi, aveva concluso rapidamente un accordo. Lui le aveva chiesto un documento d'identità e una cauzione di due mesi di affitto, che lei aveva pagato senza obiettare.
Lavorava in una fabbrica di scarpe a Morpeth ma poi aveva perso il lavoro ed era rimasta disoccupata per qualche mese. Questo le aveva creato delle difficoltà economiche, impedendole di pagare puntualmente la pigione. Lui però non l'aveva cacciata via.
Certo, le aveva fatto qualche pressione, come naturale, visto che si trattava di soldi che gli spettavano di diritto. Ma comunque le aveva permesso di rimanere nell'appartamento e alla fine era saltato fuori il lavoro all'Elephant e da allora non c'erano più stati problemi.
Adesso naturalmente si sentiva scoppiare dalla rabbia. Era stato generoso, comprensivo. Le aveva offerto sostegno per ogni difficoltà.
E lei come lo aveva ringraziato? Era scappata via. Era sparita da giovedì. Senza fare rumore e senza sprecare neppure una parola di saluto.
Questo lo aveva scosso. Profondamente scosso.
In altre circostanze avrebbe immaginato che avesse incontrato -finalmente - un uomo e se la spassasse con lui per qualche sera. Era giovane ed era ora che cominciasse a godersi la vita. Ma lui non era riuscito a evitare di ficcanasare un po'"nell'appartamento quando se n'era andata, e aveva notato la mancanza di qualsiasi oggetto personale. La sua valigia era sparita, l'armadio era vuoto., Era rimasto in piedi ammutolito per qualche minuto nella camera da letto di lei, cercando di capire l'intuizione che si era accesa in lui: se n'era andata e probabilmente non aveva intenzione di tornare. E non aveva reputato necessario informarlo della sua decisione. La grande foto sul fondale dello studio televisivo era parzialmente nascosta dalle due donne sedute lì davanti, ma lui si era avvicinato allo schermo per constatare se si trattasse davvero della sua Elaine Dawson. Era sempre possibile un caso di omonimia. Lui per esempio sapeva di un altro Brent Cadwick che abitava nelle vicinanze. La vita era piena di strane coincidenze...
Ma poteva essere... I capelli lisci e scuri corrispondevano. Il viso della sua Elaine era decisamente più affilato di quello paffuto della ragazza ritratta nella foto, ma come era stato detto dalle due donne durante la trasmissione la foto risaliva ad almeno cinque anni prima. In cinque anni una ragazza poteva cambiare molto, perdendo i tratti rotondi dell'infanzia e trasformandosi in una persona del tutto diversa.
Aveva seguito la trasmissione col fiato sospeso, e aveva scoperto che Elaine Dawson era sparita senza lasciare traccia da cinque anni e che c'era un uomo, un avvocato londinese, che all'epoca era stato sospettato di averla uccisa. La giornalista invitata al programma, tuttavia, sembrava certa che la Dawson fosse ancora viva.
E se era vero ciò che lui, Brent Cadwick, pensava, lei aveva maledettamente ragione.
Brent Cadwick avrebbe sempre desiderato che succedesse qualcosa di eccitante nella sua vita, ma per sessantotto anni il suo desiderio non si era avverato. Adesso sembrava muoversi qualcosa. Se la sua Elaine era identica alla ragazza scomparsa a Londra, allora lui, Brent, era l'uomo che poteva chiarire il mistero. Che avrebbe potuto rassicurare la famiglia di lei, che avrebbe allontanato ogni sospetto dall'avvocato londinese. Come gli sarebbero stati grati tutti quanti! Di sicuro sarebbe finito sui giornali. La sua casa sarebbe stata fotografata, i giornalisti avrebbero voluto vedere l'appartamento dove era vissuta la Dawson. Lo avrebbero intervistato. Forse sarebbe stato invitato a Private Talk. Si vedeva già seduto nello studio di fronte a quella bionda attraente che lo intervistava, sarebbe diventato famoso in tutto il paese. La famiglia Dawson gli avrebbe scritto un biglietto per Natale e magari anche per il suo compleanno. Visto che non riceveva mai posta per quelle ricorrenze, bastava questa prospettiva a riempirlo di gioiosa aspettativa. Ciò che lo aveva tenuto sveglio quella notte e che ancora adesso lo tormentava erano tre interrogativi:
Poteva avere la certezza che si trattasse della stessa persona? A chi era meglio che si rivolgesse? E dov'era finita lei?
L'ultima domanda lo inquietava più delle altre. Infatti, se si fosse rivolto alla polizia o a chiunque altro e avesse dovuto ammettere di non avere idea di dove si trovasse in realtà la persona cercata, lo avrebbero preso per un millantatore. Quindi... era meglio non rivelare niente per il momento.
E per quanto riguardava l'identità di Elaine Dawson... non aveva la certezza assoluta che fosse lei. Ma ne era quasi sicuro. Bisognava infatti tenere presente anche lo strano comportamento e il bizzarro stile di vita della sua inquilina. Che gli aveva fatto pensare fin dal principio a un qualche segreto nel suo passato.
Alla luce del giorno trovò finalmente le risposte che cercava e riuscì a elaborare un piano d'azione.
Annuì compiaciuto. Avrebbe cominciato a muoversi con astuzia.
Capitolo 3.
Quel sabato Angela lasciò finalmente l'appartamento dei genitori. Indossava il pesante giubbotto invernale e la sciarpa, ma si accorse subito che faceva troppo caldo. Il sole splendeva in un cielo senza nuvole ed era già sorprendentemente intenso. Islington, con i suoi anonimi palazzi di edilizia popolare, gli alberi ancora spogli, i prati marroni, aveva un aspetto tuttora sconsolato, ma il cielo sereno rallegrava anche questo pezzo di terra e la lieve brezza portava con sé il profumo di primavera.
Una primavera che Linda non avrebbe vissuto. Angela si sentì salire di nuovo le lacrime agli occhi. Deglutì con forza, cercando di scacciare ogni pensiero sulla sorella. Da quando aveva ricevuto la notizia della sua morte, non era riuscita a pensare ad altro che alle atrocità che aveva subito e sapeva che avrebbe perso la ragione o si sarebbe ammalata se non avesse smesso. O quanto meno se non si fosse presa una pausa. Fare una passeggiata, sentire il vento in faccia, lasciare vagare la mente su altri pensieri e altre immagini. Ma era tanto difficile. Terribilmente difficile.
Per un po'"vagò senza meta per le strade e si accorse di sentirsi meglio che stando seduta a casa. Quando si fermò con il fiato corto - non volendo aveva camminato a passo spedito - si accorse di essere finita nei pressi dell'autofficina dove Linda aveva lavorato per sei mesi. Gordon conosceva uno degli impiegati ed era riuscito a sistemare Linda in ufficio dove preparava le fatture e si occupava dell'archivio. Linda odiava quel lavoro e circa quattro mesi prima se n'era andata dichiarando che avrebbe preferito gettarsi dal Tower Bridge, piuttosto che entrare ancora una volta in quell'ufficio buio dove svolgeva la sua noiosa attività. Angela ricordava ancora il furibondo litigio che ne era scaturito a casa; Gordon aveva brontolato e minacciato, ma Linda non aveva ceduto.
In quell'occasione anche Angela aveva rimproverato la sorella. Sotto quell'aspetto erano agli antipodi. Angela era convinta che qualsiasi lavoro fosse meglio di niente e che nella vita può capitare di doversi rimboccare le maniche e accettare quello che viene. Linda obiettava che si vive una volta sola e che non voleva farsi rovinare l'esistenza.
Una dichiarazione quanto mai profetica a pensarci ora. Non solo le avevano rovinato la vita: gliel'avevano anche presa. Angela si convinse di non essere capitata lì per caso. Per quanto si sforzasse di pensare ad altro, Linda non l'abbandonava mai. In passato era spesso andata a prendere la sorella all'autofficina di ritorno dal lavoro. A volte si fermavano al chiosco sull'altro lato della strada e si comperavano un hot dog. Linda si lamentava del lavoro.
Nelle sere d'estate era bello camminare insieme per la strada.
Con la mano si asciugò una lacrima dall'angolo dell'occhio. Constatò che il chiosco c'era ancora.
«Merda», esclamò a voce alta, «merda!»
Un'ombra spuntò all'improvviso accanto a lei e una voce disse: «Non sei la sorella di Linda?»
Si voltò. Davanti a lei c'era una ragazza magra e alta con una tuta da lavoro azzurra e un berretto da baseball sui capelli biondo- ramati. Aveva un vago odore di olio per motore.
«Sì», proseguì la sconosciuta, «tu sei Angela Biggs, vero?» Angela tirò fuori un fazzoletto dalla tasca del giubbotto e si soffiò il naso energicamente prima di rispondere. «Sì», disse poi. «Sono la sorella di Linda.»
«Dawn Sparks», si presentò la ragazza. «Faccio il tirocinio come meccanico qui.» Indicò l'officina. «Ti ho vista ferma qui, e ho pensato... sì, volevo dirti che mi spiace un casino per quello che è successo a Linda. Davvero. All'inizio non riuscivo a crederci. Quando ho letto sul giornale... oddio, mi sono sentita raggelare il sangue. Chi può fare una cosa del genere?» Guardò Angela interrogativamente. «Non lo so», rispose lei.
«Andavo d'accordo con Linda. Era molto scontenta qui e si lamentava sempre, ma io la trovavo simpatica. Mi è spiaciuto molto quando se n'è andata.»
«Anche a me», rispose Angela. «A tutta la famiglia. Eravamo così felici che avesse trovato un lavoro. Ma...» Levò le braccia al cielo rassegnata, a dimostrare che per certi versi era stato impossibile influenzare Linda.
«Certo, non era il posto giusto per lei», disse Dawn, «aveva altri progetti per la sua vita.»
«Io credo invece», ribatté Angela, «che non sapesse ancora quali fossero con precisione. Era questo il suo problema. Ma del resto era ancora giovane. Voleva vivere. Vivere e basta...» Le due giovani rimasero in silenzio. Vedevano Linda di fronte a sé, piena di vita, con il suo bel visino, l'abbigliamento provocante, la risata pronta, l'allegria travolgente. Sembrava impossibile che lei, martoriata con feroce accanimento, si trovasse sul tavolo dell'obitorio in attesa dell'autopsia che potesse fornire indizi sulla persona che le aveva tolto la vita.
«Come ho detto, mi era simpatica», riprese alla fine Dawn, «anche se negli ultimi tempi ero un po'"preoccupata per lei. Cioè lei... ecco, non era una persona in grado di badare del tutto a se stessa. Non sembrava rendersi conto di determinati segnali di avvertimento. Negli ultimi tempi l'avevo vista con il suo nuovo ragazzo e avevo avuto una brutta sensazione, ma...»
Angela, che fino a quel momento l'aveva ascoltata un po'"distrattamente, trasalì e la fissò negli occhi. «Che cosa vuoi dire? A chi ti riferisci?»
«Aveva un nuovo ragazzo. O almeno era in giro insieme a lui.» «Non intendi Ben Brooks?»
«No, lui lo conoscevo. A volte veniva a prenderla. Sarebbe dovuta restare con lui. Era davvero carino.»
«E allora chi era l'altro? Non sapevamo niente di un nuovo ragazzo.» Dawn sembrò sorpresa. «Ah no? Forse non era tanto sicura neppure lei. Almeno c'è da sperarlo. Perché era un poco di buono. Brutale e dozzinale.»
Angela avrebbe voluto scuoterla per farla parlare. «Dove li hai visti?»
«Qui vicino. Al Woolworth, girato l'angolo. All'inizio non avevo riconosciuto Linda. Qui da noi non veniva conciata in quel modo. Ma di fronte al supermercato... mio Dio, ho pensato, sembra una...» Si morse il labbro per non dire altro.
Angela indovinò che cosa si fosse astenuta dal dire per compassione nei suoi confronti. «Sembrava una che batte il marciapiede», concluse per lei.
Dawn era a disagio. «Ecco. Sì, forse un pochino. Ma era soprattutto il tipo che le stava di fianco a darmi questa impressione. Sembrava in tutto e per tutto un protettore. Mi sono presa un grande spavento.»
«Quando è stato esattamente?»
«Non molto tempo fa. Poco prima di Natale, direi. Io ero uscita per comperare i regali. Metà dicembre, forse.» «E hai parlato con lei?»
«È stata lei a rivolgermi la parola per prima. Ciao, Dawn, mi sono sentita chiamare all'improvviso, e come ho detto ho dovuto guardarla bene prima di riconoscerla. Ho avuto l'impressione che volesse fermarsi a chiacchierare un po'"con me, ma il tipo con lei aveva fretta. La strattonò senza parlare.» «E lei non te lo ha presentato?»
«Veramente no. Ha detto qualcosa del tipo siamo di fretta, come al solito, un po'"ironica, sai. E io ho immaginato che fosse il nuovo ragazzo. Però non posso dire con certezza come stavano le cose tra di loro.»
«Per caso non è che hai sentito come si chiamava...» Dawn scrollò le spalle, mortificata. «No, non lo disse. È stato tutto molto di corsa. Anch'io avevo fretta. Era la pausa pranzo volevo trovare almeno un paio di regali. Non ho neppure provato trattenerla. Però ricordo quello che ho pensato allontanandomi: oddio, ma dove l'ha pescato uno così? Speriamo che lo molli in fretta. Ha un aspetto da vero delinquente.»
Il cuore di Angela batteva all'impazzata. La prima minuscola traccia. Un indizio della nuova presenza maschile nella vita di La polizia era convinta che ci fosse stato qualcuno. Non doveva essere necessariamente coinvolto nella sua morte. Ma poteva. «Dawn, è molto importante», disse, accorgendosi del tremito che le incrinava la voce, «è molto importante che tu ricordi l'aspetto dell'accompagnatore di Linda. Ogni particolare possibile, capisci? La polizia cerca un uomo, ma finora non aveva indizi su di lui. Pensi di poter fare un identikit?»
Dawn pareva tutt'altro che felice. «Io non so... vuoi dire alla polizia?» «Sì. Te ne prego, Dawn. Vengo con te. Ma è il primo punto di riferimento che abbiamo incontrato.»
Tirò fuori il cellulare insieme al biglietto dell'ispettore Fielder che portava sempre con sé: «Adesso chiamo il funzionario responsabile delle indagini», disse, «forse ci vorrà vedere subito. Oppure verrà qui lui».
«Ma sono in orario di lavoro», protestò Dawn. «Di sabato lavoro fino a mezzogiorno. Poi...»
«Non ci vorrà molto», promise Angela. «L'ispettore Fielder parlerà con il tuo capo. Ti garantisco che non avrai problemi.» Dawn non sembrava dare troppo credito alle parole di Angela, pareva anzi pentita di essere corsa fuori a parlare con la sorella di Linda.
Da parte sua, invece, Angela ringraziava il caso che quella mattina l'aveva condotta proprio fin lì, fino all'ex posto di lavoro di sua sorella.
Sempre che fosse stato il destino. Pur essendo credente, Angela spesso dubitava dell'esistenza di una vita dopo la morte. Di colpo, però, ebbe la sensazione che potesse essere stata Linda a condurla lì. Forse era stato lo spirito della sorella a guidare i suoi passi. A Si erano spinti fino alla regione di Cambridge, percorrendo strade di campagna che in quel mattino di sabato erano vuote e soleggiate. Mare Reeve guidava veloce e sicuro. Sembrava più rilassato rispetto ai loro due incontri precedenti. Rosanna si disse che poteva dipendere dal fatto che in questo caso non si sentiva sotto inchiesta e obbligato a dare giustificazioni. Era stato lui a proporre quell'appuntamento. Dalla trasmissione della sera prima sembrava non sentirsi più come un animale braccato.
Comunque, pensò Rosanna, per il momento sono ancora soltanto io a prendere le sue parti. Bisognerà aspettare per vedere se questo porterà qualche risultato.
Durante il viaggio le aveva raccontato qualcosa di sé. Gli piacevano gli sport acquatici e aveva un motoscafo.
«Lo tengo nel porto turistico di Wiltonfield. Molto pittoresco e idilliaco. Navigavo spesso lungo il Tamigi.» «Ora non ci va più?»
Lui aveva scrollato il capo. «Dopo la separazione da mia moglie ho lasciato a lei la barca. Entrambi eravamo soci dello stesso yachtclub, non era possibile. Così era più semplice: lei abita a Binfield Heath, a poca distanza da lì, e a me manca il tempo di occuparmi di una barca.»
«Nella sua vita sono cambiate molte cose, vero? Nick mi ha raccontato che non abita più nella casa di prima.»
«L'ho venduta, esatto. Era troppo grande per me solo. Adesso sto in un appartamento di Marylebone.»
«Suo figlio viene a trovarla lì nei fine settimana?»
Era stato l'unico momento in cui un velo invisibile era calato sul volto di Reeve e la sua espressione si era irrigidita. «No», aveva risposto asciutto, «mio figlio non ha più nessun contatto con me.»
Il modo in cui lo disse impedì a Rosanna di fargli ulteriori domande al riguardo. Le sarebbe piaciuto molto sapere se il figlio aveva interrotto i contatti a causa di Elaine Dawson oppure della separazione dei genitori. Forse tale comportamento derivava da un eccessivo senso di solidarietà nei confronti della madre. Ed era anche possibile che la madre lo aizzasse contro il padre. Rosanna comunque aveva l'impressione di aver toccato il punto più dolente dell'intera esistenza di Mare Reeve.
Il pub si chiamava The Duke of Wellington ed era quasi vuoto.
In un angolo c'era una coppia di anziani astiosi, che osservò con malcelata curiosità l'ingresso dei due sconosciuti.
«Fanno molto bene da mangiare qui», spiegò Mare. «Mia suocera era ricoverata in una casa di riposo poco distante e ogni tanto accompagnavo Jacqueline - mia moglie - a trovarla. Per questo conosco il posto.»
Dopo aver ordinato, Rosanna si azzardò ad avventurarsi ancora una volta su un terreno insidioso. «Quanti anni ha suo. figlio?» chiese cauta.
«Compirà quindici anni il primo marzo», rispose Mare. «E non lo vedrà neppure per il suo compleanno?» «No.»
«Ecco, dev'essere...»
«Rosanna», la interruppe Mare, «posso chiamarla Rosanna? La prego di non fraintendermi, ma preferirei non parlare di Josh. Accadde il giorno del suo nono compleanno, il 10 marzo 2002. Tornato a casa la sera dallo studio legale, scoprii che mia moglie se n'era andata con lui, senza lasciarmi neppure un biglietto. Poco dopo ricevetti la richiesta di divorzio dal suo avvocato, insieme a un documento in cui mi veniva spiegato che, sebbene la legge mi garantisse ovviamente il diritto di visita con Josh, mio figlio si rifiutava categoricamente di vedermi o di parlarmi. E a parte un breve incontro quanto mai infelice tra di noi non ci furono più contatti. Sono sei anni che vivo in questa situazione e preferisco non affrontare l'argomento.»
«Lo posso capire. Ma, mi scusi, perché ha accettato la cosa per sei anni? Voglio dire...»
«Da parte mia ho tentato di tutto, naturalmente. Ma mi fu inviato persino un certificato medico in cui si spiegava che Josh era colpito da neurodermatite ogni volta che pensava a un incontro con me. Che cosa potevo fare? Continuare cocciutamente per la mia strada? Passare sopra alla cosa? Non volevo.» Giocherellò con la saliera mentre guardava fuori dalla finestra la giornata quasi primaverile. «Un argomento davvero spinoso», aggiunse.
Lei annuì. Capiva di non potergli fare altre domande, del resto si era spinta già molto avanti, e non voleva correre il rischio di rovinare la tenue fiducia che si era instaurata tra di loro. Comunque, se non altro, aveva appreso che i problemi di Mare Reeve con suo figlio non erano stati causati dalla vicenda di Elaine Dawson. Il fatto che il padre fosse stato dipinto dalla stampa come un potenziale assassino di certo aveva peggiorato la situazione, ma non era stato decisivo. Doveva essere accaduto qualcosa prima, che aveva causato il totale distacco di Josh dal padre. Ma forse era tutta una strumentalizzazione da parte di sua madre. Non doveva essere stato difficile influenzare un bambino di nove anni e spingerlo ad assumere una posizione tanto assurda. In questo caso, tuttavia, il tempo lavorava a favore di Mare Reeve. A un certo punto Josh sarebbe stato abbastanza maturo da rendersi conto delle cose e da farsi un'opinione propria.
«Io ho un figliastro di sedici anni», disse lei. «Un'età difficile.» «È figlio di primo letto di suo marito?»
«Si trattò di una storia tra ragazzi. Il bambino arrivò del tutto non cercato in un momento poco favorevole. La madre non lo voleva assolutamente con sé. In pratica implorò mio marito di tenerlo con sé. Neppure lui all'inizio ne fu troppo esaltato.» «Oggi però è contento, immagino.»
Lei annuì. «Sì. Ma tra di loro ci sono attriti paurosi. E io provo sempre una grande compassione per Robert. Secondo me lui porta dentro di sé il ricordo dei primi mesi e anni in cui non era desiderato. È come un'ombra su di lui. Un velo di tristezza. E lui reagisce con l'arroganza tipica degli adolescenti. È molto aggressivo. Da questo scaturiscono poi terribili scontri con suo padre che stanno diventando sempre più ricorrenti.»
«In ogni caso», osservò Mare, «un rapporto burrascoso è pur sempre meglio della totale assenza di qualsiasi rapporto.» «Ha ragione», concordò Rosanna, Fu servito loro il pranzo. Era delizioso, proprio come aveva detto Mare. Dopo essere rimasti in silenzio qualche minuto a gustarsi il cibo, Mare disse: «Lei ormai sa un sacco di cose riguardo a me. Io invece non so quasi nulla di lei». Lei rise. «Non è del tutto vero.»
Lui ci pensò su. «Vediamo: so che vive a Gibilterra. Che è sposata e ha un figliastro di sedici anni. Prima di sposarsi lavorava come giornalista. È nata in un angolo sperduto dell'Inghilterra e ha...»
«Trentasei anni.»
Lui scoppiò a ridere. «Non volevo saperlo con tanta precisione. Stavo riflettendo sul suo nome. Rosanna. Molto...» Ancora una volta fu lei a terminare la frase. «Molto antiquato.» «Molto musicale, direi. A giudicare dalla sua espressione deduco che non le piaccia molto, o sbaglio?»
Non si era accorta di aver fatto una smorfia. «Lo odio», disse, «e in realtà è persino peggio: il mio nome di battesimo esatto è Rose Anne. Provi un po'"a immaginare. Sono molto legata ai miei genitori, ma ancora oggi mi chiedo che cosa gli fosse saltato in mente. Rose Anne Jones. Mio padre poi lo cambiò in Rosanna e io l'ho mantenuto fino a oggi. Se non altro lo trovo un pochino più accettabile di Rose Anne. Ma solo un pochino.»
«Rose Anne», ripeté lui lentamente e assorto, ascoltandone il suono. «Mi piace. Come avrebbe voluto chiamarsi lei?» «Non so. Da ragazzina forse Nancy. Oppure Patty. Qualcosa del genere.»
«Mi fa pensare a una cheerleader americana.»
«Sì, è vero, del resto a una certa età tutte vorrebbero essere delle tipiche cheerleader americane. Con lunghi capelli biondi, occhi azzurri e nasino all'insù. E con il nome giusto.»
«Adesso non mi dica che non le piace neppure il colore dei suoi capelli e dei suoi occhi.»
Si passò la mano tra i corti riccioli castani. «Mi ci sono abituata. Credo di essere ancora piuttosto lontana dall'accettarmi per come sono, ma mi accorgo che con gli anni va sempre meglio. Probabilmente è uno dei vantaggi dell'età. A poco a poco si impara ad accettarsi.» Reeve annuì. Di colpo si fece molto serio. «Sì», riconobbe, «è così. È proprio bello essere soddisfatti di se stessi. Cambia tutto, non trova? Ci si sente molto più sereni e rilassati.» Lei voleva ribattere, ma in quel momento il suo cellulare squillò. Lo tirò fuori dalla tasca con un'espressione stizzita. «Lo so che è scortese durante il pranzo. Ma devo essere sempre raggiungibile per Nick Simon. Non posso permettermi di farlo arrabbiare ancora di più.»
«Si figuri, non c'è problema», le garantì Mare.
Rosanna rispose. «Nick? Sì, ti sento. La linea è un po'"disturbata, ma...» rimase in ascolto, gli occhi sempre più grandi e tondi. Alla fine rispose agitata: «Certo. Certo, dagli pure il mio numero. Sì. Chiaro. Sono raggiungibile. Ti tengo informato. Naturale». Spense il cellulare. «È incredibile», disse. Mare posò la forchetta sul piatto. «Che cosa è successo?»
«Era Nick Simon. Ha ricevuto una telefonata anonima. Un uomo del Northumberland. Non ha dato il suo indirizzo preciso. Sostiene che Elaine alloggi in un appartamento di sua proprietà. L'ha riconosciuta dalla trasmissione di ieri sera. Però è disposto a parlane soltanto con me.»
«Sarebbe sensazionale!» esclamò Mare.
Capitolo 5.
La telefonata arrivò circa tre quarti d'ora dopo che Nick aveva chiamato. Sia Rosanna che Mare non erano più riusciti a toccare neppure un boccone per l'agitazione, avevano pagato il conto ed erano usciti frettolosamente dal pub, visto che lì dentro il cellulare di Rosanna prendeva molto male. Avevano girato un po'"per le strade del paesino, fino a quando Rosanna aveva individuato il punto in cui il display del cellulare indicava la ricezione migliore.
«Ecco», annunciò, «qui c'è il segnale più forte.»
Si erano fermati davanti al giardino della canonica protetto da un muro in pietra su cui crescevano cespugli di forsizie in fiore che quel giorno illuminavano letteralmente di giallo tutto il paesaggio.
L'aria sapeva di terra umida e primavera. Soffiava una tiepida brezza.
«Che magnifica giornata», disse Rosanna.
Mare annuì. Lei gli leggeva il nervosismo nei tratti del volto. E i sentimenti contrastanti che si agitavano in lui. La speranza che si era accesa dentro di lui combatteva con lo scetticismo e lo sforzo di non aggrapparsi troppo presto all'idea che il suo incubo personale stesse per finire.
«Mare», disse lei dolcemente, «forse...»
«È meglio non rallegrarsi troppo presto», la interruppe lui. «Potrebbe essersi trattato solo di un mitomane che non richiamerà. E, anche se lo facesse, potrebbe continuare a prendersi gioco di noi. E, anche se fosse sinceramente convinto, potrebbe sbagliarsi.» «Lo so.»
«Dopo la sparizione di Elaine Dawson, furono fatti numerosi appelli. Di lei si occuparono varie trasmissioni e ci fu chi la segnalò nei posti più diversi. Alcuni testimoni probabilmente erano convinti di quello che dicevano. Tuttavia tutte le tracce finivano nel nulla.» Lei capiva che lui doveva evitare facili entusiasmi. Una delusione sarebbe stata disastrosa.
«Vuole parlare soltanto con me. Richiamerà Nick e si farà dare il mio numero e poi staremo a vedere. Ho una certa esperienza con le persone, Mare. Penso di potermi accorgere se vuole soltanto darsi importanza.»
Mare notò due grosse pietre che spuntavano in mezzo al giardino a poca distanza dal cancello. «Venga, sediamoci lì. Non possiamo continuare a restare in piedi qui come se aspettassimo qualcuno che passi a prenderci.» Diede un'occhiata alla strada deserta. «Una situazione assurda», osservò.
Le pietre erano state scaldate dal sole. Rosanna girò la faccia verso i tiepidi raggi. «Potrei camminare all'infinito per campi e prati», disse. «Arrampicarmi su muretti di pietra e staccionate di legno. Seguire l'argine dei torrenti e scoprire le prime primule tra l'erba invernale. Respirare quest'aria limpida. Ma la gente qui in Inghilterra è ancora capace di apprezzare la primavera?»
Lui la guardò. Nel suo sguardo si mescolavano un pizzico di stupore e una comprensione istintiva. «Adesso so un'altra cosa di lei», disse. «So che ha nostalgia di casa. Nostalgia dell'Inghilterra. Lei non è felice a Gibilterra.»
Di colpo lei non ebbe voglia di contraddirlo, di fare affermazioni lapidarie sul clima mite e sulla vicinanza alla Spagna: tutte frasi che aveva sentito pronunciare spesso da Dennis quando decantava i pregi della sua patria elettiva: noi viviamo dove gli altri vengono in vacanza.
Invece assentì con il capo e disse, sorprendendosi per prima della veemenza delle proprie sensazioni, «Sì. Sì, Mare, mi sento morire di nostalgia per l'Inghilterra. Sono già diversi anni. Credo che sia stata questa la ragione principale che mi ha spinto ad accettare l'offerta di Nick. Volevo venire in Inghilterra. Non solo per il compleanno di mio padre, ma per qualche settimana. Provavo una travolgente nostalgia e...» Lasciò la frase a metà, girò lo sguardo di lato. Conosceva appena Mare Reeve. Perché gli raccontava tutte queste cose?
«Ed è così?» domandò lui. «L'ha ritrovata come la ricordava? Ha placato la sua nostalgia?»
Lei fece un profondo sospiro. «Sì. Ma avrei sperato...» «Che cosa?»
«Avrei sperato il contrario. Pensavo di aver idealizzato tutto. Di essermi creata immagini e ricordi del tutto staccati dalla realtà. Pensavo che forse, durante le settimane trascorse qui, mi sarei resa conto che le cose non erano poi così migliori rispetto a Gibilterra e che sarei tornata indietro soddisfatta. Sarebbe stato bello.» «Invece adesso si è accorta che qui è meglio che a Gibilterra?» Lei si guardò intorno. La vecchia canonica. Il giardino ancora spoglio, gli alberi che in estate dovevano piegarsi sotto il peso dei loro frutti. Le casette lungo la via. L'aria tiepida. Somigliava un po' a Kingston St. Mary. Ma non era quello il punto decisivo. Negli ultimi giorni il tempo era stato freddo, grigio e umido, un tipico, desolato febbraio, e lei si era trovata a Londra, in mezzo al cemento, senza neppure un raggio di sole a fare capolino tra le nubi. E tuttavia aveva già avuto questa sensazione. La sensazione di essere giunta a casa. Di essere lì dov'era il suo posto.
«Non si tratta tanto se sia meglio o peggio», disse. «Credo che si tratti di quanto una persona si senta a proprio agio in un certo luogo. Gibilterra non fa per me. Ciò non significa che soltanto l'Inghilterra mi vada bene. Forse potrei stabilirmi felicemente anche in Sudafrica. Oppure in Canada oppure in India. Non so. Ma Gibilterra... quello non è il mio posto.»
«Una situazione piuttosto difficile. Suo marito e il suo figliastro vivono lì.»
«Lo so. E il mio posto è con loro. Ma vorrei tanto poter rimanere qui. Qui, in questo posto, seduta al sole su questo sasso. Non muovermi più.»
«È possibile che le riesca di farlo», osservò Mare. «Probabilmente resteremo qui per ore ad aspettare un millantatore che non si sogna neppure di telefonare di nuovo. Da qui a stasera ne avrà piene le tasche, glielo dico io. Alla lunga i sassi sono molto duri.» Si scambiarono un'occhiata e scoppiarono a ridere e nel mezzo di questa risata liberatoria, il cellulare prese a squillare. Mare ammutolì, le labbra sottili. «Forse è lui.» Rosanna rispose alla chiamata con la voce un po'"arrochita dall'emozione. «Pronto? Sono Rosanna Hamilton.»
All'altro capo della linea ci fu un lungo silenzio. Poi un respiro nervoso. E poi la voce esile di un uomo anziano disse: «Sono Brent Cadwick. Telefono da Langbury, Northumberland». «Mr. Cadwick!» esclamò Rosanna.
Lui tacque di nuovo. Era il momento della sua vita. Fu scosso da un brivido di nervosismo.
«Ho... ho delle informazioni», riuscì a dire alla fine, «informazioni riguardanti Elaine Dawson.»
«Elaine Dawson è viva?» chiese Rosanna.
Un'altra breve pausa. Mr. Cadwick era emozionato e inoltre non era abituato a conversare. Men che meno al telefono con una perfetta sconosciuta.
Poi una risata. Una risata gutturale, forse un po'"falsa, di cui Rosanna non capì l'origine. Che cosa c'era da ridere? «È viva», dichiarò Brent Cadwick. «Eccome se è viva!» E poi rise di nuovo.
Capitolo 6.
Arrivato mezzogiorno, Dennis Hamilton era nella più completa disperazione.
Talmente disperato che era pronto a gettare al vento tutte le sanzioni che aveva già pensato, formulato e preparato per stringere tra le braccia il figlio traboccante di sollievo e amore.
Se il figlio fosse stato lì.
Ovviamente Dennis aveva immaginato che Rob avrebbe tentato di opporsi al divieto di partecipare alla festa del venerdì sera e si era cautelato. Il venerdì era uscito dall'ufficio nel pomeriggio - anche se sulla sua scrivania il lavoro arretrato ormai arrivava a sfiorare il soffitto - per essere sicuro di beccare Rob a casa. Si era riproposto di parlare ancora una volta con lui, in maniera pacata e ragionevole, esponendo il proprio punto di vista e ottenendo la comprensione del figlio. Era comunque disposto anche a chiudere a chiave Rob, se necessario, se avesse insistito nel voler partecipare a quella sbronza collettiva - tale era infatti la valutazione che Dennis dava in segreto della serata.
Ma poi aveva aspettato invano. Rob lo aveva preceduto: il venerdì non era proprio tornato a casa.
Molto probabilmente si era fermato a scuola, oppure da un amico per non correre il rischio di doversi imbattere nel padre e vedersi costretto alla fine a trascorrere a casa la serata.
Dennis aveva aspettato, anche se era stato chiaro che Rob non sarebbe rincasato e, a ogni minuto che passava, la sua collera cresceva.
Così non poteva andare avanti. Un sedicenne non poteva comportarsi in quella maniera. Persino Rosanna, che prendeva sempre le sue difese, stavolta gli avrebbe dato ragione. Stavolta ci sarebbero state gravi conseguenze. Divieto di uscire per almeno otto settimane. Sospensione della paghetta per i successivi tre mesi.
Insieme al divieto di usare il computer, il che aveva pure il vantaggio di costringerlo a fare una pausa dal suo interminabile World of Warcraft. E quand'era stata l'ultima volta che aveva dato una mano in casa o in giardino? In primavera si sarebbe occupato di estirpare le erbacce e innaffiare i fiori. Poi c'era da tinteggiare la ringhiera della veranda. Già, e poteva scordarsi l'idea di fare un viaggio in Inghilterra con Rosanna in estate.
Dennis era andato da una stanza all'altra. Per due volte aveva tentato invano di raggiungere il figlio al cellulare, ma, come prevedibile, l'aveva trovato spento. Si era bevuto due whisky con ghiaccio per calmarsi, ma non era riuscito a mandare giù neppure un boccone. Sperava solo che non fosse successo niente! Due anni prima sulla stampa era stata data molta risonanza a una festa simile in cui due studenti avevano passato il confine con la Spagna, si erano ubriacati e al ritorno erano andati a schiantarsi contro il pilastro di un ponte. Uno era morto sul colpo, l'altro era rimasto paralizzato.
All'epoca dei fatti Dennis aveva ritagliato tutti gli articoli e li aveva messi sulla scrivania di Rob. Aveva cercato di parlare della cosa con il figlio, ma Rob non gli era sembrato interessato. Non riusciva a vedere come quella storia c'entrasse con lui. Shit happens. Le disgrazie accadono. Perché dovrei frenare la mia voglia di vivere per questo?
A un certo punto Dennis andò a letto e, siccome non era abituato a bere il whisky, gli fece subito effetto: si addormentò all'istante e trascorse la notte in un sonno senza sogni, risvegliandosi il sabato mattina poco prima delle sette. Convinto di trovare Rob in camera sua, si era alzato ed era andato a spiare dalla porta. Il letto era vuoto e ancora intatto.
Ok. Non significa per forza che gli sia successo qualcosa. Forse Rob aveva bevuto così tanto da non essere stato in grado di tornare a casa. Era probabile che tutta la compagnia fosse rimasta a bivaccare nella scuola, in mezzo a lattine di birra, assaliti da emicranie e malesseri vari, tutti troppo impegnati a vomitare per avere anche solo il tempo di telefonare a casa e avvisare.
A sedici anni! A sedici anni, lui, Dennis, non se lo sarebbe mai permesso!
Aveva paura per il figlio. Cercò di tenere a bada l'ansia, di non comportarsi come una madre isterica. Erano le madri a perdere la testa per simili storie e a immaginare subito il peggio. I padri ritenevano che una bella sbronza ci stava bene, quando un giovane era sulla strada di diventare adulto. Così come ci poteva stare una notte passata fuori casa e magari anche correre un po'"troppo in macchina.
Non si voleva mica crescere un figlio pappamolla, no?
E allora perché non riesco a stare tranquillo? si chiese Dennis in piedi in cucina, mentre beveva un caffè e guardava la splendida mattinata, perché non posso essere un padre normale, che non si fa troppi problemi e non ha una visione troppo ristretta delle cose?
Forse non si poteva essere un padre normale, quando per troppo tempo si era stati padre e madre insieme. Quando per molti anni la responsabilità era ricaduta su una persona solamente. Non c'erano state altre spalle su cui distribuire una parte del fardello. Non c'era stata nessuna seconda opinione a disposizione, alla quale ispirarsi, che non fosse quella di una persona responsabile al cento percento.
E poi c'era sempre la strisciante sensazione di non essere mai del tutto giusti nei confronti della piccola persona che si era messa al mondo, nonostante gli sforzi e l'impegno. Lui si era reso conto di quanto Rob sentisse la mancanza di una madre. Lui non aveva potuto sostituirla.
E Rosanna era arrivata troppo tardi. Si era dedicata a Rob con impegno ed entusiasmo. Eppure... soprattutto negli ultimi due o tre anni a Dennis era parso di cogliere segnali che indicavano come cominciasse di nuovo a prendere le distanze dalla piccola famiglia patchwork nella quale era entrata a far parte. Era come se volesse isolarsi mentalmente. I suoi pensieri erano rivolti verso mete che a lui sfuggivano. Lei pareva vedere immagini che nessun altro era in grado di vedere. Faceva sogni a occhi aperti che non condivideva con nessuno. Forse anche Rob aveva percepito questo cambiamento?
Altrimenti come spiegare quell'inaspettato ma quanto mai lucido sfogo delle proprie paure qualche giorno prima: Lei non tornerà!
Lo vuoi capire una volta per tutte?
E poi aveva detto anche un'altra cosa: È scappata via da te. Tu l'hai fatta andare via.
Non voleva pensare a queste cose. Non ora. Quei pensieri gli incutevano troppa paura e alla fine lo avrebbero messo di fronte a se stesso, costringendolo a un processo di autoanalisi che non si sentiva in grado di affrontare al momento.
Decise di farsi una doccia, vestirsi, andare a fare la spesa e al ritorno fermarsi a scuola a riprendere Rob. E a cercare di parlare con lui. Senza alzare la voce per nessun motivo.
Quando rincasò a metà giornata aveva un feroce mal di testa e si sentiva sfinito. Posò la spesa in cucina, ma era troppo stanco per mettere i generi alimentari a posto in frigorifero. Aveva cercato dappertutto, non sapeva più dove sbattere la testa. A scuola non aveva trovato nessuno. Almeno nessuno studente. C'era solo un'impresa di pulizie, che cercava di rimettere ordine nell'aula devastata.
«Qui non c'era più nessuno neppure stamattina alle sette», spiegò irritata una giovane spagnola che trascinava dietro di sé un enorme sacco della spazzatura, rispondendo alla domanda di Dennis. «Alle prime ore dell'alba vanno sempre da qualche altra parte, nei bar in discoteca, in Spagna... che cosa ne so io!» Che cosa ne so io!
Con uno sforzo di concentrazione si era ricordato l'indirizzo dei due migliori amici del figlio ed era passato anche da casa loro. Uno di loro era ancora a letto che dormiva, ma era stato svegliato dai genitori. Non era stato alla festa e quindi non poteva fornire informazioni utili.
«Non mi hanno permesso di andare», disse scoccando un'occhiata risentita verso la madre.
«Neppure Rob aveva il permesso», replicò Dennis stanco. Evidentemente esistevano ragazzi che si conformavano alle decisioni dei genitori. Suo figlio però non era tra questi.
L'altro ragazzo, Harry, aveva in effetti partecipato alla festa, ma se n'era andato prima di mezzanotte e comunque non aveva visto Rob.
«Rob non era alla festa?» domandò Dennis sconcertato, e non sapeva se valutare la cosa come un bene oppure viceversa come estremamente preoccupante.
«Questo non lo so», rispose Harry. «Io non l'ho visto, ma c'era un casino di gente, almeno un migliaio di persone, credo, che non facevano parte della scuola. In quella confusione non si riusciva quasi a muoversi ed era impossibile vedere chi non ti stava direttamente davanti. Per questo me ne sono andato presto. Era una vera baraonda.»
«Per caso sai dov'era andato Rob alla fine delle lezioni? Perché non è passato da casa.»
Harry alzò le spalle. «Non ne ho idea, veramente. Ha preso la solita strada. Pensavo che volesse tornare a casa.» «Avete parlato della festa? Ti ha detto che voleva venirci?» Harry ci pensò su. «Se non sbaglio, mi disse che non ne era ancora sicuro.»
«Non hai proprio la minima idea di dove potrebbe trovarsi?» «No. Assolutamente.»
Dennis aveva salutato e si era rimesso in cammino verso casa, angosciato, sperando che nel frattempo Rob fosse rientrato per conto suo. Ma Rob non c'era. Niente musica dalla sua camera.
Niente riflesso dello schermo del computer. Niente zaino di scuola, abbandonato come capitava in mezzo al corridoio, nonostante le ripetute richieste di metterlo via. Se lo avesse visto lì, stavolta Dennis ne sarebbe stato soltanto felice. Si accorse che la rabbia pian piano svaniva, sostituita da un crescente patema che inghiottiva tutto il resto.
Dov'era finito Rob?
Aveva senso informare la polizia? Avrebbe dovuto ammettere il loro litigio. Avrebbe dovuto ammettere che Rob voleva andare alla festa. Immaginava già la reazione di un agente: «E si preoccupa? Suo figlio avrà festeggiato tutta la notte, avrà bevuto fino a scoppiare e adesso dorme chissà dove per smaltire la sbornia. Tornerà a casa quando gli sarà passata, sono pronto a scommetterci. Non se lo sogna nemmeno di tornare a casa adesso con la coda tra le gambe». Poteva essere vero.
Forse era assurdo da parte sua mettersi così in agitazione. Eppure non riusciva a liberarsi dall'angoscia. Al contrario, essa cresceva con il passare dei minuti.
Alla fine comprese di avere una sola via d'uscita, se non voleva perdere del tutto il senno. Offeso e risentito, finora l'aveva respinta; era stato troppo orgoglioso - o, come ammetteva adesso con se stesso, troppo cocciuto - per compiere il primo passo, ma adesso, al diavolo l'onore, era con le spalle al muro.
Prese il telefono e compose il numero di cellulare di Rosanna.
Capitolo 7.
«È una pazzia», disse Rosanna. «Non abbiamo dietro nemmeno lo spazzolino da denti!»
«Per non parlare del pigiama o della biancheria di ricambio», rincarò la dose Mare, «ma...» Non aggiunse altro, però Rosanna annuì. «Tornare a Londra sarebbe stato troppo lungo. E poi non sto nella pelle dall'emozione.»
«E come pensa che mi senta io?» disse Mare. Da quando era arrivata la telefonata di Brent Cadwick, il suo volto era una maschera di tensione. Una traccia. Dopo cinque anni una traccia che forse non avrebbe condotto da nessuna parte, ma che avrebbe anche potuto significare la completa riabilitazione per lui.
«Se la donna del Northumberland è davvero Elaine», aveva detto Rosanna dopo aver parlato con Cadwick, «le prometto, Mare, che costringerò Nick a tirarne fuori una storia da prima pagina. Il Cover griderà così a gran voce la sua innocenza che gli altri giornali di tutto il paese non potranno fare altro che imitarlo. E allora in Inghilterra non ci sarà più nessuno all'oscuro del fatto che Elaine Dawson è viva e che lei non ha mai avuto niente a che fare con la sua sparizione.»
E poi, mentre tornavano dal punto in cui aveva parlato con Cadwick verso la macchina, si era fermata in mezzo alla strada e aveva aggiunto: «Mare - e se partissimo subito? Adesso, da qui. Per raggiungere. Langbury, mi pare si chiami la località? Per vedere se Cadwick ha detto la verità».
Anche Mare si era fermato e si era guardato intorno sorpreso. «Adesso, subito?»
«Non ha voglia di sapere se questa donna misteriosa è la nostra Elaine? In tutta sincerità, io non potrei resistere un minuto di più. Non ce la farei a tornare a Londra, aspettare domani, valutare il prossimo passo...» «Quindi, secondo lei...»
«Direi di salire in macchina e partire. A meno che... lei ha voglia di venire? Forse aveva già un altro impegno?»
Lui aveva scrollato la testa. «Non ho niente da fare. Mi farebbe molto piacere venire. Non pensavo che me l'avrebbe chiesto.» «È la persona più coinvolta nella storia. Venga anche lei. Ce l'ha un atlante in macchina?»
«Sì. Troveremo di sicuro Langbury. Troveremo Elaine, se esiste davvero. Ma non dovrebbe informare Nick Simon?» «Ci penserà lui a chiamarmi», profetizzò Rosanna.
E infatti lui le telefonò che erano appena usciti dal paese e si stavano dirigendo verso l'autostrada.
Era così esaltato che urlò nel cellulare. «Allora? Ho dato a Cadwick il tuo numero. Ti ha chiamato?»
Rosanna scostò il telefono dall'orecchio. «Non gridare così. Sì, mi ha chiamato. Mi ha detto dove abita. Pare che Elaine Dawson sia una sua inquilina. Nick, sto già andando lì.»
Nick trattenne il fiato in maniera udibile. «Che cosa?»
«Ero già dalle parti di Cambridge e così ho pensato...»
«Come, scusa? Sei dalle parti di Cambridge e tu lo chiami essere a due passi dal Northumberland? Pensi forse di potertene andare così, per vedere di persona questa Dawson?»
«Posso ricordarti i termini del nostro contratto? Mi sembra che continui a scordarli. Tu stai scrivendo una serie per me. Che tratta di Elaine Dawson, ma anche di altre persone scomparse. E devi limitarti a raccontare esclusivamente i fatti accaduti in origine. Hai capito, maledizione? Te lo ripeto, non ti deve interessare la domanda su che fine abbia fatto Elaine Dawson adesso. Non è il tuo lavoro!» Aveva alzato di nuovo la voce. «Nick, Mr. Cadwick si è rivolto a me e...»
«E che cosa? Per questo devi partire a razzo e giocare a fare l'investigatrice?
Quando ti deciderai invece a compiere il lavoro per cui sei pagata e a metterti seduta a scrivere gli articoli?»
«Avrai i tuoi articoli, Nick. Puntualmente. Ma siccome è sabato ho deciso di fare una gita nel Northumberland e tu non me lo puoi impedire.»
«Non è possibile! Non può essere vero!»
«Ma come, non sei curioso di sapere se la donna di cui parla Cadwick è davvero la nostra Elaine Dawson?»
«Certo che sono curioso. E se lo fosse voglio lo scoop. Ma ci avrei mandato uno dei miei corrispondenti. Qualcuno che ha esperienza con questo genere di ricerche. E non una giornalista a tempo perso, che da cinque anni non bazzica più nell'ambiente!»
Adesso anche Rosanna si alterò. «Se questo significa che non so scrivere, non mi avresti dovuto chiamare», sbraitò.
«Tu sai scrivere, ma non sei il tipo adatto per questo genere di giornalismo.»
«Andrò a trovare Cadwick, Nick. Che ti piaccia o no.» «Dammi il suo indirizzo!» «No.»
Nick imprecò a lungo e a voce alta. E poi - siccome era un uomo a cui non piaceva perdere ma che sapeva riconoscere la sconfitta -aggiunse: «Mi terrai informato su ogni tuo passo, intesi? Non deve succedere niente senza che io non lo sappia. Altrimenti ti torcerò il collo, se venissi a scoprirlo. Te lo garantisco!» Chiuse bruscamente la comunicazione. «È fuori di sé», disse Rosanna.
Mare le lanciò una breve occhiata. «Preferisce tornare indietro?» Lei scrollò il capo. «No. È escluso.»
«Non gli ha detto che ci sono anch'io con lei», osservò Mare.
«Si sarebbe arrabbiato ancora di più. L'avrebbe visto come un tradimento. Ce l'ha già abbastanza con me perché fin dall'inizio non l'ho informato dei nostri incontri.»
«Gli sfugge il controllo. A nessuno piace che accada.»
«Da me se lo sarebbe dovuto aspettare», disse Rosanna. «Non mi piace essere controllata e mi conosce da parecchio tempo.»
Il suo cellulare squillò di nuovo. Guardò il display e si lasciò sfuggire un gemito.
«Parli del diavolo...» disse. «A proposito di controllo. È mio marito.»
Dalla loro burrascosa telefonata non aveva più avuto notizie di Dennis e questo le aveva provocato una notevole inquietudine, ma in ogni caso avrebbe preferito che lui non la chiamasse proprio adesso. Non era il momento di affrontare una lunga discussione emotivamente difficile con lui. Comunque rispose.
Ma Dennis non l'aveva chiamata per tenerle un discorso sui principi, come aveva temuto.
Era agitato, quasi isterico. La informò che Robert era scomparso.
E le chiese quando contava di tornare a casa date le circostanze.
Capitolo 8.
Nella casa di riposo aleggiava un penetrante odore di detergente aromatizzato al limone. Il sole entrava dalle finestre tirate a lucido e inondava i disegni colorati realizzati dai pazienti, tutti dall'aria estremamente naif. Cedric non aveva mai visto delle finestre così pulite. Senza un alone, senza una riga. Pensò ai vetri del suo appartamento a New York, che praticamente diventavano opachi quando il sole era basso. Stranamente in quel frangente il suo squallido appartamento sporco e in disordine, dal quale spesso era fuggito perché non aveva voglia di mettersi a pulire, non gli risultava più opprimente.
Di sicuro era molto meno opprimente di questa pulizia esagerata e quasi maniacale.
Come faceva Geoff a respirare in questo posto? si chiese, per trovare subito dopo la risposta, semplice e agghiacciante: non poteva fare altrimenti. Non aveva altra scelta.
In realtà non avrebbe voluto tornare lì a Taunton, per niente al mondo. Di primo mattino si era seduto sull'auto presa a noleggio da Rosanna dopo che la sorella lo aveva informato di non averne bisogno e aveva raggiunto Kingston St. Mary. Le strade erano deserte in quel sabato mattina ed era arrivato in fretta. «Vado a trovare papà», aveva detto a Rosanna e il sorriso della sorella gli aveva fatto capire quanto lei ne fosse felice. La solitudine del padre vedovo la crucciava. Era quindi grata che il fratello se ne occupasse.
Per questo Cedric si sentiva in colpa. Ovviamente gli stava a cuore anche il padre, ma non era questo il motivo che lo aveva spinto fino a quell'angolo sperduto di mondo. No, aveva bisogno di soldi. E non aveva nessun altro a cui rivolgersi.
Non aveva più soldi per la sua costosa camera d'albergo. Non aveva soldi per pagarsi il volo di ritorno a New York. Non aveva soldi da restituire all'amica che glieli aveva prestati per il viaggio di andata. Non aveva soldi per finanziare la sua attività di fotografo.
Era al verde.
A trentotto anni era senza un mestiere, senza soldi, senza una donna, senza figli.
In sostanza, pensò, la mia vita non è poi tanto diversa da quella del paralitico Geoffrey. Con la differenza che non posso incolpare niente e nessuno del mio fallimento. Ho braccia e gambe perfettamente sane. Sono forte e non sono stupido. Ma, a un certo punto del cammino, devo aver sbagliato direzione.
Victor era stato raggiante. Le visite a sorpresa erano una rarità per lui e aveva subito invitato il figlio a pranzo allo Swan at Kingston. Avevano parlato dell'apparizione televisiva di Rosanna la sera prima e naturalmente del caso Elaine Dawson, e Victor gli aveva elencato tutte le piante che aveva intenzione di mettere a dimora in giardino a primavera.
«Ma non ti sei mai occupato del giardino», osservò Cedric un po' stupito. Suo padre incarnava esattamente il cliché dell'uomo di lettere: colto, intelligente, del tutto privo di senso pratico nella vita quotidiana. Immaginarselo a brandire le cesoie per le rose provocò un moto di allegria e di inquietudine in Cedric.
«Tua madre amava molto il giardino», spiegò Victor, «e io... mi sento molto vicino a lei quando me ne prendo cura.» Allora avevano parlato per un po'"di Hazel e alla fine, giunti al caffè, Cedric aveva affrontato l'argomento che gli stava a cuore. Chissà se Victor poteva...
«Ma certo!» aveva risposto prontamente il padre. «Quanto ti serve?»
Quando Cedric gli aveva detto la cifra, Victor aveva deglutito, ma gli aveva subito dato un assegno. «Ecco. Con questi puoi cominciare a respirare.»
Era più denaro di quanto avesse chiesto. Cedric lo ringraziò commosso e si preparò per la ramanzina che era certo sarebbe seguita e che lui avrebbe dovuto ascoltare senza fiatare: che così non poteva più andare avanti, che doveva fare qualcosa nella vita, se non pensava che fosse il momento di diventare adulto ecc. ecc... Victor invece non disse niente di tutto ciò. Mentre uscivano dal pub si limitò a dichiarare: «Vorrei che andassi a far visita a Geoff, Cedric, prima di tornare a Londra. Non sta per niente bene. Secondo me soffre di depressione. Sono stato da lui la settimana scorsa e il suo aspetto mi ha molto impensierito. Quindi, se avessi un po'"di tempo...»
Tempo ne aveva, naturalmente, ma nessuna voglia, però si sarebbe sentito un verme se non avesse esaudito il desiderio paterno.
Ecco perché adesso si trovava in quella sala comune tirata a lucido in mezzo a persone in carrozzella mentre aspettava Geoffrey. Se non altro aveva in tasca un cospicuo assegno che gli dava un po'"di respiro e un senso di calore. Durante il tragitto verso Taunton aveva ricevuto la telefonata di Rosanna, la linea era molto disturbata, ma aveva grossomodo capito che era diretta nel Northumberland, in un posto chiamato Langbury, perché lì abitava una persona che sosteneva di conoscere la scomparsa Elaine e di sapere dove si trovava.
Cedric avrebbe voluto chiederle altre informazioni, ma prima che potesse farlo la comunicazione si era interrotta e adesso doveva accontentarsi dei frammenti che era riuscito a cogliere.
Si era fatta coinvolgere troppo da quella storia, pensò, e un attimo dopo si chiese come stava viaggiando, dato che la macchina ce l'aveva lui. In treno? Aveva noleggiato un'altra auto? Forse era in compagnia di Nick Simon, il suo equivoco datore di lavoro?
Quando Geoff entrò nella sala, parve sorpreso di trovare Cedric ad aspettarlo. Non si capiva se fosse anche contento di vederlo. In effetti aveva un aspetto orribile. Victor non si sbagliava. Occhi cerchiati.
Labbra esangui.
«Ah, Cedric. Pensavo che fossi già tornato a New York.»
«Ciao, Geoff. No, come vedi sono qui... mi sono fermato per un po' in Inghilterra e sono appena stato a trovare mio padre.»
«Allora è stato lui a spingerti a venirmi a trovare, vero?» osservò Geoff tagliente. «Tuo padre è una cara persona, Cedric. L'unico che passa a trovarmi di tanto in tanto. Ma non può aiutarmi.»
Cedric non rispose. Odiava l'insicurezza che Geoffrey era in grado di creare in lui nel giro di pochi secondi. Quel miscuglio di sensi di colpa, compassione, impotenza. Rimpiangeva già di aver ceduto alle insistenze paterne e di non essere in viaggio per Londra - fischiettando, con il finestrino abbassato, una lattina di Coca in mano.
«Vuoi che andiamo nel bar dove siamo stati con Rosanna?» chiese Geoff. «Oppure preferisci la soffocante atmosfera di questa schifezza tirata a lucido», fece un movimento della testa per indicare la stanza, «piena di storpi senza speranza?»
«Va bene qui», rispose Cedric, «ma posso portarti a fare un giro, se preferisci. Il tempo è molto bello.»
Geoff scrollò il capo. «Grazie. Apprezzo l'offerta, ma per me certe uscite sono deleterie. Vedere le persone sane, la vita e l'affaccendarsi, la bella natura di Dio... e poi tornare qui dentro è come un pugno allo stomaco.»
Manovrando la sedia a rotelle grazie ai comandi sul bracciolo, Geoff si spostò verso un tavolo. Cedric lo seguì e si sedette di fronte a lui. Geoffrey fissò la superficie azzurra del tavolo. Aveva l'aspetto di chi vorrebbe morire. Questo pensiero attraversò improvvisamente la mente di Cedric. Non era mai stato in grado di dire da che cosa si capisse. Forse era una specie di aura. Ma se avesse dovuto definire il concetto di stanco di vivere avrebbe fatto senza esitazioni il nome di Geoffrey.
Si sporse in avanti.
«Geoffrey», disse, «eri così in gamba un tempo. Sono passati vent'anni dall'incidente. Avevi imparato a vivere con la tua menomazione.
So che quando eri a Kingston St. Mary andavi anche in giro con la sedia a rotelle. Avevi persino un lavoro come fattorino di prodotti pubblicitari. Voglio dire... eri molto più avanti di adesso. Ora... ora sembra che vegeti e basta.»
Geoffrey alzò la testa. Cedric trasalì di fronte all'espressione carica di odio e amarezza nei suoi occhi.
«Ti sorprende?» esclamò. «Ti sorprende che adesso io vegeti e basta, come dici tu? Guardati intorno, allora, e prova a paragonare la mia vita con la tua. Facciamo un esempio, come comincia la tua giornata? Vai a correre? Vai in palestra? Di sicuro fai qualcosa del genere, altrimenti non avresti un fisico così atletico e muscoloso.» «Vado a correre», disse Cedric, con l'impressione di aver appena confessato un peccato imbarazzante.
«Vai a correre!» ripeté Geoffrey sprezzante. «Lo immaginavo.
Sai come comincia la mia giornata? Mi lavano, mi danno da mangiare e poi si passa al programma intestinale che amo tanto! Sai che cos'è?»
«Tutto ciò che mi viene ficcato giù per la bocca deve anche uscire in qualche modo da questo rottame di corpo. Esattamente come capita a te. Come per tutti. Il problema è che il mio intestino non riesce a farlo da solo. Anche lui è completamente paralizzato come tutto il resto. Allora arriva un inserviente con dei guanti di gomma e...»
«Geoff, per favore!» lo interruppe Cedric. Si sentiva la fronte imperlata di sudore, ma non osava asciugarsela.
Geoff rise. «Visto? Non sopporti nemmeno di sentirlo raccontare. Ma io, io devo sopportarlo su di me. Ogni giorno. Da vent'anni. Ogni maledettissimo giorno, finché il buon Dio non si renderà conto di avermi fatto soffrire abbastanza e non staccherà la spina. Questa merda durerà fino ad allora!» «Geoffrey, posso capire che tu...»
«No. Non puoi capire proprio niente. E ancora meno capisce tua sorella. Dici che avevo fatto dei passi avanti? Certo, maledizione, era vero. Quando Elaine stava con me. Quando abitavamo insieme a casa dei nostri genitori. Quando non ero costretto a sopportare giorno dopo giorno questi storpi e queste infermiere insistenti.
Quando avevo una casa e una persona che mi voleva bene.
Quando ero protetto da un'istituzione come questa. E sai perché voglio che quel pezzo di merda di Mare Reeve alla fine confessi?
Perché allora saprò, con assoluta certezza, che Elaine è stata assassinata.
Non servirà a riportarla in vita. Ma avrò la certezza che non mi ha lasciato di sua volontà. Riesci a capirlo? Il pensiero che possa essersene andata volontariamente mi uccide. Che possa avermi lasciato in asso. Che possa avermi fatto tutto questo.»
Aveva le lacrime agli occhi. E Cedric comprese. Per la prima volta comprese appieno perché Geoffrey avesse così tanto bisogno di trovare un colpevole. Perché volesse vedere Mare Reeve sotto accusa. Ne andava della sua pace interiore e di tutta la sua vita futura. «E invece Rosanna lavora alacremente in tutt'altra direzione», proseguì. «L'hai vista in quella disgraziata trasmissione ieri sera? Santo cielo, nessun imputato ha mai ricevuto una difesa tanto accorata e vibrante. All'inizio pensavo di aver sentito male. Ha sprecato il fiato per descrivere Reeve come un santo, un martire ingiustamente accusato. Si può sapere perché lo fa, maledizione? Che cosa c'è tra lei e questo Reeve? Tu sai qualcosa? Si fa scopare da lui?» «Io... no, non credo», rispose Cedric perplesso.
Geoff rise. «Non mi sorprenderebbe. Sono molto bravo a cogliere certe sfumature, sai? Quando si è completamente paralizzati come me, gli altri sensi si sviluppano molto bene.» «E se Reeve fosse effettivamente innocente?» domandò Cedric.
Geoffrey fece per ribattere con veemenza, ma Cedric lo bloccò subito. «Un momento. Non lo dico tanto per dire. Prova a immaginare... prova a immaginare se Elaine ricomparisse all'improvviso.» «Dopo cinque anni. È impossibile.»
«In questi cinque anni non l'ha cercata nessuno. Quindi non poteva muoversi neppure niente. Ma ieri è andato in onda questo programma alla televisione...» Si bloccò. Non era sicuro che Rosanna avrebbe approvato che parlasse del Northumberland e di questo misterioso testimone. La loro telefonata precedente era stata troppo breve e frammentaria per poterle chiedere anche questo. Cedric immaginava che Rosanna avrebbe preferito passare sotto silenzio, almeno temporaneamente, questa traccia ancora poco chiara. Ma d'altro canto che cosa sarebbe potuto mai accadere se Geoffrey ne fosse venuto a conoscenza? Non poteva fare assolutamente niente. E anche se avesse diffuso l'informazione lì nella casa di riposo - a chi poteva interessare?
Geoff era tutto orecchi. «Sì, il programma di ieri. E che cosa è successo? È venuto fuori qualcosa di nuovo?»
«È ancora tutto molto vago», rispose Cedric. Si sentiva come una vecchia pettegola. Perché raccontava a Geoff queste cose?
Rosanna non ne sarebbe stata entusiasta e per quanto riguardava Geoffrey avrebbe potuto accendere in lui una speranza forse destinata a spegnersi di nuovo. Ma lo fece lo stesso, per ottenere un po' di respiro. E per gettare qualcosa a Geoffrey - un osso, come a un cane - che gli permettesse di andare via da lui con il cuore un po' più leggero. L'istituto, Geoffrey, le sue condizioni, la sua depressione, tutto questo soffocava Cedric. Non sapeva come congedarsi e andare via. Non sapeva come lasciare in quell'inferno quello che un tempo era stato il suo migliore amico d'infanzia. Sentiva il disperato bisogno di lasciargli qualcosa, di regalargli qualcosa che lo tenesse occupato, lo facesse uscire anche solo per un po'"dalla disperazione.
Sono un vigliacco, pensò rassegnato.
«Non so molto in proposito», cominciò col dire, per mettere le mani avanti, «ma pare che Rosanna abbia ricevuto la telefonata di uno spettatore. Da un posto non so dove nel Northumberland - Langbury, credo. Costui sostiene di conoscere Elaine. Vive vicino a casa sua, o qualcosa del genere.»
Geoffrey lo guardò fisso.
«Che cosa? Elaine? Nel Northumberland?»
«Potrebbe trattarsi di un errore, è evidente. Un'omonimia casuale. Una somiglianza esteriore. Oppure il tizio è un millantatore. E allora sarebbe tutto falso. Tuttavia...»
«Ci furono numerose telefonate del genere subito dopo la scomparsa di Elaine», disse Geoffrey, «ma nessuna portò mai a un risultato concreto.»
Cedric annuì. «Per questo è necessario muoversi con la massima prudenza. Ma non si può tralasciare un indizio del genere.» Il pallore di Geoffrey era, se possibile, ancora più intenso di prima. «Non ci credo. Non credo che Elaine viva nel Northumberland.» «Rosanna si sta recando lassù», disse Cedric. «Così potremo saperne di più.»
«Certo che si dà proprio molto da fare per quel tipo!»
«Per Reeve? Geoffrey, io credo che in realtà le stia a cuore Elaine. Non riesce più a liberarsene. Vuole sapere che cosa accadde cinque anni fa.»
«Vuole scagionare Reeve.»
«Smettila con questa fissazione!» esclamò Cedric spazientito.
Geoff alzò gli occhi al cielo. «Ma certo, è semplice. Geoff lo storpio è posseduto da un'idea fissa. Sei bravo a semplificarti le cose, Cedric. Mi racconti di questa presunta traccia che tua sorella sta seguendo, poi ti alzi e sparisci di nuovo nella tua vita al di là di queste maledette mura. E mi lasci qui in balia di emozioni contrastanti.
Come dovrei comportarmi adesso con queste informazioni? Dovrei nutrire delle speranze? Che Elaine sia viva e che forse sarà possibile convincerla a tornare da me e a togliermi da questo inferno? Oppure al contrario sperare che sia una falsa pista? Perché altrimenti sarei costretto ad affrontare il fatto che in effetti cinque anni fa se l'è battuta di proposito? E che forse non si sogna neppure di legarsi di nuovo al piede la palla di un fratello paralitico da accudire a vita?» Aveva alzato la voce. Alcuni degli altri pazienti si voltarono a guardarlo incuriositi.
Cedric cercò di tranquillizzarlo. «Penso che dovresti guardare avanti e basta. Aspettare quello che verrà e poi adattarti. Chiudere gli occhi, crearti una tua verità e ignorare la realtà non ti porta a nulla. Alla fine serve solo a peggiorare le cose. Non serve a niente, Geoff. Tutti dobbiamo imparare a convivere con ciò che la vita ci ha gettato ai piedi.»
«Già, e tu in modo particolare. La vita ti ha davvero messo un sacco di bastoni tra le ruote!»
«Forse anche nei miei confronti ti sei creato una tua immagine. Forse vedi solo la facciata. Che, lo ammetto, è più sana e più intatta della tua. Però non ti interessa scoprire se ho il controllo della mia vita, se sono soddisfatto o felice.» «E a che scopo dovrei...?»
«Già, che ragione avresti per interessarti eccezionalmente di qualcuno diverso da te? Negli ultimi anni è una cosa che hai totalmente disimparato, Geoffrey. Anche quando riesci a pronunciare un cordiale come stai? si capisce benissimo che non ti interessa sentire la risposta. Perché sei convintissimo che qualsiasi creatura al mondo se la passi meglio di te e che per questo sia superfluo occuparsi anche solo per un secondo dei problemi e dei crucci del prossimo.» «Credo che sia meglio se adesso vai via», disse Geoffrey, stringendo le labbra.
Cedric si alzò. «Pensaci», disse più calmo, «un tempo ero il tuo amico più caro. Forse mi sarei meritato di poterti confidare anche le mie preoccupazioni. Oppure credi che non ne abbia?» Si voltò per andare via. Fu bloccato da un risolino - cattivo, quasi sinistro. Proveniva da Geoffrey, che lo guardava seduto sulla sua sedia a rotelle.
«Non c'è bisogno che ti chieda che cosa ti cruccia, Cedric», disse con una luce diabolica negli occhi, «perché lo so. Conosco bene il tuo problema.»
«E allora?» Cedric sapeva che sarebbe stato meglio andare via senza dire altro.
«Ti perseguita da vent'anni. Il pensiero che sarebbe potuta andare al contrario. Che potresti esserci tu seduto al mio posto e che io potrei uscire da quella porta. Fu un'idea idiota all'epoca. Per uno di noi è finita molto male. Tu dici che bisogna prendere ciò che la vita ci getta ai piedi? Purtroppo la vita è dannatamente ingiusta e questo rende tutto più difficile. Se fosse giusta, ci saresti tu seduto al mio posto, lo sai. E per quanto cerchi di scacciare questa consapevolezza essa agisce in te. E guarda», abbassò la voce, a un sussurro incalzante, «la giustizia sta cominciando ad agire. La giustizia che regna, nonostante tutto, e che prende sempre una forma diversa da quella che pensiamo noi, così diversa che a volte impieghiamo molto a rendercene conto. La tua consapevolezza, Cedric, la tua consapevolezza ti paralizza. Nonostante la tua bellezza e la tua salute, sei paralizzato e storpio quanto me. Uno storpio, Cedric, sei uno storpio nell'anima. E vuoi sapere una cosa? Questo fatto mi rende molto, molto felice!»
Scoppiò a ridere di nuovo.
Cedric si voltò e uscì a grandi passi. La risata di Geoffrey lo raggiunse fino al corridoio.
Capitolo 9.
In effetti avevano trovato Langbury sull'atlante di Mare, ma essendo un'edizione vecchia di vent'anni non indicava la strada a scorrimento veloce che era stata costruita nel frattempo per raggiungere quella località. La vecchia provinciale che avevano imboccato terminava bruscamente contro una transenna bianca e rossa, al di là della quale proseguiva per qualche decina di metri e poi si perdeva, inghiottita dalla vegetazione. Era ormai sera e faceva buio. Il cielo era punteggiato di stelle e la temperatura prossima allo zero. Mare si fermò, entrambi scesero dall'auto e osservarono il blocco.
«Temo che da qui non arriviamo da nessuna parte», disse Mare.
«Dobbiamo tornare indietro e cercare una deviazione. Deve pur esserci una strada per arrivare in quel maledetto paese.»
Rosanna si strinse nelle braccia, rabbrividendo. Era vestita troppo leggera per il freddo della notte. «Speriamo che Mr. Cadwick sia ancora sveglio al nostro arrivo. Muoio dalla curiosità, Mare. Mi piacerebbe tanto riuscire a scoprire entro stanotte se abbiamo davvero a che fare con la nostra Elaine.»
Mare guardò l'ora. «Le nove e mezzo. Se Mr. Cadwick non va a letto con le galline, dovremmo riuscire a trovarlo. Venga, torniamo in macchina che faccio manovra. Sinceramente sono stanco morto e non vedo l'ora di arrivare da qualche parte.»
Ripercorsero la vecchia strada per un tempo infinito. Alla fine arrivarono a un benzinaio dove chiesero indicazioni per Langbury. Rincuorati, si misero di nuovo in marcia per l'ultimo tratto di strada. Alle dieci entrarono nel pittoresco borgo che sembrava già addormentato. Solo qua e là si scorgevano luci accese dietro le finestre. «Certo che qui la gente va a dormire presto», osservò Rosanna meravigliata.
«Siamo proprio in capo al mondo», commentò Mare. «Qui non succede mai niente. Anche il cinema più vicino dev'essere a chilometri di distanza. Mi chiedo...» Lasciò la frase a metà.
«Che cosa?» lo incalzò Rosanna.
«Se davvero si tratta di Elaine Dawson, la nostra Elaine Dawson, allora mi chiedo perché sia venuta a rinchiudersi proprio quassù. Voglio dire, non è logico. Quando la conobbi mi sembrava una donna decisa a gettarsi alle spalle la limitatezza e l'isolamento del suo paese natale. Ma questo posto qui è persino più addormentato e remoto di Kingston St. Mary. Non pare anche a lei?» «Rispetto a Langbury», rispose Rosanna, «Kingston St. Mary sembra una metropoli. Nemmeno io riesco a capirlo. Di sicuro tutta la storia è piuttosto misteriosa e posso solo sperare che entro stasera troveremo una spiegazione all'enigma.»
Consultò assorta un foglietto che aveva tirato fuori dalla tasca. Si era annotata le indicazioni piuttosto confuse che Cadwick le aveva dato per raggiungere casa sua. «Aspetti, Mare! Credo che dobbiamo girare in questo vicolo.»
Si persero, vagarono per vicoli così stretti che spesso Mare temeva di strisciare gli specchietti. Rosanna era contenta che la ricerca la tenesse occupata impedendole di rimuginare. Da quando aveva ricevuto la telefonata di Dennis a mezzogiorno, era afflitta da una strisciante inquietudine. Robert.
Non era rimasta troppo sorpresa nell'apprendere della sua scomparsa. Da quando lui le aveva parlato della festa e della reazione che suo padre aveva manifestato in proposito, si era quasi aspettata che succedesse qualcosa del genere. Aveva capito che Rob voleva partecipare alla festa nonostante il divieto paterno e anche che avrebbe commesso un qualche gesto eclatante. Rimase abbastanza tranquilla, perché era convinta che non fosse successo niente al ragazzo. «Se si fosse trattato di un incidente, saresti già stato informato da tempo», aveva detto. «A Rob non è successo niente, Dennis. È stato alla festa, sa che per questo avrà dei problemi con te e allora preferisce trascorrere il fine settimana da qualche amico.» «Sono stato dai suoi amici. Non c'è.»
«Non è possibile che tu sia stato da tutti i suoi amici. Ne conosci solo un paio!»
Dopo qualche secondo di silenzio, riempito solo dal respiro affannato di Dennis, lei aveva aggiunto: «Non ti sto facendo un rimprovero, Dennis. Nemmeno io conosco tutti i suoi amici. Rob non è tanto estroverso al riguardo».
«Significa che non hai intenzione di tornare subito a casa?» aveva chiesto Dennis.
Lei aveva lanciato un'occhiata a Mare, che guardava fisso davanti a sé e le dava l'impressione di non ascoltare la telefonata - anche se, date le circostanze, non poteva fare altrimenti.
«Dennis, non posso tornare proprio ora. Ho accettato un incarico.
Sai che ci vorranno un paio di settimane.»
«Mio figlio è sparito e tu...»
«Avete litigato e lui non ha voglia di tornare a casa. Non credo proprio che sia accaduto qualcosa.»
«Secondo me hai avuto il tempo di fare tutte le ricerche che volevi per questa dannata serie. Gli articoli potresti benissimo scriverli stando qui!»
«Non è vero. Sono emersi nuovi indizi e... ah, per favore, Dennis, non rendermi le cose tanto difficili. Non posso tornare adesso. Non posso interrompere così su due piedi un impegno che mi sono assunta. Non lo faresti nemmeno tu.» «Si tratta di mio figlio!»
«Con il quale hai litigato! Perché dovevi impedirgli di andare a quella festa?»
«Perché era pericolosa.»
«Non puoi tenerlo incatenato in casa. Ha sedici anni. Alla sua età i ragazzi vogliono uscire. È normale. È evidente che si stia in ansia per loro. Ma Rob non è avventato. Secondo me ti preoccupi eccessivamente per lui.»
«Dunque non vieni», affermò Dennis. La sua voce era priva di qualsiasi emozione, ma Rosanna sapeva che faceva sempre così quando era particolarmente arrabbiato.
«Non vengo adesso. Tienimi informata, ok? Se dovessero sorgere dei problemi, è naturale che...»
Non riuscì ad aggiungere altro. Dennis aveva riattaccato. Non aveva voglia di parlare con Mare della telefonata con il marito e gli era stata grata quando lui non aveva fatto domande in proposito.
Adesso, giunta a Langbury, pensò: non posso mollare tutto proprio adesso. Se entro lunedì non ci saranno notizie di Rob, dovrò pensare a qualcosa, ma per il momento voglio chiarire la faccenda di Elaine. E posso solo sperare che...
«Dev'essere qui», disse Mare, strappandola alle sue riflessioni.... che il mio matrimonio sopravviva a questa crisi, concluse lei mentalmente, poi scacciò Rob e Dennis dalla mente, perché le tremavano le gambe per l'agitazione e voleva concentrarsi completamente sull'imminente incontro con Mr. Cadwick.
«Questo è il numero 7», osservò lei, «e anche la via corrisponde. Com'è stretto qui! E guardi le case. Sembrano sul punto di crollare.» «A casa di Mr. Cadwick comunque la luce è ancora accesa», disse Mare. «Che ne dice, lasciamo la macchina qui? Certo, blocchiamo il passaggio, ma se dovessi cercare un altro parcheggio non ritroverei più la casa.»
«Secondo me a quest'ora non passa più nessuno», disse Rosanna, aprendo con cautela la portiera per non farla sbattere contro il muro. «Accidenti, come fa Elaine a vivere qui?»
Era evidente che Brent Cadwick era letteralmente in attesa, perché la sua porta si spalancò ancor prima che Rosanna o Mare avessero il tempo di suonare il campanello. Se lo trovarono davanti, illuminato dalla luce dell'androne, un vecchio con un gilet di maglia e pantaloni sformati. Portava spessi calzini grigi ma era senza pantofole. Aveva un odore cattivo, come di chi si lava di rado e porta sempre gli stessi vestiti.
Rosanna provò un'antipatia immediata per lui, senza riuscire a definire da che cosa fosse dovuta. Avvertì Mare accanto a lei che si distaccava interiormente dalla situazione e ne capì il motivo. Si preparava a una possibile delusione. Questo Brent Cadwick aveva tutta l'aria di uno che si è inventata una storia per distrarsi un po'"da un'esistenza grigia e monotona. E sembrava il classico millantatore.
«Mr. Cadwick?» disse Mare, porgendogli la mano. «Sono Mare Reeve e questa è Rosanna Hamilton. Le ha telefonato oggi.»
Mr. Cadwick strinse a turno la mano di Mare e quella di Rosanna, poi ridacchiò. «Mr. Reeve! Ieri in televisione si è parlato anche di lei! E venuto direttamente da me? Ha fatto tutta questa strada?
Sì, certo, posso capire. Sono cinque anni che vive con addosso il sospetto di omicidio, giusto?»
Rosanna prese fiato, pronta a sistemare il vecchio con qualche parola tagliente, ma Mare la precedette. «In effetti la stampa saltò a qualche conclusione un po'"affrettata», disse cortese. «Ma con il suo aiuto, forse, riusciremo a chiarire definitivamente la storia.» «Sa se Miss Dawson è ancora sveglia?» chiese Rosanna. «Vorremmo andare subito da lei, se non le dispiace.»
«Ma, prego, accomodatevi un istante, prima», rispose Cadwick facendosi da parte. «Accidenti che freddo fa. E lei è vestita troppo leggera, signorina. Ma le donne sono così, vero? Sempre poco vestite e poi si ritrovano con la bronchite!» Ridacchiò di nuovo, poi precedette i visitatori in casa. Rosanna alzò gli occhi al cielo e Mare le rivolse un sorriso d'incoraggiamento.
Com'era da aspettarsi, l'appartamento, pieno di mobili pesanti, era troppo caldo e l'aria era stantia, come se non venisse arieggiato da mesi. Molto probabilmente durante l'inverno Cadwick non apriva mai la finestra, per impedire che anche la minima folata di freddo entrasse in casa. La televisione era accesa a volume molto alto. Cadwick la spense, poi indicò due bicchieri già pronti sul tavolino davanti al divano. «Che cosa vi posso offrire? Devo aggiungere un bicchiere, vero? Credevo che la signorina sarebbe venuta da sola! Non sapevo che ci fosse anche Mr. Reeve...» Prese un altro bicchiere da un'orribile credenza. «Uno sherry, magari?»
«È molto gentile da parte sua, Mr. Cadwick, ma non vogliamo bere niente», disse Rosanna. «Come potrà certo capire, siamo molto ansiosi di parlare con Miss Dawson. Ha detto che è la sua inquilina, giusto? E in casa?»
«Lavora fino a tarda notte all'Elephant», spiegò Cadwick. Nonostante il rifiuto di Rosanna, versò lo sherry nei bicchieri. «È il pub del paese. Già, nessuno penserebbe che ce l'abbiamo, vero?
Ma vi dico che d'estate qui si riempie di turisti. Il mare non è molto lontano, sapete? Si può fare il bagno. E qui si trova tutta la pace che si desidera.»
«Miss Dawson non è ancora rincasata?» chiese Mare.
«Di solito rientra verso mezzanotte», rispose Cadwick. Alzò il bicchiere. «Alla vostra salute! Santo cielo, come sono emozionato. E passato molto tempo dall'ultima volta che ho avuto ospiti. Anni!»
«Forse ci converrebbe andare direttamente al pub», propose Rosanna ignorando lo sherry. I bicchieri erano incrostati di sporcizia.
«Se lavora lì, forse non è il luogo migliore dove può parlare con noi», obiettò Mare. «Dobbiamo pensare che resterà parecchio turbata quando ci vedrà. Se si tratta della nostra Elaine, è chiaro che ha fatto di tutto per far perdere le proprie tracce e per vivere nascosta.
Sarà tutt'altro che felice di vederci.»
Rosanna sapeva che aveva ragione lui. «In effetti sarebbe meglio aspettarla qui», ammise.
«Dunque questa donna ha cancellato con cura tutte le proprie tracce», osservò Mr. Cadwick emozionato. «L'ho capito fin dal primo giorno che c'era qualcosa di strano in lei. Questa qui ha qualcosa che non va, Brent, mi dissi. Ma era molto cortese e educata. Io sto sempre attento di dare l'appartamento solo a persone perbene.»
Di sicuro non c'è la fila per ottenerlo, pensò Rosanna. Chi vorrebbe abitare qui volontariamente?
«In che senso trovava strana Miss Dawson?» domandò Mare. «Ecco», rispose Cadwick, «sembrava... impaurita. Sì, come una persona che vive sempre nel terrore. Ho avuto l'impressione che volesse davvero nascondersi.» «Da chi?» chiese Rosanna.
«Non saprei dirle, purtroppo», dovette riconoscere Cadwick, «non era molto estroversa. Ho cercato spesso di parlare con lei, capisce, per darle una mano! Una creatura così giovane e impaurita. E così sola. Non aveva proprio nessuno. Né amici né conoscenti, nessuno! Come se fosse del tutto sola al mondo. In due anni non è mai uscita con nessuno. Non è sano! Voglio dire, una donna della sua età desidera sposarsi, mettere su famiglia, costruirsi un nido. E non nascondersi in un paesino sperduto senza avere contatti con nessuno.»
«Una donna della sua età», ripeté Rosanna. «Quanti anni può avere Miss Dawson?»
«A occhio e croce poco meno di trenta.»
«D'accordo», disse Rosanna rassegnata. «Aspetteremo che torni a casa. Che ne dice di sederci fuori in macchina, Mare? Non dobbiamo importunare così a lungo Mr. Cadwick.» Provava un tale ribrezzo verso quel vecchio e il suo appartamento polveroso da non riuscire più a resistere nel salotto soffocante.
«Non mi importunate affatto», si affrettò a rassicurarla Mr.
Cadwick. «Anzi! Vi prego, rimanete pure qui. Mi piace avere ospiti.
Sapete, spesso mi sento molto solo. È una delle ragioni per cui ho affittato l'appartamento di sopra. I soldi in realtà non mi servono, per vivere mi basta la pensione, ma la solitudine... spesso è molto dolorosa. Non è facile da sopportare. Allora ho pensato che avere un inquilino fosse una buona idea. Si potrebbe bere il tè insieme ogni tanto, fare due chiacchiere, oppure una passeggiata. Purtroppo Miss Dawson era così riservata che dovevo letteralmente appostarmi per riuscire a incrociarla. Una persona molto, molto strana.
Nel suo passato dev'esserci un qualche segreto...» Si morse il labbro inferiore. Sembrava a disagio. Rosanna ebbe l'impressione che volesse confidare ancora qualcosa, ma che non sapesse esattamente come formularlo.
«Mr. Cadwick...» fece lei.
Lui la interruppe. «Come ho detto, una persona molto strana.
Mi è venuto da pensare che non fosse molto normale di testa. Altrimenti non mi spiego come mai...»
«Come mai che cosa?» intervenne Mare.
Mr. Cadwick si fece visibilmente coraggio. «A quanto pare ha lasciato l'appartamento. Da due giorni. Giovedì.» «Che cosa significa a quanto pare?» domandò Mare con voce inquisitoria.
Cadwick adesso aveva un'aria patetica. «Voglio dire che non mi ha informato né altro. Non mi ha neppure salutato. È sparita e basta.»
«Ma nessuno può sparire così», obiettò Rosanna, «voglio dire, quando si cambia casa arriva il camion dei traslochi, e poi c'è un sacco di trambusto... avrebbe dovuto sentire qualcosa, come minimo!»
«Lei non possiede niente», spiegò Cadwick, «soltanto una valigia con i suoi vestiti. È arrivata qui portandosi solo quella. L'appartamento è già ammobiliato. Completo di tutto, fino al portauovo.
Presumo che giovedì abbia sfruttato la mezz'ora che sono uscito a fare la spesa per sparire. Da allora non l'ho più vista.»
Con espressione terrea, Mare disse: «Allora dobbiamo fare subito un salto al pub dove lavora. Forse...»
«Non l'hanno più vista neppure lì», disse Cadwick, senza guardare i suoi ospiti. «Ci sono passato io stesso giovedì sera e poi anche ieri, due ore prima della trasmissione. Justin McDrummond, il proprietario dell'Elephant, era molto contrariato. In un primo tempo ha pensato che fosse malata e che si fosse dimenticata di telefonare per avvisare, ma quando sono arrivato io a dirgli che aveva preso il largo... ecco, si è immaginato che avesse fatto lo stesso anche con lui. È sparita senza dire niente.»
«Vuole dire che non si trova più qui a Langbury?» domandò Rosanna. «E non mi ha fatto parola di questo durante la nostra telefonata? Siamo venuti fin quassù in questo dannato paese per... per niente?» Non avrebbe saputo descrivere la rabbia e la delusione che provava.
«Comunque sia, fino a l'altro ieri era qui», osservò Mare conciliante, «e forse non è andata tanto lontana. Mr. Cadwick, lei è proprio sicuro che sia andata via definitivamente? Non è che magari ha deciso di passare un weekend lungo da qualche altra parte?» «Sono stato nell'appartamento. L'armadio è vuoto. La valigia non c'è. Non c'è più niente delle sue cose.» «Potrebbe mostrarci l'appartamento?» chiese Mare.
«Certamente», rispose Cadwick, affrettandosi in cucina a prendere le chiavi. Era tornato nel suo elemento. Finalmente si era sbarazzato di quella scomoda verità che fortunatamente non aveva portato all'immediata fuga dei suoi ospiti.
Li precedette su per una ripida scala, aprì la porta dell'appartamento e accese le luci.
«Ecco», spiegò. «Abitava qui.»
Rosanna non aveva mai visto un luogo così malmesso da provocare una grave depressione a chiunque ci abitasse. I bassi soffitti.
Le minuscole finestre piene di spifferi che gelavano l'aria nelle stanze.
L'orribile tappezzeria. La moquette da poco, piena di macchie, dove probabilmente proliferava ogni genere di insetto. Una camera angusta con un vecchio letto. Un salotto poco più grande con un vecchio divano. Mr. Cadwick aveva utilizzato tutti i mobili vecchi e decadenti per arredare il suo cosiddetto appartamento. Chiunque altro li avrebbe buttati nella spazzatura.
Cadwick aprì l'armadio in camera da letto. Era vuoto.
«Visto? Niente. E neppure nel comò. La valigia stava sopra l'armadio. È sparita anche quella.»
«Era rossa?» chiese Rosanna, ripensando al suo dialogo con l'ex vicino di casa di Mare. «Una valigia di plastica rossa da poco?» Cadwick scrollò il capo. «No, marrone. Di plastica ma marrone scuro.»
Ovviamente non era un particolare rilevante. Niente avrebbe potuto impedire a Elaine di comperarsi una valigia nuova nei cinque anni precedenti. Rosanna si guardò intorno. Dunque aveva abitato lì. Fino a due giorni prima. Sospirò piano. Come se Elaine l'avesse saputo! Se l'era filata prima che qualcuno potesse rintracciarla.
Nel silenzio Mare disse: «Devo dire che condivido l'idea di Mr.
Cadwick. L'appartamento sembra abbandonato. Tutto pare indicare che Elaine Dawson si sia effettivamente trasferita altrove».
«E adesso che cosa facciamo?» domandò Rosanna. Fu assalita da un'improvvisa stanchezza. Si sentiva sfinita. Le tornò in mente la conversazione telefonica con Dennis. L'aveva trattato proprio bruscamente, presa com'era dalla sua febbre della ricerca. Forse aveva sbagliato. Adesso si ritrovava qui, in un vicolo cieco, non sapeva come muoversi e aveva deluso e probabilmente anche ferito Dennis.
Tutto invano, pensò.
«Per oggi non facciamo proprio più niente», rispose Mare. «Ci troviamo un alloggio per la notte e domattina presto ripartiamo per Londra, oppure valutiamo un'altra mossa da fare qui. Staremo a vedere. Al momento sono troppo stanco per riuscire a pensare lucidamente.»
«Se volete, potete dormire qui», propose Cadwick. «Tanto l'appartamento è vuoto.»
«Grazie, ma non vogliamo approfittare della sua ospitalità», si affrettò a rispondere Rosanna. «Preferiamo...»
«Qui a Langbury non troverete niente», la interruppe Cadwick. «Nemmeno l'Elephant ha camere da affittare. Davvero volete girare per i paesi qui intorno alla vana ricerca di una camera con il rischio di perdervi?»
Mare e Rosanna si scambiarono un'occhiata. Non era certo una prospettiva allettante.
«D'accordo, se è sicuro che non le reca disturbo...» concordò Rosanna rassegnata. Quell'appartamento le metteva i brividi, ma era troppo stanca per cercare ancora. Le venne in mente che non toccava cibo da mezzogiorno, che non aveva con sé né uno spazzolino né una salvietta né un cambio di vestiti - aspetti che non l'avevano inquietata mentre era ancora in preda alla frenesia della caccia.
Adesso avrebbe voluto solamente tornare nella sua accogliente camera d'albergo londinese, fare una lunga doccia calda, infilarsi un morbido accappatoio, ordinare un bicchiere di vino bianco e un enorme panino con molta insalata e maionese.
Ma era ad anni luce di distanza da tutto questo.
Cadwick sorrise allusivo. «Se per voi è troppo intimo dormire quassù insieme, posso ospitare uno di voi di sotto da me. Per esempio Mr. Reeve. Anche se preferirei Mrs. Hamilton!»
Che uomo disgustoso, pensò Rosanna.
Mare la guardò. «Preferirebbe che io...?»
Lei non riusciva a immaginarsi di restare da sola in quello squallore. «No. Resti qui con me. Non c'è problema.» Mare la guardò sollevato. Cadwick deluso.
«Bene», disse titubante, «se non avete altro da chiedermi... non vorreste finire di bere il vostro sherry di sotto con me?» «Siamo molto stanchi, Mr. Cadwick», rispose Mare in tono gentile ma fermo, «e vorremmo andare a dormire.»
Cadwick uscì dall'appartamento al rallentatore. Voleva strappare ancora tutto il tempo che poteva. Quando alla fine fu uscito, Mare chiuse con cura la porta e si appoggiò a essa da dentro. Rosanna si accorse che aveva l'aria sfinita. «Bella...» disse lui, ma poi si interruppe.
Rosanna a quel punto non si faceva più problemi di galateo. «... merda», concluse per lui.
Non aveva mai pronunciato quella parola con maggiore convinzione.