15
L’AMORE O L’ODIO ESSENDO ORMAI PER ME LA STESSA COSA
Mi svegliai sorridendo, destata dai profumi che trovavo più confortanti al mondo: l’inchiostro, il cuoio delle rilegature e la polvere sulla pergamena.
«Victor?» chiamai, provando ad alzarmi a sedere.
Fu un errore. Il dolore mi travolse. Lo stomaco si contorse. Mi fermai di scatto, per timore di una nuova fitta lancinante.
Perché la testa mi faceva così male? Cos’era…
William.
Justine.
E il mostro.
«Victor?» bisbigliai.
«Sono qui.»
Sentii chiudersi un grosso tomo. Aprii gli occhi e vidi Victor in piedi sopra di me, i lineamenti tesi per la preoccupazione e le sopracciglia aggrottate. «Ultimamente ci vediamo sempre quando uno dei due è a letto malato. Penso sia ora di finirla con questa tradizione.»
«Quando sei…?»
«Due notti fa. Abbiamo già sostenuto questa conversazione.» Mi tastò il polso e poi mi posò il dorso della sua mano sulla guancia. «Tre volte.»
Cercai di toccarmi la fronte, ma lui mi prese le dita e le strinse nel suo palmo. «Hai un grosso livido e un piccolo taglio, che per fortuna sono riuscito a suturare personalmente. Sarà facile nasconderlo sotto i capelli. Cosa ti è preso, per andare a correre nel bosco durante un temporale?»
«Justine.» Riprovai a mettermi seduta. Victor sospirò esasperato, ma mi sistemò dei cuscini dietro la schiena e mi aiutò a tirarmi su. Appena il dolore divenne sopportabile, insistetti. «Ernest crede che sia colpevole, e tuo padre non vuole intervenire! Ma ora ci sei tu qui.»
Victor era tornato. Avrebbe risolto tutto.
«Le prove sono molto convincenti.» Eppure sentivo dal suo tono che non la credeva colpevole.
«Sono solo circostanziali! Ha trascorso la notte in una stalla per ripararsi dal temporale.»
«E la collana?»
Lo guardai senza sorridere. «Sappiamo entrambi quant’è facile piazzare un oggetto al posto giusto per scaricare la colpa su un innocente.»
Anziché offendersi, Victor fece un’espressione triste. «Quello era un gioco. Eravamo bambini. E chi poteva voler nuocere a Justine? Mi hai detto tu stessa che è un angelo sceso in terra. Ha dei nemici?»
«No! Nessuno. L’unica persona che le volesse male era sua madre, un’arpia, ma è morta la settimana scorsa.»
«Be’, senza dubbio è esente da ogni sospetto, allora.»
«Victor!» sbottai.
Sembrò lievemente contrito. «Scusa. So che non è proprio il momento. Però non posso negare che sono felice di essere tornato da te. Nonostante le circostanze.»
Sospirai e richiusi gli occhi, mi portai alle labbra la sua mano e baciai il palmo. «C’è… una cosa che non ti ho detto.»
«Cosa?»
«A Ingolstadt. Ho visitato alcuni degli indirizzi che ho trovato nel tuo…» Mi interruppi. Avevo finto di non aver visto nulla del suo laboratorio e speravo che ora avrebbe creduto alla mia bugia. «Su un foglio che era sul tuo tavolo. Uno degli indirizzi era un ossario. L’uomo che lavora…»
«Dio santo, sei andata lì?» Finalmente Victor parve inorridito. «Perché mai?»
«Era tremendo! E ha detto che gli dovevi dei soldi. Ha cercato di aggredirmi. L’ho infilzato sul polso con uno spillone del cappello. È possibile che mi abbia seguita fin qui, abbia visto la collana d’oro al collo di William, e…?»
Victor mi interruppe. «Era ancora a Ingolstadt quando sono partito.»
«Come fai a esserne sicuro?»
Si sporse sopra di me e mi sollevò le palpebre per esaminarmi gli occhi. «Le pupille stanno tornando alla normalità. Bene. Sapevo che era lì perché faceva parte dei debiti che dovevo saldare. Quindi non è stato qui e non gli devo niente.»
Non sapevo se sentirmi rincuorata perché non avevo attirato fin lì l’assassino, o in colpa perché non ero in grado di trovare un altro sospettato diverso da Justine.
Victor mi posò un dito sul mento e mi fece chinare la testa per controllare la ferita. «Ora, spiegami cos’è successo nel bosco. Che ci facevi là fuori? Perché sei caduta?»
Sospirai, mi rammaricai di non essere più addormentata. «Sono corsa fuori perché ero arrabbiata con tuo padre e con Ernest per non aver difeso Justine. E non volevo dire che sospettavo dell’uomo dell’ossario finché non ne avessi parlato con te.»
«Sono contento che tu abbia aspettato. Avrebbe sviato le indagini.»
Annuii e me ne pentii subito. Vidi scintille che mi ricordarono i lampi. «Non volevo restare lì fuori. Ma mi sono addormentata, e al risveglio era scoppiato il temporale. Stavo correndo a casa quando ho visto qualcuno. Qual… cosa.»
Un tic gli fece fremere la mano, e alzando lo sguardo notai che mi fissava con gli occhi sbarrati. «Cos’hai visto?»
«Mi crederai pazza.»
«Conosco la pazzia, Elizabeth, e non ne vedo traccia in te. Raccontami.»
«Ho visto un mostro. Con la forma di un uomo, però non era un uomo creato da Dio. Era come una statuetta d’argilla plasmata da un bambino: sproporzionata, troppo grande, innaturale per le dimensioni e il movimento. Non so descriverla in altro modo se non: sbagliata. E non penso sia la prima volta che la vedo.»
«Un mostro» ripeté lui. Parlava lentamente, con una cadenza perfetta, come il ticchettio di un orologio. «Hai battuto la testa molto forte.»
Lo guardai storto. «Dopo averlo visto! E ora sono sicura di averlo visto anche a Ingolstadt, che mi spiava, e poi di nuovo nel viaggio verso casa.»
«E non hai detto niente?»
«Credevo fosse un sogno.» Se l’uomo dell’ossario non era mai stato lì, allora doveva essere un’altra presenza quella che percepivo, che mi faceva sentire osservata fin dal mio ritorno.
«Non è più logico pensare che sia ancora un sogno? Un prodotto del tuo infortunio e della tua mente sconvolta? Forse ispirato a qualcosa che hai visto, un’immagine? O un incubo?» Parlò in tono cauto. C’era qualcosa che mi taceva. Lo capivo dal modo in cui faceva saettare lo sguardo ovunque tranne che su di me.
«Non sono io quella che va in delirio quando ha la febbre! Non ho mai sognato niente del genere. Come avrei potuto ideare una cosa del…» Mi interruppi. Non avevo avuto il tempo di collegare le due cose, ma adesso che avevo zittito il panico e il terrore puro che avevo provato trovandomi di fronte alla creatura, mi resi conto che sì, avevo già visto qualcosa di simile.
Un disegno.
Nel quaderno di Victor.
Sapeva che avevo visto i suoi appunti? Per quello aveva suggerito che forse ero stata ispirata da un’immagine?
O c’era qualche altro motivo per cui era tanto evasivo? «Mentre eri malato, quando ti ho trovato» dissi esitante, decidendo cosa rivelare e cosa no, «hai detto: “Ha funzionato”. Il tuo esperimento aveva funzionato. Cos’era?»
Per un attimo il viso di Victor si contorse per la rabbia, facendomi trasalire. Si girò, prese un libro e lo posò. Quando finalmente parlò, la sua voce era misurata e calma. «Non è importante. Qualsiasi cosa abbia detto, non ero in me. Nulla di ciò che ho fatto a Ingolstadt ha avuto successo.»
Non volevo insistere. Non volevo rischiare che avesse una delle sue crisi proprio adesso che era appena tornato da me. Ma non potevo lasciare così la situazione, perché Justine era in pericolo. «Ne sei sicuro? A volte, se hai la febbre, dimentichi le cose. Quelle successe poco prima che tu sia costretto a metterti a letto. È possibile che…?»
Victor ripose il volume con un sospiro. «Devi riposare. Ti credo, penso che Justine sia innocente. Indagherò sulla questione e tormenterò i giudici finché non sarà liberata. Il processo è iniziato stamattina. Ora che sei sveglia tornerò ad assistervi.»
«Stamattina!» Mi tirai su, però mi girava la testa. Non riuscivo a stare in piedi, la stanza vorticava. Victor mi fece sdraiare di nuovo, con delicatezza e fermezza al contempo.
«Non sei in condizioni di andarci. Potresti peggiorare ulteriormente il tuo stato di salute.»
«Ma devo testimoniare in suo favore.»
Victor si sedette alla scrivania e tirò fuori una penna d’oca, che intinse nel mio calamaio. «Dimmi cosa vuoi dire e la presenterò come testimonianza sull’indole dell’imputata.»
Sarebbe stato meglio essere lì di persona. Mi immaginai sul banco dei testimoni: i capelli biondi come un’aureola dorata intorno alla testa. Avrei potuto vestirmi di bianco. Avrei pianto e sorriso nei momenti giusti. Nessuno avrebbe dubitato di me.
Però, se mi fossi presentata con la faccia che avevo ora, sarei sembrata pazza. Victor aveva ragione: non potevo aiutare Justine in questo stato.
Quindi riversai tutto il mio cuore nella lettera. Justine era l’amica più cara, la persona più sincera. Amava William come un figlio fin dal primo giorno in cui l’aveva visto. Mai c’era stata una governante che volesse più bene ai suoi bambini e se ne occupasse meglio. Dopo la morte di Madame Frankenstein, Justine aveva preso il suo posto ed era stata per William la figura più amorevole che si potesse immaginare.
«Oh, Victor» dissi, combattuta tra la tristezza e il dolore. «Non abbiamo ancora parlato di William. Mi dispiace tanto.»
Victor finì la lettera, pulì con cura la penna e la posò. «Mi dispiace che sia morto. È un tale spreco, perderlo così giovane. Ma ho l’impressione che sia successo a qualcun altro. Lo conoscevo a malapena.» Si girò e cercò sul mio volto una reazione o un indizio per modellare il suo. «È sbagliato?»
Gli avevo insegnato a reagire agli eventi, a plasmare le espressioni del viso, a mostrarsi partecipe. Ma in questo istante non avevo nulla da offrirgli. «Non c’è una maniera sbagliata di sentirsi dopo un evento così violento e terribile» dissi. Naturale che Justine avesse perso la ragione. Era una sensazione talmente enorme e travolgente che sembrava… irreale.
«La morte ci tocca in modi diversi» conclusi. Chiusi gli occhi, la testa mi doleva già così tanto che avrei voluto solo rimettermi a dormire. Probabilmente Victor aveva ragione. Forse il temporale, il mio turbamento e la botta avevano fatto riaffiorare il ricordo dell’inquietante disegno di Victor e me l’avevano piazzato davanti a grandezza naturale. In effetti ero sempre stata tormentata dagli incubi.
Però non avevo mai fatto incubi simili da sveglia.
«La morte non avrà mai il permesso di toccare te.» Victor lasciò correre le dita sui miei capelli, sparsi sul cuscino, e poi uscì dalla stanza.
Quasi ogni sera, appena i bambini intorno a me si erano addormentati, tra ginocchia sbucciate e piedi congelati, uscivo di soppiatto dalla stamberga e andavo sulla riva del lago di Como.
Mi ero costruita una tana in una depressione del terreno sotto le radici sporgenti di un albero enorme. Quando ci entravo e mi raggomitolavo, nessuno riusciva più a trovarmi. Nessuno ci provava, naturalmente. Se fossi rimasta nascosta lì, la mia scomparsa dal mondo sarebbe passata inosservata.
Certe notti, quando persino il mio cuore di bambina sapeva che ciò che mi si chiedeva di sopportare era troppo, mi fermavo sulla riva del lago, rivolgevo il viso alle stelle e gridavo.
Nessuna risposta. Anche tra le creature striscianti nella notte del lago, ero sola.
Fino a Victor.
La mattina dopo mi svegliai presto, pronta per andare al processo. Victor era rincasato con notizie ambigue. Le prove restavano circostanziali, eppure l’opinione pubblica era schierata contro Justine. Qualcuno aveva testimoniato che sua madre era pazza e violenta. La storia familiare metteva Justine in una cattiva luce, in contrasto con la mia testimonianza.
«Qual è l’opinione di tuo padre?» avevo chiesto a Victor.
«Ripete che la legge riparerà a ogni torto. Credo che sia troppo sconvolto per la morte di William e per il possibile tradimento di Justine per schierarsi da una parte o dall’altra.»
Io non ero troppo sconvolta. Mi sarei presentata davanti a tutti loro – giudice, giuria, maledetti paesani – e li avrei costretti a riconoscere che Justine era incapace di una cosa del genere. Se solo avessi avuto un sospetto da esibire, oltre al mostro dei miei incubi… Avrei voluto che fosse reale, avrei voluto prove della sua esistenza.
Che giornate cupe e oscure, per indurmi a sperare che il mostro esistesse davvero!
Aprii la porta della mia stanza e trovai Victor con la mano alzata, in procinto di bussare. «Eccomi» dissi. La testa mi faceva ancora malissimo, ma riuscivo a camminare senza perdere l’equilibrio. Il mio pallore avrebbe soltanto amplificato il rossore delle guance e l’azzurro degli occhi. Sarei stata una testimone perfetta. «Portami al processo.»
Victor aveva un’aria avvilita, lo sguardo triste. «È finito.»
«Perché? Non possono aver già raggiunto il verdetto!»
«Non è stato necessario. Justine ha confessato.»
Barcollai all’indietro. «Cosa?»
«Ieri sera. Ha confessato l’omicidio. Domani la impiccheranno.»
«No! È impossibile. Non è colpevole. So che non lo è.»
Victor annuì. Nonostante stessi alzando la voce, la sua restava calma e pacata. «Ti credo. Però ormai non possiamo fare niente.»
«Possiamo parlarle! Convincerla a ritrattare!»
«Ne ho già discusso con mio padre. Il tribunale non accetterebbe a questo punto. La confessione è considerata una prova inconfutabile.»
Un singhiozzo mi sgorgò dal petto e mi gettai tra le braccia di Victor. Avevo immaginato di dover combattere per provare la sua innocenza. Non quello! «Non posso perderla» dissi. «Perché ha confessato? Devo andare da lei. Subito.»
Victor mi aiutò a salire in barca. Il tragitto attraverso il lago fu tremendo, ogni onda mi faceva aumentare il mal di testa. Mentre ci affrettavamo per le vie di Ginevra, ero certa che a ogni finestra ci fosse il viso di qualcuno che voleva vedere Justine pagare per un delitto che non avrebbe mai potuto commettere. Avrei voluto scagliare sassi su tutti i vetri. Strappare via i loro davanzali di fiori colorati, bugiardi. Volevo radere al suolo la città intera. Come facevano a non accorgersi della sua innocenza?
E come faceva lei a dirsi colpevole?
Quando finalmente arrivammo alla sua cella, la trovai in pessime condizioni. Era vestita a lutto e i suoi capelli castani, sempre ben pettinati, erano arruffati e sciolti sulle spalle. Era rannicchiata su un giaciglio di paglia, le caviglie e i polsi ammanettati con lunghe catene.
«Justine!» gridai.
Si alzò subito e si buttò ai miei piedi. Crollai in ginocchio sulle pietre fredde e la attirai a me. Le accarezzai i capelli, le mie dita restarono impigliate tra i nodi. «Justine, perché? Perché hai confessato?»
«Mi dispiace. Sapevo quanto ti avrei fatta soffrire, ed è la cosa che mi rattrista di più. Ma ho dovuto.»
«Perché?»
«Il confessore non mi lasciava un attimo, mi tormentava, urlava le stesse cose che diceva mia madre. E non avevo nessuno con me. Nella disperazione, ho iniziato a temere che mia mamma avesse ragione. Che ero un demonio, che ero dannata. Il confessore mi ha spiegato che se non avessi ammesso il mio crimine sarei stata scomunicata, che l’inferno si sarebbe appropriato per sempre della mia anima! E che la mia unica speranza era fare la volontà di Dio. Perciò ho confessato. Ed era una bugia, che è l’unico peccato che mi grava sulla coscienza. Per scampare alla dannazione ho commesso l’unico crimine della mia vita. Oh, Elizabeth. Elizabeth, mi dispiace.» Pianse e io la abbracciai.
«Victor» dissi, alzando lo sguardo su di lui. «La confessione non può essere valida.»
Era di spalle per lasciarci parlare da sole. Non si voltò, ma parlò a voce bassa. «Mi dispiace. Non c’è niente da fare.»
«Lotterò io, allora! Farò tutto il necessario! Non permetterò che ti impicchino! Mi hai sentito, Justine?»
Lei si calmò un po’. Il suo viso era rigato di lacrime, però gli occhi erano luminosi, lo sguardo lucido. «Non ho paura di morire. Non voglio vivere in un mondo dove un diavolo può strappare un’innocenza tanto bella e perfetta senza essere punito. Penso di preferire che finisca così: andrò dal mio piccolo dolce William, almeno non sarà solo.»
L’assurdità della sua rassegnazione mi tormentava. Quella madre crudele e depravata l’aveva talmente convinta della sua perfidia che si era lasciata persuadere da un uomo a confessare una colpa non commessa, solo per il bene di un’anima invisibile!
Avrei perso la mia Justine per niente. L’unica persona che avevo cercato di salvare, in una vita trascorsa a salvare solo me stessa. L’unica persona a cui volevo bene perché mi rendeva felice, e non perché la mia sicurezza dipendesse da lei. E sarebbe morta poiché, quel giorno nelle strade di Ginevra, avevo deciso di aiutarla.
«Non riesco a vivere in questo mondo di dolore» sbottai.
«No!» Justine mi prese il viso tra le mani, il ferro freddo delle manette mi sfiorò il mento. «Mia adorata Elizabeth. Carissima. Mia unica amica. Vivi e sii felice. Onorami così. Ricordami vivendo l’esistenza che ho sognato per te, quella che meriti.»
Non meritavo nulla del genere.
«Dobbiamo andare.» Victor accennò con il capo al guardiano.
«No» ringhiai.
«Va’.» Justine indietreggiò da me sorridendo. Un raggio di luce la illuminò da dietro, sembrava l’angelo che era sempre stata. «Non ho paura. Ti prego, non venire domani. Non voglio che tu sia presente. Promettimelo.»
«Ti giuro che lo impedirò. Non permetterò che succeda.»
Justine tremò. «Ti prego, non ti chiedo altro. Per favore, promettimi che non sarai al patibolo.»
Il dolore e la vulnerabilità sul volto di Justine mi proibivano di dirle di no. «Prometto» sussurrai.
«Grazie. Mi hai salvata.» Sorrise, e mi girai a guardarla mentre la guardia scortava fuori me e Victor. Alla fine svoltammo un angolo e il mio angelo sparì alla vista.
Il giudice non voleva vedermi.
Il giudice Frankenstein non voleva intervenire.
La mia agitazione era tale che, la mattina dopo, i Frankenstein attraversarono il lago con entrambe le barche per impedirmi di arrivare in città e commettere qualche gesto “increscioso”. Victor cercò di restare con me, ma gli gridai di andare, se non poteva salvarla. Se non riuscivano a salvarla, dovevano essere testimoni.
Ero rimasta da sola.
Vagai fino alla riva del lago e crollai in ginocchio. Poi alzai la testa al cielo e gridai. Gridai la mia rabbia, la mia disperazione, la mia solitudine intollerabile.
Da qualche parte lì vicino, una creatura rispose alla mia chiamata. Non ero sola. L’altro urlo conteneva un tale senso di smarrimento, proveniente dal profondo dell’anima, che quasi mi mozzò il respiro.
Mi raggomitolai e piansi fino a perdere i sensi.