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LA NOSTRA CURA SARÀ DI NON ESISTERE MAI PIÙ

Avevo sempre saputo che grazie a Victor avrei visto il mondo.

Non avrei immaginato che accadesse scappando da lui.

Eravamo in una pianura fuori da San Pietroburgo. Era stato un viaggio lungo e freddo. E ce ne aspettavano altri persino peggiori. Ma mentre ammiravamo le cupole a cipolla di quella città lucente e gelata, finalmente provavo qualcosa di simile alla pace.

«È bella» dissi.

«È freddissima» esclamò Mary.

«È entrambe le cose» fece Adam.

Risi e presi Mary a braccetto. Un attimo dopo, cauta, allungai una mano e feci lo stesso con Adam. Lui trasalì al tocco – come sempre – poi però si rilassò. Non alzai lo sguardo per vedere se sorrideva. Stavo cercando di comportarmi come mi andava, o come mi sembrava giusto, e non per suscitare una certa reazione o per raggiungere un certo obiettivo.

«Voi due dovreste andare in città» aggiunse Adam. «Passare qualche notte al calduccio. Io vagherò per la campagna lasciandomi intravedere dalla gente.»

«E se qualcuno tenta di farti del male?» Temevo in continuazione che il suo volto mostruoso ispirasse violenza. «Non è giusto nei tuoi confronti. O stiamo tutti al calduccio o non ci sta nessuno.»

Mi accarezzò la mano. La sua era grande più del doppio, eppure era stranamente delicata. «Sono più rapido e più forte di chiunque voglia aggredirmi. Non mi dispiace starmene qui. Il freddo non mi dà fastidio. E mi piacciono gli spazi aperti. È ancora entusiasmante correre più veloce che posso.» Tacque e sorrise con timidezza. Era un sorriso titubante, come un bocciolo appena nato. Così fragile e incerto. «E mi piace tornare da voi, dopo.»

Ricambiai il sorriso e lo aiutai a far sbocciare il fiore. «Piace anche a me. Ma non parlo il russo. Quindi non sapremmo come muoverci in città e…»

«Io sì.» Mary sorrise, il respiro le formò una nuvoletta davanti al viso. «Almeno abbastanza da ordinare la cena e prenotare una stanza. Mio zio amava San Pietroburgo. Voglio vederla con i miei occhi.»

«Allora è deciso.» Adam mi accarezzò di nuovo la mano e tirò via la sua piano. «Io l’ho già vista.»

«In un’altra vita» ribattei.

«È sufficiente. Ci vediamo qui fra tre giorni.» Se ne andò a lunghi passi senza lasciarmi il tempo di ribattere.

Mary risalì sulla nostra carrozza aperta e afferrò le redini. «Vieni. Voglio stare al caldo per più di qualche ora.»

Partimmo in direzione della città. La carrozza in realtà era una slitta, perciò Mary si fermò alla periferia dove trovò una scuderia per i cavalli. Noleggiammo un calesse per raggiungere il centro. Volevo un alloggio ordinario e anonimo. Mary scelse l’albergo più lussuoso che riuscì a trovare.

Quella sera a cena, con i piatti pieni di minestra e i bicchieri colmi di vino, mi guardò storto. «Siamo in una delle città più belle del mondo. Voglio andare all’opera. Voglio visitare le cattedrali. Voglio godermi questo pasto costoso. E tu ci tieni proprio ad avere quel muso lungo. Adam sta bene. Gli piace la solitudine e tornare da noi, dopo.»

«Non è quello» sbottai. Abbassai lo sguardo sul mio piatto e sul cucchiaio d’argento lì accanto. Lo vedevo sfocato. «Come posso divertirmi mentre Victor è ancora là fuori? Come posso divertirmi quando Justine è morta? William? Tuo zio e Henry… non morti, ma neanche precisamente vivi. Non proprio. Porto con me i loro fantasmi inquieti. Sono stati uccisi per colpa mia. A causa del desiderio malsano di Victor di possedermi per sempre. Come potrò mai sorridere, come potrò mai divertirmi ancora, sapendo cos’è costata la mia vita?»

Mary mi prese le mani tra le sue. Adesso mi vestivo sempre di nero. Quella sera lei indossava un abito rosso scuro che si intonava bene al suo bell’incarnato. Mi sorrise. «Perché conosco mio zio. Vedo tracce di lui in Adam. Nella sua gentilezza. Nella meraviglia che nutre per la natura. Nel suo amore per noi due. Sono sicura che ci sia anche Henry. La tua Justine non c’è più, ma la porti nel cuore. Vorrebbe che quel cuore si affliggesse per lei?»

Scossi la testa. «Mi ha fatto promettere il contrario.»

«Non sto dicendo che tu non debba provare rimorso o tristezza. Ma il tuo passato dovrebbe almeno insegnarti il valore della vita. La gioia pura e preziosa di vivere. Non lasciare che Victor ti rubi pure quella. Ti ha già portato via abbastanza.»

Annuii, liberando una mano per asciugarmi gli occhi. Tenni stretta l’altra di Mary per molto tempo, finché sentii il petto abbastanza leggero da riuscire a respirare. E poi le regalai un sorriso sincero, senza secondi fini, solo per farle capire che le volevo bene ed ero contenta di averla lì con me. Lei lo ricambiò.

Quella notte, accoccolata con Mary in un letto caldo davanti a un fuoco scoppiettante, dormii profondamente. Per la prima volta da mesi non fui turbata dagli incubi.

«Ti ho portato un regalo» dissi. Gli occhi azzurri di Adam si sgranarono per la sorpresa. Sotto le pellicce e le provviste che avevamo comprato c’era una pila di libri. Poesie, teatro, filosofia: tutto ciò che Henry aveva amato, come anche lo zio di Mary. Poi altri volumi su una decina di argomenti, in modo che Adam potesse scoprire cosa amava lui.

«Grazie» rispose in tono solenne, accarezzandoli con le sue dita deformi. Io e Mary lo abbracciammo e lui ci cinse entrambe con le lunghe braccia. «Grazie» sussurrò, e capii che il dono che gli avevamo portato non erano le parole o la conoscenza, bensì la compagnia. Non l’avremmo mai lasciato, e lui altrettanto.

La famiglia che mi aveva quasi distrutta me ne aveva data, senza saperlo, una nuova. Avrei mantenuto le mie promesse con Justine. Avrei accettato qualsiasi strana vita mi fosse toccata, per tutto il tempo che l’avessi avuta. E con la testa di Mary sulla mia spalla e Adam alla guida della carrozza, mi concessi di sorridere, per nessuno.

Per me stessa.

Mary indossò le pellicce e le strinse con una cintura fino a sembrare più una bestia che una ragazza. Risi mentre spingevo via il cassone e controllavo il buco che avevamo scavato nel pavimento. Ruppi il ghiaccio che si era formato lungo i bordi e tirai su la lenza. «Tre pesci!»

Il vento ululava intorno alla nostra piccola baracca, cercando disperatamente un varco tra il fango e il legno che ci riparavano dagli elementi. La neve si era accumulata fino a coprire l’unica finestra, attutendo la luce del sole. Non sapevamo chi avesse costruito quella capanna o a chi appartenesse, ma eravamo lì da due settimane e non avevamo avuto ospiti. E se fosse comparso il proprietario, avremmo pagato volentieri per il tempo che vi avevamo trascorso. Ma non riuscivo a immaginare che qualcuno potesse capitarci per caso. Nevicava in continuazione, tanto che spesso Adam doveva spalarla via dalla porta per consentirci di andare a comprare da mangiare.

La capanna sembrava molto più vuota senza la sua voce pacata e la sua presenza gentile. Stavo sempre meglio quando era in casa. Ma a lui non dispiaceva la solitudine durante i viaggi che compiva per farsi vedere nei villaggi nel raggio di qualche giorno di marcia, e grosso com’era si sentiva a disagio in quello spazio così angusto.

A noi non dava alcun fastidio, e glielo dicevamo chiaramente. L’indomani sarebbe tornato e avremmo discusso le nostre prossime mosse. Mi sarebbe mancata quella baracca, ma era giunto il momento di scegliere la tappa successiva.

«È davvero un genio, sai» disse Mary.

«Chi?» Posai il pesce sul fornello e spinsi la cassa sul buco nel ghiaccio. Al ritorno di Mary dal giro per procurarsi le provviste, avrei cucinato il pesce quella sera per cena. Lei avrebbe portato indietro cibo e notizie, se ne trovava. Fino a quel momento non avevamo saputo nulla di Victor. Nessuno aveva chiesto di noi. E per fortuna non circolavano voci su omicidi seriali a Ginevra o nei dintorni.

Avrei voluto credere di poter andare avanti così all’infinito. Mary aveva iniziato a ipotizzare che Victor fosse morto per le sue ferite, o che la nostra fuga avesse avuto troppo successo. Voleva tornare a San Pietroburgo e comprare una casa isolata per noi tre in cui stabilirci. Forse Victor ci avrebbe scoperti entro un mese, un anno, o mai. Non sapevo cosa sperare. Sapevo solo che, dopo San Pietroburgo, con Mary e Adam, ero… felice.

«Victor. È un genio» rispose Mary, battendosi la mano sulla pelliccia. La scostò per rivelare i diari di Victor. «Ed è anche un arrogante. Stava scrivendo un’autobiografia, omettendo però le parti in cui assassinava gente per sottrarre pezzi di cadavere. Si dipingeva come un eroe. Penso che abbia paura dell’eredità che lascia, teme che qualcuno scopra cos’ha fatto e vuole esercitare il controllo sulle informazioni che lo riguardano. Nel caso ti preoccupassi, tu sei un angelo sceso in terra, innocente, bellissima e profondamente innamorata di lui.»

«Non immaginavo che fosse così bravo a scrivere storie di fantasia.»

«Mmm. Sei anche stata assassinata da Adam durante la vostra prima notte di nozze! Che dramma! Victor è rimasto in manicomio per un po’, tanto era distrutto dal dolore.»

«Quell’insopportabile idiota» sibilai.

Mary rise. «Di certo è bravo a parlare di sé. E tutte quelle descrizioni delle montagne! I panorami maestosi lo affascinano.»

«Dovresti bruciare i suoi diari.»

«Questa è la tua soluzione a tutto, non la mia. Ho studiato il suo lavoro. È pazzo, un assassino, ma la sua mente…» Lasciò la frase in sospeso; aveva in volto qualcosa di simile all’ammirazione. Poi scrollò la testa come per respingere fisicamente quel pensiero. «Se può farti sentire meglio, capisco perché tu avessi un’opinione così alta di lui tanto da essere cieca alla sua vera natura. Ha davvero una mente eccelsa.»

Sospirai. «Non era la sua mente che amavo. Era la stima che provava per me. Era l’unico ad apprezzarmi. Mi faceva sentire speciale, perché amava soltanto me. Avrei dovuto capire che la sua incapacità di amare chiunque altro significava solo che c’era qualcosa di sbagliato in lui.»

«Oh, Elizabeth, dolce, triste ragazza» disse Mary in tono allegro. «Io ti considero speciale. E io amo tante persone. Be’, alcune…» Fece una pausa. «Almeno due. Sì, amo di sicuro due persone. A patto di contare Adam come persona, e lo facciamo.»

Risi e la abbracciai con difficoltà per via delle enormi pellicce. «Sbrigati a tornare.»

Mi baciò sulla guancia e andò a mettersi le sovrascarpe da neve. Mi preparai al peggio quando la vidi aprire la porta. Il vento la fece sbattere verso l’interno e portò in casa la neve e un drastico calo della temperatura. Mary era piegata in due, quasi in orizzontale, per lottare contro il vento e uscire. Riuscii a richiudere la porta, la sprangai con sollievo e misi altra legna nella stufa.

Quel pomeriggio, con la luce morbida e fredda del sole e la stufa calda, presi una decisione: non avremmo più permesso a Victor di determinare la nostra vita. Eravamo fuggiti. Avevamo atteso. Ci saremmo stabiliti in un luogo e avremmo aspettato che lui ci trovasse, oppure saremmo rimasti un mistero per sempre. Non mi importava dove saremmo finiti, purché noi tre restassimo una famigliola.

Mary bussò concitatamente alla porta. Mi svegliai dal sonnellino e corsi ad aprire. La porta si spalancò con ancora più forza del solito, scaraventandomi a terra.

«Chiudila!» gridai, alzando un braccio per riparare gli occhi dalla neve che entrava.

La porta si richiuse e, abbassando il braccio, vidi Victor che incombeva su di me.

«Ciao, moglie mia.»

Gli sferrai un calcio sugli stinchi e gattonai all’indietro verso il tavolo. Victor mi tirò un calcio alle braccia facendomi cadere supina a terra. Avevamo pistole e fucili sotto il letto ma non potevo raggiungerli. Mi rotolai sul pavimento per guardarlo.

Brandiva una rivoltella. Si era preparato prima di venire. I capelli scuri erano nascosti da un cappello di pelliccia coperto di neve. Da quanto tempo stava appostato fuori dalla capanna?

Per tutto quel tempo eravamo convinti di organizzare una trappola per lui. E ora nella trappola c’ero io, da sola.

«Qua fuori c’è una slitta con dei cani. Saremo a miglia di distanza prima che quella donna si accorga che sei sparita. E so che il mostro è a un giorno intero da qui, anche alla sua velocità sovrumana.» Si chinò su di me e mi sorrise, quell’espressione fredda e possessiva che mi ricordava suo padre. «Davvero hai pensato che potesse funzionare?»

Indietreggiai. Lui mi fissò, pronto a scattare. Mi fermai quando urtai la cassa con la schiena. Non c’era via di fuga. Non potevo recuperare le armi senza che lui mi bloccasse. E se opponevo resistenza mi avrebbe sicuramente sedata e avrei perso ogni possibilità di lottare.

«Sarai felice di sapere che finalmente sono pronto» disse. «Non è stato facile, ma non capiresti e non apprezzeresti le difficoltà che ho superato. Il pensiero della tua gratitudine dopo la trasformazione mi ha sostenuto. E mi ha permesso di perdonarti per la mancanza di fiducia in me.»

«Non sarò mai tua» ribattei, inespressiva e senza convinzione.

Si inginocchiò per guardarmi in faccia. Non fingevo più per lui, né lui per me. La sua vera identità era rivelata. Era come osservare un ritratto – piatto, senza vita, senza anima dietro le pennellate. Davvero non l’avevo mai visto, oppure avevo sempre scelto di guardare altrove, come affermava lui?

«Non c’è mai stata un’altra strada per te. Immagina quanto è stato peggio per me. Quanto ho dovuto soffrire. E quanta di quella sofferenza è stata causata direttamente da te!» Il viso fu scosso da uno spasmo e le dita si strinsero intorno alla pistola. Poi sospirò. «Inutile rimuginare. Non serve a niente opporsi. È il tuo destino, Elizabeth Frankenstein. Nessun altro potrà averti: né un uomo, né la morte e neppure Dio.» Si alzò e mi porse la mano.

«Se vengo con te, lascerai liberi Mary e Adam?»

«Chi accidenti è Adam?»

«È…» Mi rifiutavo di definirlo un mostro.

Victor capì. «Ah, Adam. Il nome di un uomo per qualcosa di talmente inferiore. Ma sì. Possono fare quello che vogliono. Non mi servono.»

Sorrise. Era il sorriso che gli avevo insegnato io. E sapevo che me lo stava rivolgendo per non mostrarmi la verità. Certo che non li avrebbe lasciati vivere. Mary aveva cercato di sottrargli ciò che era suo, Adam gli ricordava il suo insuccesso. Avrebbe preso me, poi avrebbe distrutto loro. O, nel caso di Mary, avrebbe usato il suo corpo per qualcosa di inimmaginabile.

Che scelta avevo?

Gli sorrisi, rivolgendogli lo sguardo che lo tranquillizzava sempre e gli permetteva di comportarsi in modo normale. Gli si illuminarono gli occhi. Aveva ancora bisogno di me. Ne avrebbe sempre avuto. E una parte di me reagiva a quell’impulso.

Non avevo i mezzi per ucciderlo. Ma forse, se gli permettevo di portarmi via, potevo farmi venire in mente qualcosa. Sorrisi più dolcemente e lui si chinò a baciarmi. Non riuscii a non ritrarmi disgustata dalle sue labbra.

Quel movimento fece spostare la cassa sul pavimento e per inerzia scivolai all’indietro nel buco del ghiaccio.

Lo shock fu immediato e travolgente. Il panico mi risalì in gola mentre cercavo di orientarmi. Dovevo uscire!

Una mano mi agguantò, annaspando alla cieca nell’acqua gelida. La mano che mi aveva afferrata da bambina, per strapparmi alla povertà. La mano che, guidata dalla sua mente brillante, sapeva svolgere operazioni delicate e sensibili che sfidavano le leggi fondamentali della vita e della morte.

La mano che voleva prendere il mio corpo e farlo suo.

Victor mi avrebbe salvata. E io volevo vivere! Disperatamente. Come avevo sempre voluto. Per un momento presi in considerazione la possibilità.

Ma se fossi sopravvissuta sarei morta comunque, e non avrei mai più esercitato il controllo su me stessa.

Presi la sua mano e tirai con tutta la forza che avevo. Victor, non abituato a incontrare resistenza da parte mia, precipitò nel buco. Agitò le braccia, si girò verso di me nelle profondità blu. Aveva le sopracciglia corrucciate per la sorpresa e la confusione.

Allungai le dita e gliele lisciai, sorridendo. Victor non avrebbe più fatto del male a nessuno. Li avevo salvati e avevo salvato me stessa.

Cercò di tornare in superficie, cercò il buco. Ma non si era tolto le pellicce. Lo zavorravano, lo trascinavano a fondo. Lo abbracciai e affondai con lui finché smise di muoversi. L’acqua intorno a me, di un blu scurissimo, da fredda divenne bollente e poi un pacifico nulla.

Aprii le braccia per lasciar andare Victor. Le sue dita, affondate tra i miei capelli, si liberarono. Precipitò in un gorgo, guardandomi sorpreso, finché l’oscurità lo avvolse. Mi lasciai galleggiare, senza peso e finalmente, finalmente libera.

Dopodiché, sola ma senza paura, chiusi gli occhi.