Domenica, 17 febbraio.

Capitolo 1.

Marina Bowling aveva l'abitudine di correre per mezz'ora tutte le mattine, caparbiamente, anche con un freddo polare, sotto la pioggia o con la nebbia, perché era decisa ad acquistare una figura slanciata.

Non che fosse proprio obesa. Ma aveva accumulato uno strato di grasso in tutto il corpo che non le permetteva più di definirsi magra. I fianchi erano troppo larghi, l'addome troppo sporgente, per non parlare del sedere e delle cosce. La maggior parte delle donne di quel quartiere modesto ma molto curato nella parte sud di Londra erano così, avevano intorno ai quarant'anni e si portavano in giro più o meno convinte i loro chili di troppo. Avevano marito e figli e in genere non lavoravano, il pomeriggio si incontravano troppo spesso con le amiche per un drink e uno spuntino. Marina non apparteneva alla comunità, non foss'altro perché lavorava come consulente fiscale a tempo pieno, era separata e non aveva figli.

Nelle serate solitarie beveva troppo vino rosso e troppo spesso seppelliva la solitudine sotto montagne di spaghetti. Secondo lei non esisteva modo migliore per consolarsi di un bel piatto fumante di pasta al profumo di pomodoro e basilico. Purtroppo era anche un piatto abbastanza calorico.

Per il suo trentottesimo compleanno nel novembre precedente, Marina aveva deciso di cambiare stile di vita. Non voleva più restare sola. Voleva conoscere un uomo, voleva vivere con qualcuno. E riteneva che un'ottima mossa iniziale per avere successo fosse quella di riservare maggiore cura al proprio aspetto esteriore. Si tinse di biondo i capelli sale e pepe, si comperò un completo da jogging all'ultima moda e studiò un percorso che ogni giorno la faceva correre per trenta minuti con una bella sudata. Adesso, a distanza di tre mesi, aveva perso già quattro chili, che avrebbero potuto essere di più, se la sera non avesse continuato a indulgere in troppo vino rosso. Non c'era in vista ancora nessun possibile compagno di vita - e solo quando l'avesse trovato avrebbe abbandonato completamente la bottiglia. Forse quando veniva l'estate, si diceva Marina, perché l'estate era la stagione migliore per conoscere qualcuno, anche se non ne sapeva esattamente la motivazione.

Quella domenica mattina molto presto la giornata già prometteva di essere splendida. Il cielo stava assumendo un bel colore azzurro e la primavera, arrivata fin dal giorno prima, cominciava a manifestarsi con più decisione. L'aria profumava di terra umida. Gli uccelli cinguettavano. I giardini erano un'esplosione di narcisi. Nelle annate più favorevoli, in Inghilterra la primavera era abbastanza precoce. Bastava un'ondata di caldo a metà febbraio e la natura si risvegliava con forza. Il gelo non era tanto frequente sull'isola e dopo marzo del tutto assente. Le giornate come quella, secondo Marina, facevano dimenticare le estati troppo piovose.

Si era divertita a correre. Ansimando sudata girò nel vialetto di casa sua, tirando fuori la chiave dalla tasca della tuta. L'interrogativo più grande ora era che cosa fare per il resto della giornata. Prima di tutto una doccia, poi un bel caffè caldo. Magari una colazione con uova e pane tostato, ma solo una fetta al massimo. Doveva ricordarsi che era a dieta.

E poi? Poi la giornata era comunque molto lunga. Stava leggendo un libro coinvolgente, ma voleva davvero sprecare una giornata del genere restandosene al chiuso a leggere? Era l'aspetto più diabolico delle belle giornate di primavera, perché accentuavano ancora di più il senso di solitudine. D'inverno ci si poteva rintanate comodamente su una poltrona davanti al camino e sentirsi bene. In primavera bisognava uscire, occupare lunghe giornate di sole e incontrare dovunque famiglie e coppie di innamorati.

Aveva compiuto un paio di gravi errori in vita sua, lo riconosceva, ma come avrebbe potuto sapere da giovane che le cose sarebbero andate così? Con il senno di poi era facile individuare a quale incrocio si sarebbe dovuta imboccare un'altra strada, ma quando ci si trovava davanti alla scelta non era altrettanto semplice.

Invece di entrare subito in casa, decise di passare dal garage, perché le era venuto in mente di fare un giro in bicicletta dopo colazione.

In questo modo non sarebbe stata costretta a restarsene a casa e inoltre avrebbe contribuito al suo piano per ottenere un figurino da sogno. La sua bicicletta era rimasta ferma per tutto l'inverno e lei sperava che fosse in condizioni decenti. Avrebbe controllato subito.

Il garage era insolitamente spazioso, progettato per ospitare due automobili, ma siccome Marina ne aveva una soltanto il resto dello spazio era stato riempito con ogni genere di cosa, utile e superflua. C'erano mobili da giardino, il tosaerba, vasi di terracotta, pale e rastrelli, ma anche un vecchio divano, una lavatrice rotta, tappeti arrotolati, diversi sacchi straripanti di vestiti vecchi, scatoloni del trasloco e montagne di riviste.

La lampadina sul soffitto era fulminata da tempo, ma dalla finestrella sul lato del giardino filtrava un poco di luce. La porta del garage non veniva mai chiusa a chiave. Marina si fece largo tra i mucchi di roba accatastata fino alla bicicletta, che a prima vista sembrava in ordine. Lì accanto c'era pure la vecchia bici di Ken. Come mai non se l'era portata via? Probabilmente usava il tandem per andare in giro con la sua nuova bella. Di sicuro anche nello sport preferivano stare più vicini possibile.

Si inginocchiò, controllò lo stato delle gomme. Sembravano gonfie e in buone condizioni. Poteva farci chilometri. Quella sera sarebbe stata tutta indolenzita, ma in compenso si sarebbe sentita molto eroica.

Si alzò e di colpo ebbe la netta sensazione di non essere sola. Non avrebbe saputo spiegare da dove provenisse questa intensa sensazione, perché non aveva sentito nessun rumore né visto nessun'ombra. Nessun respiro, niente.

Eppure si sentiva osservata e fu assalita dalla pelle d'oca.

Si voltò, rimpiangendo che non ci fosse più luce.

«C'è qualcuno?» chiamò.

Nessuna risposta.

«Ehi?» disse ancora.

Chiunque poteva entrare lì. Ma che cosa poteva cercare una persona in quell'ammasso di oggetti senza valore? L'auto era chiusa a chiave. C'era ancora chi rubava biciclette oggigiorno, a meno di non trovarsela servita su un piatto d'argento? Tutto era immobile, silenzioso.

Forse non si tratta di rubare, forse è qualcuno che mi ha preso di mira.

«Scemenze!» disse a voce alta. Chi poteva violentare una consulente fiscale quasi quarantenne e rotondetta? Sarebbe stata proprio un'ironia del destino se, dopo anni di astinenza maschile nonostante tutti gli sforzi dedicati alla questione, fosse finita vittima di uno stupratore nel suo stesso garage.

Il suo cuore, che si era messo a battere all'impazzata, tornò a calmarsi. La pelle d'oca su tutto il corpo si abbassò. Quale era mai stato il motivo di quella sua improvvisa paura? Niente. Assolutamente niente, a parte una sensazione improvvisa. C'è qualcuno qui. Qualcuno mi osserva. Due occhi mi fissano alle spalle. ripeté di nuovo: «Scemenze!»

Era tornato tutto normale. Non c'era nessuno che la guardava, non c'era nessuno nel garage. Probabilmente si era autosuggestionata.

Succede, quando si vive da soli troppo a lungo.

Nonostante questo, prima di uscire definitivamente dal garage, lanciò un'ultima occhiata nella penombra. Nascondigli ce n'erano in quantità, questo era sicuro. Ma non si sentiva niente, nessun fruscio o cigolio, nessun rumore. Solo freddo e buio silenzio. Evidentemente si era immaginata tutto.

Ma quando entrò in casa decise, diversamente dal solito, di chiuderci a chiave a doppia mandata.

Capitolo 2.

Rosanna non aveva mai dormito tanto male come la notte appena passata. Si era coricata sul letto di Elaine, e il materasso era così vecchio da formare al centro una cavità dove si sprofondava inesorabilmente. Già dopo un'ora Rosanna era tutta indolenzita. E poi era tormentata da diverse immagini: Rob, che non era tornato a casa; Dennis, che probabilmente, in preda all'ansia, camminava avanti e indietro per le stanze, da solo, mentre sua moglie nel Northumberland dava la caccia a un'amica scomparsa che, a quanto pareva, si era tramutata in un fantasma.

Non era forse vero che l'intera faccenda le era sfuggita di mano? Altrimenti, come avrebbe fatto a finire in quel paese sperduto, in quello squallido alloggio, da quel disgustoso Mr. Cadwick? Quando finalmente le prime luci del mattino filtrarono dalle imposte, si alzò. Per fortuna le lenzuola avevano un aspetto pulito. Rosanna immaginava che non fossero state cambiate dopo la partenza di Elaine - Mr. Cadwick le avrebbe lasciate così anche per il suo prossimo inquilino, sempre ammesso che ne trovasse uno - ma la ragazza doveva essere stata molto pulita. Il letto sembrava essere stato cambiato di recente, aveva un profumo piacevole di detersivo ai fiori.

In bagno non c'erano asciugamani, almeno non in vista. Nella cassetta del bucato Rosanna trovò uno straccio che puzzava di muffa.

Davanti allo specchio era posato un pezzo di sapone. Si lavò alla meno peggio e si pettinò i capelli con le dita. Aveva un aspetto orribile.

Di solito le occorreva il phon e un sacco di lacca per domare i riccioli ribelli e al momento non aveva nessuno dei due a disposizione.

La sua testa sembrava la pelliccia di un gatto malato.

«Oppure quella di un ratto rognoso, a voler essere proprio maligni», mormorò sottovoce. Ma perché non si era portata neppure un fard o un eyeliner nella borsa? Aveva soltanto un rossetto, ma le labbra vermiglie sul viso slavato non avrebbero certo migliorato il suo aspetto.

Nella minuscola cucina trovò Mare, con indosso boxer e maglietta, che sembrò sorpreso di vederla. «A quest'ora pensavo che dormisse ancora.»

«Credo di non aver chiuso occhio per tutta la notte», rispose Rosanna. «Il letto era una specie di strumento di tortura. Com'è andata sul divano?»

«Non molto meglio, temo. Sono finito a sfiorare il pavimento. Mi ritengo un uomo sportivo e atletico, ma i primi passi stamattina sono stati quelli di un vegliardo. Non sapevo che si potesse avere un mal di schiena così atroce.»

«La mia testa sembra appena uscita da una centrifuga o simili.» Si passò una mano tra i capelli, incerta. «In bagno purtroppo non c'è quasi nulla utile a rimettersi in forma. Per oggi le toccherà stare con una donna che ha i capelli per aria.»

«In compenso io non posso farmi la barba», disse Mare. «Ascolti, ho dato un'occhiata in giro e non ho trovato neppure un caffè. Proporrei quindi di uscire il più silenziosamente possibile e di andare a cercare questo pub - mi pare si chiamasse Elephant. Con un po' di fortuna, magari sono aperti anche a colazione la domenica mattina. Altrimenti temo che ci toccherà prendere il caffè nel salotto del lindo appartamento di Mr. Cadwick, e non credo che le faccia più gola che a me.»

Rosanna rabbrividì. «Io non sono schizzinosa, ma a vedere le sue stoviglie così sporche ho paura di prendermi qualche malattia. E poi quel tipo mi ripugna totalmente. È viscido e insinuante. Se dovessi vivere da sola con lui in questa casa, mi verrebbero gli incubi. Che cosa ne pensa, secondo lei è vera la storia che ci ha raccontato? Che qui abbia abitato una Elaine Dawson? Che qui abbia mai abitato una donna in assoluto?»

«Intende dal momento che è scomparsa con un tempismo così perfetto?» Mare annuì. «Ci ho pensato stanotte. Ovviamente esiste la possibilità che si sia inventato tutto quanto. Credo che non si fermerebbe davanti a niente di fronte alla prospettiva di avere un po' di compagnia nella sua vita desolata. Dopo tutto è un poveraccio.» «Tuttavia non riesco a compatirlo.»

«In ogni caso, ragione di più per andare all'Elephant. Visto che lei dovrebbe aver lavorato lì, se non si tratta di un'invenzione di sana pianta, dovremmo trovare conferma del racconto di Mr. Cadwick. O, viceversa, avere la prova che è falso.»

Mentre Mare era in bagno, Rosanna rifece il letto, poi prese il telefono per chiamare Dennis a Gibilterra. Voleva sapere se Rob era tornato e aveva il cuore in gola. Temeva di essere nuovamente aggredita da Dennis, oppure di non poter più sfuggire alle sue insistenze circa il suo immediato ritorno.

E forse dovrei farlo, pensò, tanto Elaine non la troviamo più e ho abbastanza materiale per lavorare. Potrei tornare a Gibilterra domani...

A casa non rispose nessuno. A volte la domenica mattina Dennis andava in palestra. Oppure era uscito per continuare le ricerche di Robert. Il fatto che il ragazzo non rispondesse al telefono non era significativo: nel fine settimana dormiva fino a mezzogiorno e niente lo avrebbe svegliato, neppure una bomba - figurarsi poi lo squillo del telefono.

Mare si era vestito. Si infilarono i cappotti e lasciarono l'appartamento in punta di piedi. Mr. Cadwick doveva essere ancora a letto, perché non si sentirono rumori nella casa, sebbene diversi scalini cigolassero. Entrambi fecero un sospiro di sollievo quando si ritrovarono in macchina di Mare e ripartirono.

Alla luce del giorno era tutto più semplice. Impararono in fretta la disposizione delle strade e dei vicoli di Langbury e, dopo averli percorsi in maniera sistematica, si ritrovarono davanti all'Elephant, un imponente edificio di mattoni rossi, dall'aria curata e opulenta. C'era anche un piccolo giardino che d'estate offriva riparo sotto alberi frondosi. Adesso i rami erano ancora spogli, sedie e tavolini erano accatastati contro il muro, coperti da grossi teli di plastica contro le intemperie.

Con loro sollievo, la porta d'ingresso era aperta e furono accolti da un invitante aroma di caffè. Un uomo dall'aria assonnata era dietro il bancone e li guardò stupito.

«Così presto di solito non viene nessuno», disse.

Rosanna gli rivolse un sorriso vincente. «Potrebbe darci lo stesso un caffè?»

L'uomo assentì. «Il caffè è pronto, ma per la colazione ci vuole ancora un pochino. In genere la domenica prepariamo un brunch dalle dieci in poi, ma adesso ho soltanto pane e marmellata.» «Andrà benissimo», lo tranquillizzò Mare. «Ci basta qualcosa che ci ridia un po'"di energie.»

Si accomodarono a un tavolo d'angolo, notarono con sollievo la tovaglia immacolata e le tazze di porcellana floreale. L'uomo di prima portò personalmente un cestino di pane tostato e un piatto con diversi vasetti di marmellata e panetti di burro. Rosanna intuì che doveva trattarsi del proprietario del pub.

Anche Mare doveva aver avuto la stessa idea, perché chiese: «Lei è Justin McDrummond?» «Sì. Perché?»

«Mare Reeve. Lei è Rosanna Hamilton. Veniamo da Londra.» «Non è proprio la stagione migliore per fare una vacanza da queste parti.»

«In realtà non siamo in vacanza», disse Mare. «Siamo alla ricerca di una nostra vecchia conoscente e ci è stato detto che lavorava qui. Elaine Dawson.»

Justin alzò le sopracciglia. «Elli?» «È esatto? Ha lavorato qui?»

Justin posò il cestino del pane sul tavolo con troppo impeto. Dietro la maschera di stanchezza si vedeva che era molto in collera. «Eccome», disse, «eccome se ha lavorato qui. E vi posso dire un'altra cosa: la vostra conoscente è la persona più stramba con la quale abbia mai avuto a che fare. Mancava spesso, ma per qualche motivo l'ho sempre sopportato, perché mi faceva pena. Proprio per questo non mi meritavo...» Si interruppe. «Sì?» domandò Rosanna. «Che cosa non si meritava?»

«Che se ne andasse così senza avvertirmi», rispose Justin furibondo, «dall'oggi al domani, senza una parola. Sapete, in questa stagione non c'è molto lavoro, ma il sabato sera viene la gente del posto - anche dai paesi vicini. E ieri sera c'è stato un banchetto di nozze. Centododici persone che hanno festeggiato fino a tarda notte. Elli lo sapeva. Avevo assunto due lavoranti per l'occasione, ma Elli era assunta regolarmente. E non si è fatta vedere. Giovedì, venerdì e ieri sera. Via. Sparita. Come potete immaginare non sono riuscito a trovare un rimpiazzo così velocemente. Lei conosceva il mestiere, era pratica. Non immaginate neanche quanto ci siamo dovuti dare da fare tutti quanti ieri sera. Ve lo dico, se rimette piede qui dentro...»

«Non potrebbe esserle capitato qualcosa?» domandò Rosanna.

Justin sbuffò. «Era quello che avevo pensato anch'io all'inizio.

Ma poi è passato di qui quel vecchio bavoso - Cadwick. Il suo padrone di casa. Le aveva affittato il suo buco di appartamento. E mi ha raccontato che aveva fatto le valigie. Senza dire niente neppure a lui. Ora mi chiedo, non è che se ti succede un incidente prima svuoti l'appartamento, giusto? No, probabilmente deve avere trovato una sistemazione e un lavoro migliori e se l'è battuta!»

Rosanna frugò nella borsa e tirò fuori la foto di Elaine che portava sempre con sé. «È lei?»

Justin osservò l'immagine accuratamente. «Non saprei...» rispose incerto. «Elli è molto più magra. Pelle e ossa direi.» «Questa foto ha più di cinque anni», spiegò Rosanna, «e non ne abbiamo una più recente. In questi anni evidentemente può essere dimagrita.»

«Come tipo potrebbe essere lei», disse Justin, «il colore dei capelli corrisponde, anche la pettinatura. È difficile a dirsi. Questa persona rotondetta - e la Elli che conoscevo. Ma potrebbe essere lei. Però non posso garantirvelo con sicurezza.»

«Elaine dovrebbe avere ventotto anni adesso», disse Rosanna.

«Ne compirà ventinove il primo agosto di quest'anno.»

«L'età potrebbe essere quella», confermò Justin. «A dire la verità non sapevo quando fosse il suo compleanno né quanti anni avesse con precisione, ma a occhio e croce immaginavo intorno ai trenta.»

«Da quanto tempo lavorava qui?» domandò Mare.

«Dal giugno dello scorso anno. Entrò un giorno e chiese se avevo un lavoro da offrirle. Per sua fortuna la mia cameriera se n'era appena andata. Le diedi quel posto.»

«Immagino avrà voluto vedere i suoi documenti», osservò Mare.

Justin sembrava un pochino a disagio. «Mi mostrò il passaporto. Non aveva referenze. Mi disse che aveva lavorato in nero per una fabbrica di scarpe, nel magazzino.»

«E preferiva lavorare in nero anche per lei», concluse Mare. «Sì, ecco...»

«Non siamo né poliziotti né finanzieri», chiarì Rosanna, «quindi non deve farsi problemi con noi.»

Justin si mise a sedere accanto ai clienti e si appoggiò la testa tra le mani. «Sapete, anch'io ho avuto qualche sospetto. Sembrava essere letteralmente spuntata dal nulla. Avevo avuto già dei problemi con un cuoco, un pachistano: era venuto fuori che non aveva il permesso di soggiorno e la polizia mi fece una perquisizione. Ma Elli se non altro aveva un passaporto britannico e mi sembrava a posto.

Per me naturalmente era molto vantaggioso avere qualcuno che lavorasse in nero. Ma... forse l'avrei mandata via. Solo che era una situazione simile a quella di ieri. Un fine settimana in cui aveva prenotato un gruppo numeroso. Mi occorreva tutto l'aiuto che potevo trovare. Lei arrivò come un dono del cielo e poi è rimasta e... a un certo punto non ho più badato a com'era arrivata.»

Rosanna rimise a posto la foto. Si era svegliata del tutto. Forse dipendeva anche dal caffè che aveva bevuto a piccoli sorsi e che era delizioso.

«Ha definito Elaine stramba. Che cosa intendeva dire con precisione?» Justin ci pensò. «C'era qualcosa in lei», disse alla fine, «qualcosa... come potrei dire? Qualcosa di malato. Disturbato. Isterico. Depresso. Tutto quello che vuole. Direi che mi sembrò una persona proprio a terra. Quale giovane donna verrebbe fino a Langbury per rinchiudersi nell'appartamento di Mr. Cadwick e imperniare la sua vita sul suo lavoro qui al pub? Non aveva amici. Nessun contatto. Non raccontava niente di sé. Mai. Era davvero come se fosse giunta dal nulla. Non parlava mai dei genitori. O della famiglia. Amici, parenti, conoscenti, insegnanti, vicini... qualunque cosa. Voglio dire, anche la persona più sola al mondo stringe contatti almeno con un paio di persone in vita sua, no? Lei invece no. Come se si aggirasse completamente sola per il pianeta. Ecco come mi sembrava.» «E mancava spesso?» lo incalzò Rosanna.

«Sì. A intervalli regolari. E poi stava assente due o tre giorni di seguito. Però avvisava sempre. Una volta era il mal di denti, un'altra il mal di gola o che so io. Stranamente... ho sempre avuto l'impressione che non fosse la verità. Che i suoi disturbi non fossero fisici, ma solo un pretesto. Però non ho mai potuto dimostrarlo.» «Secondo lei che cosa aveva in realtà?» chiese Mare.

Justin ebbe un altro istante di esitazione. «Credo che soffrisse di attacchi di panico. Di tanto in tanto veniva sopraffatta dalle sue paure. E allora non ce la faceva a uscire da quella topaia dove abitava.»

«Le sue paure?» domandò Rosanna. «Quali paure?»

Justin la guardò sorpreso. «Credevo che la conosceste. Non penso che sarebbe potuto rimanere nascosto a qualcuno. Elli aveva paura. Di qualcosa o di qualcuno. Una paura tremenda. Sussultava tutte le volte che la porta si apriva. A volte, quando qualcuno rideva forte o schiamazzava, sbiancava di colpo.»

Rimase un attimo a pensare e poi aggiunse: «Secondo me aveva paura della morte. Era tangibile. Elli aveva paura di morire, ma in tutto il tempo che ha lavorato per me non sono mai riuscito a scoprirne il motivo».

Capitolo 3.

Geoffrey intuiva che l'autocommiserazione poteva diventare un atteggiamento automatico che portava spiacevoli effetti collaterali: per un po'"le persone intorno potevano essere tenute in scacco, sentirsi in colpa e quindi diventare manipolabili, ma alla lunga l'effetto si ritorceva contro chi l'aveva causato.

Chi si cala troppo a lungo e troppo comodamente nel ruolo di vittima alla fine lo diventa per davvero.

Qualcuno gli aveva rivolto questa frase una volta, non ricordava più se un'infermiera, un medico, un assistente. Comunque uno di quelli che si occupavano di lui e cercavano caparbiamente di convincerlo che, nonostante tutto, la sua vita era ancora vivibile. Cosa decisamente non vera e, tutte le volte che una persona sana osava spiegare a un malato come lui che la sua situazione non era grave come credeva, veniva assalito da una rabbia feroce. Tuttavia, doveva ammettere che quel discorso sul ruolo di vittima e sui suoi effetti aveva qualcosa di vero. Perché se lui, Geoff, non si fosse sepolto così tanto sotto uno strato di apatia adesso avrebbe avuto un cellulare e avrebbe potuto cercare un posto tranquillo nell'istituto o fuori per telefonare. E invece doveva usare il maledetto telefono pubblico in corridoio, con il timore che qualcuno passasse di lì e si mettesse a origliare.

In realtà possedeva un cellulare, ma risaliva agli anni di Elaine e non era più stato ricaricato da tempo, anche se le infermiere si erano offerte diverse volte di farlo per lui.

«Avanti, Mr. Dawson. Le ricarichiamo il telefono! Sarebbe meglio se fosse raggiungibile senza problemi.»

Lui aveva sempre respinto l'offerta, anzi, aveva pure preso in giro quelle persone servizievoli. E per chi, di grazia, avrebbe dovuto essere raggiungibile? Chi gli telefonava? Chi nutriva ancora interesse verso di lui? Era come se non esistesse già più. Che stupido, pensava adesso.

Per fortuna era domenica. In genere la domenica le attività nell'istituto prendevano un ritmo più rallentato, il che significava che in corridoio non c'era il solito andirivieni di pazienti e personale.

Esisteva dunque la possibilità di telefonare senza essere disturbati.

Certo, le cose potevano cambiare da un momento all'altro.

Geoff sapeva di avere a disposizione un intervallo di tempo breve ma non quantificabile.

Era stato semplice chiedere al servizio informazioni il numero della emittente televisiva che trasmetteva Private Talk. Più difficile si era rivelato mettersi in contatto con la redazione giusta. Una voce femminile maldisposta al centralino lo aveva informato che avrebbe cercato di metterlo in comunicazione, ma da allora Geoff si era ritrovato sospeso in un limbo d'attesa con in sottofondo le note di una sonata per pianoforte che non conosceva. Ecco il lato negativo della domenica: anche in uno studio televisivo l'attività rallentava. In ogni caso doveva pur esserci chi lavorava nel fine settimana. Chissà se Lee Pearce era tra questi? Era la persona con cui avrebbe preferito parlare Geoff.

Era rimasto sveglio tutta la notte a riflettere sul da farsi. La notizia datagli da Cedric circa la possibile esistenza di una nuova traccia aveva fatto crescere in lui l'inquietudine, l'agitazione, la paura.

Era in preda a sensazioni contrastanti: la speranza che Elaine fosse ancora viva, tornasse da lui e lo salvasse; la preoccupazione che fosse sì viva, ma si rifiutasse di tornare e dichiarasse addirittura che era proprio il fratello la persona da cui aveva voluto nascondersi in quegli anni. Subito dopo gli si era affacciato alla mente un altro pensiero: e se in realtà non fosse stata lei, ma quella vipera di Rosanna Hamilton avesse dichiarato lo stesso di aver trovato le sue tracce lassù in Northumberland? Da quando Geoff aveva rivisto l'ex amica d'infanzia alla televisione, sapeva due cose: Rosanna aveva un debole per Mare Reeve, anzi probabilmente aveva già una relazione con lui. E da questo presupposto nasceva il suo atteggiamento:

Rosanna voleva allontanare da Reeve ogni sospetto relativo a Elaine. A qualsiasi costo. Geoff era convinto che sarebbe stata capace di rintracciare Elaine ancora in vita, sbandierarlo a gran voce su una rivista scandalistica e così facendo riabilitare il nome e la reputazione di Mare Reeve. Chi sarebbe andato a controllare? La polizia aveva chiuso e archiviato il caso da tempo.

«Che cosa crede lei, sono tante le persone che abbandonano ogni giorno la propria vita, si nascondono e poi cominciano allegramente una nuova esistenza», gli aveva detto uno degli agenti all'epoca, subito dopo la scomparsa di Elaine. «Persino persone con famiglia, figli. Persone che conducono esistenze in apparenza senza problemi, dalle quali non ci si aspetterebbe mai un simile gesto. Ma in fondo all'animo non ne possono più delle responsabilità, i legami e che so io. E così spariscono. Lasciando esterrefatti quanti li conoscono.»

Nel suo caso, nessuno era rimasto esterrefatto e questa era la cosa peggiore. Nessuno gliel'aveva detto apertamente, ma lui non era stupido, aveva letto tra le righe: tutti avevano immaginato che Elaine se la fosse svignata da un'esistenza accanto a un paralitico, che la ostacolava in tutti i sensi. E tutti avevano capito. Se non fosse venuta fuori la storia di Mare Reeve, che almeno per un breve periodo aveva aperto la strada all'ipotesi di un delitto, nessuno avrebbe mosso neppure un dito per cercare di rintracciare una donna che sembrava essere stata inghiottita dalla terra.

Già, ma lui non poteva certo mettersi in viaggio per il nord e controllare se effettivamente la donna che si nascondeva lassù fosse Elaine. Gli era capitato raramente di compiangere così tanto la sua impotenza, di maledire così la propria menomazione. Nel corso delle lunghe ore di insonnia, l'odio verso il proprio corpo si era tramutato in un odio feroce per Rosanna Hamilton, che lo aveva esposto a quella situazione, che si era permessa di immischiarsi nella sua vita, che si arrogava il diritto di decidere del destino altrui senza poi curarsi delle conseguenze per le parti in causa. Era un suo atteggiamento tipico, come di suo fratello, i due insopportabili e arroganti fratelli Jones. Del tutto indifferenti alle reali necessità e difficoltà del prossimo, riuscivano ad attivarsi efficacemente quando c'erano in ballo i loro interessi - come in questo caso la relazione con il bel Reeve.

La cosa che lo irritava più di tutte era che nessuno aveva sentito il bisogno di informarlo. E ciò lo rafforzava nella convinzione che ci fosse sotto qualcosa di losco. Rosanna non gli aveva detto neppure una parola sulla nuova traccia e anche Cedric non lo aveva fatto spontaneamente il giorno prima. Si era sentito messo alle strette e gli aveva gettato qualche briciola, per distrarlo, ma probabilmente si pentiva già della propria avventatezza. Rosanna, che era la più astuta tra i due, gli avrebbe fatto di sicuro una partaccia se fosse venuta a saperlo. Ben gli stava.

Nelle prime ore del mattino, Geoffrey aveva delineato un piano d'azione. Non si sarebbe fatto sfruttare, non sarebbe rimasto a guardare passivamente, non con tipi come Rosanna e Cedric. Anche se non poteva muovere quel maledetto corpo, la sua testa funzionava ancora, ed era perfettamente in grado di attivarsi a suo modo. Avrebbe sfruttato altre persone perché compissero ricerche nel Northumberland e mandassero a monte i piani di Rosanna, quali che fossero. E chi era più adatto allo scopo se non la giornalista televisiva Lee Pearce, che aveva trattato il tema nella sua trasmissione? Di sicuro sarebbe stata più che contenta di farla pagare a Rosanna Hamilton.

La voce della centralinista gli risuonò inaspettatamente all'orecchio. «Le passo la chiamata», disse annoiata. Si sentì uno scatto sulla linea.

«Pronto?» chiese un'altra voce femminile, nettamente più allegra e bendisposta.

«Ah... salve», disse Geoff. «Sono Geoffrey Dawson.» Fece una pausa, nella speranza che il suo nome dicesse qualcosa all'interlocutrice.

Dopo tutto il caso Dawson era stato il tema dell'ultima puntata.

Ma a quanto sembrava non ci furono scintille elettrizzate di trepidazione all'altro capo della linea.

«Che cosa posso fare per lei, Mr. Dawson?» domandò la voce, pur sempre amichevole.

Viviamo in un'epoca troppo veloce, pensò Geoff. Stanno già preparando la prossima puntata e non si ricordano più di che cosa avevano parlato due giorni fa.

Lui non aveva pensato a come presentare la propria richiesta, soprattutto perché dubitava che sarebbe riuscito a condurre un dialogo senza essere disturbato. Allora saltò tutti i preamboli.

«Vorrei parlare con Mrs. Lee Pearce», chiese audace. «A quale proposito, per piacere?»

«Mi chiamo Dawson», ripeté lui con enfasi, «sono il fratello di Elaine Dawson. Si ricorda? Elaine Dawson è stata il tema di Private Talk venerdì scorso. Uno dei temi», aggiunse.

«Giusto, adesso ricordo il nome», disse l'altra sempre piena d'allegria e questo indusse Geoff a chiedersi che cosa ci trovasse di tanto allegro in tutta la faccenda. «Di che cosa vorrebbe parlare con esattezza con Mrs. Pearce?»

Se non altro non gli aveva comunicato direttamente che Mrs.

Pearce non era in studio. E questo lasciava presupporre che la moderatrice era lì e che lui aveva una concreta possibilità di parlare con lei, se solo fosse riuscito a convincere l'oca giuliva con cui era al telefono dell'urgenza della propria richiesta.

«Grazie alla trasmissione si è aperta una nuova traccia molto promettente», spiegò. «Esistono indizi che fanno pensare che mia sorella sia ancora viva.»

«Allora forse farebbe meglio a rivolgersi alla polizia.» «La polizia ha archiviato il caso già da tempo. Non credo che andrebbe a scavare fino nella contea del Northumberland per seguire un semplice indizio.»

Dall'altro capo del filo gli giunse un sospiro appena udibile. «Mr. Dawson, non so proprio come potrebbe aiutarla Mrs. Pearce.»

«Non si tratta solo di questo», si affrettò a dire, sentendo dei passi che si avvicinavano in corridoio e guardandosi furtivamente intorno. In fondo era spuntata un'infermiera che si era fermata su una delle porte aperte e parlava con uno degli occupanti. Ben presto si sarebbe mossa di nuovo e lui poteva solo sperare che non si fermasse una seconda volta alla sua altezza.

Merda! Possibile che quella stupida non si decidesse a passargli la giornalista?

«Senta», disse a bassa voce, «ho motivo di credere che Mrs. Hamilton, che è stata vostra ospite venerdì, cerchi di nascondere qualcosa in questa faccenda. A causa dei suoi piccanti rapporti personali con...» Si fermò. Private Talk era una trasmissione molto popolare e terra terra. Sperava di aver destato un certo interesse nell'interlocutrice.

Lei sospirò di nuovo, ma stavolta non fece niente per nasconderlo. «Chiederò a Mrs. Pearce se ha tempo di parlare con lei», disse. «Ma è probabile che sia in riunione. Aspetti in linea.» Si sentì un altro clic e lui si ritrovò immerso ancora una volta negli accordi per pianoforte.

L'infermiera gli venne incontro, con quel passo deciso e brusco che implicava assoluta precedenza e che lui tanto odiava, ma con il quale doveva fare i conti tutti i giorni lì in istituto.

Le infermiere hanno mai riflettuto sull'effetto che ha la loro camminata sui pazienti? si chiese per l'ennesima volta. Vogliono dimostrarci la loro superiorità, farci capire sempre che sono superiori a noi? Oppure questo atteggiamento presupporrebbe un coinvolgimento verso di noi che non esiste per davvero? Forse non gliene frega niente di noi, in realtà si limitano a fare il loro lavoro senza troppi problemi?

L'infermiera era arrivata alla sua altezza e gli rivolse uno smagliante sorriso che lui trovò affettato.

«Allora, Mr. Dawson?» Era vivace come un pesce nell'acqua.

Ma perché quel giorno erano tutti così schifosamente di buonumore?

Soprattutto chi doveva lavorare di domenica? «Come si sente?»

Lui le rivolse un cenno vago con la testa. Non vedeva che stava telefonando? Si sarebbe comportata così anche nei confronti di un non- paziente? Senza rispetto per il fatto che al momento era impegnato in un'altra cosa?

Stava per porgli la domanda successiva, ma in quel momento all'orecchio di Geoff risuonò l'ormai familiare clic del telefono. «Mr. Dawson? Le passo Mrs. Pearce.»

Subito dopo si sentì un gelido: «Pearce. Che cosa desidera?» Lui posò la mano sulla cornetta, si girò per quanto glielo consentiva il corpo paralizzato, verso l'infermiera che continuava a sorridergli e sibilò piano, ma in maniera chiara: «Vada al diavolo, dannazione a lei!»

Capitolo 4.

Avevano girovagato senza meta per i dintorni, poi avevano parcheggiato non lontano dal mare e passeggiato fino alla spiaggia. Il silenzio era interrotto solo dallo scroscio delle onde e dai versi dei gabbiani. Nonostante il sole primaverile, lì sul mare tirava un vento gelido che si infilava sotto i vestiti. Camminarono a passo svelto sulla sabbia, per scaldarsi. Non c'era anima viva in giro. «Io non capisco», dichiarò Rosanna. «Voglio dire, il concetto paura della morte mi sembra così... eccessivo. Siamo partiti dal presupposto che Elaine volesse liberarsi da una esistenza come infermiera del fratello e di sicuro sarebbe stata tutt'altro che contenta nel vederselo comparire all'improvviso sulla porta del pub, ma altrettanto certamente la cosa non l'avrebbe riempita di paura di morire.

In fondo, che cosa avrebbe potuto farle lui?»

Mare si chinò, raccolse un sasso piatto e levigato e lo gettò di nuovo in terra. «Forse partiamo dal presupposto errato che la sua scomparsa - sempre ammesso che si tratti di una scomparsa volontaria - avesse a che fare con il fratello. Del resto mi aveva parlato di un uomo che ricopriva un ruolo determinante nella sua vita. Non potrebbe essere che con quest'uomo qualcosa sia andato male? Che si nasconda da lui?»

«Non riesco a immaginare che Elaine si lasci conquistare da un tipo poco affidabile che poi si rivela un pericolo», obiettò Rosanna mentre ripensava all'adolescente timida e taciturna che aveva paura di tutto e non si avventurava mai in imprese anche solo minimamente rischiose. «Era fin troppo prudente. Estremamente timida. Non il tipo di persona che si trova di colpo in una situazione pericolosa.» «Ma è proprio a queste persone che può succedere», disse Mare, «di diventare vittime di qualche balordo. Elaine mi era apparsa quanto mai ingenua. Non sapeva nulla del mondo, della vita. Sì, certo, piena di timori, ma nel contempo incapace di riconoscere i veri pericoli. Elaine è - o era - una persona che poteva benissimo capitare con un poco di buono.»

«Ma perché? Voglio dire, che cosa potrebbe volere un poco di buono da una come Elaine?»

Lui scrollò le spalle. «Non ne ho idea. Forse non aveva a che fare necessariamente con lei. Ci sono persone che hanno bisogno di una vittima. Una qualsiasi. Non si tratta della vittima come persona, bensì soltanto del suo status come vittima. Elaine potrebbe essere finita in una situazione del genere. Ma ovviamente anche questa è solo una supposizione.»

«D'accordo, ammettiamo che abbia incontrato l'uomo sbagliato», ragionò Rosanna, «e che sia scappata con lui. A un certo punto nei cinque anni trascorsi, è successo qualcosa. Qualcosa che si è tramutato in una minaccia. Perché non si è rivolta alla polizia?»

«Perché forse sapeva che in certi casi non serve a niente», disse Mare. «Io sono avvocato, e ne so qualcosa. Potrebbe essere finita nelle mani di uno psicopatico, che però non aveva ancora commesso niente che giustificasse un suo arresto. Lei intuisce che egli rappresenta una minaccia, ma la polizia può intervenire solo quando qualcuno commette un reato. A volte alla vittima non resta altra scelta che di nascondersi.»

«Questo significherebbe che Elaine, proprio Elaine, aveva capito qualche meccanismo della vita reale, dopo tutto.»

«Cinque anni sono tanti. Aveva lasciato la protezione di Kingston St. Mary. Forse ha frequentato una specie di corso sul campo circa la valutazione della realtà. L'Elaine di oggi probabilmente non ha niente a che fare con quella di un tempo. E non solo per quanto riguarda la corporatura.»

Rosanna rimase pensierosa. «Perché allora non cambiare nome? Le avrebbe fornito una protezione migliore!»

«Non è così semplice. Nella maggior parte dei casi bisogna avere un documento d'identità per ottenere un alloggio o un lavoro. Ciò significa che avrebbe dovuto procurarsi documenti falsi. E come avrebbe potuto riuscirci una ragazza come Elaine?» «Difficile a immaginarsi», concordò Rosanna, «però è tutto così confuso e incomprensibile. Non si accorda con la Elaine del passato.» «Forse dovremmo smetterla con le speculazioni», disse Mare, «non ci portano da nessuna parte e ci confondono. Forse sarebbe meglio rassegnarci al fatto di essere arrivati troppo tardi. Abbiamo perso per un soffio la Elaine Dawson che si nascondeva a Langbury e non la troveremo più. Siamo stati sfortunati. Forse era lei, o forse no. Dobbiamo lasciare che le acque si calmino.»

Rosanna si fermò. «Mi sorprende che lei riesca a essere così rilassato.

Per lei c'è in ballo molto di più che per me. Ritrovare Elaine per lei significherebbe la completa riabilitazione. Eppure ho l'impressione di essere più contrariata io di lei per averla mancata di un soffio.»

Anche Mare si fermò. «Rosanna, non voglio negare di aver nutrito grandi speranze. Ma mi sforzo anche di vedere tutta la faccenda in maniera realistica. L'interesse sul caso Dawson si è molto placato ormai. Non c'è più nessuno che mi addita passo passo. Nel mio ambiente non c'è più nessuno che si interessa della faccenda.

Trovarla adesso non cambierebbe molto le cose per me.»

Lei guardò altrove, perché sapeva che stava per toccare un punto dolente. «Ma pensi a suo figlio... potrebbe dimostrargli la sua innocenza. Non è importante?»

Lui rimase in silenzio così a lungo che lei temette di essere stata troppo sfacciata.

«Le chiedo scusa», si affrettò a dire, «non vorrei averla...» «Non si preoccupi», la interruppe lui, «ha ragione. Per mio figlio sarebbe stato importante. Anche se probabilmente non sarebbe servito a cambiare nulla.»

Proseguirono, infreddoliti dal gelido vento di nordest, e di colpo la spiaggia apparve a Rosanna ostile e distaccata, e tutta l'impresa le sembrò assurda e destinata al fallimento fin dal principio. Si fermò di nuovo. Non voleva allontanarsi ulteriormente dall'auto. «Mare», disse. «Sarebbe meglio...»

Si interruppe, perché Mare si voltò verso di lei e lei notò, piena di stupore, come la sua espressione cambiava prima che la baciasse. Fu un bacio fugace, soltanto un breve sfiorarsi delle loro labbra. Lui fece un passo indietro. «Scusa», disse, «non sono riuscito a trattenermi.»

Lei continuava a fissarlo muta.

«Era meglio...» proseguì lui, ma poi si bloccò e alzò le braccia in un gesto impotente di scusa. «Non avrei dovuto.» Alla fine lei ritrovò la parola. «È solo che...» «Lo so. È impossibile.»

«No...» Lei cercò le parole giuste. «Non sono arrabbiata, sai. Davvero.»

Lui era fermo davanti a lei, le mani affondate nelle tasche del giaccone. Il vento freddo gli aveva arrossato le guance. «So che sei sposata. Che hai un figliastro che si fida di te. Che la tua vita non è qui in Inghilterra. So tutto questo. E tuttavia è da stamattina... tutte le volte che ti guardo...»

Lasciò anche questa frase a metà, come se fosse chiaro ciò che voleva esprimere.

Lei si passò la mano tra i capelli scompigliati, che il vento aveva devastato ancora di più. Pensò agli occhi non truccati, al viso che sicuramente rivelava la stanchezza della notte insonne. «Proprio oggi», disse, «proprio oggi che ho un aspetto orribile!» «Proprio oggi», disse Mare, «sembri giovanissima.»

La prese tra le braccia e la baciò di nuovo, più a lungo e in maniera meno innocente di prima, e lei ricambiò il bacio e l'abbraccio, perdendosi per qualche istante, dimenticando per alcuni secondi Dennis, dimenticando Robert, Gibilterra, la sua vita vera. Quando si staccarono dopo qualche minuto, tutto intorno a lei era tornato come prima, la spiaggia ancora invernale, il freddo sole primaverile, il vento gelido.

La domanda era se dentro di loro e nella loro vita fosse cambiato qualcosa.

Soltanto se lo permettiamo noi, pensò Rosanna. «Le mie scuse evidentemente valevano così poco», disse Mare, «che stavolta non dirò neppure che mi dispiace. Sarebbe una bugia.»

«E perché dovresti scusarti?» domandò Rosanna. «Lo desideravo quanto te. Ma potrebbero esserci dei problemi, se... se dovessimo andare avanti.» «Già», concordò lui indeciso.

Stavano uno di fronte all'altro. Rosanna si rese conto con sgomento che la parte della guastafeste era la sua. Mare era libero. Rosanna no.

«Ho freddo», disse lei alla fine. Era un'osservazione innocua e corrispondeva al vero. «Possiamo tornare alla macchina? E andare da qualche parte a bere un caffè?»

«Certo», concordò subito Mare. «Non c'è niente come un caffè caldo per risvegliare la voglia di vivere.»

Rosanna non poté trattenere un'improvvisa risata, pur avendo la sensazione che riflettesse in buona parte le proprie perplessità.

«Non mi sembrava che la nostra voglia di vivere fosse in condizioni tanto critiche», osservò.

Lui la prese per mano mentre tornavano alla macchina e lei non se la sentì di impedirglielo. E a quale scopo, poi? Avevano fatto ben altro che tenersi per mano. Non era mantenendo le distanze ora che poteva cancellare il bacio di prima.

Si erano allontanati molto più di quanto pensassero e impiegarono diverso tempo a raggiungere il parcheggio sul ciglio della solitaria strada di campagna dove avevano lasciato l'auto. Rosanna si mise a sedere sollevata. Mare accese il motore e fece subito partire il riscaldamento.

«Ci vuole un pochino. Ma poi si scalda.» Non diede segno di voler partire.

«Che cosa c'è?» domandò Rosanna.

Lui esitò. «Credo che sia tu», disse alla fine, «sei tu il motivo per cui vorrei trovare Elaine e guardarla negli occhi. So di non averla sulla coscienza, ma per me sarebbe molto importante poter fugare definitivamente ogni minimo dubbio anche dalla tua mente.»

«Ma io non ho dubbi», replicò Rosanna. «Ho smesso di averne quando ho cominciato a occuparmi del caso in modo più approfondito.»

Lui annuì, fece manovra e imboccò la strada. Le sarebbe piaciuto convincerlo di quanto fosse vero ciò che aveva detto, ma temeva che le sue giustificazioni gli apparissero appunto come tali, ovvero giustificazioni dietro le quali era difficile cogliere l'autentica misura di verità. Anche se dentro di lei non fosse rimasto neppure un briciolo di incertezza, in lui avrebbe sempre albergato il dubbio relativo alle convinzioni di lei. Questo fatto non rivestiva alcun significato per il futuro, perché non avrebbero mai avuto un futuro insieme: non potevano. Che fastidio poteva dare a Mare l'immagine che lei avrebbe serbato di lui, una volta tornata dalla sua famiglia a Gibilterra?

Che cosa sarebbe importato a Rosanna sapere che lui dubitava di lei, una volta ripreso il suo lavoro a Londra, dato che non l'avrebbe mai più rivista?

Era irrilevante. Per loro era irrilevante rintracciare o no Elaine. «Dobbiamo assolutamente trovarla», disse lei, contraddicendo in pieno il corso dei propri pensieri, mentre percorrevano la strada soleggiata.

Mare la guardò. «Sarebbe un problema in meno», disse.

Entrambi sapevano che comunque ne restavano molti altri.

Capitolo 5.

«Telefono», disse Sally, infilando la testa nella camera di Angel, la camera che fino a poco tempo prima era chiamata la camera di Angela e Linda. Parlava con la bocca impastata.

Angela, sdraiata sul letto ad ascoltare dentro di sé le voci che sembravano ancora riempire la camera - le voci sue e di sua sorella -, alzò la testa. «Chi è?»

«Non ho capito bene il nome», mormorò Sally, «era un nome strambo. Vuole parlare con te.»

Angela si alzò con movimenti stanchi. Si sentiva acciaccata e distrutta. Il giorno prima era rimasta per ore dalla polizia insieme a Dawn, guardando mentre l'altra consultava gli schedari, aspettando che venisse realizzato un identikit. Dawn si era impegnata al massimo, ma aveva continuato a ripetere contrita di non ricordare chiaramente. «Quel tipo l'ho visto solo per poco. E non ci ho badato troppo. Ero molto più occupata con Linda. Ed è passato anche qualche tempo...»

«Faccia con comodo», aveva ripetuto Fielder, «a volte la memoria torna a poco a poco. Non si metta fretta da sola.» Dawn non aveva riconosciuto nessuno tra le foto segnaletiche, ma si era soffermata su cinque o sei volti.

«Potrebbe essere lui», diceva, ma tre o quattro foto più avanti si ricredeva. «No, questo. Anche se... dovrei ricordarmi se aveva le orecchie così a sventola, no? Oppure portava il berretto?»

Alla fine era stato fatto un identikit, ma Dawn era stata così vaga nel fornire i dettagli che Angela non credeva al valore del ritratto. A lei in ogni caso non diceva assolutamente niente.

«No. Non conosco nessuno così. Di sicuro non ho mai visto Linda con un tipo simile. Anche se veramente non l'ho mai vista con nessuno. Questo suo nuovo amico era un segreto che custodiva molto gelosamente.»

Quando le due ragazze erano uscite, l'ispettore Fielder si era dichiarato comunque molto soddisfatto. «Abbiamo un piccolo indizio», aveva detto, «e sicuramente è meglio di niente.»

«Ma non mi sono ricordata granché», aveva obiettato Dawn scontenta.

«È normale», la tranquillizzò Fielder, «lo ha visto solo per breve tempo e non c'era motivo di osservarlo attentamente. Ma ora il suo subconscio è stato sollecitato ed è probabile che altri ricordi possano riaffiorare con il tempo. Mi è già capitato altre volte.» Angela non era altrettanto convinta, ma aveva ringraziato Dawn con molto entusiasmo. «Sei stata davvero carinissima, Dawn, a concederci tutto questo tempo. E sai che se ti venisse in mente qualche particolare, piccolo o grande che sia, mi devi chiamare. Oppure rivolgiti direttamente all'ispettore.»

Fu questo il pensiero che le si affacciò alla mente mentre andava al telefono. Che si trattasse di Dawn? Poteva darsi che alla fine le si fosse accesa una lampadina.

Il puzzo di vodka in salotto le tolse quasi il respiro. Prese la cornetta. «Sì, pronto?»

Era proprio Dawn, che parlava con voce agitata e innaturalmente stridula.

«Angela, sei tu?»

«Sì. Che cosa succede?»

«L'ho visto!» squittì quasi l'altra. «L'ho visto! L'amico di Linda.

Ne sono sicurissima. E stavolta l'ho guardato per bene.»

«Era quasi nello stesso punto dell'ultima volta», dichiarò Dawn esaltata, quando si ritrovò seduta di fronte all'ispettore Fielder insieme ad Angela. Fielder era rientrato nel suo ufficio a scotland Yard interrompendo il riposo domenicale. Aveva una traccia di pomodoro agli angoli della bocca e Angela immaginò che fosse stato interrotto mentre mangiava la pasta al sugo. «Vicinissimo al Woolworth.

Era seduto sulla piazza lì davanti, sul bordo della fontana.

Se la piazza fosse stata più affollata, probabilmente non mi sarei accorta di lui. Ma oggi il grande magazzino è chiuso e non c'è molta gente in giro. Solo quelle come me, che di domenica si annoiano a morte e girano un po'"senza meta per la città.»

«Era seduto sul bordo della fontana?» domandò Fielder. «È possibile che sia ancora...»

Dawn lo interruppe scuotendo la testa mestamente. «Si è alzato come sono arrivata. L'ho visto scomparire in una strada lì vicino.» «L'ha riconosciuta? È per questo che...»

«Non credo. Non mi dava questa impressione. Non ha neppure guardato dalla mia parte. Era lì da qualche minuto, la faccia rivolta verso il sole, e poi ha ripreso il cammino. O almeno è l'impressione che ho avuto io.»

Fielder si accese una sigaretta dopo aver offerto il pacchetto alle due donne che avevano entrambe rifiutato.

«Miss Sparks, ieri ha avuto qualche esitazione di fronte ad alcune foto segnaletiche che le abbiamo mostrato. Vorrebbe riguardarle? La possibilità di riconoscere qualcuno adesso è maggiore.» Dawn annuì convinta. «Se è lì in mezzo lo troverò. Ce l'ho stampato in mente. Accidenti, di sicuro abita dietro l'angolo! Chissà quante volte l'ho incontrato negli ultimi mesi senza farci caso.» Un quarto d'ora più tardi, lo aveva individuato.

«È lui», dichiarò convinta, indicando i lineamenti brutali di un uomo moro che nessuno dei presenti avrebbe voluto incontrare di notte. «Al cento percento. È lui!»

«Ronald Malikowski», disse Fielder lentamente. «Lo guardi.» Angela osservò raccapricciata il volto dell'ex amico della sorella morta. In nome del cielo, com'era possibile che Linda si fosse messa con un tipo simile? L'aspetto criminale di quel tipo saltava agli occhi a prima vista ed era impossibile che qualcuno potesse credere di cavarsela senza danni entrando nel giro di un individuo simile. Per non parlare poi di diventarne la compagna. «Mio Dio», esclamò involontariamente.

«Già, proprio un bel tipo», confermò Fielder. «Ha diverse condanne all'attivo. Spaccio, sfruttamento della prostituzione, estorsione... è stato coinvolto in un sacco di reati. Purtroppo trova sempre giudici troppo liberali! A mio avviso un tipo del genere dovrebbe stare dietro le sbarre, e a lungo!» «Ha avuto a che fare con lui?» domandò Angela.

«Più di una volta», rispose Fielder a denti stretti. «E sarei ben felice di acciuffarlo una volta per tutte.»

«Sfruttamento della prostituzione!» ripeté Angela. «Corrisponderebbe al caso di Jane French. Lei lavorava come prostituta.»

Fielder si grattò la testa. «È vero. Tuttavia...» tacque. Le due donne lo guardarono con espressione interrogativa.

«Malikowski è un pezzo di merda», dichiarò Fielder senza troppi giri di parole, «un farabutto senza scrupoli e con una tendenza alla violenza. Questo è vero. Ma a quanto posso giudicare, e ho una certa esperienza in materia, non è uno psicopatico. Le torture e le sevizie subite da Jane French e Linda Biggs, durate ore e in apparenza perpetrate senza alcuno scopo evidente, non corrispondono all'immagine che mi sono fatto di Malikowski. E giurerei anche che eviterebbe a ogni costo un omicidio.»

«Allora, lei non crede che...?» chiese Dawn delusa.

Fielder le rivolse un sorriso d'incoraggiamento. «Lo scopriremo», promise. «Lei ci è stata di grande aiuto, Miss Sparks. Adesso abbiamo una traccia concreta sulla quale lavorare. Se non si è trattato personalmente di Malikowski, può darsi che sia comunque qualcuno del suo ambiente. E adesso abbiamo ottime carte per scoprirlo.»

Capitolo 6.

Marina tornò intorno alle quattro e mezzo dal suo giro in bicicletta e si congratulò con se stessa. Era partita verso le undici, dopo una bella colazione, una lunga doccia e dopo aver riordinato un po'"la casa. Alla fine si era preparata ed era tornata in garage, curiosa di sapere se sarebbe stata assalita dalla strana sensazione di prima. Stavolta però non aveva avuto l'impressione di essere osservata e questo l'aveva spinta a dimenticare definitivamente quella particolare esperienza, che tale non era stata, si disse.

Dal quartiere in cui abitava si raggiungeva facilmente l'aperta campagna. Come capitava in molte metropoli, il passaggio da palazzi, gente, traffico a campi aperti, boschi e solitudine era alquanto brusco. Ben presto Marina si era ritrovata su una stradina che correva lungo l'alzaia di un canale. Era un percorso rilassante, interrotto solo di rado da qualche salita e poco trafficato dalle auto. C'erano però molte altre biciclette, come aveva previsto Marina, soprattutto famiglie. Oppure coppie. Non incontrò nessun'altra donna che pedalava in solitudine per quella strada. Certo che il mondo era ben strano, pensò. I media descrivevano la società di single che ormai era il modello predominante e che, stando alle affermazioni di tv e giornali, era composta principalmente da uomini e donne in carriera tra i trenta e i cinquant'anni. Ma bastava uscire dalle quattro mura domestiche in un soleggiato mattino di inizio primavera e ci si imbatteva ovunque in famigliole felici, con almeno due o tre bambini.

Forse sono io l'unica stupida a venire qui a pedalare? si chiese. Forse tutti gli altri single non fanno una cosa tanto sciocca. Forse restano a casa, oppure vanno dove sono sicuri di non incontrare famiglie e coppie di innamorati.

Aveva pranzato nella locanda di un paese, anche se detestava andare da sola al ristorante. Ma aveva fame e doveva andare in bagno. Quando si era rimessa in marcia verso casa, il sole era già basso e la temperatura era sensibilmente diminuita. Pedalò con più energia. Il vento le scompigliava i capelli e l'aria fresca e pulita le faceva bene ai polmoni. Era bello aver trascorso una giornata in movimento. Sarebbe stato ancora più bello tornare a casa e sedersi in due davanti al camino, con un bicchiere di vino, e gustarsi la serata in compagnia.

Sistemò la bici in garage e notò l'indolenzimento dei muscoli delle cosce mentre si incamminava verso casa. L'indomani sarebbe stato una tortura. Ma andava bene così. Se non altro le sarebbe servito per tutta la settimana come monito per la sua eroica prestazione sportiva della domenica.

Chiuse la porta di casa ed entrò nello stretto corridoio sulla destra nel quale si trovava la scala a chiocciola che portava di sopra. «Sono tornata!» annunciò, anche se nessuno poteva sentirla. Si sarebbe accesa da sola il fuoco nel camino e stappata una bottiglia. Sapeva che l'alcol aveva assunto fin troppo una funzione consolatoria nella sua vita, ma per il momento non vedeva via d'uscita al problema. Andò in cucina, che dava sul giardino posteriore. Era una cucina antiquata, con armadietti laccati di bianco, un bovindo con tendine azzurre e una porta che dava sul giardino. I gradini all'esterno erano tanto malmessi da rappresentare un serio pericolo, così da parecchio tempo Marina aveva preso l'abitudine di uscire in giardino passando dalla porta del tinello. Come d'abitudine controllò comunque la porta della cucina e si spaventò: non era chiusa a chiave. «Maledizione», imprecò. «Di nuovo!» Girò la chiave e tirò il chiavistello. Le succedeva spesso di dimenticare di chiudere da quella parte. Dopo colazione aveva l'abitudine di gettare le briciole fuori, sui gradini, per una coppia di colombi che da anni abitava in giardino e aspettava sempre con ansia i suoi pasti. Troppo spesso si scordava di richiudere a chiave la porta. Più di una volta le era capitato di tornare dal lavoro e constatare che un eventuale ladro sarebbe potuto entrare comodamente in casa sua. Per fortuna non era ancora successo. La zona non era propriamente ricca e la sua casa non era certo tra quelle che dimostravano il buon conto in banca dei suoi proprietari. Avrebbe avuto bisogno di una bella tinteggiata e il giardino anteriore dell'intervento di un abile giardiniere. Secondo Marina dava l'impressione di essere abitata da persone che si tenevano appena a galla e questo la rendeva più sicura. Prese una bottiglia di vino bianco dal frigorifero e si riempì il bicchiere.

Poi andò in salotto, accese la tv per avere almeno qualche voce intorno a sé. Trasmettevano un reportage sui bambini orfani in India. Per qualche secondo fissò lo schermo. Un bambino...

Cambiò canale e capitò su un vecchio film, poi si dedicò al camino. Un bel camino in pietra che il suo ex marito aveva costruito personalmente. Stava per scendere la sera e un bel fuoco avrebbe trasmesso un senso di calore e accoglienza.

Proprio mentre si accucciava a prendere alcuni ciocchi dalla cesta accanto alla parete, sentì il rumore.

Era lo scricchiolio delle assi del pavimento e proveniva da qualche parte al piano di sopra. Se avesse dovuto dire con precisione da dove, avrebbe optato per il suo studio. Si alzò, rimase in ascolto. Silenzio.

Probabilmente si era sbagliata. Voleva riprendere il lavoro, quando captò un altro scricchiolio. Abitava da abbastanza tempo in quella casa per sapere che si trattava delle assi del pavimento e adesso aveva la certezza che fossero quelle del suo studio. Balzò in piedi.

Resta calma, si disse, a volte le case vecchie scricchiolano, non significa niente.

Non si era ancora infilata le pantofole, così avanzò silenziosamente verso il corridoio a piedi scalzi. La scala si trovava proprio di fronte al salotto.

«Ehi?» chiamò piano. Posò la mano sul pomello della porta d'ingresso. Poteva uscire e chiamare aiuto in qualsiasi momento. I vicini non mancavano. Qualcuno l'avrebbe sentita.

Tutto era silenzio. Marina si rimproverò di essere isterica. Esistevano centinaia di motivi per far scricchiolare le assi del pavimento. E quali motivi? si chiese subito dopo, senza riuscire a farsene venire in mente neppure uno abbastanza convincente.

Safi di sopra a controllare, prima di passare tutta la sera in preda al nervosismo.

Si soffermò a pensare brevemente se fosse il caso di correre dalla vicina e pregarla di accompagnarla, ma si sentì ridicola. Probabilmente non avrebbe trovato niente, ma tutti nel vicinato avrebbero sparlato di lei, di quanto era tesa e impaurita come una vecchia zitella.

Vive da sola. Non le fa bene. Diventa sempre più stramba. In questo modo non può certo trovare un uomo!

Strinse i denti, accese la luce delle scale e san con una certa determinazione. Le tornò in mente la strana sensazione del mattino in garage e il fatto che era stata via tutto il giorno e la porta della cucina era rimasta aperta. Chiunque sarebbe potuto entrare in casa senza difficoltà. Ma a quale scopo? I ladri andavano per rubare, mica per nascondersi e aggredire la padrona di casa. Oppure sì? Forse di sopra c'era un tizio che non era interessato a computer e soldi. Bensì a una donna.

Ma che idiozie, Marina, è da tanto tempo che nessuno ti tocca che cominci ad avere fantasie di violenza, si disse severa, ma il cuore le salì in gola. Lì sopra stava per cadere in trappola. Lì sopra poteva solo sperare di raggiungere in tempo una finestra, spalancarla e chiamare aiuto. Continuò a salire.

Il corridoio si allungava silenzioso e deserto davanti a lei. C'erano quattro porte: il bagno, la camera da letto, l'ex studio di Ken, che Marina aveva trasformato in camera per gli ospiti, e il suo studio. La porta di quest'ultimo era proprio dirimpetto alla scala e, diversamente dalle altre, era soltanto accostata.

L'aveva lasciata lei così al mattino? Ma era entrata nello studio quel giorno? Non lo ricordava ed era comunque assurdo fissarsi su quel particolare. La porta era socchiusa e poteva dipendere da lei o da un'altra circostanza qualsiasi, e lei adesso l'avrebbe scoperto e non sarebbe rimasta lì indecisa a tormentarsi sul pianerottolo. Prese fiato, si drizzò in tutta la sua altezza e marciò decisa per il corridoio, diede una spinta alla porta dello studio e nello stesso istante accese la luce. Il lampadario al centro della stanza la inondò di luce.

Nonostante i timori, Marina era stata convinta di non trovare nessuno. L'idea che qualcuno potesse essersi introdotto in casa sua era troppo assurda, in fondo.

Con suo sgomento, invece, c'era un uomo in mezzo alla stanza. Proprio sotto il lampadario. Sbatté gli occhi abbagliato e la fissò incredulo almeno quanto lei.

Per un paio di secondi rimasero l'uno di fronte all'altra. Marina si rese conto che l'uomo era molto alto e molto giovane e probabilmente l'avrebbe sopraffatta quanto a forza fisica. Aprì la bocca, per gridare, ma lo sconosciuto fece un passo verso di lei e disse: «No!

La prego, non gridi!» Aveva lo sguardo impaurito e la voce incerta.

«Ma che diavolo...?» chiese Marina, spaventata e scioccata che in effetti qualcuno si fosse introdotto in casa sua durante la sua assenza.

Erano cose che succedevano nei libri. Nei film. Non nella vita reale.

Balle. Perché non nella vita reale? Proprio di recente aveva letto che solo in Gran Bretagna ogni due minuti si verifica un furto in appartamento. Era come per le malattie, gli incidenti, e altri rovesci del destino: si pensava sempre che colpissero soltanto gli altri.

«Io... la porta era aperta...» si affrettò a dire il giovane. In effetti era poco più che un ragazzo. Marina se ne rese conto solo adesso, man mano che superava lo choc iniziale.

«La porta era aperta? E tu allora ti introduci tranquillamente in una casa sconosciuta? Non è possibile!» «Avevo tanto freddo.»

«Eri tu stamattina in garage?» chiese Marina.

Lui annuì. «Sì, ma a un certo punto mi è venuto tanto freddo e allora ho fatto il giro della casa per vedere se trovavo il modo di entrare. Ecco, e poi la porta della cucina...»

«Sei scappato di casa», constatò Marina, «e sei venuto a nasconderti proprio da me. Senti un po', adesso vorrei sapere chi...» Lui la interruppe. «Lei è Marina Bowling?» «Sì, ma...»

Lui la interruppe di nuovo. I suoi occhi si incollarono letteralmente a quelli di lei e lui disse: «Io sono Robert Hamilton. Sono suo figlio».

Capitolo 7.

La telefonata raggiunse Rosanna quando lei e Mare si erano già rimessi in viaggio per Londra. Era tardo pomeriggio e le ombre del tramonto si allungavano sul paesaggio. Avevano girato per i dintorni di Langbury, si erano fermati ripetutamente, avevano attraversato paesi, si erano guardati intorno, nella remota eventualità di incontrare per caso la scomparsa e avevano cercato di accettare due fatti: che Elaine fosse sfuggita loro per un soffio e la loro affannosa e frenetica ricerca fosse destinata a finire nel nulla e che a quanto sembrava avrebbero dovuto rinunciare per sempre e rassegnarsi a rimanere con un mistero irrisolto. Inoltre dovevano affrontare in un modo o nell'altro i sentimenti che erano sbocciati in loro e che si erano manifestati in spiaggia. Non avevano più parlato dell'accaduto.

Rosanna paventava il momento in cui ciò sarebbe avvenuto. Con il viso premuto contro il finestrino, osservava il paesaggio invernale che scorreva davanti a lei. Una cosa era sicura: non doveva più rivedere Mare Reeve. E doveva tornare a Gibilterra il prima possibile.

Il suo posto era lì, e lì c'era bisogno di lei adesso. Elaine e il suo destino appartenevano al passato, erano un mistero insolubile che non spettava a lei, Rosanna, risolvere. Dennis e Robert, al contrario, erano il presente, il suo presente.

E qual è il mio futuro? si domandò. Preferiva non darsi una risposta. Era troppo pericoloso.

Avevano giusto lasciato la contea e viaggiavano in direzione York, quando il cellulare di Rosanna squillò. Se lo strappò letteralmente di tasca. Sperava fosse Dennis per informarla che Robert era tornato a casa sano e salvo.

«Pronto?» disse.

«Mrs. Hamilton, mio Dio, dove siete? Dove siete?»

Non riconobbe subito la voce, ma capì che comunque non era Dennis. «Chi parla?»

«Sono io, Brent. Brent Cadwick!»

«Oh, Mr. Cadwick. Che cosa succede?» con la coda dell'occhio si accorse di Mare che aveva girato la testa di scatto verso di lei. La voce di Mr. Cadwick era concitata. «Ce l'ho! Elaine Dawson! Ce l'ho! Venite subito! Sbrigatevi!»

La faccia di Mr. Cadwick aveva assunto un preoccupante colorito paonazzo. Doveva avere la pressione alle stelle. Era sulla porta di casa e si dondolava da una gamba all'altra quando Mare e Rosanna arrivarono da lui più di un'ora dopo la sua telefonata. Mare aveva superato i limiti di velocità, ma avevano dovuto attraversare molti paesi che lo avevano costretto a rallentare e poi avevano dovuto fare benzina altrimenti non sarebbero mai giunti a destinazione. «Finalmente!» esclamò Mr. Cadwick agitato. «Finalmente! Ma dove vi eravate cacciati?»

«Eravamo arrivati quasi a casa», rispose Rosanna diffidente.

Non si fidava di Cadwick. Quel tizio era capace di averli fatti tornare in quel posto dimenticato da Dio solo per informarli che Elaine gli era sfuggita di nuovo. «Allora, Mr. Cadwick, dov'è? Dov'è Elaine Dawson?»

Lui la minacciò con il dito. «Mi ha fatto molto arrabbiare, lo sa, Mrs. Hamilton. Non è stato per niente carino filarvela alla chetichella questa mattina, senza salutare. Ma le sembra il caso?» «E domenica, e non volevamo svegliarla così presto», intervenne Mare. «Allora, Mr. Cadwick, Miss Dawson è tornata?»

Cadwick abbassò la voce e indicò verso la finestra del primo piano.

«È di sopra, nell'appartamento. L'ho chiusa a chiave!»

Rosanna trasalì. «L'ha chiusa a chiave? Ma non può farlo!»

«Già, e lei crede che avrebbe aspettato qui di sua volontà fino al vostro ritorno?» esclamò Cadwick. «Quella voleva solo i soldi e poi sparire di nuovo.»

«Quali soldi?» chiese Mare.

«La cauzione. Mi aveva lasciato due mesi di cauzione. Li rivoleva. Le servivano per il nuovo alloggio. E allora l'ho incastrata per benino. Le ho detto che di sopra avevo trovato ancora della roba sua e che doveva portarla via e, non appena è entrata, ho chiuso la porta a chiave da fuori. E poi vi ho telefonato!»

«Questo potrebbe costarle una denuncia per sequestro di persona», disse Mare.

Cadwick sogghignò. Era sempre paonazzo in viso. Era il giorno della sua vita. «Quella non va alla polizia. Sono pronto a scommetterci.

Quella ha troppa paura.»

«Possiamo salire ora?» chiese Rosanna. «Vorremmo incontrarla solo per un momento e poi lasciarla andare libera per la sua strada.» Cadwick esitò. «L'altro signore è già stato di sopra», annunciò. Rosanna e Mare si scambiarono un'occhiata. «Quale altro signore?» «Sì, quello della stampa.»

«Un giornalista? Ha informato la stampa?» esclamò Rosanna.

Cadwick parve prendersela. «Certo che no. L'unico giornalista con cui ho parlato è stato Mr. Simon del Cover, e solo per chiedergli il suo numero di telefono, Mrs. Hamilton. No, non ho la minima idea di come abbia fatto la stampa a venire a sapere la cosa. In ogni caso è spuntato qui dal nulla.»

«Tony Harper», disse una voce alle spalle di Cadwick. Un uomo uscì dal corridoio male illuminato. Rosanna non avrebbe saputo dire se si trovasse lì fin da prima. Si avvicinò a Mr. Cadwick. «Daily Mirror. Abbiamo ricevuto una segnalazione stamattina che qui si trovava una donna ritenuta scomparsa da anni.»

«Non è possibile», esclamò Rosanna sconcertata.

«E da dove è giunta questa notizia?» chiese Mare asciutto.

Harper scrollò le spalle. «Lee Pearce. Private Talk. E stata lei a informare il mio capo. Non so come l'avesse saputo. In ogni caso devo scoprire se la donna di sopra», fece un cenno del capo verso il soffitto, «è veramente la scomparsa Elaine Dawson. Per questo consiglio di salire insieme e che voi la identifichiate. Poi me ne andrò subito. Devo ancora cercarmi una sistemazione.»

«Non crederà sul serio che adesso saliremo di sopra con lei e venderemo la donna che si trova lassù a lei e al suo giornale», osservò Mare. «Chiunque sia e qualunque sia la sua storia, a lei non deve interessare!»

Tony sogghignò e indicò la voluminosa sacca a tracolla che aveva sulla spalla sinistra. «Ho una sua foto. Significa che in un modo o nell'altro scopriremo chi è. Voi al massimo potete facilitarmi il compito dandomi subito le informazioni che cerco.»

«Col cavolo che le avrà!» esclamò Mare con veemenza. «Sparisca, per favore! Altrimenti resteremo qui per tutta la notte, visto che non ho nessuna intenzione di salire di sopra insieme a lei.» Harper scrollò le spalle. Non sembrava neppure offeso. «Il capo ha detto che avrei incontrato qualche problema. La cosa non mi disturba Mr. Reeve. Più il suo atteggiamento è sospetto più la nostra storia sarà piccante. Come ho detto, ho scattato un paio di ottime foto e riusciremo comunque a scoprire quello che ci interessa.» Indicò verso Cadwick. «Arrivederci, Mr. Cadwick. Vado a cercarmi un posto per la notte. Magari torno da lei più tardi.» Cadwick annuì con foga. «Ma certo. Torni pure quando vuole.» Appena Tony Harper fu scomparso nel buio, Rosanna aggredì Cadwick. «È stato lei a telefonare a Lee Pearce», esclamò. «Lo ammetta!»

Cadwick scrollò il capo. Sembrava sinceramente turbato. «Le giuro di no. Non ho telefonato a nessuno, a parte lei! Me lo sono trovato davanti oggi pomeriggio e ha cominciato a farmi un sacco di domande. L'ho fatto entrare e mentre eravamo ancora in salotto è arrivata la Dawson. L'ho fatta andare di sopra e...» Tacque, improvvisamente a disagio.

«... e allora Mr. Harper ha voluto assolutamente andare di sopra a farle una foto», concluse Mare per lui. «E siccome non aveva altro di meglio da fare lei gli ha gentilmente concesso questo piacere.» «Voi come vi siete comportati con me?» ribatté Cadwick sulla difensiva. «Siete scappati di nascosto, lasciandomi qui da solo. Dopo tutto quello che ho fatto per voi! Non è stato carino! Sono umanamente molto deluso e...»

«Mr. Cadwick, adesso potremmo andare di sopra da Miss Dawson?» lo interruppe Rosanna freddamente.

Mentre salivano la ripida scala dietro il vecchio, Rosanna bisbigliò: «Che cosa sarà successo?»

Mare alzò le spalle. «Non ne ho idea. Non può essere stato Nick Simon?»

«Nick non informerebbe mai la concorrenza. Piuttosto verrebbe lui di persona, ma non manderebbe mai qualcuno del Daily Mirror.»

«È vero. Ma a parte noi è l'unico a essere al corrente. No, l'hai detto anche a tuo fratello. Almeno glielo hai accennato.» «Cedric? Non si sarebbe mai rivolto alla stampa per rivelare questa informazione. Lo escludo.»

«Chiariremo il mistero più tardi», concluse Mare. «Adesso abbiamo altro da fare.»

Erano arrivati davanti alla porta dell'appartamento. Mr. Cadwick l'aprì. «Prego», disse, «entrate. La strada la conoscete già.»

Rosanna e Mare entrarono nell'appartamento angusto e buio che avevano lasciato in punta di piedi quasi dodici ore prima. Rosanna si era quasi aspettata di essere aggredita da una donna in preda all'ira appostata dietro la porta, che avrebbe preteso da lei spiegazioni, invece non c'era nessuno nell'ingresso e anche le stanze erano silenziose.

C'era da augurarsi che non avesse cercato di uscire da una delle finestre, si disse Rosanna, ma sarebbe stata un'impresa rischiosa e non osava neppure immaginarlo.

Seguita da Mare, entrò in soggiorno. L'unica luce accesa era la lampada a stelo nell'angolo che diffondeva un alone fioco.

Sul divano era seduta una donna. Indossava un pesante parka, con sciarpa e guanti, come se non si trovasse chiusa lì da due ore, ma volesse andarsene da un momento all'altro - cosa che corrispondeva in effetti alle sue intenzioni. Girò la testa quando Rosanna e Mare entrarono nella stanza, ma non disse niente, non si alzò neppure. Si limitò a osservarli. Rosanna non colse lampi di rabbia nella sua espressione. Nei suoi occhi non c'era né collera né risentimento, neppure turbamento. Soltanto rassegnazione. Totale passività.

Avevano davanti una persona chiusa in se stessa e quieta, che sembrava nutrire un unico desiderio: quello di non suscitare interesse, di passare inosservata nella vita. Quella donna aveva paura, ma anche la paura in lei aveva raggiunto uno stadio in cui era priva di qualsiasi forza per lottare. La paura era diventata da tempo parte di lei, imprescindibile, come un braccio o una gamba, il naso o la bocca. La paura non ardeva più. Si era radicata nelle fibre del suo essere.

E Rosanna notò ancora una cosa: quella donna non era sicuramente Elaine Dawson.

Capitolo 8.

«Devo telefonare a tuo padre», disse Marina, «di sicuro sarà fuori di sé per l'ansia. Lo capisci, vero?»

Lui scrollò le spalle. «Non so. È proprio necessario?» domandò con voce triste.

Lei aveva ancora le gambe molli e le mani che le tremavano. Se si fosse imbattuta in un ladro, non sarebbe rimasta più colpita e sconcertata di com'era adesso.

Suo figlio, Robert. Il bambino che aveva visto per l'ultima volta quando aveva quattro settimane di vita - un neonato morbido e roseo con una soffice peluria sulla testa. Una creatura innocente, che non voleva farla arrabbiare, ma che piangeva sempre, dormiva poco e aveva sempre fame. Che scatenava in lei una gamma completa di sentimenti di ansia e che la faceva piombare in crisi di pianto isterico che duravano giorni.

Erano seduti in salotto. Robert aveva acceso il fuoco nel camino, mentre Marina gli preparava due grosse fette di pane e burro e una tazza di cioccolata calda.

La cioccolata calda è adatta a un ragazzo di sedici anni? si chiese, mentre era in cucina e sorseggiava piano il vino bianco per calmarsi i nervi, notando che il tremito alle dita le impediva quasi di reggere in mano il coltello. Forse dovrei offrirgli un bicchiere di vino? No, no, niente alcol. Che cosa bevono i ragazzi? Coca- Cola. Ma non ce l'ho in casa.

Alla fine la cioccolata si era rivelata la scelta giusta. Robert la trangugiò in un lampo e poi si avventò sui panini. «Santo cielo», disse lei guardandolo mangiare, «ma perché non ti sei preso qualcosa da mangiare dal frigorifero mentre eri qui? Da quant'è che non mangi?»

Lui scrollò il capo. «Da ieri a pranzo. Ma non volevo derubarti.» Io però sono tua madre, stava per dire, ma quella frase le suonava terribilmente falsa. Com'era possibile che Robert la considerasse come una madre? Lei stessa non ci riusciva. In sostanza erano due estranei, seduti insieme in un salotto, che non sapevano che cosa sarebbe accaduto.

Lei lo guardava di nascosto. Somigliava molto a Dennis, aveva persino gesti e movimenti che le ricordavano l'amore giovanile di tanti anni prima. Di sé non riusciva a scoprire nulla. Era carino. Alto. Aveva l'aria sportiva. Ma anche molto sensibile. Timido. «Come hai fatto a trovarmi?» gli chiese. Non c'erano stati più contatti tra lei e Dennis, ormai da molti anni.

Lui alzò lo sguardo. «Qualche anno fa ho scoperto il tuo indirizzo sulla scrivania di papà», spiegò, «e me lo sono annotato. Così, senza motivo. E poi mi è venuto in mente di venire a trovarti. Ho pensato che forse ero fortunato e tu abitavi ancora qui.» Lei ricordava vagamente di aver comunicato a Dennis il proprio indirizzo dopo aver sposato Ken ed essersi trasferita in quella casa. Dovevano essere passati otto anni. Gli aveva scritto una lettera breve e distaccata, in cui lo informava di essersi sposata e di abitare a quell'indirizzo. In seguito si era chiesta perché l'avesse fatto. Non voleva niente da lui. Quando Robert aveva tre anni, lui le aveva spedito qualche foto della festa di compleanno del bambino e lei gli aveva risposto che non doveva più farlo, perché voleva dimenticare del tutto quel capitolo della propria vita. Dopodiché Dennis non si era più fatto sentire. Lei aveva capito che la considerava la madre più insensibile di tutti i tempi, ma sapeva anche che non c'era altro modo per lei di accettare il fatto che non era stata in grado di avere un figlio e di integrarlo nella propria vita.

Otto anni. Robert doveva aver conservato a lungo il suo indirizzo. «E quindi sei andato all'aeroporto, hai comperato un biglietto e sei venuto fino a Londra?» domandò lei. La considerava un'impresa straordinariamente indipendente per un ragazzo di sedici anni. Lui annuì, con studiato distacco, ma anche con evidente orgoglio. «Più o meno. Ho prenotato un biglietto elettronico su internet. All'aeroporto me lo hanno dovuto solo stampare.» «E come hai pagato?»

Lui perse la sua aria sicura. «Con la carta di credito di papà. Gli restituirò tutto. Ho dei soldi sul libretto di risparmio.» «Ma poi la carta di credito ti è servita all'aeroporto. Ciò significa che sei scappato portandotela dietro.»

«Non l'ho più usata. Davvero. Avevo paura che non mi avrebbero venduto il biglietto vedendo che avevo solo sedici anni e quindi...» Lasciò a metà la spiegazione appena iniziata.

«Molto astuto», osservò Marina, dato che non le veniva in mente nient'altro da dire.

Robert fissò le fiamme nel camino. «Non voglio più tornare da papà. Tra di noi le cose non funzionano.» «Che cosa è successo precisamente?»

«Veramente succede sempre qualcosa», rispose Robert. «Mi critica in continuazione. Non gli va mai bene niente di me. Non posso fare niente. Se potesse, mi terrebbe chiuso a chiave. Questa volta si trattava di una festa. Il party d'addio dell'ultimo anno. Ci vanno tutti. Soltanto io non potevo. Perché girano alcolici, e secondo papà io salgo in macchina con qualcuno e vado a schiantarmi contro un albero. Accidenti, come se fossi scemo!» Lanciò un'occhiata di sfida a Marina.

«Invece di andare alla festa, sei andato all'aeroporto», dedusse lei.

«Perché non mi andava più di starlo a sentire. Il prossimo autunno compirò diciassette anni. Per quanto tempo ancora ha intenzione di trattarmi come un bambino piccolo? E per di più adesso c'è anche...» si bloccò. «Che cosa?» domandò Marina.

«Rosanna è andata via. Non lo sopporto più.» «Rosanna?»

Robert parve sorpreso. «Non lo sapevi che papà si è sposato?» «No. Non mi ha scritto niente al riguardo. Ma è da molto che non ci tenevamo più in contatto.»

«Si sono sposati cinque anni fa. Rosanna è davvero eccezionale. Molto più disponibile di papà, molto più aperta. In genere prende sempre le mie parti. È davvero in gamba.» «E come mai se n'è andata?»

«Prima faceva la giornalista. E adesso ha ricevuto un incarico in Inghilterra.»

«Ma allora poi torna da voi!» Lui la guardò. «Io non lo credo.» «E perché?»

«Tra lei e papà le cose non funzionano più. Litigano in continuazione. E Rosanna non è felice a Gibilterra. È infelice con papà.» «Forse è una tua impressione. Forse Rosanna e tuo padre vedono le cose in maniera diversa. E poi a volte ci sono fasi in cui una coppia non va molto d'accordo, ma poi tutto torna a funzionare per il meglio.»

Lui scrollò il capo. «No, non è il loro caso.» Poi aggiunse senza fare pause: «Tu sei sposata?»

«Divorziata.»

«Visto? A volte le cose non tornano a posto», disse Robert. «La mia è una. storia del tutto diversa. Ascolta, Robert, come ti ho già detto, devo telefonare a tuo padre. Deve sapere dove sei.» «Ma...»

«Altrimenti potrei finire nei guai con le autorità.» «Ma tu sei mia madre.»

«Ma la tua custodia spetta a lui. E, a prescindere da questo, non credo che si meriti di ritrovarsi in una situazione di tale angoscia e incertezza. Non è giusto. Indipendentemente dai vostri problemi.» Robert assunse un'espressione contrariata. «Però non voglio tornare da lui.»

«Robert, tu vai ancora a scuola. I tuoi amici sono lì, tutta la tua vita... non puoi mollare tutto così. Solo perché tuo padre è dell'avviso che tu sia troppo giovane per feste in cui si bevono alcolici!

Cosa che, detto tra noi, nemmeno io trovo troppo entusiasmante.

Voglio dire, l'alcol alla tua età non va bene. Non credo che stando con me avresti possibilità maggiori di cavartela.»

«Ma c'è anche... il suo modo di fare», aggiunse Robert vago.

Marina poteva immaginare a che cosa si riferisse. La sua storia con Dennis Hamilton era durata diversi anni. Lei lo conosceva. Sapeva che in fondo era una brava persona, ma la diplomazia non era mai stata il suo forte. Poteva diventare davvero rude e autoritario quando voleva raggiungere qualcosa. Lei stessa aveva litigato spesso per questo motivo. E per un adolescente la situazione doveva risultare molto più difficile.

«Ti prego, dammi il vostro numero di telefono», insistette comunque. «Devo chiamarlo. Posso farmelo dare dal servizio informazioni, ma tu potresti facilitarmi le cose.»

«E va bene», accettò Robert controvoglia. Poi la guardò direttamente negli occhi e lei pensò d'un tratto: gli occhi. Gli occhi sono i miei.

Era come guardare in uno specchio. Era incredibile.

«Posso rimanere qui?» chiese lui.

Lei trasalì. «Per questa notte?»

«Per sempre.»

«Robert, io...»

«Non voglio tornare da papà. E non ho nessun altro. Tu sei mia madre. Pensavo...» «Che cosa?»

«Pensavo che ti avrebbe fatto piacere conoscermi», rispose Robert.

Capitolo 9.

«Ci rincresce», disse Rosanna a Brent Cadwick, «ma questa signora non è la Elaine Dawson che cerchiamo.»

Erano sul pianerottolo. Dalla porta d'ingresso, che nessuno aveva pensato di chiudere, entrava un freddo polare. Cadwick guardò dentro con aria delusa. La sensazione che aveva sperato di provare si era dissolta in nulla nel giro di pochi secondi. Ma non può essere più deluso di me, pensò Rosanna. Di colpo si sentiva sopraffatta dalla stanchezza - e da un senso di profonda frustrazione. Solo adesso si rendeva conto di quanto avesse sperato nel successo. Quando aveva creduto di dover abbandonare le ricerche, perché Elaine le era sfuggita per un soffio, aveva provato tristezza, ma in lei era rimasta comunque la convinzione che potesse trattarsi della donna giusta. E forse avrebbe avuto un'altra occasione per trovarla.

Adesso era sicuro: avevano seguito una pista sbagliata. Una prova concreta, in apparenza miracolosa dopo cinque anni, si era rivelata errata. Una donna, che per caso portava lo stesso nome e somigliava vagamente alla persona cercata, nient'altro. Si ritrovavano a mani vuote come al principio.

Non sarebbe stato possibile svelare l'enigma.

«Però», dichiarò Cadwick testardo, come se la propria caparbietà potesse cambiare i fatti, «questa donna è davvero stramba!» «È vero», riconobbe Rosanna. Quella strana espressione, la paura... di sicuro c'era qualcosa che non andava in quella donna. «Ma questo non fa di lei la persona che stavamo cercando», disse Mare.

«Io l'ho fatto con buone intenzioni», precisò Cadwick.

«E le siamo sinceramente grati», riconobbe Rosanna controvoglia.

Rimasero lì a guardarsi incerti sul da farsi.

Di sicuro non ce la facciamo a tornare a Londra per stasera, pensò Rosanna stanca e subito dopo: devo assolutamente telefonare a Dennis.

Udì dei passi strascicati e si girò. La donna, che si chiamava Elaine Dawson, uscì lentamente dall'appartamento. «Adesso posso andare?» chiese.

Rosanna rimase stupita da quanto fosse umile e quasi sottomessa. Cadwick l'aveva chiusa dentro casa. Poi l'aveva mostrata a un giornalista e infine a due perfetti sconosciuti che si erano aspettati di trovare una persona affatto diversa da lei. Rosanna non si sarebbe sorpresa se la donna avesse dato in escandescenze, avesse preteso spiegazioni e scuse da loro. Avrebbe persino potuto minacciare di denunciarli. Invece sembrava volersi fare sempre più piccola e anonima e non avere altro pensiero che di uscire da questa situazione senza altri danni. Sembrava una persona che volesse dissolversi. Ogni suo sguardo sembrava dire: non sono qui! Dimenticatevi di me in fretta. Non mi avete vista. Io non esisto!

«Certo che può andare», disse Rosanna al posto di Brent Cadwick, al quale in realtà sarebbe spettata la risposta. Lui taceva e fissava il pavimento, contrariato. «Ci rincresce molto per quello che è successo. Lei è stata vittima di un caso di omonimia, ma la situazione ovviamente non avrebbe dovuto precipitare in questo modo. Sono davvero desolata.»

La donna la guardò. I suoi occhi erano scuri di paura. «Un uomo mi ha fotografato», disse con un filo di voce. «Anche lui sta con voi?»

Rosanna scrollò il capo. «È un giornalista», disse. «Sappiamo da chi ha avuto l'informazione, ma non siamo in grado di stabilire chi l'abbia fatta trapelare per primo. Cercherò di scoprirlo, ma, per il momento, non ho alcun indizio.»

Gli occhi della donna si spalancarono un po'"di più. «Un giornalista?» chiese di colpo affannata.

«Del Daily Minor per la precisione. Ma...»

«Che cosa vuole? Che cosa vuole fare con la mia foto?»

Rosanna avvertì il panico che stava per assalire la sua interlocutrice. Le posò una mano sul braccio. «Molto probabilmente nulla», disse per tranquillizzarla, «perché lei non è la persona al centro di questa storia. La sua foto quindi non dovrebbe avere alcun valore per la stampa. Anche se qualcuno la pubblicasse, si chiarirebbe molto in fretta che...»

«Che cosa significa se qualcuno la pubblicasse? Che cosa significa? Significa che...»

«Probabilmente non lo farà nessuno», intervenne Mare in tono pacato, ma la donna, che non aveva più niente a che fare con il manichino passivo di poco prima, lo interruppe: «Probabilmente?

Probabilmente? Non posso accontentarmi di un probabilmente!

Devo avere la sicurezza, al cento percento, che la mia foto non apparirà su nessun giornale! Lo capisce? La certezza assoluta».

Era cerea in volto. «È importante!» gridò. «È molto importante!

Voi non potete immaginare...»

Con grande sconcerto di Rosanna scoppiò a piangere, in un pianto dirotto e disperato, poi scivolò con la schiena lungo il muro e si raggomitolò sul pavimento, rimanendo lì a singhiozzare sulle mattonelle sporche.

In qualche maniera erano riusciti a scendere le scale e a risalire in macchina. Era chiaro che non potevano lasciarla lì e scomparire nel nulla. Inoltre Rosanna aveva l'impressione che qualunque cosa quella donna, che si chiamava Elaine Dawson, avesse da raccontare era meglio che lo facesse lontano da Brent Cadwick. Costui aveva scritta in faccia la sete di rivelazioni sensazionali e non si poteva sapere che cosa avrebbe fatto con le informazioni che avesse raccolto.

Rosanna continuava a sospettare che fosse stato lui ad avvertire Lee Pearce. Non riusciva a capire da che cosa dipendesse il terrore della giovane, ma era sicura che il suo segreto non fosse al sicuro in presenza di Cadwick.

Lui ovviamente li aveva invitati ad accomodarsi in salotto, ma quando aveva capito che i suoi ospiti non si sarebbero trattenuti da lui aveva cominciato a inveire e imprecare con foga. Rinfacciava loro la mancanza di gratitudine, di rispetto e lamentava la generale freddezza della società, ma nessuno badava a lui. Mare riuscì a guidare la sconosciuta, che dopo la crisi di pianto era ripiombata nella totale apatia, fino al sedile posteriore dell'auto e Rosanna le si mise accanto.

Ignorando le parolacce di Cadwick erano partiti nella notte. Rosanna guardava spesso dietro di loro, per assicurarsi che Tony Harper non cercasse di seguirli, ma a quanto pareva per il momento si era dileguato. In ogni caso erano circondati dalle tenebre più complete e potevano sperare che, a parte Cadwick, nessuno avesse notato la loro partenza.

Viaggiarono in completo silenzio per una ventina di minuti, poi Mare imboccò una stradina di campagna che poco prima era apparsa nella luce dei fari. Procedette brevemente rimbalzando su sassi e altre asperità, poi si fermò. Spense i fari e il motore e accese la luce di cortesia. Si voltò verso le due donne.

«Lo so, è tutt'altro che un luogo idilliaco», disse scusandosi, «ma pur sempre fuori dalla portata dello spiacevole Mr. Cadwick. Penso che sia meglio parlare un po', prima di proseguire il viaggio. Per capire se Miss Dawson ha voglia di venire con noi. Oppure per sapere dove lasciarla. Oppure...» esitò per un istante, ma poi proseguì deciso, «oppure potrebbe raccontarci di che cosa ha paura, Miss Dawson. Voglio dire... in un certo senso è colpa nostra la storia del giornalista, anche se le assicuro che ne avremmo fatto volentieri a meno. Ma forse potremmo aiutarla, nel caso sorgessero eccessivi problemi per lei.»

La donna non reagì. Guardava fisso davanti a sé, assente, come se non fosse lì con loro.

Rosanna le prese una mano, si accorse che era gelata e inerte. «Miss Dawson, Elaine, forse dovremmo spiegarle prima un paio di cose. Come avrà già capito è stata vittima di uno scambio di persona. Noi cerchiamo urgentemente una donna scomparsa cinque anni fa che si chiamava anche lei Elaine Dawson. Mr. Cadwick si è messo in contatto con me dopo aver visto un programma televisivo al riguardo, affermando che la persona cercata era sua inquilina. Per questo io e Mr. Reeve siamo venuti qui da Londra. Ma come si è dimostrato lei si chiama Elaine Dawson, ma non...» La sconosciuta si decise a reagire. Da quando era crollata sul pianerottolo di Mr. Cadwick, si mosse per la prima volta di sua volontà. Girò il capo verso Rosanna e la guardò. I suoi occhi avevano sempre l'espressione atterrita di vuoto, ma qualcosa stava cambiando in lei. Si avvertiva un afflato di vita, il desiderio di non nascondersi più.

«Non mi chiamo Elaine Dawson», disse e poi spalancò di scatto la portiera.

«No! Dove crede di andare!» esclamò Rosanna, temendo che l'altra volesse scappare terrorizzata.

Ma la giovane non aveva questa intenzione. Si sporse fuori e vomitò sulla strada sterrata, con conati violenti e ripetuti.

Quando ebbe finito, rimase seduta con il fiato corto, ma prese il fazzoletto che Rosanna le porse e si tamponò la bocca. «Mi scusi», disse alla fine.

Tornò a guardare Rosanna. «Mi chiamo Pamela», riprese. «Pamela Luke. Il nome Elaine Dawson l'ho utilizzato in questi anni per nascondermi.» Prese la borsetta, ci frugò dentro, trovò quello che cercava e lo gettò in grembo a Rosanna: era un passaporto del Regno Unito.

Rosanna lo aprì e per un istante credette di vederci male. «Non è possibile», ansimò. «Che cosa?» chiese Mare.

Lei continuava a fissare il documento, attonita. Non c'erano dubbi: la foto, le date...

Teneva tra le mani il passaporto della scomparsa Elaine Dawson.