Il Medioevo. Un’epoca di cambiamenti
Il 25 settembre 1066 le forze norvegesi vennero sconfitte da quelle inglesi nei pressi di Stamford Bridge. Poche settimane dopo, il trionfo di Guglielmo il Conquistatore nella battaglia di Hastings decretò la definitiva ascesa degli uomini del Nord a detentori e amministratori del potere politico, coronando il percorso che era stato aperto da Rollone, eletto duca di Normandia nel 911. L’Epoca Vichinga si concludeva definitivamente e anche per la Scandinavia aveva inizio il Medioevo, un periodo di profondi cambiamenti sociali e culturali, ai quali ancora una volta le rune seppero adeguarsi.
A questo punto della loro storia, anche le popolazioni delle regioni settentrionali più estreme si erano convertite al cristianesimo, abbandonando progressivamente le antiche tradizioni e adottando nuovi modelli di culto e devozione. Il passaggio al cristianesimo contribuì anche ad accrescere il potere centrale e la stabilità politica dal momento che, almeno inizialmente, vi fu un forte legame di dipendenza reciproca tra la Chiesa e lo Stato, tanto che le unità amministrative dell’una e dell’altro erano spesso sovrapponibili. Quando nel 1101 si incontrarono nei pressi di Kungälv, in Svezia, i tre grandi re del tempo, il danese Erik il Buono, lo svedese Inge il Vecchio e il norvegese Magnus Piedi Nudi con lo scopo di definire per la prima volta i confini dei propri regni, il Nord fece simbolicamente il proprio ingresso nel sistema strutturale che già da secoli caratterizzava il resto dell’Europa.
I cambiamenti politici ebbero riflessi sociali fortissimi. Il primo fu l’impatto dell’introduzione del feudalesimo continentale sulla classe dei contadini liberi, che fin dall’Epoca Vichinga deteneva un notevole potere economico e politico, con un differente peso sociale in base alla famiglia di appartenenza e alla posizione ricoperta all’interno di questa. L’estensione delle terre possedute o condotte in locazione era un aspetto fondamentale della società vichinga, al punto che le pietre runiche potevano in alcuni casi esercitare anche la funzione di marcatori di confini tra i poderi, tuttavia la classe dei contadini liberi non si limitava a trattare il solo lavoro agricolo, bensì anche altre attività artigianali di notevole importanza al tempo, come quella del fabbro e del carpentiere. Nell’evoluzione medievale della società, gli appartenenti a questa categoria subirono destini differenti: alcuni fortemente legati a una visione tradizionale scelsero un esilio volontario quando si trovarono di fronte ad un nuovo ordine sociale che li avrebbe resi sudditi di un unico sovrano, altri seppero allearsi al nuovo potere centrale, scalando la gerarchia e fornendo sostegno economico e militare secondo necessità.
La sorte della classe dei contadini liberi si inseriva in un altro cambiamento radicale che si attuò tra il XII e il XIV secolo, ovvero il passaggio da una società rurale a una urbana, caratterizzata dall’aumento dei nuclei abitati di una certa consistenza. In realtà alcune città tradizionalmente legate all’attività commerciale e che si trovavano in posizioni generalmente favorevoli al traffico navale erano sorte molto tempo prima, come Hedeby o Birka, ma in questi secoli la rete urbana crebbe sensibilmente. Un tratto comune delle città medievali erano i tre spazi caratteristici intorno ai quali si sviluppavano le zone abitate: la sede dell’amministrazione, che nella capitale coincideva con il luogo in cui risiedeva il sovrano, la chiesa, addirittura in alcuni casi la cattedrale, e i quartieri commerciali, che solitamente sorgevano nelle immediate vicinanze del porto.
Un forte impulso economico arrivò senza dubbio anche da parte della Lega Anseatica: già molto prima di costituirla formalmente le città tedesche settentrionali avevano concentrato i propri interessi commerciali nel Mare del Nord e nel Baltico, dove le rotte che dalla Russia giungevano alle coste dell’Europa settentrionale e all’Inghilterra erano molto trafficate fin dall’Epoca Vichinga e lungo le quali Gotland e i diversi Paesi scandinavi costituivano essenziali basi di appoggio. La storia dei rapporti tra la Scandinavia e l’Ansa fu fatta di alleanze e contrasti, momenti di pace e di conflitto, ma soprattutto di un’apertura verso l’esterno, che contribuì a imprimere una forte accelerazione al progresso della società.
Non ultimo, tra i profondi cambiamenti che caratterizzarono il Medioevo scandinavo vi fu anche la nascita della tradizione letteraria manoscritta, senza però che questo comportasse l’abbandono della scrittura runica. Il modello alfabetico latino, al contrario, ebbe un forte impatto sul fuþark, stimolandolo a evolvere e trasformarsi in una nuova sequenza, mentre le formule delle iscrizioni si modificarono secondo i nuovi canoni culturali e il nuovo contesto in cui si trovarono a essere impiegate. Le numerose iscrizioni medievali, oltre a rispecchiare la composizione della società del tempo, hanno il pregio di toccare con originalità tutte le sfere dell’esistenza, dall’ambito pubblico del commercio e della politica, a quello privato degli affetti, passando dalla religiosità della più intima devozione, per arrivare alla magia ancora permeata di antiche tradizioni, fino a testimoniare senza il filtro di alcuna censura la più triviale quotidianità dei porti e delle taverne, in ogni caso sempre tratteggiando un vivace affresco della vita quotidiana di quei secoli di cambiamenti e trasformazioni.
L’alfabeto runico medievale
In Epoca Vichinga il fuþark aveva subito una drastica riduzione del numero delle rune di cui era composto, ma la diffusione dell’utilizzo dell’alfabeto latino in fase medievale portò a percepire la necessità di ritornare a una sequenza più ricca di caratteri attraverso la quale restaurare la proporzione tra segni e suoni, come ai tempi del fuþark antico. Una delle tecniche utilizzata fu quella di aggiungere dei punti sulle antiche rune per crearne di nuove, da cui il nome di rune puntate, aumentando il numero complessivo dei caratteri.
Un buon esempio per comprendere il meccanismo alla base di questa evoluzione è la resa delle occlusive labiali, per le quali il fuþark antico prevedeva due segni, anche se in realtà spesso ne veniva utilizzato uno solo. Quello con il valore di occlusiva sorda /p/ fu proprio tra i primi a perdersi nel passaggio al fuþark recente, ma in epoca medievale si sentì la necessità di rispristinare l’originaria doppia corrispondenza grafica e questo avvenne non ripristinando l’antico segno ormai perduto da secoli, bensì con l’aggiunta dei punti sulla runa indicante l’occlusiva sonora /b/:
La presenza o assenza del punto sulla runa costituisce quindi un criterio fondamentale per stabilire la cronologia relativa delle iscrizioni di questo periodo, tuttavia l’assenza dell’innovazione grafica non necessariamente può essere interpretata quale indizio di un’iscrizione più antica. Innovazione e tradizione, infatti, possono esistere in sincronia come dimostrano due iscrizioni di Bergen (N 700 e N 701), entrambe risalenti al XIII secolo, nelle quali lo stesso nome di persona, Gunnar, è reso una volta con la sorda e un’altra con la sonora:
kunnar |
|
[N 701] |
[N 700] |
Va inoltre osservato che nella prima iscrizione le doppie vengono rese da una sequenza di due rune ripetute, proprio secondo un’abitudine che si manifestò per la prima volta in epoca medievale.
La coesistenza di forme antiche e nuove talvolta compare perfino all’interno di una stessa iscrizione, a testimoniare che il restaurato sistema di corrispondenza suono/segno non veniva utilizzato rigorosamente. In sostanza i caratteri che avevano conservato la forma del fuþark a 16 segni mantennero la doppia valenza fonetica definibile dal contesto, mentre i nuovi segni, quelli formatisi aggiungendo il punto sulla lettera, corrispondevano esclusivamente a un solo valore fonetico, ovvero quello per il quale erano stati ideati. A complicare il quadro della situazione si aggiunge il fatto che non sempre nei testi l’assenza o presenza del punto sulla runa può essere considerato un tratto originario, dal momento che molte delle iscrizioni medievali sono su legno, di piccole dimensioni e piuttosto danneggiate, cosa che potrebbe aver contribuito a modificare l’aspetto delle rune nel tempo: i punti in alcuni casi erano forse presenti in origine, ma oggi non sono più visibili.
FIG. 8 – Alfabeto runico medievale.
Un ulteriore accorgimento grafico che consentiva
di attribuire a una runa del fuþark vichingo un nuovo valore
fonetico era allungarne uno dei tratti, come avvenne per esempio
per la runa , /a/, che nella veste
passò a indicare
l’esito metafonizzato della stessa vocale /æ/. Così facendo
l’alfabeto runico medievale finì per superare numericamente perfino
il fuþark antico, comprendendo nella sua versione standard 27
segni, cui se ne aggiunsero alcuni utilizzati esclusivamente nei
territori delle colonie, quali
in Islanda con il valore di /y/ e
in
Groenlandia con il valore di /r/, mentre sull’isola di Gotland si
affermò una variante epigrafica
per /s/.
Fu con questa nuova veste che fino al pieno XV secolo la sequenza runica continuò a essere utilizzata per comunicazioni nella lingua locale, lasciando lingua e scrittura latina ai documenti ufficiali e agli ambienti più raffinati della cultura. Successivamente l’abitudine di scrivere ricorrendo alle rune inziò poco a poco a perdersi, tanto che rischiarono di essere dimenticate fino a quando, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, antiquari ed eruditi iniziarono a volgere a esse la propria attenzione.
Le iscrizioni medievali
La società medievale era nel complesso caratterizzata da un discreto livello di alfabetizzazione. Questo non significa che tutti sapessero leggere e scrivere il latino formale dei documenti legali o delle pratiche religiose, ma più semplicemente che buona parte della popolazione, almeno quella che ne aveva una necessità pratica, avesse una certa familiarità con la scrittura, fosse questa latina o runica: l’ipotesi è che quanti sapessero utilizzare il latino fossero di base in grado di esprimersi anche in vernacolo e con le rune, mentre quanti non conoscevano il latino godessero comunque un buon grado di dimestichezza con il fuþork. In ogni caso, tuttavia, l’uso delle rune e quello dell’alfabeto latino avevano scopi e funzioni differenti universalmente riconosciuti, secondo un presupposto che permise loro di convivere a lungo.
Si ricorreva all’alfabeto latino per quei testi pensati per essere veicolati all’intera comunità, con un determinato grado di ufficialità e una forma codificata da regole precise, come nel caso di raccolte di leggi e opere religiose, narrativa storica o letteraria, mentre le rune servivano per una comunicazione immediata e individuale. Con un forte processo di laicizzazione rispetto alla Fase Antica, scrivere era arrivato a essere quella che oggi viene definita una forma indiretta di comunicazione, ovvero una comunicazione che avviene tra due o più persone che non sono presenti contemporaneamente. Rispetto ai testi in fuþark antico, permeati di mistero e senso del sacro, quelli di Epoca Vichinga, connessi alla volontà di affermare ruolo e status sociale, avevano aggiunto la dimensione del pubblico a quella del privato. Nel Medioevo la sfera dell’utilizzo delle rune tornò all’ambito del privato, più che altro per una questione di praticità connessa a una forma di comunicazione più rapida e immediata rispetto a quella su pergamena. In poche mosse, con l’ausilio di un coltellino e di un pezzetto di legno, si poteva rapidamente tracciare un messaggio, da inviare a un socio in affari, a un amico o a un familiare. È noto che il corpus medievale comprende anche iscrizioni che esulano da questa descrizione, per esempio lapidi tombali e firme di artigiani nelle chiese, pensati certamente per essere visibili a chiunque fosse di passaggio, ma in termini numerici i brevi messaggi su legno, sul modello dei ritrovamenti di Bergen, dovevano essere sicuramente superiori e incarnare a pieno lo spirito dell’epoca.
Le testimonianze dell’utilizzo della scrittura runica in epoca medievale sono connesse al contesto urbano della vita quotidiana e del commercio e in alternativa a quello religioso, con iscrizioni che si trovano nelle chiese o su oggetti collegati alla funzione sacra. Il numero medio di iscrizioni medievali su oggetti mobili in Norvegia, Danimarca e Svezia superava di poco il centinaio per regione, ma l’eccezionale ritrovamento avvenuto nel 1955 a Bergen di circa 600 bastoncini runici in una sola sezione del quartiere di Bryggen lascia intuire quanto materiale sia andato perduto nel tempo e quanto ancora se ne potrebbe ritrovare. La recente pubblicazione del corpus delle iscrizioni della colonia norvegese di Groenlandia – poco meno di 200 testi che si distinguono da quelli della madrepatria per l’appartenenza a un contesto rurale anziché urbano – ha inoltre contribuito a fornire nuovi dettagli al quadro della conoscenza del mondo runico medievale, offrendo al contempo nuove prospettive di ricerca in un settore che è a oggi in continuo divenire.
Il contesto religioso: nuove iscrizioni per una nuova fede
La nuova fede comportò un profondo mutamento nei costumi funerari e segnò anche la fine della pratica di erigere pietre runiche in memoria dei defunti. Ciò nonostante una buona parte delle iscrizioni runiche medievali proviene da contesti religiosi, nella forma di lapidi, di raffinati decori per oggetti dell’arredo sacro o di iscrizioni realizzate sulle pareti e negli angoli più nascosti degli edifici sacri stessi. Il passaggio ai nuovi riti funebri avvenne sicuramente in maniera graduale, ed è difficile determinarne la modalità e le tempistiche, che potrebbero anche essere state differenti da regione a regione. Nel 1909 un fattore di Skadberg, in Norvegia, rinvenne nel proprio deposito di patate una pietra lunga quasi 3 m, incisa con rune su un lato fino ad allora nascosto:
Ǫlhúsmenn reistu stein þenna eptir Skarđa, en þeir drukku erfi hans
I partecipanti al funerale eressero questa pietra in memoria di Skarđi quando essi bevvero alla sua memoria
L’iscrizione non è particolarmente accurata, tra le rune vi è poco spazio e la disposizione non sembra essere stata studiata, quasi come se lo scalpello fosse passato da più mani, forse quelle degli amici, che non si nominano ma parteciparono al rito funebre e sulla scia dell’emozione potrebbero avere inciso le rune in ricordo delle antiche usanze. Ciò che fa sorgere dubbi è da un lato il fatto che questo monumento risale al 1100 circa, quando ormai l’Epoca Vichinga era terminata, e dall’altro quello che la regione dove si trova Skadberg era una delle poche aree norvegesi in cui, contrariamente all’abitudine, la tradizione delle pietre runiche aveva trovato terreno fertile. Si potrebbe quindi ipotizzare una certa resistenza ai nuovi costumi funerari cristiani, che giustificherebbe la realizzazione di questa iscrizione in pieno XII secolo. Non si può neppure escludere che perfino il bere alla memoria del defunto facesse in quel momento ancora parte delle usanze locali e che quindi questo documento sia il riflesso di un preciso rituale e niente abbia a che fare con un impeto di emozioni.
La grande novità apportata dal cristianesimo era l’idea che non ci sarebbe più stata alcuna necessità materiale dopo la morte, pensiero che rendeva superflui e condannabili i ricchi corredi vichinghi e prevedeva che il defunto venisse umilmente restituito alla terra. Tuttavia non era proibito che il luogo della sepoltura venisse marcato dalla presenza di una lapide o di un sarcofago vuoto, con funzione puramente decorativa, e nulla vietava che essi potessero recare incise delle rune, talvolta accanto a testi latini in alfabeto latino. Un esempio perfetto di questa tipologia di iscrizioni è data dal sarcofago di Botkyrka, risalente all’inizio del XII secolo, un piccolo monumento a forma di chiesa con tetto spiovente e accenno di abside su uno dei due lati brevi, collocato nel luogo in cui era stato sepolto Björn, figlio di Sven e Bänkfrid e fratello di S. Botvid, come precisato nelle rune che reca incise. Botvid, il cui culto nel Medioevo era molto diffuso nella regione del Mälaren, proveniva da un’abbiente famiglia di Hammarby e si era convertito al cristianesimo in Inghilterra, dove spesso si recava per affari. Tornato in patria, pur senza prendere i voti, si dedicò a una profonda opera di predicazione, fino a quando venne assassinato proprio da un uomo che egli stesso aveva affrancato e battezzato. Le sue spoglie vennero traslate in una piccola chiesa in legno che il fratello fece costruire in sua memoria e che fu consacrata come Botvidkyrka. Sulla base di questa venne costruita la chiesa in muratura, ancora oggi esistente, nel cui cimitero si trova il sarcofago. L’iscrizione è parte in lingua locale in rune e parte in lingua e scrittura latina. La sezione latina è una classica formula di sepoltura, cui fa eco anche una sezione di quella in rune a conferma che il monumento fu realizzato per Björn, su commissione della madre e di un altro parente, mentre nella formula har likr han ynti steni, qui egli giace sotto la pietra, si riconosce un evidente segno del passaggio dall’Epoca Vichinga a quella medievale, in cui le preoccupazioni espresse nel testo sono tutte incentrate sul defunto e sulla sorte della sua anima e poco spazio viene lasciato alla committenza. La preghiera per l’anima del defunto, che un tempo era solo una delle possibili formule di espansione delle iscrizioni, divenne un elemento standard e si sommò all’usanza di far celebrare delle messe di suffragio, il che comportò la necessità di inserire nel testo l’indicazione della ricorrenza della morte. Talvolta la committenza veniva ancora nominata, per esempio nell’iscrizione di Oslo V:
Steinn þenna lét Ǫgmundar skjalgi leggja yfir Gunnu Guðulfsdóttur, en ártið hennar Lúkasmessu.
Ǫgmundr Skialgi (strabico) fece porre questa pietra sopra Gunna, la figlia di Guđulfr, il giorno dell’anniversario della sua morte [è] il giorno della messa di San Luca.
In altri casi era totalmente omessa e il focus andava interamente sulla data dell’anniversario di morte, come nell’iscrizione della chiesa di Tjora nel Rogaland:
Ártíðadagr Bjarnar Ulfgeirssonar er tveim nóttum fyrir Maríu[messu]. Steinn…
Il giorno della messa di Björn Ulfgeirsson è due giorni prima della messa di Santa Maria. Steinn…
Purtroppo l’esistenza nel Medioevo di ben sette festività di precetto collegate alla Vergine Maria rende oggi difficile immaginare a quale si faccia riferimento in questo testo, ma doveva essere facilmente intuibile per i contemporanei di Björn.
Un’altra abitudine che si diffuse era quella di recitare il Padre Nostro durante il rito funebre, usanza che venne poi addirittura consigliata in una pastorale del vescovo di Nidaros nel XIV secolo, il quale suggeriva a parenti e amici giunti alla funzione di recitare insieme la preghiera nell’attesa del prete. La formula biđiđ Pater Noster fyrir sál, si preghi Pater Noster per l’anima divenne una formula tipica del Medioevo, esattamente come nei secoli precedenti lo era stata l’espressione guþ hialpi, Dio aiuti. Talvolta si possono semplicemente trovare al termine del testo le parole Pater Noster, in latino, rese per mezzo di rune, come per esempio sulla lapide norvegese di Øje, che indica la sepoltura della madre di un religioso:
Hér hvílir Þóra móđir Eiríks prests. Pater Noster.
Qui giace Þora, madre di Eiríkr il prete. Pater Noster.
Al contesto religioso non appartengono solo iscrizioni su lapidi, bensì anche un considerevole numero di oggetti decorati con rune o pseudorune e testi realizzati su elementi architettonici delle chiese. Tra gli oggetti, alcuni degli esempi più raffinati sono i fonti battesimali, già di per sé opere d’arte di notevole livello, spesso decorati con pannelli in bassorilievo raffiguranti scene delle Scritture che possono recare iscrizioni di lunghezza variabile solitamente riportanti la firma dell’artigiano che li aveva realizzati e l’invito all’osservatore a pregare per lui. Qualsiasi oggetto poteva diventare il supporto di un’iscrizione, campane, croci, piatti, perfino elementi semplici come il batacchio della porta di collegamento della chiesa con il portico esterno, come nel caso di Lista, Södermanland, dove sono ben visibili i nomi dell’apostolo Pietro e di San Nicola.
Le prime chiese nordiche vennero costruite in legno o in legno ricoperto da mattoni e zolle, ragione per cui la maggior parte di esse non esiste più, eppure alcune incredibilmente sono molto ben conservate. In Norvegia una trentina di queste costruzioni, note come stavkirker, sono giunte intatte fino a oggi, preziose testimoni del totale stimato di circa milletrecento edifici di questo genere eretti a partire dalla metà del XII secolo fino alla metà del XIV secolo. La struttura è semplice, una navata singola con annesso presbiterio e pilastri di legno che si reggevano su una base nascosta sotto il pavimento e sui quali poggia l’edificio, mentre l’eventuale inserimento di colonne oltre a contribuire a sostenere il tetto poteva creare un gioco di navate laterali. Gli elaboratissimi decori dei portali e alcune teste di drago in corrispondenza dei frontoni di due tra le più belle di queste costruzioni, la chiesa di Borgund e quella di Urnes, lasciano intuire che il modello iconografico si sia ispirato direttamente a quello vichingo. Sicuramente, nella loro forma più semplice, chiese di questo genere furono costruite anche in Svezia e Danimarca, ma in quelle zone si diffuse piuttosto rapidamente l’abitudine di erigere edifici in pietra, di cui sono suggestiva memoria le rovine risalenti all’XI secolo di S. Pietro e S. Olaf a Sigtuna.
L’edificio sacro divenne un contesto comune per le iscrizioni medievali, ma non esiste un repertorio definitivo di questa tipologia di testi, che sono estremamente eterogenei e passano dalla devozione più elevata alla più banale quotidianità, poiché spesso erano semplicemente dei graffiti realizzati in momenti di noia e distrazione durante le funzioni o lasciati da pellegrini di passaggio. Un gruppo piuttosto definito è quello delle firme dei carpentieri che realizzavano gli edifici, come nel caso della chiesa di Ål, nella quale le rune erano dipinte su un pannello posto all’ingresso:
Þórolfr gerði kirkju þessa, en Geirsteinn var félagi ok þeir Gunnarr, Víðarr, Eyvindr, Eiríkr, Gunnarr. Nú hefi ek ristit allra. Alfr var ok.
Þórulf fece questa chiesa e Geirsteinn era suo compagno e Gunnar, Viđar, Eyvindr, Eirikr, Gunnar. Ora ho inciso tutti. C’era anche Alfr.
Nella non lontana chiesa di Torpo la firma sembra essere quella dello stesso Þórulf di Ål e il fatto che il suo nome si trovi in prima posizione nella formula, seguito da quello di nuovi compagni di lavoro, lascia pensare che potesse essere un carpentiere piuttosto abile e noto nella regione:
Þórolfr gerði kirkju þessa. Ásgrímr, Hákon, Erlingr, Páll. Eindriði, Sjaundi, Þórulfr.
Þórir reist.
Ólafr.
Þórulf fece questa chiesa. Ásgrímr, Hákon, Erlingr, Páll, Eindriði, Sjaundi, Þórulfr.
Þórir incise.
Ólafr.
Una differente tipologia si ha quando la formula N.N. fece la chiesa sta a indicare non l’esecutore materiale, bensì il committente in termini economici. In una lastra di marmo appesa sopra all’altare nella chiesa di Tingvoll una lunga iscrizione si conclude con l’espressione:
[…] minnizk sálu minnar í helgum bœnum. En ek hét Gunnarr, ok gerða ek hús þetta. Valete!
[…] ricordate la mia anima in sante preghiere. Mi chiamavo Gunnarr e feci questa casa. Addio!
Chi fece realizzare questo testo era un uomo dotto, che conosceva il latino dimostrando di sapere utilizzare i punti di separazione tra le parole come nei manoscritti, scegliendo di indicare le doppie e inserendo una formula finale di saluto latina. Un uomo tanto istruito doveva sicuramente appartenere a cerchie sociali elevate, di conseguenza non poteva essere un umile artigiano, quando piuttosto il ricco committente di un’opera di carità.
Il problema della datazione delle iscrizioni è spesso un arduo ostacolo da superare. Solo di rado si presentano situazioni fortunate come quella della chiesa di Nesland nel Telemark, distrutta nel XIX secolo, in cui era riportata la data di consacrazione, 3 agosto 1242, espressa in latino e seguita da un’iscrizione in caratteri runici mirata a precisare che l’edificio era dedicato a S. Olaf. Tuttavia anche in assenza di indicazioni così precise vale sempre la regola per cui si può arrivare a una datazione relativa piuttosto soddisfacente grazie ad altri indizi collegati a figure o eventi storicamente documentati.
Un buon esempio è dato dalla pietra di Norra Åsum, a Skåne, rinvenuta nel XVII secolo nel muro perimetrale del cimitero della omonima chiesa, in cui si legge:
Krist Mario sun hialpi þem, ær kirkiu … [g]ærþo / [g]ærþi, Absalon ærkibiskop ok Æsbiorn Muli.
Cristo, figlio di Maria, aiuti quelli che la chiesa … costruirono, Absalon arcivescovo e Ásbjörn Múli.
L’arcivescovo Absalon cui si fa riferimento è probabilmente quell’Absalon nominato sul finire del XII secolo, particolarmente attivo non solo in termini religiosi, ma anche culturali. Se in questo caso il rimando è a una figura storica della gerarchia ecclesiastica, altrove si possono trovare riferimenti alla turbolenta vita politica del periodo, fatta di lotte civili tra fazioni aristocratiche che sostenevano diversi candidati alla corona. Su un’iscrizione molto danneggiata nella chiesa norvegese di Hurum su può ancora leggere:
Þá, um þat sumar [létu] þeir brœðr Erlingr ok Auðun hǫggva til kirkju þessar, er Erlingr ja[rl fe]ll í Niðarósi.
L’estate in cui i fratelli Erlingr e Auðun fecero tagliare (il legno) per questa chiesa, (era la stessa) in cui lo jarl Erlingr cadde a Nidaros.
Sebbene non sia possibile stabilirlo con sicurezza, potrebbe trattarsi dello jarl Erlingr Skakki morto nella battaglia di Kalvskinnet a Nidaros nel 1179 e in tal caso chiesa e rune potrebbero risalire al 1180. Un momento decisamente più drammatico della stessa guerra civile è testimoniato dall’iscrizione della chiesa di Vinje, che divenne teatro diretto di quegli eventi quando un sostenitore di Magnus Erlingsson, il padre di Erlingr Skakki, vi aveva trovato rifugio mentre scappava dagli uomini di Sverrir, che si era proclamato sovrano. L’incisione, nota come Vinje I, riporta questo testo:
Sigurðr Jarlssonr reist rúnar þessar laugardaginn eptir Bótolfsmessu, er hann flýði hingat ok vildi eigi ganga til sættar við Sverri fǫđurbana sinn ok brœðra.
Sigurðr Jarlsson incise queste rune il sabato dopo la messa di S. Bótolfr quando fuggì qui e rifiutò la riconciliazione con Sverrir, uccisore di suo padre e dei suoi fratelli.
L’autore dell’iscrizione doveva essere una persona molto istruita, un aristocratico, perché nello scrivere flýđi aveva omesso la lettera l, aggiungendola successivamente con un segno sopra la parola secondo l’abitudine degli amanuensi. Egli spiega che si riparò nella chiesa il giorno della messa di S. Botulfo, cioè nell’anniversario della sua morte che ricorre il 17 giugno, e sulla base delle coordinate temporali ricostruibili dalle saghe che narrano le gesta di Sverrir alcuni studiosi pensano questi eventi potrebbero aver avuto luogo nel 1194.
Il contesto urbano della Scandinavia medievale
Nel corso del X secolo, in piena Epoca Vichinga, erano già stati fondati più o meno tutti i nuclei di quelli che sarebbero poi divenuti i principali centri urbani della Scandinavia medievale e dai quali proviene la maggior parte delle iscrizioni di quel periodo, ragione per cui l’analisi della stratificazione del terreno effettuata durante le indagini archeologiche in queste città è un supporto fondamentale per arrivare a una datazione delle iscrizioni.
Lungo le coste del Mälaren l’odierna località turistica di Sigtuna fu un vivace e ricco porto commerciale almeno fino alla fine del XIII secolo e gli scavi condotti negli ultimi decenni hanno permesso di individuare tre fasi distinte del suo sviluppo: a partire da una più antica, che va dalla fondazione nel X secolo fino all’anno 1000 circa, passando attraverso un periodo intermedio che si estese fino al 1125, per giungere all’ultimo culminante nella metà del XIII secolo e al quale risale la maggior parte delle iscrizioni di epoca medievale rinvenute nella cittadina, in cui non mancano nemmeno magnifici esempi di pietre runiche di Epoca Vichinga in pieno stile upplandese. I reperti medievali sono poco meno di un centinaio, per lo più frammentari e suddivisi in due gruppi: marchi di proprietà incisi su utensili di uso quotidiano e iscrizioni realizzate su ossa, tanto messaggi di natura pratica e immediata pensati per essere gettati dopo la lettura, quanto iscrizioni magiche che trasformavano il supporto in un amuleto. Si tratta delle tipologie di base delle iscrizioni che sono state rinvenute senza troppe variazioni in tutti i più importanti centri urbani del Medioevo scandinavo, per esempio a Lund. Città danese dall’epoca della sua fondazione verso il 990 e fino al momento in cui Skåne venne ceduta alla Svezia nel XVII secolo, Lund si era trasformata rapidamente in un importante centro cristiano dotato di un arcivescovo e di una cattedrale (terminata sul principio del XII secolo). Le iscrizioni runiche medievali da qui provenienti non si discostano troppo dalla tipologia di documenti rinvenuti nella più piccola Sigtuna, esattamente come si potrebbe dire per altre città della Svezia e della Danimarca.
Il maggiore apporto al corpus medievale in termini quantitativi e qualitativi arriva dalle circa 1300 iscrizioni norvegesi, in particolare in virtù dell’eccezionale scoperta dei testi di Bergen, ma anche grazie al ricco ed eterogeneo contributo fornito da altre città. Da Tønsberg, nel Vestfold, una trentina di testi, come di consueto soprattutto su osso, si rivelano quasi interamente attinenti la sfera religiosa, in maniera simile a quanto si nota nelle iscrizioni di Oslo, tra le quali solo il frammento di un’etichetta di proprietà è ricollegabile alla vita dei mercanti. Nella capitale, inoltre, abbondano esempi di esercizi per l’apprendimento della scrittura e accanto a questi alcuni amuleti diventano un’ulteriore dimostrazione di quanto questo utilizzo delle rune fosse ancora comune nonostante la diffusione del cristianesimo. In epoca medievale, però, il ruolo di capitale spettava a Nidaros, letteralmente foce del fiume Nid, oggi nota come Trondheim e che all’epoca della sua fondazione, secondo la tradizione avvenuta sul finire del X secolo a opera di Olaf I di Norvegia, era stata per un breve tempo chiamata Kaupangen. Da questa città provengono circa un centinaio di iscrizioni, la cui gamma è piuttosto ampia e alle consuete sequenze alfabetiche e relativi esercizi di apprendimento accosta formule magiche e testi religiosi, ma soprattutto un buon numero di marchi di proprietà che rimandano al mondo dei mercanti, come le iscrizioni di Bergen.
Chiesa medievale, decorazioni vichinghe
Lo stile Urnes è uno degli stili dell’arte vichinga, ma prende il nome dalla stavkirke di Urnes, la più antica delle chiese in legno oggi esistenti, situata lungo il Lusterfjord nella Norvegia centrale. Tuttavia i tratti distintivi della decorazione di quel periodo non ebbero origine in questa zona, bensì in Svezia in Uppland, dove venne utilizzato per realizzare le spirali dei serpenti runici. La scelta di attribuire il nome di stile Urnes a queste decorazioni zoomorfe è dovuta al fatto che esse raggiungono ineguagliati livelli di raffinatezza sul portale della omonima chiesa e in alcuni pannelli che ne abbelliscono le pareti laterali esterne, forse provenienti da strutture più antiche che sorgevano nello stesso luogo, come fanno supporre le indagini archeologiche.
La chiesa di Urnes rappresenta quindi un collegamento diretto, un ponte, tra l’architettura dell’Epoca Vichinga e quella cristiana. Nel tempo si sono succeduti vari tentativi di interpretazione delle decorazioni, per lo più raffiguranti un animale serpentiforme che si arrampica. La presenza di un secondo animale, che morde il serpente, è stata considerata la chiave per leggervi una simbolica rappresentazione dell’eterna lotta tra il bene e il male, ma considerando l’antichità della costruzione non si può escludere che l’intento originario di chi realizzò i pannelli possa essere stato quello di raffigurare una scena mitologica connessa al Ragnarǫk.
FIG. 9 – dettaglio della decorazione della chiesa di Urnes (foto dell’autrice).
Bergen: vita quotidiana nel Medioevo
Secondo la tradizione Bergen fu fondata nel 1070 da Olaf Kyrre, in un luogo in cui già intorno al 1020 esisteva un porto mercantile la cui fortuna fu definitivamente decretata verso il 1100 con l’inizio del commercio del baccalà. Prima del finire del XII secolo, Bergen era ormai diventata una città popolosa, con un castello e una cattedrale, conventi e monasteri, e soprattutto era uno scalo cui approdavano navi provenienti da ogni luogo del mondo e in cui tutte le merci, anche le più rare e preziose, si trovavano in abbondanza. Nel corso del XIII secolo i mercanti tedeschi assunsero un ruolo sempre più importante. Nel 1360 la città entrò ufficialmente a far parte della Lega Anseatica e a quella data il quartiere di Bryggen era ormai stato fondato proprio a opera di commercianti provenienti dal Nord della Germania – che lo gestivano in autonomia godendo perfino di alcuni privilegi. Tuttavia il rapporto tra i tedeschi e la città non fu sempre facile, tanto che verso la metà del XVI secolo, mentre proprio da Bergen il Luteranesimo si stava diffondendo nelle altre località del Paese tramite l’influenza degli Anseatici, il re impose agli stranieri l’alternativa tra il prendere la cittadinanza norvegese o essere espulsi.
I magazzini e le case dei mercanti erano in legno e nonostante severe regole vietassero l’uso del fuoco perfino per riscaldare le abitazioni durante i rigidi inverni, in città nel corso dei secoli scoppiarono inevitabilmente degli incendi tra i quali i più devastanti si susseguirono negli anni 1170, 1198, 1248, 1332, 1413, 1476 e 1702, date importanti da ricordare, che consentono di definire una cronologia precisa della stratificazione della città emersa durante gli scavi archeologici. Dopo ogni incendio, infatti, Bergen rinasceva dalle proprie ceneri e ogni volta lo stesso edificio veniva ricostruito sulle stesse fondamenta, tanto che quanto oggi ancora resiste di antico è giunto sostanzialmente invariato rispetto al passato. Dopo oltre due secoli di pace, il 4 luglio 1955 il fuoco tornò a devastare la città, distruggendo irrimediabilmente quasi la metà dell’antico quartiere di Bryggen.
Era impossibile ricostruire nella loro forma originaria gli edifici divorati dalle fiamme, quindi si scelse piuttosto di scavare tra le rovine per investigare il sottosuolo, indagine che fino ad allora non si era mai potuta fare su grande scala proprio per evitare di danneggiare le fragili e antiche strutture architettoniche. I primi reperti individuati provenivano da accumuli di spazzatura che raggiungevano diversi metri di profondità nel terreno e comprendevano resti di ogni sorta, connessi al commercio e alla vita quotidiana. Frammenti di ceramiche e terrecotte, oggetti in pelle e cuoio, perfino parti di navi talmente ben conservate da aver contribuito ad accrescere le conoscenze sulla tecnica di costruzione navale del periodo. Un insieme di circa 300.000 oggetti, inclusi i frammenti, in grande quantità esposti nel Bryggens Museum e che, con il loro silenzio, fanno rivivere la rumorosa quotidianità medievale di questo porto. Già questa sarebbe stata una scoperta preziosa, ma decisamente più sorprendente fu il ritrovamento, negli stessi mucchi di scarti, di centinaia di bastoncini in legno con iscrizioni runiche che sono stati definiti, probabilmente senza esagerare, la più importante scoperta della runologia nel XX secolo.
I primi scavi condotti a Bryggen iniziarono subito dopo l’incendio nell’estate del 1955 e si protrassero fino al 1979. Nella primavera del 1956 uno degli addetti ai lavori notò che su un bastoncino in legno erano incisi dei caratteri che vennero identificati come rune. Nessuno degli archeologi attivi sul luogo fu in grado di interpretarle, di conseguenza il reperto fu inviato a Oslo e sottoposto all’attenzione di Aslak Liestøl, a quei tempi il principale esperto di rune medievali, che non solo riuscì a leggere il testo, ma subito collegò la tipologia di reperto ad altri rari bastoncini simili a quelli che erano stati ritrovati in Norvegia. La speranza era che dagli strati del terreno ne potessero emergere altri, di conseguenza per alzare la soglia di attenzione fu offerto un premio di alcune corone per ogni bastoncino runico ritrovato. Ne derivò una sorta di febbre dell’oro, che portò alla scoperta di circa 600 reperti, inviati di volta in volta a Liestøl, che nella loro totalità costituiscono il più vasto corpus runico medievale rinvenuto in un’unica località. Pensare che siano state trovate in una sezione di un singolo quartiere lascia supporre quanto materiale sia ancora nascosto nelle profondità del terreno.
Bergen non era solo una città di commerci, ma anche di cultura, punto di passaggio di clerici e studenti. Una cinquantina di iscrizioni recano testi in latino, alcune dimostrano la perfetta padronanza della lingua con lo sfoggio di dotte citazioni, in altre sono presenti piccole imperfezioni grammaticali e ve ne sono altre ancora in cui sostanzialmente si ha solo una resa di come il latino venisse pronunciato dalle persone dell’epoca, contribuendo a fornire dati per la comprensione di come i suoni venissero percepiti e articolati. Le restanti iscrizioni, in vernacolo, costituiscono un insieme estremamente vario. In termini di supporto, la maggior parte di esse è su legno, una minore quantità su osso e poche, molto rare, su cuoio o ceramica. I testi, con esclusione delle iscrizioni costituite da poche rune o segni simili a rune, possono essere molto brevi oppure più articolati e riflettono pensieri, necessità, sentimenti, fede e timori degli uomini e delle donne di quel tempo.
Le principali tipologie di iscrizioni, individuate in base al supporto, sono costituite da semplici bastoncini in legno più o meno lunghi utilizzati per incidere brevi messaggi e a loro volta suddivisibili in gruppi in base al contenuto del testo, e dalle etichette di proprietà pensate per esser attaccate ai sacchi delle merci in transito.
Lo stato di conservazione di alcuni bastoncini runici purtroppo è pessimo, sia perché talvolta essi venivano direttamente spezzati e buttati dopo l’uso, esattamente come si straccia una lettera dopo averla letta, sia perché l’essere stati esposti alle intemperie per lunghi periodi ha ulteriormente contribuito a cancellare i deboli tratti dell’incisione sul legno. Le etichette di proprietà, anche queste su legno, erano in sostanza marchi, di varia forma e dimensione, che per mezzo di un cordoncino o di una piccola protuberanza a uncino venivano legati ai sacchi delle merci in partenza dal porto. Proprio perché attaccati ai sacchi, non era necessario indicare di quali merci si trattasse, ma semplicemente a chi appartenessero e la formula tipica è N.N. á mik, N.N. possiede. Vi sono anche altre iscrizioni, connesse all’attività mercantile, più lunghe e che forniscono maggiori informazioni sulla dura vita dei mercanti. Non mancano esempi di una vera e propria corrispondenza commerciale, come le note di pagamento in cui un creditore conferma il saldo del dovuto da parte del debitore, a volte anche con l’intervento di un testimone deducibile da una diversa grafia, che suggellava il tutto con la scritta uihi, probabilmente il latino vidi. Talvolta la corrispondenza commerciale esula dai freddi calcoli economici per entrare in una sfera molto più personale, come nel caso di un testo molto lungo, noto come la lettera N 648 del 1330 circa, scritta da mercante di nome Þórir che, incidendo tutti e quattro i lati del bastoncino per sfruttarne ogni millimetro, si rivolgeva al socio rimasto nel quartiere generale in città, spiegandogli di non avere finanze sufficienti per procurarsi le merci che gli erano state ordinate e di trovarsi in una situazione veramente difficile. I dettagli aggiunti nella lettera rivelano alcuni aspetti della personalità di Þórir, che evidentemente riponeva poca fiducia in un terzo socio con il quale si preoccupava di chiedere che non venisse fatta parola di quanto stava accadendo, mentre si rivelava molto delicato e sensibile nel preoccuparsi di una donna a lui cara, rimasta a casa, che raccomandava al destinatario della lettera promettendo di ripagarlo per qualsiasi cosa avesse dovuto comperare per soddisfarne le necessità. La lettera si chiude con la preghiera di non essere biasimato per questo insuccesso. Complessivamente Þórir utilizzò quasi 300 rune, inserendo varie cancellature, come se avesse pensato attentamente a ogni parola prima di inciderla in maniera definitiva. La formulazione dei paragrafi rivela l’eco di una certa familiarità con il latino, mentre non sono identificabili i criteri secondo i quali sono stati inseriti i segni di divisione tra le parole, che sfuggono a qualsiasi regola sintattica e forse altro non fanno se non cercare di rendere il ritmo con il quale l’autore avrebbe riportato il messaggio se avesse potuto parlare di persona con il socio.
Questa è sicuramente una lettera molto toccante, ma vi sono circa una decina di documenti di questo genere, accanto ai quali poi si collocano un numero elevatissimo di iscrizioni, piuttosto brevi, che ritraggono la vita nelle taverne durante i momenti di svago dal duro lavoro che i mercanti e i marinai si concedevano. Uno svago che pare fosse costituito dal bere, dalle donne e da molto rumore, non di rado anche da risse. Su un frammento di osso, classificato N B190, forse il resto di un pasto appena consumato, un uomo scrisse:
Nú er skæra mikil
un’affermazione che si può rendere con un’espressione del tipo ora che confusione!, come se l’autore si rivolgesse a un interlocutore di cui non riusciva più a sentire la voce nel baccano della taverna. In un tale frastuono poteva essere semplice perdere la cognizione del tempo e dimenticare le mogli che attendevano a casa, donne come Gyđa che, stanca di attendere, una sera incise un messaggio piuttosto inequivocabile incaricando poi qualcuno di recapitarlo al suo uomo:
Gyða segir at þú gakk heim
Guđa dice che devi andare a casa
[N B149]
Alcune rune tracciate sul retro con mano insicura e illeggibili potrebbero essere interpretate come il tentativo da parte del destinatario, ubriaco e dalla mano malferma, di giustificarsi per l’assenza prolungata.
Le donne sono spesso protagoniste dei testi di Bergen, oggetto di attenzioni più o meno delicate, destinatarie di dichiarazioni d’amore o conquiste di cui vantarsi:
Ann ek svá konu manns, at mér þykkir kaldr eldr. En ek em vinr vífs þessa.
Amo la moglie dell’uomo così tanto che il fuoco mi sembra freddo. E io sono l’amante di quella donna.
[N B644]
Ást mín kyss mik
Mia cara baciami
[N B17]
Unn þú mér, ann ek þér.
Gunnhildr! Kyss mik,
kann ek þik.
Amami, ti amo. Gunnhildr! Baciami.
io ti conosco.
[N B118]
Tuttavia se in alcune si ricorreva perfino a eleganti topoi letterari per descrivere un amore impossibile e straziante, altre sono il ricordo di amori forse meno profondi e sulla cui natura non è lasciato spazio al dubbio:
Smiðr sarð Vígdísi
Smiđr fece sesso con Vígdis
[N B39]
La sfera dei sentimenti è forse tra quelle umane la più facilmente ricollegabile al ricorso agli incantesimi, infatti anche in una Bergen cristiana, dove non mancavano formule di preghiera e devozione, ancora si trova l’eco di una magia runica non troppo distante da quella di Skírnir di eddica memoria. Il bastoncino N B257 riporta su tutti i lati una sequenza di formule di non chiara interpretazione che sembrano riprendere il tema dell’io incido rune andando forse a costituire una sorta di repertorio di incantesimi noti al tempo e cui si poteva ricorrere per le più svariate necessità, mentre il fatto che altrove si legga l’espressione baciami amore seguita dalla sequenza runica completa dimostra che ancora era viva l’abitudine di incidere l’alfabeto come una sorta di rituale magico.
Al riparo da una tempesta
Come già in Epoca Vichinga, anche durante il Medioevo le rune vennero adoperate occasionalmente al di fuori dei confini geografici della Scandinavia, e lo testimoniano in particolare alcuni graffiti. Anche in madrepatria si trovano iscrizioni incise da viaggiatori di passaggio vicino a delle rocce che ben si adattavano a riparo per viandanti e cacciatori, ma la caverna preistorica di Maeshowe, nelle Orcadi, offre una delle collezioni più ampie e interessanti di questo genere di testi.
Un tumulo di circa 35 metri di diametro e 7 di altezza ospita al proprio interno una camera nella quale sono stati trovati alcuni frammenti di ossa umane e animali e tracce di un più recente bivacco risalente al Medioevo. Nella Orkneyinga saga si racconta che lo Jarl delle Orcadi durante una tempesta si era riparato insieme ai suoi uomini in un grande tumulo che gli studiosi pensano possa essere proprio quello di Maeshowe. Le mura della piccola camera sono coperte di graffiti in rune, circa una trentina, che per lingua e forma dei caratteri rimandano al pieno XII secolo ed effettivamente sono molto simili ai contemporanei graffiti norvegesi.
Le iscrizioni di Maeshowe vennero realizzate per vincere la noia durante l’attesa. Per lo più sono testi del genere N.N. fu qui o brevi commenti estemporanei su fatti e situazioni, ma un piccolo gruppo all’interno di questi graffiti fu realizzato da degli uomini che si erano messi in marcia per raggiungere la Terra Santa e che si definivano Jórsalamenn, gli uomini di Gerusalemme, oppure Jórsalafari, i viaggiatori verso Gerusalemme. Uno di questi graffiti non solo rivela che alcune donne partecipavano al loro seguito, ma addirittura fu realizzato da una di esse:
Jórsalafarar brutu Orkhaug. Hlíf, matselja jarls, reist
I viaggiatori verso Gerusalemme ripararono in Orkahaugr. Hlíf, la domestica dello Jarl, incise
Il nome utilizzato per descrivere il luogo lo avvicina alla Saga, suffragando la tesi che la località fosse proprio Maeshowe, mentre il riferimento al viaggio verso Gerusalemme potrebbe rimandare a quello che lo Jarl delle Orcadi organizzò verso la metà del XII secolo, ma soprattutto Hlíf è la sola donna ad aver firmato un’iscrizione medievale ed è lei stessa a presentarsi definendosi matselja, la domestica che aveva il compito di gestire il cibo, supervisionando le scorte e le porzioni da distribuire. Un ruolo di grande importanza durante una spedizione tanto impegnativa.
La colonia di Groenlandia
Tra i territori delle colonie, la Groenlandia è la sola a offrire un corpus di iscrizioni sufficientemente ricco da consentire un’analisi efficace e la formulazione di alcune interessanti riflessioni se raffrontato con quello della madrepatria. Il primo ritrovamento di un’iscrizione runica in Groenlandia risale al 1824, quando un locale, tale Pelinut, rinvenne su un isolotto nei dintorni di Upernavik una lastra di circa 11 cm recante alcuni segni runici, che pensò di inviare a Copenhagen, ricevendo come ringraziamento una piccola somma di denaro. I grandi nomi della filologia del tempo furono entusiasti all’idea di poter studiare un documento attestante la lingua della colonia groenlandese, all’epoca un territorio sostanzialmente inesplorato, ma si sapeva ancora troppo poco della scrittura runica medievale, tanto che alla fine nessuno riuscì a giungere a un’interpretazione dei caratteri, che vennero semplicemente classificati come rune cifrate. Da allora sono comparse circa altre 160 iscrizioni, alcune delle quali note già nel XIX secolo, tanto che brevi annotazioni su di esse vennero inserite nella pubblicazione dei risultati delle prime investigazioni archeologiche del territorio nel 1896. Purtroppo però all’epoca archeologia e filologia non interagivano come avviene oggi e soprattutto non era chiaro quanto il contesto di un’iscrizione sia fondamentale per giungere alla sua corretta interpretazione, di conseguenza spesso non vennero forniti neppure gli elementi necessari per attribuire ai reperti una corretta datazione.
L’idea di catalogare in un corpus le iscrizioni groenlandesi iniziò a
manifestarsi poco prima della metà del XX secolo, quando già era
possibile affermare con certezza che una buona parte dei testi
apparteneva alla sfera religiosa e magica della cristianità del
tempo, secondo un tratto comune della società medievale, e che i
coloni erano particolarmente propensi a utilizzare le rune anche a
scopo decorativo per gli oggetti di uso quotidiano. Tuttavia solo
dopo i ritrovamenti avvenuti a Bergen in seguito all’incendio del
1955 la conoscenza delle rune medievali si ampliò e fu finalmente
disponibile una varietà di esempi di iscrizioni della madrepatria
con cui procedere per confronto. Dagli anni ’80 la studiosa che
forse più di altri si è occupata di queste iscrizioni è stata Marie
Stoklund, che pur non avendo posto la propria firma all’edizione
complessiva delle iscrizioni di Groenlandia ha il gran merito di
aver preparato il materiale attraverso una minuziosa opera di analisi e
catalogazione, riportando l’attenzione sul problema della datazione
e realizzando una tabella in cui inserì tutte le rune utilizzate
per le iscrizioni, identificando la runa groenlandese utilizzata
per rendere /r/ e notando una serie di somiglianze con la sequenza
della madrepatria. Stoklund è stata inoltre la prima a formulare
alcune osservazioni su un gruppo abbastanza significativo
all’interno delle iscrizioni groenlandesi, quello costituito dalle
croci in legno e che, sebbene ritrovate in contesti funerari, a suo
parere nascevano con una funzione collegata piuttosto alla
devozione privata, teoria confermata successivamente dal
ritrovamento in contesti rurali nei dintorni di Bergen e nelle zone
abitate delle Faer Øer di reperti simili a questi. Da queste basi
ha mosso i propri passi Lisbeth M. Imer, alla quale si deve la
recente pubblicazione del corpus, da lei
ampliato rispetto ai testi catalogati da Stoklund, che aveva
preferito escludere i reperti che forse potevano presentare solo
pseudorune decorative.
Geograficamente la Groenlandia è un’area estremamente periferica in cui, secondo le antiche fonti, il primo ad approdare fu Erik il Rosso nel tardo X secolo durante la sua condanna all’esilio temporaneo dall’Islanda, trascorso esplorando il mondo a occidente dell’isola. Terminati i tre anni imposti dal bando, riuscì a convincere alcuni compatrioti a seguirlo nella terra che aveva scoperto e da allora fino al XV secolo circa la presenza di coloni scandinavi fu una costante e i contatti della Groenlandia con le regioni limitrofe meridionali – Islanda, Faer Øer, Isole Britanniche e la madrepatria Scandinavia – continuarono a essere piuttosto forti e frequenti, consentendole non solo la sopravvivenza economica, ma anche la possibilità di mantenersi al corrente delle vicende culturali dell’Europa medievale. I manufatti trovati durante il corso degli scavi archeologici condotti nelle principali località di insediamento e i documenti ufficiali di epoca medievale lasciano intuire che i coloni non abbandonarono la madrepatria per separarsi dal suo modello culturale, ma piuttosto per trovare nuove terre al fine di espanderlo, mantenendo lingua e religione e continuando a coltivare anche i rapporti familiari nonostante la distanza.
Gli insediamenti erano costituiti da case lunghe e da fattorie centralizzate, in cui più edifici adibiti a differenti funzioni erano collegati da corridoi che evitavano il passaggio all’aperto. Non si può escludere che le due tipologie possano essere state connesse a differenti livelli di benessere economico, esattamente come indicatori di una maggiore ricchezza sono edifici aggiuntivi, quali per esempio una chiesa o dispense per lo stoccaggio di cibo e merci. La colonia al culmine della sua fortuna potrebbe essere stata costituita da circa 2000 individui, che vivevano di agricoltura, pesca e caccia oltre che del commercio del prezioso avorio di tricheco. Quando tra il XIV e il XV secolo ebbe inizio la piccola era glaciale, piogge e venti aumentarono di intensità e il livello del mare salì rubando terra coltivabile; i coloni si trovarono così costretti a vivere quasi esclusivamente di caccia e pesca. Le peggiorate condizioni climatiche, inoltre, resero molto pericoloso navigare lungo la tratta che collegava la Groenlandia alla Norvegia e i naufragi si fecero sempre più frequenti, fino a quando la madrepatria dimostrò apertamente il proprio disinteresse nel momento in cui non venne inviato un sostituto alla morte dell’ultimo vescovo nel 1378. Nell’arco di poche generazioni la colonia si spense, si salvarono quanti la abbandonarono cercando fortuna altrove, mentre chi scelse di restare morì di stenti.
Il quadro così delineato lascia intuire che si trattasse di una società rurale basata sulla struttura della fattoria di modello scandinavo in contrapposizione con il contesto fortemente urbanizzato della madrepatria. Pertanto le iscrizioni groenlandesi dimostrano che anche in un’area più isolata, lontana dal mondo di vivaci scambi culturali dei centri del potere politico e religioso, era radicato un elevato livello di conoscenza della scrittura runica. Le iscrizioni sono realizzate su pietra, ma anche su materiale organico quale legno e osso che ben si sono conservati in queste regioni, e si suddividono tra quelle collegate al contesto religioso (pietre tombali, croci per devozione privata e alcuni bastoncini runici), oggetti di uso domestico, di cui quasi un terzo connessi alla produzione tessile, e bastoncini runici. Si osserva quindi che in generale le rune venivano aggiunte a oggetti che di per sé già esistevano e avevano una propria funzione. Il loro ritrovamento anche presso le fattorie più modeste fa comprendere che le rune non erano prerogativa delle classi sociali più abbienti e forse più istruite. La tecnica tanto accurata con la quale alcune iscrizioni sono realizzate, inoltre, presuppone abilità e competenze specifiche da collocarsi all’interno di una lunga tradizione.
Secondo lo stesso principio con il quale si era
giunti a una stima del corpus delle
iscrizioni in fuþark antico non conservatesi, anche per le
iscrizioni groenlandesi si può ipotizzare che quanto rimasto
costituisca una minima parte del materiale prodotto durante i
secoli di vita degli insediamenti. Anche i parametri secondo i
quali procedere per giungere a una datazione dei monumenti sono
ancora una volta i medesimi: storici, archeologici e tipologici. Il
dato storico fornisce i termini ante e
post quem – in questo caso in maniera
piuttosto semplice poiché sono determinati dalla vita stessa della
colonia, fondata verso la fine del X secolo e spentasi nel corso
del XV; l’archeologia contribuisce a collocare i reperti
all’interno di questi secoli; l’analisi tipologica, procedendo
attraverso la comparazione dei manufatti, consente di determinare
una cronologia relativa, nonostante questa operazione sia piuttosto
complessa per la maggior parte degli oggetti di uso comune che di
fatto non hanno subito una particolare evoluzione nel corso del
tempo. Ovviamente uno dei presupposti principali per la datazione
delle iscrizioni è l’analisi del tipo di rune utilizzate nei testi,
ma ancora una volta questa operazione non consente di arrivare a
delle date precise, bensì di individuare una maggiore o minore
antichità dei caratteri di alcune iscrizioni rispetto a quelli di
altre. Ciò premesso, in generale le iscrizioni groenlandesi
sembrano essere successive al 1200 e seguire dal punto di vista
formale la tradizione medievale norvegese, con la sola peculiarità
di attribuire a un carattere noto anche nella madrepatria, , un valore
fonetico /o/ rispetto a quello originario /y/.
Non è noto con precisione il momento in cui il cristianesimo è giunto in Groenlandia, ma non è da escludere che alcuni dei primi coloni fossero già convertiti al nuovo credo. Come in Islanda, le chiese erano costruite vicino alle fattorie, di cui in un certo senso facevano parte andando a costituire un bene privato. Secondo l’usanza del tempo al loro esterno si trovava il cimitero, dove i defunti venivano sepolti privi di corredo, fatto salvo il ritrovamento di alcune decine di croci in legno, alcune adornate con iscrizioni runiche, che in vita erano state probabilmente l’espressione di una devozione personale. Nei casi in cui recano iscrizioni, il testo può essere sia in vernacolo sia in latino, non necessariamente in sezioni sempre ben separate, creando talvolta una sorta di commistione linguistica. Spesso vi si legge il nome Maria, certamente segno di devozione alla Vergine e non marchio di proprietà dal momento che pare che tale nome avesse all’epoca una valenza troppo sacra per essere utilizzato nella quotidianità, mentre l’unico santo che viene invocato è l’arcangelo Michele, secondo una tradizione di vichinga memoria. Datare le croci è un’impresa davvero ardua perché l’abitudine di possedere a titolo privato degli oggetti devozionali era molto antica, radicata nella madrepatria dal periodo immediatamente successivo alla conversione. Tuttavia l’usanza di collocare questi oggetti nelle sepolture accanto ai defunti che li avevano posseduti in vita potrebbe essersi forse sviluppata durante il XIII secolo.
Il cimitero intorno alla chiesa di Herjolfsnes, la località più meridionale in cui sono state rinvenute iscrizioni e che sembra abbia ospitato un insediamento connotato da un certo benessere, ha restituito circa una decina di queste croci, ma soprattutto uno dei bastoncini runici più famosi, noto come il bastoncino di Gudveig, che sulla base della tipologia dei caratteri è stato datato all’inizio del XIV secolo. Vi si legge:
þessi kona var lagđ fyrir borđ í Grœnalands hafi, er Gudveig hét
Questa donna, che si chiamava Gudveig, fu gettata fuori bordo nel Mare di Groenlandia
Se il bastoncino fosse stato ritrovato casualmente nel terreno, non sarebbe stato possibile formulare ipotesi precise, ma il fatto che si trovasse all’interno di una bara in legno preservatasi in ottime condizioni e che sembrava non aver mai ospitato un corpo, consente di arrivare ad alcune deduzioni. Al momento dell’apertura della tomba il bastoncino giaceva in un angolo, mentre sul fondo della bara era incisa una croce più o meno all’altezza di dove si sarebbe trovato il busto del defunto. L’oggetto quindi era probabilmente inteso come un sostituto del corpo della donna nella sepoltura e questo coincide perfettamente con il testo che fa comprendere che Gudveig trovò la morte a bordo di una nave e non ebbe un vero e proprio funerale o quanto meno che non fu possibile attendere di sbarcare per seppellirla in terra consacrata. Non è possibile procedere oltre, conoscere le ragioni che la mossero ad affrontare il viaggio, però alcuni elementi dell’iscrizione fanno intuire un’origine norvegese dell’incisore, quindi forse la donna stava tornando in Groenlandia dopo essersi recata nella madrepatria oppure per la prima volta stava raggiungendo l’insediamento e la comunità di cui ancora non faceva parte.
Se questo bastoncino venne realizzato appositamente per l’occasione, è però molto comune trovare iscrizioni incise su oggetti che nella quotidianità avevano già una propria funzione. Come si è detto l’esempio più emblematico è quello delle croci devozionali, ma certamente più numerosi sono i reperti collegati alle funzioni domestiche, in particolare alle varie fasi della realizzazione dei tessili, limitata non al solo ambito dell’abbigliamento, ma anche alla produzione di arazzi, tovaglie, coperte per la casa e per le chiese e a quella di sacchi, tende e vele. La produzione dei tessuti era un’attività che si svolgeva in tutte le fasi dell’anno, che comprendeva la tosatura, la preparazione della lana per la lavorazione e, soprattutto, la tessitura, compito femminile per eccellenza. Parti di telai e di arcolai sono tra gli oggetti più comuni recanti iscrizioni runiche, ma inaspettatamente non avveniva la stessa cosa nella madrepatria, dove tra le centinaia di reperti simili a questi provenienti dalla sola Bergen, nessuno reca incise rune, facendo ipotizzare che potesse trattarsi di un’abitudine diffusa esclusivamente nel contesto rurale. Le iscrizioni si realizzavano quando ancora questi oggetti venivano utilizzati, quindi il loro stato di conservazione dipende da quello del supporto: se questo è rotto, altrettanto frammentario sarà il testo. Spesso sono limitati a poche rune, ma dove i frammenti sono leggibili solitamente sono costituiti da marchi di proprietà o invocazioni o formule di preghiera di natura religiosa, quasi l’eco di una tradizione antichissima che porta a pensare al raschiatoio di Fløksand.
Le rune dopo il XVI secolo
Quasi tutto il mondo scandinavo abbandonò l’utilizzo delle rune durante il 1500, forse anche in virtù di rapporti più stretti con l’Europa continentale che portarono a un’apertura verso il moderno in cui le rune vennero percepite come una tradizione ormai superata. Di fatto solo sull’isola di Gotland, nella regione svedese di Dalarna e nella remota Islanda le rune vennero ancora utilizzate dopo il XVI secolo.
L’Islanda non ha una tradizione runica antica, il reperto più antico potrebbe essere un bastoncino risalente al 1200, ma la datazione è incerta, e non è neanche semplice comprendere se le rune qui utilizzate durante il Medioevo e i secoli seguenti, per lo più per amuleti e formule magiche, siano effettivamente quelle della tradizione oppure una nuova creazione opera di eruditi che quella tradizione conoscevano. Nella regione di Dalarna sono attestate una sola iscrizione di Epoca Vichinga e poche altre medievali, dunque anche in questo caso è complesso comprendere come e quando la sequenza giunse nel territorio e quanto effettivamente venisse utilizzata, tanto che verso la fine del XVI secolo alcune iscrizioni presentano rune modificate con l’inserimento di caratteri che sembrano essere la rielaborazione di quelli latini. Si è ipotizzato che questa modifica possa essere stata un effetto collaterale della Riforma, che tanto aveva evidenziato la necessità di rendere le Scritture accessibili a tutti e quindi un alfabeto legato alla tradizione locale, ma che al contempo rispecchiasse maggiormente quello latino, avrebbe potuto essere uno strumento utile a tal fine. Esso venne adottato da un’intera comunità, che continuò a utilizzarlo fino al XIX secolo, aggiungendo però sempre lettere dell’alfabeto romano, tanto che le ultime attestazioni di rune all’interno di iscrizioni sono costituite solo da sporadici inserimenti in testi altrimenti realizzati interamente per mezzo dell’alfabeto latino.
Diverso è il caso di Gotland, dove al contrario la tradizione runica era attestata fin dalla fase più antica, senza che questo però evitasse il declino del suo utilizzo nel corso del XVI secolo. Tuttavia, forse in virtù della posizione geografica marginale dell’isola, alcune isolate testimonianze di utilizzo delle rune nei primi decenni del 1600 dimostrano l’attaccamento locale alla tradizione antica, che comunque non superò il XVII secolo.
Contemporaneamente nel resto del mondo nordico, dove ormai la tradizione runica si era interrotta, alcuni dotti ed eruditi iniziavano a manifestare un interesse antiquario nei confronti degli antichi caratteri e il fatto che, sia pur in regioni remote e talvolta difficili da raggiungere, qualcuno ancora li utilizzasse e conoscesse può per loro aver costituito una fonte diretta di informazioni cui accedere nella prima fase di esplorazione e investigazione dell’antica scrittura.