8.
Il divario di classe:
chi ha tutto, chi non riesce a farcela
Io e mia cugina incarniamo una divergenza evitabile. Perché è accaduto questo? Cosa possiamo farci?
In molte famiglie gli adulti hanno acquisito un livello di istruzione e di competenze senza precedenti nella storia umana; sono più inclini di quanto non sia mai avvenuto a sposare persone come loro; all’interno della famiglia gli uomini hanno adottato regole basate sull’eguaglianza e sulla cooperazione che sono rivoluzionarie, mai viste prima; i genitori educano i loro figli in modo più intensivo di quanto non abbiano mai fatto prima. Il successo conferisce stabilità a queste famiglie: i figli ereditano il successo dei genitori. Queste famiglie hanno tutto: stanno diventando dinastie.
In molte altre famiglie, gli adulti sono poco istruiti, e le competenze che hanno faticosamente acquisito hanno perso il loro valore. Anche loro tendono a sposare persone con le stesse caratteristiche, ma questo succede perché le opportunità si sono ridotte: i matrimoni fra simili nelle classi più istruite hanno fatto sì che per le donne sia più difficile sposarsi con una persona di rango sociale più elevato; gli uomini hanno conservato la tradizionale norma secondo cui sono i principali percettori di reddito all’interno della famiglia, ma non riescono più ad essere all’altezza del ruolo; i genitori continuano a delegare l’istruzione alla scuola. Le crescenti tensioni derivanti dai fallimenti destabilizzano la famiglia: i figli ereditano le instabilità dei genitori. Queste famiglie non riescono a farcela, si stanno sfasciando.
Molte delle caratteristiche che determinano il successo di alcune famiglie sono positive non solo in se stesse, ma per la società intera. All’opposto, tante situazioni che provocano il fallimento di altre famiglie sono non solo tragedie private, ma vere e proprie catastrofi sociali. Per riequilibrare questa nuova disparità, il punto da cui partire è rafforzare le famiglie che non ce la fanno. Dobbiamo affrontare la realtà: il paternalismo sociale ha fallito, lo Stato non può sostituirsi alla famiglia. Ma le famiglie hanno bisogno di aiuto come mai prima; è un approccio che, come ho già anticipato, chiamerò maternalismo socialeA. Non tutti i comportamenti delle famiglie di successo sono però positivi per la società. Poiché state leggendo quello che scrivo, probabilmente anche voi fate parte di questo gruppo. In questo capitolo dovrete aspettare il vostro turno, ma poi si parlerà anche di voi.
Il sostegno alle famiglie in difficoltà
Le persone che si ritrovano a fare lavori a bassa produttività fanno spesso i primi passi nella vita con genitori che non sono preparati a crescerle. Come abbiamo visto nel capitolo 5, il numero dei bambini allevati in famiglie prive di uno o di entrambi i genitori biologici è nettamente aumentato. È una condizione che purtroppo provoca spesso danni irreversibili. Da queste brutali dinamiche consegue innanzi tutto che le politiche pubbliche devono prendere avvio in una fase precoce della vita del bambino, aiutando le famiglie a rimanere insieme e integrando al contempo la funzione genitoriale con altre forme di sostegno.
La ricomposizione della famiglia
L’affermazione secondo cui le famiglie con entrambi i genitori devono essere incentivate è venuta in certo modo ad essere identificata con la destra, e bollata come una forma di «conservatorismo sociale». Ma solo le frange più estreme dell’anarchismo hanno abbracciato la prospettiva del libero amore. Come ha detto la baronessa Alison Wolf, prestigiosa esperta britannica di politiche sociali, «non si ha notizia di società umane che abbiano mai applicato una totale libertà sessuale. Al contrario, hanno tutte avuto una ben riconosciuta istituzione matrimoniale [...]. Le società che si sono avvicendate nel tempo si sono date delle regole, spesso draconiane, concepite per costringere i padri dei figli a sposarne le madri»1. Si tratta di norme ben fondate. Al momento della nascita del loro bambino, un’ampia maggioranza di madri nubili vuole sposare il padre, e la maggior parte degli uomini ha intenzione di sposarsi. Ma cinque anni dopo, solo il 35% delle coppie formatesi in queste circostanze stanno ancora insieme, e meno della metà di queste hanno contratto matrimonio2. È una situazione che determina effetti importanti: finalmente, una solida ricerca scientifica consente oggi di integrare le acquisizioni delle scienze sociali con dati relativi al danneggiamento dei cromosomi. I telomeri sono strutture composte da DNA che proteggono la parte terminale di un cromosoma: più corti sono, maggiore è il danno sofferto dalle cellule, e la salute peggiora. Se la madre ha relazioni instabili, a nove anni i telomeri del suo bambino si sono accorciati del 40%3. Per comprendere la portata di questo effetto, il raddoppiamento del reddito familiare aumenta la lunghezza dei telomeri solo del 5%. Il danno provocato dalla mancanza di un impegno paterno è talmente profondo da non poter essere compensato. Per molti questa può essere una «spiacevole verità», ma ciò non è una giustificazione per negarla.
Nell’incoraggiare il coinvolgimento di entrambi i genitori nell’allevamento dei figli non c’è niente di intrinsecamente conservatore; in realtà, poiché ciò costituisce un aspetto fondamentale delle nostre obbligazioni verso gli altri, sembrerebbe più naturale associare questo orientamento al comunitarismo di sinistra piuttosto che all’individualismo di destra. La diffidenza in proposito della sinistra è dovuta al fatto che il dovere dei genitori verso i figli viene associato confusamente sia all’ossessione religiosa che considera un peccato i rapporti sessuali fuori del matrimonio sia all’idea che il matrimonio sia un’istituzione oppressiva nei confronti delle donne. Questo atteggiamento è stato aggravato dal piacere che una parte della destra prova nello stigmatizzare la gente.
Cominciamo dal peccato. Se molte persone lo considerano una cosa priva di senso, alcune pensano che rifiutandolo si recida completamente il legame che tiene insieme il sesso e le obbligazioni. Il peccato è una rottura degli obblighi verso Dio; se non c’è Dio, non ci sono obblighi da infrangere. Philip Larkin ha colto acutamente il mutamento di idee che avvenne rapidamente negli anni Sessanta: «Non più Dio, non più sudore e paura la notte / Per l’inferno»; ora possiamo gettarci tutti «giù nello scivolo / Di una felicità senza fine»4. Ma la «morte di Dio» non ci svincola dalle obbligazioni verso gli altri: se ci pensiamo bene, ci lega ancor più saldamente ad esse. Non è Dio il responsabile della miseria umana dei bambini in condizioni di disagio: i responsabili siamo noi. Così come le narrazioni sociali si sono radicalmente modificate negli anni Sessanta, quando i giovani hanno rifiutato i costumi della generazione precedente, una nuova generazione ha bisogno di rielaborarle, scindendo nettamente le obbligazioni relative alla sfera sessuale dalle credenze religiose. Sesso sì; genitorialità irresponsabile no. Quanto al matrimonio come strumento di oppressione femminile, la soluzione praticabile non è rinunciarvi bensì cambiarne le norme, com’è avvenuto in molti matrimoni. Rinunciare al matrimonio non porta a rafforzare la figura materna ma a renderla schiava, poiché così le donne devono arrabattarsi per svolgere da sole due ruoli entrambi necessari.
Passiamo ora alla stigmatizzazione: le persone commettono errori, e i giovani che devono contenere il loro potente impulso sessuale ne fanno più degli altri. Anche se dovremmo fare il possibile per scoraggiare gli sbagli, continueranno ad esservene molti. Una volta che il fatto è avvenuto, la risposta moralmente appropriata da parte della società dovrebbe essere il perdono, non la condanna. Il perdono riconosce esplicitamente che un errore è stato commesso, ma annulla ogni necessità di punizione. Piuttosto che di un marchio d’infamia, quello che occorre a due giovani che si ritrovano con un figlio non previsto è l’incoraggiamento a crescerlo in coppia.
I dati secondo cui le nostre decisioni sono fortemente influenzate dalle opinioni di chi vive nel nostro stesso contesto sociale suggeriscono che le reazioni delle famiglie e degli amici contano molto: siamo animali sociali5. Ma le politiche pubbliche potrebbero agire da elemento di rinforzo. I governi potrebbero riconoscere l’enorme valore aggiunto derivante dalla scelta dei due genitori di vivere assieme al figlio: un bonus sotto forma di credito fiscale potrebbe ridurre il peso delle imposte per chi è tenuto a pagarle, mentre si potrebbe integrare il reddito degli incapienti con una somma equivalente. L’impegno dei giovani genitori verso i loro figli sarebbe un beneficio per tutti noi, e dovremmo essere pronti a pagare per renderlo possibile. Quando i genitori non si assumono questo compito, tutti gli altri ci rimettono, e in misura rilevante.
Il sostegno alla famiglia laddove più conta: prima della scuola
Per quale motivo in Gran Bretagna ci sono attualmente 70.000 bambini in «affidamento»? Perché il paternalismo sociale non interviene finché una giovane donna partorisce un figlio a cui non è in grado di badare, e poi glielo toglie. Questo avviene in modo ripetuto con le stesse donne. Uno studio condotto a Hackney sui figli tolti ai genitori ha accertato che i 205 bambini dati in affidamento erano figli di sole 49 donne. Il maternalismo sociale non se ne starebbe ad aspettare per poi accorgersi improvvisamente del problema: riconoscerebbe che c’è qualcosa di profondo che non va nelle vite di queste donne e le aiuterebbe a fare qualcosa per risolverlo. Reagendo a queste terribili statistiche, alcune persone si sono messe insieme e hanno fatto proprio questo, fondando una ONG: Pause6. Le vite di quelle 49 donne erano veramente disperate. Tutte, a parte una, avevano dipendenze da alcol o stupefacenti. La metà di loro soffriva di problemi mentali cronici. La metà erano state a loro volta cresciute in «affidamento», in conseguenza di quella sindrome di fallimento intergenerazionale che il paternalismo sociale ha accentuato. Pause si è resa conto che l’intervento essenziale consisteva nel modificare le vite di quelle donne, non nel sottrarre loro ripetutamente i figli, un trauma che non faceva altro che spingerle ancor più nel baratro della disperazione e danneggiare i bambini a cui avevano dato vitaB. Cambiare le loro vite richiede sia empatia sia un’azione di tutoraggio, nonché un aiuto pratico per affrontare le dipendenze, il problema dell’alloggio e gli abusi subiti da uomini violenti. Il successo di queste iniziative dipende dal saper coltivare l’autostima, non dall’escludere bruscamente la gente dai sussidi. È quello che Pause ha tentato di fare, estendendo gradualmente la propria organizzazione alle città britanniche con la peggior reputazione. Il sistema funziona?
Recentemente, l’organizzazione è stata oggetto di valutazione da parte di un organismo indipendente. Ne è emerso che fra le 137 donne che ha assistito si sono registrati significativi miglioramenti nello stile di vita. Le condizioni di tre quarti di quelle affette da problemi psichici sono decisamente migliorate, mentre l’abuso di sostanze e la violenza domestica sono sostanzialmente diminuiti. A sua volta, ciò ha fatto sì che il numero di gravidanze calasse: si stima che ogni anno si siano avute 27 nascite in meno. L’attività di Pause è stata molto efficace in termini di rapporto fra costi e benefici: ogni sterlina spesa per l’attuazione del programma ha permesso di risparmiarne nove nei successivi cinque anni. Naturalmente, però, Pause è un’associazione minuscola: il paternalismo sociale detta ancora legge, e ha un ruolo dominante nel campo della spesa per l’«affidamento».
Ma per quale motivo il paternalismo sociale è ancora imperante, nonostante i suoi evidenti fallimenti? Perché i professionisti impegnati in prima linea sono intrappolati nella gerarchia compartimentalizzata concepita per esercitare un controllo. Voglio illustrare un esempio di come questo vanifichi il maternalismo sociale. Si tratta di una vicenda riferita da uno psicoterapeuta che dirige una comunità terapeutica che opera in una città depressa e nel suo hinterland, dove i suoi pazienti vivono esistenze fatte di umiliazione, isolamento e stress. Alcune madri non osano portare i figli a scuola per evitare atti di bullismo – dove la vittima non è tanto il bambino a scuola, quanto la madre che al cancello d’ingresso viene aggredita da altre madri che si contendono il limitato gruppo di uomini disponibili. Il gruppo di psicoterapeuti si è reso conto che le pazienti avevano bisogno di uno spazio sicuro in cui poter gradualmente stringere amicizie con altre che affrontavano le stesse ansie. Hanno avviato quindi un programma finalizzato all’apertura di bar nei quartieri degradati, prendendo in affitto esercizi commerciali e trasformandoli in spazi attraenti. Ogni bar era organizzato come una cooperativa di volontariato fra pazienti della comunità. Poiché gli ambienti erano gradevoli, venivano utilizzati da ampie sezioni trasversali della comunità, senza alcun atteggiamento pregiudiziale. L’impatto sulla salute mentale ed emotiva dei volontari è stato attestato dalle loro stesse testimonianze, dai professionisti che li seguivano e dagli esami clinici. Le persone raccontavano di come il loro isolamento avesse avuto fine grazie alle nuove amicizie rese possibili dal lavoro. Se qualcuno non si faceva più vedere, un amico si prendeva cura di contattarlo: i bar riuscivano a generare obbligazioni reciproche. Le nuove amicizie consentivano alle persone di esplorare la propria vita seguendo un proprio ritmo, cercando di trovare una via d’uscita dalla crisi senza timore di essere umiliate. Gradualmente, alcune di loro riuscivano a ridare coerenza alle proprie vite. La frequenza delle ricadute e dei ricoveri diminuiva, l’autostima cresceva. Si poteva pensare di acquisire competenze professionali e un futuro: si diventava genitori migliori, si trovava un lavoro. Il fatto che i bar non venissero colpiti dal vandalismo che sconvolgeva altre attività locali era un chiaro segno che si erano meritati rispetto. Via via che il progetto si sviluppò, l’aspetto finanziario andò migliorando, tanto da arrivare a chiudere quasi in pareggio. I risultati erano impressionanti, e il progetto veniva citato ad esempio nei convegni. E quindi fu interrotto.
I dirigenti del National Health Service che sovrintendevano all’attività del gruppo di psicoterapeuti ritennero che la conduzione di un bar fosse un’attività troppo marginale per giustificare le continue richieste di finanziamenti a carico del bilancio pubblico: la funzione fondamentale del gruppo di terapeuti era quella sanitaria. Le degenze ospedaliere si erano ridotte, ma quello era un bilancio diverso. Quando i pazienti trovavano un lavoro, non ricevevano più sussidi, ma questi erano a carico del bilancio della Sicurezza sociale. Quanto ai servizi sociali, per quale motivo avrebbero dovuto sottrarre risorse alle loro attività fondamentali per finanziare un’esperienza che il NHS voleva interrompere? Il migliore esercizio delle funzioni genitoriali aiutava il percorso scolastico dei bambini, ma per il bilancio dell’Istruzione la priorità era l’attività didattica. Le gerarchie, lontane dal fronte e tutte intente a gestire specialismi frammentati, di fronte a un’iniziativa che affrontava il cuore del problema, invece che trarne insegnamenti ed estenderne la portata, la soppressero. Per ognuna di quelle istituzioni, la priorità era lo specifico sintomo che stava curando. Lo sconsolato psicoterapeuta che aveva diretto l’esperienza commentò: «Senza ulteriori interventi questa situazione si trasmetterà da una generazione all’altra, e solo un modesto numero di persone riuscirà ad uscire dal ciclo».
È qui che comincia il maternalismo sociale; e poi continua. I giovani genitori che si ritrovano involontariamente con un bambino devono affrontare una serie di pressioni senza essere preparati a farlo. La maggior parte dei genitori sente istintivamente quasi in ogni momento il dovere di accudire un figlio, ma prendersi cura di un bambino piccolo può essere enormemente stressante: ci sono momenti inevitabili in cui i genitori si arrabbiano con lui, e litigano fra di loro. Occorrono capacità, autodisciplina e indulgenza per impedire che episodi del genere finiscano per produrre danni duraturi. Giovani da poco usciti dall’infanzia vengono precipitati in una situazione nella quale devono sacrificare i propri desideri, controllare il proprio umore e programmare il futuro. I genitori giovani hanno bisogno di soldi, di aiuti e di un’attività di tutoraggio che non sia moralistica. È questo il nucleo essenziale del maternalismo sociale: com’è possibile garantirlo?
Le famiglie adattano il proprio stile di vita al reddito: con un po’ di pianificazione e prudenza, nella maggior parte dei casi sono in grado di adempiere ai bisogni fondamentali dei loro bambini. La prodigalità paternalista può rivelarsi una lama a doppio taglio. Vediamo un esempio. La Gran Bretagna garantisce l’alloggio alle madri sole; l’Italia e la Spagna no. La Gran Bretagna ha però un tasso di gravidanze in età adolescenziale fra i più elevati in Europa; l’Italia e la Spagna uno dei più bassi. Nel 1999 la Gran Bretagna ha introdotto sussidi a favore delle famiglie a basso reddito con figli. I moderni metodi statistici ci consentono di analizzare in dettaglio le conseguenze di questo cambiamento di impostazione: quel tipo di famiglie ha reagito con un enorme aumento delle nascite, pari secondo le stime a 45.000 bambini in più ogni anno7. Uno dei risultati di questi provvedimenti di concessione di alloggi e sussidi è quindi che molti bambini vengono cresciuti in famiglie che hanno un po’ di soldi in più. Ma molte donne sono state indotte a concepire figli che non saranno allevati in modo adeguato. Si tratta di programmi assistenziali enormemente costosi e dalle conseguenze ambivalenti, mentre altre forme di utilizzazione del denaro pubblico producono effetti senza ombra di dubbio positivi, ma non sono finanziati a sufficienza. Eccone un esempio.
Le coppie giovani non hanno avuto il tempo di accantonare una riserva di risparmi, e sono quindi più vulnerabili in presenza di improvvise circostanze avverse. Predisporre difese contro tali evenienze è quindi un valido modo di utilizzare i soldi pubblici. Lo shock più evidente a cui si può andare incontro è la disoccupazione. Negli Stati Uniti, la crisi finanziaria del 2008 ha provocato un netto e prolungato aumento del tasso di disoccupazione. Recenti ricerche compiute da uno dei miei dottorandi mostrano in modo convincente che ciò ha aggravato la negligenza nei confronti dei bambini8. L’effetto fu ampio, e riconducibile in modo diretto alla causa. Per ogni incremento dell’1% del tasso di disoccupazione in una contea, l’incidenza della trascuratezza nei confronti dei bambini mostra un aumento del 20%, a danno soprattutto dei più piccoli. Ma le politiche pubbliche possono contribuire a mitigare i guasti provocati dalla disoccupazione. Nelle varie contee la durata dei sussidi di disoccupazione era diversificata; dove la copertura era più prolungata, l’impatto della disoccupazione sulla negligenza dei genitori risultava sostanzialmente ridotto.
Questo per quanto riguarda i soldi destinati all’allevamento dei figli. Passiamo ora agli aiuti relativi allo svolgimento delle mansioni genitoriali, che, se svolte adeguatamente, sono estremamente impegnative. L’assistenza comincia con la famiglia estesa: sussiste un’obbligazione da parte degli altri membri a stringersi attorno a chi è in difficoltà, ma il problema è che la famiglia estesa si è ristretta. Mio padre aveva sei fratelli, mia madre tre, quindi ad aiutare i miei genitori quando ero piccolo c’era una schiera di zie e di zii. Ora, i genitori hanno meno fratelli, per cui le obbligazioni di quelli presenti sono aumentate. Ma genitori come me sono figli unici, e in queste situazioni occorre in qualche modo ricostituire una famiglia estesa. Le norme devono essere modificate; a compenso della riduzione orizzontale del numero dei membri della famiglia, l’aumento della longevità sta ampliando la famiglia in senso verticale. Per rispondere a questi nuovi bisogni, le persone stanno già modificando adeguatamente le proprie norme: i nonni, infatti, si occupano dei nipoti molto più che in passato.
Anche i governi possono fare molto di più. Nella maggior parte dei casi si propongono di fornire un sostegno finanziario ai genitori con figli piccoli, ma a ciò si è aggiunto sempre più l’obiettivo di incoraggiare le persone a trovare un lavoro. Nelle giovani famiglie stressate, il periodo in cui gli adulti sono impegnati a seguire i figli piccoli non è certo quello più adeguato per un intervento del genere. Le persone che non hanno figli ricevono un beneficio enorme da quelli che ne hanno: i pensionati sono in grado di vivere con i propri risparmi solo perché la generazione successiva sta mettendo a frutto quei risparmi. Il momento in cui i genitori sono impegnati a crescere i figli piccoli è quello decisivo in cui lo Stato può effettuare quei trasferimenti di risorse che riflettono questo contributo alla società.
Ma lo Stato può fare qualcosa di più che concedere sussidi in denaro: fornire aiuti in natura all’interno della famiglia e al di là di essa. Il compito del genitore è difficile per chiunque si trovi a farlo per la prima volta, ma alcune coppie vivono in condizioni talmente poco propizie che con tutta probabilità andranno incontro a problemi. Laddove questi sono prevedibili, possono anche essere evitati da un massiccio intervento preventivo.
Come esiste un limite all’azione del mercato, così ne esiste uno anche a quello che lo Stato può fare mediante servizi pubblici di assistenza. Tuttavia, non ci siamo ancora arrivati. Esistono pochi esempi di programmi intensivi di aiuti pubblici, e quelli che sono stati sottoposti a valutazione mostrano segni di successo. Un esempio è il Dundee Project, un modesto esperimento di aiuto incondizionato a famiglie in difficoltà. Fornire un sostegno quotidiano a una famiglia giovane è sì costoso, ma molto più economico delle conseguenze che una crisi familiare può provocare.
Un elemento vitale del Dundee Project consiste nel fatto che si svolgeva in modo del tutto separato dal servizio che teneva sotto osservazione la famiglia. L’osservazione è necessaria: in casi estremi, un bambino dovrebbe essere tolto ai genitori. Ma senza un’assoluta separazione delle funzioni, le condizioni essenziali per generare una relazione fondata sulla fiducia fra i genitori e gli operatori che li aiutano non vengono soddisfatte. In Gran Bretagna, questo progetto ha ispirato un’enorme estensione della portata del TFP (Troubled Families Programme), ma per quanto fosse ben motivato, fu alterato sia dall’obiettivo aggiuntivo di inserire nel mondo del lavoro le giovani madri, sia dal fatto che a gestirlo erano i servizi sociali esistenti, col loro ruolo di sorveglianza. Questo sovraccarico di incombenze ha intaccato l’efficacia dell’azione del TFP.
Se l’abbinamento fra attività di sostegno e sorveglianza indebolisce l’efficacia di qualsiasi intervento, l’integrazione fra assistenza materiale e assistenza psicologica potrebbe invece potenziarla. Spesso i genitori delle famiglie che prevedibilmente sono soggette ad avere difficoltà hanno incipienti problemi di salute psichica. Gli interventi di sostegno in questo campo, come la terapia cognitivo-comportamentale e i programmi di gestione della rabbia, sono stati sottoposti a rigorose valutazioni, e mostrano tassi di successo impressionanti. Queste forme di sostegno preventivo costano, ma possono scongiurare comportamenti che a lungo termine risultano molto più onerosi per la società. Se la fornitura di aiuti per i figli e di assistenza psicologica e la sorveglianza dovrebbero procedere congiunte, le loro funzioni devono essere mantenute nettamente separate.
Le coppie in età adolescenziale in attesa di un figlio devono ancora imparare il mestiere di genitori, e hanno bisogno di essere guidate in modo non minaccioso. Difficilmente la lezione serale occasionale può essere sufficiente. I nonni possono essere d’aiuto, ma spesso le coppie più soggette ad avere comportamenti genitoriali problematici provengono da famiglie che a loro volta sono problematiche. Le giovani coppie hanno bisogno di qualche forma di tutoraggio e di aiuto informale esterno alla famiglia. Un modo per integrare famiglie estese che si stanno restringendo o che sono problematiche consiste nel creare una nuova risorsa: un corrispondente moderno per la società attuale del Peace Corps (Corpo di pace) o del Voluntary Service Overseas (Servizio volontario all’estero) che un tempo stimolarono migliaia di giovani americani e britannici. Allora, la nuova risorsa sociale fu una crescente massa di giovani istruiti che cercavano uno scopo di vita che andasse al di là dell’arricchimento personale. L’equivalente odierno è la crescente schiera di pensionati in buona salute e assennati che grazie alla loro pensione stanno bene economicamente ma nelle cui vite c’è un buco, costituito dal «nido vuoto». Nel corso della loro esistenza queste persone hanno acquisito le competenze non cognitive adatte per essere una fonte di aiuto tranquillizzante per le giovani coppie in difficoltà che ne hanno bisogno. Mostrarsi capaci di esercitare un dovere di soccorso può conferire una motivazione profondamente soddisfacente in una fase in cui la propria vita può altrimenti scivolare nella malinconia o nell’indifferenza. Come per ogni forma di sostegno, il ruolo di questa generazione più anziana dovrebbe essere precisamente delineato, e le persone coinvolte appositamente formate, per evitare che esso possa deteriorarsi generando un rapporto fatto di condiscendenza-biasimo-controllo-rendiconto. Forse dovrebbe essere un ruolo retribuito; in questo caso, il pagamento dovrebbe dipendere dall’autorizzazione dei giovani genitori, così da farli sentire investiti di una certa autorità. Piuttosto che lasciare l’organizzazione di questa attività al governo, potrebbe essere una nuova generazione di ONG a reclutare persone che siano capaci e abbiano tempo a disposizione per aiutare le migliaia di giovani famiglie che non riescono ad adempiere alle proprie obbligazioni. Mentre i governi sono atterriti dalla possibilità del fallimento, e quindi poco inclini alla sperimentazione, le ONG hanno l’attrezzatura ideale per tentare nuovi approcci.
Non è certo senza motivo che si parla dei «terribili due anni»: i bambini piccoli sono a volte impossibili, e mettono a dura prova perfino genitori esperti, portandoli ai limiti della sopportazione. A partire da quell’età i bambini traggono beneficio dalla socializzazione anche in contesti diversi dalla famiglia, gli asili infantili. C’è un solido motivo per cui questi istituti vengano garantiti dallo Stato e aperti gratuitamente a tutti. Tutti gli Stati forniscono istruzione in età scolastica, e gli argomenti a favore del fatto che garantiscano anche scuole per l’infanzia sono più forti che per qualsiasi altro livello d’istruzione. In generale, via via che i bambini crescono i loro bisogni educativi si fanno più complessi e differenziati. Il principale vantaggio degli istituti statali rispetto ad altre forme di servizio si ha in quelle attività che si prestano alla standardizzazione e consentono economie di scala. I giardini d’infanzia non sono complessi: la cosa fondamentale che la società si aspetta da loro è che offrano un luogo standardizzato in cui i bambini piccoli stiano insieme a coetanei appartenenti ad un ampio spettro sociale. La standardizzazione e la gratuità hanno l’essenziale vantaggio di rendere normale per l’intera società il fatto che i genitori decidano di mandare i figli all’asilo, il che rende più probabile che anche i genitori meno attrezzati a prendere decisioni adeguate facciano lo stesso. Un servizio gratuito di giardini d’infanzia pubblici aperti a tutti raggiunge quindi due obiettivi altamente auspicabili: offre ambienti socialmente eterogenei in un momento in cui i bambini sono più soggetti ad essere prontamente plasmati dalle influenze sociali, ed è probabile che a frequentarli siano quelli che più hanno bisogno di un’attività prescolare. Al posto dei giardini d’infanzia, però, molti paesi hanno attivato una complessa varietà di programmi di sussidi a istituti privati, che sono andati progressivamente accumulandosi con ogni nuova iniziativa ministeriale per tentare di far fronte a un evidente bisogno. Il programma British Sure Start, per esempio, si poneva come obiettivo prioritario quello di avviare le madri al lavoro, e fu prontamente aggirato orientando le assunzioni verso le soluzioni più facili, formalmente in linea coi criteri: la complessità fa sì che i programmi tenderanno ad essere utilizzati da chi meno ne ha bisogno, e l’offerta privata garantisce una differenziazione nelle assunzioni. Per i giardini d’infanzia pubblici e gratuiti il modello è la Francia, con le sue écoles maternelles. Ne ho fatto la prima volta esperienza quando vivevamo in una cittadina bretone che non era certo ricca; né a Washington né a Oxford ci è stato possibile trovare un suo equivalente sul mercato.
Le scuole come luoghi di sostegno
Ricordiamoci che l’attività più importante che si svolge in una scuola non è costituita dall’insegnamento, bensì dalle interazioni all’interno del gruppo dei pari; le differenze che cominciano in famiglia vengono replicate e amplificate da quelle della composizione sociale delle scuole. Nella Silicon Valley pensano che la loro tecnologia abbia aperto il mondo della conoscenza ai bambini delle categorie meno istruite. Ma i dati di cui disponiamo vanno in senso contrario a quelle speranze: Internet ha ampliato, e non attenuato le differenze in termini di opportunità. Oggi ognuno vi ha accesso, ma ricerche recenti mostrano che i bambini delle categorie più istruite usano Internet per ampliare la loro conoscenza, mentre quelli di genitori meno istruiti lo fanno per distrarsi9.
Il cambiamento più prezioso che potrebbe investire le scuole sarebbe l’aumento della loro eterogeneità dal punto di vista sociale. Il principale impedimento in tal senso sono i loro bacini di utenza. Poiché infatti le zone in cui le persone hanno scelto di andare a vivere sono diventate socialmente molto stratificate, i bacini di utenza riflettono queste stesse stratificazioni nella popolazione scolastica. Nell’istruzione secondaria un modo per liberarsi da questa trappola consiste nel creare scuole finanziate con fondi pubblici che abbiano bacini di utenza corrispondenti all’area della città in cui si trovano, differenziandole in base allo scopo piuttosto che all’ubicazione. Una scuola potrebbe proporsi come quella migliore per aspiranti atleti professionisti; un’altra per aspiranti attori, un’altra ancora come quella più adatta per i figli di genitori che tengono molto alla disciplina. Basandosi sui concetti presentati nel capitolo 2, l’idea sarebbe che i dirigenti scolastici e gli organismi direttivi delle scuole tentassero di costruire istituti con sistemi di credenze abbastanza caratterizzati, trasformandosi così in gruppi interattivi nei quali circolerebbero specifiche narrazioni. Le scuole saprebbero di dover corrispondere in modo adeguato alle aspettative delle famiglie, altrimenti i genitori residenti in bacini di utenza benestanti continuerebbero a mandare di preferenza i figli alla scuola del loro quartiere, dove gli iscritti appartengono al loro stesso rango sociale. Oggi in Gran Bretagna esistono nuove norme che hanno permesso l’istituzione di simili scuole, e ho personalmente fatto parte di un gruppo che ha tentato di aprirne una a Oxford, città i cui bacini di utenza sono squilibrati in modo addirittura grottesco. Il nostro progetto per una scuola a cui accedere su base cittadina, secondo un’estrazione a sorte, ha suscitato una prevedibile reazione: un muro di interessi costituiti e di ideologia. L’indignata élite locale del settore dell’istruzione, guidata dall’istituto scolastico situato nell’area più ricca, è andata su tutte le furie, riuscendo a bloccarci. Forse potreste avere più fortuna di noi.
Le scuole come organizzazioni
Nelle scuola la didattica potrebbe essere migliorata. Su questo tema si sono concentrate numerosissime ricerche ed esiste una vastissima letteratura, ma il tema dominante che emerge è che la qualità degli insegnanti è molto più importante dei soldi. Esistono quattro semplici azioni che possono migliorare la qualità dell’insegnamento: attirare insegnanti migliori; basare la formazione sul pragmatismo di test valutativi; assegnare gli insegnanti più validi ai contesti ambientali più difficili; allontanare gli insegnanti più deboli.
In Gran Bretagna, il programma denominato Teach First (Prima insegna) ha avuto un impatto spettacolare. Si propone uno scopo semplice: indurre i bravi studenti che si laureano nelle università a passare i loro primissimi anni post-laurea ad insegnare, prima di intraprendere un’altra carriera. Questo approccio si presta ad essere esteso a un analogo programma di assunzioni mirate: cosa ne pensate di Teach Last (Dopo insegna)? Quando è andato in pensione lasciando la sua cattedra universitaria ad Amsterdam, il professor Jan Willem Gunning, assieme al quale ho scritto molti saggi, ha fatto l’insegnante di matematica in una scuola locale. Ora mi dice che quella è stata l’esperienza più gratificante della sua vita. Ma il programma Teach First è stato limitato alla sola Londra, vale a dire alla zona del paese che meno ne aveva bisogno. Le scuole che ne necessitano sono quelle delle cittadine e dei grandi centri di provincia, dove i buoni insegnanti sono spesso restii ad assumere incarichi per timore di rimanervi bloccati a lungo. Proprio perché chi ha in animo di insegnare tutta la vita è frenato dalla paura di rimanere bloccato, quelli che non vogliono restare a fare gli insegnanti dovrebbero essere i più facili da assumere. Lo squilibrio a favore di Londra nel Teach First è aggravato dai maggiori stipendi pagati agli insegnanti di Londra, città le cui scuole ricevono una quota di finanziamenti per alunno molto più alta che altrove. La capitale ha i migliori risultati scolastici del paese. Il programma Teach First, l’incremento salariale e i maggiori finanziamenti alle scuole dovrebbero esserle tolti per attribuirli ad altre località che ne hanno bisogno. Teach First era proprio il programma giusto, applicato proprio nel posto sbagliato.
I criteri per scegliere fra diversi metodi d’insegnamento si prestano ad essere ricavati da test su campioni casuali. Ma i politici e le istituzioni educative sono riluttanti ad adottare strumenti valutativi del genere. Il pragmatismo è un’ammissione d’ignoranza, e la sicurezza che viene da un’ideologia è molto più confortante. Tuttavia, le ampie variazioni dei punteggi dei test PISA fra i vari paesi e le varie scuole indicano che c’è ancora molto da capire, e che questo potrà avvenire solo con test di valutazione. La formazione degli insegnanti dovrebbe essere impostata attorno a questi dati in evoluzione, e agli studenti bisognerebbe insegnare come continuare a imparare da essi.
L’allontanamento degli insegnanti più deboli può avere un effetto straordinario10. Mentre per stabilire che gli insegnanti peggiori provocano danni enormi occorre una metodologia sociale molto elaborata, non c’è bisogno di fare grandi ricerche per capire perché non si faccia niente in proposito. I diritti acquisiti della professione insegnante, rappresentati da vari sindacati, minacciano di travolgere qualunque politico che osi proporre qualcosa del genere. Comprensibile? Sì. Eticamente giusto? No.
Ci sono alcune strategie da adottare in classe che sembrano contribuire ad affrontare i problemi del conseguimento di risultati negli studi, sebbene le mode cambino e ancora una volta le ideologie siano di ostacolo all’analisi. Oltre all’insegnamento, è decisivo l’impegno degli studenti: la questione sta nel capire quale sia il modo migliore di stimolarlo in quelli che sono meno inclini a provarci. Gli economisti dell’Università di Chicago stanno utilizzando esperimenti di laboratorio per valutare diversi approcci11, e hanno verificato che tecniche piuttosto semplici possono produrre effetti rilevanti. Una è quella secondo cui, per essere efficace, ogni ricompensa dev’essere attribuita quasi immediatamente dopo lo sforzo: stiamo parlando di minuti, non di mesi. Quanto al tipo di ricompensa, la stima funziona meglio dei soldi (ancora una volta, ci riveliamo più animali sociali che esseri avidi). Ma si è visto che le ricompense non sono il migliore strumento di motivazione. Le persone sono molto più motivate a evitare perdite che ad acquisire guadagni – in termini tecnici questo si chiama avversione alla perdita (loss aversion) –, per cui perdite rapide, connesse alla stima e dovute a uno scarso sforzo, hanno potenzialmente il maggiore impatto. Ciò tuttavia non rientra fra le indicazioni prevalenti nelle università in cui vengono formati gli insegnanti.
La questione della suddivisione degli studenti secondo livelli di capacità è afflitta da dispute ideologiche, mentre avrebbe un estremo bisogno di pragmatismo. Una credibile teoria psicologica è quella secondo cui i bambini ricercano la stima dei loro simili e sono disponibili a sforzarsi per ottenerla (o evitare di perderla). Il più potente gruppo di pari è plausibilmente quello dei compagni di classe. Se nella classe il divario in termini di capacità fra gli studenti più bravi e quelli più deboli è modesto, allora per questi ultimi vale la pena di mettere in atto lo sforzo; analogamente, gli alunni più bravi devono impegnarsi per rimanere avanti. Ma se il divario è molto ampio, come avviene quando gli studenti nati nello stesso anno sono suddivisi nelle singole classi casualmente e non in base all’effettivo livello di partenza, lo sforzo degli studenti più deboli sarà inutile e quello degli studenti più bravi non necessario. Quest’idea ha qualche sostegno empirico, ma richiede di essere sperimentata più di quanto non abbia visto fare finora. Le cose che più occorrono nelle scuole non sono dogmi, ma variazioni sperimentali che siano sottoposte a valutazioni rigorose e indipendenti.
Infine, c’è la questione dei soldi. Le differenze nella spesa pubblica per alunno tendono attualmente ad amplificare altre differenze nel conseguimento di risultati. Quelle più rilevanti sono di tipo geografico: la metropoli ha una base fiscale in rapida crescita e lobby che si fanno sentire; le città depresse nessuna delle due cose. In Gran Bretagna i divari sono come prevedibile estremi. Londra fa registrare la spesa pubblica per alunno di gran lunga più alta, mentre la mia regione natale, lo Yorkshire e lo Humberside, una fra le più basse. Tuttavia Londra ha già i migliori risultati del paese negli esami, mentre la mia zona di origine i peggiori: lo scarto è recente, ampio e si sta ulteriormente allargando. Aspettiamoci un po’ di ragionamento motivato: gli interessi costituiti che oggi difendono questo madornale errore di allocazione dei fondi dovrebbero essere definitivamente svergognati e sconfitti.
Oltre la scuola: attività per gli alunni e tutoraggio
La maggior parte delle attività esterne alla scuola si rivolge agli adolescenti, ma le divergenze in termini di risultati e di opportunità di vita si determinano prima. Per i preadolescenti il comportamento decisivo nel fare la differenza è estremamente banale: leggere. I figli di genitori della classe istruita leggono, quelli di famiglie meno istruite no. La lettura apre le porte, e i figli dell’élite le varcano. La scuola avrebbe il compito di risolvere il problema: ai bambini si insegna la tecnica della lettura, ma si tratta di una cosa molto diversa dall’acquisizione dell’abitudine a leggere. Oggi sappiamo come fare a incoraggiare questa abitudine nei bambini di genitori che non leggono, solo che non ci siamo ancora convinti ad attivarci molto in tal senso. Ma ogni gruppo di cittadini coinvolto che abbia un po’ di spirito d’iniziativa può fare la differenza. Vediamo quali azioni possono funzionare.
Rotherham è una città la cui immagine è molto decaduta, tanto che in Gran Bretagna è diventata l’emblema dell’emarginazione. Come la vicina Sheffield, era un centro minerario e dell’industria dell’acciaio, dove oggi il lavoro è scomparsoC. Nel contesto di questa tragedia e della demoralizzazione che l’accompagna, un piccolo gruppo di cittadini ha deciso d’impegnarsi per innalzare i livelli di alfabetizzazione fra i bambini delle famiglie più emarginate. Hanno cercato un esempio a cui rifarsi, e ne hanno scelto uno che in una città americana sembrava aver funzionato. Adattandolo al proprio contesto, si sono associati con una delle università di Sheffield per procedere a una valutazione quantitativa parallelamente alla loro attività. È per questo che sappiamo come funziona questa iniziativa: è emerso dai punteggi ottenuti nei test effettuati nelle scuole. Questi cittadini hanno fondato un’associazione di beneficenza, trovato un luogo dismesso nel centro della città – ce ne sono parecchi – e convinto le aziende locali ad adattarlo trasformandolo dal bar che era un tempo in qualcosa di davvero magico. Uso il termine «magico» non solo in senso figurato: era diventato un centro in cui i bambini potevano imparare a fare le magie. Il nome sulla porta, «Grimm and Co», il cartello all’ingresso, «Niente adulti» e le finestre oscurate, tutto era concepito per attirare i bambini ad entrare, in genere trascinandosi dietro genitori esitanti, o insieme ai compagni di classe per una visita prenotata. Una volta dentro, i piccoli ospiti incontravano un gigantesco gambo di pianta di fagioloD, un ulteriore cartello che diceva «Si prega di non mangiare il personale» e una miriade di altre trovate per creare un’atmosfera incantata. Tutto questo costituiva il preludio per essere attirati, attraversando una porta nascosta, a salire la scala dei libri, dopo l’ufficio di Mr Grimm, momentaneamente assente, fino alla stanza in cui venivano loro lette le pagine sciolte della sua nuova storia. Poi, il disastro: «Manca l’ultima pagina! Bisogna assolutamente completare la storia: qualcuno per favore può aiutarci? Ecco un po’ di matite, se ce la fate a finirla...».
Invariabilmente, i bambini si accalcano per proporsi. I maestri scoppiano in lacrime, perché alunni che non hanno mai preso volentieri in mano una matita ora scrivono come se la loro vita non dipendesse da altro. E tutto procede di conseguenza: le classi di Rotherham hanno pubblicato poesie distribuite in tutto il mondo, la Royal Shakespeare Theatre Company è andata sul posto a tenere una rappresentazione, Bob Geldof ha scritto una storia per quei bambini. I desideri possono essere accesi, le abitudini possono essere modificate. Questa brillante iniziativa – ideata da una donna appassionata – può essere estesa e modificata per adattarla ai diversi contesti locali. Già ha attirato delegazioni provenienti dalla Cina e dalla Corea del Sud. Sì, è da Rotherham che gli orientali stanno imparando, non da Hampstead. Se possono farlo loro, forse potete farlo anche voi12.
Ci sono molte altre iniziative del genere che possono aiutare i bambini fuori dalla scuola. Le competenze non cognitive vengono formate non dallo studio, ma da persone che diventano mentori fidati, e da attività di gruppo quali gli sport, nelle quali i bambini possono apprendere la cooperazione e la capacità di guidare un gruppo. Trovare un mentore che sia allo stesso tempo intelligente e fidato dipende dall’ampiezza della rete sociale all’interno della quale il bambino è inserito, e che a sua volta riflette quella della sua famiglia. La decisione più importante della mia carriera risale al mese precedente al mio ingresso all’università: dopo essere stato ammesso a Giurisprudenza, chiesi di poter optare per Economia. Per arrivare a prendere quella decisione, avevo un estremo bisogno di aiuto, in quanto mi resi conto che a seconda della scelta, avrei avuto due vite assai diverseE. Ma nella mia rete familiare non c’era nessuno che avesse un’esperienza adeguata per consigliarmi: disperato, chiesi aiuto al mio dentista (e ovviamente il tentativo si rivelò inutile). Oggi, i bambini che provengono dalle due classi divergenti si trovano di fronte a contesti sociali di riferimento la cui ampiezza è estremamente diversa. Il Pew Research Center ha preso in esame nove categorie di persone che possono far parte di una rete familiare. Per otto di esse, le famiglie istruite hanno maggiori connessioni rispetto a quelle meno istruite: la nona categoria, l’unica nella quale le famiglie meno istruite hanno un vantaggio, è quella dei custodi. Nelle altre otto, la divergenza più accentuata riguarda proprio quello che a me mancò per aiutarmi a prendere la decisione: «Conosci un professore?». Per la famiglia in cui sono cresciuto, una domanda del genere sarebbe stata analoga a chiedere: «Conosci la regina?», mentre i miei figli hanno solo l’imbarazzo della scelta. Quando Daniel, a diciassette anni, si è interessato alle nanotecnologie, all’inizio non è dovuto andare oltre la porta accanto.
Ma il consiglio e l’assistenza di qualcuno a cui un adolescente ha scelto di rivolgersi non sono utili solo per le informazioni che se ne ricavano: sono una fonte delle narrazioni che le persone utilizzano per dare un indirizzo alla propria vita. Gli adolescenti che hanno intrapreso una cattiva strada possono essere reindirizzati dalla discreta influenza di narrazioni salutari con le quali entrano in contatto fuori dal contesto delle ricompense e delle punizioni genitoriali: il potere paternalista è di ostacolo alla disponibilità all’ascolto13.
Divari che si accrescono: competenze, imprese, pensioni
La scuola non è una vera e propria preparazione alla vita: è una preparazione alla formazione. Nel migliore dei casi, avrà fornito a qualche persona capacità cognitive che possono esse affinate in competenze applicative che sono altamente produttive in alcuni settori occupazionali. Ma non avrà dedicato altrettanta attenzione alle abilità non cognitive. Molte occupazioni produttive dipendono più da ben affinate abilità non cognitive, quali la perseveranza, che da buone capacità cognitive. Nel passaggio dalla scuola alla formazione professionale, coloro che continueranno nel percorso delle abilità cognitive incontreranno meno problemi di quelli che dovranno fare il salto dalle competenze cognitive a quelle non cognitive.
► Le competenze post-scolastiche Oggi sappiamo cosa funziona e cosa no. La maggior parte dei paesi ad elevato livello di reddito ha compreso in modo adeguato alcuni aspetti dello sviluppo di competenze post-scolastiche, ma ognuno ha colto elementi diversi, e c’è stata poca disponibilità ad apprendere l’uno dall’altro.
Alle persone dotate delle migliori abilità cognitive e interessate ad arricchirle ulteriormente, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna offrono i migliori strumenti di sviluppo delle competenze che siano mai esistiti al mondo: delle buone università. Ogni paese ne ha molte, e fra queste ve ne sono cinque americane e tre britanniche che si collocano fra le prime dieci al mondo per qualità. Al contrario, nei ventisette paesi dell’Unione Europea post-Brexit non c’è neppure un’università classificata in queste posizioni di vertice, circostanza che indica come nei loro sistemi universitari vi siano debolezze più diffuse. La causa di questa differenza va ricercata nelle modalità di gestione delle università stesse. I livelli più elevati sono ottenuti in presenza di un sistema concorrenziale e di una gestione decentrata: sono gli stessi elementi che hanno reso così altamente produttivo il capitalismo moderno. In Francia, per ricordare il caso opposto, lo stesso controllo accentrato dell’istruzione che ha funzionato in modo assai brillante nel contesto standardizzato e poco complesso delle scuole materne ha dato miseri risultati a livello universitario.
Tuttavia, a chi non appartiene alla minoranza colta dell’élite, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno poco da offrire quanto allo sviluppo delle competenze di cui ha bisogno. Ricordiamoci che la maggioranza dei giovani si troverà a dover passare da un tipo di formazione che si limita ad approfondire le abilità cognitive a uno che si basa sullo sviluppo delle trascurate competenze non cognitive. Poiché stiamo parlando di una transizione particolarmente problematica, essa dovrebbe costituire la preoccupazione principale della politica di formazione post-scolastica. Dal punto di vista di un giovane studente, trattandosi di un salto nell’ignoto, questa esperienza è particolarmente impegnativa in termini psicologici. Dal punto di vista del governo, poiché le competenze richieste sono così diverse da quelle che esso fornisce negli altri segmenti del sistema educativo, è particolarmente impegnativa in termini organizzativi. A queste attività dovrebbe essere dedicata una spesa per studente maggiore rispetto a quella destinata agli studi universitari.
Gli esperti del settore sanno cosa occorrerebbe: una istruzione e formazione tecnica e professionale (in inglese: TVET, Technical and Vocational Education and Training) di elevata qualità, che i giovani studenti sceglierebbero piuttosto che procedere lungo il consueto percorso centrato sulla formazione cognitiva. Per fortuna, sappiamo anche come la si possa effettivamente realizzare, perché la Germania l’ha applicata da molto tempo, riuscendo a formare una forza lavoro altamente produttiva e ben retribuita. Allora, come agisce la Germania? Come organizza questo percorso di formazione, e come ha fatto a indurre milioni di giovani a compiere il salto psicologico che una scelta del genere implica? E, cosa ancor più importante, perché altri paesi non l’hanno copiata?14
Nel sistema tedesco gli elementi fondamentali dal punto di vista organizzativo sono gli accordi locali fra aziende e istituti d’istruzione nel contesto di uno specifico comparto industriale. L’istituto programma i suoi corsi ponendo al centro le relative competenze, e le aziende garantiscono un’esperienza lavorativa sul posto e l’assistenza da parte del loro personale qualificato; la giornata degli studenti si suddivide fra l’istituto e l’azienda. Generalmente lo studente segue questo percorso formativo per tre anni, dopo i quali viene assunto nell’azienda. La formazione persegue vari obiettivi, nessuno dei quali banale e alcuni particolarmente raffinati; di fatto, l’elenco dei requisiti per poter diventare un giovane lavoratore in grado di ottenere un impiego suona quasi altrettanto esigente di quello famoso stilato Kipling per essere un uomo (nella sua Lettera al figlio). Uno dei requisiti è disporre di un’esperienza acquisita con un’applicazione regolare: le competenze sviluppate con l’esercizio pratico vengono affinate riscontrandone continuamente l’applicazione. Un altro consiste nell’essere capaci di pensare a se stessi quando occorre: sapere ed essere sicuri delle proprie risorse. La capacità specifica acquisita genera un’etica dell’eccellenza, e un senso di orgoglio per un lavoro ben fatto. Viene appresa lavorando con qualcuno che assurge al ruolo di modello. Poi vengono le abilità funzionali: calcolo, lettura, scrittura, tecnologia delle comunicazioni e design. Poiché la maggior parte degli impieghi appartengono al settore privato, i giovani hanno bisogno di atteggiamenti funzionali a lavorare in un’azienda, fra cui la consapevolezza che il loro stesso impiego dipende dal fatto che vi siano clienti disposti a pagare per quello che producono. Analogamente, un giovane lavoratore ha bisogno di una serie di capacità emotive e relazionali (life skills) che gli consentano di sapersi presentare e di svolgere un compito in tempi e modi adeguati. Infine, c’è la capacità di adattamento: atteggiamenti che denotano voglia di apprendere e capacità di recupero, come fiducia in se stessi, empatia, autocontrollo, perseveranza, capacità collaborativa e creatività. A leggere un elenco del genere, lo studente medio di Oxford potrebbe scoraggiarsi, eppure questo è proprio quello di cui c’è bisogno per far sì che quella metà di popolazione che è meno provvista di competenze cognitive possa essere produttiva nel mondo del lavoro del XXI secolo.
Costruire queste competenze è un compito che comporta responsabilità a livello sia locale sia nazionale. Per essere efficaci, le politiche pubbliche devono essere accompagnate dall’assunzione di uno scopo condiviso da parte delle aziende. Ritorniamo così al concetto di impresa etica, quella composta da un gruppo di persone che hanno interiorizzato una missione che va al di là del loro arricchimento individuale. Un’impresa etica riconosce le proprie responsabilità nei confronti dei giovani assunti, e dedica tempo e soldi a formarli in modo adeguato, non solo nelle ristrette competenze specifiche del loro mestiere, ma nella più vasta pluralità di competenze coperte dai programmi di formazione tecnica e professionale adottati in Germania. In Gran Bretagna, i contrastanti atteggiamenti delle aziende nei confronti dei loro dipendenti si sono manifestati in due colossi della vendita al dettaglio, la John Lewis e la BHS; negli Stati Uniti, l’esempio corrispondente è quello della Toyota e della GM. Ricordiamo che etico non significa stupido: a fallire sono state la BHS e la GM, non la John Lewis e la Toyota.
Sappiamo anche cosa si rivela inefficace: una formazione staccata dal reale mondo del lavoro. E due delle più adottate politiche pubbliche che apparentemente affrontano il problema delle competenze non soddisfano questo requisito.
In risposta alle preoccupazioni dovute alla mancanza di competenze, alcuni governi hanno incoraggiato l’istituzione di corsi che apparentemente hanno un carattere professionalizzante, ma che durano solo pochi mesi, non sono collegati a un futuro impiego in una specifica azienda e si limitano a fornire i primi rudimenti tecnici del mestiere. Sono tutte esperienze che non consentono di acquisire quelle competenze più ampie che sono necessarie perché l’abilità tecnica si riveli davvero utile a un’azienda.
In modo più pomposo, e certamente con molto più spreco, nelle università si è avuta un’enorme espansione di corsi professionali di basso livello qualitativo. Oggi, sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna, la metà dei giovani si iscrive all’università – una conseguenza dell’eccessivo prestigio acquisito da un diploma di laurea. In Gran Bretagna, un terzo di questi studenti finisce a fare lavori che in precedenza erano solitamente appannaggio dei non laureati, e le cui esigenze in termini di competenze non sono cambiate. La laurea acquisita non li ha resi più produttivi15. A scuola, molti bambini sognano che da grandi faranno professioni fascinose come quelle che vedono sui social media. C’è un enorme squilibrio fra il livello di esposizione di varie professioni e la loro frequenza nel complesso della forza lavoro. Certo, è bene che i bambini abbiano sogni, progetti e aspirazioni, ma in dimensione aggregata queste aspirazioni dovrebbero non essere incompatibili con la realtà. L’adattamento dei sogni alle reali condizioni di impiego fa parte del doloroso percorso con cui si diventa adulti. Come ha detto con una felice espressione lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård, il periodo di passaggio dai sedici ai quarant’anni, «quello che oggi è così vasto e onnicomprensivo, si ridurrà e si restringerà inesorabilmente fino a diventare un’entità gestibile, non più in grado di provocare ferite, ma anche meno avvincente»16.
Gli adulti non dovrebbero essere conniventi nello sfruttare questo passaggio. Le persone che lavorano in professioni dotate di fascino – quelle forensi, ad esempio – mi hanno purtroppo spiegato che i corsi universitari che apparentemente preparano all’esercizio di quelle attività reclutano iscritti sulla base di promesse fittizie. Gli studenti che si laureano hanno accumulato debiti ingenti, ancor più gravosi dei laureati che escono da prestigiosi corsi accademici frequentati in università di vertice. Sono stati attratti in un vicolo cieco molto costoso dalla parola «laurea», che associavano alla professione sognata, mentre quello che occorreva loro era semplicemente una rampa di lancio per intraprendere una carriera produttiva, anche se meno seducente.
Sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna, l’enorme riserva di persone dotate di scarsa formazione professionale in cerca di impiego lo ha trovato in aziende concepite per funzionare in un regime di livelli di produttività modesti e di retribuzioni altrettanto modeste. Queste aziende economizzano licenziando i lavoratori non appena si verifica una caduta della domanda, risparmiando sulla formazione e tenendo fuori i sindacati. Imparano a far fronte all’elevata mobilità del personale causata dalla disaffezione, facendo ricorso a gente disperata e che si lascia illudere per rimpiazzare chi se ne va. In alcuni settori, questo modello aziendale a bassa produttività e a basso costo si rivelerà più redditizio di quello ad elevata produttività e ad alto costo dove le aziende investono nei loro lavoratori. Nei casi in cui questo si verifica, le aziende a basso costo espelleranno dal mercato le altre. Ma sebbene nella loro veste di consumatori le persone siano più benestanti, in quella di lavoratori stanno peggio; hanno redditi più bassi perché la loro produttività è minore. Detto in modo più formale, siamo in presenza di un fallimento del mercato nel processo di formazione delle competenze. Le persone starebbero meglio se pagassero un po’ di più quello che comprano, ma avessero retribuzioni molto più elevate per il lavoro che svolgono; non esiste però un meccanismo che crei una catena di obbligazioni tale da generare transazioni tali da determinare complessivamente questo esito migliore. Ma non basta certo esporre il problema con questo lessico per farlo scomparire: bisogna che la società in qualche modo intervenga. Leggi sui minimi salariali, contributi obbligatori per la formazione e diritti sindacali sono tutti fattori che svolgono un ruolo nel limitare la possibilità che le aziende abbassino il costo del lavoro a spese della produttività. Per fare un semplice esempio di come sia possibile attuare una regolamentazione e di quali ne siano le conseguenze, prendiamo in considerazione una catena di ristoranti operante a Parigi e a Londra, che si trova a dover affrontare una rilevante differenza nelle normative sui minimi salariali vigenti nei due paesi. A Parigi, dove il salario minimo è molto più elevato, la proprietà organizza i suoi menu e il suo personale istruendolo a compiere procedure di servizio più complesse, in modo che ogni cameriere possa servire più persone rispetto al suo collega di Londra. I prezzi delle consumazioni sono gli stessi, anche se un cliente a Parigi riceve minori attenzioni di uno a Londra. Ma la differenza cruciale dal punto di vista sociale è che a Parigi i camerieri della stessa catena guadagnano di più. Certo, a Londra le occasioni di impiego non mancano, ma sono di infimo livello.
Avendo definito quali siano le caratteristiche di una buona attività di formazione di competenze non cognitive, e il percorso alternativo verso il quale attualmente i giovani vengono attirati, possiamo finalmente occuparci degli aspetti psicologici: quali sono i fattori che determinano la scelta dei giovani per questa opzione? La sommaria psicologia della Ricchezza delle nazioni afferma che le persone si preoccupano solo dei soldi, quella più accurata della Teoria dei sentimenti morali ci dice invece che tengono anche alla propria posizione nella società: conferiscono e ricevono stima. Le evidenze empiriche riferite al senso di rammarico confermano la nostra intuizione per cui la stima batte i soldi, ma perfino limitandosi al criterio del denaro, molti giovani, negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, vengono allettati a entrare in un cul-de-sac cognitivo. Ci cascano perché quella, oggi come oggi, è la scelta che genera il maggior grado di stima presso i loro pari. Quando dicono ai loro amici che vanno all’università, quelli che non lo fanno provano imbarazzo. Quando dicono che studiano giurisprudenza, i loro amici vi riconoscono un modello di comportamento diffuso da Netflix. Il nocciolo del problema sta nell’attribuzione di diversi livelli di stima alla formazione cognitiva e a quella non cognitiva, un atteggiamento che ha radici profonde in tutte le società anglosassoni: i giovani lo apprendono dalle nostre narrazioni su ciò che li concerne. È un elemento talmente profondo che potremmo pensare sia inevitabile. Ma non è così: ancora una volta, la Germania ha mostrato che la scala può essere diversa.
Potrei citare dei dati, ma questa cosa l’ho appresa in modo più personale. Per un anno abbiamo avuto in casa una brava ragazza alla pari tedesca, che si trovava proprio nel momento della vita in cui doveva scegliere se continuare gli studi all’università o passare a un percorso di formazione professionale specifico. Se avesse voluto, avrebbe avuto sufficienti attitudini cognitive per procedere nel percorso accademico, e non le mancavano in tal senso offerte da parte di università. Ma la sua aspirazione era frequentare un corso professionale condotto congiuntamente da un’azienda e da un istituto tecnico nella sua cittàF. Il programma di formazione che ha poi intrapreso era talmente intenso da incutere timore. La ragazza voleva dedicarsi al marketing: il prodotto che l’azienda produceva, e che lei avrebbe dovuto essere in grado di vendere, era un apparecchio tecnicamente sofisticato. Il primo anno lavorò per settimane ai torni, a fianco degli operai che lo fabbricavano. Il terzo anno andò in America Latina per imparare lo spagnolo. Ora ha un posto di lavoro da dipendente, ben pagato e sicuro. Forse competerà testa a testa con un venditore britannico laureato. Quando fece quella scelta cruciale, la nostra ragazza alla pari rimase sorpresa dalla nostra sorpresa. Il percorso che intraprendeva era non solo più impegnativo rispetto a quello di rimanere in una classe, ma anche più prestigioso. La stima e le ricompense materiali la indirizzavano dalla stessa parte.
Per creare spinte equivalenti in America e in Gran Bretagna dobbiamo smettere di riverire i simboli del privilegio cognitivo. La parola «laurea» dev’essere depotenziata: un tornio e l’America Latina possono avere più fascino di altri tre anni di corsi universitari. La Germania in questo senso ha operato bene, ma il primo posto spetta alla Svizzera. In questo paese la formazione professionale è una cosa seria: i corsi durano solitamente tre o quattro anni, e le aziende sono direttamente coinvolte, perché sostengono la metà dei notevoli costi necessari. Ed è anche popolare: il 60% dei giovani optano per corsi professionali, in parte perché sono pagati mentre studiano, ma anche perché il tipo di formazione che vi ricevono rappresenta una via di accesso riconosciuta a impieghi di alto livelloG. Il tasso di successo è ancor più notevole perché questa formazione professionale di livello assoluto coesiste con una delle prime dieci università nella classifica mondiale: non è stato necessario indebolire i percorsi cognitivi per far prosperare quelli centrati su competenze non cognitive.
La formazione professionale ha bisogno di maggiore prestigio, non solo per chi frequenta i corsi, ma anche per chi li tiene. Insegnare competenze cognitive fornisce un facile prestigio: abbiamo titoli come «professore», apparteniamo a una «università». Attualmente la formazione professionale è troppo frammentata per offrire riconoscimenti altrettanto facili. Forse i numerosi corsi professionali hanno bisogno che sia loro conferito uno status comune più elevato, facendone dei canali per la realizzazione di uno scopo vitale per il paese: bisognerebbe creare un National Skill Service (Servizio nazionale per le qualifiche professionali) in grado di suscitare un senso di orgoglio in tutto il personale che vi lavora.
► La garanzia di un orizzonte lavorativo Una volta entrato in un impiego produttivo, quale garanzia di mantenimento del posto dovrebbe avere un lavoratore? I lavoratori assumono obbligazioni a lungo termine, come ad esempio mutui ipotecari, e hanno quindi bisogno della massima stabilità occupazionale possibile. Le aziende, invece, si trovano ad affrontare periodiche contrazioni della domanda dei loro prodotti, e puntano così alla maggiore flessibilità possibile. Il compromesso che raggiungeranno dipenderà dal loro rispettivo potere contrattuale, che però è a sua volta fortemente influenzato dalle politiche governative. A un’estremità dello spettro, esemplificata dalla Francia, il governo promuove una legislazione per fare della stabilità del posto di lavoro un requisito per le assunzioni. All’altra estremità, quella esemplificata dagli Stati Uniti degli anni Venti del XX secolo, il governo opera con strumenti legislativi per limitare l’attività dei sindacati. Nel mezzo, le differenze di potere contrattuale dei lavoratori fra un settore e l’altro producono una situazione molto variegata. Ogni professore, per quanto mediocre, ha la garanzia di un impiego a vita: altrimenti diventeremmo ansiosi, e ciò potrebbe interferire con la nostra capacità di formulare pensieri importanti (sicuramente altri professori troverebbero altre giustificazioni…). Nel frattempo mio nipote, che è un attore di riconosciuto talento ma lavora in un settore pieno di gente in cerca d’impiego, ha davanti a sé una vita caratterizzata dalla transitorietà.
Nel ripensare il diritto al lavoro, l’ideologia non sta dando un aiuto: mentre gli ideologi di sinistra aborriscono l’idea stessa di un mercato del lavoro, quelli di destra ne fanno qualcosa di sacro. La critica più comune formulata dai sostenitori del libero mercato è che i salari minimi generano disoccupazione. Certo, la disoccupazione è l’indicatore più evidente del fatto che qualcosa non va, ma non sempre è quello più importante. Un mercato del lavoro ha due distinte funzioni. Quella che conta per la disoccupazione consiste nell’abbinare le persone in cerca di lavoro e provviste di una particolare qualificazione agli impieghi che le aziende creano per quella qualifica: è un’attività di coordinamento. Ma la funzione del mercato che incide sulla prosperità generale è la creazione di quelle qualificazioni: è un’attività di investimento. Fra queste due funzioni vi è un’essenziale tensione. Riuscire a generare impegni vincolanti può rendere più praticabile l’investimento. La formazione di cui un lavoratore ha bisogno per acquisire una qualifica professionale è costosa, e qualcuno se ne deve addossare l’onere. Nella misura in cui è il lavoratore a pagarla, si preoccuperà che l’azienda lo assuma con un salario più elevato e per un periodo abbastanza lungo da giustificare l’investimento che ha destinato a quell’attività di formazione. Ma quando è l’azienda a pagare, teme che, una volta completata la formazione, il lavoratore se ne vada e scelga un impiego meglio retribuito altrove. Il lavoratore può superare le sue preoccupazioni vedendosi garantita la stabilità dell’impiego, l’azienda può superare le proprie tenendo conto della disoccupazione che nasce come effetto collaterale del controllo salariale; il probabile effetto combinato di questi fattori può essere l’aumento degli investimenti nelle attività di formazione. Ma la garanzia della stabilità occupazionale e il controllo salariale hanno l’effetto di scoraggiare le assunzioni da parte delle imprese, ostacolando così la funzione di coordinamento che il mercato del lavoro deve assolvere. È per questo motivo che è meglio risolvere il problema degli investimenti aziendali non utilizzando l’elevato livello di disoccupazione per scoraggiare gli operai a lasciare l’azienda, ma finanziando le attività di formazione mediante contributi imposti dal governo.
I lavoratori, però, hanno bisogno della stabilità occupazionale non solo per recuperare i propri investimenti nella formazione, ma anche perché assumono impegni basati sulla previsione del loro salario futuro. La loro capacità di assumersi impegni quali la crescita dei figli o l’acquisto di una casa porta un beneficio alla società, per cui la sicurezza dell’impiego ha un valore sociale. Può risultare più efficace fare in modo che un’impresa si adatti all’esigenza di retribuire il lavoratore nei periodi in cui la domanda è fiacca piuttosto che far sopportare al lavoratore il rischio di essere licenziato. Se l’impresa deve tenere il lavoratore, può formarlo per lo svolgimento di funzioni diversificate, in modo che quando la domanda per una determinata attività cala, può affidargliene un’altra.
Alla certezza del posto di lavoro dev’esserci comunque un limite; le imprese dovrebbero senz’altro essere in grado di far fronte a fluttuazioni temporanee, ma non possono certo sostenere un consistente e permanente calo della domanda senza ridurre gli occupati. Raggiunto il limite, falliscono. Tuttavia, il fatto che la perdita dell’impiego sia inevitabile non attenua in alcun modo il prezzo pagato dal lavoratore. Per questo tipo di shock deve entrare in campo un’entità più vasta dell’impresa: lo Stato. Il premio Nobel Jean Tirole ha proposto un modo intelligente per far sì che il governo induca le imprese a non licenziare i lavoratori durante le fasi di domanda in calo, consentendo loro al contempo di ridurre i dipendenti in caso di contrazione permanente del mercato. La misura consiste nell’imporre il pagamento di determinate quote sui provvedimenti di riduzione del personale, calcolandole in base ai maggiori costi che in questi casi lo Stato deve addossarsi per sussidi e riconversione professionale.
I governi che a quanto sembra hanno reagito meglio a queste crisi occupazionali sono quelli della Danimarca e della Svezia, che hanno sviluppato il concetto della flexicurity. L’impostazione di questa politica è strettamente collegata alla sfida di far rinascere le città depresse: se un’industria è in crisi, alcune specifiche località saranno state colpite duramente, e i lavoratori avranno bisogno di nuove attività formative. Janesville è un raro studio relativo a programmi di riconversione professionale attuati in una città americana colpita dalla chiusura di importanti impianti17. L’indagine mostra che questa iniziativa è stata un netto fallimento. Fra i lavoratori in esubero, quelli che hanno partecipato al programma hanno avuto meno probabilità di trovare un lavoro di quelli che non vi hanno preso parte, e quando lo hanno trovato, il loro stipendio è stato inferiore a quello di chi non ha seguito il programma di riconversione. Quali sono i motivi di un insuccesso così clamoroso? Penso che siano stati trascurati tre aspetti cruciali. Inoltre, la trascuratezza risale al periodo scolastico: gli uomini in esubero non vi avevano mai appreso quelli che sono gli elementi fondamentali di un moderno insegnamento. Questa carenza non era stata recuperata neppure durante tutto il lungo periodo in cui avevano lavorato nello stabilimento. Non avendo dovuto rapportarsi alla prospettiva di penalità per i licenziamenti di personale quali quelle proposte da Tirole, l’azienda non era stata incentivata a fornire ai suoi dipendenti una più ampia serie di competenze che li avrebbe potuti favorire nella ricerca di una nuova occupazione. Ma soprattutto, la formazione del personale in esubero non era stata coordinata con nessun tipo di stimolo concepito per attirare una nuova industria in città. Anzi, l’effetto di agglomerazione ha innescato una spirale negativa, per cui la chiusura dello stabilimento ha provocato una corrispondente contrazione degli affari per gli altri datori di lavoro locali, e di conseguenza ai lavoratori che avevano partecipato al programma di riconversione non si presentavano che scarse occasioni di trovare un nuovo impiego. L’esperienza descritta in Janesville mostra che, senza un tale sforzo coordinato di alto profilo, i programmi di riconversione professionale si trasformano in trappole che suscitano speranze illusorie. Molto probabilmente, però, perfino se avessero avuto un’istruzione migliore, più ampie competenze acquisite in precedenza e se ci fosse stata forte spinta alla formazione di un agglomerato produttivo sostitutivo, i lavoratori in esubero avrebbero esitato a gettare i loro risparmi, nel momento in cui ne avevano ancora più bisogno, in un’attività di formazione. Luigi Zingales e Raghuram Rajan, che insegnano alla Business School di Chicago, hanno proposto di concedere a tutti i lavoratori un credito non limitato temporalmente al quale attingere all’occorrenza per accedere ad attività di formazioneH.
L’incipiente rivoluzione robotica, e qualsiasi ulteriore rivoluzione tecnologica che ne possa conseguire, renderanno necessari programmi di riconversione professionale molto estesi. Credo che difficilmente la robotica ridurrà la domanda di lavoro umano – i nostri bisogni sono forse insaziabili. Ma modificherà sicuramente la struttura dei compiti che i lavoratori dovranno svolgere. Questo è il punto fondamentale per comprendere a fondo i processi in atto. Pensiamo ai tipici lavori composti da una serie di operazioni. Perfino quello apparentemente più ripetitivo comporta invariabilmente momenti che richiedono giudizio, capacità di interagire con altre persone e alcune procedure non ripetitive. La robotica eliminerà alcuni compiti, e così ridurrà nettamente i costi delle merci attualmente prodotte nell’arco di una giornata lavorativa. Redistribuendo le operazioni rimanenti che non si prestano ad essere svolte con la tecnologia robotica, e quelle nuove che la sua adozione crea, il lavoratore medio può accrescere notevolmente la sua produttività18. Poiché lavori diversi comportano differenti configurazioni delle operazioni eseguibili o meno mediante la robotica, è probabile che la caratterizzazione professionale della forza lavoro continui a modificarsi in modo sostanziale; periodicamente, occorrerà procedere all’aggiornamento della formazione per mettere in grado i lavoratori di svolgere nuovi complessi di procedure. Come i camerieri parigini guadagnano più dei loro colleghi londinesi, i lavoratori di domani guadagneranno più di quelli odierni, ma solo se, come i loro colleghi parigini, acquisiranno competenze diverse. Un corollario che ne deriva è che uno dei settori ad elevata intensità di manodopera destinato ad espandersi enormemente è proprio quello della formazione.
► La garanzia delle pensioni Vorrei andare in pensione, ma per favore non ancora. Conosco però fin da adesso il reddito che deriverà dalla mia pensione statale e da quella di docente universitario: ho una sicurezza vita natural durante. Per molti altri però non è così.
I rischi possono essere facilmente condivisi, e per la maggior parte delle tipologie di rischio, in tal caso si annullano. La ragione della cautela nel condividere i rischi è quella che viene definita moral hazard, vale a dire la percentuale di rischio che un determinato evento si verifichi a causa di una non adeguata attenzione alla sua prevenzione da parte dell’interessato. In alcune situazioni, una volta che il rischio è condiviso, ognuno tende ad assumersi maggiori rischi: ad esempio, se abbiamo tutti stipulato un’assicurazione antincendio, stiamo meno attenti. Ma un rischio sopportato da molti pensionati non implica alcuna conseguenza di questo genere: è il rischio previsto in ogni programma pensionistico su base contributiva. Praticamente tutte le imprese hanno deciso che programmi pensionistici a prestazione definita come quello che mi riguarda hanno costi esorbitanti. Il mio programma pensionistico, che è quello adottato dalle università britanniche, conferma questa valutazione, perché ha accumulato il più alto deficit mai registrato per un fondo del genere. Fortunatamente per me, i miei diritti acquisiti non saranno toccati, ma l’onere finanziario che ciò comporta sarà addossato alla prossima generazione di docenti, e agli studenti, che dovranno pagare rette più elevate. Li rincuorerà forse sapere che sono loro davvero gratoI.
Nel frattempo, tutti gli altri sono stati smistati verso programmi pensionistici a base contributiva. E si trovano così a dover affrontare tre tipi di rischi. Il primo è che l’intero fondo pensionistico nel quale versano i loro contributi può avere rendimenti peggiori di altri; diversamente da un fondo a prestazione definita, il deficit non compete più al datore di lavoro. Un altro consiste nel fatto che le loro personali scelte di investimento all’interno del fondo possono rivelarsi meno redditizie rispetto a quelle degli altri dipendenti. Infine, quando andranno in pensione, al momento in cui la loro prestazione verrà monetizzata, il mercato può aver fatto scendere i titoli del fondo al di sotto del loro valore medio a lungo termine. Una delle possibili conseguenze di questi rischi è che due lavoratori con la stessa storia contributiva possano ritrovarsi a percepire pensioni di ammontare molto diverso. Mentre i fondi a prestazione definita come il mio sono troppo generosi, scaricando tutto il rischio sulla società, i sistemi contributivi espongono inutilmente le persone a rischi evitabili, proprio quando esse sono meno in condizione di sopportarli. Siamo passati dalla scelta di condividere i rischi per neutralizzarli a quella di buttarli addosso alle singole persone in una fase della vita in cui sono vulnerabili. Si tratta di un errore di impostazione che può essere del tutto corretto.
Ma le persone che si trovano a dover affrontare la condizione di più grave insicurezza quando arrivano all’età della pensione sono quelle la cui vita lavorativa è passata trascinandosi penosamente da un’azienda a un’altra, e che non hanno neppure acquisito il diritto a partecipare a un sistema a contribuzione definita. Gettate sulle spalle della società quando sono troppo anziane per lavorare, queste persone diventano un peso per la società stessa. Anche in questo caso, il problema deriva dal mercato: ai loro datori di lavoro è stato consentito di tagliare eccessivamente i costi del personale evitando di versare somme adeguate in programmi pensionistici. Come nel caso dei minimi salariali definiti per legge, la politica della Francia appare superiore al modello anglosassone: gli elevati contributi imposti ai datori di lavoro garantiscono che durante la loro vita lavorativa le persone accumulino un adeguato diritto a ricevere una pensione. Una clausola del genere implica ovviamente che l’economia sia nel suo complesso gestita in modo tale da generare un numero di impieghi produttivi sufficiente per tutti. È questo il livello critico che deve essere raggiunto dai programmi di formazione: eliminare i disoccupati impiegandoli in lavori di infimo livello è un fallimento, non una soluzione sostitutiva.
Il senso di appartenenza alla società
Nei capitoli precedenti ho individuato nella famiglia, nel luogo di lavoro e nella nazione le pietre angolari del senso di appartenenza, ma in tutte le società vitali esiste anche una fitta rete di gruppi interattivi ai quali le persone si sentono legate. Nel suo celebre libro Bowling Alone, Robert Putnam lamentò il declino di queste forme di appartenenza negli Stati Uniti. Questo senso di attaccamento incoraggia le persone ad assumere un atteggiamento che riconosce l’esistenza di obbligazioni reciproche, e contrasta inoltre l’isolamento e i suoi corollari quali la perdita di autostima e la depressione. Il declino registrato in America non è né inevitabile né comune a tutte le società occidentali. In Germania, le associazioni ufficialmente registrate della società civile (Vereine) sono presenze diffuse e in crescita. Metà dei cittadini tedeschi appartengono ad almeno una di esse, e il loro numero è aumentato di un terzo nell’ultimo ventennio. La percentuale di tedeschi che partecipano alle loro attività è circa il triplo rispetto all’Europa meridionale19.
Gli interventi per porre un freno a chi ha tutto
L’ascesa della nuova classe istruita ha senza dubbio accentuato le disuguaglianze sociali, ma la maggior parte dei comportamenti che ne hanno determinato un tale successo non è avvenuta a spese del resto della società. Le strategie che essa ha messo in atto andrebbero piuttosto emulate che contrastate. Alcuni aspetti del successo della classe istruita, però, sono a spese degli altri: richiesta di alloggi a somma zero, lavoro a somma zero, comportamento sociale a somma zero.
Le case: abitazioni o proprietà
La gente acquista una casa per due motivi. Per la maggior parte delle persone il motivo è disporre di un’abitazione, per alcune è avere una proprietà. Nella Gran Bretagna degli anni Cinquanta, metà dell’intero patrimonio edilizio residenziale rientrava nella seconda categoria, e veniva concesso in affitto a chi aveva bisogno di un’abitazione. Solo il 30% delle persone aveva un’abitazione di proprietà. Uno dei trionfi della socialdemocrazia è consistito nel trasformare questa situazione. Nel 1980 il settore degli affitti privati si era ridotto drasticamente, giungendo al 10%, mentre le abitazioni di proprietà erano quasi raddoppiate. All’inizio degli anni Ottanta un ulteriore impulso impresso dalle politiche pubbliche, che consentirono agli inquilini di acquistare a prezzo ridotto gli alloggi sociali in cui vivevano, fece salire questa percentuale fino a un picco del 70%.
Questo aumento dal 30 al 70% rappresentò il trionfo combinato di una serie di politiche pubbliche. Possedere un’abitazione sviluppa il senso di appartenenza, e questo, come ho argomentato, è un bene sociale d’importanza vitale. Il senso di appartenenza sta alla base delle obbligazioni reciproche. Essere proprietari della casa in cui si vive conferisce anche un maggior interesse verso la società, e induce ad essere più prudenti: gli psicologi hanno scoperto che, dal momento in cui le persone posseggono qualcosa, sviluppano una notevole avversione a perderla. E possedere una casa genera un attaccamento forte. Una volta una strada di Oxford venne suddivisa a metà: da una parte le abitazioni in affitto, dall’altra quelle di proprietà; la divisione è visibile ancora oggi, perché gli alberi hanno altezze diverse (all’epoca furono solo i proprietari a piantarli).
Le politiche pubbliche che mantennero i prezzi delle abitazioni a un livello accessibile alle famiglie con un reddito attorno alla mediana furono di quattro tipi. Un programma edilizio gestito dalle amministrazioni locali aumentò l’offerta; i limiti al saldo migratorio ridussero il tasso di incremento nelle famiglie; i vincoli alle compravendite puramente speculative ridussero la domanda per l’acquisto di case per scopi non abitativi; infine, la diminuzione del rapporto fra mutui immobiliari e reddito limitò le offerte di acquisto. Il trasferimento della proprietà agli affittuari di alloggi sociali integrò queste politiche, consentendo alle famiglie con redditi inferiori alla mediana di diventare proprietarie dell’abitazione in cui vivevano.
Dalla fine degli anni Ottanta questo progresso lasciò il posto a un’inversione di tendenza. La percentuale di abitazioni di proprietà è già scesa al 60%, e sta diminuendo ancora; le famiglie giovani non possono più permettersi di comprarsi una casa. Nell’ultimo ventennio il prezzo di un’abitazione media è balzato da 3,6 a 7,6 volte l’ammontare di un reddito medio. La cosa non sorprende: tutte le quattro politiche sopra descritte erano state capovolte. I piani edilizi delle amministrazioni locali erano stati bloccati nella speranza che a portarli avanti sarebbero state le imprese private (che invece non lo fecero, in parte perché per loro acquistare terreni edificabili era molto più difficile che per le amministrazioni locali stesse). I controlli sull’immigrazione vennero allentati, e il fenomeno divenne la principale spinta all’aumento delle famiglie. Le regole che avevano contenuto le compravendite speculative furono sostituite da diposizioni che incoraggiavano tali operazioni, scatenando una nuova enorme domanda di acquisto di case per fini non abitativi. Le case comprate per essere rivendute sono raddoppiate, arrivando al 20% del patrimonio immobiliare residenziale. Infine, vennero abrogate le restrizioni alla concessione di mutui immobiliari, aprendo la strada alla frenesia creditizia che innescò una corsa spericolata delle banche sul ciglio della scogliera per vincere premi di rendimento. È per questo che i prezzi delle case sono saliti alle stelle. E per bilanciare la formazione di famiglie al di sotto del reddito mediano non fu lanciato nessun piano equivalente a quello del trasferimento delle proprietà immobiliari agli affittuari.
Una delle conseguenze degli alti prezzi e del credito facile fu che le persone intenzionate ad acquistare case per investire denaro erano più competitive di quelle che volevano comprare un’abitazione per viverci, vale a dire in genere delle famiglie giovani. Venti anni fa, tra le famiglie giovani quelle che contraevano un mutuo ipotecario erano oltre la metà, ora sono solo un terzo circa. Le persone rimaste fuori non erano le madri altamente qualificate da un punto di vista lavorativo e sposate con persone della loro stessa classe, ma quelle delle categorie sociali meno istruite. La loro impossibilità di comprarsi una casa, e il ridursi della prospettiva di poterci mai riuscire, hanno un ruolo decisivo nel determinare le nuove ansie. Ma chi sono le persone che si possono permettere di offrire più di loro? In una fase di prezzi immobiliari crescenti, tutti volevano comprare una casa: le persone in grado di farlo erano quelle che potevano ottenere prestiti più elevati. In questa corsa i vincitori sono stati i membri più anziani della classe istruita, e le persone scaltre che hanno sfruttato fino in fondo l’opportunità di comprare grazie ai prestiti ottenuti dando poi in affitto le proprietà. Un caso spettacolare è quello di una coppia di insegnanti che ha lasciato il lavoro e ha accumulato un enorme impero immobiliare. I ricchi e le persone scaltre hanno beneficiato di un duplice colpo di fortuna: avendo più possibilità di contrarre prestiti rispetto alle famiglie giovani, possono richiedere affitti il cui valore supera gli interessi che devono rimborsare. E oltre tutto, poiché i prezzi delle case hanno continuato a salire, hanno beneficiato di un’enorme valorizzazione del proprio capitale.
Come possiamo intervenire in questi processi? Anche qui, l’ideologia costituisce una minaccia. A sinistra si invoca il ritorno al controllo degli affitti secondo il modello attuato negli anni Quaranta del secolo scorso; come allora, ciò indurrebbe le persone a rimanere nella casa nella quale attualmente sono in affitto, riducendo la mobilità lavorativa. A destra si vorrebbero aumentare i finanziamenti per l’acquisto della prima casa: alimentando ulteriormente la domanda, i prezzi schizzerebbero ancora più in alto. Tuttavia, a ben vedere, la soluzione di questo problema non comporta particolari difficoltà, perché sappiamo quali sistemi sono stati efficaci: attuare di nuovo gli stessi tipi di interventi funzionerebbe ancora. È sensato aumentare l’offerta, e il modo più credibile per farlo è rompere l’impasse della pianificazione. Le amministrazioni locali sono nella posizione migliore per progettare nuovi piani edilizi, la cui realizzazione può essere attuata in associazione con immobiliaristi privati. Le autorità locali potrebbero progettare costruzioni destinate alla vendita, invece che all’affitto. Ma l’aumento dell’offerta di abitazioni dovrebbe essere graduale, perché in questo settore un balzo improvviso rischierebbe di far crollare i prezzi, facendo sprofondare molti giovani proprietari di case in una situazione in cui il valore del loro mutuo supera quello dell’immobile. Allo stesso modo, sarebbe sensato limitare la crescita delle famiglie reintroducendo restrizioni all’immigrazione. La frenesia creditizia scatenata dalla deregolamentazione finanziaria non ha portato al nirvana, ma al disastro normativo che ha finito per provocare una ressa agli sportelli bancari per ritirare i depositi. Lo spettacolo dei correntisti che assediavano le filiali della Northern Rock è stato il primo del genere in Gran Bretagna nell’arco di 150 anni. Come nel caso di un programma edilizio, il cambiamento dovrà essere graduale, ma la direzione da assumere non è dubbia: dobbiamo ritornare a imporre una soglia minima al rapporto fra mutui ipotecari e redditi e fra mutui e depositi. È sensato anche limitare il fenomeno di acquisto delle case mediante prestiti al fine di affittarle. Il beneficio pubblico connesso all’aumento di abitazioni di proprietà giustifica che si dia priorità a chi vuole comprare una casa per abitarvi piuttosto che a chi vuole solo fare un investimento.
Tutte le politiche appena descritte hanno un carattere graduale. Ma è possibile determinare un repentino aumento della percentuale di abitazioni di proprietà senza mettere a repentaglio i prezzi delle case. Lo si può fare mediante un piano di passaggi di proprietà analogo agli acquisti a prezzi scontati degli alloggi sociali che fecero aumentare la percentuale di abitazioni di proprietà negli anni Ottanta. Le politiche attuali, invece che stimolare l’edilizia sociale come negli anni Ottanta, gonfiano l’aumento del patrimonio immobiliare acquistato per ottenere una rendita dal suo affitto. Molti dei proprietari di immobili che ne hanno beneficiato se ne stanno ora tranquillamente seduti su enormi e immeritati tesori derivanti dalla valorizzazione dei capitali così acquisiti. Occorre attuare una politica pubblica che determini un trasferimento delle case da questi proprietari immobiliari ai loro affittuari, mediante provvedimenti legislativi che conferiscano un diritto all’acquisto dell’abitazione, probabilmente a condizioni analoghe a quelle permesse dai forti sconti degli anni Ottanta. Per evitare di danneggiare economicamente i proprietari immobiliari, le riduzioni sul prezzo di acquisto potrebbero essere limitate in base al mutuo ipotecario ancora da estinguereJ. Evidentemente, ciò contrasta con l’interesse immediato dei proprietari immobiliari. Ma redistribuire le rendite derivanti dalla rivalutazione di una casa a coloro che vi abitano ha un valore etico e, dati i benefici di un accresciuto senso di appartenenza, è coerente con l’interesse personale illuminato dei ricchi.
Lavorare per uno scopo valido
Molte persone istruite che hanno un’elevata produttività svolgono un ruolo estremamente benefico per la società. Molte altre, però, usano le loro competenze per arricchirsi a spese degli altri.
Alla radice di questa deviazione dei talenti da quello che dovrebbe essere il loro scopo troviamo un collegamento fra l’esercizio delle professioni nel campo finanziario e in quello legale. Ritorniamo un momento allo stupefacente volume delle transazioni finanziarie. Mentre le transazioni attive possono utilmente rendere liquidabili le risorse finanziarie, gran parte di esse è a somma zero: se il volume delle transazioni venisse ridotto non si determinerebbero perdite a danno della società. Ma se sono a somma zero, perché avvengono? La risposta è che gli operatori molto intelligenti mettono nel sacco quelli che lo sono un po’ meno di loro. I mercati finanziari sono in gran parte dei «tornei», nei quali i vincitori usufruiscono di qualche minimo vantaggio informativo rispetto ai perdenti. I vincitori sono coloro che hanno capacità e risorse eccezionali per superare in astuzia gli altri; il risultato è che guadagnano enormi quantità di soldi. Dati i potenziali benefici derivanti dal disporre di maggiori informazioni, si verifica una costante pressione per accedervi. Una grande azienda ha investito nella posa di un cavo ad alta velocità fra Chicago e New York che permette di ridurre nell’ordine di millisecondi la trasmissione delle informazioni sui prezzi fra i due mercati20. Il rendimento commerciale dell’investimento dipendeva dalla possibilità che questo anticipo generasse un minuscolo vantaggio nelle transazioni computerizzate, nel qual caso il cavo poteva essere venduto ad alcune compagnie che lo avrebbero sfruttato a spese di coloro che ricevevano le stesse informazioni ma con qualche millisecondo di ritardo. Una società in cui vengono effettuati investimenti del genere mentre i ponti sono lasciati crollare per carenza di manutenzione non ha compreso bene quali dovrebbero essere le sue priorità.
Il numero eccessivo di transazioni finanziarie infligge vari costi sociali, oltre al danno che provoca al panorama delle aziende e del quale si è parlato nel capitolo 4. Uno consiste nel fatto che accentuano le disuguaglianze senza ottenere nessun risultato positivo. I superintelligenti lavorano per se stessi: è questa l’implicazione del sistema dei bonus premiali in vigore nelle banche d’investimento, dove i primi della classe pagano di fatto all’azienda solo una modesta quota dei loro profitti individuali, per i servizi che essa fornisce. La Deutsche Bank, esempio estremo di una banca d’investimento gestita a beneficio di questi personaggi, ha versato 71 miliardi di euro in bonus, cifra che supera di gran lunga quella dei 19 miliardi pagati ai suoi azionistiK.
Il potere non è più nelle mani di chi detiene capitali, e neppure in quelle dei manager che gestiscono le loro ricchezze. I fondi pensionistici non sono in grado di pagare i megastipendi che sarebbero necessari per assumere dei fuoriclasse, e quindi vengono gestiti da quelli leggermente meno intelligenti. Le transazioni fra i due gruppi generano un graduale trasferimento dai futuri pensionati ai superbravi.
Un’ulteriore perdita deriva dal fatto che questi tornei a somma zero mettono in società fra loro alcune delle persone più intelligenti esistenti nella società per fare un lavoro che non è utile a nessun altro. Eppure queste persone sono potenzialmente molto preziose per gli altri. All’estremo opposto dello spettro rispetto alla gestione delle attività finanziarie troviamo l’innovazione. Gli economisti stimano che tipicamente un innovatore incameri solo il 4% circa dei ricavi complessivi generati dalla sua innovazione: il rimanente 96% va in mano a tutti gli altri. Quindi, gli incentivi che il mercato fornisce ai superbravi perché mettano in campo le loro rare capacità a favore dell’innovazione sono troppo deboli, mentre gli incentivi a utilizzarle per attività finanziarie sono troppo forti. Non ho visto finora alcun tentativo di quantificare questo tipo di costo sociale, ma ritengo che sia notevole: l’innovazione e la gestione delle attività finanziarie sono entrambi settori enormi. In America, i profitti generati dal settore finanziario ammontano a circa il 30% di tutti i profitti aziendali. Visto da un’altra prospettiva il settore finanziario fornisce apparentemente servizi che rendono più produttivo il sistema economico, ma dovrebbe elevare la redditività delle restanti attività economiche del 43%L solo per pareggiare i profitti che trattiene, prima che gli altri chiudano in pareggio. Ma una prospettiva del genere sembra improbabile: se davvero rilevassimo una differenza così forte, i nostri settori finanziari sarebbero più snelli?
Quel che è vero per i manager finanziari vale anche per gli avvocati. Willem Buiter, già economista capo di Citigroup, lo dice in modo chiaro: il primo terzo degli avvocati produce quell’immenso valore sociale che chiamiamo «Stato di diritto». Il secondo terzo si occupa di vertenze legali che sono sostanzialmente dei giochi a somma zero: ogni parte investe eccessivamente nella possibilità di vincere il torneo, e quindi dal punto di vista sociale l’effetto di tale attività è inutile. Lo Stato di diritto è un bene pubblico d’importanza enorme, ma nessun professionista legale opera per ottenere la «giustizia», quanto piuttosto per vincere un processo contro la parte avversa. Alla fine una tale attività legale acquistata da una parte in causa in una vertenza frutta un profitto non generando maggiore giustizia, ma aumentando le possibilità di vincere la causa a spese della parte avversa. L’ultimo terzo degli avvocati svolge un ruolo predatorio dal punto di vista sociale: si occupa di raggiri legali che spennano chi produce. Sono i cercatori di rendite per eccellenza. In America uno di questi raggiri, per cui sono stati comprati dei diritti di privativa inutilizzati per poi intentare in base ad essi cause per estorcere denaro ad aziende che avevano investito in innovazione, è stato di tale portata che perfino un Congresso paralizzato ha trovato l’energia per porre un riparo a questa situazione. In Gran Bretagna, quando una serie di cause giudiziarie basate su un trucco legale collegato alle assicurazioni sanitarie sono state dichiarate illegali, il valore di mercato dell’agenzia che si era specializzata in quel tipo di attività si è dimezzato da un giorno all’altro.
Gli avvocati sono una risorsa preziosa, ma ce ne sono troppi. I giovani sono attratti da questa professione grazie a una serie di incentivi. Ricordo che la mia scelta iniziale di studiare giurisprudenza fu condizionata dall’ingenua immagine che avevo degli avvocati come gli equivalenti moderni dei pastori, che danno consigli, risolvono un contrasto, aiutano, e a volte è davvero così. Ma quando scoprii che il 70% dei redditi degli avvocati britannici derivava dal monopolio che esercitavano sulle transazioni immobiliari cambiai scelta: la professione era dominata dai cacciatori di rendite. Altro che pastore, sarei diventato un parassita. Oggi molti giovani sono attratti dall’idea di battersi per la giustizia: i dibattiti in tribunale sono l’argomento fondamentale di Netflix. Anche i redditi a sette cifre degli avvocati londinesi della City possono avere un certo fascino. Ma, come gli attori, gli avvocati sono troppi. Una volta l’eminente economista di Harvard Larry Summers ha calcolato la correlazione fra la percentuale di ingegneri e di avvocati presenti in una società e il tasso di crescita nazionale: una chiara metafora del problema più generale per cui le forze di mercato non generano un adeguato equilibrio fra attività che in termini sociali sono predatorie e quelle, come l’innovazione, che da questo punto di vista sono preziose.
Come possiamo intervenire su tutto ciò? Come nel caso delle metropoli, una parte della risposta va cercata negli strumenti fiscali, ma con un’importante differenza. Le rendite generate dalla metropoli hanno un valore sociale, solo che non sono equamente distribuite. Lo scopo della tassazione dei lavoratori altamente specializzati delle metropoli non dovrebbe essere quello di limitarne le attività, bensì di redistribuire le rendite. Diversamente, le rendite intercettate da coloro che gestiscono attività finanziarie e dai legali non sono preziose dal punto di vista sociale: sono quindi le attività stesse che devono essere limitate. Di conseguenza, è sullo scopo che le attività perseguono, e non sulla loro localizzazione, che bisogna intervenire.
Sul tavolo ci sono tante proposte di imposte sulle transazioni finanziarie. Ognuno di questi strumenti dev’essere attentamente programmato per colpire le transazioni giuste. Quelle relative alle azioni delle imprese, ad esempio, devono essere tenute a freno molto più di quelle valutarie. Non c’è niente di socialmente utile nel fatto che le azioni di una tipica grande impresa cambino di mano sette volte in un anno, cosa che invece è la norma.
Quanto a un’imposta sulle vertenze private in tribunale, la si potrebbe concepire sia per ridurre il volume delle controversie, sia per diminuire le consistenti rendite che gli avvocati attualmente ne traggono. Gli avvocati non sono immuni dal richiamo dell’interesse personale. Quando gli incarichi venivano pagati in base al tempo impiegato, gli avvocati ritenevano necessario che si prolungassero molto; una volta che si prese a pagarli a forfait, i tempi si sono drasticamente abbreviati. Le spese legali sono aumentate a tal punto da mangiarsi le rendite in gioco nella vertenza. Per fare l’esempio di un caso ben noto a molti britannici, prendiamo in considerazione quello che avvenne quando il politico Andrew Mitchell citò in giudizio un quotidiano per diffamazione. Il tema specifico della vertenza erano le esatte parole che Mitchell aveva pronunciato durante un alterco con un poliziotto che lo aveva fermato perché aveva attraversato in bicicletta un cancello. Poiché non c’erano testimonianze decisive in tal senso, il caso venne risolto da un giudice stabilendo a quale delle due testimonianze dare credito, quella del politico o quella dell’agente di polizia. Nel processo per un episodio così banale, gli avvocati di entrambe le parti fecero levitare i costi fino a 3 milioni di sterline, somma da addebitare così alla parte perdente. In altre parole, questa semplice incombenza legale si è mangiata l’equivalente dei guadagni medi di tre famiglie britanniche nell’arco di un’intera vita. Tassando vertenze del genere, potremmo far sì che molte di esse vengano composte in modo più semplice, e anche dirottare a fini sociali una parte delle rendite derivanti dalle parcelle gonfiate degli avvocati. Starà agli avvocati stessi spiegarci per quali motivi una proposta di questo tipo costituisce un affronto alla giustiziaM.
Esiste poi un altro approccio: puntare sulla vergogna. Così come occorrono cittadini etici per far vergognare le imprese e indurle a un comportamento mirante a un fine più positivo, così il potere delle sanzioni sociali può togliere alle professioni dei cercatori di rendite la loro lussuosa patina. Giovani di talento devono essere messi di fronte alle implicazioni sociali delle scelte che compiono per la loro carriera: come vengono generati attualmente i megaredditi?
Un freno alle divergenze sociali
Fino al 1958 a Buckingham Palace si teneva l’annuale ballo delle debuttanti, un’occasione nella quale i giovani membri dell’aristocrazia britannica potevano fare conoscenza reciproca. La tradizione si è interrotta quando un numero sufficiente di persone si è reso conto che perpetuare in tal modo le divisioni di classe costituiva una minaccia e non un servizio. La maggiore permeabilità della vecchia classe superiore è simboleggiata dal matrimonio del principe britannico William con Kate Middleton, figlia di una hostess: un tempo Kate non avrebbe potuto essere invitata al ballo delle debuttanti. Ma i rapporti endogamici fra gli esponenti dell’aristocrazia sono stati sostituiti da quelli ancor più efficaci fra i membri della nuova élite21. Il principe William e Kate si sono conosciuti quando studiavano a St Andrews, un’università di élite. Il matrimonio fra simili è una forza possente nella produzione di disuguaglianze sociali. Questa tendenza endogamica aiuta a rendere stabili i matrimoni, e involontariamente accentua le differenze di classe, ma non c’è molto da farci.
Alcuni comportamenti però generano sfruttamento, e potenzialmente sarebbero contrastabili. Fra il 1981 e il 1996, negli Stati Uniti, le ore dedicate allo studio dagli alunni delle scuole primarie sono aumentate in modo impressionante, del 146%22. Nel decennio appena trascorso, in Gran Bretagna, i tassi di suicidio fra gli studenti universitari sono aumentati del 50%. Poiché ci sono alcuni aspetti a somma zero del successo su cui i genitori estremamente esigenti e ansiosi nei confronti dei figli si fissano, la loro ansia si trasmette non solo ai figli stessi, ma anche agli altri. Entro certi limiti, questo fenomeno può essere contrastato a scuola. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici tentano di promuovere una cultura prevalente. Nella maggior parte dei casi, si impegnano per porre un limite minimo all’impegno accademico, ma forse occorre anche stabilire un limite massimo. Se non possiamo permetterci di rimanere indietro rispetto agli standard globali, gli anni dell’adolescenza non dovrebbero essere trasformati in una versione giovanile delle disastrose rivalità che si innescano in una banca d’investimento.
Quanto a questo tipo di dinamiche perverse, una storia che nel 2013 finì sulle prime pagine dei giornali riguardò un stagista estivo appunto di una banca d’investimento, il quale era così entusiasta da lavorare venti ore al giorno, ma poi morì di sfinimento. È un caso estremo di una corsa verso il basso che porta gruppi di persone a sviluppare una dipendenza da lavoro. Ognuno avrebbe da guadagnare lavorando meno, ma nessuno da solo osa tirarsi fuori dal vortice: resterebbe indietro nella corsa alla promozione, e violando le norme comunemente accettate perderebbe la stima degli altri. È un classico problema di coordinamento, per il quale esiste una soluzione semplice: un intervento pubblico. I lunghi orari di lavoro possono essere scoraggiati da provvedimenti fiscali, o ridotti mediante strumenti di regolamentazione. Quando il governo francese ridusse la settimana lavorativa a trentacinque ore suscitò reazioni derisorie in vasti ambienti. Ricordo però un manager angosciato che lavorava in un’organizzazione in cui era richiesto un impegno maniacale sul lavoro che notò tristemente come il suo CEO stesse tentando d’imporre una giornata lavorativa di trentacinque ore. Riduzioni graduali degli orari di lavoro, e una corrispondente estensione delle ferie, sono modi adeguati e necessari di trasformare l’incremento della produttività nazionale in esistenze umane migliori. Senza di ciò e senza gli interventi proposti sopra, la società si troverà ad essere sempre più divisa fra una classe specializzata di maniaci del lavoro che dispone di soldi in abbondanza ma di poco tempo e una classe sottoccupata e non qualificata che ha molto tempo a disposizione ma pochi soldi.
Conclusione: un maternalismo sociale dalla mano ferma
Il lavoro dovrebbe conferire una motivazione agli anni centrali della vita. Attualmente, avviene così per molti fra i più fortunati, ma non per tutti. Molte persone si ritrovano a fare lavori che offrono troppo poche opportunità per coltivare il rispetto di se stessi: richiedono capacità insufficienti per diventare un motivo di orgoglio, o non danno quella soddisfazione che deriva dal sapere che la propria occupazione contribuisce alla società di cui si fa parte. È questo, più delle semplici differenze nelle retribuzioni, l’elemento fondamentale dei fallimenti in conseguenza dei quali le disparità tra le famiglie diventano disparità fra occupazioni. Le disuguaglianze di reddito contano, e si allargano via via che ci si avvicina alla pensione. Ma se le si affronta soltanto con lo strumento della redistribuzione, non solo saranno necessarie operazioni fiscali e assistenziali coordinate di portata enorme, ma la decisiva carenza di motivazioni valide, o di significato, del proprio lavoro, ne risulterà aggravata. Molte persone vivranno della produttività degli altri.
La sfida consiste nel ridurre la sempre più ampia dispersione degli elementi di produttività. Affrontarla ci ha portato a compiere una lunga marcia che è cominciata spostandosi dal paternalismo sociale, col quale lo Stato gestisce famiglie recalcitranti, al maternalismo sociale, col quale lo Stato le protegge sostenendole sul piano pratico. A tale riguardo ho sostenuto che la mano ferma che il paternalismo sociale adotta con le famiglie che stanno cadendo a pezzi andrebbe usata in modo più appropriato contro le attività dannose svolte da una minoranza tra coloro che hanno avuto più successo. Entrambe le cose saranno necessarie per costruire un capitalismo che consenta a tutti di lavorare in modo dignitoso, ovunque essi vivano.
1 A. Wolf, The XX Factor: How the Rise of Working Women has Created a Far Less Equal World, Crown, New York 2013, p. 240.
2 From the Fragile Families and Child Wellbeing Study Fact Sheet (www.fragilefamilies.princeton.edu/publications).
3 Si veda Effects of social disadvantage and genetic sensitivity on children’s telomere length, in «Fragile Families Research Brief», 50, Princeton 2015.
4 P. Larkin, High Windows, 1974 (trad. it., Finestre alte, a cura di Enrico Testa, Einaudi, Torino 2002).
5 Per una brillante analisi di questa affermazione, si veda D. Brooks, The Social Animal: The Hidden Sources of Love, Character and Achievement, Penguin, London 2011.
6 L’ONG Pause ha un sito Internet. Andate a vederlo. Iscrivetevi. I dati riportati nel testo sono tratti da http://www.pause.org.uk/ pause-in-action/ learning-and-evaluation.
7 Wolf, The XX Factor cit., pp. 51-52.
8 D. Brown - E. De Cao, The impact of unemployment on child maltreatment in the United States, «Department of Economics Discussion Paper Series N. 837», University of Oxford, 2017.
9 R.D. Putnam, Our Kids: The American Dream in Crisis, Simon and Schuster, New York 2016, p. 212.
10 E.A. Hanushek, The economic value of higher teacher quality, in «Economics of Education Review», XXX (2011), 3, pp. 466-79.
11 S.D. Levitt - J.A. List - S. Neckermann - S. Sadoff, The behavioralist goes to school: leveraging behavioral economics to improve educational performance, in «American Economic Journal: Economic Policy», VIII (2016), 4, pp. 183-219.
12 Se ritenete come me che si tratti di un’esperienza importante, mi permetto di invitarvi a contribuire a Grimm and Co, che è un’istituzione di beneficenza ufficialmente registrata. Potete visitare il suo sito all’indirizzo http://grimmandco.co.uk/.
13 A questo riguardo una buona fonte è costituita da T.D. Wilson, Redirect: Changing the Stories We Live By, Hachette UK, London 2011, il cui titolo richiama appunto l’esigenza qui esposta.
14 Rinvio al testo su cui si basa il seguente paragrafo: http://www.winchester.ac.uk/aboutus/lifelonglearning/CentreforRealWorldLearning/Publications/Post2014/Documents/Lucas%20(2016)%20What%20if% 20-%20vocational%20pedagogy%20% 20RSAFETL.pdf.
15 Alison Wolf, in «Financial Times», 28 dicembre 2017.
16 K.O. Knausgård, Dancing in the Dark: My Struggle, vol. IV, Random House, London-New York 2015, p. 179.
17 A. Goldstein, Janesville: An American Story, Simon and Schuster, New York 2018.
18 D. Acemoglu - D. Autor, Skills, tasks and technologies: implications for employment and earnings, in «Handbook of Labor Economics», vol. 4 B, North Holland-Elsevier, Amsterdam 2011, pp. 1043-1171.
19 «Financial Times», 10 settembre 2017.
20 M. Lewis - D. Baker, Flash Boys, W.W. Norton, New York 2014.
21 In Gran Bretagna si è verificato un forte incremento dei matrimoni fra persone con lo stesso livello di istruzione, particolarmente pronunciato per i laureati: cfr. Wolf, The XX Factor cit., p. 232.
22 Si veda M. Harris, Kids these Days: Human Capital and the Making of Millennials, Little, Brown & C., New York 2018.
A Una definizione talmente nuova che il correttore ortografico non la riconosce.
B La pratica di preannunciare alla donna durante la gravidanza che il suo bambino le sarà tolto appena nato le provoca un grave aumento dello stress, che danneggia irreparabilmente il feto.
C Coerentemente alla sua situazione di emarginazione, il mio correttore ortografico si rifiuta di riconoscerne il nome, nonostante abbia una popolazione doppia di quella di Oxford, nome su cui invece non solleva alcuna obiezione.
D Un richiamo alla tradizionale fiaba inglese di ambientazione magica Jack and the Beanstalk, N.d.T.
E Invece di scrivere libri, ad esempio, avrei potuto diventare un avvocato a caccia di rendite.
F Un tempo anche in Gran Bretagna c’erano istituti del genere, chiamati polytechnics. È indicativo della tendenza britannica a privilegiare il prestigio accademico che essi siano poi stati tutti trasformati in facoltà universitarie.
G In Gran Bretagna, nel 2016, fra le persone che hanno continuato gli studi, solo 4.000 hanno conseguito un diploma tecnico professionale (technical level award): meno di una ogni 10.000 abitanti (Alison Wolf, in «Financial Times», 28 dicembre 2017).
H Nel maggio del 2018 il governo francese ha approvato un provvedimento di questo tipo.
I Posso comunque assicurarli – non si sa mai! – che dal punto di vista legale li tengo in pugno: grazie a Dio esistono gli avvocati!
J Dovrebbe essere la parte residua del mutuo calcolata alla data in cui la politica è stata annunciata, per evitare che la misura sia aggirata da un rifinanziamento del mutuo.
K Alla fine gli azionisti della banca, quando il valore delle azioni è crollato, si sono trovati a dover sostenere perdite assai superiori a questi dividendi.
L 30/70= 0,43.
M Ma non necessariamente: fra le varie verifiche empiriche che ho fatto sugli argomenti di questo libro, ho chiesto a un avvocato di grande esperienza di commentare queste proposte. La sua risposta è stata: «Mi piace l’idea di colpire i ricchi avvocati della City e quelli della loro stessa razza metropolitana». Ma forse la sua posizione è un po’ atipica, perché è un quacchero.