più non è gioia sul mio tetto, oh piangi,

piangi, fratel, l'orribile sciagura! -.

 

Disse il Mercante: - Sul tramonto io vidi

ieri un orrido gufo, che ghermito

il figlio tuo, traendolo pel cielo,

d'un castellaccio fra le vecchie mura

se lo portò.

- Possibile? - interruppe

il mesto padre. - E come può d'un gufo

l'artiglio sollevar d'un corpo umano

il grave pondo? in questo caso il bimbo

strappato all'uccellaccio avria le penne.

 

- Come avvenga non so: ma questo io dico

che l'ho veduto e con quest'occhi miei.

Mi meraviglio che tu possa in dubbio

metter le mie parole. E chi ti prova

che non possa rapir l'ugna del gufo

d'un fanciulletto il tenerello corpo

in un paese dove un topolino

mangia da solo (e non ne crepa) un cento

pesi di ferro? -

Allor comprese il padre

la velata morale e al mercatante

rese il ferro ed al sen strinse il fanciullo.

 

Non altrimenti il lungo alterco avvenne

fra due viaggiatori.

 

Un di costoro,

fabbricator d'iperboli, ogni cosa

vedea per microscopio, il qual giganti

fa comparir la pulce e il moscerino.

A sentirlo, l'Europa era percorsa

da centomila spaventosi mostri,

come vanno di Libia e Senegallo

per i deserti.

 

- Udite, - un dì narrava, -

ho fin veduto ne' viaggi miei,

un cavolo maggior di questa casa.

- Ed io, - soggiunse l'altro, - una caldaia

più grande anche del duomo.

- Ih, fanfaluche!

- Fabbricata l'avean, - l'altro conchiuse, -

per far bollire i cavoli famosi

di cui tu parli, amico -.

 

Entrambi furono

spiritosi costor, l'uno col gufo

e l'altro colla pentola. Se gonfio

è l'assurdo, è stoltezza opporre a sciocche

ciarle sodi argomenti. Invece ingrossa,

gonfia anche tu la vuota ampolla, e ridi.

 

 

II - I due Piccioni

 

Da un pezzo insiem vivevano

due teneri Colombi innamorati,

quando l'un d'essi un dì, forse già sazio

della sua casa o dal desìo trafitto

di vedere paesi inesplorati,

volle partir.

- Fratello, - all'infedele

disse l'altro, il dolor delle sue pene

premendo in cor, - fratello, a chi vuol bene

l'assenza è un mal crudele.

A te forse non pare

così crudel? oh almen potesse il danno

e d'un lungo viaggio il lungo affanno

il tuo grande coraggio sgomentare!

Aspetta almeno che il tornar di Zefiro

april rinnovi. Ascolta, ascolta il torvo

grido che manda il corvo.

Dal dì che tu sarai lunge e sul mare,

falchi soltanto ed orridi

sparvieri io sognerò: te in pena, in pianto

sempre vedrò, senza pan, senza tetto,

e non potrò, diletto, esserti accanto -.

 

A queste voci che nel cor gli scendono

stette il Colombo in forse,

ma poi sì forte è il desiderio e tanta

ribellion nell'anima gli corse,

che disse: - Orsù, non piangere

che presto tornerò. Bastan tre giorni

al desiderio di veder le belle

contrade dei dintorni.

Di mie venture poi minutamente

ti conterò, fratello, le novelle,

e romperan la noia

del soggiornar. Colui che non si muove

non ha mai da contare cose nuove,

mentre udendo le mie strane avventure,

ti sembrerà di viaggiar tu pure -.

 

Quindi, piangendo, si scambiar l'addio.

Parte il viaggiator, ma fuori appena

non è che l'uragano si scatena

dal ciel sul pellegrino.

Vola e cerca un ricovero il tapino

a un tronco solitario

che male lo raccoglie

tra le battute foglie.

 

Quando torna il seren, prende coraggio,

asciuga come può l'umide penne

e mettesi in viaggio.

E va, finché non giunge a un campicello

ove un piccione messo per zimbello

lieto saltella. Un gran desìo lo piglia

d'esser con lui, discende,

v'era un laccio nascosto e vi s'impiglia.

Fortuna o il ciel l'aiuta. Il vecchio laccio

i colpi e le strappate non sostenne,

onde col danno di non molte penne

ei poté facilmente uscir d'impaccio.

E mentre ei fugge, simile a un forzato

che nella fuga si trascina al piede

la sua catena, ecco a sinistra scendere

un avvoltoio, che a ghermirlo l'unghie

ferocemente rota.

E sarebbe per lui certo finita

la storia della vita,

se dall'alto del ciel non fosse un'aquila

coll'ali aperte uscita.

 

Mentre i due ladri vengono alle prese,

il piccion l'ali sue rapido stese

in altra parte e si appiattò sicuro

dietro un antico muro.

Ma un fanciulletto, ancora in quell'età

che non sente pietà,

con un colpo di fromba lo sorprese

e mezza fracassò l'ala al meschino.

Imprecando alla sua curiosità

e al suo crudel destino,

zoppicando del piè, l'ala trafitta,

col suo compagno amato

mezzo ammazzato torna alla soffitta

il mesto pellegrino.

 

Innamorati, o cari innamorati,

se vi piglia desìo di cose ignote,

non andate a cercar spiagge remote,

ma in voi cercate ciò che vi consoli.

Potete tra voi soli

essere l'un per l'altro il più giocondo

e il più vario spettacolo del mondo.

Il vostro amore vale l'universo

e il resto è tempo perso.

Anch'io talvolta amai; ma la superba

dimora del Gran Re, l'Olimpo, il mare,

il dolce bosco non valeano e l'erba

che di lei mi faceano innamorare.

Ed ella pastorella

d'amor giovine e bella

de' suoi passi fiorìa,

de' suoi guardi schiarìa l'erba ed i fiori.

Io primo fra i pastori

al figliuol di Citera il giuramento

prestai contento e sotto la bandiera

militai del figliuolo di Citera.

Ahimè! passâr quei tempi e non vedrò

tornar l'aprile della vita mia.

Come resister può

l'alma inquieta a tanti

e così dolci incanti?

Oh se il mio vecchio cuore

bruciasse ancora dell'antico ardore!

Non sentirò più mai d'una magìa

il filo che mi arresta?

Passò d'amor, passò d'amor la festa?

 

 

III - La Scimmia e il Leopardo

 

In due tende con grandi cartelloni

alla fiera faceano affari d'oro

la Scimmia e il Leopardo.

- Eccomi a loro, -

dicea costui. - Signori, io son quel celebre

artista, di cui parla tutto il mondo:

e la mia pelle

gaietta, maculata sopra e sotto

a nodi ed a rotelle,

sì piacque al re, che alla mia morte, ha detto,

vuol farne uno stupendo manicotto -.

 

La gente accorre, ammira,

fa la bestia sul volgo un certo effetto,

ma guardata una volta,

ognuno si ritira.

 

Nell'altra tenda intanto anche la Scimmia

annuncia i suoi miracoli.

- Entrin, signori, e vedano che smorfie!

Il mio vicin non ha

la grande varietà

che nel pel ricamato a geroglifi.

Ma la Scimmia, signori, ha nello spirito

l'arte che ridere

la gente fa.

Bertuccina nipote di Bertuccia,

rival di Scaramuccia,

Scimmia Cesarea,

in barca arriva, in carrozzino, a piè,

per far piacere

e per rispondere

a chi l'interroga.

 

Ella nel cerchio

entra e si snoda

e balla e parla e ascolta e ride e canta,

non per quaranta

né per cinquanta

soldi o per cento,

ma per la misera

moneta di un baiocco, e a chi par caro

alla porta si rende il suo denaro -.

 

Avea ragion la Scimmia. E che m'importa

se alcun è ricco e stupido

nell'abito che porta?

Di belle idee tu fa' che sia lo spirito

adorno, e fra le genti avrai fortuna.

Non basta aver un abito bizzarro

come molti signori, che somigliano

al Leopardo e ch'hanno

tutto il talento appiccicato al panno

e agli orli del tabarro.

 

 

IV - La Ghianda e la Zucca

 

Domineddio fa ben quel ch'Egli fa.

E se tu vuoi le prove

di questa verità,

senza andare a cercarle per il mondo,

potrai trovarle d'una zucca in fondo.

 

Un contadin che vede

la Zucca tonda e gonfia

con piccioletto il piede,

- Che mai pensò nel fabbricarla Iddio? -

disse in suo cor. - Poffare! a parer mio

avrei la Zucca ai rami almen sospesa

di questa grossa quercia o di quel faggio.

Tal albero, tal frutto, è più da saggio.

 

Gran peccato, Taddeo, grande peccato

che tu non ci sia stato

a dar qualche misura

a Colui di cui predica il Curato!

E non è forse strano,

per dirne un'altra, che sull'alta quercia

invece nasca una piccola Ghianda

non più grossa dell'unghia della mano?

 

Il Creator, io credo, era distratto

e prese un qui pro quo,

quando le zucche ha fatto,

e alle querce le ghiande regalò -.

 

Non potendo risolvere il quesito

Taddeo, che sa che col rifletter troppo

si può perdere il sonno e l'appetito,

sotto una quercia a riposar andò,

e qui si addormentò.

 

Ma si dié proprio il caso

che una Ghianda cadessegli sul naso

che tosto lo svegliò.

Alza la testa, e vista ancor la Ghianda

fra i peli della barba, ei la ritiene

come un segno che Dio dal ciel gli manda.

E grattandosi dice: - Mammalucca!

Sarei conciato bene

se fosse stata Zucca -.

 

E recitando quindi un laus deo

a Quei che il sol creò,

il buon Taddeo

a mangiar la polenta ritornò.

 

 

V - Lo Scolaro, il Pedante e il Padrone dell'orto

 

Un Ragazzaccio allievo di collegio,

vo' dir due volte peste,

citrullo per cagione dell'età

e per il privilegio

ch'hanno i pedanti di guastar le teste,

rubava con discreta abilità

a un povero vicino

i prodotti più belli del giardino.

 

In primavera risplendea dei doni

di Flora più superbi il campicello,

e Pomona serbavagli i più buoni

frutti d'autunno, dando agli altri il resto.

Ebbene il ladroncello

rovina e ruba i primaticci e schianta

i rami della pianta,

distruggendo coi fiori la speranza.

Allor corre il padrone e irato canta

al maestro una buona rimostranza.

 

Che fa costui? Volendo che l'esempio

fosse d'avvertimento

anche agli altri bricconi, ne raccoglie

nell'orto circa un cento,

e citando Virgilio e Cicerone,

sfodera tutto il vecchio zibaldone

della sua scienza logica morale,

e tanto predicò quel don Fagiuolo,

ch'ebbero i cento la comodità

di saccheggiare in cento luoghi il brolo.

 

Non c'è nulla che più mi faccia nausea

d'una sapienza insipida ed oziosa,

che blatera e non sa nemmen perché.

Non conosco una bestia più noiosa

d'uno scolaro (e ne conosco tante)

se pur non è il pedante.

Li tenga Iddio sempre lontan da me.

 

 

VI - Lo Scultore e la Statua di Giove

 

- Lapide, o vaso, o statua, -

uno scultor diceva allo scalpello, -

traggi da questo bello

blocco di marmo candido.

 

Lapide o vaso...? All'opera immortale

sia tema il dio, che stringe in man la folgore

agli uomini fatale;

ecco che il ciglio ei muove,

temete, o vivi, l'apparir di Giove -.

 

Sì ben trasse l'artefice

l'immagine del Nume che l'accende,

che ognuno che la mira

esclama: - Essa respira! -.

E tanta meraviglia egli ne prende,

che quasi esterrefatto

teme di ciò che ha fatto.

 

Come costui per opra di scalpello

non men provò sgomento

il poeta quel dì che in suo cervello

previde lo spavento

e l'odio e degli dèi l'amor, lo zelo

da lui creati e collocati in cielo.

 

Temer per un nonnulla

è dei poeti e non è men dei semplici

fanciulli, sempre in ansia ed in affanno

che s'infranga il gioiel che li trastulla.

 

È fantasia che il cor tragge all'inganno,

onde le tante favole

che per il mondo vanno.

 

Di qui nacque degli idoli

il culto, a cui si strinsero

siccome a cose salde i ciechi popoli.

E ciò mi spiega, o Pigmalion, siccome

tu divenissi adorator di quella,

che uscì dalla tua man Venere bella.

 

Ciascun i sogni suoi

di colorir procura,

per la menzogna si diventa eroi

e il vero fa paura.

 

 

VII - Il Topo cambiato in Ragazza

 

Un Bramino, che vide un topolino

cader dall'ugne di un grifagno augello,

lo raccolse pietoso. Io lo confesso

l'avrei lasciato stare,

ma forse il mondo è bello,

perché non è dappertutto lo stesso.

In quei paesi là

si prova, per esempio, verso i topi

quel sentimento quasi di pietà,

che si sente da noi per un fratello.

Credon che, morto un re, sen vada l'anima

in qualche scarafaggio o in altra bestia

che più piaccia alla sorte,

donde trasse Pitagora la pia

leggenda della sua filosofia.

 

Convinto in quest'idea volle il Bramino

che un mago gli trovasse un incantesimo

che sapesse mandar l'anima sciolta

del topolino in quel corpo medesimo,

che aveva posseduto un'altra volta.

E il mago, flicche e flocche,

ecco tosto cavarmi una donzella

di quindici anni, sì graziosa e bella,

che certo ancor avria

per lei commesso più d'una pazzia

quel figliuolo di Priamo, che molto

fece parlar la gente

per causa d'un bel volto.

 

A tal vista il Bramino fuor di sé:

- Amor, comanda, apri la bocca, chiedi,

scegli, gioiel grazioso,

e forse al mondo c'è

chi non ambisca d'essere tuo sposo?

 

- Poiché tu lo concedi, -

disse la bella, - io scelgo il più potente -.

Il Bramino si prostra riverente

e: - O Sol, - esclama, - o re della Natura,

fa' ch'io t'abbracci, o genero lucente.

 

- No, - disse il Sol, - è più potente ancora

codesto Nugolone,

che mi toglie colei che m'innamora.

 

- O Nugolone, o prediletto amante! -

grida il Bramino al nugolo vagante.

 

- No, - disse il Nugolon, - su me comanda

il Vento che mi spinge in ogni banda.

 

- O Vento, o immenso Borea,

poiché potente sei,

mentre che passi vola in grembo a lei -.

 

Accorre il Vento e presto se ne lagna,

ché incontra sulla strada una Montagna.

 

E il monte alla proposta

questa rimbalza subita risposta:

 

- Se questa bella io sposo,

d'offender temo il topolin geloso,

un animal potente

che mi potrebbe traforar col dente - .

 

A sentir chiamare il topo

si riscosse la donzella,

e la bella poco dopo

per suo sposo lo pigliò.

Voi gridate: - Un topo? oibò! -

Fa l'amore, sissignori,

questi scherzi traditori.

 

L'acqua sente del monte onde deriva,

vuol dimostrar la favola, ma forse

co' sofismi arzigogola sul tema.

Certo uno sposo assai miglior del Sole

è facile trovar, ma similmente

da una pulce dirai vinto un gigante

perché morso da lei?

Su questo passo

vinto è il Topo dal Gatto, e vinto il Gatto

dal Cane, e il Can dal Lupo, e via di corsa

avria potuto il favolista antico

per questo immenso circolo salire

ancora al Sole e renderlo marito.

Poiché ci siamo, ragioniam di questa

strana dottrina che Metempsicòsi

chiamano i dotti.

Il mio Bramin vi pare

ch'abbia provato il trasmigrar dell'anima

col suo strano incantesimo? Non credo,

e in lui ritorco l'argomento istesso.

Questa dottrina vuol che l'Uomo e il Topo

e il Can e il Gatto attingano la vita

a una fonte comune; or dunque eguale

è l'onda di codesta umana vita.

Sol che, operando in varie membra, in alto

l'uno si eleva col valor dell'ali

e l'altro sibilando in terra striscia.

 

Tutto pesato e bilanciato, io dico

che l'anima dei topi e delle belle

son diverse fra lor. Ognun riviene

a quel destin che sta scolpito in cielo,

e non val Belzebù, magìa non vale

che possa al tuo destin torcere il corso.

 

 

VIII - Il Matto che vende la Sapienza

 

A discrezion non metterti dei matti,

un consiglio più bello non si dà,

e per quanto tu veda i mentecatti,

gli stolidi, gli scempi

goder presso le corti autorità,

non sono buoni esempi.

 

Un Matto iva gridando per i vicoli

ch'ei vendeva per poco la Sapienza

e ciascuno correa per farne compera.

Ei dopo aver provato la pazienza

d'ognun di lor con infinite smorfie,

dava loro uno schiaffo e per il prezzo

un filo lungo più d'un braccio e mezzo.

 

Se alcun mostrava stizza e meraviglia,

gli regalava il resto del carlino.

Altri più saggi invece preferivano

rider di sé, del filo e del meschino,

e mogi e cresimati se ne andavano,

ché a cercar la ragion nell'opinione

dei matti perdi il tempo e la ragione.

 

È il caso che ragiona e parla ed opera

nei cervelli balzani. E tuttavia

un di questi burlati, che nei simboli

crede, e suppon che un senso anche ci sia

nello schiaffo e nel fil di quello stolido,

va in cerca di un filosofo men pazzo,

perché, se può, lo tragga d'imbarazzo.

 

- Son geroglifi, - a lui dice il filosofo, -

che nascondono un saggio avvertimento,

e questi schiaffi e questo fil dimostrano

che in fondo il matto è un matto di talento.

Tra i savi e i matti ei vuole che lo spazio

corra di questo fil, o avranno i savi

certe carezze ahimè! poco soavi.

 

 

IX - L'Ostrica e i due Litiganti

 

Due pellegrini un dì videro un'Ostrica

sulla sabbia del mar, e ognun coll'indice

segnandola e coll'occhio trangugiandola,

nacque fra lor la zuffa

a chi prima l'acciuffa,

perché volea ciascun dei contendenti

mangiarla anche coi denti.

 

L'uno si abbassa e tenta di raccoglierla,

ma l'altro: - Amico, - grida, sospingendolo, -

a chi tocca vediam prima, di grazia.

Io sono del parere

che chi prima l'ha vista in riva al mare

la debba anche godere,

e si contenti l'altro di guardare.

 

- Sia pur, - rispose l'altro, - se al giudizio

credi dell'occhio, ogni diritto è mio,

che vedo, grazie a Dio,

come non vede un'aquila lontano -.

E l'altro: - Ho l'occhio sano

sia lode al cielo anch'io.

E pria di te quest'Ostrica ho veduto.

- Se tu l'hai vista prima,

prima di te l'ho conosciuta al fiuto -.

 

Intanto che contrastan sulla riva,

ecco Azzeccagarbugli in tempo arriva,

che nominato giudice,

prende in esame l'Ostrica,

la sguscia e te l'inghiotte

innanzi ai testimoni, e buona notte.

 

Quindi a' quei due rivolto,

che lo stanno a guardar stupidi in volto:

- Il tribunal senz'altra spesa e senza

appello, - dice, - ha scritta la sentenza:

prenda un guscio ciascun e lieto vada

ciascun per la sua strada -.

 

Se guardi quel che costano i piati,

e quanto ben la gente se ne giovi,

vedrai che vincon sempre gli avvocati,

ai litiganti non riman che l'osso,

il danno e l'uscio addosso.

 

 

X - Il Lupo e il Cane magro

 

Ebbe un bel predicare il pesciolino,

ebbe un bel dir che non valea la spesa

dell'olio... predicò nel padellino.

 

Già dimostrai quanto sia sciocca impresa

lasciare il poco che tu stringi in mano

per la speranza di più grossa presa.

 

Fe' bene il pescator, ma non insano

diremo il predicar del pesciatello,

che per la vita predicava invano.

 

Già in questo libro ho scritto il fatterello,

al quale aggiungo ancor qualche colore

per farlo, s'è possibile, più bello.

 

Un Lupo non mostrò del pescatore

il giudizio, quel dì che prese un Cane

e si lasciò da lui toccare il cuore.

 

- Vedi, - dicea la bestia entro le scane, -

hai preso una sì misera porzione,

che a condirlo con me perdi il tuo pane.

 

Lasciami andar. Fra poco il mio padrone

ha un festino di nozze e tu lo sai

che a suo dispetto, in simile occasione,

 

un cane ingrassa o non ingrassa mai;

lasciami andar e dopo qualche mese

prometto che il tuo conto troverai -.

 

Il Lupo bestia per farina prese

le sue parole e lo lasciò scappare.

Passato il tempo al palazzo si rese

 

per prendere il suo Can, ma fu un affare

difficil, ché il suo Can dietro al cancello

gli cominciò da lungi ad abbaiare:

 

- Amico, vengo teco. Il chiavistello

sta per aprir adesso il guardiano,

aspetta un poco che veniam bel bello -.

 

Il guardïan era un cagnaccio strano

noto ai Lupi per cane molto spiccio,

bello forse a veder, ma da lontano.

 

Il nostro Lupo si cavò d'impiccio,

dicendo: - Io qui farò meglio davvero,

se alle gambe mi affido e se mi spiccio -.

 

Non avendo cervel, quel Lupo nero

mostrò che aveva buone gambe almeno,

e poi che non sapeva il suo mestiero,

 

alla larga scappò come un baleno.

 

 

XI - Nulla di troppo

 

Non c'è chi sappia al mondo con misura

viver, per quanto io vedo.

Provvidenza un cert'ordine procura

in ogni cosa, ma nel mal, nel bene,

pochi sanno operar come conviene.

 

Le spiche troppo in fiore,

prezioso don di Cerere,

i gambi steriliscono

succhiandone l'umore,

e germogliando il verde

inutile, si perde

del frutto il bell'onore.

 

Non fa minor tormento

il troppo delle foglie

di cui si adorna l'albero;

e ben Iddio ne toglie

il troppo, se permette

il guasto dell'armento.

 

Le pecore talora

fanno soverchio danno,

ma Dio rimedia al male,

mandando un animale

tre o quattro volte all'anno

che alcuna ne divora.

 

Se tutte non le mangiano,

non è che i lupi osservino

i giorni di digiuno.

Ma Dio commette agli uomini

di castigarne alcuno.

 

E l'uom del suo potere

abusa in guerra e in pace,

ché in mezzo agli animali

in ogni suo volere

è l'uomo il più vorace.

 

In ciò siamo colpevoli

grandi e piccini a un modo.

“Nulla di troppo!...” è un chiodo

che tutti ribadiscono,

ma tutti a un modo istesso

siam degni di processo.

 

 

XII - La Candela

 

Dall'Olimpo, soggiorno almo e giocondo,

venner le pecchie ad abitar nel mondo,

e prima ritrovâr dolce ricetto

sui gioghi dell'Imetto,

ove stillâr quanti nel sen dei fiori

van spargendo gli zefiri tesori.

 

L'uomo imparò dalle costrutte celle

a spremere l'ambrosia, onde le belle

figlie del ciel riempiono i soavi

elaborati favi.

E poi che da mangiar più nulla c'era,

fece candele colla bianca cera.

 

Una di queste intese dire un giorno

che diventa il matton cotto nel forno

così duro e tenace,

che può vincer del tempo il dente edace,

e come il pazzo Empédocle provò,

nella fornace anch'essa si gettò.

 

Questa candela nella sua follia

mostrò di non saper filosofia.

Ciascun ha un modo suo di stare al mondo,

l'uno galleggia e l'altro cade in fondo.

Empédocle di cera e non men stolta,

fu dalla brace subito disciolta.

 

 

XIII - Giove e il Navigante

 

Se l'uom memoria avesse

di tutte le promesse

che nei perigli estremi al Cielo fa,

avrian gli dèi regali in quantità.

Ma, superato il male,

è corta la memoria del mortale.

- Giove, - si dice, - è un creditor cortese,

che non manda l'uscier in fin del mese -.

Sarà, ma se talor lampeggia e tuona,

vedrai che non canzona.

 

Un navigante in mezzo alla bufera

al Vincitor promise dei giganti,

pur non avendo nella stalla un bove,

un'ecatombe intera.

Egualmente potea cento elefanti

prometter quel burlone al padre Giove.

 

Quand'ebbe posto il piede sulla riva,

bruciò quattr'ossa al naso del gran dio

e il fumo dedicò che ne saliva.

- O babbo Giove, - disse, - eccoti il mio

voto adempiuto, è fumo

questo di bove e porta il pio profumo,

che soltanto tu chiedi a un buon divoto.

Noi siamo in pace e soddisfatto è il voto -.

 

E Giove finse un poco

di ridere, ma dopo qualche giorno

per rispondere al gioco con un gioco,

gli manda un sogno a dirgli che non molto

lontan da lui stava un tesor sepolto.

 

Accorre il ghiotto mancator di fede

come corre alla fonte l'assetato,

ma invece di un tesor dei ladri vede,

che lo pigliano in mezzo e dispogliato

lo lascian mezzo ignudo.

Ei non avendo indosso che uno scudo,

per salvarsi promise a ognun di loro

cento scudi di un certo suo tesoro.

 

E disse il luogo ove giacea riposto,

ma i ladri che nol credono sincero:

- Basta, - dicono, - a casa del demonio

porta i tuoi scudi e impara a dire il vero -.

E sconciamente l'ammazzâr sul posto.

 

 

XIV - Il Gatto e la Volpe

 

La Volpe e il Gatto andavano

come i frati minor vanno per via

a un certo santuario.

Raccolti, il collo torto e col rosario

in man si rifacevan del viaggio,

rubacchiando per via polli e formaggio

con una insuperabil maestrìa.

 

I nostri santi pellegrini onesti

per far la strada meno lunga e uggiosa

disputavan fra lor di qualche cosa.

La disputa è un tabacco che tien desti.

Mormoravan del prossimo,

e in fin la Volpe venne fuori a un tratto

a dir rivolta al Gatto:

 

- O tu che d'esser quel che sei ti vanti,

che sei tu accanto a me?

Io d'artifici ne conosco tanti,

anzi n'ho la bisaccia tutta piena...

- Ed io, - rispose il Gatto, - appena appena

un ne conosco e non la cedo a te -.

 

Gran lite indi scoppiò

sul sì, sul no,

su ciò che ognuno può e che non può,

quando ad un tratto un abbaiar di bracchi

fe' le ragioni collocar nei sacchi.

 

- Fra gli artifizi lascio al tuo cervello

di scegliere il più bello:

per me, - soggiunse messer Gatto svelto, -

è un pezzo che l'ho scelto -.

E mentre l'altra il suo talento vanta,

si arrampica sui rami d'una pianta.

 

Fuggì la Volpe in cento giri e in cento,

or dentro i campi, or fuori,

scompigliando le tracce ogni momento

e stancando coi cani i cacciatori.

Di qua, di là, di su, di giù li mena

sempre in sospetto e in pena,

dai spiedi, e dagli alani

inseguita e dal foco,

infin che due velocissimi cani,

strozzandola, finîr il lungo gioco.

 

Chi dispone di troppi espedienti

perde il suo tempo in vani esperimenti.

In tutte le occasioni

ne basta un solo, pur che sia de' buoni.

 

 

XV - Il Marito, la Moglie e il Ladro

 

Un marito era pazzo innamorato,

innamorato, intendo, di sua moglie,

ma si credeva un uomo disperato

e sfortunato in tutte le sue voglie,

ché sempre ad ogni dolce tenerezza

la moglie rispondea colla freddezza.

 

Mai d'uno sguardo e mai d'una parola,

mai d'un sorriso rispondea la bella

e mai con ciò che gli uomini consola.

Onde il marito si credea da quella

mal tollerato e a stento compatito,

ed io lo compatisco... era marito!

 

Non la prendeva ei già col matrimonio,

anzi ne ringraziava ognor gli dèi,

ma coll'amor l'avea, tristo demonio

che turba anche la pace agli Imenei,

amor che non invecchia, anzi è peggiore

nel matrimonio che non sia di fuore.

 

La donna era sì fatta e di tal gelo,

che non avea mai stretto in caldo amplesso

colui che a fianco aveale posto il cielo.

E di ciò ei ne piangea fra se stesso

una notte, quand'ecco fu interrotto

da un ladro che tentava aprir di sotto.

 

Per paura del ladro (e Dio vel dica

se fu grande spavento) entro le braccia

la fredda sposa ahimè! troppo pudica,

del marito, tremando, ecco si caccia:

lieto costui lasciò che il suo buon ladro

la sua casa mettesse anche a soqquadro.

 

- O ladro, e che tu sia sempre lodato! -

dicea piangendo, - ché se tu non eri,

davver io non avrei giammai provato

questo grande piacere dei piaceri -.

Il ladro (gente spiccia e di man schietta)

fece la casa del più bello netta.

 

Traggo da questa istoria la morale

che la paura d'ogni sentimento

è il più potente ed ha una forza tale

che sull'amor la vince e sul talento,

ma vinta dall'amor mi si assicura

fu qualche volta anch'essa la paura.

 

Si narra che in Ispagna fu un patrizio,

che per poter la sua donna abbracciare,

dié fuoco al suo palazzo e a precipizio

dalle fiamme colei corse a salvare.

Fu tratto di gran cor, se non è fola,

e degno inver d'un'anima spagnola.

 

 

XVI - Il Tesoro e i due Uomini

 

Un povero diavolo,

che credito e speranza non avea,

e che a voltarlo come Sant'Andrea

non gli traevi dalle tasche un pavolo,

fu preso dall'idea

d'impiccarsi e finir la vita infame.

Se non era la corda, era la fame,

e questa è una tal morte poco acconcia

a chi non è ghiottone

d'inghiottire la morte ad oncia ad oncia.

 

Pel suo bisogno rispondeva a modo

il muro d'un cadente ballatoio,

dove porta la corda e con un chiodo

cerca attaccarla e farne uno scorsoio.

Ma al primo colpo dato all'apparecchio

si ruppe il muro vecchio

e scaturì dal foro

un bel tesoro.

 

Lascia la corda il nostro pover'uomo,

piglia il denaro e se lo porta via,

senza guardar se fa la somma tonda,

o se al bisogno suo giusta risponda.

Appena il galantuomo

sen fu partito, sul luogo venìa

il padrone, che invece del tesoro

non vi trovò che il foro.

 

- Oh il mio denar, come potrò senz'esso

vivere io mai? che attendo?

perché, perché qui tosto non mi appendo?

Se avessi solo un braccio

di corda, io ben vorrei farmene un laccio -.

 

Era pronta la corda a cui non manca

che l'uomo, e il nostro avar senza processo

vi si appiccò contento in conclusione

che della corda già nel muro appesa

non tocchi a lui la spesa.

Corda e tesor trovarono un padrone.

 

Avar non vive mai

senza corrucci e guai,

la terra, i ladri godon la fortuna,

e gli eredi, di ciò ch'egli raduna.

 

Che poi direm della fortuna strana

che gioca e si diverte

a far certe scoperte

e più gode se più si mostra vana?

 

Questa volubil dea

ebbe una pazza idea

di vedere qualcun in quel momento

pender da un chiodo, e fu colui che meno

avea ragioni di dar calci al vento.

 

 

XVII - La Scimmia e il Gatto

 

Una Scimmia ed un Gatto, Bernarda e Topolone,

vivean d'accordo in casa d'un unico padrone,

amici intorno a un piatto.

La Scimmia era pel Gatto e questo per lei fatto,

entrambi sprezzatori degli uomini e che fanno

consistere l'ingegno nel macchinar del danno.

Se alcun del vicinato

vedevasi rubato,

era Bernarda od era quel Topolon maliardo,

che più che ai topi l'occhio fisso tenea sul lardo.

 

Un giorno innanzi al foco stavano i due che ho detto,

intanto che cocevano certe castagne grosse:

e intanto che cocevano, pensavano un colpetto

se mai possibil fosse

di rosicchiarle... Il caso davver era attraente

di unire al lor vantaggio il danno della gente.

A Topolon Bernarda disse: - Fratel, bisogna

che tu faccia un bel colpo quest'oggi. È una vergogna

non assaggiar sì belle castagne e t'assicuro

che se a pigliar castagne io fossi nata, giuro,

che le farei saltare -.

Non se lo fe' ripetere il ladro suo compare

e colla zampa un poco

la cenere dal foco

rimossa, allunga l'unghie con arte delicata,

ed una e due ne tira, poi tre castagne in fretta,

che Bernarda rosicchia senz'essergli obbligata.

Ma sul più bello, zitto! arriva una servetta,

si scappa e Topolone

pare che non trovasse troppa consolazione.

 

Più grande non la provano quei piccoli signori,

che per smania d'onori

vanno a mangiarsi il fegato nelle province, e il Re

tien tutto il buon per sé.

 

 

XVIII - Il Nibbio e l'Usignolo

 

Dopo che un Nibbio, ladro patentato,

ebbe assai schiamazzato ed eccitato

dei ragazzi lo stuolo,

mise gli artigli in corpo a un Usignolo.

 

Questo araldo gentil di primavera

della sua vita a lui chiedea perdono,

dicendo: - E che ti giova, anima fiera,

mangiar un animal ch'è tutto suono?

 

Se attendi un poco, a te cantar saprò

la storia e il forte amore di Tereo...

- Tereo? che roba è ciò? forse un cibreo

che piace ai Nibbi? - il Nibbio dimandò.

 

- Tereo, - così l'Usignol cantarella, -

fu un re del qual ebbi a sentir gli ardori,

ed io ne canto una canzon sì bella,

che ovunque ha fatto palpitare i cuori.

 

- È cosa, - disse il Nibbio, - che consola

sentir a pancia vuota un'arietta.

- Ai re non spiacque la mia storia. - Aspetta

di contarla a' tuoi re questa tua fola.

 

Io me ne rido e sto al proverbio vecchio,

che dice: pancia vuota non ha orecchio.

 

 

XIX - Il Pastore e l'Armento

 

- Oh Dio, non passa dì che la mascella

del lupo fra le mille

non mi rapisca qualche pecorella.

Erano mille, ahimè! non son più mille,

e ancora m'ha rapito quel rabbioso

il Ricciolin, un pecorin grazioso.

 

Ricciolin, che per il prato

mi seguìa come un cagnòlo,

Ricciolin, che colle buone

fin al polo

ben mi avrebbe accompagnato,

Ricciolin, che la canzone

conoscea del suo padrone

e seguiva

lieto il suono della piva,

ah terribile destino!

dove sei, buon Ricciolino? -

 

Così Taddeo con funebre lamento

piangeva celebrando la memoria

di Ricciolin, la gioia dell'armento,

di poema degnissimo e di storia.

 

Quindi il gregge adunò, capri e montoni

e tutti fino agli ultimi agnelletti,

e disse lor di camminar più stretti,

se volevan salvarsi dagli unghioni.

 

Le pecore promisero in parola

di popolo di star dentro il confine,

strette serrate per non far la fine

che fece quella onesta bestiola.

 

E diceano: - Il tuo destino,

Ricciolino,

noi sapremo vendicar,

e l'ingorda

faccia lorda castigar -.

 

Lieto Taddeo delle promesse, crede

che sian cose di fede;

ma quando un'altra notte ancor sbucò

di mezzo all'aer cupo

la mala bestia, l'armento scappò.

E l'ombra era d'un lupo.

 

 

LIBRO DECIMO

 

 

I - I due Topi, la Volpe e l'Uovo

(Sermone alla signora de La Sablière)

 

A me facil saría tesser di lodi

un serto al vostro nome, Iride bella,

se voi di lodi e di profano incenso

non foste disdegnosa, in ciò lontana

dall'altre belle, cui giammai non sazia

cibo quotidian di freschi onori.

 

Non vidi io mai le donne al dolce suono

delle lodi cullate addormentarsi,

né le biasmo perciò. Ben le somiglio

invece ai prenci della terra e ai Numi.

Quel nettare, che ognor fu dai poeti

lodato e che la tazza empie di Giove

e del quale s'inebriano i potenti

dèi della terra, è questa a voi non grata

lode, o gentil, e così grata altrui.

 

Altre gioie compensano la vostra

ambizïon, e son colloqui e dolci

amicizie ed incontri e cento e cento

argomenti graziosi, in cui si piace

il vostro spirto, al profan volgo ignoti.

Scherzi, dottrina, fantasie, nonnulla,

tutto scende opportuno e fa smaltato

come un prato di Flora il parlar vostro,

in ciò simile all'ape industriosa,

che si riposa sui diversi fiori

ed egualmente trae da tutti il miele.

 

Non vi spiaccia se anch'io, dietro l'esempio,

vado meschiando alle innocenti fiabe

un rigo di sottil filosofia

oggi di moda, molto ardita e piena

di una nuova attrattiva. O forse un suono

ne venne al vostro orecchio ?

È la profonda

dottrina che a una macchina riduce

la vita umana e che d'arbitrio sfronda

e di giudizio gli uomini, e non lascia

che un corpo vuoto senza affetto e cuore.

Tal sen vive e con passo egual, ma cieco,

e senza scopo l'oriol cammina,

di ruota in ruota, fin che squilla l'ora

come vuole il congegno. A ciò la Scienza

lo spirito del mondo oggi riduce.

E come l'oriol, dicono i saggi,

l'animal si commuove e va diritto

ove lo spinge l'impression del senso,

non per libero arbitrio, ohibò, ma tratto

dalla necessità dura e impassibile,

che senza voglia pei diversi stati

dell'amor lo trascina e dell'affanno,

della tristezza, del piacer, dei forti

dolori e per le varie altre vicende,

che affetti chiama la volgar sentenza.

 

Ma voi, gentil, fra l'oriolo e il vostro

cuore assai ben distinguere sapete,

e non vi allaccia dei moderni sofi

la facile dottrina. A noi maestro

è il divino Cartesio, a cui gli antichi

siccome a Nume avrian sacrata un'ara;

Cartesio, che fra gli uomini e i celesti

siede nel mezzo, come stanno in mezzo

tra gli uomini e gli allocchi altri sublimi

e grossi ingegni. A voi così ragiona

quest'alto mio maestro e mio autore:

 

“Soltanto l'uom fra tutti gli animali,

che dalla mano uscirono di Dio,

pensa e sa di pensar”. Abbiano i bruti

immagini e pensier, ma non avranno

l'arte che piega sul pensiero istesso

e sugli oggetti del pensiero il raggio.

Ma Cartesio dirà con viso aperto

che tutto è spento del pensier il lume

negli animali e conveniam con esso,

sebben non manchin numerosi esempi

a provare il contrario. E non vediamo

nei boschi il vecchio cervo, a cui sul capo

cresce per gli anni altissima la selva,

quando ferve la caccia e suona il bosco

d'urla e di corni e va sbandato il gregge,

spingere in bocca agli anelanti cani

un giovine cerbiatto, onde sviata

sia la caccia da sé? Vedi malizia

per salvare la pelle! E i mille giri,

i salti, i sotterfugi, e non son dessi

strattagemmi di guerra e non indegni

d'un grande capitano e di fortuna

più glorïosa? ahimè, viene la morte

ed è lo strazio delle palpitanti

carni agli eroi l'estremo funerale.

Così, se vede i piccoli in periglio,

la pernice e coll'ali tenerelle

impotenti a fuggir, finge pietosa

d'esser ferita e trascinando l'ala

sul suol, attira i cani e i cacciatori,

sviandoli, finché dei figlioletti

sia salva la famiglia. Indi ad un tratto

spiccando il vol, addio... ride e saluta

l'uom che col guardo inutilmente spia.

 

Nella region del polo gli abitanti

selvatici, ignoranti

vivono ancor coi modi rozzi e semplici

dei tempi primitivi.

Ma gli animali, che dimoran ivi,

son ingegnosi, e sanno

con argini frenar l'acque correnti

e collegar le rive dei torrenti.

Questi edifici, in cui si alterna il legno

a strati di cemento,

ponno all'acqua resistere ed al vento.

Ogni castor col natural ingegno

ivi si presta alla comune impresa,

i vecchi ed i maestri

attenti all'opra e i giovini più destri

all'opra, alla difesa.

In paragon di questo anfibio senno

di Platon la repubblica

famosa è al viver bene un picciol cenno.

Le case alte e palustri

questi animali industri

elevano l'inverno, e ponti fanno

coll'arte lor, che gli uomini non hanno.

Non sanno inver quei rozzi Samoiedi

che traversare a nuoto

dove per l'acqua non si passa a piedi.

 

Ma a rimirar l'industria ed il lavoro

di queste bestie ah! non si può, no, credere

che manchi dello spirito al castoro.

Ma c'è di più, Signora, e ciò ch'io conto

l'udii narrar da un re,

da un re del Nord, figliuol della Vittoria

di cui forse non c'è

baluardo maggior contro il pagano

indomito ottomano:

Sobieschi io dico, onor della Polonia,

e parola di re degna è di storia.

 

Vivon certi animali, egli mi disse,

da vecchio tempo in sanguinose risse

sempre fra lor, che della guerra il foco

da padre in figlio insiem col sangue ispirano.

Sono bestie volpine

che della guerra il gioco

conoscono sì bene e la faccenda,

che non ne sanno gli uomini altrettanto,

per quanto abbiano il vanto

(e specie al tempo nostro) e l'arti fine

di saper ben uccidersi a vicenda.

 

Avanguardie, spïoni, sentinelle,

imboscate conoscono ed insidie

e tutte quante della strategia

le più maligne e furbe maccatelle,

arte infernale e ria

che degli eroi fu madre

e fia creduta figlia del demonio.

Di queste bestie a celebrar le squadre

non basterebbe se tornasse Omero

dall'Acheronte nero.

 

Oh! s'ei tornasse e seco anche tornasse

Cartesio, d'Epicuro alto rivale,

a contemplar queste vicende e i giochi,

che dietro al solo istinto naturale

sa compier l'animale! “A noi dimostra

l'esperienza nostra e la natura

che la memoria al corpo si collega,

e questa in ogni caso il bruto impiega

per norma e per misura.”

 

Iride bella, se a cercar vi piace,

voi troverete che il pensier discopre

spesso come in rinchiuso magazzino

altri pensieri in mente accumulati,

e che un oggetto, ove discenda e tocchi

un'idea, l'altre tutte ecco si svegliano

e balzano da sé senza il bisogno

che le guidi il pensier. Questo è l'Istinto,

ma l'uomo ha pure Volontà che impera.

Io parlo, io rido, io muovo ambo le gambe,

io sento in me lo Spirito che regge

e che del corpo apre i congegni e chiude,

sento un poter dal corpo mio distinto

che se stesso comprende, anzi comprende

più sé che non la macchina mortale

alla quale comando arbitro e duce.

Or se voi mi chiedete, Iride bella,

come sia, non lo so. Vedo l'ordigno

obbedire a una man, ma non ritrovo

la man che muove il sole e l'altre stelle.

Forse uno spirto angelico si sposa

a queste immense moli ed è lo spirto

stesso onde vive e palpita e si muove

il mortale quaggiù, misteriosa

forza mal nota anche a Cartesio (in questo

campo siam tutti ciechi) e solamente

palese all'uomo, se la cerca in Dio.

 

A me basta, Signora,

saper che questo Spirito

in corpo agli animali non dimora.

È l'uom il singolare

e sacro altare in tutto l'universo.

Sta ben, ma di converso

ha tanta l'animal vitalità

che l'albero non ha.

 

Andavano due Topi per il pranzo,

quando trovano un ovo sulla via.

Un ovo basta ai topi

che non potrebber divorare un manzo,

e pieni d'appetito e d'allegria

stanno per rosicchiar ciascuno l'ovo

dalla sua parte, quando

arriva un terzo incomodo, la Volpe.

Come salvar e riparar nel covo

quell'ovo benedetto?

Farne un pacchetto, prenderlo, portarlo,

girarlo, trascinarlo?

Sta bene, è presto detto,

ma poi vi aspetto a farlo.

 

Che fanno i Topi? Mentre ancor la trista

feroce camorrista era lontana,

per guadagnar la tana

l'un d'essi sulla schiena si sdraiò,

e l'ovo strinse in un soave amplesso,

e dopo un po' d'affanno

per la coda il secondo lo tirò.

Or voi ditemi adesso

che queste bestie spirito non hanno.

 

Ed hanno forse più coscienza e senno

i fanciulli ne' lor anni più belli?

O non vediam che pensano e non sanno

pur di pensar?

Ond'io sarei condotto

a immaginar nei bruti (ove non possa

supporre una ragion) più che un istinto.

Per me, distillerei qualche sottile

sostanza, assai difficile, Signora,

a concepirsi dalla mente umana,

un'essenza di mònadi, un estratto

di luce pura, un non so che più vivo,

più rapido del foco.

Se dal tronco

nasce la fiamma, e non potrìa la fiamma

chiarificata ancor dare un'idea

dell'anima immortal? E non si vede

splender l'or tra le viscere del piombo?

Con questa essenza io renderei la bestia

atta molto a sentir e un poco ancora

a giudicar, ma non di più, né sempre

questo giudizio in lei, come dimostra

la più dotta bertuccia, è a fil di piombo.

 

All'Uomo, all'Uomo solo io la potente

forza darei che da ragion deriva,

due volte assai preziosa ove la guardi

sotto duplice aspetto.

Èvvi nell'Uomo

un'anima comune a tutti quanti

sian pazzi o savi, sian fanciulli o vecchi,

tutti animali graziosi e benigni

che con tal nome son ospiti in terra.

 

Ed èvvi una seconda anima santa

nata a crear l'angelica farfalla,

un divino tesor che Dio dispensa

con parsimonia e che ci porta in cielo

tra le sfere rotanti. Entra e si snoda

senz'angustie quest'anima nei corpi,

e per quanto principio abbia nel tempo,

eterna vive, e non mi sembra assurdo.

Fin che questa del ciel candida figlia

danza nel corpo tenerello, è lume

che poco spande di sua luce intorno;

ma quando è la ragion forte al giudizio,

entra questo divin raggio di mente

per l'universo e la materia penetra,

che sempre involgerà l'altra più rude

anima sensual serva a natura.

 

 

II - L'Uomo e la Biscia

 

Un Uom vide una Biscia

e disse: - Un beneficio, s'io l'uccido,

farò di certo a tutto l'universo -.

E l'animal perverso

(dico la biscia, e prego non confondere

coll'uom, che è molto facile)

è preso, dentro un sacco rinserrato

e colpevole o meno, io non decido,

a morte condannato.

Per dargli tuttavia qualche ragione

l'Uomo gli sfoderò questo sermone:

 

- O simbol degli ingrati, è verso i tristi

stoltezza la pietà.

Or muori, e il tuo velen più non contristi

la mesta umanità -.

A questo dir in sua voce dolente

risposegli il serpente:

- Ohimè! se tu condanni quanti sono

al mondo ingrati, a chi darai perdono?

A te, fratel, tu stesso

colle parole tue muovi il processo,

ond'io ritorco in te quegli argomenti

che tu per gli altri inventi.

I giorni miei distruggere tu puoi,

perché così conviene

solo al tuo bene ed ai capricci tuoi.

L'uomo comanda e regge

“e libito fa licito in sua legge”.

Ma lascia ch'io dichiari coll'estreme

parole mie, che il serpente non è,

ma ben è l'uomo degli ingrati il re -.

L'altro rimase come l'uom che teme

a questo dire, e quindi a lei rispose:

- Sono ragioni insipide e noiose

che potrei tagliar corto, e tuttavia

rinuncio al mio diritto e vo' che sia

nell'affare alcun giudice invitato -.

E il rettile: - Accettato -.

 

Una giovenca vien chiamata in mezzo,

ascolta, poi risponde:

- La Biscia n'ha ben donde

se si lamenta, è chiara come il sole.

Quando ho veduto il prezzo

io de' servigi miei, da cui l'uom suole

trarre ogni giorno il vitto?

Sempre per lui, tutto per lui, non mai

per me, pei figli miei qualche profitto.

Col latte e coi vitelli

egli ingrassò, si riempì la mano,

io lo mantenni sano

contro i danni del tempo alle mie pene

ei deve, se poté

vivere sempre allegramente e bene,

ed ora, ed ora, ahimè,

perché son vecchia, senza un fil di fieno

mi lascia in un cantuccio. Oh dato almeno

mi fosse di brucar quattro fogliette

nel prato! no, mi tiene

legata alle catene.

L'avrei creduto verso me più pio,

se stato fosse un anima di serpe.

Ho detto quel che penso e chiaro, addio -.

 

Poco contento l'Uom della sentenza,

allor disse alla Biscia:

- E credi a questa scema,

a una vecchia bisbetica che trema

nel cervello? Sentiamo un poco il bue.

- Sentiamo pure le ragioni sue, -

a lui rispose l'animal che striscia.

 

Sen viene il bove lento e dopo un lento

e lungo ruminar apre la bocca,

e dice che da molti anni gli tocca

d'ogni fatica il ruvido tormento,

eterna litania di tutti i mali,

sempre a tirar costretto

ciò che Cerere all'uom, agli animali

offre ne' campi suoi.

Qual era il premio riserbato ai buoi?

Botte a bizzeffe e assai poco rispetto,

finché vecchi e scannati sull'altare

andavan del lor sangue ad implorare,

a titol quasi d'onorificenza,

pei peccati dell'uomo l'indulgenza.

 

- O noioso, va' via, declamatore! -

ancor grida il padrone, -

e credi forse colle parolone

farti del tuo signor l'accusatore?

Non ti conosco, stupido, ma questo

albero qui presente

dica da tronco onesto

quel che pensa di me sinceramente -.

 

Ma l'albero chiamato a dire il vero

fu ancora più severo.

Egli era contro il caldo e contro il vento

e contro l'uragano un buon ombrello.

Egli era de' giardini l'ornamento

e nei campi non sol d'ombre cortese,

ma ancor di frutti saporito e bello.

Ebben, per sua mercede un rozzo arnese

ecco l'abbatte al suolo!

Invan all'uomo è l'albero gentile

di fior nel dolce aprile,

invano a lui di pomi empie il cestello.

 

Invan d'estate le sue foglie ei spiega

e nell'inverno allegra il focherello.

- De' miei difetti mi corregga pure

l'uomo, ma non adoperi la scure,

e non tronchi la vita a cui mi serba

natura, colla sua mano superba -.

 

Irato l'Uomo ch'altri lo confonda

volle la lite vincere per forza,

e disse: - Sciocco me, che ascolto queste

fanfaluche moleste! -.

Nella vendetta il suo corruccio smorza,

battendo il sacco contro ad una grotta,

infin che il serpe ebbe la testa rotta.

 

 

III - La Testuggine e le Anatre

 

Una certa Testuggine un po' stolta

nella sua tana stanca ormai di vivere

desiderò d'uscire e andare in volta.

 

Più bello sempre pare e più giocondo

il paese degli altri, e non c'è storpio

che non ami girare per il mondo.

 

Il suo pensier a certe Anatre un giorno

ell'aperse, che offrirono il servizio,

secondo i patti, di portarla intorno.

 

- Ti condurrem - dicevano, - attraverso

all'aria immensa fin... fin in America,

regni e gente vedrai, mondo diverso.

 

E de' costumi tu farai tesoro

come già fece Ulisse, - (io meraviglio

che citassero Ulisse anche costoro).

 

Accolse la Testuggine bonaria

il progetto, indi trovano una macchina

per trasportar la pellegrina in aria.

 

E fu tutta la macchina un bastone

ch'ella in bocca si piglia e stringe, e subito

per ogni punta un'Anatra si pone.

 

A veder la Testuggine che vola

colla sua casa in spalla in mezzo agli angeli,

resta la gente senza la parola.

 

Poi - Miracolo! - grida, - olà, correte

la regina a veder delle testuggini

che vola... è dessa? - Sì, non mi vedete? -

 

dice la stolta e lascia andare il legno.

Avrebbe fatto meglio i denti a stringere

e a non perder quell'unico sostegno.

 

Per ambizion volle parlare, e giù

a piè de' riguardanti ancora estatici

rovinò, si spezzò, non fiatò più.

 

Ciarla, curiosità, vanità pazza,

e stupida albagia, stoltezza, eccetera,

son figlie tutte d'una stessa razza.

 

 

IV - I Pesci e lo Smergo

 

Non v'era stagno in tutto il vicinato

in cui lo Smergo a lungo non avesse

col suo becco pescato.

Pescaie e chiuse a lui facean la spesa

della cucina allegramente bene,

ma quando nelle vene

per vecchiezza gelò nell'animale

il sangue, l'andò male.

Ogni smergo si serve da se stesso

e il nostro, mezzo cieco per l'età,

che non vedea le cose troppo chiare

e reti non aveva per pescare,

si trovò presto in gran difficoltà.

 

Il bisognin dottore in strategia

insegna all'uccellaccio

una maniera per uscir d'impaccio.

Rivolgendosi a un gambero vicino:

- Amico, - gli parlò, - non ti rincresca

a dire a questi Pesci che il padrone

vuol fare una gran pesca

e che segnato è l'ultimo destino -.

 

Lesto si muove il gambero

e porta l'ambasciata,

onde turbato il popolo

dei Pesci si raduna e manda a chiedere

a messere lo Smergo ove ha pescato

la terribil notizia.

Chi l'ha portata? quali son le prove?

E se non è fandonia

come salvarsi e dove?

 

- Bisogna cangiar luogo, ecco il rimedio.

- Sta ben, ma in qual maniera?

- Se credete, vi porto a una scogliera

dove abito di solito,

luogo sicuro che non sa che Dio

che esista al mondo ed io.

Colla sua man vi fece la Natura

un golfo ove non passa un'ombra umana.

Dei pesci la repubblica

in quella spiaggia inospite e lontana

potrà viver sicura -.

 

Ad uno ad un lo Smergo

i suoi Pesci portò,

e nel rinchiuso albergo,

ove il luogo è disteso e l'acqua limpida,

da buon padre i suoi figli imprigionò.

Ad un ad un li pesca allegramente

e insegna a loro spese

che non bisogna credere

a chi mangia la gente.

 

Se non era lo Smergo, si assicura

che altri n'avrebber fatta una frittura:

e per i Pesci il caso è indifferente.

 

 

V - L'Avaro e il suo Compare

 

Per l'ignoranza grassa ch'è compagna

dell'avarizia, un pidocchioso Avaro,

non sapendo ove mettere il denaro

che ogni giorno sul vivere sparagna,

di nasconderlo pensa in un cantone,

dicendone a un compare la ragione:

 

- La roba tenta, e se io la tengo presso,

questo denar potrebbe finir male.

Goderlo è un rovinare il capitale

ed io divento il ladro di me stesso.

- Il ladro? - gli rispose il suo Compare. -

Godere, amico mio, non è rubare.

 

Mi fa pietà vederti in quest'affanno,

e se un saggio consiglio ancor l'intendi,

il bene vale in quanto tu lo spendi,

o non è che un inutile malanno.

Vuoi dunque accumular per un'età

che non sei certo ancora se verrà? -

 

E seguitava a dir quell'uom sincero

che l'oro perde il suo valor, se chiede

tanta fatica e in quei che lo provvede

e in quei che lo conserva nel forziero.

Ma il nostro Avar non cede, e in compagnia

del suo Compare tacito si avvia

 

ad una vigna un po' di là remota,

dove il fardel depongono prezioso.

Passato un mese il nostro pidocchioso

torna e non trova che la tana vuota,

e, immaginando subito l'artiglio,

cerca il compagno suo del buon consiglio.