nel regno delle Rane si levò.
- Chi può sottrarci al danno, -
dicean le Rane, - alla cattiva Sorte,
se de' figlioli al Sole nasceranno?
Se brucia tanto un Sole,
che non splende nemmeno ogni mattina,
figuratevi voi mezza dozzina!
L'unico bel guadagno
sarà che moriranno
le canne e i giunchi e seccherà lo stagno.
Addio, ranocchi! svaporato il mondo,
sarem ridotte dello Stige in fondo -.
Mi pare, a mio buon senso naturale,
che per ranocchi non parlasser male.
XIII - Il Contadino e il Serpente
Un Contadin, un uomo di buon cuore,
quanto poco prudente,
andando un giorno pe' suoi campi in vòlta
vide in terra un Serpente
sopra la neve steso assiderato,
che non avea più fiato.
Il Contadin lo prese in grembo e senza
pensar la conseguenza
d'un atto di sì stolta carità,
innanzi al fuoco adagio lo distende
e riaver lo fa.
Il gelato animale ancor non sente
il tiepore, che già l'anima snoda,
ma colla vita ritornò il serpente.
Move la testa, soffia, alza la coda,
e ingrato, senza cuore,
s'inarca e già sta per spiccare il salto
contro l'amico suo benefattore.
- O brutta bestia, senza gratitudine, -
gridò quel galantuomo, - aspetta me -.
E feroce di collera com'è,
dà mano ad un'accetta
e zic zac l'affetta presto presto
in tre porzion, la coda, il capo e il resto.
Guizza e cerca il Serpente
di ricucir le membra - inutilmente.
È bella cosa il far la carità,
ma il farla bene è una faccenda seria.
Quanto agl'ingrati sempre si vedrà
che tutti finiran nella miseria.
XIV - Il Leone malato e la Volpe
Ammalato, rintanato,
il gran re degli animali
comandò che a tutti i sudditi
questo editto
fosse scritto e proclamato:
che mandasse ognuno in visita
all'infermo un deputato,
promettendo salvaguardia
per l'insolita occasione
dalle zanne e dagli artigli,
in parola di Leone.
Mentre sfilan l'altre bestie
in solenne comitato
a far visita ufficiale
al magnifico animale,
troppo poco persuasa
una Volpe stette in casa.
E si dice che dicesse:
- Se guardate l'orme impresse
nella polvere, vedrete
che nessuno
torna indietro. Ad uno ad uno
vanno tutti nella rete.
Grazie tante, Maestà,
della grazia che ci fa.
Nella reggia ben si vede
come puossi porre il piede:
non così
come poi s'esca di lì.
XV - L'Uccellatore, il Falco e l'Allodola
Una legge universale
sopra il mondo regge, ed è:
Tu rispetta altrui, se vuoi
che rispettin gli altri te.
Se i perversi fanno il male,
ciò non scusa i falli tuoi.
Tratta allo specchio, una meschina Allodola
venìa dove un Villan facea zimbello
agli uccellini, allor che un Falco librasi,
sull'ali, ed ecco rapido per l'aere
precipitando piomba
su lei, che canta all'orlo della tomba.
La poverina avea sfuggito appena
il perfido tranello
che si sentì ghermir dal tristo uccello.
La legge universal ora vedrete!
Ché mentre a spennacchiarla ei l'unghie mena
rimase ei stesso preso entro la rete.
- Lasciami andare, - nella sua disdetta
disse quel tristo uccello al Contadino, -
mal non t'ho fatto, abbi pietà di me.
- E questa poveretta
che male ha fatto a te?
XVI - Il Cavallo e l'Asino
Il suo fardel di guai
lascia chi muore a quel che resta: ebbene
aiutarci l'un l'altro ci conviene.
Un Asino fea scorta ad un Cavallo,
ch'era alquanto egoista di natura,
e mentre l'un crepava sotto il peso
del suo grosso fardello,
non avea l'altro che la bardatura.
- Aiutami, fratello, -
disse l'Asino, - o qui casco disteso
prima ancora di giungere alla mèta.
La preghiera non è troppo indiscreta,
perché metà per uno
non fa mal a nessuno -.
Il Cavallo, del cul fatta trombetta,
che non vuole a rispondere si affretta.
E l'Asino morì, povera bestia!
Il Superbo comprese il suo gran torto,
quand'ebbe la molestia
di portare egli solo, insieme al carico,
la pelle anche del morto.
XVII - Il Cane, la sua Preda e l'Ombra
Ognun quaggiù s'inganna,
e in ogni tempo è il numero infinito
di chi corre e s'affanna
e crede l'ombre di toccar col dito.
Per questi vale di quel Can la favola,
che della preda nel ruscel l'imagine
vista riflessa, il pezzo abbandonò
ch'aveva in bocca, e in l'acqua si tuffò.
Ma invece di pigliarne
doppia porzione, quasi vi restò,
e perdette coll'ombra anche la carne.
XVIII - Il Barocciaio
Al Fetonte d'un gran carro di fieno
un dì cadde il baroccio in una forra.
Intorno non v'è gente che il soccorra
e il luogo è un non ameno
deserto in mezzo ad una prateria
nella bassa provincia di Pavia.
Si dice che il destino
in quelle parti manda
chi non ha sul suo libro prediletto.
Ti scampi Iddio da quella brutta landa!
Tornando ancora al mio Fetonte, io dico,
che caduto in quel fango che l'impegola,
grida, bestemmia, batte senza regola,
or fa forza alle rote ed ora al carro,
e fatto quasi ossesso,
picchia i muli, la terra e fin se stesso
quel carrettier bizzarro.
Finalmente egli invoca il dio famoso,
noto al mondo per tante ardue fatiche
eseguite nel tempo favoloso.
- Ercole, - grida, - aiutami, se puoi,
trammi da questo fondo,
se è ver che in braccio hai sollevato il mondo -.
Intanto voce fu per lui udita,
che da una folta nuvola diceva:
- Ercole vuol che l'uomo che l'invita
muova le braccia anch'esso per il primo.
Guarda dunque ove prima sia l'intoppo,
togli i ciottoli e il fango che v'è troppo
presso le ruote, e da' forza alla leva.
Animo, spiana qua, togli di là,
aiutati che il Ciel ti aiuterà.
- Hai tu fatto? - Ecco fatto, Ercole santo.
- Or sono a te, prendi la frusta in mano.
- Ecco la frusta, oh vedi, caso strano!
Che è ciò? il mio carro, o Dio, corre da sé...
Deo gratias! Grazie a te.
- Se il tuo baroccio va, -
rispose ancor la voce dalla nuvola, -
la forza è nel proverbio:
aiutati che il Ciel t'aiuterà.
XIX - Il Ciarlatano
Sempre il mondo fu pien di vendifrottole,
che van spacciando le più strane iperboli.
L'uno sul palco bravar osa il diavolo,
e l'un ti stampa sopra un cartellone
ch'egli ti dà dei punti a Cicerone.
Un di costor solea dare ad intendere
di possedere l'arte assai difficile
di render dotti i più massicci zotici.
- O contadino o tanghero ignorante,
in breve tempo io ve lo cambio in Dante.
- Signori sì, - dicea, - datemi un asino,
un asino ferrato ed io più classico
vel do di quanti sono all'Accademia -.
Udito questo, un re di buon umore
mandò a cercar del grande professore.
E gli disse: - Dottore eccellentissimo,
ho nelle stalle un asinel d'Arcadia,
che voglio addottrinar nella retorica.
- Benissimo, - risposegli il giullare, -
Vostra Altezza non ha che a comandare -.
Il re gli fa pagare uno stipendio,
a patto che in dieci anni su una cattedra
ei mettesse la bestia atta a discutere.
Che se mancasse all'obbligo annunciato,
sarebbe in luogo pubblico impiccato.
E sarebbe impiccato in luogo pubblico
spacciatamente e senza cerimonie
con appesa alla schiena la retorica,
ch'ei va vendendo come roba onesta,
e con orecchie d'asin sulla testa.
Un cortigian, ridendo: - In man del giudice, -
gli disse, - ti vedremo a tempo debito.
E dev'esser stupendo lo spettacolo
d'un uom sì dotto e di cotanto peso
che danza al vento ad una corda appeso.
Quando sarai nell'oratorio, un tenero
discorso in bello stil cerca di stendere
coll'arte bella delle tue metafore,
classico testo che potrà servire
ai falsi Ciceroni in avvenire.
- Dieci anni? eh, eh!... prima che scada il termine,
saremo morti il re, l'asino od io, -
rispose il ciarlatano e con giudizio. -
Per quanto non ci manchi il ben di Dio,
e si mangi e si beva di gran gusto,
su tre, in dieci anni, morir uno è giusto.
XX - La Discordia
La dea Discordia si tirò lo sdegno
dei Numi tutti per cagion di un pomo.
Discacciata dal ciel, scese nel regno
dell'animal che prende il nome d'Uomo,
dove fu tosto a braccia aperte accolta
in un con suo fratel Che-sì-che-no,
e con suo padre Roba-data-e-tolta.
Scelse il nostro emisfer per sua dimora,
ché l'altro, giù, agli antipodi,
è così rozzo ancora,
che la gente vi nasce e si marita
senza imbrogli di preti e di notari,
che son della Discordia i segretari.
La Fama messaggiera a lei si presta
per mandarla ove il caso la richiede,
e la Discordia lesta,
destando incendio dove son scintille,
va per città, per ville,
ed alla Pace rapida precede.
Alfin la Fama, che si sente stanca
di cercar questa pazza irrequïeta,
che va di qua e di là senza una mèta,
per poterla trovare all'occorrenza
le consigliò di eleggere
in qualche luogo stabil residenza,
dove potrebbe sulla tarda notte
mandarla ad alloggiare
chi volesse un momento respirare.
In casa d'Imeneo,
vale a dire di gente maritata
(non v'eran chiostri femminili allora),
fu Discordia per sorte ricovrata,
e vi rimane ancora.
XXI - La Vedovella
Non si perde un marito senza pianto
e senza grande schianto di sospiri.
Ma dopo alcuni giri
di sol, col tempo la tristezza vola
e ancor la vedovella si consola.
Dopo un anno la vedova di ieri
non ha di triste che i vestiti neri,
e se prima facea fuggir la gente
col volto sconsolato,
dopo attira più d'uno innamorato.
Il morto giace e il vivo si dà pace,
e per quanto si dica che vi sia
dolor senza conforto,
la credo una bugia.
Aver di ciò potrai prova sincera
in questa favoletta che par vera.
A giovin sposa e bella
rapito era il marito dalla morte.
Accanto al letto la fedel consorte,
sentendosi mancare ogni coraggio,
gridava: - Aspetta che ti seguo anch'io...
Con te voglio morir, tesoro mio... -.
Ma il marito fe' solo il gran vïaggio.
Il padre, uomo prudente,
lasciò del pianto scorrere il torrente,
poi disse: - O figlia, il pianto ora che giova?
Che importa al morto se tu affoghi il lume
de' begli occhi di pianto in un gran fiume,
mentre vi son dei vivi a questo mondo,
che potrebbero ancor, non dico subito,
ma in tempo più giocondo
cambiar la sorte? Anzi conosco un tale,
bel giovine, ben fatto, assai migliore
del fu tuo sposo...
- Oh ciel! Oh quale orrore! -
interruppe la bella. - In un convento
chiudetemi ove possa le mie pene
raddolcire e dell'animo il tormento -.
Tacque il buon padre e vede che conviene
lasciar che digerisca il suo dolore.
Dopo un mese di pianti e di afflizione,
essa prende a mutar qualche gingillo,
o un nastro od uno spillo
al capo, al petto, infin che il suo dolore
in attesa di nuovi cicisbei
divenne una galante occupazione.
A piccionaia tornano gli amori,
risa e sollazzi e danze, a poco a poco,
tornano ancora in gioco:
di Giovinezza nella lieta fonte
si tuffa e terge ogni mattin la fronte.
Vedendola di sé tanto sicura,
del morto il padre non ha più paura.
Un dì, mentr'ei tacea dell'argomento,
- E dunque? - ella esclamò, -
dov'è, se mi è permesso,
quel bel marito che tu m'hai promesso?
Epilogo
Poniam all'opra un margine. Le cose
troppo lunghe finiscono in serpenti.
Più che la penna consumar sul tema,
è bello il fiore cogliere dell'arte.
Mi si conceda adunque un piccol fiato
sì ch'io possa accudir ad altre imprese,
ove mi chiama Amor, che di mia vita
è gentile tiranno. Altri mi chiama
a cantar la dolcissima di Psiche
e mestissima storia e vi consento,
sperando che nel suo fuoco divino
a novi canti l'animo s'infiammi.
Felice ancor mi chiamerò, se questa
fia l'estrema fatica, a cui soggetto
mi tien di Psiche il prediletto sposo.
LIBRO SETTIMO
Alla Signora di Montespan
È la Favola un dono degli Dèi,
o se mortale fu quei che pel primo
il bel dono trovò, ben d'un altare
egli è degno e dovrìan tutti i mortali
a tanto saggio offrir culto divino.
La Favola davver è un dolce incanto,
per cui l'anima attenta è fatta schiava
del tenue fil, che col racconto i cuori
a piacimento e l'intelletto move.
O voi, non meno affascinante, Olimpia,
se mai la Musa mia sedette a caso
qualche volta alla mensa dei celesti,
prego, allietate d'uno sguardo il canto,
in cui lieto lo spirito trastulla
del vostro amico. Ove a' miei versi ottenga
la protezion dei vostri occhi gentili,
non più l'insulto temerò del Tempo,
d'ogni altra cosa struggitor perverso.
Solo da voi dovrà qualunque in Francia
tiene la penna attender vita e lume.
Da voi, se un raggio ne' miei versi brilla,
solo deriva, che maestra e guida
a rigo a rigo seguitate il canto
del povero poeta. E quale al mondo
può gareggiar con voi nella dottrina
delle cose più belle e più gentili?
Parole e sguardi in voi sono una grazia,
e ben vorrìa, se non spingesse un altro
e lungo tema, in voi fissar la Musa
sempre lo sguardo; ma non manca a voi
chi più bene di me l'allòr vi cinga.
A me basta che il nome oggi d'Olimpia
protegga il mio volume, onde sicuro
vada pel mondo e dalla bieca invidia
si salvi. Un libro, a cui concesso è il guardo
d'Olimpia, è degno che lo legga il mondo.
Non per me questo imploro alto favore,
ma pel ben della Favola, che vanta,
come sapete, crediti infiniti
da noi. Se la Bugia m'ottien la grazia
di piacervi, o gentil, un alto tempio
innalzerò devoto alla Bugia...
Ma forse meglio adoprerò l'ingegno
se sol per voi fabbricherò miei templi.
I - Gli Animali malati di peste
Un male
terribile, fatale,
che il Ciel forse inventò
per castigar le colpe della terra,
un mal pien di spavento
capace, se va bene,
d'empire i cimiteri in un momento,
la Peste insomma - dirla pur conviene -
faceva agli animali tanta guerra,
che morivan colpiti a cento a cento.
Nessuno ormai volea
curarsi d'una vita orrida troppo;
ogni cibo facea fastidio e groppo,
e lupi e volpi ciaschedun vivea
le mani e i piedi in mano;
fuggian le tortorelle per dispetto,
fuggia l'Amor lontano
e fuggia coll'Amor ogni diletto.
Allor tenne il Leone un gran consiglio,
e disse: - Amici miei,
poiché davanti al Ciel tutti siam rei
di colpe, ed è perciò che ne castiga,
per toglierci di briga, ecco, direi
che quei che ha più peccato
nella sua vita, sia sacrificato.
Il suo sangue (e la storia ci dimostra
che più volte giovò l'espedïente)
forse otterrà la guarigione nostra.
Facciamo orsù l'esame di coscienza
fratelli, e confessiam senza indulgenza
i fatti nostri. Già per parte mia
confesso che provai ghiottoneria
di molti agnelli, poveri innocenti,
e che mi venne fatto per errore
di mangiar qualche volta anche il pastore.
Io son pronto a scontar colle mie vene
le colpe mie, se farlo oggi conviene,
ma prima ciaschedun con altrettanta
sincerità confessi, onde il più reo
colla sua vita paghi il giubileo.
- Sire, - disse la Volpe, - un sì buon re
al mondo come voi forse non c'è.
Che scrupoli son questi, Maestà,
per quattro canagliucce di montoni?
Non vedo che vi possa esser peccato
a mangiar questa razza di minchioni.
No, no, signor, anzi fu un grande onore
a ognun d'essi il sentirsi rosicchiato
dai vostri denti. In quanto a quel pastore,
meritava di peggio in verità,
visto ch'egli osa il titolo di re
vantar sopra le bestie, e non gli va -.
A questo dir scoppiâr grandi gli applausi
tra i cortigiani. In quanto ai Tigri, agli Orsi
e agli altri illustri poi non si cercò
il pel nell'ovo e i minimi trascorsi,
dal più ringhioso all'ultimo dei cani
per poco non sembrarono al capitolo
dei santi a cui si può baciar le mani.
S'avanza in fine a confessarsi l'Asino
contrito in cor, e confessando il vero,
narra che un giorno, andando
nel fresco praticel d'un monistero,
o fosse tentazione del demonio,
o fame o gola di quell'erba tenera,
brucò dell'erba (e fu cosa rubata
per essere sincero),
ma ne prese soltanto una boccata.
Udito ciò, gridarono anatèma
quei santi padri al povero Asinello.
Un Lupo, intinto di teologia,
sorto a parlar sul tema,
mostrò che la cagion della moria
venìa da questo tristo spelacchiato,
che per il suo malfare
bisognava che almen fosse impiccato.
Mangiar dell'erba altrui...! ma si può dare
azione più nefanda?
La morte era una pena troppo blanda
per espiar sì orribile misfatto.
E come disse il giudice fu fatto.
Della giustizia quando siede al banco,
sempre il potente come giglio è bianco,
ma se a seder si pone
il poveraccio, è un sacco di carbone.
II - Il mal maritato
Se la bellezza andasse ognor congiunta
colla bontà del cor, prometto a Dio
che prendo moglie domattina anch'io.
Ma il bello e il buono, ahimè! fanno divorzio
sovente e tanto rare
sono l'anime belle in care forme,
che meglio è tralasciare.
Di quanti veggo matrimoni, alcuno
non è che mi concilii con Imene,
anzi di quattro quarti almen degli uomini
che stendono le braccia alle catene,
di non pentito non trovai veruno.
E per non dir di tutti
dirò solo di un tal che la gelosa
donna avara, crucciosa e tormentosa,
s'ei volle uscir da orribili tormenti,
dovette rimandare a' suoi parenti.
Nulla poteva contentar costei,
nulla era bello e mai degno di lei.
A letto ci si andava troppo presto,
e troppo tardi si scendeva poi.
O bianco o nero che faceste voi,
o bigio, era la stessa cantilena
mattina e sera. I servi arrovellavano
e lo sposo n'avea la zucca piena.
A sentirla, davver era un tormento.
- Lui non pensa, non fa, non guarda a nulla.
Lui corre, lui sonnecchia,
lui questo, lui codesto ogni momento... -
Infin che il pover'uomo,
quando n'ebbe ben ben rotta l'orecchia,
la rimandò in campagna presso i suoi
a far la ninfa in mezzo all'oche e ai buoi.
Dopo un bel pezzo a casa la ripiglia,
sperando che le sian passati i grilli:
- Ebben, mia dolce Filli,
v'è piaciuta dei campi l'innocenza
e il soggiorno seren della famiglia?
- Ah non parlarne! È cosa, -
ella risponde, - indegna, vergognosa,
veder la gente oziosa, inetta e senza
premura per la casa e per gli armenti.
Questi servi non sono più indolenti.
E perché volli un po' farmi sentire
non ti dico il furore e l'odio e l'ire.
- O cara mia, - riprese allor lo sposo, -
se il vostro umor è sempre agro e rabbioso,
che nol posson soffrire anche i bifolchi
quando un momento tornano dai solchi,
come regger potranno tutto il giorno
i vostri servi che vi stanno intorno?
E come non ne avrà le calze rotte
quel povero marito
che voi volete insieme anche la notte?
Tornate a casa vostra: e se pentito
vi chiamerò per mio tristo destino,
possa morire e avere nell'inferno
due donne come voi sempre vicino
in mio castigo eterno.
III - Il Topo eremita
Racconta una leggenda orïentale
che un certo Topo, sazio ormai del mondo,
d'un formaggio d'Olanda a far la vita
di buon romita si ritrasse in fondo,
lontano dal mondano carnevale.
Ivi era solitudine perfetta
per tutto il giro del formaggio, e il Topo
coi piè, coi denti seppe tanto fare
che poco tempo dopo
ebbe la sua cucina e una celletta,
ove grasso divenne. Iddio protegge
qual si consacra volentieri a lui.
Un dì, quindi si legge,
arrivaron non so quai pellegrini
di popoli vicini
a dimandârgli un poco d'elemosina.
Narraron come fossero in viaggio
a cercar del soccorso oltre i confini:
che stretta era Rattopoli d'assedio
dal popolo di Gattico,
e che partiti in fretta alla sfuggita
non avean quasi da campar la vita.
Dasse qualcosa e sol per qualche giorno,
finché giunto il soccorso preveduto,
in patria avrian potuto far ritorno.
- Amici miei, - rispose il solitario, -
le cose di quaggiù non mi riguardano.
Che posso far se non dire un rosario,
perché vi aiuti il Ciel come desidero? -
E così detto, il santo
chiuse la porta... e riverisco tanto.
IV - L'Airone
L'Airon dal lungo collo e dal più lungo becco,
che sta su gambe lunghe, a spasso iva nel secco
d'un torrentello e a riva;
come nei giorni belli erano l'acque chiare
e i miei dolci carpioni vedevansi a guizzare
coi lucci in comitiva.
Venian tanto dappresso, che avria potuto al solo
mover del becco, e come se li pigliasse a volo,
mangiarseli in buon'ora.
Ma volle invece attendere d'aver più fame. Assai
egli era in ciò metodico e non usava mai
mangiare fuori d'ora.
Tornato pien di fame più tardi sulla sponda,
non vide altro che tinche a diguazzar nell'onda
e fece il disgustato,
così come dicesse: Di tinche son già sazio.
Egli era come il topo, di cui racconta Orazio,
d'un gusto delicato.
- Di tinche a me? - diceva. - Un così rozzo pasto
non piglia un Airone per farsi il sangue guasto -.
Vedendo poi dei ghiozzi
- Nemmen per questi, - aggiunse, - s'incommoda un par mio
a spalancare il becco, e non pretenda Iddio
ch'io questa roba ingozzi -.
Ma ben dovette aprirlo per minor prezzo, allora
che pesci non si videro nell'acqua della gora.
La fame non si placa
col fumo e dir non basta: Io sono un Airone.
Aggiunge alfin la favola che parvegli un boccone
squisito una lumaca.
V - La Ragazza
Una Ragazza un poco superbiosa
volea marito a patto
ch'ei fosse bello e giovane e ben fatto,
non freddo, non geloso
(notate bene questa circostanza),
che non fosse scipito e avesse poi
oltre i denari un gran di nobiltà.
Gran Dio! come si fa, ditelo voi,
a trovar queste mele sopra un ramo?
Eppur a contentar le sue pretese
la Sorte fu cortese
di mandarle partiti onesti e buoni.
Ma lei: - Che, che... si celia? figurarsi
se mi devo pigliar questi straccioni!
Il fastidio non val d'incomodarsi...
Tutta gente pezzente, inconcludente,
che mi ripugna e che mi fa pietà.
L'un spirito non ha, l'altro non ha
quel non so che di garbo e di finezza... -.
E sprezza l'uno e sprezza
quell'altro per il naso...
Non c'è cosa sì bella e sì preziosa,
che possa contentar la schifiltosa.
Dopo i partiti buoni
si presentaron sposi più modesti;
ma quella ancor: - Oh sì, ch'io voglio a questi
adesso l'uscio aprir di casa mia,
chi pensan ch'io mi sia?
Una donna in fastidio di me stessa,
che di pianger la notte mai non cessa
per la malinconia
di dormir sola in letto? -.
E superba così del suo dispetto,
vede passar intanto il suo bel tempo,
e diradar la schiera degli amanti.
Un anno passa, un altro viene avanti,
oggi muore un sorriso, e muore un gioco,
diman sloggia l'amore,
ed entra a poco a poco
in casa col rimorso anche il dolore.
Cadono i vezzi e spiace
quel volto ch'essa cerca inutilmente
di rendere leggiadro
con cipria e con belletto,
fin ch'ella cede inesorabilmente
al Tempo, delle belle il più gran ladro.
Se oggi mi crolla un muro,
di rifarlo dimani ancor procuro,
ma né in parte rifar posso, né in tutto,
un bel volto che il tempo abbia distrutto.
Madonna schifiltosa, che allo specchio
più tardi si consiglia,
cangia parere e - Piglia, -
dice, - un marito. - Piglialo, -
susurra in un orecchio
un certo desiderio,
che parla anche alle donne schifiltose;
ed ebbe in cortesia,
al destin rassegnata delle cose,
di trovare un babbeo comechessia.
VI - I desideri
Nel Mogòl c'è dei folletti
abilissimi valletti,
che alla casa e all'orto attendono,
ma bisogna aver rispetto
o scompiglia chi le tocca
le faccende del folletto.
Un di questi folletti in illo tempore
coltivava il giardin d'un galantuomo
in riva al Gange, e svelto, lieto, amabile,
non aveva pensier da quello in fuori
de' suoi padroni e dei suoi cari fiori.
Gli zeffiri, che sono coi folletti
buoni compagni, il campo rinfrescavano,
e il nostro giardiniere,
lavorando con mano attenta ed agile,
accoglievali sempre con piacere.
I folletti si sa che son volubili,
ma questo alla sua casa si attaccò
con tanto amor, che stuzzicò l'invidia:
e tanto i suoi fratelli congiurarono,
che il Capo di partir gli comandò.
O sia questa una legge di repubblica,
o sia che così volle il presidente,
o per capriccio o per ragion politica,
il fatto sta che in fondo alla Norvegia
fu traslocato perentoriamente.
In quel freddo paese gli assegnarono
una casa sepolta entro la neve.
Così provvede spesso la repubblica,
e così fu che in forza del congedo
il nostro Indou divenne Samoiedo.
Ma prima di partir volle lo spirito
parlar co' suoi padroni,
e disse lor: - Partire mi costringono
e non vado a cercarne le ragioni;
però nel breve tempo a me concesso
ancora m'è permesso
di soddisfar tre vostri desideri,
e il faccio volentieri.
Chiedete ciò che in l'animo vi frulla,
un bel desiderar non costa nulla -.
I suoi padroni cercan l'Abbondanza,
e l'Abbondanza versa il cornucopia.
Piovon marenghi, gli scrigni ne crepano,
le biade da' granai quasi traboccano,
e luogo non c'è più per la Speranza.
E conta e conta e scrivi sui registri,
ahi! non c'è tempo per tirare il fiato,
quindi i ladri si svegliano e congiurano,
quindi i signori chiedono gl'imprestiti,
piovon le tasse... O voto sciagurato!
Quella povera gente disperata,
anzi quasi malata di fortuna,
- Basta! basta! - pregando alfine esclama, -
o poveretti, o povertà beata,
o gran virtù, che il troppo mai non chiama.
O pia Mediocrità, torna e discaccia
quest'Abbondanza che avvelena l'ore;
ite, o tesori, e tu vieni, ritorna
del buon umore amica e del buon core! -
A questo dir Mediocrità si affaccia.
Le fan largo, con lei la pace stringono,
né chiedono di più. Ride il folletto
di lor come di quei che sempre sognano
fantasmi, e il bene perdono più schietto.
Sul punto di pigliar da lor licenza,
pegno di sua bontà, lasciava loro,
amabile tesoro, la Sapienza.
VII - La Corte del Leone
Volendo un dì conoscere
Sua grande leonina Maestà
a qual razza di sudditi
gli è dato comandar, ordine dà
a tutti i suoi ministri
di bandire ai quattro angoli del regno
un grand'editto col regal suo segno.
Dicea l'editto che durante un mese
il re farebbe gran corte plenaria
con feste e luminaria
e danze della celebre, divina,
famosa Marmottina,
perché così il paese
prendesse in qualche modo conoscenza
di sua potenza e sua magnificenza.
Quindi apriva la Reggia... ah quale Reggia!
dite una beccaria
con tal puzzo di morti e di moria,
da far crollare il naso della gente.
L'Orso arricciò con tale smorfia il suo,
che il re, fuori di sé per quell'azione,
lo manda all'altro mondo immantinente
a far smorfie alle corna di Plutone.
La Scimmia allor, esperta nel mestiero
di dar l'incenso, non trovò severo
troppo il castigo, anzi lodò la zampa
e la bile magnanima del re.
In quanto all'antro e al puzzo, giudicò
che al mondo fior non c'è,
che Colonia profumi non trovò,
per quanto fini e rari,
di quel carnaio più dolci alle nari.
Il troppo e il troppo poco in modo eguale
spiacque al Leon, in ciò pari a Caligola,
che non volea veder piangere e ridere.
Ivi c'era la Volpe, e a lei volgendosi,
chiese il re con un far confidenziale:
- E tu che senti? dillo schiettamente -.
La Volpe ch'era pronta ad ogni caso,
mostrandosi d'avere il raffreddore,
volle uscire dal rotto della cuffia
col dire: - Non ho naso! -.
Non dev'essere troppo adulatore
né troppo schietto deve mai parere
chi desidera ai Grandi di piacere.
È meglio che tu impari
a dir né sì, né no, forse... magari!
VIII - Gli Avvoltoi e i Piccioni
Nacque contesa fra gli uccelli un giorno
per invidia di Marte, a cui sorrise
i sereni turbar campi dell'aria.
Non parlo io già dei teneri uccellini
che riconduce a noi marzo od aprile,
e che nelle ombre dei boschetti ameni
coll'esempio e col canto a noi maestri
sono d'amor. Nemmen parlo di quelli
che la Madre d'Amor aggioga al carro,
ma canto gli Avvoltoi, torbido popolo,
dal becco adunco e dagli unghiuti artigli,
che per cagion di un cane, si racconta,
fecer la terra del lor sangue rossa.
S'io volessi narrar ad uno ad uno
di quella guerra gli accidenti e i casi,
chi voce mi darìa? molti perirono
dei capi e tanti eroi morser la polvere
che Prometeo sperò dall'alto Caucaso
che fosse per finir la lunga pena.
Bello e triste a veder era la lotta
delle due parti e il numero dei morti
e il valor e l'inganno e la sicura
arte di guerra, onde cercâr le schiere
di farsi danno e che infinite all'Orco
generose travolse alme d'eroi.
A mille a mille dal sereno giorno
piovean gli spirti in quel rinchiuso e nero
regno dell'ombre, in fin che di pietade
si strinse il cor a un popolo vicino,
popol gentil dal collo iridescente
e dai teneri affetti. A metter pace
uscirono i Colombi messaggieri,
e sì ben adoprarono, che i patti
firmaron gli Avvoltoi dai becchi adunchi.
Ahimè! la pace ritornò di danno
ai Colombi pacifici, che stretti
dal comune nemico, a cento a cento
perîr nell'unghie e in becco agli Avvoltoi.
Infelici e imprudenti, a cui dei tristi
piacque aggiustare le selvagge imprese!
Dividi i tristi ed avrà pace il mondo,
o vedrai, se concordia li assicura,
credilo a me, sempre soffrirne i buoni.
IX - La Carrozza e la Mosca
Per una strada lunga, erta, sassosa
e tortuosa, esposta a pieno sole,
sei robusti cavalli ivano a stento,
tirando una Carrozza. La pietosa
gente era scesa, vecchi, donne e frati:
e i cavalli sudati
e trafelati
eran lì lì per cedere,
quando arriva una Mosca, che volando,
punzecchiando, e di qua, di là ronzando,
pensa che tocchi a lei spinger la macchina.
Posa al timone, sulla punta siede
del naso al carrozzier e, quando vede
che la macchina o bene o mal cammina,
si ringalluzza tutta la sciocchina.
Va e viene e si riscalda colla boria
d'un capitan di vaglia,
allor che muove in mezzo a una battaglia
i dispersi soldati alla vittoria.
- E non vi pare indegno, -
pensava quella stolta bestiola, -
che a spingere sia sola,
mentre legge il frataccio in pace santa
il breviario e questa donna canta?
Forse che col cantar si tira il legno? -
Intanto che l'insetto ronza queste
note moleste, il legno arrivò su.
E la Mosca: - Buon Dio, ci siamo alfine
su queste alte colline.
Ehi, signori cavalli, ringraziatemi,
la strada ora va in piano,
non vi rincresca a dar la buonamano -.
Così fanno quei certi faccendoni,
che nelle imprese sembran necessari,
e guastano gli affari - in ogni cosa,
gente importuna, inutile e noiosa.
X - Pierina e il Secchiolino del latte
Pierina una mattina col secchiolino in testa
ritto sul cerchio, a vendere il latte se ne va.
Succinta la gonnella per essere più lesta,
e con scarpette basse cammina alla città.
Allegra, canticchiando, facendo i conti in mente,
pensa che può dal latte ritrar qualche denaro
e sei dozzine d'ova comprare agevolmente.
L'ova di poi si covano ed ecco a poco a poco
un bel pollaio in corte che non le costa caro.
La volpe con Pierina avrà cattivo giuoco:
ben ingrassate infine
si vendon le galline.
Col piccol capitale,
si compera un maiale,
che tenero in principio
a furia di cruschello
diventa un porco bello.
Raccolto un altro gruzzolo,
con questo - visto il prezzo che fanno sul mercato -
si compera un vitello,
anzi una vacca, e sembrale vedere già sul prato
saltare questa e quello.
A tanto ben di Dio
saltando essa di gioia, il secchiolin cascò...
Vitello e vacca ed ova e porco bello, addio!
La sua fortuna in terra dispersa contemplò.
Tornata a casa, vede ch'è solo per miracolo
se l'uomo non la batte;
da questo fatto origine ebbe l'antica istoria
del secchiolin del latte.
Non c'è nessun che in aria non fabbrichi un castello;
o don Chisciotti, o Pirri, o saggi, o mentecatti,
ciascun sogna vegliando, e siam tutti distratti
dai sogni che riempiono di nuvole il cervello,
tutto par pronto e facile, l'amor, l'onor, la gloria;
e subito mi gonfio di pazza vanagloria,
e già mi sembra d'essere, o papa, o prence, o re,
già vedo tutto il popolo prostrato innanzi a me,
ma proprio mentre io siedo de' miei gran sogni in cima,
cade il castello, e resto il Bertoldin di prima.
XI - Il Curato e il Morto
Un morto lemme lemme al camposanto
andava in una comoda carrozza,
vestito d'una rozza
camicia, che in antico dialetto
si chiama cataletto,
veste d'estate e veste anche d'inverno,
che i morti non si tolgono in eterno.
Al carro andava accanto
il prete a seppellir quel cristïano
col breviario in mano,
e recitava come d'ordinario,
o un pezzo di rosario
o versetti di salmi in proporzione,
s'intende, del salario.
Don Abbondio seguia, quasi il covasse,
coll'occhio il suo bel morto
perché non gli scappasse,
e rifaceva intanto
i suoi conti, dicendo: - In soldi tanto
e tanto in cera e in piccoli proventi:
c'è da comprare un mezzo bariletto
di quel di malvasia,
ma vo' che sia
buono e il miglior che dànno queste vigne.
C'è da fare un grembiale anche a Perpetua,
e a quelle nipotine
pettegoline, ed anche... -.
Ma un sasso in questo mentre al cataletto
fe' traballar le panche,
si piegò il catafalco e cadde sotto
con tanta violenza,
che n'ha Sua Riverenza il capo rotto.
Il morto tirò seco il poveretto,
e per la lunga via
fece al curato buona compagnia.
Se lo guardi in ogni lato,
questo nostro viver corto
è la storia del curato,
che fa i conti sopra il morto.
XII - Chi corre dietro alla Fortuna e chi l'aspetta in letto
Ognun si affanna a correre sull'orme
della Fortuna, inutilmente. In luogo
esser vorrei dove la turba passa
di questi irrequïeti cortigiani,
che la Diva volubile del caso
di terra in terra inseguono e sul punto
d'afferrarne la chioma, ecco, si scioglie
dalle mani il fantasma agile e sfuma.
Povera gente! io la compiango. I matti
chiedon pietà, non ira. - E perché dunque, -
dicon costor, - se altri ha potuto un giorno
lasciar la zappa ed i piantati cavoli,
e sul trono salir di Santa Chiesa,
non io potrò lo stesso? e non son io
forse da tanto? - Anzi tu sei, - rispondo, -
più degno ancor, ma la virtù non vale,
se la cieca Fortuna anche non giova.
E quando pur tu diventassi il papa
di Santa Chiesa, amico, e ti lusinghi
che valga la tïara il bel riposo
che tu perdi per via? dolce riposo,
che fu prezioso dono anche agli Dèi,
e che mal si accompagna alla fortuna?
O ciechi, il tanto affaticar che giova?
Fortuna e dormi, e se Fortuna è donna,
quantunque dea, verrà ben da se stessa,
come vuole il suo sesso, a ricercarti -.
Furon due buoni amici in un villaggio,
che possedevan qualche terra al sole.
L'uno sempre in sospiri ed in corruccio
colla Fortuna, un dì fe' la proposta
al suo compagno di lasciar il borgo
natio, dove nessun nasce profeta,
e di cercar lontan nuove avventure.
- Va' pur, - disse costui, - se la ti gira,
per me sto a casa mia comodo e cheto
e non cerco altro ciel, altro emisfero.
Qui spero di dormir fino a quel giorno
che ti vedrò tornato; or dunque addio -.
Parte l'amico ambizïoso (forse
più avaro ancor), e va per monti e valli,
infin che arriva ove la dea bizzarra
facea suoi giochi, più che altrove, in Corte.
Ivi stette un buon pezzo il cortigiano
attento all'ore più propizie, pronto
al mattutin omaggio, pronto all'ora
della mensa regale, ed alla sera;
ma non gli cadde in bocca una nocciòla.
- Che significa ciò? - disse. - Quest'aria
non è per me. Cerchiam altro paese.
Ben veggo la Fortuna innanzi e indietro
correr le sale e aprir la porta a questo,
ed ora a quello, e a me la capricciosa
non guarda in viso. Aver troppe superbe
idee pel capo nuoce ai cortigiani
abitatori delle illustri sale.
Signori e Corte, io vi saluto, addio.
A voi lascio inseguir questo fantasma
che fa di luminello, e poi che sento
che Fortuna ha divoti santuari
verso Calcutta, in pio pellegrinaggio
andrò laggiù -. Ciò detto, ecco s'imbarca
e solca il mar.
Oh! ben ebbe di bronzo
il petto, ed ebbe adamantino usbergo,
colui che primo osò sfidar l'abisso
e le mobili vie dell'Oceàno.
Al nostro pellegrin tornò la dolce
memoria del natìo suo paesello,
quando fra venti, e scogli e fra ladroni,
nella gran solitudine dell'acque
danzar vicino a sé vide la Morte.
Giunto a Calcutta, ascolta che Fortuna
era andata al Giappone ed ei vi corre,
e corre tanto che a portarlo i mari
erano stanchi. Ancor tutto il vantaggio
ch'ei ne trasse fu quel che in un proverbio
selvaggio è detto: “O di natura esperto,
statti a ca' tua”. Pel nostro vagabondo
non fu di grazie Jeddo generosa
più di Calcutta, ed ei ne venne al conto
che il mondo non valea del suo tranquillo
villaggio la casetta. E torna e piange
di conforto a veder la vecchia casa
e - Beato, - ripete, - o veramente
beato l'uom, che del suo nido all'ombra
i desideri suoi frena e corregge.
XIII - I due Galli
Vivean due Galli in armonia, quand'ecco
arriva una gallina.
Addio pace! ciascun aguzza il becco.
O Amor, Amor, per te fûr visti i fiumi
d'Ilio d'umano sangue andar vermigli
al sangue misto dei celesti Numi!
Fra i nostri Galli un pezzo
durò la guerra. Alto rumor ne suona
nel paese e ne parla ogni persona.
Accorron tutti quei che volentieri
fan pompa agli spettacoli,
e fu mercede al vincitor più d'una
dalle lucide penne Elena bella.
Il vinto sparve e il duol che l'arrovella
nascose e pianse i suoi perduti amori.
Col diritto il rival de' vincitori
gli toglie l'idol suo, che in pieno giorno
superbo mena intorno,
sfidando la gelosa ira e il coraggio
del debellato amante,
che intanto l'arme aguzza
e l'ali al volo esercita, ed aspetta
segretamente il dì della vendetta.
E non molto aspettò. Lo stesso dì
che altero il vincitor a far galloria
cantava in cima al tetto la vittoria,
un feroce avvoltoio che l'udì
addosso a lui piombò,
e addio gloria! con l'unghie lo finì.
La Fortuna fa spesso agl'insolenti
di questi tiri e insegna
a diffidar dei fortunati eventi.
XIV - Ingratitudine e ingiustizia degli uomini verso la Fortuna
Vincendola sui venti, nei più remoti mari,
un certo Mercatante fece de' buoni affari;
né secche mai, né scogli gli chiesero i pedaggi
e i dazi della merce ne' suoi lunghi viaggi,
fin ch'egli sol tra cento compagni ebbe il conforto
di giunger colla nave felicemente in porto.
Del mar, anzi di Stige gli altri nell'onda bruna
precipitar; lui solo condusse la Fortuna
a riveder la patria, e qui gli fe' trovare
soci ed agenti onesti, perle a trovarsi rare.
Quindi gli fece vendere, per finir bene i conti,
lo zucchero, il tabacco, a lauti prezzi e pronti,
le droghe, la cannella e in poche settimane
il fondo delle stoffe e delle porcellane.
La moda e la pazzia, le mani colme d'oro,
a far più grosso vennero il già ricco tesoro,
tal che in bottega e in casa non si sapea contare
che a due scudi per volta. Nulla di singolare
se fra cavalli e cani e servi e fra carrozze,
paresse di quaresima sempre un festin di nozze.
Un degli amici un giorno gli chiese la ragione
a tavola di tutta questa benedizione.
- D'onde la traggi? - D'onde? dal mio talento, o caro,
dall'arte di sapere usare il mio denaro
a tempo e luogo giusto. Con vanto lo confesso,
la mia Fortuna, amico, non devo che a me stesso -.
Così, tratto dal dolce, fece i suoi conti male:
in nuovi giochi e in rischi, perdette un capitale.
Si aggiunse l'imprudenza che un grosso bastimento,
mal noleggiato, al primo colpo perì del vento,
e un altro mal provvisto di buone armi e d'armati
cadde senza difesa in mano dei pirati,
e infine che la merce d'un terzo giunto in porto,
rimase per un pezzo denaro mezzo morto.
A questo ancor si aggiunse l'inganno degli agenti,
lo sfarzo, le baldorie e l'altre spese ingenti
del fabbricar... Capite che messo su una strada
che sdrucciola bisogna che chi tentenna cada.
Vedendolo ridotto in un meschin arnese:
- E ciò d'onde deriva? - l'amico suo gli chiese.
- D'onde? - rispose. - Ahimè! dalla Fortuna trista -.
E l'altro: - Miserabile, prego che Dio t'assista,
e ti conceda il Cielo il dono del coraggio,
che se non sei più ricco, almen ti renda saggio.
XV - L'Indovina
La nominanza è spesso sulle dita
del caso e vien dal caso anche la gloria,
questa è l'antica istoria
di tutti i tempi, ove raggiri e cabale
e pregiudizi reggono la vita.
Non c'è rimedio, il meno è la giustizia
a questo mondo, e a guisa di torrente
scorron le cose irreparabilmente.
Una donna facea la pitonessa
a Parigi e la gente affascinata
correva per qualunque buccicata
a consultare la sacerdotessa.
Chi perdeva uno spillo od un amante,
chi voleva sbrigarsi d'un eterno
marito, una gelosa ed altre tante
e tanti, o chi volea strappare un terno,
andavan dalla celebre Indovina
ad invocar le magiche parole,
ed essa con un'arte sopraffina
di dire a ciaschedun ciò ch'egli vuole,
con segni indiavolati e petulanza,
travestendo la zotica ignoranza,
seppe alfine ottenere il gran miracolo
di passar fra la gente per oracolo.
Sebbene quest'oracolo la bocca
aprisse in cima a un povero solaio,
pure attirava tanta gente sciocca,
che misurò i denari collo staio.
Il marito divenne cavaliere,
si cangiò casa, si fe' l'arte in grande,
ma in mezzo ai candelabri, alle specchiere,
la maga barattò le noci in ghiande.
Un'altra donna intanto, che innocente
è di magia, venuta in quell'oscura
soffitta, vede accorrere la gente
a farsi dir la solita ventura.
Donne, fanciulle e conti e servi e serve,
era un continuo andare e ritornare.
Invan la donna cerca protestare
ch'essa non fa la strega, a nulla serve
ogni protesta, e il dir di non volere.
Bisogna profetar, fare gl'incanti,
e pigliar più denari col mestiere
che un avvocato non ne piglia tanti.
Aiutava, dirò, la messa in scena,
un manico di scopa e quattro storte
sedie, e quell'aria di miseria piena,
che puzzava di sabato e di morte.
L'altra donna ben presto vide il guaio
di non aver salvata l'apparenza:
la fede era rimasta sul solaio.
È l'insegna che fa la concorrenza.
XVI - Il Gatto, la Donnola e il Coniglio
Un bel mattino donna Donnoletta,
colto il momento, nella casa entrò
d'un giovane Coniglio.
E mentre ch'egli è fuori a far l'amore
nella rugiada, in mezzo al timo in fiore,
le masserizie sue vi collocò.
Quando il Coniglio ebbe mangiato ed ebbe
saltato e rosicchiato,
a casa sua tornò.
Ma proprio in quel momento
ch'entrava nell'oscuro appartamento,
alla finestra l'altra si affacciò.
- Santa ospitalità! che vedo io qui? -
disse il Coniglio fermo sulla porta.
- O signora Faina prepotente,
faccia il piacer d'uscirne immantinente,
o chiamo tutti i Topi del paese
che la faran sgombrar ed a sue spese.
- Che? la terra - risposegli madama
dal naso aguzzo, - è di chi se la piglia.
E proprio non consiglio per sì poco
d'una guerra tentar l'incerto gioco.
E poi per qual ragione
soltanto suo proclama
un luogo ove si arrampica
pel primo anche il padrone?
Qual legge, qual diritto,
e su qual carta è scritto
che questa tana sia
di Pietro, di Martin quondam Iseppe,
o piuttosto di Gianni od anche mia? -
Gian Coniglio rispose che anche l'uso
è buona legge e che per questo ei crede
d'aver diritto. Il nonno suo Belmuso
lasciò la casa al padre suo Belpiede,
dal quale venne al figlio,
ch'è lui, Giovan Coniglio.
- Se del primo occupante tu ritieni -
la Donnola rispose, -
giusta la legge, vieni
e interroghiam Mammone,
ch'è giudice sicuro in queste cose -.
Era questi un gatton grasso e bonario,
un sant'uomo di gatto,
tutto pel, tutto gozzo e tutto lardo,
e che facea la vita
beata di pacifico eremita.
Buon giudice del resto in ogni sorta
di casi... Vanno, picchiano alla porta,
deo gratias... - Miei figliuoli, -
dice padre Leccardo, -
venite pure avanti,
perché sapete, gli anni
m'han fatto sordo, oltre agli altri malanni -.
Vanno i due litiganti,
senza nessun sospetto,
al suo santo cospetto.
Quando il padre Leccardo, il santo scaltro,
li vide bene a tiro,
aprendo le due zampe, all'uno e all'altro
aggiustò le partite in un sospiro.
Così capita spesso
a certi staterelli, che giustizia
chiedon a un diplomatico congresso.
XVII - La Testa e la Coda del Serpente
Testa e Coda di serpente
son terribili alla gente,
e in quel regno, dove filano
le tre Parche il nostro stame,
hanno nome tristo e infame.
Per ragioni di decoro
scoppiò un giorno fra di loro
una lite velenosa.
Lamentavasi la Coda
che la Testa in ogni cosa
stesse in testa:
mentre a lei, non men di questa
dignitosa,
alla proterva
fosse imposto come serva
d'obbedire silenziosa.
- E non sono anch'io creata
d'egual sangue? - prese a dire. -
O ch'io sempre debba in l'erba
strisciar umile e servire
la superba?
Se facesse un giorno Iddio
ch'io potessi andare avanti,
tutti quanti
ben vedrebbero che anch'io
andar so per conto mio -.
Nella grande sua bontà
spesso il Cielo anche si giova
di chi logica non ha.
Volle adunque a lei concedere
una volta questa prova,
e la Coda cieca e stolta,
che non vede in pieno giorno
più ch'io vegga in fondo al forno,
contro i muri, andando in volta,
contro i sassi e sotto i piedi,
trasse seco alla rovina
la meschina col cervello.
Sciagurati quegli stati
che la pigliano a modello.
XVIII - Un Animale nella Luna
Di qui viene un filosofo e proclama
che l'uom de' Sensi suoi fatto è zimbello,
di là ne viene un altro e per sé giura
che buon giudice è il Senso. Ebben, io dico
che sta nel ver Filosofia che prova
e l'una cosa e l'altra, ove s'intenda
con discrezion. Se gli uomini nel Senso
ciecamente s'affidano, è comun
fonte d'errori; ma rimosso il velo,
che al Senso fa la lontananza e l'aria
in cui nuotan le cose, e i cento screzi
che la macchina umana e gli apparati
soffron nel tempo, ancor il Senso estimo
che sia netto e fedel specchio del vero.
Saggia fu la natura il dì che queste
cose ordinò nel mondo e un giorno io spero
manifestarne l'intime ragioni.
Quel Sol che vedi di quaggiù, non largo
più di tre spanne, ove potessi in alto,
nella sua sede giudicarlo, immenso,
sterminato diresti occhio del mondo.
Il mio pensier lo immagina, se il giro
colla man ne misuro e lo distendo
per l'infinita via che lo divide
dall'umil Terra. Il contadin lo crede
schiacciato scudo, ma il pensier del saggio
l'arrotonda, lo ferma in mezzo al Cielo
e in giro a lui fa camminar la Terra.
Tutti i miei Sensi io nego e so ritrarne
contro la stessa illusïon de' Sensi
il ver che v'è nascosto, anche se l'occhio
vede color diverso, anche se il suono
tardi arriva all'orecchio che l'accoglie.
È il mio pensier, è la ragion maestra,
che drizza del baston l'angol riflesso
nell'onda chiara, e da ragion guidati,
non sgarrano gli sguardi, e più non sogni
capo di donna della Luna in grembo:
(favola assurda!) male macchie e i nèi
che Cinzia ne' sereni pleniluni
mostra, tu pensi esser montagne, dossi,
che gettan ombre e fan vedere al volgo
uomini spesso e bovi ed elefanti.
In Albïon, or non è molto, un dotto
astronomo, puntando il telescopio,
ben credette veder non so qual mostro
nel bel disco lunar. Io non vi dico
le meraviglie e il grido della gente.
Parve presagio di sicura guerra,
e qual presagio! Accorre anche il monarca
che suol da re proteggere i sublimi
studi, e col suo regal occhio scoperse
il mostro... Ebben, che vi credete, amici?
Fra due lenti rinchiuso un topolino
era sola cagion di tanta guerra.
O popolo beato, a cui null'altra
cagion turba la pace, e te beato,
o buon popol di Francia, il dì che a questi
studi soltanto sacrerai l'ingegno!
Marte ha di palme seminato i campi
e dietro al gran Luigi è la Vittoria
fedele amante. Temono i nemici,
e noi cerchiamo il bel rumor dell'armi,
onde liete saranno anche le Muse
e superba l'Istoria... Ahi! ma la pace
fia sempre a noi dolente desiderio,
non riposo giammai. Carlo, il sovrano
signor inglese, poiché molto in guerra
di valore brillò, cerca comporre
diuturne contese e coll'olivo
benedire la pace. O date incenso
al benigno sovrano! e v'è missione
di re più degna e di tal re? d'Augusto
non fu l'impresa placida più bella
che le geste di Cesare famose?
O veramente popolo beato,
quando verrà questa diletta pace
a ricondur tra noi dell'arti il regno?
LIBRO OTTAVO
I - La Morte e il Moribondo
Impreveduta mai piomba la Morte
in capo al Saggio. In ogni tempo a guardia
veglia l'occhio di lui. Pronto è il fardello
a partire, ogni giorno, ogni momento
pel fatal malinconico viaggio.
Ogni tempo del Tempo è un'ora buona
al pagar la scadenza. Infimi e grandi,
soggiaccion tutti al gran tributo, e spesso
nelle culle regali aprono e a un punto
chiudon per sempre le pupille al sole
principi e re.
Che val splendor di trono,
beltà che vale e giovinezza e casta
virtù, di fronte all'impudica mano
della Morte che sradica e distrugge?
Giorno verrà che l'Universo intero
il mesto accrescerà regno di morte.
Nella sua grande, universal rovina,
se tanto è nota questa brutta Morte
e tanto è antica, or come mai per tanti
così tacita arriva ed improvvisa?
Un moribondo, che cent'anni almeno
avea vissuto, a bisticciarsi prese
colla Morte e chiamavala indiscreta,
che lo facea partire a spron battuto
senza il tempo di far un codicillo,
senz'avvertirlo... - È giusto ch'un sen vada
a piedi scalzi? aspetta almanco un poco.
Mia moglie vuol tenermi compagnia,
e deggio a un nipotin far qualche lieve
assegno; o aspetta almen, Morte, ch'io possa
rabberciare quest'angolo di casa...
Ih! che bisogno c'è per la partenza
di tôrre il fiato alla povera gente?
- Non ti sorprendo io già, - disse la Morte, -
e a torto, Vecchio, tu di me ti lagni.
Non conti forse i tuoi cent'anni? e quanti
sono in Parigi e in Francia, anzi nel mondo,
ch'hanno toccato un numero sì bello?
Tu mi rimbrotti che non t'abbia a tempo
avvisato e che compiere ti resta
qualche faccenda. Che so io di casa,
di nipote, di moglie, e testamento?
Ma non furono forse avvisi a tempo
e il tremolare delle gambe e il monco
fiato e la mente annuvolata e stanca?
Poco appetito, orecchia sorda e noia
fin del sole che splende e si diffonde,
come se il sol per te sprecasse i raggi,
voglia di nulla o desiderio insano
di ciò che non ti tocca, e molti morti
degli amici tuoi stessi, e moribondi,
e malati e infiniti accatarrati,
non eran segni, o Vecchio, della Morte?
Presto adunque e si lascino le ciarle,
andiam, che poco importa alla repubblica
che tu faccia o non faccia il testamento -.
Avea ragion la Morte. A creder mio
esser pronto dovrebbe ogni buon vecchio
a far di questa vita il suo fardello,
come quando un si toglie dal convito
e col cartoccio in man l'ospite inchina.
Di quanti giorni può tardar la fine,
Vecchio, de' giorni tuoi? Vedi superbi,
e come a danza andar lieti alla Morte