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PER QUALE VARCO POTRÒ MAI FUGGIRE

Scesi dalla barca. Il viaggio dall’Inghilterra fino alla Scozia era stato agitato e selvaggio come la notte intorno a noi. Il vento mi sferzava il lungo velo nero quasi a impormi di rivelare il mio volto e le mie intenzioni.

Lo rimboccai bene perché non si muovesse.

«Madame? Il vostro baule è qui. Volete che vi chiami una carrozza?» chiese un portantino minuto e gobbo.

«Sì, grazie.» Aspettai composta, con le mani giunte davanti all’abito scuro.

Sentii avvicinarsi una carrozza. Il mio bagaglio venne caricato e io salii nel retro.

«Dove andiamo, Madame?» domandò il portantino mentre richiudeva la portiera.

«Inverness» risposi.

«Così lontano? Non preferite pernottare qui e partire domattina?»

«Non mi piacciono tutte queste domande.» La mia voce era fredda come la tarda primavera scozzese.

L’uomo incassò la mia strigliata, annuì e riferì le mie istruzioni.

Stavo per arrivare. Ed era stato molto più facile del previsto.

Mia adorata Elizabeth,

mi dispiace lasciarti così presto dopo il nostro ricongiungimento. Non l’avrei fatto in nessun’altra circostanza, ma è sorta una complicazione legata al mio passato e sono costretto a risolverla.

Vado in Inghilterra, dove lavorerò. Spero anche di trovare Henry. Nella misura in cui è ancora recuperabile, farò il possibile per riportartelo. Lo odio, lo odierò sempre. Ma forse ho sbagliato a bandirlo dalla nostra vita.

Quando avrò risolto il mio problema, tornerò da te, mi auguro trionfante in ogni cosa. E allora la nostra vita insieme potrà davvero avere inizio, com’era destino che fosse.

Con tutto l’affetto della mia anima,

Victor Frankenstein

«Ragazzino sciocco» mormorai, appoggiando la testa sul duro sedile di legno della carrozza. Tirai fuori il quaderno e rimisi la lettera al suo posto, insieme alle altre che erano arrivate prima della mia partenza. E avevo preso appunti su tutto ciò che sapevo e sospettavo.

Con una combinazione di genio e follia, Victor aveva creato un mostro a partire da porzioni del corpo di esseri morti.

Quel mostro mi aveva seguita fino a casa per vendicarsi.

Aveva ucciso William.

Aveva coinvolto Justine.

Aveva minacciato in qualche modo Victor, tanto da averne provocato la fuga immediata.

Potevo solo ipotizzare di essere stata io l’oggetto della minaccia. Il mostro aveva avuto svariate occasioni di uccidermi o di compiere azioni che avrebbero condotto alla mia rovina. Eppure, benché fossi arrivata faccia a faccia con lui nel bosco, non mi aveva mai toccata. Quindi era dotato di un intelletto superiore. Era capace di fare progetti. Di ordire macchinazioni e tramare vendetta.

Ed era chiaro che voleva ancora qualcosa da Victor. Quale maniera migliore per convincerlo a eseguire le sue volontà se non dimostrarsi capace di distruggere chiunque in qualsiasi momento, e poi minacciare di annientare me, nel caso Victor non avesse acconsentito alle sue orribili richieste?

Nobile Victor!

Stupido Victor.

Era scappato via per allontanare il mostro da me, lì però sarebbe stato di nuovo solo e abbandonato, in balìa non soltanto dei mostri che abitavano la sua mente, ma persino del mostro che gli dava la caccia! Pensava di proteggermi, invece era lui ad aver bisogno di protezione.

La carrozza passò davanti agli sporchi edifici abbarbicati intorno al porto. C’erano delle persone che si muovevano nell’oscurità. Alcune furtivamente, mostrando a tutti che avevano paura. Altre con aggressività, aggirandosi nella notte come predatori. E altre ancora vagavano senza meta, anonime e vulnerabili al buio. Un mostro avrebbe potuto gironzolare tra loro e non l’avrebbero mai saputo. Come io potevo calarmi nei panni di una vedova ed essere all’improvviso libera di vagabondare invisibile nella società.

Ci voleva ben altro, naturalmente. Avevo venduto ogni regalo che mi avevano fatto i Frankenstein, e anche diverse cose che probabilmente non erano mie. Nel momento in cui il giudice avesse capito che stavo architettando qualcosa, sarei già stata lontano. Ma lui non era una mia preoccupazione e nemmeno la sua collera. Victor era l’unica persona rimasta tra quelle che avevo amato. Non avrei permesso al mostro di portarmelo via.

Nel baule avevo soldi, pistole e abiti da vedova. Sapevo che il mostro aveva paura del fuoco, perché era fuggito dalla casa in fiamme. Avrei trovato Victor e insieme avremmo ideato una trappola per dare alle fiamme quella creatura demoniaca.

Rilessi la lettera successiva, anche se ormai le conoscevo tutte a memoria.

Mia adorata Elizabeth,

Londra è una città uggiosa: detesto i suoi palazzi anneriti dal fumo e le sue strade ingombre di rifiuti. Henry è stato qui ma nel frattempo si è trasferito a Glasgow. Probabilmente per vagare nelle Highlands, declamando poesie e piangendo. Ti spiegherei quanto mi sembra inutile tutto ciò, però non dubito che tu, che conosci il mio cuore, sia in grado di prevedere ciò che scriverei. Quindi risparmierò l’inchiostro.

Il problema che devo ancora risolvere mi grava sulla coscienza. Trovo Londra troppo affollata, troppo brulicante di miserabile vita, non riesco a concentrarmi. Seguirò Henry in Scozia e lì, spero, adempirò alle mie responsabilità, nei suoi e nei miei confronti, con conclusioni soddisfacenti.

Con tutto l’affetto della mia anima,

Victor Frankenstein

Ci fermammo soltanto per far bere i cavalli. Il mio burbero cocchiere – in un inglese che capivo a malapena, pur avendo studiato a lungo quella lingua – insisteva a dire che non era abituato a scarrozzare donne in piena notte. Gli promisi un compenso più che generoso, il che migliorò notevolmente il suo umore.

Procedemmo a ritmo sostenuto. Il chiaro di luna illuminava le dolci colline. Mi mancava la sicurezza delle montagne, la definizione e la solidità dell’orizzonte frastagliato.

I colli si succedevano fino a sfumare nell’oscurità o in lontananza. Mi sentivo esposta e vulnerabile. Forse ciò spiegava l’aggressività militare di quella nazione-isola: non riuscivano mai a percepire i confini della loro terra, perciò si spingevano perennemente verso l’esterno.

Avevo perso tanto tempo per prepararmi a inseguire Victor. La parte principale del mio viaggio – lungo fiumi e attraverso un continente, finché avevo trovato una barca per risalire la costa fino alla Scozia – aveva richiesto due settimane. Due settimane di attesa spasmodica, passate a rileggere il mio diario, a ripassare quello che sapevo e quello che sospettavo. Senza mai scrivere ciò che più temevo, per paura che mettendolo nero su bianco si avverasse.

L’ultima lettera che avevo ricevuto – e pregai che non ne fossero arrivate altre dopo la mia partenza – guidava il mio cammino.

Mia adorata Elizabeth,

Ti scrivo per darti brutte notizie. Ho trovato Henry a Inverness. Non l’ho quasi riconosciuto.

Non ci riconcilieremo in questa vita. Gli ho voltato le spalle per sempre. Mi dispiace. Forse avrei potuto sforzarmi di più per il tuo bene. Ho preso in affitto un cottage qui vicino per terminare il mio lavoro.

Fa freddo ed è buio, il vento è eterno e odioso, ma per te sopporterei qualsiasi cosa. Mi sembra che tu sia qui con me, al mio fianco. Soffro molto. Sono tormentato dai fallimenti del passato. Mi sussurrano di notte e riempiono i miei incubi. Non sbaglierò di nuovo. Ti proteggerò sempre.

Con tutto l’affetto della mia anima,

Victor Frankenstein

Arrivai a Inverness poco prima dell’alba, troppo presto per avventurarmi fuori. Mi procurai una comoda stanza svegliando un locandiere arrabbiato e mi sedetti davanti al fuoco: ero felice di essere tra mura di pietra, ma mi pareva di sentire ancora muoversi le carrozze e le barche.

Le fiamme illuminarono le parole di Victor mentre studiavo ancora le tre lettere che mi avevano raggiunta prima della partenza. Avevo già tardato tanto! Pregai di essere nel posto giusto. E pregai che il mio coraggio non vacillasse. Avrei trovato Victor l’indomani, e temevo e speravo – in egual misura – che con lui avrei trovato anche il mostro.