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CHE TUTTO QUESTO BENE FA DERIVARE DAL MALE

«Dovremmo dare una festa per celebrare il ritorno di Victor!» disse Justine, chinandosi su William per aiutarlo. «Bravissimo! Se giri la E dal verso opposto, è perfetto! Sei così intelligente.»

Ernest, che era sdraiato sul divano a leggere un libro sulle vittorie militari svizzere, alzò lo sguardo. Le sue labbra sottili si piegarono verso il basso. «Preferirei di gran lunga una festa per quando deciderà di andarsene di nuovo.»

«Ernest!» esclamò Justine. C’era un tale rimprovero in quell’unica parola che il bambino trasalì e tacque imbarazzato.

«Sono passati due anni.» Tamburellai le dita sulla mensola del caminetto spento. «Non puoi ricordarti di lui!»

Era l’inizio di maggio, tre settimane dopo il nostro ritorno da Ingolstadt. Avevo in tasca una breve lettera di Victor, che sarebbe arrivato entro una settimana. Aveva mantenuto la parola. Forse poi mi sarei sentita meno nervosa.

Mi parve di notare qualcosa muoversi fuori dalla finestra della nursery. Corsi a vedere, ma mi ero sbagliata. Erano solo i resti anneriti e contorti dell’albero distrutto tanto tempo prima dal fulmine. Non capivo perché non l’avessero sradicato. A guardarlo adesso mi sembrava osceno. Era come lasciare un cadavere a mo’ di monumento.

«Secondo te ora sono più alto che lui?» Ernest balzò in piedi e tirò indietro le spalle.

«Di lui» lo corressi. «E no.»

Voltai le spalle alla finestra e alle sue false minacce. In seguito alla visita di Monsieur Clerval avevo l’impressione di essere perennemente osservata. Forse dipendava dalla nuova abitudine del giudice Frankenstein di mangiare con me. O dal fatto che, ogni volta che alzavo gli occhi, lo trovavo lì a fissarmi. Ma avevo anche la sensazione che, se mi fossi girata abbastanza in fretta, avrei visto un volto fuori dalla finestra.

Però non accadeva mai.

«Penso che un giorno diventerai più alto di lui» intervenne Justine. Evidentemente avevo ferito i sentimenti di Ernest con la verità.

«Bene» disse Ernest. «So che sarò più forte. E so combattere. Victor non si è mai preso la briga di imparare.»

«Intendi sfidarlo a duello?» chiesi ridendo. Ma smisi appena notai che Ernest si massaggiava l’avambraccio con la cicatrice. Non avevo idea se si trattasse di un gesto cosciente o meno.

Ernest mi guardò con troppa intensità, come ultimamente suo padre. «Trascorri moltissimo tempo con noi. Prima non lo facevi.»

«Può essere che la lontananza mi abbia insegnato a sentire la vostra mancanza.» Gli feci la linguaccia come se fosse ancora un bambino. «O magari è solo che mi annoio.»

«Devi annoiarti davvero tanto per passare il tempo nella nursery.» Si buttò di nuovo sul divano, abbandonando quella postura rigida. «Non vedo l’ora di andarmene da questa casa. Questa stupida casa senza vicini e senza niente da fare. Attraverserò il lago e non tornerò mai più.»

«Non parlare così» lo rimproverò Justine con delicato rammarico.

Ernest sospirò, si alzò ancora e andò da lei. Poi con un gesto infantile si mise a sedere sulle sue ginocchia. Justine lo abbracciò forte e gli arruffò i capelli. Era piccolo quand’era morta sua madre, ma non tanto da non ricordarla affatto. Mi domandai se preferisse Justine. Io sì, senza dubbio.

«Verrò sempre a trovarti» disse Ernest. «Promesso. E ti scriverò ogni settimana.»

«È il minimo, con tutta la fatica che ho fatto per insegnarti la calligrafia» lo prese in giro lei, ma la vedevo trattenere il panico all’idea che lui se ne andasse via. «Però non partirai troppo presto! L’esercito può aspettare finché non sarai cresciuto. Concedici un po’ di tempo, caro Ernest.»

«Io non diventerò un soldato» annunciò William, proseguendo la fila di E rovesciate sul foglio. Justine era molto permissiva, gli lasciava usare buona carta e buon inchiostro per fare pratica.

«E cosa vuoi essere, allora?» gli chiese Justine, mentre faceva tornare Ernest al suo divano.

«Un drago.»

«È un’aspirazione decisamente concreta» ribattei asciutta. «La tua ambizione ti porterà lontano.»

William mi guardò confuso, battendo le palpebre con le folte ciglia. «Eh?»

«La cugina Elizabeth intende dire che puoi diventare tutto ciò che desideri.» Justine gli spettinò i riccioli. Per lei, il bambino sfoderò il sorriso con le fossette.

Era sbagliato invidiare un bambino di cinque anni? Era il terzogenito: avrebbe avuto i soldi ma senza subire pressioni. Poteva davvero diventare chiunque volesse. Forse poteva persino trasformarsi in una bestia sputafuoco. Gli uomini ricchi facevano sempre il loro comodo, dopotutto.

D’altronde, stando a quanto avevo udito, se Monsieur Clerval avesse avuto ragione nessuno dei Frankenstein avrebbe più avuto soldi.

«Voglio andare a caccia» dissi a Ernest, che mi fissò sorpreso.

«Sul serio?»

«Sì. Vorrei imparare a sparare. E penso che tu sia abbastanza grande per insegnarmi.»

«Anch’io!» esclamò William.

Justine mi fulminò con lo sguardo da un capo all’altro della stanza e scosse la testa con decisione. Prese William per la vita e lo riportò a sedersi.

Invece Ernest proseguì imperterrito, con l’entusiasmo dipinto in volto. «Ci andrò e…»

La cameriera bussò alla porta e si affacciò timidamente con la testa. «Una lettera per voi, signorina.»

Avanzai di un passo, ma lei scosse la testa. «Per Miss Justine.»

Justine non riceveva mai lettere. Pareva perplessa quanto me. Mi chiesi se non fosse di Henry. Avvertii un’altra fitta di gelosia nel cuore, però non ci badai. Avevo voluto per me sia Victor sia Henry. Era inevitabile che perdessi uno dei due. Potevo accontentarmi di sapere che Henry si trovava bene in Inghilterra.

Justine aprì la lettera con un sorriso distratto, continuando a prestare più attenzione alla disastrosa grafia di William. Ma a mano a mano che leggeva impallidì. Levò gli occhi per cercarmi. Accorsi al suo fianco, lei barcollò e svenne tra le mie braccia.

«Che c’è?» urlò Ernest, la voce stridula per la paura.

Accennai con la testa al divano. Ernest mi aiutò a mettere comoda Justine. Poi andai a prendere la lettera che era caduta a terra. La scorsi.

«Oh! Sua madre è morta. La scorsa settimana.»

«Che Dio l’abbia in gloria» disse Ernest in tono triste, e si segnò come aveva visto fare a Justine.

Se Dio ha un briciolo di buonsenso, la condannerà all’inferno per come l’ha trattata, pensai.

Dopo la partenza di Victor per Ingolstadt, con Henry occupato nel lavoro per il padre, Justine era la mia unica amica. Prendeva sul serio il suo ruolo di istitutrice per i bambini, tanto quanto Victor i suoi studi.

L’avevo portata dai Frankenstein per salvarla, ma si era rivelata essere la cosa migliore che potesse capitare ai fratelli minori. La morte di Madame Frankenstein li aveva rattristati; tuttavia in Justine, bella, intelligente, infinitamente amorevole, avevano trovato una madre più brava di quella persa.

Un giorno, non molto tempo dopo la partenza di Victor, la cuoca si ammalò. Poiché nessun altro poteva andare in città per le provviste, mi offrii e insistetti perché Justine venisse con me.

Si torse le mani. «E i bambini?»

«Justine, non sei mai uscita da qui! Ti meriti di sicuro un pomeriggio libero. La cameriera baderà ai bambini, ed Ernest è abbastanza grande per essere il capo per qualche ora. Vero, Ernest?»

Ernest sollevò gli occhi dal suo solitario a scacchi. «Posso farlo per Justine! Devi andare e…» Si interruppe e gli si deformarono i lineamenti per lo sforzo di immaginare un’attività che potesse piacere a una donna. «Devi andare a comprare dei nastri!»

«Tre nastri!» intervenne William. Aveva compiuto da poco tre anni ed era ossessionato da quel numero.

Justine scoppiò a ridere. Baciò Ernest, baciò e abbracciò il piccolo William molto più a lungo di quanto prevedesse un’assenza di poche ore. Poi, finalmente, riuscii a farla uscire di casa e a portarla sull’altra sponda del lago.

Il mio ultimo viaggio a Ginevra mi aveva fruttato Justine. Non speravo di avere altrettanta fortuna, ma era un sollievo poter stare fuori. Victor aveva appena scritto dicendo che si era sistemato a Ingolstadt e mi aveva parlato dei professori e dell’alloggio. Lo vedevo con tanta precisione che mi sembrava di essere lì.

Invece ero ancora qui.

Ginevra offriva almeno qualche distrazione. Justine comprò tre nastri rossi per mostrarli a Ernest come riprova della bontà della sua idea e per contarli insieme a William. Trovò anche dei dolciumi per loro, e io non capivo perché si meritassero ancora tutta quella gentilezza da parte della ragazza che trascorreva intere giornate a essere carina con loro.

Eravamo al centro del mercato, intente a scegliere la verdura, quando un demonio urlante si precipitò addosso a Justine, scaraventandola a terra.

«Mostro!» gridò il demonio, e solo allora mi accorsi che era sua madre. «Li hai ammazzati!»

Justine tentò di divincolarsi dalla donna, che le artigliava il viso e gli abiti. Lasciai cadere tutto ciò che avevo in mano e andai a strattonarla via da Justine.

«Madame! Calmatevi!» gridai.

La madre di Justine, con il mento coperto di saliva, continuò a rivolgerle le accuse più volgari. «Ti sei venduta alle streghe! Il diavolo ti ha reclamata il giorno stesso che sei nata! Lo sapevo! Me lo sentivo! Ho provato in tutti i modi a scacciarlo a suon di botte, ma hai vinto tu! Hai vinto, creatura malvagia! Che tu sia dannata!»

Justine era seduta per terra e piangeva. «Cos’ho fatto?»

«Niente!» risposi.

«Li hai ammazzati!» gridò sua madre. «I miei cari bambini, i miei figlioli amatissimi. Li hai uccisi!» Cercò di nuovo di passarmi davanti per raggiungerla e quasi non riuscii a tenerla a freno. Ormai aveva attirato l’attenzione di tutti e alcuni uomini accorsero per aiutarmi a immobilizzarla. Lei si contorse e si dimenò, però alla fine si accasciò.

«I miei bambini!» continuò a piangere. «Li hai ammazzati. Sono morti ed è colpa tua. Ci hai abbandonati. Te ne sei andata e loro sono morti. Dio si ricorderà, Justine. Dio ricorderà che hai tradito il sangue del tuo sangue e sei diventata la puttana di un ricco per crescere figli altrui. Dio si ricorderà! La tua anima è dannata! L’inferno ti ha condannata fin dal giorno in cui sei venuta alla luce!»

Intervenne un poliziotto che ordinò agli uomini di portare la madre di Justine al municipio, dove avrebbero deciso cosa fare di lei.

«Mi dispiace, mademoiselle» disse a me, chinando il capo. Aiutai Justine a rialzarsi.

«Di che parlava?» Justine tremava e mi si aggrappava.

«Di niente. È pazza.» Volevo riportarla a casa. Non avrei mai dovuto farla venire lì con me. Ora capivo perché non voleva mai allontanarsi dalla nostra casa isolata dall’altra parte del lago.

«Povera donna» commentò il poliziotto. «Tutti e tre i suoi figli hanno contratto la febbre e sono morti la settimana scorsa. Non sappiamo come comportarci con lei.» Chinò nuovamente il capo e seguì gli uomini che stavano trascinando via la madre di Justine.

«Birgitta, Heidi e Marten» bisbigliò Justine. Mi cadde addosso e io la abbracciai. «Non possono essere morti. È impossibile. Quando me ne sono andata stavano bene. Se l’avessi saputo non avrei mai… avrei potuto aiutarli. Potevo restare e dare una mano. Oh, ha ragione lei. Sono la creatura più malvagia ed egoista. Ho preferito la mia comodità alla mia famiglia. Mia madre l’ha sempre saputo, ha sempre visto la verità…»

«No» risposi io. Tirai Justine a me, la strinsi forte e parlai con voce dura e determinata. Non intendevo assecondarla in quel pensiero. L’avrei contraddetta in eterno. «Tua madre è un mostro. Se tu fossi rimasta ti avrebbe ammazzata di botte. Saresti morta insieme ai tuoi fratelli. Non riesco a immaginare un mondo senza di te. Non sei stata cattiva ad andartene. È stata la grazia di Dio a proteggerti affinché tu non ci lasciassi.»

Justine singhiozzò sulla mia spalla. La feci girare verso il lago e insieme tornammo barcollando alla barca che ci aspettava, senza più i bei nastri rossi, abbandonati in strada come rivoli di sangue scarlatto.

La condizione di orfana di Justine mi pesava sulla coscienza, mentre ricordavo il suo passato e pensavo al suo futuro. Allegata alla lettera c’era una nota che spiegava il ritardo nella consegna. La madre aveva specificamente richiesto che Justine non venisse avvertita fin dopo il funerale. Il suo ultimo desiderio era stato far dispetto a Justine e negarle persino la possibilità di piangere la sua morte. E come si poteva voler piangere la morte di una donna simile?

Insistetti perché Justine prendesse due giorni liberi, da trascorrere a letto o a passeggiare in campagna sola con le sue riflessioni. Sapevo che aveva bisogno di spazio per far rimarginare l’ultima ferita inferta da sua madre.

Purtroppo William restava con me. Ernest era grandicello e poteva cavarsela, però era turbato dall’assenza di Justine e quindi mi stava addosso come un moscerino, fastidioso e inutile ma tutto sommato innocuo.

Il primo giorno William esplorò l’intera casa e si infilò in ogni anfratto. Mi supplicò di vedere la mia stanza, dove non era mai potuto entrare, e poi mi chiese se potevo regalargli tutto ciò che luccicava. Era una gazza ladra, quel bambino. Per farlo uscire accettai di prestargli la mia collana d’oro che conteneva un ritratto di sua madre. Non mi era mai piaciuto, di certo non l’avevo chiesto. Era troppo costoso per affidarlo a un bambino di cinque anni, però avrei dato ben di più per avere dieci minuti di pace. Victor sarebbe tornato a casa di lì a pochi giorni, eppure nel frattempo quella certezza non mi era d’aiuto. I bambini potevano sembrarmi interessanti a piccole dosi, ma dover badare a loro era intollerabile. Non riuscivo a immaginare che Victor potesse volerlo fare al posto mio.

Il secondo giorno, non sapendo più come intrattenere William, chiesi a Ernest di accompagnarci a fare una passeggiata. Una passeggiata lunghissima, che idealmente avrebbe stancato William al punto da farlo dormire per il resto della serata. Con mia grande sorpresa, mentre finivamo i preparativi – picnic impacchettato e scarpe allacciate – apparve il giudice Frankenstein.

«È uno splendido pomeriggio» dichiarò serio, come se il suo ruolo gli conferisse l’autorità per giudicare le condizioni meteorologiche. Mi rallegrai che il cielo fosse di suo gradimento.

«Sì. Pensavo di portare fuori i bambini a prendere un po’ d’aria e a fare un po’ di moto mentre Justine riposa.»

«È gentile da parte tua.» Schiuse le labbra e i baffi gli si sollevarono come un sipario rivelando i denti. Poco abituati a essere mostrati, i denti erano macchiati da anni di vino e tè: più vino che tè, sospettavo. «Verrò con voi. Sarà bello uscire insieme. Come una famiglia.» Fece calare quella parola come se battesse il martelletto in aula.

Guardinga ma piuttosto soddisfatta, gli rivolsi il mio miglior sorriso. Un sorriso che, a differenza del suo, avrebbe meritato un applauso. «Sarà splendido.»

Così la passeggiata mi condusse nel bosco con i tre Frankenstein di cui non mi era mai importato nulla. E… non fu orribile. Il giudice Frankenstein restò quasi sempre in silenzio, se non per commentare le qualità di un certo albero, o la maestosità di una certa roccia, o la generale inutilità di un certo fiore.

Ernest, consapevole della presenza del padre, si sforzava di camminare con la massima dignità e maturità possibili. Ma neppure lui resisteva all’incantesimo di quella stupenda giornata primaverile. Ben presto si mise a inseguire William. Li guardai ridendo. Dopotutto i bambini non erano poi tanto male. Vedere una creatura come William che scopriva il mondo mi trasmetteva una felicità profondamente ristoratrice, rigenerante. Era pieno di curiosità e gioia. Non c’era paura né ansia in lui. Io ero mai stata così? Pensavo di no.

Madame Frankenstein sarebbe stata fiera di com’ero riuscita a portare l’equilibrio nella sua famiglia. Ernest e William erano cresciuti al sicuro. Victor aveva superato le sue difficoltà. Avevo persino trovato una ragazza molto più adatta di me nel compito di educare William ed Ernest.

Potevo essere orgogliosa di quella vita. Ne sarei stata orgogliosa. Ero determinata a esserne orgogliosa. Mi lasciai scaldare dal sole e dalle risate. Finalmente mi sarei scaricata di dosso tutte le tensioni e la paura che avevo portato sulle spalle come un mantello.

Trovammo un bel prato nel punto in cui il bosco cedeva il posto alla fattoria dei vicini e preparammo il picnic. Dopo mangiato tirai fuori un libro e il giudice Frankenstein si sdraiò e chiuse gli occhi per un sonnellino. Era una posizione incredibilmente vulnerabile e spontanea per un uomo come lui.

Ed era irritante. Se lui non fosse stato lì avrei potuto fare lo stesso. Ma io non avevo il lusso di potermi rilassare in pubblico. Per fortuna avevo almeno un libro. Scacciai i bambini, chiedendo loro di tornare da noi prima che il sole scendesse troppo nel cielo.

Mentre il pomeriggio si avviava verso la sera, e io mi domandavo come avrei tenuto impegnato William l’indomani, vidi arrivare Ernest. Sudava e aveva il fiatone, e quando guardò la scena del nostro picnic la speranza sul suo viso si mutò in delusione.

«William non è qui?» domandò.

Chiusi il libro e mi alzai, allarmata. Si alzò anche il giudice Frankenstein, che si era svegliato da pochi minuti. «Che vuoi dire? Era con te.»

Ernest scosse la testa. «Stavamo giocando a nascondino. Era il turno di William. Ho contato fino a cinquanta come mi ha chiesto lui. L’ho cercato in lungo e in largo, ma non lo trovo! Speravo fosse venuto qui per seminarmi.»

Sospirai esasperata. Se tardavamo ancora sarebbe calata la notte prima che rincasassimo. Grosse nubi si stavano addensando sull’orizzonte e annunciavano un brutto temporale. Tutta la grazia e la luce di quella giornata erano svanite. Ero stanca e irritata e indolenzita per essere stata seduta a terra troppo a lungo.

«William! Il gioco è finito!» Suonavo troppo arrabbiata: non si sarebbe lasciato convincere. Con Ernest e il giudice Frankenstein al mio fianco, cambiammo tattica e ci dividemmo per cercare tra gli alberi.

«William! William! Ho le tasche piene di caramelle per la prima persona che mi trova!»

Ernest adottò un trucco analogo. Il giudice Frankenstein invece si limitò a urlare il nome del bambino; suppongo fosse il massimo che si poteva chiedere a un uomo che non si era mai occupato dei suoi figli.

Ernest tornò indietro a controllare di nuovo la zona dove avevamo fatto il picnic, mentre io e il giudice Frankenstein descrivevamo cerchi più ampi intorno al punto in cui William era stato visto l’ultima volta. Mi si arrochì la voce e decisi che William avrebbe dovuto restare seduto in castigo nella stanza dei giochi per tutto il giorno seguente.

Il sole era sull’orizzonte, le nubi cariche di pioggia stavano rapidamente coprendo il cielo, quando alle mie spalle si levò un ululato di terrore.

Corsi in quella direzione, facendomi largo tra i rami bassi. Appena sbucai nel prato del nostro picnic, vidi Ernest in ginocchio a testa china. Davanti a lui, sdraiato sulla coperta, c’era il piccolo William, profondamente addormentato.

Non sapevo come fosse riuscito ad arrivare lì senza che lo vedessimo, e a addormentarsi, ma…

Perché Ernest aveva emesso quel suono?

Perché non ci aveva chiamati?

Perché William giaceva così immobile?

Barcollai verso di lui. «Sta dormendo» bisbigliai a me stessa, a mo’ di formula magica. «Sta dormendo.»

Lividi scuri come un collare intorno alla gola, un’espressione serena in volto.

Crollai in ginocchio accanto a Ernest. Lui mi si buttò addosso, dalla sua gola proruppero singhiozzi animali. Non riuscivo a piangere, a muovermi, a fare altro che fissare il piccolo William. Dormiva… e non si sarebbe risvegliato.