Lunedì, 11 febbraio.

Capitolo 1.

Angela Biggs sapeva ciò che voleva: andarsene dallo squallido alloggio popolare di Islington e iniziare una vita migliore. Non aveva nessuna voglia di passare ancora tanti anni nel soffocante appartamento di ottanta metri quadrati insieme ai genitori e ai quattro fratelli più piccoli. Divideva una camera minuscola con la sorella. I tre maschi dormivano in una camera più grande lì accanto. I genitori di sera aprivano il divano in salotto e dormivano lì. Suo padre ogni tanto aveva un lavoro ma in genere no. La mamma aveva preso l'abitudine di bere fin dal mattino presto. Il fratello maggiore poco tempo prima aveva portato a casa la polizia per la prima volta, dopo aver rubato in un negozio di liquori. La sorella di Angela, la sedicenne Linda, da qualche mese si impiastricciava il viso con chili di trucco e portava gonne così corte che avrebbe potuto benissimo farne a meno.

Per questo aveva litigato con il padre, tre giorni prima. «Non ti faccio uscire conciata così!» aveva esclamato lui, mentre lei si accingeva a lasciare l'appartamento con la mini di jeans e gli stivali sopra il ginocchio.

«Cavolo, che cosa c'è che non va?» aveva strillato lei di rimando. «Prova a guardarti intorno! Tutte vanno in giro così.» Il che non era affatto vero, come sapeva Angela. Erano molte le ragazzine che si vestivano in maniera molto sexy, ma non così pacchiana ed esagerata. Linda aveva gli occhi così truccati che quasi non ci vedeva più e i tacchi a spillo dei suoi stivali erano vertiginosamente alti. La gonna le copriva a malapena il sedere. Ma ciò che aveva colpito di più Angela, e non per la prima volta, era la qualità degli indumenti: l'insieme poteva apparire dozzinale, ma i singoli capi erano di sicuro di marca. Angela se ne intendeva un poco, visto che il suo anelito a una vita migliore la portava spesso tra i raffinati reparti di Harrods dove toccava di nascosto nobili tessuti e si saziava la vista. Aveva così sviluppato una capacità abbastanza spiccata di determinare il valore delle cose. Per lei restava un mistero come facesse Linda, che dopo aver abbandonato gli studi, il tirocinio e un impiego in un'autofficina era senza lavoro, a permettersi simili vestiti.

Avrebbe sempre voluto chiederlo alla sorella, ma non se n'era mai presentata l'occasione. Infatti lo scontro di quella sera con il padre era degenerato e dopo uno scambio di insulti che gli altri inquilini della casa popolare avevano potuto seguire parola per parola, il padre aveva urlato: «Non rimettere più piede in questa casa vestita così, sgualdrina!»

«E infatti non mi vedrai più!» aveva replicato con foga Linda, prima di uscire sbattendosi la porta alle spalle. Da allora non era più ricomparsa. Da tre notti il suo letto era vuoto.

Durante le prime due notti, tutti avevano pensato che Linda si fosse fatta ospitare dall'ex ragazzo. In realtà lo aveva lasciato sei mesi prima, ma continuavano a frequentarsi ed era già capitato un paio di volte che pernottasse da lui. La domenica, tuttavia, Angela lo aveva incrociato per caso alla fermata dell'autobus, mentre bighellonava con altri ragazzi e insieme si divertivano a prendere a calci delle lattine di birra. Gli aveva domandato notizie di Linda, ma lui l'aveva guardata stralunato. «Linda? Non sta da me. Non la vedo da un sacco di tempo.»

Angela lo aveva raccontato a casa, senza suscitare inizialmente grandi reazioni.

«Vuol dire che sarà da qualcun altro», aveva borbottato il padre. «Ce n'ha sempre uno, quella lì. Non riesce a stare senza qualcuno che gli sbava dietro.»

Ora era lunedì mattina presto e al risveglio Angela aveva subito girato la testa verso l'altro letto, nella vaga speranza che Linda fosse tornata nel cuore della notte e ora dormisse con i lunghi capelli biondo platino sparsi sul cuscino. Ma il letto era vuoto e a poco a poco Angela sentì crescerle dentro una sensazione strana, come un tetro presentimento.

Si alzò e uscì nello stretto corridoio. Sua madre Sally, ancora gonfia per le birre bevute la sera prima, era indaffarata a tirare giù dal letto i figli e a convincerli ad andare a scuola. Il padre Gordon era seduto al tavolo di cucina e leggeva il giornale. Angela gli si sedette accanto.

«Linda non è ancora tornata», disse.

Suo padre parlò senza alzare lo sguardo dal giornale. «E allora? Chissà che non le serva per imparare come ci si deve vestire. Le sta proprio bene.»

«Ma dov'è stata tutto questo tempo? Fuori fa freddo. Non può aver dormito nel parco.»

«Te l'ho già detto ieri. Sicuramente ha trovato qualcuno. Visto che ci manca poco e sarà andata a letto con tutti gli uomini che abitano a Londra, non avrà faticato a trovare qualcuno che la ospiti a casa sua.»

Sally entrò in cucina e si lasciò cadere con un sospiro su un vecchio sgabello da bar che stava in un angolo. Si accese una sigaretta e inalò con gusto.

«Se riesco a far finire la scuola a quei tre», disse, e con quei tre si riferiva ai figli maschi, «giuro che vado in chiesa ad accendere un cero.»

Il marito rise, ma Sally non si lasciò sviare. «Davvero. Lo faccio. Mi stanno facendo ammattire.»

Dal bagno si udì un vociare concitato. A quanto pareva i ragazzi si contendevano la precedenza per entrare sotto la doccia. Sally si guardò intorno. «Dov'è Linda?»

«È proprio quello che stavo cercando di far presente a papà», disse Angela. «Non è ancora tornata a casa. Comincio a preoccuparmi.»

«Anch'io lo trovo strano», confermò Sally. «È la terza notte!

Mio Dio! Me ne sarei dovuta rendere conto prima! Ha soltanto sedici anni.»

«L'hai sempre viziata», le rinfacciò il marito. «Le permettevi di fare tutto. Non c'è da sorprendersi se è diventata una puttanella.» «Mia figlia non è una puttana!»

«Ah no? L'hai mai osservata per bene negli ultimi tempi? Come va in giro conciata? Non è più la tua dolce bambina.» «Ha sedici anni! Che cosa ti aspetti?»

«Un po'"di decoro! Rispetto! Almeno nei confronti dei genitori.

Che sarebbe, andarsene di casa e non tornare per tre notti di fila?»

«L'hai detto tu che non volevi più vederla qui», puntualizzò Angela.

Il padre si decise a posare il giornale. «Ho detto che non volevo più vederla conciata in quel modo. Se si veste normale e non si riempie di trucco, può benissimo tornare.»

«Vi siete mai accorti che ha sempre dei vestiti piuttosto costosi?» domandò Angela.

I genitori la fissarono stupiti. «Costosi?» ripeté Sally.

«Ma se quello che indossa è meno di niente», obiettò il padre, «come fa a essere pure costoso?»

«Sono tessuti costosi. Di negozi costosi. Mi chiedo come abbia fatto a pagarli.»

«Se dovessi scoprire che ruba...» minacciò Gordon con espressione cupa, ma Sally lo interruppe subito: «Non è possibile! I miei figli non rubano!»

«Ah no? E allora perché la polizia è venuta a trovarci di recente, se non grazie a tuo figlio...»

«È stato indotto a farlo. Frequenta le amicizie sbagliate. Da solo... Cielo, ho assoluto bisogno di una grappa.» Sally colse al volo l'occasione di ingurgitare la prima dose d'alcol della giornata. «Forse Linda ha trovato un tipo con la grana», ipotizzò Gordon, «che le regala cose di lusso. Questo dimostra che almeno un po'"di sale in zucca ce l'ha. Il suo primo ragazzo era il peggior perdente di tutta Islington. Sarebbe stata una pazzia restarci insieme.» L'odore di alcol invase la cucina. Sally si era servita generosamente e si era rimessa a sedere sullo sgabello. «Ma come, forse ha preso da me!» replicò secca. «Per quanto riguarda la scelta dei perdenti.»

Gordon gettò il giornale per terra e guardò la moglie con occhi socchiusi. «Che cosa vorresti dire con questo?»

Sally non era ancora ubriaca e si lasciò intimorire. «Niente», rispose. Angela era disperata. I suoi genitori minacciavano di scivolare per l'ennesima volta nell'alcol e nei litigi. Ben presto non sarebbe più riuscita a parlare con loro.

«E se fosse successo qualcosa a Linda?» domandò. «Se è per questo che non è tornata a casa?»

«Che cosa vuoi che le sia capitato?» ribatté Gordon. «Sarà a letto con qualcuno a spassarsela, te lo dico io, e prima o poi ce la vedremo ricomparire davanti alla porta.»

«Però Angela ha ragione», obiettò Sally, «ha soltanto sedici anni e non torna a casa da tre giorni.»

«Già, e io che ci posso fare?» chiese Gordon. «Devo andare a cercarla, o cosa?»

«Dovete informare la polizia», disse Angela. «Linda è minorenne ed è scomparsa. Da qualche tempo naviga nei soldi e non sappiamo come mai. Voglio dire, magari non c'è niente di strano, ma...» non terminò la frase. Di fronte a lei i volti dei genitori andavano letteralmente pietrificandosi. In quella zona di Islington, in quel condominio in particolare, non piaceva a nessuno avere a che fare con la polizia. Ciò non significava che gli agenti non si facessero vedere spesso da quelle parti. In quasi tutte le famiglie scoppiava regolarmente qualche violento bisticcio e allora un vicino faceva una telefonata anonima agli sbirri, perché la situazione minacciava di degenerare. Anche i giovani che abitavano qui erano sempre coinvolti in qualche attività criminale. Il tasso di disoccupazione era alto, il consumo di alcol anche di più. In ogni famiglia c'era almeno un membro che apparteneva alla malavita. Per questo a nessuno sarebbe venuto in mente di rivolgersi alla polizia se non per una situazione di assoluta necessità. I poliziotti in realtà erano gli antagonisti. Solo di tanto in tanto c'era bisogno di loro.

«Solo perché c'ha il ganzo», disse Gordon.

«Forse la metteremmo nei pasticci», concordò Sally. Aveva quasi svuotato il bicchiere. Era tempo di riempirlo di nuovo.

Angela capì che per quel giorno non avrebbe ottenuto nessun aiuto dai genitori. Ma forse avevano ragione loro. Linda aveva un nuovo amico, uno che a quanto pareva le faceva regali costosi e che, dopo il litigio con il padre, l'aveva ospitata a causa sua. Alla fine se la sarebbe presa moltissimo se le avessero messo la polizia alle costole. E tuttavia... Angela provava una strana sensazione. Non sapeva spiegarsela neppure lei, perché conosceva abbastanza bene la sorella da sapere che avrebbe potuto tranquillamente decidere di mettere in ansia la famiglia scomparendo per un paio di giorni. Ma una vocina interiore le diceva che qualcosa non andava. Non c'erano motivazioni logiche. Se lo sentiva dentro e, come la maggior parte delle persone in frangenti simili, non voleva dare ascolto al proprio istinto.

In ogni caso, quel pomeriggio sarebbe andata alla polizia. Finiva di lavorare alle quattro e mezzo. Avrebbe denunciato la scomparsa di Linda.

E sarebbe stata ben felice se in questo caso le sue preoccupazioni si fossero rivelate del tutto infondate.

Capitolo 2.

«Certo», confermò Nick Simon, «è fondamentale che tu parli con Mare Reeve, Rosanna. Che tu debba inchiodarlo, è tutt'altra questione. Secondo me quell'uomo non c'entra niente con la scomparsa di Elaine e ha già pagato un prezzo troppo alto.»

Erano seduti in un ristorante indiano di Londra - il locale preferito da Rosanna un tempo, ed era stata felice e commossa di vedere che Nick se n'era ricordato - e lei gli aveva appena riferito della conversazione con Geoffrey Dawson, compreso il suo violento attacco nei confronti di Mare Reeve. Poteva leggere chiaramente in faccia a Nick quanto fosse contento di poter contare su di lei per questa impresa editoriale: per quanto riguardava Elaine Dawson lei era più vicina di chiunque altro alle fonti.

Anche Rosanna era felice. Felice di essere a Londra, di essere seduta in un ristorante, insieme ad altri giornalisti che pranzavano lì. Aveva già riconosciuto diversi colleghi di un tempo e li aveva salutati con gioia. L'atmosfera intorno a lei vibrava di vita, di frenesia e di entusiasmo. Persone occupate, che mangiavano in fretta qualcosa, scambiavano due chiacchiere e poi tornavano efficienti agli impegni per la giornata.

Prima era stato anche il suo mondo, la sua vita. Soltanto adesso si rendeva conto di quanto le fosse mancato. Di quanto si sentisse soffocata e rinchiusa. Le si leggeva davvero la frustrazione in faccia, come sosteneva Cedric? Nick non ne aveva fatto parola. Ma non le aveva rivolto nemmeno dei complimenti, come invece faceva in passato.

Di colpo si chiese in preda al panico se la sua insoddisfazione fosse così evidente. In che modo? La domanda successiva era da che cosa dipendeva questa insoddisfazione. Da una vita infelice? Da un matrimonio infelice? Dalle cose che non andavano come avrebbe voluto?

Non era il momento di rimuginarci su, si disse. Più tardi, non ora.

Si concentrò su Nick, sulla loro conversazione. Avrebbe accettato l'incarico e avrebbe dato il meglio di sé per compiere un lavoro eccellente.

«Mare Reeve», ripeté, «è stata l'ultima persona che abbia visto Elaine e le abbia parlato. Com'è stato possibile rintracciarlo all'epoca?

Non si era presentato spontaneamente?»

Non ricordava con precisione la sequenza dei fatti accaduti la settimana dopo il suo matrimonio, anche perché si era già trasferita a Gibilterra e quindi era lontana dal luogo degli avvenimenti. Era stata sua madre a riferirle ciò che era stato scritto sui giornali riguardo al caso. Sapeva che all'epoca la polizia aveva interrogato una persona in relazione alla scomparsa di Elaine, ma che non era stato possibile produrre accuse a suo carico. Di più non aveva saputo.

«A quel che mi ricordo», disse Nick, «ci fu una segnalazione nel vicinato, ma subito dopo lui stesso si presentò spontaneamente alla polizia. Ho portato con me le copie dei numeri di allora dal nostro archivio, così potrai leggere tutto quanto. La foto di Elaine era stata pubblicata sul Daily Mirror e subito erano fioccate telefonate di segnalazione, come sempre accade in questi casi. C'era chi l'aveva vista in Scozia, chi contemporaneamente in Cornovaglia e un terzo aveva giurato di averla incrociata la settimana prima in una via di Parigi. Ma tra tutte le telefonate due erano sembrate subito non solo più plausibili, ma anche convergenti: quella di un vicino di casa di Mare Reeve e quella di Mare Reeve stesso. Il vicino aveva visto Elaine entrare nell'abitazione di Reeve insieme a lui quella sera. E Reeve l'aveva confermato. L'aveva incontrata a Heathrow e le aveva offerto ospitalità per la notte. L'aeroporto era stato chiuso, c'erano migliaia di viaggiatori in attesa, gli alberghi erano ormai strapieni: l'unica alternativa era pernottare nelle sale d'attesa. Non è tanto sorprendente quindi che Elaine avesse accettato l'offerta di Reeve. Reeve giurò di averla accompagnata l'indomani mattina alla stazione del metrò di Sloane Square, da dove avrebbe potuto raggiungere l'aeroporto, siccome era sua intenzione raggiungere Gibilterra comunque, in un modo o nell'altro. Non c'erano testimoni che li avessero visti lungo il tragitto fino al metrò, ma non è strano, visto che era molto presto e per di più c'era una fitta nebbia. E non fu possibile contestare a Reeve che non fosse andata così. Alla fine la traccia si perse... nel nulla.»

«E tuttavia è una traccia», disse Rosanna, «l'ultima. Perché Geoffrey Dawson è così sicuro che sia stato Mare Reeve a uccidere la sorella? C'erano forse altri indizi?»

Nick scrollò il capo. «Veramente no. A meno che non si supponga che il comportamento di Reeve fosse sospetto fin dal principio, offrendo ospitalità a una perfetta sconosciuta. Viceversa, potrebbe aver agito semplicemente spinto da un impeto di generosità e senza secondi fini. I giornali parlarono di lui e da quanto scrissero non riesco a immaginare che possa trattarsi di un omicida stupratore o cose del genere. All'epoca era un avvocato di grido in procinto di iniziare una brillante carriera in uno degli studi legali più in vista della città. Soldi, successo. Un bell'uomo. Di quelli che non hanno nessun motivo per voler attirare con l'inganno le donne a casa loro. Direi piuttosto che doveva faticare per evitare che le donne gli si gettassero al collo. Secondo me Geoffrey Dawson ha bisogno di un colpevole e l'unico disponibile è Reeve. Alcuni l'hanno interpretata così.»

«Chi, per esempio?»

«La stampa, tanto per cominciare. Con altre motivazioni, si intende. Il vicino che indicò Reeve alla polizia finì sui giornali con le sue dichiarazioni. Doveva trattarsi di un millantatore, oppure aveva qualcosa contro Reeve, non saprei. Sta di fatto che il caso sarebbe passato sotto silenzio se quest'uomo non avesse montato tutta una storia al riguardo. Trovando naturalmente il sostegno incondizionato di Geoffrey Dawson nella sua sete di vendetta. Sai come sono i giornali - e non ho intenzione di tirarmi indietro: c'è bisogno di storie sensazionali. In continuazione. La scomparsa di Elaine in sé e per sé non sarebbe stata una gran cosa. Nel caso di bambini è un altro discorso, ma con una donna adulta... che cavolo, potrebbe benissimo essersela svignata con l'amante o che so io! E quindi Reeve fu gettato in pasto ai leoni. L'uomo che lei aveva conosciuto a Heathrow e che l'aveva portata a casa sua. Subito prima di scomparire dalla faccia della terra. C'era di che lavorarci su e fu fatto alla grande. Reeve venne gettato nella polvere e il fatto che alla fine non risultassero accuse a suo carico non bastò a salvarlo.»

Lei aggrottò la fronte. «Prima hai detto che ha sofferto abbastanza.» «Sì, il fatto in pratica gli è rimasto appiccicato addosso. Alla fine non ne uscì come una persona ingiustamente sospettata, ma come un sospetto la cui colpa non era stato possibile dimostrare - una sostanziale differenza. La collaborazione con il famoso studio legale saltò immediatamente. I clienti non si fecero più sentire. Lo studio al quale era associato all'epoca lo riteneva troppo ingombrante. Credo che sia stato lui ad andarsene spontaneamente. Si mise in proprio e attualmente credo sia tornato sul campo. Voglio dire, nessuno ci pensa più su, né lo addita vedendolo per strada. Ma la sua carriera ha subito una piega che lui non è più stato in grado di lisciare, per così dire. Se si parte dal presupposto che fosse veramente innocente, è una vera tragedia.» «È sposato?»

«Divorziato. Non so se nel frattempo si sia risposato. All'epoca dei fatti era già separato. La moglie lo aveva lasciato portandosi via il figlio. Anche questa circostanza fu sfruttata dalla stampa: perché la moglie se n'è andata? Che cosa c'è dietro?» Nick scrollò il capo.

«Tutte idiozie, è ovvio. Nessuno sa che cosa fosse andato storto tra i due. Del resto succede abbastanza spesso. Se il fallimento del matrimonio dovesse trasformare ogni uomo in un potenziale delinquente... allora, Dio ce ne scampi!» Sogghignò. Rosanna ricambiò il sorriso. Sapeva che Nick aveva divorziato ben tre volte.

«Hai il suo indirizzo?» gli chiese.

«Ho il numero di telefono del suo ufficio. Ha cambiato casa, a quanto ne so, dopo il divorzio si è trasferito in un appartamento più piccolo. Quello che ti serve per contattarlo lo troverai nel fascicolo con gli articoli di giornale. Rosanna», la guardò serio, «sai che ci tenevo molto ad affidare a te questa serie, proprio per i tuoi rapporti personali con Elaine. Ma ricorda che questo caso rappresenta solo la prima storia. Non farti coinvolgere troppo. Hai altri casi da studiare. E non si tratta neppure di risolvere un enigma. Lo scopo piuttosto è di ripercorrere gli avvenimenti e dimostrare quali effetti abbiano avuto sulle persone coinvolte. Nel caso Dawson le due figure più interessanti sono certamente il fratello, finito nell'istituto di riposo, e l'avvocato, la cui carriera è stata rovinata. Non abbiamo bisogno di sapere altro.»

Lei annuì. «Accetto l'incarico, Nick, è ovvio», disse lei, «ma d'un tratto penso che sarà emotivamente più pesante di quanto credessi.

Tornando a Kingston St. Mary, andando a trovare Geoffrey a Taunton, mi sono tornati in mente così tanti ricordi. Di prima. Eravamo una banda di ragazzini. Sempre insieme. Mio fratello Cedric e Geoffrey erano amici per la pelle e nello stesso tempo i capi di tutti noi. Decidevano i giochi da fare, e animavano le giornate. Elaine era parecchio più piccola di me, e per questo non avevamo molto in comune, ma faceva parte del gruppo anche lei. Voglio dire... faceva parte della mia vita negli anni dell'infanzia, mi piacerebbe davvero sapere che cosa le è successo.»

«Posso capirlo», ribatté Nick, «ma non fossilizzarti su questi pensieri. Non lo scoprirai. La polizia non aveva tracce e nel frattempo sono passati cinque anni. A volte bisogna rassegnarsi a convivere con gli enigmi irrisolti.» «È difficile.»

«Ce la farai», le disse Nick ottimista, poi chiamò il cameriere. «Devo tornare in redazione. Tu che cosa hai intenzione di fare?» «Torno in albergo e telefono a mio marito. Devo dirgli che ho accettato l'incarico e che rimarrò più a lungo in Inghilterra.» «A giudicare dalla tua faccia, sarà una telefonata difficile.» «Preferirebbe avermi con lui a Gibilterra.»

«Cosa che, se posso permettermi, sarebbe un vero spreco di talento. Un tempo eri una brava giornalista.»

Lei sorrise. «E non ti deluderò nemmeno stavolta, Nick. Rimarrai soddisfatto del mio lavoro, te lo prometto.» Prese la cartellina trasparente con i ritagli di giornale che lui le avvicinò sul tavolo. In cima a tutto c'era un biglietto con il nome e il numero di telefono di Mare Reeve.

«E questa sarà la telefonata successiva», disse, «Mare Reeve. Cercherò di fissare un appuntamento per parlargli di persona. Sono molto curiosa di conoscerlo.»

«E io sono curioso di sapere che impressione ti farà», disse Nick. Posò un paio di banconote sopra il conto, si alzò, si chinò per baciare Rosanna sulle guance. «A presto. Se hai bisogno di aiuto e di sostegno, chiamami.»

Lei lo guardò allontanarsi, pensando: se avessi già concluso la telefonata con Dennis!

 

Capitolo 3.

Sally era troppo ubriaca per parlare con gli agenti, ma Gordon, che in sostanza non beveva mai prima di sera, era padrone della propria voce e infuriato del fatto che Angela avesse deciso per conto suo di rivolgersi alla polizia. Lei era in piedi nel salotto dei genitori insieme ai due poliziotti e non avrebbe desiderato altro che di essere lontanissima da lì. Aveva creduto di poter denunciare semplicemente la scomparsa della sorella minore e tornare a casa, ma la polizia aveva insistito per parlare con i genitori. Due funzionari, che si presentarono come agente Burns e Carley, l'avevano riaccompagnata a casa in macchina ed erano saliti con lei. Angela si accorse che l'espressione del padre non prometteva niente di buono. Era fuori di sé per la rabbia e in seguito lei ne avrebbe pagato le conseguenze.

«Sua figlia Linda è scomparsa da venerdì scorso, è esatto?» chiese Burns, il più anziano. «Almeno questa è stata la dichiarazione rilasciata in commissariato da sua figlia Angela.»

«Scomparsa. Che significa scomparsa?» brontolò Gordon. «Sarà a casa di qualche tizio. Come sempre.»

«Come sempre? È già successo che si sia assentata così a lungo?» «Non così a lungo», fu costretto ad ammettere Gordon controvoglia. «Possiamo entrare?» chiese Carley. «Non occorre discutere della cosa qui sul pianerottolo.»

Gordon entrò in cucina, dove Sally era seduta davanti a una bottiglia di grappa e fissava il vuoto davanti a sé. «Oh... visite», cantilenò.

«Ha idea da quale tizio potrebbe trovarsi sua figlia?» domandò Burns.

Gordon fece un gesto vago con la mano. «Non posso mica conoscere tutti i tizi che frequenta mia figlia», rispose. «Sarebbe impossibile. Oggi uno, domani un altro. È fatta così. Una puttanella. Purtroppo.»

«M- mia figlia n- non è u- una...» protestò Sally, ma perse il filo e ammutolì di nuovo.

Burns ci provò lo stesso. «Lei non ha idea di dove possa trovarsi sua figlia, Mrs. Biggs?» le domandò.

Sally corrugò la fronte e assunse un'espressione molto concentrata, ma non disse niente. Burns sospirò.

«Miss Angela ci ha accennato che negli ultimi tempi sua sorella aveva acquisito un tenore di vita apparentemente superiore al solito», disse, «soprattutto nel modo di vestire. Lei ha qualche idea da dove potesse ricavare i soldi necessari?»

«Nooo», rispose Gordon, «non saprei proprio. Di sicuro non dal lavoro. Non lavorava. È più probabile che finalmente si facesse scopare dal tipo giusto, uno con la grana. È l'unica risposta che mi viene in mente.»

«Aveva litigato con sua figlia prima che uscisse di casa lo scorso venerdì?» domandò Burns.

Gordon lanciò un'occhiata furibonda alla figlia. «Non era stato proprio un litigio», rispose, nel tentativo di mitigare la cosa. «È possibile che lei abbia detto qualcosa del tipo che non doveva più farsi rivedere in casa se non avesse usato un abbigliamento più... discreto?»

«Avreste dovuto vederla! Come una sgualdrina! Non posso permettere che mia figlia a sedici anni se ne vada in giro conciata così! Era del tutto impresentabile.»

«Ma tuttavia non le ha impedito di uscire così conciata, come dice lei», obiettò Burns. «Al contrario, l'ha messa alla porta. È possibile che ora Linda non osi più ripresentarsi qui a casa?»

«Chi, quella? Non si fa certo intimidire, ve lo dico io. Farebbe di tutto. Se non torna a casa non è certo per colpa mia.»

«Bensì...?»

«Non saprei. L'ho già detto. Sta con qualcuno. Sono pronto a scommetterci.»

«Io comunque le consiglierei di sporgere una denuncia per scomparsa», disse Burns. «Sua figlia ha solo sedici anni. Alla sua età non dovrebbe starsene via per giorni interi senza che lei sappia dove si trova.»

«Penso che Angela abbia già...» «Devono farlo i tutori legali.»

«Ok», brontolò Gordon, «allora che cosa devo fare?» Carley estrasse un modulo e una matita e si mise a sedere senza chiedere permesso al tavolo della cucina, di fronte a Sally che lo guardava inebetita.

«Ci occorrono informazioni riguardanti vostra figlia. Nome, data di nascita, età, altezza, colore dei capelli ecc. Com'era vestita il giorno della scomparsa? E ci sarebbe anche utile avere una sua foto, se possibile.»

«Che stupidaggine», mormorò Gordon che tuttavia avvicinò una sedia e si sedette anche lui al tavolo.

«E va bene. Linda Biggs», cominciò, «sedici anni, nata l'8 dicembre 1991, capelli tinti di biondo...»

Un moto di terrore strinse la gola di Angela. All'improvviso. Doveva dipendere dalla situazione. Dal poliziotto che stava seduto al tavolo in disordine della squallida cucina e riduceva Linda a un modulo di segnalazione. Era scomparsa. La sua sorellina era scomparsa.

Buon Dio, fa che sia soltanto scappata, pregò in silenzio, proprio lei, che non pregava mai.

Ma per qualche motivo non credeva all'ipotesi della fuga.

 

Capitolo 4.

Al di là della finestra si era scatenata una bufera di neve dal cielo basso e plumbeo, ma i fiocchi bianchi non attecchivano e si scioglievano non appena toccavano terra. Le automobili che avanzavano faticosamente nel traffico londinese del tardo pomeriggio avevano azionato i tergicristalli alla massima velocità per riuscire a vedere qualcosa nel turbinio bianco. La città appariva grigia e sconsolata. All'interno della capitale la primavera non era ancora riuscita a stabilire i suoi messaggeri.

Rosanna distolse lo sguardo dalla finestra e osservò la camera d'albergo che avrebbe occupato per i dieci giorni successivi. Nick non aveva badato a spese: Hilton su Park Lane, il grattacielo più imponente, affacciato direttamente su Hyde Park. Le camere erano ampie e lussuose. Un grande letto, un accogliente angolo salotto, televisione, minibar, una cabina armadio rivestita in mogano, un bagno di marmo. Disponeva inoltre di una grande scrivania con connessione internet per il portatile. Non c'era niente che potesse impedire di svolgere un lavoro accurato ed efficiente in un ambiente piacevole.

Si sentì bussare alla porta e Cedric entrò. Aveva prenotato una camera direttamente di fronte a quella della sorella per il suo soggiorno londinese, durante il quale voleva andare a trovare vecchi amici e conoscenti. Rosanna temeva che così facendo avesse sfondato il budget di cui disponeva, ma preferì non dire niente. Cedric era adulto, aveva trentotto anni. Con molta probabilità non gradiva che qualcuno si intromettesse senza esserne autorizzato nella sua vita, men che meno poi se si trattava della sorella minore.

Cedric indossava un giaccone di pelle marrone scuro lucido di acqua e anche i capelli gli gocciolavano. Si scrollò come un cane.

«Oddio, che tempo orribile. Per venire dalla metropolitana a qui mi sono infradiciato. Avresti un asciugamano da prestarmi?»

«Nel bagno.» Cedric scomparve, lasciando grosse impronte bagnate sulla moquette grigio chiara e sulle mattonelle bianche.

Ma perché non era passato ad asciugarsi in camera sua prima di venire da lei? pensò irritata.

Cedric uscì dal bagno tergendosi il viso con un enorme asciugamano bianco che poi si strofinò sui capelli. Tipico di lui, pensò Rosanna, prendere il telo da bagno. Non si poteva certo accontentare di una salvietta più piccola. «Dove sei stato?» gli chiese.

«Sono stato a trovare una compagna di università. Tu non la conosci.» Abbandonò la salvietta sul letto. Lei guardò il fratello, con i capelli arruffati, gli abiti stazzonati. Sebbene fosse suo fratello, poteva capire la forza di attrazione che esercitava sulle donne e non le sembrava strano che potesse avere tutte quelle che voleva con uno schiocco di dita. Peccato che le schioccasse sempre con quelle sbagliate. Si massaggiò brevemente le tempie con le dita. «Emicrania?» domandò Cedric.

«No. È solo... ho appena telefonato a Dennis. Gli ho detto che accetto l'incarico e che rimarrò qui per un po'. È stato un dialogo... spiacevole.» Si morse il labbro. In realtà non avrebbe voluto alimentare ulteriormente l'avversione che Cedric provava verso Dennis, ma era ancora così scossa dalla conversazione appena sostenuta che aveva bisogno di sfogarsi con qualcuno. In realtà non si poteva definire dialogo quello che c'era stato tra di loro. Lei aveva parlato, spiegato, argomentato, in pratica si era giustificata senza sosta, mentre lui aveva taciuto gelido e ostile. Alla fine aveva detto soltanto: «Evidentemente sai quello che fai. Se ti allontani per settimane dalla tua famiglia, io non posso impedirtelo. Del resto è chiaro che le conseguenze non ti interessano.»

«Quali devastanti conseguenze potrebbero esserci? Se resto in Inghilterra per due settimane e...»

«Non c'è altro da dire», l'aveva interrotta lui, e poi aveva riagganciato. «Se vuoi saperlo», disse ora Cedric, «il buon Dennis ha qualche problema di controllo. Me ne ero accorto fin dal principio. Non ho idea da dove derivi, forse dipende da un qualche timore della perdita, ma mi pare che riesca a respirare bene solo se ti ha tra le sue grinfie. Il tuo soggiorno in Inghilterra, i tuoi contatti con persone che non conosce, con la tua professione di prima, penso che tutte queste cose lo spaventino a morte.»

Lei lo guardò perplessa. «Proprio tu dimostri comprensione per Dennis?»

«Comprensione veramente no. Mi sono semplicemente chiesto da dove potesse nascere il suo bizzarro comportamento. Lo sai che non mi piace. Non ho mai capito che cosa...»

«Lo so», si affrettò a bloccarlo lei. Voleva interrompere quel dialogo prima che scivolasse nell'inevitabile spirale perversa: la spietata analisi da parte di Cedric degli errori e delle mancanze di Dennis che tutte le volte Rosanna trovava con suo sgomento in gran parte vera. E i suoi disperati tentativi di difenderlo che le lasciavano sempre la fastidiosa sensazione di volersi convincere per prima della loro validità.

«Cedric, devo fare ancora un'altra telefonata importante», aggiunse, troncando bruscamente il tema del complicato marito. «Voglio chiamare Mare Reeve e chiedergli un appuntamento e temo che non sarà troppo facile.»

«Di sicuro non sarà entusiasta di sapere che la storia verrà riaperta», concordò Cedric. «È nel suo interesse fare in modo che il velo dell'oblio si stenda sempre più fitto sull'intera vicenda.»

«Che espressione poetica. E ora, per favore...» indicò verso la porta con un cenno del capo. «Sai che diversamente da te sono qui per lavorare.»

«Ho capito», disse Cedric.

Di colpo ebbe l'impressione di essere stata troppo brusca. «Ehi, Cedric», aggiunse piano, «mi fa piacere poter stare di nuovo qualche tempo con te. Era da tanto...»

«Vale anche per me.» Lui aprì la porta. «Ti va di cenare con me al Trader Vic's stasera?»

«Volentieri. Ci vediamo più tardi.» Aspettò che lui si richiudesse la porta alle spalle, poi si girò verso il telefono. Si sforzò di scacciare dalla mente qualsiasi pensiero di Dennis, che probabilmente in quel momento era seduto scontroso nel suo ufficio, in attesa che lei lo richiamasse e gli chiedesse perdono, e compose il numero di Mare Reeve che le aveva dato Nick. Sperava quasi che l'avvocato non rispondesse, perché non sapeva quale reazione aspettarsi da lui, tra rabbia, risentimento, infinite lamentele. Ma Reeve rispose al secondo squillo.

«Sì? Reeve», disse.

Lei si schiarì la gola. «Hm, sì, Mr. Reeve, buongiorno, mi chiamo Rosanna Hamilton...»

«Sì?» Aveva una voce simpatica e paziente. Forse la credeva una potenziale cliente.

«Sono una giornalista. Collaboro con la rivista Cover. È un giornale...» «Grazie, conosco il Cover.» Il tono era già meno amichevole. «Che cosa posso fare per lei?» Dalla sua voce si capiva che intuiva già dove sarebbe andato a finire il dialogo.

Lei si sentiva sempre più a disagio. «Sto scrivendo una serie su persone scomparse senza lasciare traccia, il cui destino non è mai stato chiarito. E...»

«E di esse fa parte anche Elaine Dawson.» Di colpo sembrava rassegnato. «Mio Dio, cinque anni fa sono stato così idiota da offrire a una sconosciuta in lacrime di pernottare a casa mia e lei non immagina neppure quanto me ne penta ancora oggi. Oggigiorno non carico più neppure gli autostoppisti, ma non serve a molto.» «Posso capirlo, Mr. Reeve. Cioè... che lei sia amareggiato e...»

«Non sono amareggiato», la interruppe lui. «Mi sono dato molto da fare proprio per evitare di diventarlo. Ma la vicenda di allora mi ha sconvolto la vita, e, sinceramente, non ho nessuna voglia di rivangarla e di ritrovarmi coinvolto nei titoli di una rivista scandalistica.»

«Non si tratta di un articolo scandalistico, quanto piuttosto di scoprire quali conseguenze abbiano avuto queste misteriose scomparse sulle persone che a vario titolo ne sono rimaste coinvolte. Nel caso Dawson si tratta in primo luogo del fratello Geoffrey, che come forse sa è gravemente menomato...»

Lui la interruppe di nuovo. «Grazie, Geoffrey Dawson lo conosco già a sufficienza. E so anche che vive nella folle convinzione che sia stato io a uccidere sua sorella. Mi ha terrorizzato per telefono, al punto da indurmi a richiedere un'ordinanza restrittiva nei suoi confronti, ma senza ricavarne grande vantaggio. Comunque, se non altro ha smesso di perseguitarmi. Non so quali altri assurdi pensieri continui a covare.»

Rosanna comprese che era stato proprio questo ciò che lui aveva cercato di evitare: l'amarezza e la totale inconciliabilità.

Ci provò un'altra volta. «Il mio articolo le potrebbe servire proprio in questo senso, Mr. Reeve. Come vetrina per esporre il suo punto di vista sui fatti. Può descrivere ancora una volta l'andamento della serata e magari chiarire i malintesi finora mai spiegati. Il mio interesse principale è una ricostruzione obiettiva dei fatti e non l'attribuzione di colpe sulla base di illazioni vaghe e inconsistenti.

Posso anche offrirle di non citare il suo nome e di usare uno pseudonimo.»

«Molti lettori riconosceranno subito che si parla di me», obiettò Reeve. «No, Mrs. Hamilton, mi spiace, non sono disponibile.»

«Vorrebbe concedermi lo stesso un incontro? Magari potrei spiegarle meglio che cosa...»

«Mrs. Hamilton...»

Aveva l'impressione che stesse per interrompere la conversazione da un momento all'altro.

«Senta, ci dorma su ancora una notte e rifletta con tutta calma», si affrettò a dire. «Almeno questo me lo può concedere, no? La mia telefonata sicuramente l'ha colta di sorpresa. Posso lasciarle il mio numero? Così mi potrà richiamare domani per comunicarmi la sua decisione.»

«Non credo che cambierò idea», disse Reeve, annotando comunque il numero di cellulare di Rosanna. Poi riattaccò senza aggiungere altro.

Rosanna era delusa. Poteva e sarebbe riuscita a scrivere la storia anche senza parlare con Reeve di tutto, ma a parte la sua professione di giornalista nutriva un interesse personale per il caso e ardeva dal desiderio di parlare di Elaine con l'uomo che l'aveva vista per ultimo.

Decise di concedersi un lungo bagno rilassante. Quelle due spiacevoli telefonate in sequenza l'avevano turbata. Se non voleva restare di cattivo umore per tutta la serata, doveva fare qualcosa per ritrovare l'equilibrio interiore.