7.
Ecco, io sono un albero secco
«Ora basta», disse il Toro.
La Cagna cessò di accomodare il colletto della sua camicia a scacchi e si strofinò le mani sul grembiule.
Sul tavolo della cucina c’erano ancora le bucce delle patate.
Con il cappello impermeabile calcato sulla fronte, ricordava più un pescatore alle prime armi che uno stallone in procinto di inseminare. Mia madre gli passò le dita sulla guancia, per assicurarsi che la rasatura fosse impeccabile.
«Ti ho detto che sono pronto», protestò di nuovo il Toro.
Accovacciata sull’ultimo gradino, in cima alle scale, la Scimmia non gli staccava gli occhi di dosso. A forza di mordersele, le sanguinavano le labbra.
Dal divano, dove ormai stazionava giorno e notte, Alce segnalò la sua presenza picchiettando le unghie su una bottiglia di birra. Le aveva lunghe ma più pulite del solito. La maggior parte del tempo lo passava a raschiarsi lo sporco con i tappi a corona.
«Quanto pensi che ci vorrà?», raspò appena il Toro gli fu a tiro. Il suo gargarozzo grattava come uno scovolo in una canna arrugginita.
«Quello che ci vuole!», sbuffò lo stallone. «Ti piace tanto cronometrarmi l’uccello?»
Alce allungò una mano sotto la coperta per rianimare il suo. Il naufragio di un sorriso affiorò al largo del suo volto.
Toro affondò le mani nelle tasche. L’altro si schiarì la gola.
«Senti», riprovò Alce, «devi proprio andare fin lassù? Tutto quello che serve l’abbiamo dentro casa!»
Ammiccò verso la Cagna, che si era spostata nei pressi del camino, e disse sottovoce che non l’aveva mai vista così pronta.
«Imbottiscimela, ti prego», piagnucolò arricciando il naso.
Toro sollevò gli occhi al cielo: «Ricominci?!»
Nei bicchieri abbandonati in giro ristagnavano le scolature della sera precedente, quando i maschi adulti del Cerchio s’erano radunati intorno al nostro fuoco per convincere Toro a riaprire il giro delle monte. Nel vuoto lasciato dagli animali, la minaccia di estinguerci spiccava come una macchia di sangue sulla neve.
«Cosa stiamo aspettando? Che le femmine al pascolo muoiano di stenti?»
Lo stallone era riluttante, e i cacciatori dovettero spronarlo. Ma ben di più faticarono a convincere Alce che era inutile insistere ancora con la Cagna. Dopo la mia venuta al mondo, Toro aveva stazionato nel suo letto per dieci anni, con l’unico risultato di rendere lei una cavità senza eco e mio padre un pervertito.
«Non è altro che un momentaneo calo del desiderio», aveva protestato Alce da sotto la coperta. «Toro è in ottima forma e la Cagna sempre pronta: garantisco io per una repentina gravidanza».
I cacciatori mandavano giù birra e scuotevano la testa.
Alla fine era stato Leone a uscire allo scoperto: «Sei solo un depravato che gode a vedere la sua donna con un altro».
Alce si era sollevato sui cuscini. La febbre gli toglieva le residue inibizioni: «E se anche fosse? Meglio godere con la testa che soffrire per la coda, come fai tu».
Tra tutti i cacciatori, Leone era quello che accettava di meno la propria impotenza. A differenza di Bisonte, che nel disconoscere Zebra sembrava togliersi ogni volta un peso dalla groppa, di tanto in tanto provava perfino a rivendicare la procreazione di Ghepardo.
Questa volta aveva incassato la cornata di Alce e non aveva risposto. Solo al termine della serata, come se ci avesse rimuginato sopra tutto il tempo, si era alzato in piedi e aveva ripreso la parola: «Chi ci dice che non siano proprio le femmine, a essere infeconde? Dovremmo accertarlo, prima di sguinzagliare il Toro!»
Dal mormorio era emersa la bestemmia di Bisonte: «Porco il bosco! Ancora a cagare dubbi? Lo vuoi capire o no, Leone, che ci stiamo estinguendo?»
Tra i due non correva buon sangue. Si avventarono l’uno contro l’altro, rovesciando il tavolo e la Bibbia che vi stava sopra. Mentre Leone e Bisonte si picchiavano, la Scimmia si affacciò dalla porticina della soffitta. Un’occhiata, e si richiuse dentro a doppia mandata.
«Avevi promesso di portarla via», si lamentò Leone passandosi il dorso della mano sul labbro sanguinante.
Il Toro, che per separarlo da Bisonte si era quasi slogato un polso, lo spinse di nuovo a terra e disse: «L’ho promesso e lo farò».
Leone provò a rialzarsi. Gli addominali non lo assistevano.
«Anche di darci altri figli, avevi promesso! E sono passati più di dieci anni!»
«Farò anche questo», tagliò corto il Toro.
I cacciatori raddrizzarono il tavolo.
«E per gli animali?», chiesero.
Toro afferrò una lattina e la scagliò contro il muro.
«Adesso basta! Fuori!»
Le mascelle dei cacciatori pendevano sui volti inebetiti dalla birra.
«Fuori, ho detto!», ripeté il Toro.
I cacciatori trascinarono gli stivali verso l’uscita, lagnandosi tra loro. La birra non era ancora finita, e un paio di bottiglie finirono di soppiatto sotto i giacconi.
Recuperato il dente che Bisonte gli aveva fatto saltare, anche Leone sfilò davanti al Toro. Prima di scomparire nel suo bavero, lo graffiò con gli occhi e disse: «Fai il tuo dovere, spargiseme».
Sempre più spesso svenivamo per la fame.
Le riserve di carne erano finite.
I vegetali ci torcevano lo stomaco.
Sugli alberi la frutta marciva prima di maturare.
La nostra resistenza, ormai, era affidata al fiume. Tra i rifiuti inorganici, che lasciavamo andare alla deriva, avevano preso ad affiorare scarti alimentari, sui quali ci avventavamo con la bava alla bocca.
Trattandosi perlopiù di cibo avariato, lo rigettavamo dopo poche ore. Ma quelle ore ci davano la sensazione di riuscire a sopravvivere.
A volte la corrente trasportava interi sacchi di spazzatura, che sparpagliavamo freneticamente sulla riva. Mandavamo giù tutto il possibile, e il resto lo portavamo a casa sotto i giacconi: spazio ce n’era, perché eravamo diventati magri come chiodi.
Un giorno, tra i flutti, vedemmo galleggiare una cassa da morto. Il legno era leggero, ma in quattro faticammo a tirarla in secco.
«C’è dentro un cadavere», ne dedusse Ghepardo.
Inginocchiati ai lati della bara, condividemmo lo stesso pensiero (mangiarlo) finché Zebra non osò esplicitarlo: «È pur sempre carne».
«Sì», ragionò Farfalla, «ma di chi?»
Estrasse il suo coltello e ne infilò la lama sotto il coperchio.
«Così non lo schiodi di certo», disse Ghepardo.
Ma nemmeno lui, abbattendovi sopra un grosso masso, riuscì a scalfirlo. Allora ci caricammo il feretro sulle spalle e ci dirigemmo verso il villaggio.
Quattro bambini e una cassa da morto: questo eravamo e questo videro i Gorilla attraverso i vetri oscurati. Noi invece, all’inizio, vedemmo solo il pick-up in mezzo alla faggeta.
«Porco il bosco», si piantò Ghepardo.
Zebra, che era davanti con lui, perse la presa e la bara cadde sull’erba.
Il pick-up sembrava abbandonato. Poi i tre Gorilla aprirono gli sportelli e saltarono giù a piedi pari, battendo i bastoni sul palmo delle mani. Noi ci stringemmo nei loro occhiali a specchio.
«Generalità», intimarono.
Sentirci pronunciare i nostri nomi li fece ridere. Poi videro la bara e tornarono seri.
«Chi è morto?»
Non gli piaceva, dissero, ripetere le cose due volte. Alla terza, uno di loro sferrò una manganellata sulla tempia di Zebra.
«Siete sordi?», urlò. Aveva la erre moscia.
Mentre Zebra si contorceva a terra dal dolore, il secondo Gorilla andò a spegnere il lampeggiante del pick-up. L’altro batteva le nocche sul compensato di pioppo della cassa.
«Purché dentro non ci sia la fuggitiva», disse.
L’ipotesi innervosì il primo Gorilla e arrotò ulteriormente la sua erre: «Non dirlo nemmeno per scherzo».
Infilò una mano nella tasca e ci mostrò una fotografia: aveva i capelli più corti e una differente montatura di occhiali, ma si trattava senza dubbio della Scimmia.
Restammo impassibili. Scuotemmo la testa. Giurammo di non averla mai vista.
Alla fine, però, non resistetti: «Che cosa ha fatto?», chiesi.
I Gorilla indurirono le mascelle. Si spartivano occhiate come pezzi di una refurtiva.
Osservarono le nostre mani, gli occhi infossati, le giacche lacere.
«Hanno un’aria da bestie», si dissero, «ma non sembrano poi così pericolosi».
Loro invece facevano di tutto per intimorirci: battendo i manganelli sul palmo delle mani mostrarono i distintivi che avevano sul petto. Poi stesero una mappa sul pianale del pick-up. Ordinarono a Zebra di individuare la nostra posizione su quella enorme macchia verde.
Zebra se la rigirò a lungo tra le mani. Non ci capì nulla. Alla fine si arrese, lasciò cadere la cartina e si girò dalla nostra parte con gli occhi umidi.
«Ma cosa vogliono questi da noi?»
Benché il sole fosse scomparso dietro le nubi, i tre Gorilla si ostinavano a tenere gli occhiali scuri.
Quello con la erre moscia li sollevò sulla visiera e guardò Zebra. Il bernoccolo sulla sua tempia si stava gonfiando.
«Comodo, eh, starvene tutto il giorno a bighellonare!»
Zebra strabuzzò gli occhi. Comodo?, sembrava dire.
Il Gorilla scambiò la sua ingenuità per insolenza, e lo colpì con un calcio dietro al ginocchio. Zebra rovinò di nuovo a terra e il Gorilla gli sfilò la fionda dalla tasca posteriore. Togliergliela era come spezzargli un’ala. Zebra si trascinò sui gomiti. Non si capiva dove volesse andare, ma in ogni caso il Gorilla glielo impedì afferrandolo per i capelli e trascinandolo verso il pick-up.
«Non è meglio la femminuccia?», obiettò timidamente uno degli altri due.
Il primo Gorilla si voltò verso Farfalla. «Quel cespuglio di spine? No, grazie».
Zebra urlava e si divincolava. Lo schianto del manganello sulla sua schiena ci fece girare la testa dall’altra parte.
«Adesso te la chiudo io, quella boccuccia!», disse il Gorilla allentandosi la cintura dei pantaloni.
Prima di sparire con Zebra nel pick-up, ordinò di interrare la bara.
«Per una questione d’igiene», disse sbattendo lo sportello.
Gli altri due scaricarono le pale dal cassone e ci costrinsero a scavare una buca. Spalavamo con rabbia, nel tentativo di coprire le grida di Zebra (si erano affievolite, ma non per questo facevano meno male). Alla fine venne fuori una bella fossa.
«E adesso? Come la caliamo?»
«Ci vorrebbero delle funi».
Nessuno dei Gorilla aveva voglia di andarle a prendere, né di sporcarsi i guanti.
«Facciamo così», disse il più sbrigativo dei due.
Appoggiò il tacco sul feretro e ce lo spinse dentro. Lo schianto ci sorprese: nemmeno noi ci eravamo resi conto di avere scavato tanto a fondo.
Ci affacciammo sulla buca e facemmo un passo indietro. Poi tornammo sul bordo a guardare il groviglio di topi che uscivano squittendo dalla bara.
Alla fine, lo stallone si decise a partire. Uscì sulla veranda e rabbrividì. Si chiese se il calore delle femmine in attesa nella malga lo avrebbe scaldato. Quella primavera senza sangue, di certo, non ci sarebbe mai riuscita.
Su ogni gradino della veranda Toro lasciò cadere un sospiro. Assestò lo zaino e s’incamminò controvento.
Quando alla fine scomparve nel bosco, la Scimmia richiuse le tendine della soffitta e andò a tracciare una crocetta sul retro della porta. Quindi si sedette sul letto e cominciò ad aspettare il ritorno del Toro.
Il tempo, da eterno presente nel quale si manifestavano le cose, ora serviva solo ad attenderle. O, nel caso di noi quattro, a cancellarle. Per me e per i miei fratelli, i giorni erano diventati mattoni con cui cercare di costruire un muro che ci dividesse dal ricordo dei Gorilla. E ogni mattina, riaprendo gli occhi, era terribile scoprire quel muro demolito.
Zebra cercava scampo negli alberi. Li accarezzava, li abbracciava, si nascondeva per ore e ore alla loro ombra. Non aveva più aperto bocca, Zebra: taceva la violenza che aveva subito affinché esistesse il meno possibile (che la realtà non sussistesse senza le parole: a questo inganno ci toccava attaccarci).
Io mi ero messo in testa che, se la felicità era una cosa che si muoveva, la morte avrebbe potuto cogliermi tutte le volte che mi fermavo. Allora dalla mattina alla sera camminavo, a testa bassa, senza inseguire altro che la mia stanchezza. Raggiungerla e trascinarmela nel letto, affinché il mio sonno fosse più duro della fame e dei miei incubi: era questa l’unica caccia ancora possibile.
Il bosco mi lasciava fare. Si apriva al mio passaggio senza opporre resistenza, come se non avesse più niente da nascondere. Finché un giorno, uscendo da un tratto di faggeta, non vidi un luccichio dall’altra parte del pianoro. Incredulo, andai a saggiare con il dito le punte metalliche. «Filo spinato!», trasecolai.
Era stato piantato con cura, abbastanza in alto per non poterlo scavalcare e abbastanza in basso per impedire di passarci sotto. Acuminato e teso, si estendeva per centinaia di metri. A destra rientrava nel bosco, a sinistra scendeva verso valle. Fu là in fondo che lo avvistai: in maniche di camicia, senza berretto, Leone martellava vigorosamente sui pali e poi srotolava la concertina.
Allora mi gettai a perdifiato verso il villaggio per avvertire gli altri. Nel giro di un’ora tutti i cacciatori del Cerchio (con l’esclusione del Toro, impegnato alla monta, e di Alce, che non si alzava più dal divano) erano ammassati intorno alla recinzione.
«Che novità è questa?»
Si grattavano la nuca e continuavano ad appoggiare i polpastrelli ruvidi sul filo.
Dall’altra parte, solo contro tutti, Leone agitava fucile e martello con la stessa foga.
«Cosa andate cercando?», sbraitava. «Levatevi di torno».
Aveva la voce rauca, e i cacciatori non gli davano retta. Allora sparò un colpo in aria e gridò più forte: «Mi è sparita una doppietta, porco il bosco!»
I cacciatori fecero un passo indietro, balbettando il loro stupore.
Non esistendo la proprietà, nel Cerchio non esisteva il furto. Perciò i cacciatori non sapevano neppure come chiamarlo.
«Una doppietta! Sei sicuro?», farfugliò Sciacallo.
Leone diede un calcio alla polvere.
«E tu sei diventato sordo, che devo ripetere le cose? Ho detto che c’è un ladro!»
I cacciatori unirono le sopracciglia. La parola ladro non l’avevano mai sentita, e se la rigirarono per diversi minuti sulla lingua.
«Chiunque sia stato», dissero, «dobbiamo trovarlo».
Leone li invitò a non immischiarsi. Rivendicava come proprietà privata anche la sua rabbia.
«So difendermi da solo», mugugnò.
«Con un filo spinato?», storse il naso Formica.
Leone si appoggiò le mani sui fianchi: «Perché no? Dov’è il problema?»
C’era ancora un’ora di luce, ma per i cacciatori era già buio fitto. Annasparono senza riuscire a trovare una risposta.
«Non lo so...», disse ancora Formica. «Forse avresti dovuto prima parlare con Toro».
«Toro! Toro! Toro!», schiumò Leone. Impugnò il martello e lo sbatté per terra.
«Credete che saremmo a questo punto, se non si fosse tirato in casa quella Scimmia?»
I cacciatori, già pallidi, sbiancarono: cosa c’entrava la Scimmia, adesso? Alcuni si sedettero per terra. Altri cominciarono a massaggiarsi le tempie.
«Facci passare», propose Sciacallo. «Parlare attraverso questa grata m’innervosisce».
Leone mostrò i denti: «Qui non passa nessuno, porco il bosco!»
Allora Bisonte perse la calma: si attaccò al filo spinato e lo strattonò violentemente.
Leone tentò di colpirlo con il martello.
«Vi avverto: mio figlio vi osserva da dietro quelle rocce. Ha l’ordine di impallinare chiunque varchi il recinto».
Le rocce distavano non meno di duecento passi. Ma la mira di Ghepardo io la conoscevo: poteva farcela.
Bisonte agitò il pugno contro Leone.
«Non puoi prenderti il bosco!»
«Perché no, se è mio?»
«Perché è anche mio!»
«E allora accomodati!», gli urlò in faccia Leone.
Indicò le migliaia e migliaia di alberi intorno a loro: «Ce n’è anche troppo, idiota!»
Le mani di Bisonte si erano riempite di sangue. Se le pulì sulla pelliccia.
A uno a uno i cacciatori si voltarono verso il bosco e lo contemplarono come se non l’avessero mai visto. Approfittando della loro distrazione, Formica si avvicinò al filo spinato e sussurrò furtivamente: «Come ci si sente, là dentro?»
Leone lasciò di nuovo cadere il martello. Prima di rispondere si guardò intorno. Poi rivelò: «Al sicuro».
Gli brillavano gli occhi.
Formica sorrise e annuì soddisfatto. Ne era certo, o almeno così disse.
I cacciatori, intanto, si andavano sparpagliando. Guardavano il bosco pensierosi, e poi ancora il filo spinato. Ritornando alle loro case, si fecero tutti la stessa domanda: come sarebbe stato, sentirsi al sicuro?
Da lì a poco ogni abitazione del Cerchio venne recintata.
La terra, che era di tutti, diventò di ciascuno. E ciascuno ne prese a suo piacimento.
Alle case furono annesse porzioni di bosco sempre più vaste.
Il filo spinato era ovunque. E ovunque, per un passo di troppo, si rischiava di essere presi a fucilate.
Quando restammo gli unici senza protezione Alce si sollevò dal divano, uscì sulla veranda e guardò il bosco. Sentiva che era sbagliato, ma sentì anche di essere fragile (e nudo). Allora si vestì e trascinò sull’aia enormi rotoli di concertina. Poi cominciò a martellare sui pali, ma non ci fu verso di piantarne uno dritto. A metà lavoro crollò in mezzo all’erba e a stento riuscì a riguadagnare il divano.
Non si alzò molto vento, quella notte, ma bastò a sradicare tutto.
Il mattino seguente Alce ricominciò daccapo. Arrivò il tramonto e sia lui che il recinto venivano ancora giù da tutte le parti. Rimasero entrambi là, pericolanti.
Il giorno dopo Alce si tirò la coperta sulla testa e restò sdraiato sul divano.
La verità è che l’assenza del Toro faceva vacillare ogni cosa.
La sera Alce e la Cagna si sedevano e mettevano le mani sotto il tavolo, come se stessero sostenendo una zampa mancante.
L’uno di fronte all’altra, fissavano in silenzio la misera mensa.
Solo quando mia madre si spogliava e andava a immergersi nell’abbeveratoio, i loro occhi s’incrociavano. Non più di qualche secondo: mio padre incapace di sopportare troppo a lungo il roseo incarnato dei suoi seni, lei di vederlo raggomitolato dietro la finestra, nel disperato tentativo di procurarsi un’erezione.
Quanto alla Scimmia, continuava a starsene chiusa in soffitta. Dalla finestra fissava il viottolo che usciva dal bosco e aspettava in silenzio il ritorno del Toro. Solo al tramonto chiudeva le tendine e andava a segnare un’altra crocetta sul retro della porta.
Prima di dormire, la Scimmia riempiva la tinozza e si lavava accuratamente. Passava molto tempo a spazzolarsi i capelli: erano lunghi, adesso, e mia madre ogni sera l’aiutava a raccoglierli sulla nuca. Da qualche tempo la Cagna le cuciva anche i vestiti.
A volte, infagottata in una di quelle tuniche, la Scimmia scendeva dalla soffitta, si metteva accanto al camino e recitava le sue preghiere. Le lodi si levavano come stormi che Alce, dal divano, tentava di abbattere a raffiche di bestemmie.
Poiché la Scimmia proseguiva imperterrita, Alce prese a farle il verso: «Sorgi, Signore! Benedicimi, Altissimo!»
«Perché congiungi le mani e fai la bocca a culo?», l’apostrofò una sera, prima che lei, richiusa la Bibbia, si rintanasse di nuovo in soffitta.
«Credi che il tuo Dio sia una femminuccia?»
Dal giorno in cui aveva deriso la Sua grandezza, era la prima volta che Alce tornava a nominare Dio. La Scimmia s’incuriosì e si bloccò a metà delle scale.
Vedendola tornare indietro, Alce si grattò la barba incolta.
«Ho dato un’occhiata», addolcì il tono indicando la Bibbia. «Se è vero che ha creato l’universo, io lo definirei piuttosto uno stallone».
Incerto se la Scimmia avesse afferrato il suo concetto, sollevò la coperta e le mostrò i genitali.
«Uno stallone. Capisci cosa intendo?», borbottò.
La Scimmia non si scompose. Chiuse il libro e si accostò al divano. Nonostante il digiuno, sembrava essersi arrotondata.
«Alce!», sorrise compiaciuta. «Hai imparato a leggere! E hai letto la Genesi!»
«Quello ha concepito Adamo dalla polvere!», si tradì mio padre. «Nemmeno il Toro sarebbe stato capace di tanto!»
La Scimmia si mostrò sempre più interessata: «Quindi, secondo te, il Toro sarebbe un mezzo Dio!»
Alce obiettò che mezzo gli pareva poco: «Noi ci saremmo già estinti, senza il suo seme».
L’invitò a dividere il divano e le offrì un goccio di chiara.
Mentre bevevano, Alce si scoprì di nuovo le parti intime.
«Ti piace?», domandò afferrandosi l’uccello.
La Scimmia credette, o fece finta, che Alce si riferisse alla birra. Soffiò sulla schiuma, annuì e riaccostò le labbra al boccale.
«Lo tengo in pugno», disse mio padre, «ma in realtà è lui che tiene in pugno me».
Si prese improvvisamente la testa tra le mani. La sua voce diventò più scura: «Lo sai? Certe volte penso di tagliarmelo».
La Scimmia, intanto, aveva scoperto la birra. E aveva scoperto anche quanto le piaceva. Se ne versò un altro bicchiere e lasciò che Alce proseguisse.
«Mi fidavo del sesso», piagnucolò mio padre, «e lui cosa ha fatto? Ne ha approfittato per rendermi impotente!»
Disse che il tradimento del proprio corpo era il peggiore degli abomini. Ma che nemmeno quello bastava ad accreditarsi come vittime.
«È la vita stessa», disse, «che ci rende morti: ogni cosa divora se stessa, in un modo o nell’altro».
Si tirò a sedere: «Ancora un sorso?»
Fecero tintinnare i bicchieri. Li tracannarono tutti d’un fiato. Alce si pulì la bocca con il dorso della mano e la porse alla Scimmia.
«Non ci siamo mai presentati ufficialmente», disse.
La Scimmia ricambiò la stretta. La mano di mio padre bruciava. La febbre, letteralmente, lo divorava.
«Si può sapere, tu, che animale sei?»
«Io non sono un animale», protestò debolmente la Scimmia.
Mio padre scoppiò a ridere.
«È per questo, vero, che tieni tanto a Dio? Perché è molto più facile sentirti vicino a Lui che alla tua bestialità».
La Scimmia non si offese. Continuò a bere.
«Pensi che potrei piacergli?», s’informò cautamente mio padre.
«A chi?»
«A Dio».
La Scimmia, con onestà, rispose di non averne idea.
«E a te?», rilanciò Alce. «A te potrei piacere?»
La Scimmia andò a prendere altre due bottiglie. Al suo ritorno, mio padre si era di nuovo denudato. Il suo sesso era un brandello di vita morta.
«Ah, la natura... La natura...», piagnucolò disperato.
La Scimmia si alzò di nuovo per prendere il cavatappi, e lui ne approfittò per osservarle il fondoschiena.
«Si sta gonfiando», mentì Alce.
La Scimmia stappò le bottiglie e ne passò una a mio padre.
«Mi piacerebbe montarti», disse dopo averne tracannato il primo sorso. Si girò verso la Scimmia: «Allora, che ne dici?»
La Scimmia reggeva l’alcol ancora meno di quanto, a osservarlo tra le gambe, reggesse la proposta di Alce. Abbandonata sullo schienale, la Scimmia si teneva la pancia e fissava la bottiglia in controluce.
«Davvero», schioccò la lingua, «tu sei in grado di fare una cosa del genere?»
Alce ebbe un guizzo: «Ci potrei provare!»
Poi realizzò che la domanda della Scimmia era riferita alla birra, e si lasciò andare sui cuscini. Lei gli tirò la coperta sul basso ventre.
Sorseggiarono in silenzio mezza bottiglia, e poi l’altra mezza. Sotto al divano, Alce nascondeva una cassa al doppio malto. L’aprirono.
Mio padre era allenato a bere anche da sdraiato. La Scimmia, incastrata tra il bracciolo e la sua sbornia, faticava a rimanere dritta. Lo sgabello su cui cercava di appoggiare i piedi si rovesciò ripetutamente.
«Alce», disse alla fine fissandosi l’alluce, «pensi che resterò qui per sempre?»
«Solo il Cerchio è per sempre», farfugliò mio padre senza aprire gli occhi.
La linea del suo ventre congiungeva il tragico e l’osceno. Appena si assopiva, lo destava di colpo il suo ronfare.
La Scimmia mandò giù un altro sorso. Sospirò. S’impadronì di un lembo di coperta e v’infilò sotto le gambe.
Alce russò per diversi minuti. Poi si svegliò di colpo e disse: «Sei incinta, non è vero?»
La Scimmia non si mostrò sorpresa. Prese il suo tempo, più che altro per domare un rutto, e disse: «Sì».
«Quel Toro!», biascicò Alce.
La Scimmia sembrò volere aggiungere qualcosa, ma Alce si era già riaddormentato.
Posò la bottiglia accanto alle altre, si rannicchiò sotto la coperta e congiunse le mani tra le ginocchia. Probabilmente pensò al suo bambino (mio, mio, soprattutto le piaceva ripetere) e si addormentò anche lei.
La primavera tardava a tornare, e il Toro con essa.
Dalla veranda assistevo a ogni tramonto come se fosse il nostro. Alce tamburellava le unghie sul vetro delle birre. Ogni tanto la Cagna si alzava e apriva la dispensa: la sua desolazione sembrava affascinarla.
Una sera, mentre pelavamo tre patate ammuffite, una bottiglia rotolò dal divano, imboccò la porta della cucina e si arrestò contro la zampa della mia sedia. La raccolsi e la passai alla Cagna che, sfruttando l’ultimo raggio di sole, la esaminò in controluce.
Conteneva ancora due dita di birra, e questo ci preoccupò.
«È morto?», le chiesi.
Mia madre scosse la testa, ma mi pregò comunque di andare a vedere.
Dalla posizione innaturale in cui giaceva, capii che aveva provato a mettersi in piedi. Si era anche mezzo vestito.
Con la patta sbottonata, Alce sollevò debolmente la testa e mi fece segno di avvicinarmi. Credevo reclamasse una nuova bottiglia, invece chiese soltanto di aiutarlo a districarsi dalla coperta.
«E portami lo specchio», disse schiacciando sulle tempie i suoi quattro peli.
Io ignoravo che ne avessimo uno. Lo trovai dietro l’armadio, sepolto dalle vestaglie della Cagna. Sospettai che Alce l’appendesse al soffitto quando Toro montava mia madre.
Nel riflettersi, Alce percorse con l’indice il reticolato delle sue rughe. Lo specchio si riempì di ditate.
«Domani salirai sui pascoli a cercare il Toro», mi ordinò. «Ovunque si trovi, qualunque cosa stia facendo, lo prendi per la coda e lo riporti a casa».
Prima di spegnere la candela acconsentì a sfilarsi i pantaloni, ma volle tenere pettine, scarpe e camicia pulita a portata di mano. Non c’è niente di più straziante, mi dissi, di un individuo ormai finito che pensa a un nuovo inizio.
Il giorno dopo, l’alba mi trovò già in marcia. Mai come a quell’ora il silenzio del bosco toglieva ogni illusione: eravamo soli, e soli saremmo rimasti.
Impegnati a dipanare matasse di filo spinato, i cacciatori avevano deposto le armi. Allargare ogni giorno i propri confini era tutto ciò di cui si occupavano. Il bosco non dava più da mangiare, e loro rispondevano mangiandosi il bosco.
Mentre li calpestavo, la timidezza dei bucaneve impediva loro di confessarmi la propria pena. Cercava di mostrarsi il bosco di sempre, e talvolta, qua e là, dava perfino l’impressione di sorridere: ma era solo un involontario riflesso al solletico del sole.
Del Toro nessuna traccia. Le prime malghe che incontrai erano deserte. Di più: non sembravano abitate da secoli.
Esistevano ancora, le femmine? Oppure i cacciatori, con la scusa di proteggerle, le avevano eliminate per eliminare con esse le prove della propria impotenza?
Camminai per tutto il giorno intorno ai miei dubbi. Poi scese il tramonto, entrai in un rifugio e mi sdraiai sul pagliericcio. Nel buio pensavo a mia madre: dall’insonnia al pianto, in effetti, la Cagna aveva tutti i sintomi della sopravvissuta.
Sognai il calore del suo seno, e di scoprire che il calore proveniva dal rogo del suo cuore.
Poi mi svegliai di soprassalto, uscii dalla malga e vidi un filo di fumo sollevarsi tra le cime degli alberi.
«Toro!», esultai.
Benché breve e agitato, il sonno mi aveva restituito energia. Quanto in realtà fosse poca, me ne accorsi a metà della salita.
Mi fermai ansimante con le mani sulle ginocchia. Il fumo si era fatto più denso. Avevo la lingua secca, ma all’improvviso sentii scivolarvi sopra un filo di saliva: reagiva al prurito di un aroma. Mi spostai freneticamente avanti e indietro nel tentativo di catturarlo. Alla fine riuscii a conficcargli addosso le narici.
Era un odore vivo, che strisciava nell’aria come una serpe nel sottobosco. Lo inseguii tra gli abeti. Dalla violenza con cui inciampai, mi accorsi che stavo correndo.
Lungo il pendio, il profumo mi venne incontro come il più caro degli amici.
«Carne!», esclamai ricambiando il suo abbraccio.
Dall’odore sembrava già rosolata a puntino, ma d’istinto imbracciai il mio arco, come se potesse ancora saltare giù dal fuoco e scappare.
Freccia e muso protesi in un’unica punta, avanzai verso l’accampamento.
Davanti alla tenda, sulla graticola, sfrigolavano tra le erbette due tenere braciole. Stillavano appena un filo di grasso, che sgocciolava lento sugli ossi spolpati e poi gettati nel fuoco.
Mi avvicinai per osservare la loro forma. Che animale poteva essere?
«Oh Dio!», sobbalzai urtando l’attizzatoio.
Gli ossi delle zampe erano sei.
Soffocai un conato di vomito. Contemporaneamente, l’apertura della tenda si sollevò.
Ghepardo mi fissò con le pupille dilatate.
«Abbassa quell’arco», disse.
In mano stringeva una forchetta.
«Ti avviso che ho solo questa», disse ancora. «Se vuoi assaggiarli dovrai arrangiarti con le mani».
Si chinò sulla griglia e saggiò il punto di cottura.
«Dove li hai trovati?», balbettai.
Poi specificai: «I topi».
Ghepardo non batté ciglio.
«Non vorrai mangiarli? Sono dei mostri!»
Ghepardo leccò la punta della forchetta e m’informò che suo padre stava recintando quel versante del monte.
«Quindi sbrigati. Altrimenti resterai inglobato nella nostra proprietà».
«La vostra proprietà? Ma questo è bosco!
«Bosco! Bosco! Bosco!», ripetevo impazzito.
Sebbene, a suo dire, fosse già molto saporita, Ghepardo salò la carne.
«Cosa sei venuto a fare?», disse obliquo.
Mi decisi a chiudere la bocca. Poi la riaprii per dire: «Sto cercando il Toro».
«Il Toro?», aggrottò la fronte Ghepardo. Pareva se ne ricordasse appena.
«Non è che invece volevi fregarci la colazione?»
Rovesciò i pezzi di carne e vi sbriciolò sopra un rametto di rosmarino. Io lo guardavo senza riuscire a deglutire.
«Stai crepando di fame, eh Agnello?»
Inforcò una braciola, la rovesciò nel piatto e me lo fece sfilare sotto il naso. Il profumo mi centrò alla bocca dello stomaco. Spinsi in avanti i gomiti, difendendomi come potevo. Il piatto rotolò per terra.
«Porco il bosco!», sbottò Ghepardo.
Si genuflesse davanti al pezzo di carne e lo depositò di nuovo sul letto di rosmarino.
Aspirato voluttuosamente il suo profumo, tornò subito calmo.
«Li hai visti anche tu, Ghepardo, uscire da quella bara. Sono... cattivi».
Ghepardo addentò il topo e masticò di gusto: «Non mi pare. Sono gli animali più buoni che abbia mai assaggiato».
«Come puoi chiamarli animali?», m’indignai. «Hanno sei zampe e un occhio solo!»
Ghepardo scrollò le spalle e proseguì a mangiare. Annaffiava di birra ogni boccone.
«Se sono animali», tentai ancora, «perché non sono spariti come gli altri?»
Ghepardo rispose con un rutto.
Un istante dopo, cento metri sopra le nostre teste, Leone esplose in aria un colpo di fucile e inveì contro di me.
«Te l’avevo detto che si sarebbe infuriato», sbuffò Ghepardo.
Concentrato sul suo pasto, non mi concesse più di questa spiegazione: «Non vuole estranei sul nostro territorio».
Tornò a chinarsi sul piatto. Io raddrizzai la voce: «Estranei? Ma sono tuo fratello!»
Il secondo colpo, anziché in cielo, sibilò accanto al mio orecchio.
Leone scendeva ansimando lungo il pendio. Lo sentii ricaricare il fucile.
«Attento alle tagliole!», mi gridò dietro Ghepardo a bocca piena.
Suo padre ne aveva disseminato il monte intero.