V

La sala era gremita quella sera, e il grasso impresario ebreo che li accolse alla porta sorrideva d'un untuoso sorriso che andava da un orecchio all'altro. Li scortò fino al palco agitando le sue grasse mani inanellate, parlando in falsetto, pomposamente umile. A Dorian Gray sembrava spregevole più che mai. Gli pareva d'essere venuto a cercare Miranda, e d'aver trovato Calibano. A Lord Henry invece l'ebreo non dispiaceva. Almeno così disse; e volle stringergli la mano e dichiarargli che era orgoglioso di avere incontrato un tale uomo, scopritore di un genio, e fallito per amore d'un poeta. Hallward si divertiva osservando il viso degli spettatori in platea. Il calore era soffocante, il lampadario s'arroventava come una mostruosa dalia dai petali di fiamma gialla. Gli uomini in loggione s'eran tolto giacca e panciotto, e li avevano posati sul parapetto; si chiamavano e discorrevano da un lato all'altro della sala, e mangiavano arance assieme alle loro ragazze dipinte. Donne ridevano in platea. La loro voce era acuta e sgradevole. Dal bar veniva un rumore di bottiglie stappate.

«Avete pescato la vostra divinità in un luogo ben strano» disse Lord Henry.

«Sì» rispose Dorian Gray «qui l'ho trovata, e tra tutte le altre cose viventi essa è veramente divina. Quando recita vi fa dimenticare tutto il resto. Appena entra in scena, questa gente rozza, volgare nel viso e nel contegno, trasmuta. Sta silenziosa e immobile a guardarla. Diviene sensibile per lei come un violino. Essa li esalta, e li rende in tutto simili a noi.»

«Simili a noi – oh, io spero di no!» esclamò Lord Henry, che scrutava col binocolo il pubblico della galleria.

«Non ascoltatelo, Dorian, non ascoltatelo» disse il pittore. «Io capisco quello che volete dire, e lo credo. Le cose che amate non possono essere che meravigliose, e la persona che raggiunge tale prodigio dev'essere nobile ed eletta. Esaltare la propria epoca, è un'opera degna. Se questa donna può dare un'anima a chi finora ha potuto vivere senza; se può suscitare l'amore della bellezza in chi finora ha vissuto bassamente e ignobilmente; se può liberare queste persone dalla loro materia, e farle piangere per sofferenze che non sono loro, è degna di tutta la vostra adorazione, è degna dell'adorazione del mondo intero. Approvo il vostro matrimonio. Prima pensavo diversamente, ma riconosco di aver avuto torto. Gli dèi crearono Sybil Vane per voi. Senza di lei sareste stato incompleto.»

«Grazie, Basil» mormorò Dorian Gray, stringendogli la mano. «Sapevo che mi avreste capito. Harry è tanto cinico! Mi spaventa. Ecco l'orchestra. È una cosa orrenda, ma dura solo cinque minuti. Poi il sipario si alzerà, e vedrete la creatura cui voglio donare tutta la mia vita, cui ho dato tutto quel che c'è di buono in me.»

Un quarto d'ora dopo, tra un pauroso scroscio di applausi, Sybil Vane entrò in scena. "Sì, è certamente deliziosa a vedersi – una delle più belle creature che io abbia mai visto" pensò Lord Henry. La sua timida grazia, le sue pupille attonite la facevano involontariamente paragonare a un cerbiatto. Appena volse gli occhi sulla sala affollata e fremente, un lieve rossore le sfiorò il viso, simile al riflesso di una rosa in uno specchio d'argento. Essa indietreggiò d'alcuni passi, e le labbra le tremarono. Basil Hallward scattò in piedi e si mise ad applaudire.

Lord Henry la analizzava col binocolo mormorando: «Graziosa, veramente graziosa».

La scena si svolgeva in una sala della casa dei Capuleti, e Romeo, in veste di pellegrino, era entrato con Mercuzio e gli altri amici. L'orchestra attaccò alla meglio la musica, e la danza incominciò. In mezzo a una folla di ignobili guitti malvestiti, Sybil Vane pareva la creatura di un mondo superiore. Il suo corpo ondeggiava nella danza, e ricordava la flessuosità di una pianta acquatica. La curva della sua nuca era quella di un giglio bianco. Le sue mani parevano d'avorio tiepido.

Ella era tuttavia stranamente assente. Guardava Romeo senza mostrarne gioia.

 

Good pilgrim, you do wrong your hand too much,

Which mannerly devotion shows in this;

For saints have hands that pilgrim's hands do touch,

And palm to palm is holy palmers' kiss.

 

Disse questi brevi versi e il breve dialogo seguente con una artificiosa precisione. La voce era molto bella, ma il tono, il colore erano sbagliati. La forzata espressione toglieva ai versi ogni vita, attribuiva una irrealtà alla loro passione.

Dorian Gray, impallidito, la guardava. Era imbarazzato e angosciato. Gli amici non osavano parlargli. Sembrava loro che la ragazza fosse negata completamente alla scena. Erano penosamente delusi.

Sentivano però che per giudicare Giulietta, bisognava aspettare la scena del balcone, nel secondo atto. Questo era il punto critico. Se Giulietta avesse fatto fiasco anche qui, certamente nulla si poteva aspettare da lei.

Quando apparve nella luce lunare, era piena di grazia. Questo sì. Ma l'artificio della sua recitazione era insopportabile, e andava peggiorando. La sua mimica era innaturale fino all'assurdo. Sottolineava ogni cosa che dicesse. Quelle bellissime parole:

 

Tu sai che l'oscurità della notte mi copre il viso,

se no tu mi vedresti arrossire

per le parole che io ti dissi stanotte

 

furono recitate con la monotona precisione di uno scolaro. Quando si sporse dal balcone a dire:

 

Benché io sia felice in te,

pure non sono felice di questa nostra notte;

troppo fuggitiva, inaspettata, rapida,

troppo simile al lampo che è spento

prima che si possa dire "lampeggia". O caro, buonanotte!

Forse il fecondo alito dell'estate muterà

questo germoglio d'amore in un bellissimo frutto

 

pronunciò le parole come se non le intendesse. Ma non per timidezza. Non era inquieta, anzi pareva completamente padrona di sé. Era una pessima attrice. Ecco tutto.

Anche la folla della platea e del loggione si disinteressò alla rappresentazione. La gente si muoveva, parlava a voce alta. Qualcuno fischiava. L'impresario ebreo fremeva e bestemmiava per la rabbia. Soltanto la fanciulla era impassibile.

Alla fine del secondo atto i fischi divennero tempestosi. Lord Henry si alzò, e prese il suo mantello. «È molto bella, Dorian» disse «ma non sa recitare. Andiamocene.»

«Voglio rimanere fino alla fine» rispose il ragazzo con voce dura, amara. «Mi rincresce, Harry, di avervi fatto perdere la sera. Chiedo scusa, a tutti e due.»

«Sapete, Dorian» interruppe Hallward «credo che Miss Vane non stia bene. Torneremo un'altra sera.»

«Vorrei che fosse ammalata» rispose Dorian. «Ma credo che sia semplicemente fredda e insensibile. È completamente cambiata. Iersera era una grande artista. Oggi non è che un'attrice di terz'ordine.»

«Non parlate così di chi amate, Dorian. L'amore è una cosa più meravigliosa dell'arte.»

«L'uno e l'altra sono forme di imitazione» disse Lord Henry. «Andiamo. Venite anche voi, Dorian. Un cattivo spettacolo può nuocere allo spirito. E poi suppongo che vieterete a vostra moglie di recitare. Che v'importa se interpreta Giulietta come una bambola di legno? È molto graziosa, e, se è esperta nella vita come sul teatro, sarà per voi una deliziosa esperienza. Vi sono due soli tipi di persone veramente attraenti; quelle che hanno conosciuto tutto, e quelle che ignorano tutto. Buon Dio, mio caro ragazzo, non assumete un'aria tragica! Il segreto di rimaner giovani sta nel non trovar mai una emozione eccessiva. Venite al club, con Basil e me. Fumeremo delle sigarette, e brinderemo alla bellezza di Sybil Vane. È bellissima. Che volete di più?»

«Andate via, Harry, ve ne prego» gridò il ragazzo. «Ho voglia di restar solo. Anche voi andatevene, Basil. Ah! ma non vedete che mi si spezza il cuore?» Lagrime brucianti gli salirono agli occhi. Le labbra gli tremavano, e fuggendo nel fondo del palco si volse alla parete, il viso nascosto tra le mani.

«Andiamo, Basil» disse Lord Henry, con una strana dolcezza nella voce; e i due giovani uscirono insieme.

Poco dopo le luci della ribalta brillarono di nuovo, e il sipario si alzò sul terzo atto. Dorian Gray riprese posto. Appariva pallido, sdegnoso, indifferente. Lo spettacolo si trascinava; pareva interminabile. Il pubblico lasciava il teatro pestando i piedi, ridendo forte. Era un vero fiasco. L'ultimo atto fu recitato a teatro quasi vuoto.

Quando fu finito, Dorian Gray si precipitò dietro le quinte, sul palcoscenico. La ragazza era là, sola, un'espressione di trionfo sul viso. I suoi occhi ardevano di un fuoco squisito. C'era una specie di aureola intorno a lei. Le sue labbra s'erano schiuse sorridendo per un intimo segreto.

Quando egli apparve lo guardò e le si dipinse in viso una espressione di gioia infinita. «Come ho recitato male questa sera Dorian!» gridò.

«Orrendamente» rispose guardandola attonito «orrendamente. È stato spaventevole. Sei malata? Non hai idea di quello che è stato. Non immagini quanto abbia sofferto.»

La giovane sorrise. «Dorian» rispose, appoggiando sul suo nome la voce con una lunga cadenza come se la parola fosse più dolce del miele per i petali rossi delle sue labbra. «Dorian, dovresti aver capito. Mi capisci ora, no?»

«Capire, che cosa?» rispose egli duramente.

«Perché ho recitato così male questa sera. Perché sarò sempre così. Perché bene non reciterò mai più.»

Egli si strinse nelle spalle. «Sarai ammalata, immagino. Quando sei ammalata non devi recitare. Ti rendi ridicola. I miei amici si sono annoiati. Io mi sono annoiato.»

Pareva che non lo ascoltasse. La gioia la trasfigurava. Era in una estasi di felicità.

«Dorian, Dorian» disse «prima che ti conoscessi il teatro era la sola realtà della mia vita. Io vivevo soltanto nel teatro. Ed era tutto vero per me. Una sera ero Rosalinda, un'altra sera Porzia. Le gioie di Beatrice erano le mie gioie, e i miei erano i dolori di Cordelia. Credevo in tutto. Le persone volgari che recitavano con me mi apparivano simili a Iddii. Le scene dipinte erano il mio mondo. Non avevo esperienza se non di ombre, e le credevo realtà. Tu sei sopraggiunto e – oh, mio bellissimo amore – hai liberato dalla prigione la mia anima. Mi hai insegnato quello che la realtà era veramente. Questa sera, per la prima volta in vita mia guardai attraverso la vacuità, l'inganno, la sciocchezza della vuota commedia che avevo sempre recitato. Questa sera per la prima volta mi accorsi che Romeo è ripugnante, vecchio e dipinto, che la luce di luna nel giardino è finta, che la scena è volgare, che le parole che devo dire sono irreali, non sono le mie parole, non sono le parole che avrei voluto dire. Tu m'hai donato una cosa più preziosa, una cosa di cui tutta l'arte non è se non un riflesso. Mi hai fatto capire quello che è veramente l'amore. Amor mio! Amor mio! Sono stanca di ombre. Tu sei per me più di quello che l'arte mai possa essere. Che c'è di comune fra me e i fantocci di un palcoscenico? Quando entrai in scena questa sera, non potevo capire come tutto fosse andato perduto. Credevo che sarei stata meravigliosa questa sera. E vidi che ero incapace di tutto. E improvvisamente l'animo mio intravide la ragione di questo. E la conoscenza di ciò fu deliziosa. Li sentivo fischiare e sorridevo. Che cosa possono sapere essi di un amore come il nostro? Portami via, Dorian; portami via con te, dove possiamo essere completamente soli. Odio la scena. Potrei scimmiottare una passione che non sentissi, ma non una che mi brucia come il fuoco. Oh, Dorian, Dorian, intendi ora quello che volevo dire? E se anche potessi farlo, mi parrebbe una profanazione fingere d'essere innamorata. Sei tu che me lo hai fatto comprendere.»

Egli si lasciò cadere sul divano, e volse il viso dall'altra parte. «Hai ucciso il mio amore» mormorò.

Lo guardò stupita e sorrise. Egli non rispose. Si avvicinò a lui, e con le piccole dita gli accarezzò i capelli. Si inginocchiò, e portò le sue mani alle labbra. Egli rabbrividendo le ritirò.

Si alzò, e andò verso la porta. «Sì» esclamò. «Hai ucciso il mio amore. Un tempo eccitavi la mia fantasia. Ora non risvegli neppure la mia curiosità. Non mi commuovi. Ti ho amato perché eri meravigliosa, perché avevi genio e intelletto, perché ricreavi i sogni dei grandi poeti, perché davi forma e sostanza alle forme dell'arte. Hai disperso tutto. Sei frivola e sciocca. Mio Dio quanto fui pazzo ad amarti! Che sciocco! Ora non sei più nulla per me. Non ti rivedrò più. Non penserò più a te. Non pronuncerò mai più il tuo nome. Tu non sai quello che eri per me, una volta. Oh, una volta...: non posso sopportarne il ricordo! Vorrei non aver mai posato gli occhi su te! Hai sciupata la grande avventura della mia vita! Tutto ignori dell'amore, se puoi dire che questo inaridisce in te l'arte! Che cosa sei tu senza la tua arte? Ti avrei resa famosa, splendida, magnifica. Il mondo intero t'avrebbe adorato. Saresti stata mia. Che cosa sei adesso? Un'attrice di terz'ordine, con un viso grazioso.»

La giovane impallidì e tremava. Si torceva le mani, e la voce le si era strozzata in gola. «Tu non parli seriamente, Dorian» mormorò. «Reciti.»

«Recitare! Questo lo lascio fare a te. Lo fai tanto bene» rispose, amaramente.

Era ancora inginocchiata, si alzò, e con una penosa espressione di dolore sul viso attraversò la camera e lo avvicinò. Gli pose la mano sul braccio, e lo guardò negli occhi. Egli la respinse. Gridò: «Non toccatemi».

Con un gemito di dolore cadde ai suoi piedi, e vi giacque come un fiore stroncato. «Dorian, Dorian non lasciarmi» mormorò. «Mi rincresce tanto di non aver recitato bene. Non ho fatto che pensare a te. Ma mi proverò; davvero, mi proverò. Mi ha travolto all'improvviso. Questo amore per te credo che non lo avrei mai conosciuto se non mi avessi baciato, se non ci fossimo baciati. Baciami ancora, amore. Non andar via. Oh! non puoi perdonarmi per questa sera? Lavorerò, cercherò di migliorare. Non esser crudele con me, perché ti amo più d'ogni cosa al mondo. Dopo tutto una volta sola ti sono dispiaciuta. Ma hai ragione, Dorian. L'artista avrebbe dovuto prevalere in me. Fu sciocco da parte mia; eppure non ho potuto farne a meno. Oh, non lasciarmi, non lasciarmi.» Era scossa da un violento singhiozzo. Giaceva abbandonata sul pavimento come una creatura ferita e Dorian Gray con i suoi bellissimi occhi la guardava, le labbra sottili piegate in uno squisito sdegno. C'è sempre qualche cosa di ridicolo nelle emozioni delle persone che non si amano più. Sybil Vane gli pareva assurdamente melodrammatica. Le sue lagrime e i suoi singhiozzi lo annoiavano.

«Vado» disse infine colla sua voce calma. «Non vorrei essere scortese con te, ma non ho desiderio di rivederti. Mi hai deluso.»

Ella piangeva silenziosamente, e non rispose, ma si trascinò carponi ancor più vicino a lui. Le sue piccole mani si muovevano a caso, cieche, cercandolo. Egli fece un mezzo giro, e uscì dalla camera. Poco dopo aveva lasciato il teatro.

Non sapeva dove andare. Ricordò d'aver vagato per strade fosche, d'aver attraversato angiporti miseri e cupi, d'essere passato accanto a case dall'apparenza equivoca. Donne dalla voce rauca, dal riso stridente l'avevano chiamato. Ubriachi vacillavano bestemmiando, e parlottavano tra sé, simili a mostruosi scimmioni. Aggomitolati sulle soglie aveva visto bambini grotteschi ed aveva udito grida e bestemmie nei cortili bui.

Al nascere dell'alba si trovò presso il Covent Garden. Grandi carri pieni di gigli oscillanti rombavano lentamente per le strade vuote e lucenti. L'aria era greve del profumo dei fiori, e la loro bellezza era come un narcotico che addormentasse il suo dolore. Li seguì fino al mercato, e guardò gli uomini che li scaricavano. Un carrettiere in camiciotto bianco gli offrì delle ciliegie. Lo ringraziò, si chiese perché non avesse voluto accettare denaro, cominciò a mangiarle macchinalmente. Le avevano colte in piena notte, e la freschezza della luna le aveva appannate. Un corteo di giovanotti recanti corbe di tulipani striati e di rose gialle e rosse sfilò davanti a lui serpeggiando tra i grandi mucchi di verdura color di giada. Sotto il portico, tra le colonne scolorite dal sole, indugiavano in gruppo ragazze sciatte a testa nuda, aspettando che l'asta fosse finita.

Dopo qualche tempo chiamò una carrozza e si fece portare a casa. Il cielo era un puro opale, ed i tetti delle case scintillavano su quello sfondo, argentei.

Mentre attraversava la biblioteca diretto in camera da letto il suo sguardo cadde sul ritratto dipinto da Basil Hallward. Ebbe un movimento di sorpresa. Poi si mise davanti al quadro, lo osservò. Nella incerta luce che riusciva a filtrare dalle tende di seta crema, il viso gli apparve un po' mutato. L'espressione sembrava diversa. Pareva che qualche cosa di crudele contaminasse la bocca. Era molto curioso.

Si volse, e andando verso la finestra alzò la tenda. L'alba lucente inondò la camera, e ricacciò le ombre fantastiche negli angoli foschi, dove si rannicchiarono rabbrividendo. Ma la strana espressione che aveva notato sul viso del ritratto pareva indugiarvi; fors'anche incidersi più marcata. La luce del sole ardente e fremente gli mostrò le pieghe crudeli attorno alla bocca, nette come se si fosse guardato in uno specchio, dopo aver commesso una perfidia.

Trasalì, prese sulla tavola uno specchio incorniciato da amorini d'avorio, regalo di Lord Henry, e si contemplò ansiosamente nella sua lucida profondità. Nessuna ruga simile contaminava le sue labbra rosse. Che voleva dire?

Si fregò gli occhi, s'avvicinò al quadro, l'osservò ancora. Non si scorgeva alcuna alterazione della pittura, eppure non v'era dubbio: l'espressione era assai mutata. Non era soltanto una immaginazione; ma una cosa tremendamente evidente.

Sedette e cominciò a pensare. D'un tratto gli balenò nella mente quello che aveva detto nello studio di Basil Hallward, il giorno in cui il ritratto era stato finito. Sì, lo ricordava, perfettamente. Aveva espresso il folle desiderio di poter rimanere giovane, lasciando invecchiare il ritratto; pregando che la sua bellezza rimanesse pura, e il viso sulla tela sopportasse il marchio delle passioni e delle colpe; aveva chiesto che sull'immagine dipinta potessero incidersi i segni dei dolori e delle meditazioni, purché egli conservasse il delicato fiore e la dolcezza di un'adolescenza appena risvegliata. Ma il suo desiderio non poteva essere stato esaudito. Non erano cose possibili. Era già mostruoso il solo pensarlo. Pure, lì, davanti a lui stava il quadro, con un'espressione crudele sulla bocca.

Crudeltà! Era stato crudele? La colpa era della ragazza; non sua. Aveva immaginato in lei una grande attrice, le aveva dato il suo amore perché l'aveva creduta grande. Poi lo aveva deluso. Era stata frivola e incosciente. Allora, un senso di infinito rimpianto lo invase, e la ripensò giacente ai suoi piedi, singhiozzante come un bimbo piccino. Ricordò come l'aveva guardata duramente. Perché era stato creato così? Perché era nata in lui una tale anima? Ma anche egli aveva sofferto. Durante le tre orribili ore della recita aveva vissuto secoli di dolore, evi di tortura. La sua vita poteva pure valere quella di lei. Se egli l'aveva fatta soffrire per un lungo periodo, ella però lo aveva irritato per un momento. E poi le donne son fatte meglio degli uomini per sopportare il dolore. Vivono delle loro emozioni. Badano soltanto alle loro emozioni. Scelgono un amante, solo per aver qualcuno col quale poter fare delle scene. Glielo aveva detto Lord Henry, e Lord Henry conosceva le donne. E perché tormentarsi per Sybil Vane? Non era più nulla per lui, ormai.

Ma il quadro? Che pensarne? Esso possedeva il segreto della sua vita, e raccontava la sua storia. Gli aveva insegnato ad amare la sua bellezza. Gli avrebbe anche insegnato a odiare la sua anima? L'avrebbe mai riguardato?

No, non era che un'illusione che agiva sui sensi turbati. L'orrenda notte trascorsa aveva lasciato dietro sé quei fantasmi. Improvvisamente s'era formata nel suo cervello quella piccola chiazza scarlatta dalla quale nasce la follia. Il dipinto non era mutato. Follia pensarlo.

Eppure continuando a guardarlo, scorgeva il suo bellissimo viso sfigurato, e il suo crudele sorriso. I suoi lucenti capelli splendevano nella luce mattutina. Gli occhi turchini si fissavano nei suoi. Un senso di infinita pietà lo invase, non verso se stesso, ma per la propria immagine. Già era mutata, e ancor più sarebbe trasmutata. Quell'oro sarebbe stato corrotto dal grigio. Quelle rose rosse e bianche sarebbero appassite. Per ogni peccato che stava per commettere, una macchia avrebbe chiazzato e rovinato la sua bellezza. Ma egli non avrebbe peccato. Mutato o immutato, il ritratto sarebbe stato per lui visibile immagine della coscienza. Avrebbe resistito alla tentazione. Non avrebbe mai più rivisto Lord Henry – e, comunque, non avrebbe mai più dato ascolto a quelle sottili e velenose teorie che per la prima volta nel giardino di Basil Hallward avevano acceso in lui la passione delle cose impossibili. Sarebbe ritornato a Sybil Vane, le avrebbe chiesto scusa, l'avrebbe sposata, avrebbe cercato di amarla ancora. Sì, questo era il suo dovere. Ella doveva aver sofferto più di lui. Povera piccina! Era stato egoista e crudele con lei. Sarebbe rifiorito il fascino che ella esercitava su di lui. Dovevano viver felici insieme. La sua vita vicino a lei sarebbe stata bellissima e pura.

Si alzò dalla seggiola, nascose il ritratto dietro un grande paravento verde: guardandolo rabbrividì. "Tremendo" mormorò tra sé. Andò alla finestra e l'aperse. Quando uscì fuori sull'erba, trasse un lungo respiro. L'aria fresca del mattino pareva spazzar via tutte le sue cupe passioni. Pensò ancora a Sybil. Una debole eco del suo amore ripalpitò in lui. Ripeteva il nome di lei molte e molte volte. Gli uccelli che cantavano nel giardino rorido di rugiada parevano parlare di lei ai fiori.