CAPITOLO III
Il recondito significato della seduzione
1. Chi è sicuro in amore non si avventura nel campo della seduzione. Da ogni sorriso, da ogni parola possono scaturire infinite possibilità. Per definire gesti e osservazioni che nella vita normale (cioè la vita senza amore) valgono esattamente per quello che sono diventano inadeguati tutti i dizionari. E, almeno per quanto riguarda il seduttore, i dubbi si riducono tutti a una cruciale domanda, affrontata con la trepidazione di un criminale in attesa di giudizio: Mi desidera o no?
2. Non potendo avere Chloe, fu il pensiero di lei a ossessionarmi
nei giorni che seguirono. Non riuscivo a spiegarmi quello
struggimento, la sola interpretazione plausibile sarebbe stata
additare in silenzio l’essere desiderato (ricalcando così le
ragioni di Montaigne per la sua amicizia con La Boétie; perché lei
era lei, e io ero io). Al lavoro ero sotto pressione, dovevo
portare a termine il progetto di un ufficio nei pressi di King’s
Cross, ma la mia testa irresponsabilmente, eppure
irresistibilmente, tornava sempre a lei. C’era un bisogno di girare
intorno a questo oggetto di adorazione, lei irrompeva nella mia
coscienza con l’urgenza di una questione che andava affrontata,
anche se tali pensieri non facevano parte di nessun ordine del
giorno, erano (da un punto di vista oggettivo) disperatamente privi
di interesse, non avendo nessuno sviluppo o significato, erano puro
desiderio. Questo era il tono delle mie divagazioni: «Ah, com’è
bella, come sarebbe bello...»
Altre erano immagini statiche:
- (1) Chloe incorniciata dal finestrino dell’aereo
- (2) I suoi occhi color verde acqua
- (3) I suoi denti che mordicchiano il labbro inferiore
- (4) Il suo accento mentre dice «Che strano»
- (5) L’inclinazione del suo collo mentre sbadiglia
- (6) La fessura fra i suoi denti anteriori
- (7) La sua stretta di mano
3. Se solo la coscienza avesse fatto ricorso alla stessa diligenza per il suo numero di telefono! Invece la sfortunata serie di cifre era completamente evaporata dalla memoria (una memoria che aveva ritenuto più utile il tempo speso a ripassare l’immagine del labbro inferiore di Chloe). Era (071)

4. La prima chiamata non corrispose al mio desiderio: mancato contatto, vero pericolo di ogni seduzione. 609 7187 non era la dimora dell’amata, bensì il numero di un’impresa di pompe funebri dalle parti di Upper Street. La ditta, però, non si qualificò per tale se non al termine di una confusa conversazione, nel corso della quale appresi che anche After Life aveva un’impiegata di nome Chloe, che fu chiamata al telefono e passò minuti penosi nel tentativo di riconoscere il mio nome (finalmente identificandomi con un cliente che aveva richiesto informazioni sulle urne) prima che la confusione dei nomi venisse chiarita da entrambe le parti e io riattaccassi, rosso in volto, fradicio di sudore, più vicino, appunto, alla morte che alla vita.
5. Quando finalmente trovai la mia Chloe, al lavoro, il giorno
seguente, sembrò che anche lei mi avesse relegato al «dopo vita»
(eppure, cosa c’era da relegare all’infuori della mia immaginazione
troppo matura?)
«È una giornata pazzesca qui, oggi. Puoi restare un attimo in linea?» chiese con tono professionale.
Aspettai, offeso. Qualunque familiarità avessi immaginato, tornati al lavoro eravamo estranei, il mio desiderio crudelmente fuor di luogo, una male accetta intrusione nella giornata lavorativa di Chloe.
«Pronto, scusami», disse riprendendo la linea, «proprio non posso parlare ora, stiamo chiudendo un supplemento che va in stampa domani. Posso richiamarti io? Cercherò di raggiungerti, a casa o in ufficio, quando la situazione è più calma, va bene? »
6. Il telefono è un vero e proprio strumento di tortura nelle mani
demoniache dell’amata che non chiama. La regia di una storia è
nelle mani di chi chiama, il destinatario perde il controllo del
racconto; tu vieni dopo, rispondi se sei chiamato. Il telefono mi
intrappolò nel ruolo passivo; nel rituale gioco dello scambio
telefonico divenni il destinatario, femminile, della telefonata
maschile di Chloe. Mi costrinse a essere sempre disponibile a
rispondere, a ogni mio spostamento conferì una teleologia
opprimente. Le superfici in plastica modellata dell’apparecchio, i
suoi tasti così facili all’uso, la sua linea colorata, niente di
ciò faceva presagire la crudeltà che il suo mistero nascondeva, la
mancanza di indizi su quando l’oggetto, e io con esso, saremmo
stati riportati in vita.
7. Avrei preferito una lettera. Quando chiamò, una settimana dopo,
era da troppo che provavo il mio discorso per replicarlo, l’avevo
come esaurito. Fui colto impreparato, mentre andavo avanti e
indietro per il bagno, e nudo mi pulivo le orecchie con un
bastoncino, tenendo un occhio sul getto della vasca. Mi precipitai
al telefono in camera da letto. La voce è solo un abbozzo se non è
impostata, e quindi controllata. La mia arrivò con una tensione,
un’eccitazione e una collera che sulla pagina mi sarebbe stato più
facile eliminare. Ma il telefono non è un wordprocessor, dà a chi
parla una sola chance.
«Che piacere sentirti», dissi come un idiota. «Andiamo a pranzo, o a cena, o dove vuoi tu», la voce che si incrina leggermente al secondo o. Come sarebbe stata risoluta la parola scritta al confronto, lo scrivente avrebbe potuto renderla inattaccabile, forte, grammaticalmente sicura (chi non se la sente di parlare ricorre alla penna). Al posto di un autore, invece, c’era soltanto questo impacciato, perdente, bisognoso, stridulo essere parlante.
8. «Non posso a pranzo questa settimana.»
«Allora a cena?»
«Cena? Fammi vedere (pausa), sto dando un’occhiata alla mia agenda, credo proprio che sia difficile.»
«In confronto a te gli impegni del Primo Ministro non sono niente.»
«Mi dispiace. È un casino qui. Però ti propongo un’altra cosa, sei libero oggi pomeriggio? Se mi vieni a prendere in ufficio potremmo andare alla National Gallery, o al parco o dove vuoi tu.»
9. Domande si affollavano nella mia testa sulla seduzione, domande
relative all’innominabile, recondito significato che ogni parola e
azione potevano avere. A che stava pensando Chloe, durante il
tragitto verso Trafalgar Square da Bedford Street, dov’era il suo
ufficio? Percepivo un’ambiguità intrigante. Da una parte c’era
l’entusiasmo con cui Chloe aveva aderito a passare un pomeriggio al
museo in compagnia di un uomo incontrato in aereo una settimana
prima. Dall’altra, il suo comportamento non lasciava trapelare
niente più di un compiacimento per l’opportunità di un’intelligente
discussione su arte e architettura. Forse era solo amicizia,
l’inclinazione materna di una donna per un uomo, senza alcun
coinvolgimento sessuale. Sospeso tra innocenza e complicità, ogni
gesto di Chloe era carico di esasperanti significati. Si rendeva
conto che la desideravo? E lei mi desiderava? Coglievo nel segno se
intravedevo indizi di seduzione alla fine delle sue frasi o nella
piega del suo sorriso, o altro non era se non la proiezione, sul
volto dell’innocenza, del mio desiderio?
10. Il museo era affollato in quel periodo dell’anno, ci volle un
po’ per lasciare i soprabiti al guardaroba e incamminarci su per le
scale. Cominciammo dai Primitivi italiani, anche se i miei pensieri
(io avevo perso ogni prospettiva, essi non avevano ancora trovato
la loro) non erano lì. Davanti alla Vergine e
Bambino con Santi, Chloe si girò osservando che per
Signorelli aveva sempre avuto una predilezione particolare; per non
essere da meno mi inventai una passione per il Cristo crocifisso di Antonello. Sembrava pensosa,
immersa nelle tele, indifferente al brusio e al movimento nelle
sale. La seguivo arretrato di qualche passo, cercando di
concentrarmi sui dipinti, incapace, invece, di penetrare la terza
dimensione, pronto a vederli solo in relazione a Chloe che li
osservava, l’arte attraverso la vita.
11. A un certo punto, nella seconda e più affollata sala di
Italiani (1500-1600), ci ritrovammo tanto vicini che la mia mano
sfiorò la sua. Non si ritrasse, né lo feci io, così per un attimo
(i nostri occhi incollati sulla tela di fronte) rimasi con la
percezione della pelle di Chloe che mi inondava il corpo, unita
alla sensazione di un piacere illecito, un brivido voyeuristico
perché carpito senza permesso, lo sguardo dell’altro diretto
altrove - per quanto probabilmente non del tutto inconsapevole. La
tela di fronte era del Bronzino, una Allegoria di
Venere e Cupido, con Cupido che bacia la madre Venere mentre
lei furtivamente allontana uno dei suoi strali, bellezza che acceca
amore, che simbolicamente disarma il ragazzo del suo potere.
12. A quel punto Chloe mosse la sua mano, si girò e disse: «Mi
piacciono quelle figurine sullo sfondo, le piccole ninfe, le
divinità adirate e tutto il resto. Capisci a pieno tutti i
riferimenti simbolici?»
«Veramente no, a parte che si tratta di Venere e Cupido.»
«Io non avevo capito neanche quello, uno a zero per te. Mi piacerebbe saperne di più sulla mitologia antica», proseguì, «mi dico spesso che devo leggere di più sull’argomento, poi non trovo mai il tempo. In un certo senso guardo delle cose e non ne capisco il significato.»
Si voltò per osservare ancora il dipinto; la sua mano sfiorava sempre la mia.
13. Il suo gesto avrebbe potuto significare tutto e niente, era uno
spazio vuoto, che si poteva riempire di quasi tutte le intenzioni,
dal desiderio all’innocenza. Era un sottile simbolismo (più sottile
che in Bronzino e meno documentato) che mi avrebbe permesso un
giorno (come il Cupido alla parete) di raggiungerla e baciarla, o
un innocente, involontario spasmo di un muscolo del braccio
indolenzito?
14. Appena si comincia a cercare conferme di attrazione reciproca,
ogni cosa che l’amata dice o fa può essere caricata praticamente di
ogni significato. E più scrutavo segnali da interpretare, più ne
scorgevo. Ogni movimento del corpo di Chloe poteva essere una
potenziale dimostrazione di desiderio - il modo in cui si mise a
posto la gonna (quando raggiungemmo la pittura gotica nordeuropea)
o tossì vicino al Matrimonio di Giovanni
Arnolfini di Van Eyck, o mi passò il catalogo per appoggiare
la testa sulla mano. E quando prestai ascolto attentamente alla sua
conversazione, anche questa si rivelò un campo minato di indizi -
mi sbagliavo a cogliere un po’ di civetteria nel suo dire che era
stanca o nel suo suggerimento di cercare un divano?
15. Ci sedemmo e Chloe allungò le gambe, calze nere che si
assottigliavano elegantemente fino a un paio di mocassini. Era
impossibile inquadrare i suoi gesti in una corretta struttura
lessicale - se a sfiorare, alla stessa maniera, con la sua gamba la
mia, fosse stata una donna in metropolitana, non ci avrei fatto
caso -, era difficile cercare di capire un gesto il cui significato
non era intrinseco, ma poteva essere attribuito solo dal suo
contesto, dal suo lettore (e che lettore prevenuto ero io). Di
fronte a noi era Cupido con Venere di
Cranach. Questa Venere nordica guardava enigmaticamente verso di
noi, indifferente al povero Cupido, punto dalle api cui aveva
cercato di portar via il miele, messaggero d’amore che si scotta le
dita. Simboli.
16. Era il desiderio a trasformarmi in detective, investigatore
implacabile di indizi, di cui certo non avrei tenuto conto se fossi
stato meno tormentato. Era il desiderio a rendermi un romantico
paranoico, che vedeva in ogni cosa
significati. La passione mi aveva trasformato in un
decodificatore di simboli, un interprete del paesaggio (e quindi
potenziale vittima di un penoso errore). Eppure, nonostante la mia
impazienza, tutti quei dubbi si accendevano dell’entusiasmante
fascino dell’enigma. L’ambiguità prometteva contemporaneamente
salvezza e dannazione, ma esigeva per rivelarsi il tempo di una
vita. E più io speravo, più lei, oggetto delle mie speranze,
diventava importante, straordinaria, perfetta, desiderabile. Era
proprio l’attesa ad accrescere il desiderio, un’ansia eccitata che
una gratificazione immediata mai avrebbe procurato. Se Chloe avesse
mostrato apertamente le carte, la partita avrebbe perso ogni
fascino. Nonostante la sofferenza dovetti riconoscere che era un
bene che la situazione non fosse chiarita. Ad attrarci di più,
infatti, non è chi subito ci concede i suoi baci (un attimo dopo
non avremo nei suoi confronti alcuna gratitudine), né colei che
sempre ce li nega (la dimenticheremo immediatamente), ma appunto
chi con discrezione ci tiene in bilico da un estremo all’altro.
17. A Venere venne in mente di bere qualcosa, così lei e Cupido si
diressero alle scale. Al self-service Chloe prese un vassoio e lo
spinse sul nastro trasportatore.
«Vuoi del tè?» mi chiese.
«Sì, ma ci penso io.»
«Non essere sciocco, faccio io.»
«Ti prego, lascia fare a me.»
«Ti ringrazio, ma ottanta pennies non mi manderanno in rovina. »
Sedemmo a un tavolo con la vista su Trafalgar Square giù in basso; le luci del grande albero di Natale conferivano alla scena urbana un’atmosfera incongruamente festiva. Cominciammo a parlare di arte, e di lì passammo agli artisti, dagli artisti a una seconda tazza di tè con dolce, poi passammo alla bellezza, e dalla bellezza arrivammo all’amore, e all’amore ci fermammo.
«Non capisco», chiese Chloe, «tu pensi o no che possa esistere l’autentico ed eterno amore?»
«Quello che sto cercando di dire è che si tratta di una cosa molto soggettiva, che è sciocco pensare che ci sia una cosa oggettivamente verificabile come ’amore autentico’; è ingannevole fare una distinzione tra passione e amore, infatuazione e amore e via dicendo, perché tutto dipende dalla situazione in cui ci si trova.»
«Hai ragione. (Pausa.) Non ti sembra disgustoso questo dolce? Non avremmo dovuto prenderlo.»
«È stata tua l’idea.»
«È vero. Ma (Chloe si passò la mano tra i capelli), tornando alla mia domanda di prima, sai dirmi seriamente se una persona romantica è anacronistica o no? Voglio dire, se tu chiedessi esplicitamente alla maggior parte delle persone come la pensano, senza esitazioni ti risponderebbero che ritengono di sì. Però non è detto che sia così davvero. È una forma di difesa da quello che in realtà desiderano. In un certo senso ci credono, eppure fingono di no finché sono costretti o sollecitati ad ammetterlo. Io credo che la maggior parte della gente si libererebbe di tutto il suo cinismo se potesse, i più non ne hanno l’occasione. »
18. Niente di ciò che andava dicendo riuscivo a prendere alla
lettera, mi aggrappavo invece ai sottintesi delle sue parole,
sicuro che lì si celasse il significato e non nella sua ovvia
collocazione, interpretando anziché ascoltare. Parlavamo d’amore,
la mia Venere mescolando pigramente il suo tè ormai freddo, ma cosa
significava per noi quella conversazione?
Chi era quella «maggior parte della gente» di cui lei parlava? Ero
io l’uomo che avrebbe dissipato il suo
cinismo? Cosa suggeriva, del rapporto tra i due interlocutori,
questa conversazione d’amore? Di nuovo, nessuna traccia. Il
linguaggio era prudentemente generico. Parlavamo dell’amore in
termini astratti, ignorando che l’essenza del problema non era la
natura dell’amore di per sé, ma la scottante
domanda di chi eravamo (e saremmo stati) l’uno per l’altra.
19. O era una suggestione ridicola? E sul tavolo non c’era niente,
se non un dolce alla carota smangiucchiato e due tazze di tè? Forse
Chloe era astratta come desiderava, volendo dire precisamente
quello che stava dicendo, l’esatto contrario della prima regola
dell’amoreggiamento, dove quello che è detto non è
mai quello che si vuole dire? Com’era difficile mantenere la
calma, quando Cupido era un interprete a tal punto prevenuto,
quando era così evidente cosa voleva che fosse vero. Stava
attribuendo a Chloe un’emozione che era solo lui a provare? Era
colpevole del solito vecchio sbaglio per cui il pensiero
Io ti desidero è erroneamente equiparato al
corrispondente pensiero Tu mi desideri?
20. Per definire le nostre posizioni ci aiutavamo riferendoci ad
altri. Chloe aveva un’amica in ufficio che si innamorava sempre di
tipi non adatti, una guida turistica era l’ultimo impostore.
«Voglio dire, perché deve concedere anche solo un minuto del suo tempo a qualcuno che è tremila volte più stupido di lei, che non ha nemmeno la decenza di trattarla bene e che soprattutto, io l’ho messa in guardia, la sta usando solo per il sesso? E non ci sarebbe niente da dire se anche lei volesse da lui solo sesso, ma così non è, e allora a rimetterci è lei.»
«È terribile.»
«Sì, è triste davvero. Quando iniziano una relazione le due parti dovrebbero essere alla pari, pronte a dare tanto quanto ricevono - non uno che cerca l’avventura di una notte e l’altra che desidera amore vero. Io credo che di lì venga tutto il tormento, che ci sia uno squilibrio, quando la gente non è abbastanza sicura di sé e di cosa vuole dalla vita o che altro.»
21. Sperimentalmente tracciavamo piani di orientamento e
definizione. Lo facevamo nei modi più tortuosi, chiedendo l’uno
all’altra: «Che cosa cerca una persona
nell’amore?» - dove l’espressione «una persona» indicava la
rinuncia linguistica al coinvolgimento. Poteva sembrare un gioco,
una schermaglia convenzionale, invece ne emergevano indicazioni
autorevoli e di grande utilità. Quei dubbi, quell’indecisione
(Sì/No?) avevano una certa logica. Pur ammettendo che Chloe un
giorno potesse dire «sì», l’espediente di procedere da A a B
passando da Z offriva dei vantaggi rispetto alla comunicazione
diretta. Riduceva al minimo l’eventualità di provocare la reazione
risentita di un partner riluttante, e tranquillizzava quello ben
disposto, conducendo gradualmente a scoprire il desiderio
reciproco. La minaccia nascosta nelle parole «mi piaci» sfumava nel
sottinteso «ma non tanto da fartelo capire direttamente...»
22. Ci eravamo abbandonati a un gioco che ci consentiva di rinviare
il più a lungo possibile ogni coinvolgimento, una partita la cui
regola fondamentale era la simulazione. Parlavamo un linguaggio che
si serviva di parole convenzionali, ma dava loro significati nuovi,
sfruttando la tensione tra il significato in codice e quello
normale:
Codice «La gente dovrebbe
essere meno cinica in amore.»
= Messaggio «Rinuncia al tuo cinismo per
me.»
Per non esporci troppo, rischiando l’umiliazione di vedere non corrisposto il proprio desiderio, come in guerra facevamo ricorso entrambi al linguaggio cifrato. Se ufficiali nazisti avessero fatto irruzione nella stanza, gli agenti alleati avrebbero potuto facilmente dimostrare che stavano trasmettendo per radio solo alcuni passi di Shakespeare, non dichiarazioni di grande carica emotiva (Io ti desidero): niente, infatti, di ciò che Chloe ed io dicevamo esplicitamente poteva comprometterci. Se i segnali della seduzione sono così lievi da poter essere smentiti (uno sfioramento della mano, o un’occhiata che indugia un po’ troppo) come possiamo essere sicuri che è proprio seduzione ciò di cui stiamo parlando?
23. Eppure è questa l’arma migliore per neutralizzare i rischi
tremendi che si corrono quando due bocche si accingono a quel lungo
e pericoloso viaggio di avvicinamento dell’una verso l’altra,
rischi che si riducono al vero, grande pericolo: uno dei due confessando il suo desiderio può vederlo
respinto.
24. Ormai erano passate le cinque e mezza, l’ufficio di Chloe già
chiuso: le domandai se proprio non poteva liberarsi quella sera per
cenare con me. Sorrise alla mia proposta, gettò un’occhiata fuori
della finestra a un autobus diretto a St Martin-in-the-Fields,
quindi si girò e fissando il portacenere disse «No,
grazie, proprio non posso». Poi, mentre io ero prossimo alla
disperazione, arrossì.
25. Ecco la risposta perfetta ai dubbi cruciali nella seduzione: la timidezza, tanto spesso invocata per giustificare la fragilità del messaggio amoroso. Di fronte all’ambiguità dei segnali che si ricevono dall’amata non c’è spiegazione migliore che attribuire la sua riluttanza alla timidezza: l’amata mi desidera, ma è troppo timida per ammetterlo. Così si palesa la mente allucinata; non c’è, infatti, sempre un indizio di timidezza nel comportamento di ciascuno? Bastano un rossore, un silenzio, una risata nervosa per legittimarne la presenza, e il seduttore, quindi, avrà sempre buon gioco a definire timida la sua vittima. È un metodo infallibile per trasformare l’assenza di un segnale in una presenza, per volgere in positivo qualcosa che è negativo. Lascia intendere addirittura che a tradire la passione è l’atteggiamento timido, più di quello baldanzoso, perché proprio la difficoltà di esprimersi dimostrerebbe tutta la forza del desiderio.
26. «Mio Dio, mi sono dimenticata di una cosa importante», disse
Chloe, offrendo del suo rossore una spiegazione alternativa,
«dovevo chiamare lo stampatore oggi pomeriggio. Accidenti. Non
posso credere di averlo dimenticato. Sto perdendo la testa.»
L’innamorato offrì la sua comprensione.
«Senti, per la cena, bisogna rimandare. Mi piacerebbe, davvero. Ora non è possibile, ma darò un’altra occhiata alla mia agenda e ti richiamerò domani, te lo prometto; forse riusciamo a vederci prima del weekend.»