4.
E voi li avvertirete da parte mia
Mio padre diceva che i cacciatori esistono da sempre, e che sempre sarebbero esistiti. Ma l’eternità del Cerchio era priva di memoria, e i cacciatori non avevano molti ricordi da conservare. Le soffitte delle nostre case, dove il passato si sarebbe potuto impolverare a dovere, erano quindi vuote e inabitate: là, in gran segreto, venne sistemata la nostra ospite.
Che la Scimmia fosse diventata tale, lo capii quando nel cesso comparvero un sapone e due asciugamani puliti. Io storcevo il naso, ma sapevo che quelle erano le regole: se risparmi la tua preda, devi trascinarla in casa e curarne le ferite.
A dire il vero fu soprattutto la Scimmia a curare le mie. Applicò alle ecchimosi un impacco di camomilla e lavò i tagli con il miele.
Approfittammo per leccarne qualche goccia davanti al focolare. Mentre si puliva le dita, la Scimmia modulò uno strano verso. Mia madre uscì dalla cucina, si strofinò le mani sul grembiule e la guardò incuriosita.
«Conosci questa canzone?», chiese la Scimmia.
Mia madre scosse la testa. Era l’esistenza stessa della musica, che non conoscevamo. Eppure, quando provammo a imitarla, ci venne subito naturale.
Sentendo quel coro, Alce e Toro rientrarono di corsa dalla stalla.
«Porco il bosco, che sta succedendo?»
Nel vederci allineati tutti e tre sul suo divano, mio padre cominciò a inveire.
«Stiamo solo cantando», provò a calmarlo la Scimmia.
«Cantando», s’incuriosì Toro. «Cosa vuol dire?»
La Scimmia si ritrovò i suoi occhi addosso e capì di dover intonare un’altra strofa. Benché ignorassimo le parole, la Cagna e io le andammo dietro a labbra strette. Alce e Toro ascoltavano diffidenti, storcendo le loro.
«Lo dice anche la Bibbia», applaudì soddisfatta la Scimmia. «Chi canta, prega due volte».
Toro e Alce si guardarono.
«E va bene», disse lo stallone prendendo posto sul bracciolo, «parliamo un po’ di questo Dio».
In mano stringeva ancora la raspa con cui aveva ferrato i muli.
«Dio», scandì di fronte allo sguardo interrogativo della Scimmia. «Spiegami cos’è D-I-O».
Benché non facesse altro che nominarlo, la Scimmia non capì. Toro cercò intorno a sé un nesso che la illuminasse.
«Dove starà?», chiese aiuto ad Alce.
«Chi?»
«Ma Dio, no? Porco il bosco, dammi un’idea!»
Mio padre non ne aveva, e la Scimmia continuava a scuotere la testa.
«Ci sarà un modo per intendersi!», insorse il Toro. «Cosa può essere simile a...»
Il fuoco, la carne sulla brace, il vento che fischiava dietro le finestre: tutto gli sembrava plausibile e un attimo dopo inadeguato. Allora Alce si toccò la visiera e sghignazzò: «Prima ho sentito questa bertuccia dire che Dio è grande: prova a mostrarle i tuoi attributi!»
Mentre rideva, mi accorsi che Alce aveva perso un canino. Toro gli mostrò i suoi e mio padre tornò serio. Stappò l’ennesima birra.
La prima volta che l’aveva fabbricata, in segno di amicizia verso l’inseminatore, le bottiglie erano esplose una dietro l’altra nel breve tragitto dalla cantina alla veranda. Nel migliore dei casi avevano cominciato a schiumare, costringendo i due cacciatori a tracannarle in un unico sorso.
Con la birra finita a terra si erano ubriacati i maiali. Ma quella travasata nelle pance di Alce e di Toro si rivelò più che sufficiente a trasformare la pratica della mia fecondazione in un’orgia di tre giorni, grazie alla quale l’uno scoprì il gusto di dominare e l’altro di sottomettersi.
(Fu così che Toro e Alce diventarono inseparabili. E mia madre la loro Cagna.)
Mi chinai ad attizzare il fuoco. Sulla brace rosolavano cosciotti di capriolo.
«I muli sono pronti», annunciò il Toro.
Non gli avevo mai confidato che così – muli – noi ragazzi chiamavamo i cacciatori, da quando avevamo scoperto che, a parte Toro, erano tutti sterili.
«Ti riporterò indietro finché posso», disse alla Scimmia. «E poi dovrai cavartela da sola».
Lei insistette con il suo insulso sorriso.
«Mi hai capito?», riprovò. «Devi andartene dal nostro Cerchio: via, fuori».
Da come lei stiracchiò le gambe e accomodò i cuscini, deducemmo che non aveva capito proprio niente.
«Capirà domani», se la sbrigò Toro.
Sarebbe stato un lungo viaggio, come fu lungo il muso che mi venne quando Toro mi vietò di accompagnarlo.
«Davvero vuoi andare da solo?», gli trotterellò dietro Alce. «Arrivare alla Linea non è uno scherzo. E se ti perdi? Se si azzoppa un mulo?»
Ci appartammo accanto alla fuciliera.
«Portati dietro Leone. Oppure Bisonte», propose mio padre.
Toro lo interruppe infastidito.
«Nessun cacciatore deve sapere che una Scimmia è stata qui», si raccomandò.
«E allora perché non disfarsene subito?», mi rifeci sotto.
Alce si grattò il collo e sospirò, neanche troppo convinto: «Come devo dirtelo, testardo di un Agnello? Non si uccide ciò che non si conosce».
«Ma è una Scimmia, porco il bosco!»
Senza guardarmi in faccia, Toro schioccò le dita e ordinò alla Cagna di venire a riprendersi il bambino.
«Non sono più un bambino!», protestai.
La Scimmia si voltò a guardarci. Sembrava divertita dalla nostra agitazione.
«La cena è quasi pronta», annunciò.
Puntai l’indice sul ventre del Toro, perché al petto non ci arrivavo.
«Devi trattarmi come un cacciatore!»
Allora il Toro mi afferrò per la nuca e mi sbatté violentemente contro la rastrelliera. Poi mi aprì la bocca e ci ficcò dentro il proiettile calibro sedici che aveva trovato nella tasca del mio giaccone.
«Un cacciatore che spara menzogne!», disse.
Quindi, stringendomi le guance, mi diede un pugno sulla schiena e io, sotto gli occhi spalancati della Scimmia, fui costretto a ingoiare tutto: proiettile e umiliazione.
Masticai per tutta la sera prugne ed erbe purgative.
A notte fonda, accovacciato dentro la latrina, mi ritrovai a rimestare con un rametto nei miei escrementi e nella mia memoria, finché dagli uni non venne fuori il bossolo e dall’altra il ricordo di ciò che era accaduto l’anno precedente.
Era un pomeriggio di primavera, e ogni creatura del bosco – a cominciare dalla Farfalla, da Zebra, da Ghepardo e da me – spingeva per trovare una forma e una collocazione. Noi la cercavamo come i rami di un albero: ciascuno per conto suo, ma consapevoli di appartenere allo stesso tronco.
Fronte al tramonto, c’eravamo accovacciati tutti e quattro sul bordo della rupe e c’eravamo liberati del superfluo. Poi avevamo esaminato i nostri escrementi, confusi tra il loro appartenerci e la ripugnanza che infondevano.
La sfida, come al solito, l’aveva lanciata la Farfalla: «Non avrete paura di una merda?»
Noi facevamo finta di non capire, ma la Farfalla capiva anche le nostre finte.
Nonostante gli ultimi denti da latte, Farfalla aveva un sorriso che ti sbranava: «Siete dei cacasotto», disse.
Zebra era stato il primo ad ammetterlo: «Non ci riesco».
Ghepardo e io ci guardavamo senza deciderci.
«Guardate me, piuttosto», aveva tagliato corto Farfalla.
Puntato il dito sullo sterco di Ghepardo, vi aveva infilato dentro tutte e tre le falangi.
Poi era balzata in piedi e aveva cominciato a inseguirci. I suoi strilli fecero alzare i falchi in volo, i nostri li spingevano a rimanere in aria.
Anche se non riuscì a spalmarceli sulla faccia come avrebbe voluto, fu come se ci avesse coperto di escrementi dalla testa ai piedi.
Sulla superiorità della Farfalla non c’era niente da dire. E infatti, scendendo dalla rupe, non dicemmo niente. Ma, una volta in basso, Ghepardo sentì il bisogno di rimarcare la sua nei miei confronti.
«Hai visto?», mi sibilò nell’orecchio. «Tra le nostre due merde, ha preferito toccare la mia».
Ci azzuffammo: quel giorno e tutte le volte che potemmo.
Estratto il proiettile dalle feci, lo pulii e lo rimisi nella tasca del giaccone.
Ero sfinito, ma fissavo il soffitto senza riuscire a prendere sonno. I cani, là fuori, erano ancora più agitati di me: li sentivo andare avanti e indietro sotto le finestre e raspare contro i muri.
All’improvviso uno di loro iniziò ad abbaiare, e tutti gli altri gli andarono dietro. «Bestiacce», scalciò il Toro. Si rigirò un paio di volte tra le coperte e bestemmiò. Quando si rese conto che il sonno gli era definitivamente sfuggito afferrò i pantaloni e scese dal letto con un tonfo.
«Ma che sta succedendo?», bisbigliò socchiudendo gli scuri.
Gli andai dietro e gli offrii la mia versione.
«È per la Scimmia. Hanno fiutato un’estranea e si sono innervositi».
Toro non si voltò. La luna era quasi piena.
«Esco a calmarli», disse a voce più alta.
Mia madre si svegliò, si concesse uno sbadiglio e poi si alzò a prendergli gli stivali.
Appena si inginocchiò ai suoi piedi, Toro le sollevò la camicia da notte sul fondoschiena.
«Aspettami a letto», le ordinò. «Ci metto un minuto».
Si sistemò il cavallo dei calzoni e le batté una manata sui fianchi. Né mia madre né la camicia da notte fecero una piega.
Incurante di Alce, che ancora russava sul divano, Toro attraversò la casa provando a fischiettare la canzone intonata dalla Scimmia.
Prima di uscire rovistò nella pattumiera alla ricerca di un osso non ancora spolpato: a cena gli piaceva rosicchiarli fino a sentirli spezzarsi sotto i denti.
Poi si calcò il cappello, aprì la porta e fece per lanciare l’osso verso l’aia.
I cani non c’erano più. Adesso abbaiavano da dietro la catasta del legname, e i maiali gli andavano dietro con sordi grugniti.
Toro mollò l’osso e afferrò un bastone. Ma tutto ciò che ottenne dal rotearlo fu che i cani si rintanassero tra gli alberi, da dove i loro versi uscivano ancora più scuri.
«Porco il bosco», protestò Alce, «è notte fonda!»
Coperte dalla trapunta e dai latrati dei cani, le sue lamentele si sentivano appena. Dall’altro capo del divano spuntarono due piedi diafani, incartapecoriti. Sembravano sul punto di sgretolarsi.
Sotto la veranda c’era ancora odore di formalina. Toro fece un passo avanti e due indietro. Era raro vederlo così indeciso.
Rientrò in casa e disse qualcosa che non capimmo. Ripiegò sulla gestualità. I cani, ora, abbaiavano così furiosamente che non ci sentivamo da qui a lì.
Attraversammo l’aia nascondendo le museruole sotto i nostri giacconi. Ma i cani sembravano riuscire a vedere attraverso le imbottiture, e si tennero a distanza rafforzando il proprio impeto.
«Qualcosa li spaventa», disse il Toro. Mi chiesi se dovevamo essere spaventati pure noi. Sotto la visiera del suo trapper, la fronte del Toro era un muro invalicabile.
Decise che il cibo li avrebbe calmati, e mi mandò dalla Cagna a chiedere del riso.
Ma i cani nemmeno si avvicinarono alle ciotole.
Allora ci sentimmo due stupidi (cosa che a me piaceva ancora meno che al Toro) e tornammo indietro senza guardarci in faccia, di fatto incapaci di governare una forza – il silenzio – che avevamo sempre considerato dalla nostra parte.
Picchiammo sull’uscio come se l’unica cura alla nostra frustrazione fosse quella di fare anche noi un po’ di baccano. Quando la Cagna venne ad aprirci trovammo mio padre seduto sul divano – le gambe larghe, il ventre molle – che stringeva tra le dita una lattina e fissava avanti a sé la caminiera.
Sulla mensola, una cavalletta.
Mi ricordai che da piccolo ne avevo una collezione, chiusa in barattoli di vetro. Sbattevano per giorni contro il coperchio fino a crollare tramortite (dare tempo al tempo, allora, faceva parte del divertimento).
Adesso no, preferivo schiacciarle subito: mi piaceva essere più rapido di loro, disfarmi dei frantumi spazzolando vigorosamente i palmi delle mani. Alce sollevò le sue e mi bloccò.
«Un momento», disse. «Non mi torna».
Poi soffocò un rutto e chiese se anche noi la sentivamo.
Toro si avvicinò al camino con l’aria seccata. Ero convinto che avrebbe fatto quello che volevo fare io (ucciderla). Invece scostò il paraorecchi, si chinò sull’insetto e senza torcergli un’antenna ammise che era strano.
L’altro si strinse nella coperta: «Mai sentito una cavalletta frinire così in pieno inverno».
Cavillavano sulle stagioni per eludere un dato lampante: come i maiali e le galline, anche la cavalletta rispondeva ai latrati dei cani. Sfregando le zampe posteriori con tutta la sua forza, si univa ai loro versi per comunicarci lo stesso indecifrabile messaggio.
Sferrai un pugno sulla trave. La cavalletta schivò il colpo e saltò sulla cenere. Da lì, con un altro balzo, si nascose nella cappa. Filtrato dalle pareti incrostate di fuliggine, il suo fischio riecheggiò ancora più stridulo.
In quello stesso istante, tutti gli uccelli cominciarono a cantare.
A mia madre cadde un bicchiere dalle mani. Quasi non lo sentimmo infrangersi.
«Le finestre!», urlò il Toro coprendosi le orecchie.
Corremmo a sbarrarle. I versi degli uccelli si abbattevano sulle imposte: noi là, rannicchiati come dietro uno scudo.
Sembrava impossibile che in quel frastuono ci fosse spazio per altri rumori. Eppure, in lontananza ma mai così vicini, sentimmo i cinghiali grugnire, i lupi ululare, i cervi bramire.
Infine, una raffica di colpi sulla porta: tanto robusti che sembravano dati con la testa.
Toro guardò Alce e Alce guardò Toro. China sul pavimento, la Cagna raccoglieva i cocci come se fossero petali di un fiore.
«Via da lì, svelta», disse lo stallone, e mia madre sgattaiolò in cucina.
Alce e Toro spianarono i fucili. Si appostarono ai lati del divano e con un paio di robuste stoccate di mento mi spinsero verso la porta. Strisciai carponi sul pavimento, sfilai il catenaccio e rotolai di lato.
Un’ondata fragorosa inondò la stanza sputandovi dentro un cacciatore. Era Sciacallo. Quando vide i fucili urlò: «Porco il bosco! Volete anche impallinarmi, adesso?»
La tempesta di versi soffiava sulle nostre orecchie come vento di maestrale. Detti una spallata alla porta e richiusi il chiavistello. Sul pavimento rimase un velo di polvere e lo sputo insolente di Sciacallo: aveva già deciso che quel putiferio dipendeva da noi.
Con uno strattone rabbioso si raddrizzò la visiera. Con qualche sforzo in più (invecchiava – invecchiavano tutti, nel Cerchio) Sciacallo raddrizzò anche le ginocchia e si spazzolò le maniche del giaccone.
Toro gli andò incontro a brutto muso, facendo segno di calmarsi. Ma Sciacallo scostò la canna del fucile e fece intendere che erano stati i cani a cominciare. E i cani erano nostri.
«Secondo te», gli tuonò in faccia il Toro, «un inferno del genere può dipendere dal latrato di un cane?»
«E allora dimmelo tu», gridò l’altro. «Da cosa dipende?»
Infagottato fino alla cima dei suoi quattro capelli, Alce affiorò dalla spalliera del divano e indicò la soffitta.
«Agnello aveva ragione», vibrò. «Dovevamo darla in pasto all’orso!»
E, subito dopo, ai cani, ai maiali, alle galline, alle cavallette, ai gufi, alle civette, ai barbagianni, ai cuculi, agli assioli, alle cornacchie, ai pipistrelli, alle capre, ai lupi, ai cinghiali, ai cervi, alle volpi, ai bufali, ai puledri e a tutti gli animali che già ci assordavano con i loro versi, si aggiunse una moltitudine di grida che – per un momento – ci parvero umane.
Lo Sciacallo barcollò tenendosi la testa con entrambe le mani.
Alce sembrava deciso a continuare il suo discorso, ma il frastuono era intollerabile.
Schivando i cocci e le lattine, Toro gli andò incontro a pugni stretti. Afferrò mio padre per la collottola. Per essere sicuro che non andasse oltre, gli artigliò la gola e lo sollevò da terra.
Alce strabuzzò gli occhi e cominciò a scalciare.
«Quale orso?», lo interrogava intanto Sciacallo. «E che pasto?»
Ma tra quel baccano e il silenzio più assoluto non c’era più nessuna differenza: in entrambi i casi non si sentiva niente.
Toro mollò Alce, che ricadde a corpo morto sul pavimento. Sciacallo lo lasciò perdere. Si avvicinò alla rastrelliera ed esaminò i fucili. Era così teso che, quando il portone cominciò a tremare, quasi gli scivolò un Winchester Softair dalle mani.
Un attimo dopo, però, era già in perfetta posizione di tiro. Bussavano.
Toro m’indicò un’altra volta il chiavistello. Alce strisciò intorno al tavolo per coprire l’angolo della cucina. Tutti e tre reggevano il fucile con un solo braccio, e con l’altra mano si proteggevano un orecchio. Spinsi di lato il catenaccio.
Volpe e Lince varcarono la soglia come se qualcuno li avesse sbattuti dentro a calci. Loro stessi sprangarono l’uscio e vi appoggiarono contro le schiene.
Erano coperti di guano dalla testa ai piedi.
Mentre si sfilavano le incerate, armarono un altro paio di fucili.
Sovraccarichi di piombo, Volpe e Lince si affiancarono a Sciacallo e accolsero Istrice e Caimano, seguiti da Leone, Bisonte e Formica. Tempo un quarto d’ora e arrivarono anche gli altri, incappucciati in spessi sacchi di iuta. Il cielo brulicava di sciami di vespe, il cui ronzio lavorava sui nostri nervi come una sega sul legno fradicio.
Ciascuno stretto al proprio ferro, i cacciatori si disposero a semicerchio intorno alle entrate. Gli animali gridavano sempre più inferociti. L’intera casa tremava, e con essa le dita sui grilletti.
Poi vidi Alce chinarsi sull’orecchio del Toro. Lo stallone lo respinse con una smorfia e si girò dall’altra parte.
Poteva sottrarsi all’alito di mio padre, ma non avrebbe evitato a lungo il rimprovero contenuto nel suo sguardo: perché ostinarsi ancora a nascondere la Scimmia? Perché non tirarla giù dalla soffitta e darla in pasto agli animali del bosco, se davvero il loro tumulto nasceva dalla sua presenza?
Toro lo riacciuffò per il bavero e l’attrasse a sé: «Che ne sappiamo di quello che gridano? Che ne sappiamo, se dipende davvero dalla Scimmia?»
Era vero. Ne sapevamo poco, e della Scimmia ignoravamo tutto. Anche che di notte annodasse i capelli in una treccia. Quando, risvegliata dal frastuono, uscì dalla soffitta e comparve in cima alle scale, la treccia era adagiata nell’incavo del seno.
Tutti i fucili ruotarono sulla preda, tranne quello del Toro che si puntò sui cacciatori.
«Abbassate le armi», ordinò.
I cacciatori obbedirono e non obbedirono. Con le canne a mezz’aria si dondolavano sulle ginocchia e annusavano inebetiti l’odore della Scimmia.
«Che sta succedendo?», balbettò lei inforcando gli occhiali.
Il cuore le batteva così forte che la treccia sussultava sullo sterno.
Toro si frappose tra la Scimmia e i cacciatori e intimò loro di arretrare. Stavolta i cacciatori obbedirono: più che al comando, alla paura (del capobranco, ma soprattutto di quel fantasma in camicia da notte che li fissava con gli occhi sbarrati).
Per far capire che la Scimmia gli apparteneva, Toro gonfiò i bicipiti e si batté tre volte il petto.
Lo spostamento d’aria fu così violento che si spensero un paio di fiammelle. Dalla penombra sbucò Leone digrignando i denti. Provò a raggiungere la Scimmia, ma Toro lo colpì sui denti con il calcio del suo Browning.
«È mia!», ripeté ancora.
L’urlo doveva avere una potenza spaventosa, perché riuscì ad aprirsi un varco in quel fracasso e a sospingere all’indietro i cacciatori.
Dopo Leone ci provò Bisonte. Di seguito, Formica indicò gli occhiali della Scimmia: «Che cosa sono?», gridò. «Li voglio».
Tutti i cacciatori si ammassarono sul primo gradino e presero a spingere. Dalla paura alla diffidenza, dalla diffidenza all’aggressività: avrebbero fatto presto a risalire la scala.
Benché largo come una quercia, Toro faceva sempre più fatica a chiudere lo spazio. Sferrò una raffica di pugni. Ma mentre lui ostruiva i gradini, un paio di cacciatori si aggrapparono alla balaustra per espugnare lateralmente la soffitta. Allora le travi cominciarono a scricchiolare e tutta l’impalcatura oscillò come il ponte di una nave.
«Ih! Ih! Ih!», urlò allora la Scimmia.
Tre gridi secchi e striduli che spazzarono la scala. I cacciatori rotolarono all’indietro con le mani sulle tempie.
Corsero impazziti verso le uscite. Ma presto si resero conto che gli animali, là fuori, avevano raddoppiato il proprio furore.
Dentro, a pugni stretti, la Scimmia stava abbattendo il muro del suono.
«Ih! Ih! Ih!»
Prima che tutto crollasse, Toro l’afferrò per la vita, la trascinò nella soffitta e sprangò la porta alle sue spalle. Contemporaneamente la Cagna uscì dalla cucina con una dozzina di candele.
Formò dei tappi di cera e passò dall’uno all’altro spingendoceli nelle orecchie. Poi ci fasciò le tempie con delle bende.
Chi a terra e chi sul divano, i cacciatori si abbandonarono a quel sollievo. La Cagna distribuì delle coperte. Sotto di esse, a uno a uno si addormentarono.
Era un sonno leggero, da trincea. Al coro degli animali si aggiungevano di continuo nuovi solisti – rane? faine? bisonti? – che spingevano sui tappi di cera e destavano di soprassalto i cacciatori.
«C’è una Scimmia!», gridavano. «Una Scimmia dentro casa!», e si riaddormentavano.
Nella stanza ristagnava un odore di sudore e pellicce.
Le ginocchia al petto, la Cagna restò accucciata per tutta la notte accanto al camino, fissando con occhi liquidi la fiamma. Era quasi l’alba quando si alzò e depositò sotto la brace due o tre metri di salsicce. Il loro profumo passò come una piuma di narice in narice. Lentamente, i cacciatori sollevarono la testa districando gambe e braccia. Non era chiaro se gli scricchiolii provenissero dalle loro giunture arrugginite o dai fucili. Ma a tutti fu chiaro che la notte era passata.
Sbadigliarono. Si stiracchiarono. Non parlarono.
Richiamato dall’odore della carne, anche Toro venne giù dalla soffitta. Entrato in cucina, ne uscì con un coltello e i tratti più spianati.
Tagliò la salsiccia e la distribuì.
Mentre masticava, qualche cacciatore s’arrischiò a svolgere le bende e a sfilarsi i tappi di cera. Altri si avvicinarono alle finestre e scostarono cautamente gli scuri. Un raggio di sole penetrò ad altezza d’uomo e si andò a conficcare in mezzo alla parete, colpendo tutti e nessuno in particolare.
Mezzi accecati, i cacciatori cominciarono a rendersi conto che gli era stato restituito il silenzio, e con esso l’udito.
In effetti, quel poco che c’era da sentire, ci parve di sentirlo per la prima volta.
I nostri respiri leggermente affannati. Le fronde del bosco che stormivano. Il crepitio dell’ultimo ceppo che inceneriva nel camino.
Tutto riecheggiava come in una scatola vuota.
Allora mi alzai, mi affacciai alla finestra e domandai al bosco cos’era successo.
Nessuna risposta fu mai più chiara di quella assoluta, impietosa, raggelante mancanza di risposta.