10.
Fuggono, fuggono i re degli
eserciti!
«Riproviamo?», chiese il Toro.
«Riproviamo», rispondemmo noi.
Avevamo liberato il parafango dai rovi e alleggerito il pianale dalle fiancate. Ma anche così, il pick-up non si muoveva.
Toglierlo dalla scarpata, spingerlo fino a casa, ripararlo: Toro aveva appreso dalle Sacre Scritture l’esistenza dei miracoli e si era messo in testa di compierne tre di fila.
Tirammo ancora. Il Ford Ranger pesava due tonnellate. La pellaccia del Toro e le nostre ossa, insieme, arrivavano a malapena a duecento chili.
Mollammo la fune e ci guardammo intorno. Sostare nel bosco era sempre più pericoloso: ogni quarto d’ora la sua agonia veniva squarciata dallo schianto di un albero che si abbatteva al suolo.
«Bisogna fare in fretta», disse Ghepardo.
«Non c’è tempo per il pick-up», disse Farfalla.
«Dobbiamo andarcene a piedi», dissi io.
Toro si ostinava a scuotere la testa. Sapeva che il bosco si era rimpicciolito, ma aveva paura che la Scimmia, al settimo mese, non riuscisse comunque ad attraversarlo sulle sue gambe.
«Hai visto il motore?», insistetti. «Anche se lo raddrizziamo, è mezzo carbonizzato».
Sull’altra metà non avremmo saputo dove mettere le mani.
«Forse con un argano», continuò a ragionare Toro tra sé e sé.
Tornammo provvisti di verricello, agganciammo la corda al paraurti e ci dannammo l’anima fino al tramonto.
«Forza, spingete!», digrignava i denti il Toro. Riuscimmo a spostarlo di un paio di metri. Per metterlo in piano ne mancavano almeno un’altra decina.
«Se solo i cacciatori ci dessero una mano!»
Lo guardammo a bocca aperta.
«I cacciatori?», disse Ghepardo. «Ti sparerebbero addosso, se avessero qualche munizione in più».
Toro s’incurvò, come se fosse davvero sotto tiro: «Eppure è per colpa loro, che dobbiamo andarcene!»
Si sfilò i guanti e annunciò che l’indomani avremmo ritentato.
Ora che ci coricavamo in tre nel mio letto, l’oggi e il domani per me non esistevano. La notte, che avrebbe dovuto dividerli, la trascorrevo ad ascoltare i respiri di Ghepardo e Farfalla. Chissà come, riuscivano a dormire.
Poco prima dell’alba si scatenò il diluvio. Insieme ai fulmini e alla grandine, appena dentro il bosco, vidi cadere un altro faggio. Dalla finestra osservavo impotente il lavorio dei topi e non potevo fare a meno di notare l’efficienza, lo zelo, il perfetto sincronismo con cui, albero dopo albero, si dedicavano a radere al suolo il nostro mondo.
Poi girai la testa e sotto la veranda vidi il Toro. Si stirò con le mani l’incerata, si calcò il trapper sulle tempie e uscì sotto la pioggia. Non aveva con sé nemmeno un’arma.
In punta di piedi mi spostai verso la fuciliera e imbracciai il Vittoria a canne lisce di Alce. Da quanti giorni non si muoveva più da quel divano? Non avevo tempo di calcolarlo: Toro si era già dileguato dentro il bosco.
Indossai in fretta gli stivali e m’incanalai nella sua pista.
Non dovetti fare troppa strada: appena entrato nella faggeta, Toro girò a sinistra, percorse qualche centinaia di metri e si ritrovò davanti la casa di Bisonte. Lo chiamò a gran voce, tenendo in vista le mani.
Forse per il temporale, forse perché dormiva ancora, l’altro sembrò non sentire. Allora il Toro estrasse le cesoie, tranciò il filo spinato e violò il suo dominio.
Bisonte non sapeva scrivere. Ma aveva piantato dappertutto dei cartelli ricoperti di segni, confidando sul fatto che gli altri non sapessero leggere.
M’infilai anch’io nel varco. Uno spuntone di filo spinato mi graffiò la guancia.
Toro avvertì il mio lamento e si voltò: «Che fai qui?»
«Sei uscito senza fucile», gli dissi come se volessi rimediare a una dimenticanza.
«Non mi serve il fucile».
Lo guardai da sotto in sopra. La pioggia non riusciva a sciacquarmi lo scetticismo dal viso. Toro allargò le braccia.
«Lo convincerò con la forza della ragione».
«Bisonte?»
«Lui e gli altri, se necessario. Ci vogliono fuori dai piedi?», si scaldò Toro. «Che ci aiutino ad andarcene, allora».
Benché fossero ormai svigoriti, mi sembrò che la ragione avesse ancora meno forza dei suoi muscoli. Da tre giorni non facevo altro che ripeterlo, e allora lo dissi una volta di più: «Proviamo».
Bussare non ottenne risposta. Girammo intorno alla casa. Sotto la veranda vacillava una pila di bottiglie.
«La porta sul retro è aperta», dissi al Toro.
Appena dentro, buio e fetore formarono un’unica materia, che subito ci chiuse, in una sola morsa, occhi, naso e gola.
«Non si respira», brancolò Toro.
La luce dell’alba era poco più che cenere. Si posò nella stanza aggravando la percezione di un saccheggio. Tutto il visibile era sottosopra, e il resto ammassato in fondo all’oscurità.
«Bisonte?», provò più volte il Toro.
L’acqua batteva sulle tegole. Il fuoco, sembrava non essere mai stato acceso.
«Dove si è cacciato, quell’ubriacone?»
La vista del Toro s’indeboliva sempre di più. La penombra lo rendeva incerto e nervoso. Si tenne vicino alla porta e mi ordinò di cercare una candela.
Non era notte, ma nemmeno si poteva dire che era giorno.
Avanzai verso il centro della stanza. Poi mi addossai alla parete per girarle intorno.
Tre passi e andai a sbattere contro una credenza. Vacillammo entrambi. I bicchieri non la smettevano più di tintinnare. Bisonte doveva averne cento, senza contare quelli sparsi in giro. Mi spostai di lato e ne centrai uno con il piede.
Il bicchiere rotolò sul pavimento. Azzardai un altro passo, e rotolai anch’io.
Avevo urtato un tronco, o almeno così mi parve inciampando sulla ruvidezza della sua corteccia.
«C’è un albero in mezzo alla stanza», dissi rivolto al Toro.
«Un albero?»
Anche lo stallone si era spostato. A tentoni, lungo il muro opposto, aveva individuato su di una mensola candela e fiammiferi. Ne sfregò uno sul tacco dello stivale e fece luce.
La candela era poco più che un mozzicone. Il chiarore che irradiava disegnava un cerchio stretto, nel quale faticavamo a entrare in due.
Per evitare che il vento la spegnesse dovemmo chiudere la porta. L’oscurità aumentò.
«Cos’hai sulla faccia?», chiese Toro.
«Cos’ho?»
La pioggia ci aveva inzuppato da cima a fondo.
«Acqua piovana», risposi. «O almeno credo».
Toro mi passò un dito sulla guancia e lo accostò alla fiammella.
«Acqua rossa?», si chiese.
Indirizzò la candela verso il centro della stanza.
Bastò il suo flebile barlume per rivelare ciò che avevo scambiato per un tronco: sul pavimento, riverso in una pozza di sangue, giaceva il corpo enorme di Bisonte.
Dopo averlo crivellato di proiettili calibro venti (o forse prima, chissà) Leone gli aveva spezzato entrambe le gambe all’altezza del femore. Poi gli aveva tagliato i genitali e glieli aveva spinti in gola.
«Ha mantenuto la sua promessa», disse Toro.
Era la prima volta che un cacciatore uccideva un esemplare della sua stessa specie?
Era la prima volta, confermò affranto il capobranco.
Girammo un paio di volte intorno al cadavere. Poi Toro si chinò a chiudergli gli occhi e si fece il segno della croce.
«Dobbiamo seppellirlo», disse.
Un tuono fece tremare la casa.
Gli ricordai che sottoterra brulicava di topi.
Allora Toro decise che lo avremmo tumulato lì dentro.
Cercò un martello e cominciò a inchiodare le finestre. Poi otturammo la cappa e sprangammo la porta sul retro.
«Per ora basta così», disse il Toro. «Torneremo a murare tutto».
Sembrava perfino soddisfatto.
Prima di andarcene (non restava che sbarrare dall’esterno l’ingresso principale), mi tornò in mente che in quella casa, da piccoli, io e Zebra ci nascondevamo in cantina a giocare.
«Penso ci sia una botola, da qualche parte».
Ci mettemmo a cercarla. La candela era ai minimi termini. L’aria sempre più irrespirabile. Alla fine spostammo anche il divano e la credenza, ma della botola non trovammo traccia.
«Sei certo di ricordare bene?», chiese Toro.
Mi passai una mano sulla fronte. Grondavo come uno straccio imbevuto d’aceto.
«Ma sì», dissi, «era qui».
La mano divagò verso il centro della stanza, più o meno dove giaceva Bisonte.
Toro e io ci scambiammo un cenno d’intesa. Lui afferrò il cacciatore dalle ascelle, io dagli stivali. Mezzo dissanguato, pesava meno di quanto mi aspettassi.
Lo sollevammo, e la botola apparve sotto il suo corpo.
Toro andò a prendere altre assi. Nell’inchiodare la prima si pestò un dito. Le gocce del suo sudore s’infrangevano nella pozza del sangue di Bisonte e l’annacquavano. Ci mancava il respiro.
«Fatto», ansimò dando la martellata finale.
Recuperò il berretto e guardò Bisonte per l’ultima volta. La fiammella, stremata, si spense. Allora, spinte le braccia in avanti, puntammo quel poco di luce che filtrava da sotto la porta.
Dopo ore e ore di tempesta, anche il vento e la pioggia sembravano stanchi. Un tuono brontolò in lontananza.
Individuato a tastoni il chiavistello, lo tirammo e poi tirammo di nuovo. La porta non si apriva. Toro prese una breve rincorsa e tentò di sbloccarlo con un calcio.
Poi sentimmo il primo chiodo saltare. Un altro e un altro ancora. Le assi che avevamo inchiodato sulla botola scricchiolavano come ossa del collo sul punto di spezzarsi.
«Che succede?», mormorò il Toro.
Sollevò il martello e lo abbatté alla cieca sul catenaccio della porta. Per un attimo credetti che l’avesse centrato. Ma era solo il colpo secco con cui l’ultima delle assi sulla botola aveva ceduto.
Centinaia di topi uscirono dalla cantina e si riversarono nella stanza.
Se ci vedessero al buio, non so. Di sicuro sentirono l’odore del sangue di Bisonte e si fermarono a berlo. Ammucchiati intorno al cadavere rallentavano l’uscita degli altri, che protestavano da dentro la botola.
Toro sferrò un altro calcio al chiavistello. Ma era sempre il calcio di un vecchio.
Allora mi sfilai la doppietta e la puntai sulla porta. Contemporaneamente, gli incisivi di un topo addentarono il mio stivale. Mi sparai tra i piedi e forse lo centrai, perché il topo squittì forte e rinunciò alla presa. Altri ne arrivavano.
Buttai giù la credenza. Per qualche secondo, una diga di vetro arrestò l’onda di piena.
Chino sulla sua artrite, Toro si difendeva dall’assalto a botte di martello.
«Via», urlai. «Via da quella porta».
Per farlo gli concessi tutto il tempo che avevamo: una frazione di secondo.
Poi scatenai le mie due canne e le lasciai cantare. La rosata crivellò il noce della porta. Le spallate di un bambino ormai adulto e di un adulto ormai vecchio, forse, potevano riuscire a sfondarla.
«Sei pronto?», chiesi al Toro.
«Pronto».
Uno dei pallini lo aveva colpito alla spalla destra. Toro si girò sulla sinistra e si scaraventò contro l’uscio. I cardini gemettero. Alla seconda spallata saltarono del tutto.
Ci lanciammo fuori e ci gettammo a terra, rotolandoci dentro le pozzanghere come se dovessimo spegnere una fiamma. Un paio di topi ci erano rimasti attaccati alle caviglie. Li staccammo per la coda e li lanciammo verso i loro simili, che intanto si erano accalcati sulla soglia.
Ritti sulle zampe posteriori, ci fissavano agitando le vibrisse.
«Maledetti», urlai. «Fatevi avanti!»
In silenzio, i topi si ritrassero nel buio.
Sempre nel buio, e sempre in silenzio, dopo avere scarnificato la salma del cacciatore si dedicarono a rodere furiosamente le travi portanti dell’abitazione.
Io e il Toro c’eravamo appena tolti le incerate quando sentimmo lo schianto alle nostre spalle. Non era un albero, questa volta, ma la tomba di Bisonte che implodeva, chiudendosi su ciò che restava delle sue povere ossa.
Avvertire i cacciatori, costringerli a uscire dalle proprie case, spingerli a partire con noi.
Sentito che questo era il piano del Toro, Ghepardo scalciò una sedia e gli agitò un pugno sotto il naso.
«Sono venuto dalla tua parte perché dovevi portarci oltre la Linea!», gridò. «E tu continui a perdere tempo».
Riverso sul tavolo della cucina, Toro stringeva tra i denti un fazzoletto. La Cagna armeggiava intorno alla sua spalla destra, alla ricerca del pallino di piombo che gli avevo conficcato.
Si tolse dalla bocca il bavaglio e disse: «Salvare la vita dei miei simili non è perdere tempo».
«Non sono più tuoi simili», obiettò Ghepardo. «Sono i tuoi nemici».
Nel grigio di quegli occhi, come il volo dei suoi falchi, s’incrociavano la smania di raggiungere la Linea e la paura che Leone tornasse a riprenderlo.
«Se solo si rendessero conto!», sospirò Toro. «Potremmo...»
Ghepardo capì subito dove volesse arrivare.
«Una volta per tutte», disse, «scordati il pick-up: è un mucchio di ferro arrugginito, e anche se ci aiutassero a rimetterlo dritto nessuno sarà mai in grado di aggiustare il motore».
Batté la mano sul tavolo. «L’hai visto il bosco? Dappertutto ci sono alberi di traverso e molti passaggi sono sbarrati. Solo a piedi si può passare, e ancora per poco. Dobbiamo andarcene sulle nostre gambe, e in fretta!»
La Cagna aveva individuato il pallino di piombo. Toro strinse di nuovo il bavaglio e inarcò la schiena. Poi restò a lungo a occhi chiusi, ansimante, con il sudore freddo che gli colava sulla fronte.
Ghepardo guardò prima me e poi Farfalla, cercando aiuto.
Quindi sospirò, ritornò dal Toro e disse: «Ti prego, padre. Partiamo».
Tra il proiettile che la Cagna gli aveva appena estratto dalla carne e quella parola che Ghepardo gli sparò nel cuore, Toro si sentì svenire. Mia madre gli fece annusare l’aceto, completò la medicazione e infine portò in tavola una decina di noci rafferme.
«Due a testa», mormorò Toro prendendo posto a capotavola.
Sedemmo tutti e cinque intorno alla mensa. Mentre il Toro recitava una breve preghiera, annunciata dalla sua enorme pancia la Scimmia scese dalla soffitta. Entrò in cucina trascinando i piedi e si fermò a guardarci masticare.
«Proprio una bella famigliola», ci sbeffeggiò.
Si ancorò allo stipite della porta e puntò il dito contro Toro.
«E tu, paparino, mi hai portato i topi?»
Era già ubriaca. Nell’avanzare perse l’equilibrio e Toro la sostenne.
«Non mi toccare, idiota, e dammi subito da mangiare. Aspetto un bambino, non te ne sei accorto?»
Toro raccolse dal tavolo le sue noci e gliele offrì. La Scimmia rise e le gettò a terra. Poi gli sputò in faccia.
Toro si pulì il viso con il tovagliolo.
Era spaventoso vedere come l’amore lo avesse indebolito, e come amare ancora lo stesse distruggendo.
Afferrò la Scimmia per i polsi e, badando a non farle troppo male, la riportò in soffitta.
Prima di uscire si voltò verso di noi e annunciò: «Partiamo domattina».
Mia madre raccolse i gusci delle noci e lasciò tintinnare la catena.
Domattina. Dunque avevamo meno di ventiquattr’ore per ritrovare Zebra.
Ci dividemmo: Ghepardo avrebbe esplorato il versante del torrente, Farfalla sarebbe scesa verso valle e io mi sarei inoltrato dentro la faggeta.
Pallottole, non ne restavano più di una manciata. Dividemmo anche quelle, fingendo di credere a ciò che i cacciatori andavano ripetendo fin dal primo giorno: i topi potevano spolpare un campo di cadaveri o disboscare un’intera foresta, ma sarebbe comunque bastato battere rumorosamente le mani, o tutt’al più sparare un colpo in aria, per disperderli al nostro passaggio.
Così accade con tutte le prede, si convincevano. Senza pensare che le prede, adesso, eravamo noi.
Per proteggerci dalla caduta degli alberi, la Cagna ci aveva imbottito con i suoi gomitoli di lana. Sotto il berretto indossavamo i pentolini di latta con i quali cuoceva le uova, quando ancora esistevano quaglie e galline.
In realtà, durante il giorno, non vennero giù che un paio di pigne. A guardarli da sotto in sopra, gli alberi apparivano come sempre erano stati: solidi, maestosi, eterni.
Anche i topi si tennero nascosti. Tutto era così tranquillo che da un lato all’altro del Cerchio potevamo sentirci chiamare a gran voce il nostro quarto fratello.
«Zebraaa!»
«Zebraaa!»
«Zebraaa!»
Come stabilito, prima del tramonto ci ritrovammo alla rupe. Sotto di noi, i tronchi delle Sette Sorelle stavano marcendo sulle rive dello stagno. Ci togliemmo di dosso la lana e ci sporgemmo a guardare la pietraia sull’altro lato del burrone. Molti di quei sassi li aveva scagliati la fionda di Zebra.
«Dite che è morto?», ruppe gli indugi Farfalla.
«Ce ne andremo senza di lui?», disse ancora, poiché noi non le rispondevamo.
Alla fine Ghepardo sbuffò.
«Vado a prendere l’acqua al torrente», disse.
Lo pregai di non pisciarci dentro, e lui mi diede una spinta.
«Fottiti».
«Fottiti tu», ricambiai.
Mentre Ghepardo saltellava sulle rocce, Farfalla e io ci stendemmo con le mani dietro la nuca a contemplare il cielo.
«Come sarà dall’altra parte?», le chiesi.
Lei tirò fuori il taglierino e cominciò ad accorciarsi la frangetta.
«Pieno di Scimmie e Gorilla», rispose.
«E poi?»
«Ancora Scimmie e Gorilla».
Mi tirai a sedere e notai un rivolo scarlatto sulla sua coscia destra.
«Ti sei ferita», la informai.
Farfalla si palpò la fronte. Poi esaminò la punta del coltello.
«Non lì», dissi. «Sulla gamba».
Si guardò tra le cosce e avvampò. Il coltello le cadde di mano. Provò a tamponare il sangue con le dita. Ma un secondo rigagnolo colò sull’altra gamba.
Farfalla balzò in piedi. Cominciò a tremare.
«Non dirlo a nessuno», implorò.
Mi afferrò per il bavero.
«Non devi dirlo a nessuno, hai capito?», ripeté con gli occhi sbarrati.
Mi strappò il berretto dalla testa e lo utilizzò per tamponare il sangue. Poi si sedette e strinse le cosce. Un istante dopo, sentimmo Ghepardo risalire.
Batteva il tempo e canticchiava si parte, si parte.
La radura creata dal Toro si stava già riempiendo di erbacce. Ci apparve là, in mezzo alla gramigna. Nel crepuscolo, il suo profilo ricordava un animale preistorico.
«Cos’è?», domandò Farfalla.
Dalla rupe fino a casa, aveva sempre camminato dietro le nostre spalle, con la borraccia in mano, pronta a sciacquarsi il sangue un attimo prima che Ghepardo e io ci voltassimo.
Si affiancò al nostro stupore.
«È...»
«Non è possibile», disse Ghepardo.
Li sopravanzai di due o tre passi e strinsi gli occhi.
«Ma sì... è... il pick-up!»
«Il pick-up!», ripeté Farfalla a bocca aperta.
Ghepardo si stropicciò gli occhi.
«Ma come ha fatto?»
Gettammo a terra i fucili e cominciammo a correre a perdifiato verso la casa. Quando ci rendemmo conto che qualcosa non tornava – un pick-up, certo, ma più nuovo e senza ammaccature – era ormai troppo tardi.
Lo sportello si aprì.
«Buonasera», disse quello con la erre moscia.
Gli altri due Gorilla saltarono giù dal cassone.
Ci sbatterono a terra e ci riempirono di manganellate. Poi ci ficcarono uno straccio in gola, ci legarono le mani dietro la schiena e ci spinsero a calci dentro casa.
Toro l’avevano già imbavagliato e sbattuto su una sedia. Con la Cagna avevano usato la sua stessa catena. Di Alce, sepolto sotto le coperte, non s’erano neanche accorti.
Poi si erano sfilati i guanti e si erano fregati le mani, soddisfatti della prima parte del lavoro.
«Allora», avevano ghignato nell’orecchio del Toro, «dov’è?»
Per non fare rumore usavano dei tirapugni in schiuma di lattice. Il Toro, sempre più stordito, si rifletteva nei loro occhiali a specchio e continuava a scuotere la testa. Quando perse i sensi, i tre Gorilla fecero una pausa. Il primo si fermò nella camera da letto (individuato lo specchio dietro l’armadio, cominciò a rimirarsi di fronte e di profilo) e gli altri due si spostarono in cucina.
Lo stato della nostra dispensa li divertì.
«Siete a dieta?», risero in faccia a mia madre.
Le guardarono dentro la vestaglia.
«Interessante», sogghignò uno dei Gorilla.
L’altro gli diede una manata sulla spalla.
«Sei pazzo? Vuoi farti venire qualche malattia?»
«E allora il capo, che si è fatto quella Zebra nel bosco?»
Si spintonarono due o tre volte. Poi scovarono un paio di bottiglie di birra ancora intatte.
Le stapparono e si sedettero a gambe larghe di fronte alla Cagna.
«Come fate a vivere in questa vergogna?», le chiesero.
«E con questa puzza! Ma da dove viene?»
«Siete delle bestie immonde».
L’espressione della Cagna li fece sospettare che, oltre che muta, fosse anche sorda. Provarono a scuoterla: «Dopo esserci ripresi la nostra donna vi uccideremo tutti, lo sai?»
«È la legge».
«L’ordine».
«Il sistema».
La Cagna non mosse un muscolo. Allora uno dei Gorilla si alzò, girò intorno al tavolo e la schiaffeggiò.
«Brutta cagna!», si tenne la mano. «Sei così magra che a batterti fanno male le dita».
Finalmente mia madre si mosse. Lentamente si massaggiò la guancia.
«Lasciala stare», disse l’altro. «Chiedile piuttosto della fuggitiva».
«Fa solo dei versi, non senti?»
«Chiediglielo lo stesso».
Il primo Gorilla si sistemò il colletto della divisa.
«Lavoro», si lagnò. «Sempre lavoro».
Strattonò la catena al collo della Cagna e la schiaffeggiò di nuovo.
«Hai visto una donna, da queste parti?»
«Un essere umano!», ripeté alzando più forte la voce e le mani.
Il naso della Cagna prese a sanguinare. Allora il Gorilla le strappò il vestito e le graffiò il seno.
«Proprio non resisti, eh?», lo derise il collega. «Muori dalla voglia di montarla».
«Perché no?»
«Perché noi siamo persone civili».
Il primo Gorilla ci ragionò sopra.
«Che c’entra? Non voglio mica sposarla. È... una violenza».
L’altro si grattò il mento. Poi alzò le mani.
«Hai ragione», disse. Ammise che si poteva fare.
Stavano già calandosi i pantaloni, quando uno dei due notò la Bibbia sopra uno scaffale.
«E questa?», balbettò.
Tornò dalla Cagna e la colpì di nuovo. Questa volta a due mani, con il libro, e poi ancora con il manganello, e poi ancora con tutta la rabbia.
«La tengono qua», si sbavarono addosso i due Gorilla. E digrignando i denti corsero in camera da letto ad avvertire il terzo.
Toro, nel frattempo, aveva ripreso i sensi e lottava disperatamente per evitare che il Gorilla con l’erre moscia lo sodomizzasse.
«Ma capo!», si scandalizzarono entrando gli altri due. «Ci sono i bambini!»
Infastidito, il Gorilla replicò che violentare i bambini l’aveva stufato.
«Quella Zebretta, nel bosco!», si giustificò. «Mi ha fatto venire l’herpes!»
Poi vide la Bibbia e impallidì.
«La fuggitiva!»
«Sì, l’hanno presa loro!», mormorarono concitati i suoi compari. «Di certo la nascondono qui!»
Il Gorilla con l’erre moscia si rivestì, impugnò il manganello e uscì in perlustrazione. Non impiegarono molto a individuare la soffitta.
«Uh! Uh! Uh!»
Saltellavano eccitati ai piedi della scala.
«E se con lei c’è qualcuno? Se il carceriere è armato?»
Sfilarono tre fucili dalla rastrelliera e in fila indiana salirono i gradini. Accostarono l’orecchio alla porta. La spalancarono.
Completamente sbronza, la Scimmia quasi non si accorse dell’irruzione dei Gorilla. Quando li mise a fuoco sbraitò: «I topi li avete? E la birra? Sta finendo, porco...!»
I Gorilla risero della sua bestemmia e si rilassarono. Ringraziarono Dio che la loro missione si fosse conclusa felicemente (mi fu chiaro, allora, che ognuno aveva il suo Dio e ne faceva quello che voleva).
Poi l’osservarono meglio e fecero un passo indietro.
«Ma questa donna è incinta!», arricciarono il naso.
La Scimmia si toccò la pancia. Sembrò sul punto di scoppiare in lacrime.
Con le dita alla cintura, i Gorilla girarono intorno al letto grattandosi la guancia. Sotto i loro stivali scricchiolavano escrementi di topi.
«Che razza di guaio», disse il Gorilla con la erre moscia.
Scostarono le lenzuola e valutarono lo stato della gravidanza.
«Sette mesi».
«Forse otto».
Seppure fossero stati nove, calcolarono, la Scimmia era rimasta pregna durante la sua fuga nel Cerchio. Indignati, uscirono a confabulare sulle scale.
«Che facciamo?», chiese quello che si era divertito a schiaffeggiare la Cagna.
Il primo dei Gorilla predicò la calma.
«Il nostro compito è solo quello di riportare indietro chi oltrepassa il confine».
«È vero», osservò il terzo. «Ma abbiamo anche l’assoluto divieto di farlo oltrepassare a chi è diverso: come facciamo a essere sicuri che il bambino sia uguale a noi?»
«Bambino?», ringhiò l’altro. «Non sappiamo nemmeno se da lì uscirà un essere umano!»
«Già», convenne il capo. «Se fosse un quadrupede? Se avesse le corna?»
«Cosa succederebbe se quella disgraziata tornasse con noi nel mondo civile e il giorno dopo partorisse una bestia schifosa?»
Il terrore di essere accusati della generazione di un mostro s’impadronì di loro.
«Dobbiamo farla abortire», minacciò il più esagitato.
Gli altri due lo afferrarono per le braccia e lo trattennero.
«Fermo! È pur sempre una dei nostri!»
«Dei nostri? Una pervertita che si accoppia con un animale?»
Decisero di legare anche lei e di riunire tutti in cucina. Da come Toro si dimenò vedendo la Scimmia, i Gorilla dedussero che il padre era lui.
«Da non credersi!», dissero. «Questa bestia sembra avere sentimenti per una nostra simile».
«Soffre».
«Vorrebbe proteggerla».
«L’ama!»
«E tu?», domandarono ridendo alla Scimmia. «Anche tu lo ami?»
La Scimmia non capiva niente. Continuava a reclamare carne e birra.
«Sono una madre!», si dimenava. «Sono sacra!»
I Gorilla non sapevano più che cosa fare.
«Basta», disse quello con la erre moscia. «Siamo uomini di legge e dobbiamo eseguire la legge».
Gli altri due annuirono e si domandarono cosa dicesse.
«Chi?»
«Cosa?»
«La legge, no?»
Esclusa la Scimmia, che continuava a strillare per conto suo, noi tutti trattenevamo il fiato. Il sangue ci colava sugli occhi.
«Dove abbiamo messo il regolamento?», si chiesero i Gorilla.
Non se lo ricordavano. Forse, disse uno di loro, non l’avevano mai avuto.
Allora quello con la erre moscia si spostò alla finestra e vide una sterminata fila di topi che, dai margini del bosco, fissavano immobili la casa.
«Odio questo posto», disse.
E subito dopo ordinò di ucciderci tutti.