Kamo il Barbiere racconta: La poesia di tutte le poesie
"Un passeggero stanco sceso dal treno notturno si imbatté in un uomo esile con il cappello, davanti alla Stazione di Haydarpasa, sulle scale che scendevano verso il mare. L'uomo teneva fra le dita ossute una foto e, guardandola, ora piangeva, ora rideva. Quando piangeva chinava la testa e quando rideva sembrava un pazzo. Poggiata la piccola borsa per terra, il passeggero si sedette accanto all'uomo. Chiamò il ragazzo che vendeva i simit 9 e ne comprò uno per sé e uno per l'uomo col cappello. Contemplò le cupole allineate con le ghirlande di nuvole sulla riva opposta. Parlò del bel tempo e di come anche il profumo di Istanbul cambiasse insieme alle stagioni. Lesse i nomi dei traghetti che salpavano l'uno dopo l'altro, dando un significato a ogni nome. Questa era la città dove la realtà sembrava ovvia, ma non lo era. Le scale che portavano al mare, le scale che collegavano il treno al traghetto, le scale su cui ci si sedeva a guardare le foto non avevano un unico significato, ma diverse forme di realtà. Ognuno si aggrappava a una realtà differente nelle diverse parti della città. Non si poteva sapere se il sole da questa parte della città era lo stesso dall'altra. Nessuno era sicuro se il vento soffiasse uguale su entrambe le sponde. Il passeggero e l'uomo col cappello dissero: 'Andiamo'. Decisero di andare a contemplare il sole e il vento dall'altra parte. Si imbarcarono su un traghetto. Bevendo tè sul ponte superiore ammirarono gli antichi palazzi, le caserme e le torri. Pensarono che Istanbul, piú che una città che attraeva a sé la storia, era una città incapace di scavarsi un cammino nella storia. Era quella la storia venduta dalle cartoline colorate. Scesi dal traghetto, passarono accanto a venditori ambulanti e cantanti ciechi e cambiarono immediatamente idea. Conclusero che le cartoline vendevano bugie e non storia. Alla Stazione di Sirkeci saltarono sul treno suburbano e andarono fino all'ultima fermata passando per quartieri abitati da anziani, taverne per habitué e mura fatiscenti. Arrivati all'ultima fermata, contemplarono la città e il colore diverso del cielo. Guardarono i cani della discarica mangiare uccelli morti. Avevano il biglietto di ritorno. Presero lo stesso treno e lo stesso traghetto e passando per rotaie e onde arrivarono alle scale della Stazione di Haydarpasa che scendevano verso il mare. Il sole stava tramontando. Uno stormo di uccelli volava verso il sole rosso e si infilava fra minareti e cupole. Accettando la sigaretta che il passeggero gli aveva offerto, l'uomo col cappello cominciò a parlare come se avesse aspettato quel momento per tutto il giorno. 'Tutto accadde a quest'ora,' disse. 'Mia moglie uscì di casa una sera all'imbrunire e non tornò mai piú. Dissero che era scappata, che si era persa o era morta, ma per me non faceva differenza. Misi degli annunci e appesi delle foto. Dopo essere stato alla stazione di polizia e all'ospedale, cominciai a frequentare le taverne. Pronunciavo il suo nome mentre bevevo. Per dimenticarla, sono andato con prostitute. Come un esiliato nella mia città, ho contato i giorni, i mesi e le stagioni. Guarda, questa è la foto di mia moglie. Non me ne separo mai. La sua bellezza è come bere acqua da una tazza incastonata di smeraldi che si riempie sempre della stessa acqua. È infinita. Compete con la bellezza di Istanbul. Quando ricordo i giorni passati insieme, sorrido di gioia. Quando penso al futuro, mi rendo conto che non vedrò piú mia moglie. Ora sto così, sono caduto in un baratro. Sorrido al passato della fotografia, ma piango se penso al futuro'".
Il vecchio Küheylan si rese conto che avevo pronunciato le ultime parole a fatica e mi aiutò a tirarmi su. Mi fece appoggiare la schiena al muro. Si allungò e prese la bottiglia nella quale erano rimasti gli ultimi due sorsi d'acqua.
"Bevi un po', inumidisciti la gola," disse.
"Küheylan, anch'io sorrido al passato come quell'uomo esile col cappello," dissi. "Ma non piango pensando al futuro. Io il futuro lo odio".
"Kamo, puoi ridere quando vuoi e odiare quello che vuoi. Basta che non cedi al dolore," disse Küheylan.
"Non mi interessa il dolore," risposi, anche se il mio corpo era invaso dalla sofferenza. Dalle dita dei piedi all'inguine, dalla schiena al collo, dalle tempie al mento, ero tutto dolorante. Quando respiravo mi sembrava che la cassa toracica mi si squarciasse, mentre le luci tremolavano davanti al mio unico occhio aperto.
Bevvi a fatica un sorso d'acqua e deglutii con la gola in fiamme.
"Adesso è il momento di questo," disse Küheylan mettendomi in mano un pezzo di pane.
"Ecco, questo è difficile," risposi guardando quel pezzo di pane duro come un sasso.
"Non riesci a masticare?"
"Mi fanno male i denti, il palato è tutto ferito".
"Dammelo allora, te lo mastico io".
Il vecchio Küheylan si riprese il pane. Ne morsicò un pezzo.
"Da quando sei rimasto solo?" chiesi guardando la cella come fosse un'enorme piazza.
"Prima che tu tornassi, hanno portato via il Dottore e Demirtay lo Studente lasciandomi da solo".
"Che fa lo studente? Non è impazzito, non ha ancora ceduto?"
"No, Kamo, resistono entrambi".
"Küheylan, sono curioso di sapere quante persone nelle celle di questo corridoio stanno ancora resistendo. Mentre mi interrogavano, mi hanno mostrato alcuni prigionieri che urlavano, che erano caduti in ginocchio. Poveretti. Imploravano".
"Le suppliche nelle celle a volte sono così intense che mi commuovo. Anche quelli che si arrendono sono nostri fratelli, Kamo. Non possiamo fare altro che provare pena per loro".
"Provare pena? Lungi da me! Ogni volta che mi toglievano la benda pensavo che mi avrebbero mostrato lo studente. Anche lui avrebbe pianto come tutti gli altri e implorato i carcerieri dagli occhi rossi, poveretto..."
"Smettila di pensare a queste cose e mangia il pane".
Küheylan prese con la punta delle dita il pane che aveva masticato e me lo mise nella bocca, che avevo aperto come un uccellino.
Cominciai il difficile lavoro della masticazione. Toccai il pane con la lingua e lo tenni un po' dentro la guancia. Inghiottendo della saliva, mi ammorbidii la gola. Poi presi il pane con la punta della lingua e lo spinsi giú. Mi sembrava di mangiare spine. Mentre scendeva, mi bruciava l'esofago.
"Ancora un po'..." disse Küheylan schiacciando il pane fra le dita.
"No, adesso mi riposo," dissi.
"Va bene, respira".
"Quando mi hai fatto questa fasciatura?" gli chiesi sollevando il polso sinistro.
"Ti fa male? Ho dovuto stringerla bene".
"Non mi fa male la fasciatura, mi fa male la ferita".
"Quando ti hanno riportato qui, ti sanguinava il polso. Mi sono strappato la manica della camicia e te l'ho avvolta sopra la ferita. Eri semincosciente, non ricordi?"
"L'ultima cosa che mi ricordo è il chiodo che mi hanno piantato".
"Un chiodo?"
"Un chiodo nel polso".
"Nel polso?"
"Sì".
"Maledetti. È incredibile. Che uomini sono?"
"Uomini? Loro sono i veri uomini, Küheylan. Non l'hai ancora capito? Quando Dio creò la natura, la terra e il cielo, Satana si impossessò degli uomini offrendo loro il frutto dell'albero della conoscenza. Una volta che gli uomini acquisirono la conoscenza, fecero quello che gli altri esseri viventi non erano stati in grado di fare: diventarono consapevoli della loro esistenza. Piú diventavano consapevoli della loro esistenza, piú la ammiravano. Non amavano altro che se stessi, nemmeno Dio. L'unica ragione del loro attaccamento a Dio era il desiderio di una vita dopo la morte. La loro esistenza era la misura di tutto. Annientavano la natura e sterminavano gli esseri viventi. A tempo debito, avrebbero ucciso anche Dio. Per questo nel mondo il male ha avuto la meglio. L'ho detto anche ai carcerieri. Quei bastardi! Mi hanno infilato un ago nell'orecchio. Ci hanno versato dentro qualche strana sostanza. Era calda come il fuoco. Hanno cercato di entrarmi nel cervello. Ho lottato per non impazzire, ho tentato di liberarmi dalle catene. Ho battuto la testa al muro. Quando mi hanno chiesto di implorarli, ho imprecato. Alternavo lamenti a risate. 'Voi siete gli esseri umani, i veri esseri umani,' ho detto. Ho urlato e mi è uscita fuori una voce che non avevo mai sentito prima. Mi hanno messo la testa nell'acqua. Mi hanno tenuto sveglia la mente perché sentissi meglio il dolore. Si sono dati da fare come chirurghi, artigiani e macellai. Sono penetrati nei miei vasi sanguigni e hanno sbloccato i canali del dolore. Hanno fatto quello che dovevano fare per essere uomini".
Il vecchio Küheylan aspettava con il pezzo di pane fra le dita.
"Küheylan," dissi, "io non mi sono unito ai rivoluzionari perché hanno un'idea sbagliata degli uomini. Credono che abbiano un'inclinazione al bene e che possano essere salvati dal male. Credono che l'egoismo e la crudeltà emergano solo in condizioni avverse. Non vedono l'inferno che gli uomini hanno nelle loro anime, non si accorgono che gli uomini vogliono trasformare il mondo in un inferno. I rivoluzionari si rovinano la vita cercando la verità nel posto sbagliato. Gli uomini non possono guarire. Gli uomini non si possono salvare. L'unica salvezza è scappare da loro".
Il vecchio Küheylan mi guardò con curiosità e pietà. Come tutti, pensava che fossi un incurabile eccentrico. Mi ascoltò pazientemente.
"Küheylan, c'è un posto al mondo che non è raggiungibile dagli uomini? Guidano jeep di lusso, macchine della polizia, pullman per il trasporto degli operai. Si affollano in banche, scuole, luoghi di culto. Invadono città e villaggi, montagne e foreste. La Istanbul che tu ami, è anche la loro. Mentono e aggrediscono. Non contenti di essere ovunque, entrano pure dentro di noi. Usurpano i nostri corpi. Se anche riuscissimo a fuggire dagli uomini, come potremmo fuggire da noi stessi? Come potremmo salvarci da noi stessi? I rivoluzionari, i politici, gli insegnanti e i predicatori, invece di riflettere su questa domanda, parlano ininterrottamente, ingannando se stessi e gli altri. Per questo rispetto i carcerieri. Non sentono il bisogno di mentire. Non nascondono la verità. Non esitano ad abbracciare il male. 'Siete le persone piú rispettabili che io conosca,' gli ho detto. In quel momento mi stavano tagliando la carne a pezzi come si fa con un animale vivo al macello. 'Vi rispetto veramente,' ho detto, 'siete la stessa cosa dentro e fuori. Siete esattamente come sembrate'. Le mie parole li hanno fatti infuriare, hanno perso il controllo. Hanno preso a calci i muri e rotto le finestre. Hanno urlato dal dolore. Hanno sbattuto le porte. Sono usciti dalla stanza lasciandomi incatenato al muro e bendato. Era giorno o notte? La vita fuori scorreva veloce o lenta? Forse sono entrati in una stanza accanto, forse hanno preso il telefono e chiamato le loro mogli dicendo che sentivano la loro mancanza. 'Sono molto stanco,' hanno detto. 'Ho fatto di nuovo un incubo,' hanno detto. 'Voglio ubriacarmi e dormire fra le tua braccia,' hanno detto. Le loro mogli erano piene di affetto. Fin da bambine erano state educate a essere delle buone mogli. In quei momenti parlavano dolcemente e il battito dei loro cuori raggiungeva i mariti. All'uomo che amavano dicevano che al suo ritorno a casa lo avrebbero abbracciato, soffocato di baci, si sarebbero rannicchiate accanto a lui e avrebbero aperto le gambe per lui. Promettevano al loro uomo un corpo pieno di desiderio. Non potevano fare altro. Anche loro non sapevano se fuori fosse giorno o notte. La vita scorreva veloce o lenta? Le strade erano affollate o deserte? Dopo aver messo giú il telefono, sono rimasti in silenzio. Si sono asciugati il sudore. Si sono accovacciati vicino al muro a fumare. Hanno aspettato che il battito del cuore rallentasse. Quando la loro rabbia si è placata, hanno aperto la porta della stanza dove mi avevano lasciato bendato e sono tornati al mio fianco con lo stesso esatto numero di passi. Hanno parlato con pacatezza. 'Kamo,' hanno detto, 'devi raccontarci il passato. Kamo,' hanno detto, 'devi svelarci i segreti del passato'. Ho alzato la testa e, guardando il buio sotto la benda, ho risposto. Gli ho chiesto se erano pronti a sentire l'altra faccia del passato. 'Anche sapendo che Dio non può cambiare il passato e ci lascia soli a confrontarci con esso, siete pronti a continuare ad ascoltare le mie parole? Bastardi maledetti! Figli di puttana!' Si sono avvicinati, mi hanno sciolto le catene e tolto la benda. Mi hanno messo a sedere davanti a uno specchio. Mi hanno mostrato il mio volto che assomigliava a quello di un morto. 'Noi siamo il futuro,' hanno detto. 'Kamo, guarda lo specchio, tu non hai un futuro, hai solo un passato e quel passato devi condividerlo con noi,' hanno detto.
"Küheylan, il volto nello specchio era ferito, sporco, devastato. Da un orecchio colava sangue, dall'altro pus. Un occhio era aperto, l'altro chiuso. I sopraccigli erano rotti. Le labbra spaccate. Dalla bocca colava saliva. Non assomigliava a un essere umano. Il vetro dello specchio ci è familiare, Küheylan. Conosciamo il metallo o il legno di cui è fatta la cornice, le sue incisioni floreali e luccicanti. Ma l'interno? Ci può mai essere familiare il vuoto nella profondità di uno specchio? Possiamo nasconderci all'elemento magico contenuto nei suoi strati? Lo specchio assomigliava a quel pozzo della mia infanzia nel quale mi sporgevo guardando giú per ore. Le pareti erano illuminate, ma al centro c'era un vortice scuro. Io ero in quel vortice. Il respiro flebile. Il dolore nel petto era pesante come una pietra. Continuavo a tossire. Sembrava che mi stessero strappando i polmoni. Pensavo a cosa avrei dovuto fare. Rompere lo specchio o rompere il collo a uno dei carcerieri che era accanto allo specchio. Ho urlato come un bambino e ho iniziato a ridere. Era come stare davanti agli specchi magici del luna park. Ho ignorato il dolore al petto. Il riso si è trasformato in una risata rauca ed è rimbombato nella stanza".
Küheylan voleva che mi riposassi un po' e per questo mi appoggiò sul labbro inferiore il pezzo di pane masticato che aveva fra le dita.
"Mangia questo," disse, "ne hai bisogno".
L'odore di muffa mi entrò nelle narici. Mi venne la nausea. Ebbi un conato di vomito. Sputai il pezzo di pane.
"Non ce la faccio, non riesco a inghiottirlo," dissi.
"Va bene, aspettiamo un po'".
"Poi nella stanza ho visto Zinê Sevda".
"Zinê Sevda? Nella stanza degli interrogatori?"
Sapevo che sentendo il nome di Zinê Sevda, il vecchio Küheylan si sarebbe emozionato.
"Sì," dissi. "Quando ho preso lo specchio e l'ho messo davanti alla faccia di uno dei carcerieri, mi sono saltati addosso. Mi hanno picchiato rabbiosamente. Sembravano essersi dimenticati le loro tecniche precise e studiate nei dettagli. Mi hanno picchiato fino a farmi svenire. Non so quanto tempo sia passato. Mi hanno buttato addosso dell'acqua fredda. Quando mi sono ripreso, stavo tremando sul cemento. Sentivo il corpo pesante. Un velo ricopriva l'unico occhio sano, intorno a me vedevo tutto annebbiato. Riuscivo a distinguere solo ombre. Un tavolo. Una sedia. Delle persone in piedi, un muro lungo. Davanti a me, in fondo al muro, due grosse colonne. Tra le due colonne pendeva un corpo. Per capire di chi fosse quel corpo dovevo avvicinarmi, oppure liberarmi di quella nebbia nell'occhio. L'ho strofinato e ripulito dal sangue intorno. Sollevata la testa, ho guardato di nuovo di fronte a me. Il corpo appeso a una sbarra metallica fra le colonne era quello di una donna. Aveva le braccia legate alla sbarra di ferro e il resto del corpo era sospeso nel vuoto. Muoveva a fatica la testa. Era nuda. Le sanguinava il petto. I tagli, che cominciavano dalle spalle, scendevano verso lo stomaco, l'inguine e le gambe lasciando delle strisce rosse. Evidentemente i carcerieri stavano cercando di farmi crollare risvegliando in me la compassione, torturando ancora una volta qualcuno davanti ai miei occhi. Credevano che avrei ceduto alla compassione. Mi strofinai un'altra volta l'occhio. Allungando il collo, cercai di nuovo di vedere. Capii che la donna appesa, crocefissa come un santo, era Zinê Sevda. Zinê Sevda era leggera. Come una foglia delicata su un albero autunnale era lontana dal terreno e vicina al cielo. Le corde sulle braccia non le impedivano di cadere giú, le impedivano di salire al cielo. Era la stessa esile ragazza che qualche giorno prima si era inginocchiata davanti alla nostra cella incurante dei carcerieri che affollavano il corridoio? Era Zinê Sevda quella donna appesa, che era rimasta immobile nonostante i calci e le botte? Mi riconobbe. Sollevò ancora un po' la testa. Spalancò il suo occhio buono. Il bordo delle labbra si contrasse. Provò a ridere. Non durò molto, aveva esaurito le energie e ripiegò nuovamente la testa sul petto. Non riuscivo a toglierle lo sguardo di dosso. Non mi vergognavo né della mia né della sua nudità. Sapevo che i carcerieri tentavano di impossessarsi prima dei nostri sentimenti e poi dei nostri corpi. Appoggiai le mani per terra e con tutta la forza che avevo nelle braccia mi tirai su. Rimasi inginocchiato. Mi asciugai il sudore dalla fronte e ripulii il sangue che dalla guancia scendeva sul collo. Ero dritto come una statua. Immobile. Il corridoio era in silenzio. Si sentiva solo il rumore del sangue di Zinê Sevda che scorreva lungo il suo corpo e colava dalle dita dei piedi per terra. Così come le statue aspettano al sole, alla pioggia, alla neve, anch'io aspettai inginocchiato. I carcerieri grugnirono. Imprecarono furiosi. Avevano capito che stavo ripetendo il gesto di solidarietà fatto da Zinê Sevda quando, qualche giorno prima, si era inginocchiata in corridoio. Mi saltarono addosso. Mi trascinarono per i capelli e mi sbatterono contro il muro. Mi misero le spalle e le braccia su un'asse. Mi posarono sul polso sinistro un chiodo lungo, sottile e luccicante. Lo colpirono con un martello pesante. Pensavo che il chiodo mi fosse entrato nel cervello, non nel polso. Emisi un lamento. Mi scese una lacrima sia dall'occhio aperto, sia da quello chiuso. Dissi ai carcerieri che li ammiravo. 'Fate quello che nessun altro riesce a fare e riflettete all'esterno esattamente quello che avete dentro. Prima di schiacciare l'anima dei prigionieri, aprite la vostra come un melograno buttando in giro tutti i semi'. Mi tolsero le mani di dosso. Indietreggiando, si guardarono. Non avevano altra scelta che continuare. Presero dalla scatola un altro chiodo. Lo misero sopra l'altro polso. Sollevarono in aria il martello. In quell'istante, il mio respiro si fece piú debole, l'occhio si chiuse. Svenni. Ma prima di svenire, mi venne in mente un'ultima domanda: tenevano Zinê Sevda appesa di fronte a me per farmi parlare o mi crocifiggevano e mi piantavano chiodi luccicanti nei polsi per farla cedere?"
Il vecchio Küheylan mi toccò il polso sano, lo strinse fra le dita. Lo baciò come si bacia il pane. Se lo portò alla fronte. Chiuse gli occhi. Restò fermo con il mio polso sulla fronte. Gemette con l'umiltà dei pochi che sanno cosa sia la sofferenza. Non ce n'era bisogno. Io potevo affrontare il mio dolore, lui avrebbe dovuto preoccuparsi del proprio. Provai a liberare il polso dalla sua presa, ma lui non lo lasciò. Riprovai un'altra volta. Mi circondò il polso con le sue grandi mani e lo tenne appoggiato alla fronte fino a quando tossii. Accorgendosi che la tosse non passava, alzò la testa. Appoggiò per terra il mio polso come fosse un piccolo di passero. Mi prese per le spalle. Mi mise dritto e mi appoggiò al muro. Con un pezzo di stoffa raccolto da terra mi pulì la bocca dal sangue. Penso che quella pezza fosse l'altra manica della sua camicia. Mi asciugò la fronte e il collo e mi inumidì le labbra dopo aver bagnato il pezzo di stoffa con le ultime gocce d'acqua rimaste.
Girai la testa, il rumore che sentii nella mia giugulare non veniva dal cuore, ma era il rumore del tempo. Del tempo che era tornato dal passato, era finito contro i frangiflutti del futuro e mi aveva abbandonato là al mio destino. Non riuscivo a stare al passo con lui. Si gonfiava e poi si placava. Ruotava tra un istante e l'infinito. Aveva strappato via mia moglie Mahizer da me, l'aveva portata lontano, incidendo il suo nome nella mia giugulare così che lo sentissi a ogni respiro. Il tempo voleva che io ridessi del passato e piangessi del futuro.
Il giorno che il vecchio Küheylan ci disse che c'era un mondo nel cielo dove eravamo riflessi e ognuno aveva il suo doppio, sollevai la testa e nel buio vidi una Istanbul piovosa, affollata e frenetica. Sentii le voci dei venditori ambulanti, il rumore dei motori delle macchine che esalavano gas di scarico nel traffico e le campanelle che indicavano la fine del lavoro. Questa città, che si estendeva da un estremo all'altro del cielo, ingoiava uomini e donne, li digeriva e poi li sputava. Ovunque c'era odore di carne marcia. Tutti si sentivano estranei l'uno all'altro, nessuno parlava con nessuno. Le persone sono come le città in cui vivono, si svegliano un giorno felici e l'altro piene di problemi. Lavoravano dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Avevano accettato la morte ed erano pronte a tutto, eccetto trovarsi faccia a faccia con la verità nei loro cuori. Si riversavano nelle strade come una corrente fangosa, ritrovandosi nelle piazze quando erano stanche. Avevo anch'io il mio doppio fra quelle persone. Il mio doppio che camminava da solo nella folla aveva un foulard attorno al collo. Era sia un mio riflesso che una mia immagine rovesciata allo specchio. Io ero un uomo, lei era una donna. Io ero turbato, lei era serena. Io ero brutto, lei era bella. Io ero il male, lei era il bene. Io ero Kamo il Barbiere, lei era mia moglie Mahizer. Quando ci siamo incontrati, proiettavamo un'unica ombra. Ci leggevamo poesie che ci legavano l'uno all'altra. Grazie a esse, inventammo la nostra lingua personale dentro le altre. Comunicavamo in quella lingua che nessuno capiva, scherzavamo, ci amavamo. Anche nel sonno, volevamo sognare poesie e cominciare il giorno successivo in loro compagnia. Ma il tempo non ha permesso che la nostra lingua mettesse radici e si legasse alla terra. Tempo fottuto.
Quando Mahizer mi ha lasciato andandosene di casa, per prima cosa ho cercato la poesia delle poesie e non lei.
La lingua che avevo appreso da mia madre non mi bastava. Ero cresciuto con la lingua di mia madre, avevo imparato nomi a memoria, conosciuto oggetti e persone tramite i loro nomi. Pensavo che le informazioni di una lingua fossero la verità e mi preparavo a un'esistenza come quella di tutti gli altri. Parlavo usando poche parole e rimanevo in silenzio con lo stesso numero di parole in testa. Non avevo creato io la lingua, mia madre mi aveva dato la vita dentro di essa. Pensavo che non sarei mai stato capace di uscire da quella lingua fino al giorno in cui, frugando nei cassetti di mia madre, trovai delle poesie manoscritte. Le poesie che avevo trovato, scritte con inchiostro sbiadito, appartenevano a mio padre. Era la prima volta che vedevo la sua firma e la sua calligrafia. Anche se mio padre nelle sue poesie usava parole che conoscevo, ne cambiava il suono dando alle lettere un nuovo significato. Inventava significati a cui nessun altro aveva pensato prima. Come Lokman Hekim che cercava l'elisir dell'immortalità, lui andava in cerca della lingua pura dell'esistenza. Avrebbe fatto scendere le stelle dal cielo e al loro posto avrebbe messo le stelle della poesia. Giurava che poesia e amore avevano entrambi succhiato il latte dal petto della morte. Avrebbe aperto le tende e tolto con la mano la condensa dalla finestra aperta sulla realtà. Come gli animali rari che vengono cacciati a uno a uno, mio padre apparteneva a una specie di poeti che si stava estinguendo. Era morto prima che nascessi, ma mi aveva lasciato un'eredità inestimabile. Con le sue poesie mi aveva salvato dal desiderio. Il desiderio era il Dio della nuova vita. Come Dio, cercava di arrivare ovunque e controllare tutto. Non aveva limiti. E siccome Dio era falso, il desiderio era la ripetizione di quella falsità. Se a questa aggiungevi la falsità delle persone, la vita diventava insopportabile. Chi c'era oltre ai poeti che poteva rompere questo circolo vizioso? Chi era rimasto, oltre ai poeti, a parlare la lingua della morte e a promettere alle persone l'infinito della verità piuttosto che il desiderio sconfinato?
Nella speranza di trovare la piú bella di tutte le poesie e di deporla ai piedi di Mahizer, andai in giro per le biblioteche. Consultai i cataloghi. Nelle sale di lettura setacciai attentamente serie e serie di riviste e libri. Giunto alla categoria delle poesie per l'infanzia, in un giorno soleggiato d'autunno andai nella parte asiatica e mi ritrovai nel giardino della Biblioteca per bambini Çinili.
Il piccolo giardino della biblioteca risuonava del cinguettio degli uccelli come le liriche che aveva scritto mio padre. L'ombra dell'edera evocava una sensazione di pacifica sonnolenza. Una panchina di legno scrostata si trovava proprio dove il prato e il muro laterale si toccavano. Camminai sul selciato e sul prato. Seduto sulla panchina, aspettai che si asciugasse il sudore accumulatosi lungo le salite tortuose dall'imbarcadero di Üsküdar fino a lì. Al di là del muro c'era silenzio. Era tutto deserto. Mi si stavano per chiudere gli occhi quando la porta del giardino si aprì. Entrò una bambina. Portava l'uniforme della scuola e aveva in mano una borsa. Guardò prima la scala che portava al piano superiore della biblioteca e poi guardò me. Non ero sicuro che potesse vedermi attraverso le lenti spesse dei suoi occhiali. Venne a sedermisi vicino.
"Sei il papà di qualcuno?" mi chiese.
"Non sono il papà di nessuno," dissi.
"Chi sei venuto a prendere allora?"
"Non sono venuto a prendere nessuno".
"Quindi sei il nuovo bibliotecario?"
"No. Che cosa è successo al bibliotecario, è andato in pensione?"
"È morta".
Esitai, pensando a come portare avanti la conversazione.
"Era anziana?" chiesi.
"Era piú grande di mia madre. La notte in cui è morta, dei ladri sono entrati nella biblioteca. Non trovando altro che libri, hanno rubato l'orologio da muro. Adesso non abbiamo piú un orologio".
"Il nuovo bibliotecario ne comprerà uno e lo appenderà al muro".
"Il vecchio orologio andava dieci minuti avanti. Ci eravamo abituati".
"Anche il nuovo può essere regolato in avanti".
"'Dimenticate cosa c'è fuori,' diceva la bibliotecaria, 'dimenticate il tempo fuori'".
"Siete riusciti a dimenticarlo?"
"A volte".
Avrei voluto sapere come ci erano riusciti. Era stato il muro di pietra vecchio di secoli, i libri illustrati, il cinguettio degli uccelli a far dimenticare il tempo ai bambini, o la bibliotecaria?
"Io mi chiamo Kamo, e tu come ti chiami?" chiesi.
"Kivanç".
"Quanto riesci a vedere lontano con quegli occhiali?"
"Kamo, sei come i bambini. Prendi in giro i miei occhiali".
"No, non sto scherzando. Sono curioso di sapere se riesci a vedere le stelle nel cielo buio della sera".
"No, non ci riesco. Il cielo è così lontano che sembra nebbioso. Guardo le stelle nei libri illustrati. Cerco il nord sulla mappa stellare e riesco sempre a trovare la Stella Polare fra le altre".
"Quando avevo la tua età, mi interessava di piú il sud del nord. Se ti stai chiedendo come mai, era perché il sud mi ricordava l'idea di scendere. Nel giardino di casa nostra c'era un pozzo, ho trascorso la mia infanzia giocando vicino a quel pozzo. Dicendo sud mi venivano in mente il fondo del pozzo, le profondità della terra".
"Ma la biblioteca si trova al piano superiore. Per andare nella sala di lettura bisogna salire dieci gradini".
"Sono cresciuto e mi sono abituato ai posti al piano superiore. Ti piace contare?"
"Sì. I gradini, le linee, le finestre, mi ricordo tutto".
"Kivanç, chi apre la biblioteca? Chi resta con voi?"
"Il custode dell'hammam viene ad aprire e a chiudere. Poi ci lascia da soli. Facciamo i compiti. Da quando è morta la bibliotecaria, ci comportiamo bene".
"Bravi. Resterò anch'io qualche giorno con voi a studiare".
"Questa è una biblioteca per bambini, Kamo. Tu che cosa farai?"
"Sto facendo una ricerca. Sto cercando libri di poesia. Tu perché sei qui? Devi fare i compiti?"
"Io vengo qui ogni giorno dopo la scuola. Aspetto che mia madre venga a prendermi quando esce dal lavoro. Finché non arriva, faccio i compiti".
Kivanç si lasciò scivolare giú dalla panchina. Si mise lo zaino in spalla. Si diresse verso la scalinata. La seguii. Salii i gradini. Un gruppo di bambini con i libri e i quaderni aperti stava studiando nella sala quadrata della biblioteca. I muri erano pieni di scaffali. Intorno, tutto era pulito e ordinato. I tavoli erano lindi. A parte i segni lasciati dalle infiltrazioni di pioggia nella cupola, non c'erano altre macchie. Kivanç si sedette a un tavolo vicino alla finestra. Mi indicò la sedia accanto alla sua. Diedi uno sguardo agli scaffali. Sorvolando sui libri di scienze, storia e geografia, trovai quelli di poesia. Ne presi un po' e mi sedetti sulla sedia che Kivanç mi aveva indicato. Tirai fuori dalla tasca carta e penna e le misi vicino ai libri di poesia. Sul muro di fronte era rimasta l'ombra dell'orologio rubato. Il chiodo arrugginito era lì in attesa sopra l'ombra.
Quel giorno provai il doppio piacere di leggere poesie di vecchi poeti che sentivano la mancanza dell'infanzia e di studiare con i bambini. Mi adattai al silenzio. Girai le pagine a una a una. Passai di libro in libro. Presi degli appunti sul foglio davanti a me fino a quando Kivanç, che stava guardando fuori dalla finestra, cominciò a raccogliere le sue cose. Capii allora che si era fatta sera. Scesi dietro a Kivanç. La guardai abbracciare la madre che era entrata dalla porta del giardino.
"Kamo," disse Kivanç, "questa è la mia mamma".
Siccome avevo la penna in mano, la donna pensò che fossi un insegnante. "Piacere professore," disse allungando la mano.
"Piacere mio," dissi. Le strinsi la mano. "Sua figlia è molto intelligente. Kivanç è la ragazzina piú studiosa qui dentro".
"Grazie".
Si presero per mano e uscirono.
Una volta in strada, sentii che la madre diceva alla bambina: "C'è una sorpresa per te".
Mi accesi una sigaretta. Feci un tiro e buttai fuori il fumo. Lasciai la biblioteca con una felicità che non provavo piú da tanto tempo. La strada era deserta. Le luci erano accese nella Moschea di Çinili a sinistra e nell'hammam di Çinili a destra. I giorni diventavano sempre piú corti, il cielo imbruniva presto. Il colore della sera abbracciava le case velocemente. Il vento autunnale soffiava sulla biancheria stesa sui balconi. Kivanç, camminando silenziosamente come un gatto soddisfatto di fianco a sua madre, guardava i balconi. Cercava di vedere tutto quello che poteva con i suoi occhiali spessi. Quando girò la testa per guardare la fine della via, decise di giocare per il rimanente tratto di strada. Lasciò la mano di sua madre e cominciò a correre. La scena somigliava a un quadro che avevo visto da qualche parte anni prima e che non avevo mai dimenticato. Una luce gialla ricadeva sui muri bianchi e neri e sui marciapiedi. Gli alberi allungavano i loro rami spogli. Gli uccelli erano appoggiati in equilibrio come ornamenti sui fili dell'elettricità. Piú in là degli alberi e degli uccelli, una donna stava aspettando sotto a un lampione spento. La donna scese dal marciapiede e aprì le braccia a Kivanç, che le corse incontro. Per un po' restarono così e poi si girarono a braccetto come un mulino a vento. Le loro gonne si gonfiarono. Doveva essere la sorpresa di cui aveva parlato la madre di Kivanç. Come tre ombre, scomparvero insieme lungo la strada.
Quando la strada si svuotò e rimasero solo gli alberi e gli uccelli, ritornai in me. Pensai che la donna che aveva abbracciato Kivanç sembrava Mahizer. Erano lontane, in quella strada non c'era luce e al buio talvolta mi sembrava che le donne somigliassero a Mahizer. Anche se non ne ero sicuro, spensi la sigaretta per terra e le inseguii. All'incrocio, osservai le strade laterali per cercare di capire dove avevano girato. Guardai tutte le finestre con la luce accesa fino a quando non raggiunsi la strada principale. Imbattutomi nella folla di gente e traffico sulla strada a doppio senso, capii di averle perse. Tornai indietro facendo lo stesso percorso e guardai le stesse finestre. Avevo freddo, ero stanco. Il giorno dopo, quando vidi Kivanç nel giardino della biblioteca, non nascosi la mia stanchezza. Ero seduto sulla panchina. Kivanç aveva i capelli raccolti in una treccia; era entrata dalla porta del giardino e mi era venuta vicino. Mi parlò come se fossi stato un suo compagno di classe delle elementari.
"Sembri stanco, perché?" mi chiese.
"Ho lavorato fino a tardi ieri notte," dissi.
"Anch'io devo studiare. Oggi ho tanti compiti".
"Posso aiutarti?"
"Davvero?"
"Se vuoi".
"Certo".
"D'accordo".
"Se finisco tutti i compiti, stasera vado al cinema".
"Che bello. Andrai con tua madre?"
"Mi porta Yasemin. Questa sera la mia mamma è di turno, deve lavorare".
"Chi è Yasemin? È una vostra parente?"
"No, è un'amica di mia madre. È arrivata ieri e resterà con noi anche stasera".
"La sorpresa di ieri di cui parlava tua madre era questa?"
"Sì, Yasemin qualche volta viene e sta un po' con me".
"Che cosa fate? Giocate a mamma e figlia?"
"Giochiamo a mamma e figlia, a nascondino e alle gattare".
"Poi dormite insieme..."
"Dormiamo abbracciate".
"Anch'io ho una sorpresa per te".
Tirai fuori dalla tasca una stecca di cioccolato e la misi nella piccola mano di Kivanç. Spalancò i suoi occhi verdi. Le lenti trasparenti degli occhiali spessi diventarono verdi anche loro.
Trascorsi quella giornata a fare i compiti con Kivanç senza leggere poesie. Mangiai il cioccolato che aveva diviso con me. La aiutai a scrivere una favola sul suo quaderno e a disegnare una montagna, un agnellino e un albero. Le diedi piccoli suggerimenti per le risposte alle dieci domande del test. Terminati i compiti, mi accorsi che la luce che entrava dalla finestra si stava affievolendo. Dissi che dovevo andarmene e mi alzai in piedi. Mi allontanai un po' prima del giorno precedente. Mi congedai sorridendo ai bambini, i cui sguardi mi erano ormai familiari. Erano tutti seduti in direzione dell'orologio. Anche se non c'era, dipendevano da esso. Sentendomi uno di loro e scandendo il tempo di un orologio inesistente, scesi i dieci gradini della scala con il ticchettio che mi risuonava nelle orecchie. Uscii dalla porta socchiusa del giardino. Attraversai la strada a grandi passi ed entrai nel cortile della moschea di fronte. Mi sedetti su uno sgabello e aspettai che calasse la sera accanto a vecchietti ingobbiti. Dalla porta del cortile, vidi diverse donne e bambini in strada, ma quando scorsi Kivanç che saltellava felice, mi alzai. La seguii nascondendomi nell'ombra. Sapevo che avrebbe corso per la stessa strada, che sarebbe arrivata nello stesso angolo buio dove il giorno prima Yasemin l'aspettava. Mantenni una certa distanza. Ero abbastanza vicino da vederle bene e abbastanza lontano da non essere visto. Kivanç proseguì per un po', quindi la donna accanto al lampione spento si fece avanti e la abbracciò. Aveva lo stesso cappotto del giorno prima. Era mia moglie Mahizer in tutta la sua gloria. Era lì con le sue labbra rosa e i grandi occhi. Appoggiatomi al muro, le guardai. Guardai come si tennero strette a lungo, sentendo il calore l'una dell'altra, annusandosi il collo.
Sapevo che, dopo che Mahizer mi aveva lasciato, si era unita a un gruppo di rivoluzionari, che si nascondeva e cambiava spesso nome. Il suo nuovo nome era Yasemin. Che spreco. Così come il fiore sboccia ignaro della propria bellezza, come le foglie cadono ignare della propria morte, allo stesso modo Mahizer viveva immemore di sé. Non sapeva di essere diventata nel sonno una fata che spargeva incenso magico sulle lenzuola. Lei no, ma io lo sapevo. Lei no, ma io tenevo viva per lei l'immagine della bellezza del suo volto nella mia mente. Se oggi, facendo i compiti in biblioteca, mi fosse capitata la domanda: "Che cos'è la bellezza?", avrei disegnato Mahizer e ci avrei scritto sotto: "Una bellezza o un amore irraggiungibile è come sapere che cos'è l'acqua, ma restare senza di essa". Io mi trovavo in quella situazione. Sapevo che cos'era l'acqua, ma non ne avevo, vedevo Mahizer, ma vivevo senza di lei. Maledicevo il tempo, le persone e Istanbul, odiavo tutti.
Loro davanti e io dietro, uscimmo sulla strada principale passando per le viuzze. Prendemmo due taxi, uno di seguito all'altro, e arrivammo a via Bahariye. Prima mangiammo un toast, poi andammo a vedere un film di cui non avevo nemmeno guardato la locandina. Loro si sedettero in una delle prime file, io in una poltrona delle file posteriori, vicino alla porta. Cercai di ricordarmi l'ultima volta che ero stato al cinema con Mahizer. Per tutta la durata del film, guardai sia loro sia lo schermo. Mentre si divertivano, mi persi nei sogni del passato. Quando uscimmo l'aria era diventata fredda. Era piú un vento invernale che una brezza autunnale. Camminammo nella folla. Comprammo le castagne calde dai venditori ambulanti. Guardammo le vetrine. Prendemmo due taxi diversi e tornammo sulla nostra strada. Mentre loro si fermarono davanti a un palazzo dalla porta verde, io scesi all'angolo seguente. Mi nascosi al riparo di un muro e aspettai l'uomo con l'impermeabile grigio che seguiva Mahizer da ore.
Da quando Mahizer e Kivanç si erano incontrate, un uomo di bassa statura le aveva seguite. Aveva tirato su il collo dell'impermeabile grigio per darsi un'aria misteriosa come i detective dei film stranieri. Anche lui aveva preso un taxi, era andato al cinema e aveva dato un'occhiata alle vetrine. Fumando una sigaretta dietro l'altra si era guardato attorno, senza accorgersi che lo seguivo. Alla fine della serata, tornò indietro per la stessa strada. Scendendo dal taxi, si accese un'altra sigaretta. Si diresse verso l'edificio dalla porta verde. Rallentò il passo e guardò dentro. Scrisse qualcosa su un foglio che aveva tirato fuori dalla tasca. Finito il suo lavoro, si tirò su di nuovo il collo e attraversò la strada. Entrò in uno spiazzo vuoto dietro un muro basso. Era buio. Lo seguii, vidi che aspettava vicino a un albero in mezzo all'oscurità. Mi avvicinai e chiesi da accendere. Tirò fuori l'accendino dalla tasca. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, avvicinò l'accendino acceso alla mia faccia. Appena mi vide, si portò l'altra mano alla cintura. Senza lasciargli il tempo, tirai fuori il mio coltello d'acciaio e glielo appoggiai sulla gola. Lo colpii alle ginocchia facendolo cadere. Gli presi la pistola che aveva sulla cintola.
"Chi sei?" chiesi. "Chi stai seguendo? Alla moglie di chi stai tendendo una trappola?" L'uomo, superato il primo shock, si riprese. "Io sono lo Stato," disse con tono sicuro, "se non mi lasci andare, te ne pentirai". Lo colpii al volto e lo girai sulla schiena. Gli puntai il ginocchio in mezzo al petto. "Tu sei il figlio di Satana, bastardo dello Stato!" dissi. Non sazio, gli sferrai un altro pugno. Emise dei suoni indistinti, che potevano essere imprecazioni o suppliche. Girò il suo corpo minuto a destra e sinistra. Piú io premevo, piú lui cercava di liberarsi dal mio ginocchio. Si lamentò per il dolore delle costole rotte. Sentii sul volto il suo alito disgustoso. "Sai cosa sei? Ti dirò una cosa che non potrai capire. Mia moglie Mahizer è vera, tu che cerchi di eliminarla sei un'ombra. L'ombra della verità è senza valore. Invece, qualunque cosa che salva la verità dalla mancanza di valore e la ricrea è una bella poesia. Io inseguo quella bella poesia, e tu? Tu sei nemico della verità".
Dopo quella notte cantai piú spesso la canzone del coltello d'acciaio: in una settimana salvai mia moglie da tre ombre. Mahizer era ingenua. Credeva di conoscere il mondo e di poterlo cambiare, ma non si accorgeva della mia presenza alla distanza di un grido. Girava per le strade di Istanbul senza sapere quello che si nascondeva dietro di lei. Viaggiava tra le due sponde del Bosforo. Aspettava alle fermate dell'autobus, si sedeva nei bar e si aggirava per le biblioteche. Ogni volta che la persona che doveva incontrare non si faceva viva, si allontanava con ansia. Viveva in case umide e col tetto coperto di muschio a Üsküdar, Laleli e Hisarüstü. Andava a dormire tardi e si svegliava presto. Nelle case dove abitava, si prendeva cura dei fiori e dei bambini. Quando una sera tornò nella strada della Biblioteca per bambini Çinili e abbracciò Kivanç di nuovo, io fui felice quanto loro.
Quella notte Mahizer rimase da Kivanç e anche il giorno dopo non uscì di casa. Negli ultimi giorni sembrava stanca e malata, era dimagrita in viso. Aveva bisogno di curarsi e di riposare. Le avrebbe fatto bene almeno una giornata in casa. Mentre lei si ritemprava, io decisi di andare in biblioteca a leggere poesie. Comprai del cioccolato. Risalii piano la strada, di cui ormai facevo parte. Aspettai Kivanç nel giardino della biblioteca. Poco dopo, Kivanç aprì la porta ed entrò nel giardino con il suo grande sorriso. Si avvicinò e si sedette accanto a me.
"È da un po' di giorni che non vieni. Ero preoccupata. Dove sei stato?" mi chiese.
"Sono stato in altre biblioteche," dissi.
"Anche Yasemin era preoccupata".
"Yasemin? E per chi?"
"Per chi? Per te".
"Mi conosce? Voglio dire, sa che vengo qui?"
"Certo, gliel'ho detto io".
"Quando?"
"La scorsa settimana siamo andate al cinema, giusto? Quella sera le ho parlato di te, le ho raccontato di come mi avevi aiutato a fare i compiti".
"Lo sa da una settimana..."
"Sì".
"E che cosa ha detto?"
"Ha detto che ti conosce, che ti ama".
"Ha detto che mi ama? Sei sicura?"
"Sicura".
"Poi cosa ha detto?"
"Ieri sera ti ha scritto una lettera. Me l'ha messa nella borsa perché te la dessi. Guarda, è qua".
Presi la busta chiusa. La guardai davanti e dietro. Non sapevo che cosa fare, me la rigirai fra le mani un po' di volte. Mentre mi passavano in mente tutte le possibilità, belle e brutte, mi accorsi che Kivanç mi stava guardando con un sorriso canzonatorio. Sorrisi anch'io. Le accarezzai la testa.
"Sei la bambina piú bella della biblioteca," dissi.
"Oggi come compito devo scrivere una poesia. Mi aiuti?"
"Io tra un po' devo andare. Fa niente se oggi fai i compiti da sola?"
"Fa niente".
"Allora vai su e comincia a scrivere".
"Va bene, Kamo".
"Possano le muse sorridere alla tua penna, Kivanç".
"Grazie... ma tutto qua?"
"Come tutto qua?"
"Oggi non ci sono sorprese?"
"Me ne stavo dimenticando. Ti ho preso questo".
"Cioccolato! Grazie Kamo. Adoro le sorprese al cioccolato".
Mentre guardavo Kivanç che saliva le scale ed entrava nella sala di lettura, sentii che la mano che teneva la lettera era sudata. Aprii la busta. Guardai quel foglio pieno su entrambi i lati delle parole di Mahizer, scritte come perle. Parlava di amore, dolore, ferite e memoria. Elencava parole a me familiari creando un turbine in ognuna di esse. Scriveva pentimento, lacrime, rabbia, separazione, lacrime, pentimento, dimenticare, perdonare, destino, morte, solitudine, destino, pentimento, lacrime e ricordare in continuazione, ripetendo gli stessi termini a distanza di qualche riga. Usava vicino per lontano, vita per morte, unione per separazione e viceversa. In un altro tempo e in un altro luogo, avrei capito il significato di quelle parole, ma ora non capivo cosa volesse dire Mahizer. La sua lingua non assomigliava né a quella di mia madre né a quella di mio padre. Rendeva il significato insignificante. Come uno stormo di uccelli che prende il volo in fretta, le sue parole erano tutte mescolate. L'ala di ogni parola si rompeva andando a sbattere nell'ala di quella vicina. Distrusse quello che eravamo nel passato e, con esso, ogni possibilità di aprire una porta nel futuro. Diceva che voleva essere dimenticata. Diceva di sentirsi come rinchiusa in una stanza in questa grande città. "Anche se ti amo," diceva, "il nostro passato è il nostro destino, Kamo, non possiamo fuggire dal nostro passato".
Come ero deluso! Usava la parola amore allo stesso livello delle altre, senza darle un peso maggiore. Gemetti in preda al rimpianto. Oh, vecchio e sconfinato rimpianto. Rileggendo la lettera mi chiesi: "Dopo tutta questa sofferenza, ho un qualche potere sul tempo?" Potevo sconfiggere un destino cieco e sordo? Ero un disgraziato. Ero solo. Gli incubi infestavano il mio sonno. Oh, cuore sconfitto! Oh, vecchio e sconfinato rimpianto! Chi poteva resistere a un tale orrore? Chi poteva resistere alla crudeltà della vita così a lungo? Mahizer mi stava chiedendo il diritto di essere dimenticata quando io avevo bisogno del diritto di non dimenticare. Non riuscivo a togliermi dalla testa il suo volto, neanche per un istante. Altrimenti non sarei stato io. Sarei diventato un essere senz'anima. Sarei diventato un morto rifiutato dalla tomba. Oh, quel vecchio e sconfinato rimpianto che trafiggeva la mia anima con le sue frecce velenose! Se fossi riuscito a liberarmi di Mahizer, tutto ciò che sarebbe rimasto di me sarebbe stato un cadavere. Un cadavere mangiato dai vermi. Mahizer aveva raccolto tutte le poesie che ci eravamo letti e le aveva disseminate in quella lettera. Sembrava una bambina orfana. Si lamentava con disperazione. Diceva di trovarsi in una stanza chiusa a chiave, voleva che aprissi la porta, che la salvassi. "Apri la porta!" diceva. "Apri e lasciami uscire! Tu vai per la tua strada che io vado per la mia!" Lottava. Dava colpi alla porta con le sue piccole mani. "Apri la porta". Diceva che avevo la chiave che poteva salvarla, ma io non sapevo cosa fare. Avevo dimenticato dove mi trovavo. Sentivo da lontano l'abbaiare dei cani che si avvicinava. Riconoscevo gli ululati nel buio, e riuscivo a distinguere quello del cane bianco. Avevo freddo. Mi faceva male il petto. Le voci riecheggiavano nella mia testa. Tum! Tum!
"Apri la porta! Guardia! Apri la porta!"
Controvoglia, mi resi conto lentamente che quella voce proveniente da una qualche profondità, era la voce del vecchio Küheylan.
"Apri la porta! Il mio amico sta morendo! Aiutatemi!"
Tum! Tum!
Aprii a metà il mio occhio sano e guardai nell'oscurità. Vidi Küheylan in piedi che batteva contro la porta della cella. Non riuscivo a chiamarlo. Non riuscivo a muovere neanche un dito. Cercando di respirare, rantolai. Emisi un gemito.
Küheylan si chinò su di me.
"Sei vivo, mio caro Barbiere, sei vivo".
Mi raddrizzò il collo, che era crollato di lato. Presa la pezza da terra, mi inumidì le labbra. Mi asciugò la fronte. Accarezzandomi i capelli, mi parlò cercando di darmi speranza. Disse che un giorno fuori di lì saremmo andati in giro insieme per la città. I bei sogni sono destinati sia ai cuori infranti, sia a quelli che si trovano sulla soglia della morte. Tenendomi la mano, Küheylan vide che ero giunto alla fine. Capì che il tempo che avevo sprecato nella vita in città, lo stavo esaurendo anche qui.
Si sentì il rumore del catenaccio di ferro. La porta della cella si aprì. Davanti alla luce apparve, imponente, la guardia.
"Perché gridate, idioti?"
"Il mio amico sta male. Ha bisogno di aiuto," disse il vecchio Küheylan addolcendo la voce.
"Che muoia. Si salva lui e ci salviamo noi".
"Almeno dategli dell'acqua o un antidolorifico..."
"Tra poco avrai bisogno tu dell'antidolorifico, idiota. Ti vogliono nella stanza degli interrogatori. Dai, alzati!"
Di fianco ai grossi piedi della guardia, vidi l'ombra del cane bianco. Era entrato nel corridoio con passo felpato. Sotto la luce era rimasto immobile come un pezzo di marmo. Aveva il collo possente e le orecchie dritte. Il pelo gli scendeva sulla coda come una calda coperta. I suoi occhi da lupo guardavano taglienti, come in passato.
Ignara del cane bianco, la guardia prese Küheylan per il colletto e lo trascinò fuori. Richiuse la porta con me dentro. Mi lasciò solo con il cane bianco.
Non avevo piú forze. Chiusi gli occhi. Volevo abbandonarmi a un sonno senza fine.
Il cane bianco si avvicinò piano piano, avvertii il suo respiro; per tenermi compagnia, mi si stese accanto. Appoggiò il suo caldo petto al mio. Attorcigliò la lunga coda alle mie gambe. Respiravamo insieme, i nostri petti si abbassavano e si sollevavano contemporaneamente. Aspettò che mi scaldassi. Se ne avessimo avuto il tempo, saremmo rimasti così per ore. Ma non avevamo tempo. Alzò la testa. Si avvicinò ancora di piú. Mi leccò la faccia. Fece scorrere la sua lingua rosa e umida su tutto il corpo, come avrebbe fatto con un cucciolo. Dall'occhio all'orecchio, dal petto al polso, mi curò le ferite a una a una. Alleviò il mio dolore. In questo mondo atroce, quando una persona chiudeva gli occhi, doveva almeno essere in grado di respirare senza dolore. Altrimenti, quale sarebbe stato il senso di vivere... Il cane bianco spostò il suo corpo pesante. Si appoggiò di piú alla mia spalla. Allungando la sua lingua bagnata, mi leccò le paure che si erano accumulate fin dall'infanzia. Mi tranquillizzò. Mi sollevò da ogni peso. Mi sentivo leggero. Mi sentivo come se stessi galleggiando in un'acqua tiepida e calma. Se solo la vita fosse stata gentile come il cane bianco. Se solo la vita mi avesse mostrato un'altra via, quando la mia era perduta.
9 Ciambelle al sesamo. [n.d.t.]