CAPITOLO V
Mente e corpo
1. Poche cose sono antitetiche al sesso come il pensiero. Il sesso è espressione del corpo, è irriflessivo, dionisiaco e immediato, una liberazione dalla schiavitù razionale, una risoluzione estatica del desiderio fisico. Al suo confronto il pensiero appare quasi una malattia, un impulso patologico a mettere ordine, un simbolo della ipocondriaca incapacità della mente ad abbandonarsi al flusso. Riflettere durante l’atto equivaleva per me a trasgredire una legge fondamentale dei rapporti sessuali, macchiarmi della dannata incapacità a preservare almeno questo spazio di disimpegno razionale. C’era, però, un’alternativa?
2. Fu un bacio dolcissimo, tutto ciò che di un bacio si può
sognare. Fu come una leggera pastura, una tenera esitante scorreria
che secerneva l’aroma irripetibile delle nostre pelli; questo prima
che la pressione aumentasse, prima che le nostre labbra si
staccassero per poi ricongiungersi, bocche senza respiro che
esprimevano chiaramente il desiderio, le mie labbra che lasciavano
quelle di Chloe per un momento solo per scorrere sulle guance, le
tempie, le orecchie. Premette di più il suo corpo sul mio, le
nostre gambe si avvilupparono, in preda alle vertigini, crollammo
sul divano, ridendo, aggrappandoci l’uno all’altra.
3. Eppure a interrompere quello stato paradisiaco fu la ragione, o
piuttosto il pensiero - il pensiero di quanto fosse strano starmene
sdraiato nel salotto di Chloe, le mie labbra sopra le sue, le mie
mani sul suo corpo, il suo calore sotto di me. Dopo tutta
l’ambiguità, improvviso era venuto quel bacio, così inaspettato che
la mia mente si rifiutava di cedere al corpo il controllo della
situazione. Era il pensiero del bacio, più del bacio stesso, che
minacciava di assorbire tutta l’attenzione.
4. Non potevo fare a meno di pensare che una donna, il cui corpo, solo poche ore prima, era stato avvolto dal più assoluto segreto (a suggerirlo appena erano il profilo della camicetta e il contorno della gonna), si stava adesso preparando a svelarmi le sue parti più intime, ben prima (a causa dei tempi in cui ci è capitato vivere) di aver svelato le parti più intime della sua anima. Per quanto a lungo avessimo parlato, avvertivo una sproporzione tra la conoscenza diurna e quella notturna di Chloe, tra l’intimità che il contatto con i suoi organi genitali permetteva e la portata ampiamente sconosciuta del resto della sua vita. Tali pensieri, fluendo in associazione con il nostro affanno fisico, sembravano opporsi scortesemente alle leggi del desiderio; introducendo uno sgradevole livello di oggettività, assumevano il ruolo del terzo incomodo nella stanza, qualcuno che vede, osserva, e forse addirittura giudica.
5. «Aspetta», disse Chloe mentre le sbottonavo la camicia, «vado a
chiudere le tende, non voglio dar spettacolo a tutta la strada.
Anzi, perché non andiamo in camera? Avremo più spazio.»
Ci tirammo su dall’angusto divano e attraversando al buio la casa ci dirigemmo nella stanza di Chloe. Campeggiava al centro un grande letto bianco; una montagna di cuscini e fogli, libri e un telefono erano sparpagliati sopra.
«Scusa il disordine», disse Chloe, «il resto della casa è di rappresentanza, è qui che io vivo in realtà.»
C’era un animale in cima a tutti i cuscini.
«Ti presento Guppy, il mio primo amore», disse Chloe, passandomi un elefantino grigio di peluche, la cui faccia non aveva tracce di gelosia.
6. Ci fu uno strano imbarazzo mentre Chloe liberava la superficie
del letto, l’impazienza che i corpi avevano manifestato solo un
minuto prima aveva lasciato campo a un silenzio pesante, che
indicava tutto il nostro disagio per essere così vicini alla
nudità.
7. Per reazione, quando Chloe ed io ci svestimmo a vicenda sopra il
grande letto bianco e, alla luce di una piccola abat-jour, vedemmo
i nostri corpi nudi per la prima volta, cercammo di essere
disinvolti come Adamo ed Eva prima del peccato. Feci scorrere le
mie mani sotto la sottana di Chloe e lei sbottonò i miei pantaloni
con un’aria di spigliata normalità, come se non provassimo alcuna
sorpresa a gettare l’occhio sull’affascinante diversità dei nostri
rispettivi sessi. Eravamo entrati in quella fase in cui la ragione
deve cedere il controllo al corpo, in cui la mente si deve liberare
da ogni pensiero salvo quello della passione, quando non ci
dovrebbe essere spazio per i giudizi, ma solo per il desiderio.
8. A stemperare la nostra impetuosa passione era un’invincibile
goffaggine. Goffaggine che era lì a ricordare a Chloe e a me la
comicità e la stravaganza di finire a letto insieme, io
affannandomi con un certo impaccio a sfilarle le mutandine (le si
erano impigliate intorno alle ginocchia), Chloe con qualche
difficoltà alle prese con i bottoni della mia camicia - eppure
entrambi ci sforzavamo di non commentare, neppure di ridere,
guardandoci con l’aria grave di un desiderio appassionato, come se
non ci fossimo accorti del lato potenzialmente comico di quanto
stava accadendo, seduti seminudi sul bordo del letto, il viso
arrossato come quello di scolari colti in fallo.
9. A ripensarci, la goffaggine a letto appare comica, quasi
farsesca. Eppure sul momento è una piccola tragedia,
un’indesiderata interruzione del dolce e diretto fluire di abbracci
ardenti. Un amplesso appassionato dovrebbe essere, per definizione,
immune da quei piccoli impacci come l’impigliarsi dei braccialetti,
o il sopraggiungere di crampi a una gamba, o il molestare la
partner nel tentativo di portarla al massimo piacere. Doversi
occupare di districare i capelli o le estremità chiama in causa un
imbarazzante apporto razionale, là dove solo il desiderio dovrebbe
risiedere.
10. Se da sempre la mente è bandita, è a causa della sua resistenza
a cedere il controllo a fenomeni che è ben difficile analizzare; il
filosofo in camera da letto è una figura ridicola quanto il
filosofo in un nightclub. In entrambe le situazioni, è il corpo ad
essere predominante e vulnerabile, così che la mente diviene uno
strumento di silenzioso, non richiesto giudizio. La slealtà del
pensiero è nella sua segretezza: «Se c’è qualcosa
che puoi fare a meno di dirmi», chiede l’innamorato,
«cose a cui pensi in solitudine, si può dire che io
sia davvero nel tuo cuore?» È tale risentimento verso
un’inaccessibile superiorità di pensiero che macchia
l’intellettuale, nemico non solo dell’innamorato, ma della nazione,
della causa e della lotta di classe.
11. Nel dualismo tradizionale, il pensatore e l’amante si trovano
agli opposti estremi dello spettro. Il pensatore pensa all’amore, l’amante più semplicemente ama. Non
c’erano in me cattivi pensieri mentre con mani e labbra esploravo
il suo corpo ma, di fronte alle mie considerazioni, Chloe avrebbe
avuto probabilmente una reazione di stizza. Dal momento che il
pensiero implica un giudizio (e che siamo tutti sufficientemente
paranoici da pensare al giudizio in termini negativi) il sospetto è
sempre in agguato in camera da letto, dove la nudità giace indifesa
e vulnerabile. La gamma dei complessi che convergono sulle
dimensioni, i colori, gli odori e il comportamento degli organi
sessuali indica che ogni traccia di un giudizio valutativo deve
essere bandita. Ecco allora che a soffocare i pensieri dell’amante
intervengono i sospiri, espediente che convalida il messaggio
Sono troppo appassionato per pensare. Bacio,
quindi non penso: questa è l’utopia dietro la quale si nasconde
l’atto d’amore; la camera da letto come spazio privilegiato, dove
gli amanti tacitamente concordano di non fare accenni alla loro
meravigliosa, ma imbarazzante nudità.
12. È degli esseri umani una capacità tutta particolare di separare
in due l’azione, nel suo compiersi e nella sua oggettivazione
(ovvero prendere le distanze per osservare se stessi agire); da
tale dicotomia scaturisce l’attività riflessiva. Ma un pudore
patologico consegue dall’assoluta incapacità di amalgamare la
scissione tra il soggetto che vede e l’oggetto che è veduto,
dall’assoluta incapacità di impegnarsi in un’attività e allo stesso
tempo dimenticare di esservi impegnato. È la caratteristica del
personaggio dei cartoni animati, che oltrepassa allegramente il
bordo di una scogliera e non cade fino al momento in cui, presa
coscienza che sotto i suoi piedi non c’è terra, va incontro alla
morte a precipizio. Quanto è più fortunata, rispetto a quella
autocosciente, la persona istintiva, libera com’è dalla tendenza a
separare soggetto/oggetto e da quella persistente sensazione di uno
specchio, o terzo occhio, che non cessa di indagare, giudicare
oppure semplicemente guardare cosa sta facendo (baciare il lobo
dell’orecchio di Chloe) l’io soggettivo.
13. C’è la storia di una timida verginella del diciannovesimo
secolo che il giorno delle nozze viene ammonita dalla madre:
«Stanotte penserai che tuo marito sia matto, ma
domattina lo ritroverai perfettamente in sé». Forse che la
mente non è oltraggiosa, proprio perché simboleggia il rifiuto di
questa necessaria pazzia, mantenendo il sangue freddo mentre gli
altri rimangono senza fiato?
14. In quel momento che Masters e Johnson hanno definito «fase di
plateau», Chloe alzò gli occhi su di me e mi chiese: «A cosa stai
pensando, Socrate?» «A niente», risposi.
«Balle, te lo leggo negli occhi, di che sorridi?»
«Di niente, te l’ho detto, o forse di tutto, mille cose, tu, la serata, come siamo finiti qui, come sia strana e piacevole questa sensazione.»
«Strana?»
«Non so, sì, strana, credo di provare un imbarazzo infantile. »
«Cosa c’è di buffo?»
«Guardati intorno per un secondo.»
«Perché?»
«Girati.»
Da una parte della stanza, in bella posizione sopra un cassettone e inclinato in modo da essere nel campo visivo di Chloe, un grande specchio ci rimandava l’immagine dei nostri due corpi, distesi insieme, avviluppati con le lenzuola. Chloe aveva guardato per tutto il tempo?
«Mi dispiace, avrei dovuto dirtelo, è che non volevo chiedertelo, non la prima notte, avresti potuto esserne infastidito. Ma guarda, raddoppia il piacere.»
15. Chloe mi attrasse a sé, separò le gambe e dolcemente
riprendemmo i nostri dondolii. Guardai da quella parte della stanza
e nello specchio colsi l’immagine di due persone che facevano
l’amore su un letto, in un groviglio di lenzuola e braccia. Ci
volle un attimo perché in quelle figure riflesse riconoscessi Chloe
e me. C’era una discordanza iniziale tra lo specchio e la realtà
delle nostre azioni, tra l’osservatore e l’osservato, ma era una
differenza piacevole, non la distanza paralizzante tra soggetto e
oggetto che l’imbarazzo talvolta sottolinea. Lo specchio rendeva
oggettivo ciò che Chloe ed io stavamo compiendo, e nel processo mi
trasmetteva il brivido di essere allo stesso tempo attore e
spettatore del nostro atto d’amore. La mente collaborava con il
corpo, risvegliata a comporre l’immagine erotica di un uomo (le
gambe della sua partner ora erano attorno alla sua schiena) che fa
l’amore con una donna.
16. La psiche non riesce a prendere le distanze dal corpo, e
ipotizzare una simile eventualità sarebbe ingenuo. Perché pensare
non sempre significa giudicare (o non lasciarsi andare); significa
anche abbandonare la propria sfera, pensare a un
altro, immedesimarsi, porsi dove non c’è il proprio corpo,
diventare il corpo di un altro, avvertire il suo piacere e
rispondere alle sue vibrazioni, raggiungere l’orgasmo con e per
lui/lei. Senza la mente, il corpo può pensare solo a se stesso e al
proprio piacere, non c’è sincronia o ricerca dei percorsi erogeni
dell’altro. Ciò che uno non prova su se stesso, deve immaginarlo
con la mente. È il pensiero che introduce corrispondenza, e guida
le pulsazioni. Dove il corpo è libero di lasciarsi andare, c’è
soltanto pazzia da una parte e una timida vergine terrorizzata
dall’altra.
17. Poteva sembrare che Chloe ed io stessimo soltanto assecondando
il nostro desiderio; era in atto, invece, un complicato processo di
regolazione e adattamento. Poteva sembrare ironico il divario tra i
tentativi tecnici e razionali per raggiungere la simultaneità e lo
slancio fisico espresso nell’orgasmo, ma solo dal punto di vista
moderno, per cui fare l’amore dovrebbe essere una faccenda
esclusivamente fisica - e quindi naturale.
18. Una contraddizione macchia il concetto di naturalità: il mito
della natura, infatti (come la civetta di Minerva in Hegel), si è
formato solo quando questa non esisteva più, incarnando una
nostalgia per il primitivismo e un sublimato dolore per la perduta
energia. In un mondo privo di spontaneità, ma che da questa è
ossessionato, il sessuologo inutilmente invoca l’orgasmo, per
riaffermare il legame dell’umanità a una naturalità ormai
deodorata: è incapace di compiere tale induzione, se non attraverso
una sintassi burocratica e frustrata. Ne La gioia
del sesso, un duraturo documento di fascismo del piacere,
Alex Comfort, in modo puntuale e con una certa vivacità
argomentativa, avvisa il lettore che:
«per la fase preparatoria, così come per l’orgasmo, il metodo migliore è probabilmente il palmo della mano sulla vulva, con il dito medio tra le labbra e la punta che si muove dentro e fuori la vagina, mentre il palmo preme con decisione contro il pube».
19. Il ritmo che Chloe ed io prendemmo fu presto al culmine. Una generosa umidità lubrificò i nostri lombi, i capelli divennero umidi di sudore, ci guardavamo con abbandono, mente e corpo uniti, qui come lo sarebbero stati in quell’altra morte (dove moralisti di diversa natura hanno a lungo cercato il divorzio). Entrammo in uno spazio al di là del tempo ricordato, compresso eppure espanso, caleidoscopico, polimorfo, supremamente mortale, la disintegrazione di ogni legge e sintassi, il corsetto del linguaggio esploso in grida oltre il significato, oltre la politica, oltre il tabù, e dentro il regno del fluido oblio.