SECONDA E TERZA BATTAGLIA
15 febbraio - 24 marzo 1944
Charles Maui Hira, 28° Battaglione maori, e suo nipote Rapata Sullivan Hopuhopu, Waikato, Nuova Zelanda, ottobre 1939 - Wellington, 1946
Auckland, Nuova Zelanda, 15 maggio 2004 - Cassino, 18-21 maggio 2004
La chiamata del deserto E la chiamata di Point 209 Ci hanno convocati qui da lontano Nel sesto mese del calendario maori Nella sesta stagione Nel sesto cielo Il segno esteriormente visibile di una grazia spirituale interiore La canoa celestiale del 28° Battaglione maori Haere-ra, Haere-ra, Haere-ra Addio, Addio, Addio.
Addio a voi che avete deposto le vostre vite per i vostri fratelli Le sacre montagne della Grecia, di Creta, dell’Egitto e dell’Italia Continueranno a vegliarvi per sempre.
Il mio cuore crede che voi avete sgomberato il sentiero Per permettermi di stare su Point 209 e darvi l’addio. Haere-ra, Haere-ra, Haere-ra Giobbe disse: nulla portammo con noi in questo mondo, nulla portiamo via.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto.
Questo è il potere di Dio. Ancora vi vedo: voi figli del Dio della guerra Tumatauenga Il vostro popolo vi piange ancora, Il vostro popolo si affligge ancora per voi.
Voi siete caduti: noi domandiamo perché Ma rimpiangeremo sempre la vostra perdita. Haere-ra, Haere-ra, Haere-ra
Preghiera del reverendo Wiremu Te Tau Huata a Point 209, passo di Tebaga, Tunisia.
Aveva da poco compiuto ventun anni, Charles Maui Hira, l’età richiesta per arruolarsi nel 28° Battaglione, e non li aveva ancora superati quando il primo maggio del 1940 fu imbarcato nel porto di Wellington sull’Aquitania. Ma quando arrivò a Montecassino era quasi coetaneo di suo nipote Rapata che molti anni dopo stava raggiungendo in sua vece l’uscita del volo Auckland-Dubai, prima tappa del viaggio che lui, da soldato neozelandese, aveva percorso in quattro anni. Quattro anni: di cui i primi mesi su quella nave, in attesa di una meta che in mezzo agli oceani sembrava inarrivabile, senza contare che a lungo restò sospeso quale sarebbe stata la loro destinazione, salvo la certezza che stavano andando in guerra.
Rapata Ihipa Sullivan non si era mai spostato dalla Nuova Zelanda e così davanti al gate ripensava a suo nonno, provava a dirsi che le ventisette ore in aria che lo attendevano, se tutto andava liscio, in confronto erano nulla. Cercava in questo modo di dominare l’ansia di volare e la stanchezza. Aveva dormito male, preparato tutto di corsa, e forse avrebbe preferito non trovarsi lì. Ma Charles Maui Hira aveva prenotato quell’aereo - il migliore degli aerei, un volo Emirates con un solo scalo - mesi e mesi prima e aveva messo da parte i soldi per quel viaggio nell’arco di una vita.
Non era giusto che suo nonno si fosse spento così, di colpo, come un frigorifero o la radio che più volte lui stesso aveva riparato. Non era giusto che dovesse morire proprio quando era pronto per tornare in Italia. La medaglia che Rapata stringeva nella mano mentre aspettava di decollare, irrigidendosi nella poltrona araba famosa per essere più larga e confortevole delle altre, avrebbe dovuta mettersela lui, Charles Maui Hira, il giorno in cui sarebbe stata celebrata la sessantesima ricorrenza della battaglia. Invece l’aveva portata per l’ultima volta nella bara: per due giorni, prima che la chiudessero, prima che qualcuno con il diritto di toccarlo gliela levasse e la consegnasse a Rapata.
Suo padre era arrivato alla fine dell’ultimo giorno del funerale, raggiungendo Rapata nella marcie dove era esposta la salma di Charles Maui Hira. C’era stato traffico a Auckland, gli aveva detto. Aveva aggiunto di aver impiegato un’altra eternità a farsi strada in mezzo al villaggio tutto stipato nel luogo di ritrovo e di preghiera. «C’è pure qualche morehu» aveva commentato, «con tanto di patacche al petto.» Anche Rapata aveva visto i veterani. Era gente che non conosceva, solo le uniformi addosso a coloro che la vecchiaia aveva rinsecchito anziché imbolsito, gli avevano fatto capire chi fossero quei vecchi. Rapata non aveva risposto a suo padre, grato che per i kiri mate parlare era tapu.
Vietato parlare, vietato toccare il corpo, vietato mangiare per tutta la durata del rito funebre: ma vietato solo ai parenti stretti. Per tutti gli altri ridere e scherzare era lecito e persino benvenuto, quindi cosa ci si poteva aspettare da suo padre se non che si burlasse del morto e dei suoi compagni? Pareva già tanto che fosse arrivato. Rapata guardava sua madre vestita a lutto accanto al catafalco, la corona di kawakawa in testa, sua madre che da quando erano nella marae aveva pianto così tanto da poter ora osservare l’ex marito da occhi rossi ma severi e prosciugati. Suo padre si era trattenuto per il banchetto e si era ubriacato durante la veglia di po whakangahau, ma la mattina, quando dal cimitero erano andati a purificare con offerte e preghiere la casa di Charles Maui Hira, era sparito. Da allora, Rapata non l’aveva più rivisto. Non aveva quindi idea di come suo padre avesse fatto a sapere che adesso stava andando in Italia, e ancora si dava dell’idiota per aver risposto al telefono vedendo che era lui che lo cercava.
I soldi, questo era il problema, i soldi del nonno che Rapata spendeva per il viaggio, quando semmai sarebbe toccato al governo tirarli fuori, e a lui tenerli, giocarseli, andare a puttane, comprarsi una Harley, persino iscriversi a un master in economia o, se proprio non sapeva cosa farsene, darne un po’ a suo padre, suo padre che era un uomo pieno di mana degno di un autentico maori, non come il vecchio, che per aver servito la causa della Corona mezzo secolo prima e dall’altra parte del mondo si credeva ancora un eroe.
«Scordatelo» rispose Rapata ridendo amaro.
«Sei un cretino» disse suo padre e, rivolgendosi a quelli che Rapata suppose fossero i suoi amici, la bella compagnia di mezzi delinquenti o delinquenti veri a cui si accompagnava, lo sentì ripetere, la voce stentorea dei bevitori: «Mio figlio è un cretino, un leccaculo dei pakeha come suo nonno, un mezzo uomo, un kupapa». E li sentiva ridere, li sentiva riempire delle loro risate grasse e devote quella merda di pub dove si ritrovavano ogni sera.
«Okay, papà, hai fatto il tuo numero con i tuoi amici, adesso basta» disse, e riattaccò.
Da quando suo padre se n’era andato e soprattutto da quando aveva smesso di essere per Rapata un padre in cui credere, nonostante la giovinezza leggendaria come promessa degli Ali Blacks, nonostante gli anni di militanza nel movimento per i diritti dei maori, tutte cose passate prima che Rapata nascesse ma di cui continuava a gloriarsi e a parlare, Charles Maui Hira era diventato per lui il punto di riferimento cardinale. Era questo che suo padre, quando si ricordava di avere un figlio, non sopportava: che Rapata avesse preferito quell’uomo, che in giacche di tweed e capelli impomatati era rimasto nel suo villaggio nativo sul Waikato, a lui che, partito alla conquista della città, esibiva l’orgoglio del moko inciso sulla schiena, sul petto, sulle gambe, sulle natiche. E Rapata, da parte sua, proprio questo non gli perdonava: di aver scoperto che tutto quello che pareva autentico, virile, segno del mana di un guerriero, come quei disegni fusi con il suo corpo massiccio, era in realtà falso e inconsistente come una bolla d’aria, come l’infinità di cazzate che suo padre continuava a sparare impressionando quelli che non lo conoscevano, perché quello, forse, era il suo unico talento, la sua unica qualità vera.
Kupapa. L’insulto era nato da quando dei maori si vendettero ai pakeha per combattere altri maori, ma non c’erano stati servi dei bianchi fra le tribù del Waikato che nel 1863 per due anni respinsero l’invasione dei soldati coloniali, e non ce ne fu quasi nessuno nel 1916 quando la regina Te Puea Herangi decretò che la gente della sua iwi non doveva andare in guerra per coloro che li avevano depredati delle terre ancestrali. E i Waikato seguirono la loro sovrana fino a quando i pakeha non li obbligarono con un decreto legge e chi vi si opponeva, veniva spedito con la forza nelle trincee delle Fiandre o ai Dardanelli. Ma nel 1939 Te Puea ammorbidì il divieto e chi voleva unirsi come volontario al 28° Battaglione fu lasciato andare. C’era chi partiva per miseria, chi per voglia di scappare, chi per vedere il mondo. Pochi, molto pochi fra le iwi del Waikato, scelsero di arruolarsi abbracciando l’ideale da cui il Battaglione maori era sorto. Non era stato facile per Sir Apirana Ngata, deputato del partito laburista, ottenere in parlamento la formazione di un’unità composta esclusivamente da maori, affinché combattendo a fianco dei pakeha, mischiando il loro sangue con quello dei pakeha, i maori potessero versare un tributo da riscuotere con il riconoscimento che fossero neozelandesi uguali agli altri. Pagare «il prezzo della cittadinanza», come Sir Ngata l’aveva chiamato: era con quell’intento che Charles Maui Hira si era presentato volontario e proprio perciò nel suo villaggio più di chiunque altro talvolta era stato chiamato kupapa.
Nonostante tutto il disprezzo per suo padre, quella parola a Rapata faceva male come un marchio, bruciava molto più di quando a diciott’anni si fece fare il moko sul braccio, o del commento di suo nonno la prima volta che lo vide scrutando il suo torso da poco adulto: «Va bene, Rapi, vedo che ai giorni nostri si usa così di nuovo. Però ricordati che anche ai tempi antichi i guerrieri più coraggiosi erano quelli che facevano conto sul loro mana interiore senza volerlo simulare con una corazza d’inchiostro. Noi eravamo guerrieri, lo riconobbe persino il maresciallo Rommel, e nessuno di noi era tatuato».
«D’accordo» aveva ribattuto Rapata, deluso e arrabbiato, pur sapendo che quella risposta se la doveva aspettare, «ma potresti almeno ammettere che il moko voi non l’avevate più perché i pakeha vi avevano inculcato che era una cosa da selvaggi e primitivi e voi non volevate più sembrare dei selvaggi e primitivi, voi volevate essere come i pakeha.» «Suppongo sia stato così. Ma noi abbiamo combattuto.» Aveva passato la vita, Charles Maui Hira, a voler dimostrare che loro erano stati guerrieri, non kupapa, non collaborazionisti. Ora, sospeso sul Pacifico, Rapata cominciava a chiedersi se anche per quello si era cresciuto il nipote con tanta dedizione: perché aveva bisogno di qualcuno del suo sangue che lo assolvesse, qualcuno che garantisse per lui presso le tombe degli antenati caduti contro i pakeha, qualcuno che andasse a trovare i suoi compagni morti, qualcuno a cui passare il testimone.
Pagare un biglietto aereo, anziché farselo offrire dallo Stato, evidentemente non bastava. Era più alto il prezzo della cittadinanza, era il prezzo del sacrificio non versato in sangue, un debito che tutte le privazioni, le rinunce e i risparmi degli anni dopo la guerra non erano bastati a pareggiare.
Sarà stato per effetto dell’aereo - l’aria condizionata, la cintura che lo legava alla poltrona, la presenza in quello accanto di un arabo che leggeva il «Financial Times» invadendo il suo spazio ogni volta che girava pagina -, ma Rapata, mentre volava verso l’Italia, si sentì svuotare, sprofondare nel senso della perdita del nonno come non gli era ancora successo. Al funerale l’avevano protetto la rabbia contro suo padre, la presenza di tutti quei morehu in uniforme che ricordavano Charles Maui Hira come lui voleva essere ricordato, e poi l’affetto delle persone che Rapata conosceva sin da quando era bambino, e l’accoglienza della stessa marae in cui aveva vissuto matrimoni, feste, pranzi speciali, e di cui persino l’odore di legno gli era famigliare.
Chiuse per un attimo gli occhi, anzi li strinse. Poi girò lo sguardo al finestrino dove non c’era nulla da fissare tranne il cielo.
Prima di finire in quel vuoto azzurro Rapata Sullivan non si era mai reso conto del dolore di Charles Maui Hira. Non perché suo nonno gli avesse nascosto i lati d’ombra dei suoi anni in guerra, ma perché li aveva presentati come secondari, come sostenibili di fronte alla gloria di quel passato, e a Rapata erano parsi un contrasto che rendeva ancora più esaltanti le imprese del 28° Battaglione. Del resto era un bambino.
Che cosa poteva capire, allora, se rimaneva un ragazzo ancora adesso, alla stessa età che aveva suo nonno quando aveva combattuto a Montecassino? «Abbiamo visto il mondo, Rapi» lo sentì ripetere, come aveva fatto tante volte, «abbiamo combattuto sul Monte Olimpo, alle Termopili, a Creta, in Egitto. Sai chi c’era a Creta? Il Minotauro, un mostro mezzo toro e mezzo uomo che si mangiava i bambini e le bambine che il re dell’isola, per tenerlo buono, gli consegnava in una specie di palazzo chiamato labirinto. Finché un giorno non arrivò un ragazzo più scaltro e coraggioso che lo uccise.» «Come lo uccise, koro? Con un fucile?» «No, non c’erano i fucili allora, era molto tempo fa, molti secoli prima che i maori arrivassero ad Aotearoa dalle isole vicine. Non so, con un pugnale, con una spada.» «Era prima di quando costruirono le piramidi in Egitto, tipo quella che c’è sulla tua foto in cucina?» «Può darsi, Rapi, non me lo sono mai chiesto. Ma tutti ci tenevano a spiegare che erano monumenti antichissimi e rappresentavano qualcosa di molto prezioso - la culla della civiltà - a noi selvaggi venuti dall’altra parte del mondo. Solo che a me, a dire il vero, era piaciuto di più il palazzo di Creta, perché dentro c’era una grande parete dipinta di delfini azzurri che mi facevano sentire a casa e mi mettevano anche un po’ di nostalgia.» «Quello del mostro, koro?» «No, quello del re padrone del Minotauro.» «Ma era cattivo! Chissenefrega che aveva un bel palazzo se era cattivo!» «Credo non fosse stato proprio quel re a far dipingere i delfini, ma qualcuno dopo di lui, un successore. Forse erano passati altri secoli. E poi sai, Rapi, probabilmente non erano del tutto storie vere: un po’ come le nostre, quelle in cui credevamo prima che i pakeha ci portassero Gesù.» «Come Tumatauenga che per avere spazio e luce vuole separare Rangi e Papa e ucciderli anche se sono i suoi genitori? Come Maui? Mi racconti la storia di Maui, koro?» «Un’altra volta. Ti ho già detto che la nostra prima azione era stata sul Monte Olimpo dove gli antichi greci credevano abitassero i loro dei: il dio del cielo, il dio della guerra, del fuoco, persino quello del mare. E credevano pure che, quando andavano a combattere, gli dei li stessero a guardare da lassù e intervenissero in favore degli uni o degli altri. Invece noi salendo abbiamo trovato solo mine e filo spinato e tedeschi.»
«E ne avete ammazzati molti?»
«No, non un granché. Era solo l’inizio, Rapata. La sera all’accampamento il maggiore Dyer, che era l’unico pakeha fra i nostri comandanti, si mise a raccontarci queste storie. Dopo la guerra sarebbe diventato insegnante, era evidente che ci teneva. Ma eravamo troppo stanchi, troppo eccitati di essere finalmente arrivati al fronte. Facevamo domande stupide, scherzose, che lo irritavano. Com’è, maggiore, che questi pakeha d’altri tempi dovevano ammassare i loro dei in cima a una montagna nemmeno altissima, tutti quanti insieme? A noi pareva ridicolo, o perlomeno strano. Eravamo una combriccola un po’ indisciplinata, ma eravamo affiatati: cosa molto importante per il morale di una compagnia, e il maggiore Dyer lo riconosceva. Ci fu un ragazzo, questo me lo ricordo, uno di quelli che quando si era arruolato poteva avere al massimo sedici anni e come al solito fecero finta di credere ne avesse ventuno, che gli chiese: “Anche gli antichi greci pensavano di discendere da Tumatauenga, o come si chiamava il loro dio della guerra?’
Il maggiore Dyer rispose: “No’ e poi si mise a pensare. “Non lo so se i greci avessero un’idea precisa da chi discendevano’ disse alla fine. “E saremmo noi i selvaggi, eh maggiore?’ gridò qualcuno, al buio non si capiva chi fosse stato. Ma il comandante, ancora tutto assorto, non ci fece caso. “Però vi posso dire che anche loro credevano che la guerra fosse il padre di tutte le cose.’ Non so se ci fosse ancora qualcuno oltre a me che lo ascoltava, e forse anch’io mi sarei scordato quelle parole se il maggiore Dyer non le avesse ripetute a Creta, dove i tedeschi ci piovvero dal cielo, con il paracadute. Contr astammo l’invasione con tutte le nostre forze, ma fummo costretti a ritirarci e subimmo grosse perdite. Fu allora che il maggiore disse di nuovo che la guerra era il padre di tutte le cose per i greci, che si chiamavano “mortali fra di loro. E’ stata la prima volta che un compagno mi è morto proprio vicino.»
«Com’è morto, nonno? Ha sputato sangue?»
«Lasciamo perdere, bambino, queste non sono cose che ti riguardano. Per oggi basta, si va a dormire.»
Come aveva fatto, si chiedeva Rapata, a non accorgersi, anche quando era ormai più grande, che suo nonno finiva sempre i suoi racconti lì, nell’ombra, e subito dopo si ritirava. Che persino i ricordi più gloriosi erano oscurati da quell’ombra? Come aveva fatto a non rendersi conto che c’erano cose che gli aveva detto, sì, ma di cui non parlava? La prigionia, per esempio, anche se a scuola aveva imparato che proprio nel campo E 535 di Milowitz i prigionieri kiwi producevano un giornale, il «Tiki Times», di cui la Nuova Zelanda ancora si vantava. Tutto lambiva l’ombra: il Minotauro che divorava i ragazzini, gli dei schierati sull’Olimpo come capricciosi ed eterni comandanti di eserciti rivali. O quando raccontava delle Termopili dove gli spartani avevano fermato l’avanzata dell’immenso esercito persiano, commentando che trecento era lo stesso numero dei soldati maori caduti in Italia.
«Noi eravamo così, Rapata, eravamo molto più uniti dei pakeha, davamo la vita l’uno per l’altro senza pensarci, e chi ci aveva prescelto come avanguardia per l’attacco di Montecassino lo sapeva.» Palle, pensò Rapata, gli occhi persi nel vuoto azzurro, con una veemenza che lo stupiva. La verità era che a Montecassino si erano battuti invano, non ottenendo nemmeno una sconfitta che contribuisse a una vittoria. La verità era che a sferrare la seconda offensiva chi fu mandato, guarda caso? I maori e gli indiani, soprattutto. Fra i quali i gurkha nepalesi, anche loro tanto valorosi, stando a Charles Maui Hira. Serviva a questo aver dominato per secoli su mezzo mondo con l’impero: mandare avanti a farsi massacrare il buon soldato indigeno. Ma nei filmati della BBC che aveva guardato in rete, a Rapata non era mai capitato di veder intervistato un solo reduce che fosse di colore. Il prezzo della cittadinanza pagato dai maori era stato più alto del sessanta per cento di quello dei pakeha.
Con questo che cosa avevano ottenuto? Soltanto targhe e monumenti e che se ne parlasse nelle marne e nelle scuole ogni venticinque aprile, l’ANZAC Day, quando vengono commemorati i caduti di tutte le guerre. E che oltre la metà di coloro che finivano nell’esercito neozelandese continuassero a essere maori. Questo abbiamo ottenuto, koro, il privilegio di crepare per primi e in quantità maggiore. Salute, koro, kia ora, cheers!
Avevano servito la cena e Rapata, seguendo l’esempio del suo vicino arabo, si era fatto dare anche un whisky che offrivano gratis, lui che per spregio a suo padre e per obbedienza al nonno di solito beveva solo qualche birra. Ma ora, dopo aver divorato un petto di pollo con riso speziato e carote, alzò il bicchiere in un brindisi e se lo scolò d’un fiato, lasciando che l’alcol a cui non era abituato gli bruciasse dalla gola sino agli occhi.
Mentre preparava la partenza, Rapata si era sentito in dovere di rinfrescare le sue conoscenze, ma adesso le parole lette nei libri sul 28° Battaglione e su Montecassino che portava nello zaino, sembravano portarsi dentro il rischio di cancellare i racconti di Charles Maui Hira.
La verità era che Rapata aveva paura: paura che, una volta arrivato a Montecassino, avrebbe bruciato tutto quello che suo nonno era stato per lui.
Forse avrebbe dovuto fare di testa sua, non andare a sorbirsi i discorsi e le preghiere, usare i soldi avanzati per cercare quel che restava della miniera in Polonia dove il nonno aveva trascorso la prigionia, luogo di cui Rapata non sapeva nulla tranne che la valuta di scambio più preziosa si chiamava «papiroski». «Sigarette» gli aveva spiegato, ma solo per dirgli che conosceva già quella parola avendola sentita in Libia, dove insieme ai polacchi avevano sconfitto l‘Afrika Korps di Rommel nell’assedio di Tobruk.
Sì, forse Rapata avrebbe dovuto decidere il contrario di quel che avrebbe fatto Charles Maui Hira. Anziché presenziare alla glorificazione ufficiale, seguire l’ombra. Tradire la sua memoria, ma per salvarlo.
Forse suo padre non aveva torto: lui, Rapata Ihipa Sullivan, era davvero un mezzo uomo, un uomo diviso a metà, metà figlio di un padre prima ribelle e poi solo rabbioso che gli aveva affibbiato nomi maori pur crescendolo alla periferia di Auckland, e metà figlio di un nonno che tenendolo con sé al villaggio nativo lo aveva costretto a studiare, a tenere in ordine la camera e a parlare un inglese non troppo ibridato, punendolo con una calma implacabile ogni volta che trasgrediva la legge della sua disciplina.
Avrà avuto circa dodici anni la volta in cui, la mattina di un giorno di scuola, era andato a pescare con gli amici rientrando molto tardi. «Se fai ancora una cosa del genere» era stata l’accoglienza di Charles Maui Hira, «se credi davvero di poter scambiare il tuo dovere con il tuo divertimento, sono costretto a mandarti da tua madre a Auckland.» E non ne avevano più parlato. Né quella sera, né dopo.
Ricordava ancora gli insulti che gli aveva tirato a bocca chiusa.
Possibile che suo nonno fosse incapace di capire che per una volta, una volta sola, non aveva voluto dire di no ai suoi amici? Eppure Rapata Sullivan era l’unico fra i suoi compagni, sia del villaggio sul Waikato, sia del quartiere a Auckland, che si fosse laureato, e quasi l’unico ad aver messo piede in un’università, e chi aveva continuato a sbeffeggiarlo per aver scelto sociologia con indirizzo «studi postcoloniali» non era stato suo nonno, ma suo padre.
L’arabo nel sedile accanto dormiva con la bocca spalancata e con la testa che pencolava dalla parte di Rapata, nell’abitacolo erano rimaste accese solo le piccole luci di chi leggeva. Ora che era tornato con il pensiero a se stesso, allontanandosi dal mistero del soldato semplice Charles Maui Hira, anche a Rapata venne sonno. Avrebbe cercato di dormire fino all’arrivo e il giorno dopo, nella tratta da Dubai a Roma, avrebbe avuto tutto il tempo per riprendere le sue letture, se lo avesse veramente desiderato.
Corsia 41 nz mob. ccs, 10 marzo 1944
Al Tenente Colonnello R.R.C. Young, Ufficiali, Sottufficiali e Uomini del 28° Battaglione maori.
Ho ricevuto con orgoglio la vostra missiva. Sarà sempre uno dei miei beni più preziosi. Future battaglie stanno dinnanzi a voi, però le mie sono finite e mai più potrò condividere la pianificazione delle vostre battaglie e sarà compito altrui aiutarvi nelle vostre imprese. Ma ancora, a distanza, mi glorierò delle vostre azioni e piangerò le vostre perdite.
So che per sempre ricorderete che nelle mani di ciascuno di voi riposa la fama del vostro grande battaglione e l’onore del vostro popolo. E stato uno dei privilegi di cui più vado fiero aver avuto il Battaglione maori sotto il mio comando in tanti combattimenti. Ora è arrivato il momento di lasciarsi. Ringrazio voi, e anche coloro che hanno servito prima di voi, e vi auguro ogni bene. Vi ringrazio con tutto il cuore.
Howard K. Kippenberger General-maggiore
Trovando quella lettera, Rapata si commosse. Aveva aperto a caso il volume sul Battaglione maori, o meglio le pagine avevano obbedito al segnalibro inserito chissà quando da suo nonno. Gli restavano quasi due ore di scalo all’aeroporto di Dubai e non sapeva cosa farsene. Aveva fiancheggiato chilometri e chilometri di Duty Free, si era comprato una Coca-Cola incredibilmente cara e si era sistemato all’estremità di un viale formato da una doppia fila di palme, non si capiva se vere o finte, comunque quasi alte fino al soffitto. Per un attimo provò a immaginare che cosa avrebbe fatto, se fosse arrivato all’aeroporto di Dubai, Charles Maui Hira. Niente, concluse, avrebbe solo cercato di trovare il gate dal quale doveva ripartire e si sarebbe messo nelle vicinanze ad aspettare, ignorando tutto e tutti, cosa che invece a Rapata non riusciva.
Forse lo sfarzo di quell’enorme alveare di vetro e acciaio satinato, era tra le cause per cui la lettera dell’alto comandante neozelandese lo aveva così turbato. L’aveva scritta un uomo incappato in una mina che gli aveva troncato un piede e spappolato l’altro, questo durante un normale giro di osservazione. Il luogo dove Rapata si trovava non c’entrava un bel niente con lui e suo nonno, e nemmeno con Howard Kippenberger, per quanto fosse bianco e general-maggiore. Era un luogo per sceicchi grassi con codazzo di mogli e bambini scalmanati, come per signore bionde su tacchi altissimi che almeno in parte dovevano essere puttane, un luogo per far transitare uomini di ogni colore ma tutti uniformati di abito grigio, cravatta, laptop e ventiquattrore. Rapata ebbe all’improvviso una certezza: era per far nascere ed espandere luoghi come quello che avevano imbarcato migliaia di soldati maori, di cui trecento caduti nel paese che era la sua destinazione, e che un generale di origine tedesca aveva perso i piedi su una mina tedesca. Era per quei luoghi. Luoghi di scambio, luoghi di pace, di pace fondata sugli scambi di merce e di denari, di pace mondiale. Si mise a leggere, con ostinazione. Poi sul volo per Roma fu preso subito da quel sonno che sembra uno svenimento causato dal balzo di pressione, e quando si svegliò vide che stavano per proiettare il film Master and Commander con Russell Crowe, che dopo Il gladiatore era assurto a idolo della nazione, e anche se si annoiava con quella storia in costume di un capitano di marina all’epoca delle guerre di Napoleone, se lo guardò tutto, pensando che le iguane delle Galapagos non erano male.
Questa era la condizione in cui Rapata Sullivan arrivò a Roma-Fiumicino: spossato, alla deriva, docilmente disposto a fare tutto quello che doveva fare, a partire dal cercare il treno per la stazione Termini e di lì per Cassino.
Quel che vide dai finestrini del treno, gli sembrò quasi familiare. Le montagne, i greggi di pecore. Le strade con macchine normali, con pompe di benzina. I silos. I ragazzi che mangiavano patatine e tenevano nelle orecchie iPod e mp3 come Rapata quando tornava al villaggio a trovare il nonno. Lui però prendeva un pullman e ci metteva quasi cinque ore. Qui invece studenti e pendolari prendevano treni che somigliavano ai loro pullman, qui tutto era più stretto, i monti meno alti, il trancio di pizza mangiato nella piazza della stazione di Cassino più sottile, ma uguale il modo di mettertelo sul vassoio e di darti la Coca-Cola alla spina nel bicchiere di carta rosso. Poi, certo: aveva detto «this» indicando col dito la pizza che voleva e aveva detto «coke» a un ragazzo che pur rispondendogli «okay» non sembrava saper dire altro, e anche i soldi li aveva cercati guardando il prezzo sull’immagine luminosa del «Menù». Ma era lo stesso tutto facile, facile come in un sogno, e sentirsi intorno una lingua sconosciuta non bastava a farlo sembrar reale. «Hotel Eden?» Prima ancora che i gestori del fast-food potessero cercare qualcuno che parlasse inglese, da uno dei tavoli di plastica vicini si alzò una ragazza e disse: «I show you».
Studentessa di lingue all’Università di Cassino, veniva da Caserta, aveva un po’ di brufoli, l’accento come quelli dei camerieri delle pizzerie a casa, un sedere abbastanza largo fasciato da blue jeans.
«You American?»
«No, New Zealand.»
«Ah. You see Lord of the Rings?»
«Yes, but I live in Auckland, big city.»
L’aveva accompagnato fuori dalla porta dicendo «straight» e «third Street to the left» ed era tornata dentro dalle sue amiche con un’espressione vittoriosa sulla faccia.
In albergo, prima ancora che aprisse bocca, l’avevano ricevuto con «Welcome, sir. I hope you had a pleasant journey» e l’avevano accompagnato in camera. Aveva una vista perfetta sull’abbazia, come gli fu mostrato insieme alla cassetta di sicurezza nell’armadio. La giornata era tersa, persino calda. Le mura chiare sembravano riverberare la luce assorbita dal cielo azzurro, intatte, più che intatte là sopra il monte ricoperto d’erba.
Rapata andò in bagno, si tolse scarpe e pantaloni, si buttò sul letto.
L’abbazia continuava a guardarlo dalla finestra, bella e luminosa, come fosse sempre stata lì. Rapata era arrivato a Montecassino e Charles Maui Hira non c’era più. L’abbazia rinata gli disse che le cose possono risorgere, gli uomini no: nemmeno gli uomini sopravvissuti a guerra e distruzione. Era tentato di pronunciare qualche improperio all’indirizzo dell’abbazia, ma non lo fece. Chiuse le imposte e si mise a dormire fino a sera.
Sotto l’occhio dell’abbazia
Amici italiani, attenzione! Abbiamo sinora cercato in tutti i modi di evitare il bombardamento del monastero di Montecassino. I tedeschi hanno saputo trarre vantaggio da ciò. Ma ora il combattimento si è ancora più stretto attorno al Sacro Recinto. E’ venuto il tempo in cui a malincuore siamo costretti a puntare le nostre armi contro il Monastero stesso.
Vi avvertiamo perché abbiate la possibilità di porvi in salvo. Il nostro avvertimento è urgente: lasciate il Monastero. Andatevene subito.
Rispettate questo avviso. Esso è stato fatto a vostro vantaggio.
la quinta armata
Caddero dal cielo, sparati dai cannoni alleati, presero di mira l’abbazia, ma atterrarono fuori dalle sue mura, erano avvolti in proiettili di granate che esplodendo li liberavano come i biglietti dei Baci Perugina di cui l’Italia autarchica, quando ancora esisteva, andava fiera. Era il 14 febbraio 1944, giorno di San Valentino. Lo sapevano i monaci benedettini che inclusero nelle loro preghiere il santo del giorno, il vescovo martire decapitato sulla via Flaminia più di un millennio prima. Lo ricordavano i soldati americani che erano arroccati su uno sperone e speravano che i britannici arrivassero a dargli il cambio prima di finire con i piedi congelati o una scheggia in testa, o tutt’e due. Lo sapevano gli inglesi, scozzesi, irlandesi e neozelandesi che negli accampamenti ammazzavano il tempo che precede la battaglia scrivendo lettere a mogli e fidanzate, facendo battute a chi scriveva lettere a mogli e fidanzate, degenerando in oscenità, bevute, liti, cose che precipitavano in tristezza, solitudine, nostalgia.
Solitudine misurata sino in fondo nel momento delle scuse, quando ti accorgi che quello stronzo al tuo fianco che insinua dubbi sulla fedeltà della ragazza a cui stai mandando baci e promesse di tornare sano e salvo per riabbracciarla, quel semianalfabeta con cui a casa non avresti mai avuto l’occasione di scambiare due parole, è la persona che da mesi ti è più vicina, quella col cui odore nel naso ti svegli e ti addormenti, e nel caso in cui le promesse non riuscissi a mantenerle, l’ultima che vedrai.
«Dai, prendi un po’ di questo vino ché qui abbiamo solo questo per farci compagnia. Mi spiace. Sul serio.»
«Fa schifo. Fa schifo il tempo, l’equipaggiamento che è troppo leggero, persino il vino è così acido che più lo bevi, più ti torna su. Hai mai pensato che non ci crederà nessuno quando racconteremo come era fatta “sunny Italy’?»
«No, non ci penso. Cerco di non pensarci, di non pensare mai più in là del giorno dopo e anche così l’attesa mi sta facendo impazzire. Tu manderesti un po’ di cose a una persona, mia moglie, se io non ce la facessi e tu sì?»
«Così sei sposato?»
«Da quattro anni. Abbiamo una bambina. Deidre. Se non ho perso i conti, ne ha compiuti due.»
«Certo. Sai che ti dico: ci vado io, ci vado di persona.» «A Belfast? Da Bristol? No, lascia stare.»
«Ci vado. Promesso.»
«Tu prometti troppo. E noi delle promesse di voi inglesi abbiamo imparato a non fidarci mai. Era una battuta, capito? Per dire: grazie.»
«E adesso posso finire di scrivere questa lettera?»
«Senti: io bevo, tu fai quel che vuoi.»
Non potevano saperne nulla i soldati della 4a Divisione indiana, i sepoy e naik dei Battaglioni Punjab e Rajputana e i gurkha nepalesi che da alcuni giorni erano stati fatti avanzare verso la montagna per sferrare un nuovo attacco all’abbazia, e i loro ufficiali bianchi, come pure i soldati del Royal Sussex, avevano scordato che giorno era, fra la neve, il fuoco e i sentieri accidentati con strapiombi e crepacci che ingoiavano uomini e muli.
Non lo sapevano gli sfollati che erano stati accolti nell’abbazia e poi erano stati ricacciati nelle grotte sulla montagna quando la zona di protezione non sembrava più sicura, e lì dentro avevano ricominciato a morire di freddo e febbri, di fame e sete e di paura, una paura incessante per l’incessante martellamento dell’artiglieria che li rinchiudeva al loro interno o li ammazzava appena qualcuno usciva fuori a cercare un po’ di cibo e di acqua per sopravvivere. La Valle del Liri, la loro valle giù in fondo era diventata lontanissima, lontana più della capitale dove alcuni, un tempo, erano stati portati a vedere il Duce in cima all’Altare della Patria. Tutto era diventato lontanissimo, lo spazio e il tempo, per gli abitanti delle grotte. Forse avevano parenti scappati sul monte opposto, il Monte Trocchio, dove c’era il quartier generale americano, parenti che mangiavano cioccolata americana e non più italiana, e se fino a poco prima pensavano di poterli compatire perché loro avevano la protezione di un tetto e di un santo, di tutto questo ormai si era persa ogni nozione nella notte dei tempi delle grotte.
Adesso tutto si era rovesciato, e loro erano tornati a un tempo in cui non esistevano né tetti sopra la testa né mani di santi e invece continuavano a esserci mine, filo spinato, proiettili vaganti. E quando ai primi di febbraio l’artiglieria cominciò a bombardare così forte che pensavano che alla fine sarebbero rimasti sepolti vivi, corsero fuori dalle grotte e si fecero riaccogliere dai monaci con le preghiere e persino con le minacce. Tutto era diventato lontanissimo, nel tempo e nello spazio, tutto tranne l’abbazia.
Erano rientrati da una decina di giorni nella casa del santo, ma dentro le sue mura continuavano a morire: non più di sete o fame, ma di una febbre che forse si erano portati dietro e che finì per contagiare anche il monaco che li curava, don Eusebio, che era tra i più giovani e quindi aveva preso a dividersi fra le preghiere e gli infermi e i sotterranei della falegnameria dove fabbricava delle bare elementari. Ora et labora.
La regola del santo in tempo di guerra: un tempo per i vivi, un tempo per i morti e un tempo sempre più sfinito, celebrato più in memoria che in gloria di Dio e di suo figlio morto in croce come uomo. Molti decenni dopo non i medici, ma gli storici stabilirono che era stato tifo quell’epidemia. Il 13 febbraio, durante una bufera di neve che congelava i soldati trincerati fuori dal perimetro o in marcia verso le posizioni più avanzate, don Eusebio rese l’anima. Morto il monaco infermiere, i padri benedettini rimasero in cinque con l’abate. Il giorno dopo, il tempo era sereno, il cielo limpido.
Tutti videro una speranza nel cielo azzurro luminoso del 14 febbraio: i soldati di potersi asciugare almeno quel tanto che bastava per evitare la polmonite o non riuscire più ad alzarsi in piedi, i rifugiati di poter uscire, cercare qualche tedesco per qualche scambio visto che cibo e acqua cominciavano a mancare anche nell’abbazia, i monaci di poter dare sepoltura degna di un cristiano almeno a don Eusebio adagiato in una bara fatta con le sue mani. Ora et labora. Mentre si preparavano ad andare in corteo verso una cappella appena fuori le mura, rientrò un ragazzo che al posto dei viveri tedeschi teneva in mano il volantino alleato.
L’incertezza creata da quel messaggio sparato giù dal cielo seminò il panico nella gente ammassata dentro la fortezza, fortezza di cui non sapeva più se era riparo o prigionia, e non sapeva se scappare o restare, se dare credito a quell’annuncio o pensare fosse un inganno per indurre i tedeschi a ritirarsi, e non sapeva se i monaci che vollero convincerli a cercare scampo altrove non cercassero piuttosto di levarsi di torno le loro bocche affamate e membra infette. Il panico li rese abulici, abitanti delle grotte rintanati nei vari angoli della casa di San Benedetto, topi immobili davanti al serpente. L’abate aveva contattato un ufficiale tedesco che era entrato, aveva visto il foglio nemico, aveva categoricamente dissuaso i civili di metter piede fuori nel campo di battaglia, aveva promesso di adoperarsi per un sentiero libero e protetto, se ne era andato. I monaci decisero di restare, e se i monaci restavano, restavano attaccati a loro anche gli sfollati. Era un misto di furbizia e fede - se quelli restano vuol dire che anche noi siamo al sicuro -, fede travestita da furbizia, e a poco valse il ragionamento che quella manciata di monaci più qualche inserviente fossero gli ultimi che si assunsero il dovere di non abbandonare la casa e le sante spoglie del loro fondatore. Nell’immobilità, per non essere respinti nelle grotte, cercarono di compiere un salto temporale verso un qualcosa di somigliante al futuro, il massimo di cui erano capaci, e che li fece balzare dall’età della pietra al medioevo: l’istinto di ripararsi presso la nobiltà o il clero quando calavano gli eserciti stranieri. Intanto il tempo presente procedeva, i monaci fecero i funerali di don Eusebio, rientrarono, recitarono i vespera, l’ufficiale tedesco non tornava, il cielo era rimasto limpido ma diventato scuro e fuori le mura i soldati riprendevano a spararsi. Ma il cielo non è mai lo stesso cielo, indipendentemente da chi lo guardi. Il cielo del 14 febbraio, il cielo finalmente azzurro, sereno e senz’ombra di una nuvola, era diverso per i comandanti delle armate, che potevano osservarlo ritti in piedi scrutandolo fino all’orizzonte e confrontarlo con i bollettini meteorologici, e per chi lo vide da una grotta, da un riparo di pietre messo insieme nel punto meno scosceso di un costone, da un bunker scavato ai piedi dell’abbazia o da dentro il suo cortile, dove piano, con cautela, soldati, monaci e rifugiati cacciarono fuori la testa come uomini-tartaruga per guardarlo.
Il cielo non è mai lo stesso cielo, indipendentemente da chi lo guardi. Quel che vide il generale Freyberg, era un cielo non destinato a durare. Avrebbe ricominciato a piovere non più tardi di due giorni dopo, perciò il bombardamento andava anticipato. Era stato lui, da poco nominato a capo del nuovo Corpo d’Armata neozelandese e quindi responsabile delle operazioni intorno a Montecassino, a chiedere che venisse abbattuta l’abbazia. Il generale Clark era contrario. Ma la 36a Divisione era affogata nel fiume Rapido e la 34a Divisione «Red Bull» si era inerpicata sulla montagna dove aveva perso oltre la metà degli uomini, ed era ancora impossibile contare quanti soldati non sarebbero mai più scesi da lassù.
Due divisioni statunitensi ridotte a brandelli in un’unica battaglia, su un fronte secondario. Le difficoltà ad Anzio, l’invasione prevista sulle coste della Francia, Montgomery richiamato poco prima di Natale e da meno di un mese nominato comandante operativo del futuro sbarco. Il generale Clark, cui aveva lasciato la campagna d’Italia dopo averla definita «colazione per cani», era un generale di seconda scelta a capo di un’armata messa insieme come capita, e se adesso le forze disponibili erano il Contingente neozelandese e la Divisione indiana, poteva solo prendere atto della realtà.
Però la realtà non era tutto. Oltre la realtà, sopra la realtà come gli stormi di bombardieri invocati sul cielo di Cassino, spioveva la luce bianca e nera della propaganda, e lui che aveva creato un proprio ufficio stampa incaricato di sorvegliare che i giornali scrivessero sempre delle imprese militari come «compiute dalla V armata del generale Mark W. Clark», questo 1 aveva capito più degli altri. Sapeva che l’avrebbero fatto passare come un barbaro arrivato per distruggere il patrimonio artistico e spirituale dell’Europa, proprio lui che vagheggiava di liberare la capitale di questa nazione ridotta a un osso per randagi, perché la sola gloria che poteva ricavarne era l’entrata a Roma, caput mundi, così vicina e inarrivabile dietro l’abbazia. Se avessero raso al suolo quel luogo sacro, la grande nuvolaglia delle sue macerie vi sarebbe arrivata molto prima del primo soldato della sua armata, anzi avrebbe, più veloce dell’aviazione alleata, fatto il giro del mondo sulle ali della propaganda, e come un’onda d’urto sarebbe ricaduta su di lui. Che fossero almeno altri ad assumersi la parte dei barbari invasori, il generale Tuker, per esempio, che era al comando degli indiani fino a quando il ritorno di una febbre tropicale non lo costrinse a letto, o appunto Freyberg, venuto da quelle isole remote dove le pecore erano, sono e probabilmente saranno sempre più numerose degli esseri umani. Che insistessero loro, questi vecchi arnesi racimolati alle periferie di un vecchio impero, con Sir Harold Rupert Leofric George Alexander, che ovviamente era nobile come lo erano gran parte dei generali britannici, nobili di sangue o nobili per concessione della regina, a cui bastava una discreta vittoria militare per invitarli al suo cospetto col capo da inchinare e le spalle da segnare con la spada. Che ci pensassero loro: questi signori a cui la guerra sembrava ancora la continuazione di una partita di cricket con altri mezzi. Non avrebbero mai capito che non ci si misurava più con i loro pari grado nel campo avv ersario, non con Frido von Senger und Etterlin, non con Heinrich von Vietinghoff e tutto il resto degli alti ufficiali che per spirito di casta e fedeltà di patria continuavano a servire Führer, Reich e Vaterland: perché era cominciata un’epoca nuova, un’epoca di gente nuova come lui o come il ministro per l’Istruzione popolare e la propaganda, il piccolo plebeo sciancato Goebbels che aveva più potere di tutti quanti, malgrado non disponesse di nemmeno un uomo armato da mandare in campo, e aveva più potere perché non pensava in termini di uomini, ma in termini di masse, e perché non calcolava le perdite, ma teneva conto del guadagno.
Il generale Freyberg, il barone Sir Bernard Cyril Freyberg, ferito nove volte durante la Grande Guerra, no, non l’avrebbe mai capito. Il generale Freyberg parlando con il brigadiere Kippenberger aveva il problema delle pecore in Nuova Zelanda: il problema degli uomini da riportare a casa in numero sufficiente da potersi occupare delle loro greggi. Kippenberger che era cresciuto in una farm ne sapeva certo qualcosa. E tutti e due sapevano di che cosa era capace la terra dalla quale provenivano i loro avi quando si trattava di fagocitare i suoi soldati e i soldati giunti da ogni continente, ingoiarli senza farli avanzare, senza farli uscire dal fango delle trincee, anche se allora, sulla Somme, dove Freyberg si era guadagnato la Victoria Cross, la più alta onorificenza militare, e Kippenberger un braccio lacerato, non c’erano perlomeno di mezzo le montagne. Per loro l’Europa era questa: era Verdun e Ypres, erano i Dardanelli e Passchendaele, la Marna e la Somme e anche l’Isonzo, i fiumi che continuavano a scorrere mentre, fermi lungo le loro rive, gli uomini continuavano a crepare, e non Roma, non l’abbazia di Montecassino e tutte le altre scenografie storico-artistiche che Clark, tipico yankee in cerca di avanzamento culturale, sembrava trovare tanto suggestive. Loro c’erano stati, loro ne erano usciti, erano usciti vivi e tornati in patria come eroi, il che, tra le altre cose, significava non riuscire mai più a rientrare in una vita fatta di pecore e figli da allevare. Le medaglie che si erano guadagnati, le medaglie che dovevano essere portate sulle alte uniformi nell’ANZAC Day e in ogni altra celebrazione ufficiale, pesavano, no, non pesavano veramente, ma nel momento di appuntarsele trasmettevano alle mani il freddo del metallo, un freddo eterno che sarebbe sopravvissuto anche a loro. E loro dovevano renderne conto, rendere conto al metallo delle loro vite decorate e risparmiate, e quando si radunavano intorno ai monumenti dovevano ostentare quelle medaglie a testa alta e petto in fuori: in faccia ai caduti commemorati.
Altrimenti, se non restavano a visitarli uomini come loro, eroi di guerra come loro, di quei soldati sepolti con un’incisione dentro il marmo sarebbero presto rimasti solo una data e un nome. Altrimenti sarebbe stato vano il sacrificio dei loro compatrioti, non sarebbe più stato sacrificio, ma solo carne che il metallo aveva dilaniato, carne marcita in un paese troppo lontano, a volte insepolta, a volte inidentificata, e questo una nazione come la loro, così come qualsiasi altra nazione, fosse piccola o grande, sconfitta o vittoriosa, non l’avrebbe sopportato.
Questo era quanto sapevano il generale Freyberg e il general-maggiore Kippenberger scrutando le carte e il cielo del 14 febbraio. Forse Clark aveva qualche ragione a sostenere che, ridotta in rovine, l’abbazia sarebbe stata ancora più efficace come roccaforte del nemico, ma intanto era passato un mese dal primo assalto disastroso, era passato un mese e le truppe sbarcate ad Anzio si trovavano in difficoltà, era passato un mese e l’inverno era sempre freddo e piovoso, destinato a durare per almeno un altro mese ancora. Che cosa potevano dunque tentare perché la loro offensiva non finisse per trascinarsi inevitabilmente nella più stupida, sporca, infinita e imprevedibile guerra di fanteria? Una carneficina che avevano già visto e, che dal vecchio continente fino alla Nuova Zelanda, il mondo si aspettava di non rivedere mai più. Loro c’erano stati, loro l’avevano combattuta, e c’era stato pure Clark, nonché tutti quelli che oggi nella Wehrmacht erano generali. Mancava soltanto Goebbels, lo storpio, il dottore, e loro adesso avrebbero dovuto temere le immagini proiettate da un civile menomato più del fuoco che consumava la vita e il morale dei loro soldati? Gli uomini, i ragazzi, si sentivano schiacciati dall’occhio dell’abbazia, esposti in ogni azione e movimento, e loro non dovevano far nulla per piegare quella minaccia incombente e immacolata? E poi che cos’era tutta quella ipocrisia, come se qualcuno avesse più di tanto protestato quando prima i britannici, poi gli americani e infine i tedeschi avevano bombardato Napoli, più antica di vari secoli di Roma, riducendo in macerie una parte della basilica gotica di Santa Chiara e tanti tesori d’arte secolari, distruggendo diecimila palazzi e quasi altrettante vite umane? Persino Roma era stata bombardata, persino le finestre della cupola di San Pietro in Vaticano, capolavoro di Michelangelo, erano andate in frantumi grazie al carico esplosivo di un solo aeroplano. Che cos’aveva di più santo l’abbazia di San Benedetto rispetto a San Lorenzo e Santa Chia ra? Che cosa rendeva più preziosi quella dozzina di monaci e un imprecisato numero di rifugiati? La propaganda, tutto qui. La propaganda che si era data tanta pena per documentare il trasporto organizzato dalla Wehrmacht dei codices e altri libri e tesori d’arte a Castel Sant’Angelo, mentre si era ben guardata dal filmare la stessa Wehrmacht quando a Napoli appiccava un incendio di rappresaglia alla Biblioteca Nazionale e non aveva il coraggio di far vedere tutta la devastazione delle città tedesche su cui si erano abbattute a tappeto le tempeste di fuoco alleate, le piogge di bombe perforanti e incendiarie, capaci di generare fiamme più alte delle più alte case. Il duomo di Colonia risparmiato apposta in mezzo a un campo di macerie, questo a testimonianza di quanto il nemico fosse vigliacco e crudele, era stato mostrato, e non uno dei cinquantamila corpi carbonizzati, mummificati, fusi nell’asfalto liquefatto ad Amburgo nel luglio dell’anno appena passato. Piangere le pietre al posto degli uomini, questo imponeva la propaganda.
La propaganda è come un sudario che copre tutto, prima ancora che accada.
Uomini e pietre, dubbi e verità, gli attriti e le casualità nella catena di comando con cui si è arrivati alla decisione. Se il generale Tuker non si fosse ammalato, se il generale Tuker, già febbricitante, non avesse avuto l’idea di mandare un suo ufficiale a rovistare nelle biblioteche e nelle librerie antiquarie napoletane. Se l’ufficiale non fosse tornato indietro con un libro del 1887 intitolato Descrizione storica del monastero di Montecassino con una breve notizia sulla città di Cassino.
Se Tuker, da poco più di un anno diventato Sir Francis Tuker, Cavaliere dell’Ordine del Bagno, carriera in India, scuole a Brighton, non fosse stato espressione di quella casta militare inglese cui è accessibile anche la lettura di un libro in italiano. Se Francis Tuker, chiamato «Gertie», non avesse disprezzato così profondamente tutti i suoi superiori definendo il generale Freyberg «un somaro ostinato», il generale Clark «un vistoso ignorante», o generale Alexander «una ruota di scambio indolente». Se nell’insopportabile immobilità del suo letto di degenza, fra attacchi di febbre e iniezioni di penicillina, non avesse avuto il tempo per rendersi conto che non sarebbe più tornato al comando.
Se non avesse avuto tutto il tempo per leggere e rileggere la descrizione dell’abbazia sino ad assaporarne lo spessore delle mura, il numero e la collocazione delle finestre, la resistenza del portone che rappresenta l’unico suo accesso. Se quella presenza bianca non si fosse impossessata delle sue notti come il fantasma della balena di quelle del capitano Achab - qualcosa da abbattere, quando non rimane altro -, se non si fosse convinto che il monastero era una fortezza, ribadendolo al suo medico e forse persino ai suoi valorosi gurkha o indiani che d’ora in avanti avrebbero obbedito a un altro.
«It is a fortress, indeed.» «Yes, sahib. You want your tea, sahib?» Se non avesse dettato o scritto quella lettera puntigliosa e stizzita a Freyberg, riassumendo punto per punto le fattezze dell’abbazia, se non l’avesse conclusa sottolineando: «Desidero far notare che solo grazie alle nostre ricerche, e senza alcun aiuto del servizio informazioni, ci siamo fatti un’idea della natura vera di questa fortezza, la quale tuttavia da molte settimane è come una spina nel nostro fianco. Quando si chiama una formazione alla conquista di una posizione simile, si dovrebbe prima essere certi che la si può conquistare con i mezzi di cui disponiamo, senza dover andare in giro per le librerie di Napoli a cercare ciò che avrebbe dovuto essere noto già da molte settimane».
Se Freyberg, pur irritandosi per la tipica spocchia acida del popolo tra il quale era nato, non avesse dato ragione a Tuker riportando le sue pressioni ad Alexander, aggiungendo che nel caso di un rifiuto avrebbe dovuto rendere conto al parlamento delle perdite eccessive dei suoi soldati, ossia additando la minaccia di un possibile ritiro del Contingente neozelandese; se Alexander più che decidere non avesse fatto altro che cercare di mediare; se Clark, in qualità di comandante del corpo d’armata impegnato, non si fosse limitato al parere contrario ma avesse espresso un rifiuto formale e infine non avesse chiesto ad Alexander di fargli avere per iscritto l’ordine di bombardare. Se il comandante delle Forze Aeree nel Mediterraneo, il generale americano Ira Eaker, non avesse detto di aver scorto personalmente un’antenna nemica sull’abbazia durante un volo di ricognizione, se Eaker non avesse fatto presente che la sua flotta aerea era disponibile solo per qualche giorno, se non fosse stato un fautore dello strategie area bombing che mai prima di allora aveva potuto sperimentare su un singolo edificio, se in conclusione anche Clark, forse addolcito dall’idea che almeno i bombardieri sarebbero stati americani, non avesse risposto ad Alexander «se voi dite di bombardare, bombarderemo, ma non su scala ridotta.
Impiegheremo tutti i mezzi di cui disponiamo». Se in mezzo a tutti questi generali coordinati e subordinati ce ne fosse stato uno capace di un ordine o di un diniego netto, forse le cose non sarebbero andate in un altro modo, però si sarebbe avuto un responsabile.
Ma la guerra moderna, la guerra condotta dalle moderne democrazie, è fatta diversamente e per coprirne la debolezza al confronto con quella di un popolo-esercito sottomesso a un unico Führer, ormai non esisteva altro che affidarsi all’aeronautica militare e alla propaganda.
Bombardare. Ma non su scala ridotta. Se era impossibile evitare che le immagini facessero il giro del mondo, che almeno fossero grandiose, terrificanti, testimoni dell’impareggiabile potenza delle forze aeree alleate, prova che la guerra sarebbe stata vinta malgrado tutto, malgrado ogni inadeguatezza, malgrado gli uomini. Bombarderemo. Ma non su scala ridotta. Impiegheremo tutti i mezzi di cui disponiamo.
Guerra nostra che sei nei cieli, guerra alta e altissima che arrivi con il primo stormo di B-17 venuti da Foggia e dalla Sicilia, partiti persino dalle basi in Nordafrica e dall’Inghilterra, guerra che fai volare le tue Fortezze Volanti sopra la fortezza della fede di San Benedetto, che arrivi quando ormai è tutto pronto, quando ci sono gli operatori della Wochenschau, gli operatori del «Pathé cinegiornale», il corrispondente di BBC Londra e, assiepati da qualche giorno sulle montagne vicine, i fotografi e i reporter di guerra di tutto il mondo, perché questa che sta per sfrecciare sopra le montagne della Ciociaria è la guerra mondiale. Ma per renderlo tangibile, per proiettare gli abitanti di Chicago e di Berlino, di Osaka e Stoccolma sul teatro di guerra vasto come il mondo, bisogna che il mondo sia unito in cielo dal volo degli aerei e dallo spettacolo dell’azione precisa delle loro bombe. C’è persino Martha Gellhorn, all’epoca signora Hemingway, che poi ricorderà di aver guardato in su da un muretto o da un ponte e aver acclamato entusiasta come tutti gli altri idioti: guardate, eccoli, i nostri bombardieri in formazione simmetrica perfetta. E la mattina del 15 febbraio 1944, ore 9.28, sono arrivati i grandi bombardieri e tutti già lo sanno, lo sanno tutti tranne i soldati del Contingente indiano saliti a dare il cambio agli americani, talmente esausti e catatonicamente abbarbicati ai loro fucili che molti non riuscivano a scendere dalla montagna da soli sulle proprie gambe. E ovviamente non lo sanno i rifugiati nell’abbazia, che aspettano ancora il ritorno dell’ufficiale tedesco con la sua promessa di trarli in salvo, o aspettano un segno dal cielo che non appartiene più a Dio ma a quelli che con reverenziale ignoranza chiamano «apparecchi», e che infatti sono anch’essi potenti e implacabili e altrettanto ciechi. Infatti, quando gli aerei arriveranno sul bersaglio, i soldati del Battaglione Punjab più vicini all’abbazia verranno ammaccati dalla pioggia di calcinacci, e quelli del Royal Sussex , impegnati a riconquistare una posizione che risultava già conquistata, perderanno ventiquattro uomini per schegge di bombe rimbalzate sulle pietre.
Con la prima ondata crolla il pavimento centrale dell’abbazia, ricoprendo di macerie i sotterranei e coloro che vi si erano rifugiati.
Viene colpita la cupola affrescata della chiesa, restano a pezzi, sotto, l’altare maggiore, il prezioso organo di Catarinozzi, gli stalli del coro, capolavoro di anonimi intagliatori napoletani del Seicento. Cadono nei cortili travi spezzate e a schegge, colonne intere, una bandiera bianca messa fuori per niente, piovono pietre e pezzi di vetrate, volano, scagliati in aria dalle deflagrazioni, frammenti di cose e di corpi. Il chiostro dei Priori rovina addosso a un centinaio di profughi, il chiostro del Bramante è un ammasso di detriti e calcinacci. Le grida dei sepolti non si sentono, le grida dei feriti a cielo aperto sono coperte dal rumore di aerei, bombe, crolli. Tutto quello che gli uomini hanno fatto nei secoli ha più voce di loro, delle preghiere e delle imprecazioni, dei lamenti. Si muore di una morte sorda e assordante, si vive respirando polvere col panico, ingoiando affreschi sgretolati in sabbia, cercando di muoversi, di spostarsi.
Dopo la prima ondata un certo numero di profughi si trascina o viene trascinato fuori, non sa dove. I monaci si salvano in un rifugio, escono per vedere quanto è rimasto, per assistere come possono i feriti. Hanno un po’ di cibo da distribuire: niente acqua. La seconda ondata comincia alle 13.28, con formazioni di bombardieri medi B-25 Mitchell e B-26 Marauder che, volando a quota più bassa, centrano con maggior precisione quel che rimane del loro obiettivo. Finite le incursioni aeree, resta l’artiglieria pesante che continua a cannoneggiare dalla terra e dal mare fino a quando si fa notte. La tomba e la cella del santo sono intatte per un miracolo verso il quale mancano il tempo, la forza e il cuore di rendere, come si dovrebbe, conto e grazia.
Nient’altro. L’ufficiale torna verso le 20, fa firmare all’abate una dichiarazione che nessun soldato tedesco si trovava nel monastero durante il bombardamento, promette un cessate il fuoco richiesto da Hitler stesso. Nel silenzio cede qualche muro ancora in piedi, poi sono solo le grida dei feriti e dei disperati a riempire il buio e lo spazio.
Con le prime luci, gran parte dei sopravvissuti esce dalle rovine per mettersi in salvo. L’abate e i monaci rimangono con gli ultimi e aspettano l’ufficiale tedesco che non torna, mentre riprendono ad abbattersi granate e bombe. Il giorno dopo si incamminano da soli dietro una croce portata dall’abate di ottant’anni, qualche ferito grave viene lasciato ad aspettare che finisca tutto. Tutto finisce forse con quei moribondi, una bambina e un bambino senza gambe che loro padre ha abbandonato dopo che la madre è morta. Finisce in un’uniformità orizzontale di grigi e rossi, di grigio che assorbe il rosso, di rosso che si tramuta in marrone scuro: colori di materia organica e inorganica indistinta, colori precedenti a ogni conoscenza del bianco e nero di cui sono fatte le immagini riprese da lontano, che riempiono gli schermi di tutto il mondo, che restano visibili anche ai giorni nostri. Tabula rasa, zero. Ultime stime si aggirano intorno ai duecento su un migliaio circa di civili presenti nell’abbazia all’epoca del suo bombardamento, una contabilità aperta tempo dopo sulla base di ossa e di teschi. Si spera che il risultato di quel calcolo di sottrazione possa almeno approssimarsi al numero dei civili salvi.
Verso le due di notte, Rapata si rese conto che a casa erano le due del pomeriggio, segno che quella camera d’albergo in cui non riusciva a prendere sonno si trovava all’estremità opposta della stanza in cui era tornato a dormire la notte prima di imbarcarsi, la sua stanza di bambino all’altro capo del mondo. Era tornato con la scusa di prendere le fotografie del fronte da mostrare ai morehu che avrebbero potuto ricordarsi di Charles Maui Hira, almeno quelle, visto che non pensava di mettersi al posto suo l’uniforme con la quale il nonno non aveva voluto farsi seppellire. Però Rapata l’aveva tirata fuori dall’armadio, l’uniforme, l’aveva appoggiata sopra il letto, l’aveva spolverata con gesti energici delle sue mani, gesti di cui non c’era alcun bisogno. Poi l’aveva ricoperta con il grande sacco nero dell’immondizia, bucato in cima per far passare il gancio della gruccia, e l’aveva riappesa al suo posto. Prima di capire se quella stanza e quella casa fossero più vuote con l’uniforme stesa sul letto o il letto senza più niente sopra, era uscito chiudendo la porta con delicatezza. Si era lavato i denti con il suo vecchio spazzolino che nel bicchiere di plastica stava ancora accanto allo spazzolino di suo nonno e si era coricato in mutande e maglietta.
Aveva pensato che avrebbe fatto fatica ad addormentarsi, ma il rumore del Waikato gli aveva come sempre conciliato il sonno.
Adesso non c’era nessun fiume ad aiutarlo e Rapata rimaneva sveglio.
Poche ore prima aveva cenato al ristorante dell’albergo. Gli avevano dato un tavolo vicino all’entrata, probabilmente l’ultimo rimasto, perché il locale era pienissimo, riempito da una comitiva distribuita su lunghe tavolate, presa da chissà quali festeggiamenti. Rapata si era seduto di spalle al locale e aveva aspettato il cameriere. Gli avevano portato un menù più un cesto di pane, pane e basta, ma non gli avevano chiesto cosa volesse bere. Aveva cominciato ad assaggiarne una fetta e a leggere il menù che riportava, per fortuna, la traduzione delle pietanze in inglese, francese e tedesco. Le lingue dei soldati, aveva pensato subito, e che la guerra lì era diventata fonte di ricchezza. Non esistevano più nemici né invasori: solo turisti. Non c’era nulla di male, si disse. Ma chissà se al nonno avrebbe dato fastidio quella pacifica compresenza di inglese e tedesco? Quella domanda, comunque, gli aveva fatto venire in mente di mandare un messaggio a sua madre.
GOT HERE. TELL KORO IF HE WANT, aveva scritto.
Una volta, nel primo periodo, quando sua madre tornava ancora da Auckland tutti i fine settimana, suo padre era venuto a trovarlo. Si era presentato senza preavviso una domenica mattina alla casa di Charles Maui Hira con una moto giocattolo per Rapata e una collana di perle colorate per sua madre. Lo avevano invitato per il pranzo di agnello e patate, suo padre aveva fatto onore alla tavola bevendo Fanta e, quando non masticava, aveva posto le solite domande: la scuola, il rugby, le ragazze, se ne avesse già una, dillo pure a tuo padre. Tutto sembrava tranquillo e normale, salvo per il fatto che suo nonno e sua madre spesso si alzavano quasi contemporaneamente e poi dicevano con troppa fretta:
«Stai, stai, ci vado io in cucina!» Alla fine, il compito di lavare i piatti l’aveva spuntato sua madre e lui era rimasto in sala a vedere che suo nonno aveva preso una bottiglia di whisky dal mobile dove era rimasta insieme ai bicchieri buoni e ne aveva versato un po’ per sé e per suo padre.
«Kia ora! Alla tua salute, Charlie, e soprattutto al nostro Rapata! Vuoi anche tu un sorso di questa roba, Rapi?» aveva detto suo padre.
«No grazie. Mi fa schifo. Brucia.»
«Allora te le hanno fatte assaggiare le cose da uomini. E bravo koro,»
Suo padre l’aveva esclamato ridendo forte e anche il nonno aveva accennato a una risata. Rapata si era abbassato per far andare sul pavimento la sua nuova moto rossa e per nascondere il senso di leggerezza di quel momento. Aveva sperato che sua madre ci mettesse il più possibile a sistemare la cucina e nemmeno se ne era vergognato, aveva caricato il più possibile la moto e l’aveva fatta sfrecciare sotto il tavolo, «brrmm, brrrm», dandole voce.
«Ma una cosa da uomini vorrei proprio farla con mio figlio» aveva poi sentito suo padre tuonare da sopra il tavolo. «Vorrei portarlo a fare un giro qui nel pub prima di tornare a casa. Guarda, non c’è bisogno che bevi birra, ti compro le patatine e la Coca, ti faccio giocare coi videogiochi, ci vieni, Rapi?» «Okay» aveva risposto lui senza uscire dal riparo, ma troppo veloce e forte per non tradirsi. «Prima però devo chiedere a mia mamma.» Charles Maui Hira aveva continuato a sorseggiare il whisky di cui soltanto a lui era rimasto un residuo nel bicchiere, e quando la proposta era stata ripetuta a sua figlia si era limitato a guardarla con una serietà pacata.
«Va bene. Potete andare» aveva detto sua madre.
Rapata non avrebbe mai saputo con esattezza quel che era successo dopo.
Se sua madre si fosse insospettita e fosse venuta a controllare da lontano, o se qualcuno del circondario avesse chiamato per avvisare Charles Maui Hira che suo nipote se ne stava solo davanti ai videogiochi, mentre il tizio che si era presentato come suo padre si ubriacava al bancone con dei compari. Sapeva solo che a un certo punto aveva sentito la voce di suo nonno che diceva: «Basta, Rapata, andiamo a casa». E quella voce era stata così ferma e piatta che non aveva osato chiedere se poteva almeno finire il gioco che aveva cominciato, né cosa doveva fare dei gettoni che gli erano rimasti in tasca. Era stato subito afferrato in vita e tirato giù dallo sgabello come quando aveva cinque anni o anche meno, ma ormai ne aveva quasi otto e gli sarebbe bastata solo una mano per scendere con un salto. Suo nonno invece la mano gliela aveva presa dopo, mentre si avviava verso l’uscita passando dietro a suo padre che continuava a brindare con i suoi amici senza accorgersi di niente. Rapata capiva benissimo che era questo, soltanto questo, che suo nonno voleva fare: portarlo via, portarlo fuori. Lasciare che suo padre chissà quando si accorgesse che suo figlio non c’era più. Sempre che se ne accorgesse.
In ogni modo: svergognarlo. Senza parole, scene, litigi. Nei fatti e nella realtà dei fatti che faceva molto più male, sicuramente faceva malissimo a Rapata: come la mano stretta con forza da quella del nonno, come il pensiero lucidissimo che suo padre avrebbe potuto dimenticarsi di essere venuto nel pub insieme a lui, avrebbe potuto tornarsene a Auckland senza cercarlo. Ma poi era successa quella cosa inaspettata. Poco prima di arrivare alla porta, Charles Maui Hira si era bloccato. Qualcosa che aveva sentito dire, no anzi urlare, da suo padre o dai suoi compagni di bevute, l’aveva fatto fermare. E aveva gridato anche lui, aveva persino lasciato andare la mano di Rapata voltandosi e tornando indietro di alcuni passi. «Se tu osi ancora una volta pronunciare questo di fronte a mio nipote, se tu osi ancora una volta metterlo a contatto con quella merda di uomini che ti sei portato dietro, ti giuro che non te lo farò mai più vedere.» Merda di uomini. Mai sentito nulla di simile uscire dalla bocca di Charles Maui Hira. Per un momento tutto e tutti si erano congelati. Le facce degli amici di suo padre, che già gli avevano fatto impressione quando le aveva viste la prima volta, perché alcune erano completamente ricoperte da vecchi moko sbavati, ora guardavano con l’aggressività opaca degli ubriachi verso suo nonno, busti chinati in avanti, pronti a scendere dagli sgabelli al primo segno. Suo padre non aveva detto né fatto niente. Suo padre aveva solo continuato a tenere le mani intorno alla bottiglia e dopo un po’ se l’era riportata alle labbra, chissà se era un gesto automatico o cosciente.
Così anche gli altri avevano ripreso le loro birre, alzandole, facendole tintinnare le une contro le altre, gridando con voci impastate e roboanti un brindisi che Rapata non capiva perché non era né inglese né maori: probabilmente qualche idioma degli isolani Cook, Samoa o che ne sapeva lui, ma che non fossero tutti maori quelli che suo padre sosteneva aver portato da Auckland per fargli conoscere suo figlio, questo l’aveva intuito già da prima. Come in quel momento capiva che sarebbe stato importante afferrare il senso di quelle parole che avevano trasformato l’ira giusta e gelida del nonno in un furore capace di fargli perdere la mano di Rapata e, per la prima volta, renderlo pericoloso e vulnerabile come doveva essere da soldato.
«A Charles Maui Hira, glorioso combattente del nostro eroico Battaglione maori» aveva gridato suo padre con un sorriso oscenamente largo e tutti insieme gli avevano urlato addosso il loro brindisi.
«Idioti» aveva detto suo nonno distintamente ma di nuovo con voce calma, come se grazie a quell’oltraggio si fosse ritrovato. «Voi vi credete uomini, ma siete dei cani bastardi e i bastardi come voi, quelli li avrebbero sterminati tutti quanti. Vieni, Rapata, andiamo: tua madre ci sta aspettando.» E mentre nel silenzio ostile erano usciti uno accanto all’altro, senza tenersi più per mano, Rapata aveva capito che suo nonno aveva vinto e che suo padre non l’avrebbe più rivisto chissà per quanto.
Poi in macchina aveva guardato fuori dal finestrino, l’erba alta frustata dal vento a ondate, e soprattutto in su, verso le nuvole bislunghe e lacerate che andavano nella direzione opposta a quella da cui si stavano allontanando.
«Hai avuto paura, Rapi?» «No…» «No?» «Un po’: ti volevano picchiare, koro? Erano in tanti…» «Già. Erano in tanti. Scusami Rapata. A te che te ne importava di quelli là, tu stavi giocando.» «Fa niente. Intanto ho ancora un sacco di gettoni. Me li fai conservare?» «Un sacco di gettoni?
Ma quanti soldi ti ha dato tuo padre?» Erano già quasi arrivati a casa, quando suo nonno gli aveva detto: «Perché non scendiamo un attimo giù al fiume? Voglio spiegarti una cosa».
«Sai, koro, io non mi divertivo più per niente. Mi andava bene che sei venuto a prendermi. Se non eri così arrabbiato.» «Ti ho fatto paura anch’io? Eh, Rapata?» «Potevano picchiarti e tu eri solo ed eri…»
«Vecchio?» Suo nonno gli aveva passato una mano sui capelli e poi l’aveva battuta due volte sulla spalla, come per scuotere via l’eccesso di tenerezza.
Suo nonno era vecchio, un uomo dalle mani rugose e dai capelli bianchi, però era vero: era riuscito a fargli più paura di quasi una decina di uomini ubriachi e neri dai giubbotti di pelle alla pelle della faccia tatuata. Paura indistinta e sconfinata che era insieme «paura di» e «paura per», e soprattutto paura per se stesso, perché cosa ne sarebbe stato di Rapata se avesse perduto in una rissa di pochi minuti sia suo nonno che suo padre? Era un bambino e ogni scontro fra adulti poteva annientarlo. Avrebbe capito solo anni dopo, al tavolo di un ristorante a Cassino mentre aspettava il cameriere che non arrivava, che era stato soprattutto lui, il bambino, il figlio e il nipote, a impedire che quel giorno qualcuno fosse sceso dal bancone e che Charles Maui Hira fosse finito con le ossa rotte.
Si erano seduti sul bordo del Waikato e avevano cominciato a tirare sassi nell’acqua, vinceva quello che affondava più lontano. Si erano fermati al dieci pari e mentre guardavano il corso del fiume lungo le cui rive i guerrieri della loro iwi erano stati falcidiati dai cannoni inglesi, suo nonno aveva cominciato a parlare.
«Quello che gridavano gli amici di tuo padre, era il saluto dei tedeschi.
Sieg Heil! Ma loro non lo sanno nemmeno pronunciare. Si credono forti, perché provocano i pakeha, perché gettano ridicolo sulla nostra storia andando in giro a bere e a picchiare conciati in quel modo, con i simboli del nemico, con il suo elmetto calato in testa a un bulldog inglese. Ma sono loro a essere ridicoli, ridicoli e un disonore.
Non potevo lasciare che urlassero quella cosa, è un insulto a tutti i ragazzi che sono morti, capisci?» Rapata aveva annuito, ma non sapeva cos’altro dire. «Adesso torniamo a casa, koro?» «Sì, hai ragione. Meglio che andiamo.» Sulla via del ritorno, suo nonno aveva tirato fuori una storia del Battaglione maori che Rapata non aveva mai sentito prima.
Non era ancora un racconto delle cose avvenute in guerra, perché erano appena partiti, in mare da oltre una dozzina di giorni dopo l’ultimo scalo in Australia, diretti non si sa dove, e correvano voci su sottomarini nemici pronti a speronarli prima ancora che potessero raggiungere qualche porto e qualche fronte. Quando le navi che trasportavano il Contingente neozelandese si erano avvicinate a una costa, si erano persino viste le luci di una città dove tutti speravano di poter finalmente scendere a terra: Città del Capo. Ma c’era il mare grosso e un primo giorno trascorse senza che nessuno potesse lasciare quelle imbarcazioni così grandi da dover ormeggiare al largo, per cui certi arrabbiati avevano scritto sull’Aquitania: «Nave prigionieri».
Il giorno dopo fecero sbarcare solo i soldati bianchi. Ci furono delle proteste da parte dei loro comandanti e di altri commilitoni, venne messo di mezzo il governo, e alla fine anche il Battaglione maori fu caricato su degli autobus nel porto militare di Simonstown e trasportato nella capitale. Gli avevano spiegato che non dovevano far storie se la gente non li trattava bene o non voleva servirli nei negozi. Invece non fu così, o quasi. Charles Maui Hira aveva passeggiato con i ragazzi della sua compagnia per il bel centro della città bianca, era entrato in qualche emporio a comprare un po’ di provviste, era sempre stato molto educato, e i negozianti erano stati educati anche loro, di una cortesia irreale, come se non fosse vero quel che stava accadendo, come se la tonalità della loro pelle fosse dovuta al sole o a una svista. Lì di neri non ne avevano incontrato nemmeno l’ombra. Ma dall’autobus ne aveva scorto le sagome chine nei campi, ne aveva visto i quartieri di baracche.
Quando erano tornati sulla nave, il comandante li aveva elogiati. Aveva detto che erano state le prime persone di colore ricevute sul suolo sudafricano e che avevano fatto molto onore alla Nuova Zelanda.
«E’ stato un momento storico» aveva aggiunto.
La notte Charles Maui Hira, succhiando una mentina comprata a Città del Capo, aveva ripensato a quei nativi africani guardati attraverso un vetro.
«Sai, Rapi, io un negro non l’avevo mai visto prima. I bianchi erano tutto sommato identici ai nostri, parlavano giusto un inglese un po’ curioso, ma quelli erano gente fatta in tutt’altro modo: altissimi, scurissimi, con delle facce che somigliavano alle nostre proprio per niente. Tu questa cosa non puoi capirla perché oggi, anche se cresci nel posto più sperduto, li vedi in tv che fanno gli sportivi o i cantanti.
Ma io mi chiedevo seriamente: come è possibile che si possa confondere noi maori con esseri umani così diversi? Ero quasi scandalizzato per questa incredibile grossolanità e ingiustizia. Era come se noi stabilissimo che pakeha e cinesi sono uguali, anzi ancora più assurdo, perché in quel caso è veramente minima la differenza del colore della pelle. Non lo capivo proprio. Però capivo che ci avevano fatti sbarcare perché eravamo un esercito che combatteva a fianco dell’esercito sudafricano, perché stavamo dalla stessa parte. Infatti quando la guerra è finita, tutto è tornato come prima. Gli Ali Blacks, quando andavano in trasferta contro gli Springboks, i giocatori maori dovevano lasciarli a casa. Poi, verso gli anni Sessanta, quando ci si allenava pure tuo padre, qui sono cominciate le proteste. Un sacco di gente non voleva che la squadra mettesse piede in Sudafrica o che i sudafricani venissero a giocare qui da noi. Nel 1981, quando tu avevi appena due anni, gli Springboks sono arrivati in Nuova Zelanda ed è successo un putiferio. A me pareva esagerato, perché, in fondo, il rugby era per tutti lo sport nazionale e loro, gli Ali Blacks e gli Springboks, erano indubbiamente i migliori, i più forti. Pensavo che avremmo fatto la cosa giusta riuscendo a batterli con le nostre squadre.» «E abbiamo vinto?» «Se mi ricordo bene, gli Ali Blacks hanno vinto due partite su tre, ma le altre squadre hanno perso tutte. Comunque sembravamo sull’orlo della guerra civile, una partita è stata persino annullata: proprio qui vicino, a Hamilton, contro la Waikato Rugby Union. E quelli che si davano battaglia erano pakeha e maori, da una parte e dall’altra, tifosi contro manifestanti. Da allora non ci sono più stati incontri di rugby fra neozelandesi e sudafricani.»
«E quindi non sapremo mai se adesso siamo diventati più forti degli Springboks?»
«No, ma volevo arrivare a un’altra cosa. Forse a te sembrerà strano, ma in guerra ho capito che il razzismo non c’entra con il colore della pelle. Il razzismo è poter decidere chi sei. I tedeschi trattavano da schiavi gente spesso più bianca e bionda di loro, come i polacchi.
Capisci quanto sono stupidi i compari di tuo padre, con le loro svastiche, le gang chiamate “Mongrel Mob’ o “Black Power’? Vogliono far arrabbiare i pakeha come i cattivi bambini, però non sanno chi sono loro stessi. Cosa c’entriamo noi con i negri? Siamo maori: maori e neozelandesi. Ci hanno fatto sbarcare per questo in Sudafrica. Perché c’era la guerra. La legge della guerra è capace di piegare qualsiasi altra legge. Ricordalo, Rapata. E facile urlare “Ka mate, ka mate! Ka ora, ka ora!’ prima di una partita di rugby, lo fanno i tifosi degli Ali Blacks di mezzo mondo. Ma quella haka è stata composta secoli fa da un capo appena scampato ai nemici. “Sarà morte, sarà morte! Sarà vita, sarà vita!’ Prova a dirlo quando sei in mezzo alla guerra. Noi sapevamo fare la guerra, sapevamo starci in mezzo, almeno fino ai miei tempi.» Quella sera, dopo una cena muta, dopo essere stato mandato a letto e aver origliato l’inevitabile litigio fra suo nonno e sua madre e l’inevitabile scarica di pianto che, a porte chiuse, somigliava ai gridi di un gatto piuttosto che allo stridio di una sega, dopo aver pianto anche lui a pancia in giù dentro il cuscino e poi con il cuscino come silenziatore sulla testa, Rapata si era accorto per la prima volta che il Battaglione maori lui l’odiava. Lui non aveva alcun diritto di piangere e disperarsi per suo padre e per sua madre: lui era nato dalla guerra, lui ne era stato generato più degli altri maori, progenie di Tumatauenga, e come il dio della guerra, cui suo fratello Tane aveva impedito di uccidere i genitori, aveva a sua volta generato separazione e conflitto. Lui era nato per generare guerra. Ma a differenza di Tumatauenga che aveva innumerevoli fratelli anche se alla fine li aveva quasi tutti divorati, Rapata era solo con il suo cuscino rivoltato dalla parte asciutta, con il sottofondo sempre uguale del Waikato, e con un nonno veterano che, coperto dallo scorrere del fiume in ogni suono udibile della sua presenza, dormiva rigido sulla schiena nell’altra camera da letto.
Al ristorante, mentre aspettava il cameriere che non arrivava, gli venne sete, molta sete, e una fame che mescolata alla stanchezza del viaggio si faceva sentire come nausea. Il pane spugnoso gli aveva ancora più asciugato l’interno della bocca, appiccicandovi il suo gusto amaro e bruciato. Tutto il servizio si concentrava sulla grande comitiva italiana, e i camerieri lo ignoravano. Ma quando venne quello che doveva essere il padrone, perché non indossava né farfallino né camicia bianca e perché sapeva dirgli «Excuse me, sir, tonight we are very busy», non aveva ancora scelto cosa ordinare.
«Pasta? Some special pasta?»
«Yes. I bring you special pasta. From here, Cassino: with chicken, with what is inside the chicken. But very good.»
Dopo, quando riaprì il menu, trovandovi patate fritte e cotolette di agnello alla brace, si sentì un idiota per aver ordinato un piatto senza avere alcuna idea di cosa gli arrivasse. Idiota e straniero. Uno straniero seduto da solo a un tavolo che guardava i camerieri che sembravano i partner spaiati di una coppia di pattinaggio artistico su ghiaccio mentre trasportavano vassoi pieni e vuoti avanti e indietro dalla cucina, che sentiva le risate e le voci alte degli italiani e vedeva i bambini italiani correre da una tavolata all’altra, e capiva che stavano celebrando un compleanno, un anniversario, comunque una festa per cui tutta la whanau si era ritrovata.
L’affiorare di quella parola lo stranì. Non sarebbe mai venuta in mente a un pakeha, non qui e ora, guardando quella comitiva italiana. I bianchi la conoscevano, la usavano, sapevano che si riferiva alla famiglia allargata dei maori. Ma loro non avevano whanau. Rapata invece aveva riconosciuto un tratto della sua gente in un altro popolo, del quale non sapeva pressoché nulla, della cui lingua non capiva una singola parola.
Mentre era solo al tavolo come un pakeha, mentre la delegazione neozelandese stava probabilmente cenando in un altro albergo, e dunque era più solo. Lo era qui e ora, lo era sempre stato.
Un maori quasi senza famiglia stretta, un maori senza whanau. Grazie a Charles Maui Hira che era in parte sia l’origine del male sia la cura.
Però, in fin dei conti, meglio così. Meglio così che doversi sorbire tutti gli altri kiwi, doversi unire alla recita corale della piccola grande nazione dove tutti conoscevano un po’ tutti e andare al fronte era stato vagamente come andare in gita. Ma questo se lo disse dopo aver mangiato due palline bianche dal sapore di latte e stalla che non aveva idea come mai gli fossero arrivate. Capì alla fine che gliele avevano fatte portare quelli della whanau italiana, vedendolo seduto lì da solo.
Suo nonno gli aveva detto che gli italiani somigliavano ai maori, una di quelle affermazioni che aveva cominciato a prendere con un grano di scetticismo da quando aveva iniziato a intuire che i ricordi di guerra erano per Charles Maui Hira parametro di tutto.
Ma dopo gli assaggi, erano arrivati i bambini: due maschi e una femmina dai capelli scuri che gli chiesero a raffica cose che non capiva, piazzandogli infine davanti al piatto un Game Boy che invece sapeva maneggiare. Si qualificò secondo nella corsa di Super Mario Bros, però non era certo se era grazie a quella prova superata che tornarono con una ragazza quasi adulta come interprete e traduttrice. Gli chiese anche lei se era «american» e a Rapata balenò che americano non volesse mai dire veramente americano, ma nero, simile al nero, non uguale ai bianchi, in ogni caso.
«No, New Zealand. Maori» rispose.
«What?»
«Ma-o-ri. New Zealand.»
«Ah, maori!» ripeté la parola in modo più vicino alla te reo di quanto avesse fatto lui pronunciandola all’inglese, «we have supposed you family from here, you italian, we think.»
«No. But my grandfather was here during the war. As a soldier.» E mentre la ragazza traduceva a quelli che aveva definito «my little cousins», e loro gli comunicarono di aver capito rispondendo nella lingua universale di raffiche onomatopeiche di mitra e bombe immaginarie, Rapata si trovò così spiazzato dal proprio aspetto sottratto alle coordinate della sua terra che non sapeva più che cosa dire.
«You know maori?»
«Yes. Maori tattoo. My boyfriend has tattoo, tribal tattoo. Here» disse indicando dove se li era fatti fare. «You also have?»
Rapata annuì, sfruttando il cenno per mascherare che gli era venuto anche da ridere guardando la ragazza che puntava orgogliosamente le sue dita inanellate su varie zone delle braccia morbide che uscivano dalla maglietta griffata «GURU» sopra il seno. Poi arrivò la pasta e la ragazza scacciò i cuginetti per lasciarlo mangiare. Le disse di ringraziare per le cose buone che gli avevano fatto assaggiare, aggiunse, non sapeva nemmeno lui perché, che anche per il suo popolo l’ospitalità e la famiglia erano molto importanti e sacre, forse con una frase troppo difficile, perché come risposta ebbe a sua volta solo un «thank you», prima che la ragazza si rimettesse a sedere.
Finì metà della pasta, perché non aveva ormai quasi più fame, ma non se la sentì di avanzare la fetta di torta e il bicchiere di un liquore dal sapore di limonata che la whanau italiana gli fece portare. Ci fu un brindisi dalle loro tavolate al suo piccolo tavolo marginale, Rapata continuò a non capire che cosa stesse contribuendo a celebrare, però riuscì a distinguere le parole «maori» e «Nuova Zelanda». Quando si alzò per salire in camera, salutando con un inchino di gratitudine, gli italiani stavano ancora bevendo e mangiando senza aver l’aria di essere vicini a terminare. Sarà stato il liquore al limone, saranno stati i suoi piedi gonfi di stanchezza, ma Rapata si sentì goffo e strampalato per quel che il suo corpo era riuscito a comunicare e quando in bagno si guardò allo specchio cercandosi in faccia qualcosa di italiano, ebbe la sensazione esilarante di affacciarsi su un possibile estraneo. Che ne sapeva Rapata Sullivan, in effetti, di se stesso, via da Auckland, dal Waikato, dalla Nuova Zelanda? Si spogliò, si cacciò sotto la doccia, l’acqua gli batteva sulla testa, era un contatto che lo rinfrescava, ma mentre si passava il sapone sulle braccia, si accorse di avere meno tatuaggi del fidanzato sconosciuto di una ragazza italiana: quello fatto a diciott’anni e che avrebbe dovuto ritoccare, quello sull’altro braccio, come capì più tardi, inciso più per amore di simmetria che adesione al suo significato, e la piccola spirale sulla coscia sinistra perché non bisognava mai averne in numero pari.
Dopo la laurea era andato da uno dei migliori artisti tradizionali, ma quando, per trovare il disegno più adeguato, aveva dovuto rispondere alle domande sulla genealogia dei suoi tapuna, aveva scandito l’elenco degli antenati con una voce neutra che sovrastava il suo disagio. Ora ricordava il dolore del tatuaggio come il dolore dell’essersi chiesto, a intermittenza ma per tutta la durata dell’incisione, che senso avesse farsi ricostruire addosso quelle linee di discendenza tanto ineccepibili quanto campate in aria. E ricordava che, quando se ne era andato promettendo di tornare per concludere il tatuaggio di cosce e glutei, gli era parso che persino le maschere appese alle pareti della marae avessero colto la sua menzogna involontaria. Si ritrovò a pensare, ora, che la cognizione di quel dolore fosse l’unica cosa indelebilmente vera di cui quella volta si era marchiato.
Si asciugò, andò nudo a disfare il bagaglio infilando nell’armadio i vestiti così come li tirava fuori dallo zaino. Si mise la biancheria che voleva usare come pigiama, si stese sul letto accorgendosi che il gonfiore ai piedi non era passato; anzi, si era esteso allo stomaco.
Pensò che l’unica cosa che aveva eliminato con la doccia era il suo odore. Pensò di mettere un cuscino sotto le gambe come fanno i vecchi con la gotta e le donne incinte col pancione. Pensò che ormai la caratteristica principale dei maori era la tendenza all’obesità, ma pure quella la condividevano con buona parte dei superstiti di tutti gli altri popoli nativi. Verso le due, quando si accorse che in Nuova Zelanda erano le due del pomeriggio, capì che sua madre non aveva risposto al suo messaggio non per ragioni di fuso orario o perché al lavoro era vietato, ma perché, come al solito, non aveva abbastanza credito per farlo.
Avrebbe dovuto cercare una scheda prepagata per chiamarla, domani, dopodomani, avrebbe dovuto cercare in tutti modi di dormire almeno tre o quattro ore, adesso, il prima possibile. Spense la tv e si mise a leggere l’introduzione del libro sulla battaglia di Montecassino: The Hollow Victory, la vittoria vuota. Non si era sbagliato sperando di trovarlo abbastanza arido da farlo finalmente addormentare.
Il giorno dopo, quando Rapata Sullivan si fermò alla reception per chiedere dove prendere l’autobus per il Commonwealth War Cemetery, lo zaino con le foto di Charles Maui Hira già sulle spalle, gli venne detto che un autobus non esisteva. Potevano cercare di chiamare un taxi. Però in quei giorni, grazie alla straordinaria quantità di ospiti giunti a Cassino per l’anniversario della battaglia, non c’era garanzia di trovarlo.
«Sorry, this is a small town. No much tourism. No much taxis. Or buses. Only the abbey. And the war. Many people here now for the war, old people, so need taxis. But we can try.» Rapata si era svegliato stanco morto e, malgrado il servizio sveglia, si era alzato in ritardo. I piedi non erano più gonfi come la notte prima, ma il succo d’arancia e il forte caffè italiano gli avevano fatto tornare una nausea mischiata a bruciori nuovi che rivestivano la trachea fin giù allo stomaco. Voleva solo arrivare presto dove doveva andare facendo il minimo sforzo, spendendo anche dei soldi che non avrebbe dovuto dilapidare per quello scopo. E invece gli fu detto che era difficile, difficilissimo, riuscirci non era affatto certo. Non capì bene cosa fosse lo sconforto che lo colse: se fosse mancanza di riposo o l’assurdità dell’essere arrivato senza intoppi in quel luogo dall’altra parte del mondo e di non sapere come superare gli ultimi metri che lo separavano dalla meta. Intanto, con la mano poggiata sulla cornetta, la signora dietro il banco lo scrutava.
«And couldn’t I walk there?» Mentre pronunciava quell’azzardo, era già sicuro di un secco no, ma l’unica cosa che ricevette in risposta fu lo sguardo interrogativo di chi una possibilità del genere non l’aveva mai nemmeno contemplata. In effetti, gli fu detto infine, il cimitero britannico si trovava fuori dal centro, lungo la strada per Sant’Angelo in Theodice. Però di tutti i sacrari militari era l’unico a cui, volendo, si poteva arrivare a piedi. Quello tedesco, impossibile: stava a Caira, another village, outside the village. Quello polacco ai piedi dell’abbazia era una bella, lunga scarpinata, quasi una gita in montagna, ma tutta su su, lungo i tornanti della strada. Quanto poteva metterci: mezz’ora? Tre quarti d’ora? Purtroppo non glielo sapeva dire, ma un ragazzo giovane come lui ce la poteva fare. Sennò tentare comunque con un taxi o - male che andasse - vedere se era disponibile qualcuno dell’albergo a fare una scappata.
No grazie, sarebbe andato a piedi, rispose Rapata di scatto. Non importava che si sarebbe perso l’inizio della cerimonia, tantomeno che era stanco, anzi poteva darsi che proprio camminando all’aria aperta si sarebbe ripreso e disintossicato, e poi voleva andarsene di lì al più presto, perché aveva l’impressione che, nonostante l’inglese comprensibilissimo, gli fosse sfuggito qualcosa in quella conversazione.
La signora dietro il banco, che pareva essere la padrona dell’albergo per età, acconciatura, gioielli d’oro portati alle mani e intorno al collo, come da loro avevano solo i pakeha più ricchi e rampanti, era stata così loquace e disponibile per trarre vantaggio da chi portava la propria estraneità magari non in faccia, ma di sicuro nel passaporto - Rapata Ihipa Sullivan, nato a Ngaruawahia, Waikato, Nuova Zelanda? Cosa voleva? Fargli pagare un extra, strappargli almeno una grossa mancia? Gli italiani avevano fama di essere poco onesti, si ricordò Rapata, e non ne era contento. Pure i maori, sebbene in modo diverso. Purtroppo capitava che lo fossero, bastava che pensasse a suo padre. Ma ora non poteva perdersi dietro queste cose o interrogare l’origine della sua diffidenza che talvolta poteva anche essere ingiusta o esagerata. La situazione, in fondo, era semplice: lui si trovava all’estero per la prima volta, da solo per giunta, quindi non poteva pretendere di capire tutto. In fondo gliene importava poco dell’Italia, degli italiani altrettanto, in qualsiasi maniera fossero fatti. E poi camminare anche per tre quarti d’ora in una bella giornata di metà maggio che cos’era al confronto delle marce nei deserti torridi o con la pioggia, la neve e il fango che i soldati come Charles Maui Hira avevano fatto? Prima di vergognarsi dinnanzi al ricordo di suo nonno, si sarebbe messo in cammino e basta.
Ma ora la signora non sapeva bene quale strada indicargli. «Oh, but that’s no problem» disse Rapata, ormai determinato. «I’ll just ask for the British Cemetery.» «Yes. But not everybody in Cassino knows really how to get there. Like me, you see?» «Allright. So maybe we could find the way with Google maps.» «Sorry?» «With the internet, with the computer.» «Of course, of course. But I’m too old lady for this, and my son, he is in the restaurant now, for the lunch.» «I could try myself, if you don’t mind me.» «Okay. You do, you teach me.» Mentre faceva la ricerca che cominciava a dare i risultati desiderati, la padrona dell’albergo gli stava dietro, sporgendosi per guardare oltre la sua spalla e accompagnando i suoi passi con esclamazioni e mezzi gridolini,
«incredible! very good! yes, it’s this!», così vicina che a Rapata sembrava di annusare il suo odore sotto il profumo speziato e penetrante.
Ma alla fine la mappa uscì dalla stampante, segnandogli in azzurro una linea pressoché diritta e valutando il percorso come una distanza di due chilometri all’incirca, percorribili in meno di mezz’ora.
Si rinfilò lo zaino in spalla, ringraziò in modo trionfale e uscì. Gli sembrava di aver vinto, non si sa bene cosa, così si mise a camminare con passo rapido e a testa bassa, senza uno sguardo alla città che aveva intorno, gli occhi sempre fissi sulla mappa. Dopo un po’ capì che la cadenza del suo incedere somigliava a quella di una marcia, che guardava quel suo pezzo di carta come una cartina militare, e allora, per mantenere il passo, per dare voce alla sua gioia ridicola, si mise a cantare: Maori Battalion march to victory! Maori Battalion staunch and true! Maori Battalion march to glory! And take the honour of the people with you! And we’ll march, march, march to the ennemy. And we’ll fight right to the end! For God! For King! And for Country! Au-E! Ake! Ake! Kia Kaha e!
Dopo dieci minuti aveva attraversato il centro, dopo circa altri dieci si trovava davanti all’ingresso del cimitero. Tirò fuori il cellulare dal taschino anteriore dello zaino per controllare quanto aveva impiegato, ma gli venne in mente di non aver guardato nessun orologio prima di partire dall’albergo. C’erano in compenso dei messaggi. Sua madre aveva cercato di chiamarlo, gli aveva persino lasciato un messaggio in segreteria, ma non riusciva ad ascoltarlo. Ci aveva riprovato varie volte da un numero che riconobbe come quello del lavoro, proprio nelle ore in cui lui finalmente doveva aver raggiunto il sonno.
Rapata credeva di vedersela davanti, di capire tutto, così fu colto da una folata di quella rabbia calda e irruente che solo le persone più vicine riescono a suscitarti. Poteva sentire la scusa che sua madre aveva accampato per fermarsi in ufficio a fare le sue telefonate dopo che tutti se ne erano andati, chiamate che, se fossero state scoperte, non avrebbero potuto essere attribuite a nessun altro. Ma lei, più di così, non sarebbe stata in grado di fare di nascosto e se qualcuno gliene avesse chiesto conto avrebbe detto che sì, era stata lei a infrangere il divieto telefonico perché per una volta voleva parlare con suo figlio in Italia. «Voleva», non «doveva»: senza motivazioni finte, pie menzogne, faccia contrita, scuse che oltrepassavano il dovuto. Quasi per sfida, a quel punto, a testa alta. Rapata poteva avvertire l’attesa di raggiungerlo, cocciuta, ansiosa, mentre passava il tempo e lui non rispondeva, quel tipo di apprensione che lei non avrebbe mai ammesso.
Infine la rinuncia: perché più tardi di così non poteva trattenersi, perché doveva andare a casa a preparare un minimo di cena per il compagno che a Rapata dava ancora fastidio dover chiamare in quel modo. Ma quel che più lo urtava, adesso, era l’evidenza che sua madre non si era nemmeno sognata di provare a richiamarlo dopo, da casa. Perché quella casa non era la sua, ma del pakeha con il quale era andata a stare quando Rapata era a sua volta andato a vivere da solo. «Non è una scelta romantica» gli aveva detto, «ma capisci anche tu che pagare l’affitto qui non ha più senso. E’ molto più ragionevole mettere i soldi da parte, anche per te, intendo.» Cosa avrebbe potuto fare se non rispondere «certo, capisco?» Per anni sua madre aveva respinto tutti, poteva anche essere uscita con qualcuno, ma lui non si era mai accorto di nulla, perché non aveva mai portato a casa nessun estraneo. Da quando Rapata era stato in grado di cogliere certi discorsi, sua madre aveva sempre liquidato con poche battute e un sorriso di impazienza i ben intenzionati accenni delle amiche sull’eventualità di riprovarci, rifarsi una vita, non precludersi alle possibilità aperte a una donna ancora giovane, in gamba e bella.
«Sto molto meglio così» diceva, «non ci penso neanche.» Sua madre, in effetti, era bella. A differenza della gran parte delle donne maori, non si era guastata con il passare del tempo, non era ingrassata, non si era lasciata andare, non era diventata appassita e scialba. Anzi, più si consolidava la lontananza da suo padre e si rafforzava la propria indipendenza, più veniva da dire che rifioriva, però il termine esatto non era quello. La bellezza matura di sua madre era il contrario di quella fragile di un fiore: era qualcosa di duro e statuario, simile alle figure lignee delle marae, stesso colore ambrato, stessa feroce antica eleganza. Sua madre era sempre stata una donna determinata, una madre inflessibile ed esigente, degna progenie di Charles Maui Hira, colei che avrebbe dovuto esserne il figlio maschio, però soltanto quando era rimasta sola definitivamente si era trasformata da figlia di un soldato che aveva combattuto for God, for King e for Country, in figlia di un guerriero discendente da una delle tribù più indomite della sua stirpe.
Per questo Rapata non riusciva a rassegnarsi quando la pensava assieme al suo compagno e preferiva mettere piede il meno possibile nel nuovo appartamento, preferiva incontrarla altrove, portarla a pranzo dal cinese non troppo frequentato dai colleghi, più raramente a cena lasciando a lei la scelta dove andare, venendola a prendere e riaccompagnandola a casa, e qualche volta sua madre si girava prima di rientrare e con un cenno piccolo, dritta come una regina, lo salutava.
In quel momento, quando alzava anche lui la mano per ricambiare il suo saluto, Rapata era grato al vetro della macchina e al marciapiede largo del nuovo quartiere residenziale, alla distanza che mettevano fra lui e sua madre, che altrimenti si sarebbe accorta del crampo fugace che ogni volta doveva trasmettersi al suo volto, appena un’ombra, perché pure Rapata era stato allevato alla scuola di suo nonno, ma quel poco le sarebbe già bastato a smascherarlo. In quegli istanti gli affiorava un improvviso impulso di abbracciarla e di inspirare forte per sentire l’odore di sua madre, per rassicurarsi che fosse ancora quello, che non fosse cambiato da quando si era addolcita al punto da fermarsi sulla soglia a fargli ciao ciao con la sua mano troppo grande per quel gesto.
L’ultima volta che era accaduto veramente, era stato al funerale di Charles Maui Hira. Non l’aveva mai abbracciata così tanto in tutto il resto della vita, di questo era certo.
Ora, mentre davanti al cancello del Commonwealth War Cemetery, Rapata cercava di interpretare quelle chiamate perse, si rese conto di non essersi mai chiesto a che cosa suo nonno avesse dovuto rinunciare per crescere il figlio di sua figlia che aveva vissuto con lui per quasi dieci anni. Non era stato l’unico bambino affidato ai nonni, quei nonni che agli occhi dei nipoti erano vecchi, quindi liberi di dedicargli il loro tempo, tempo che somigliava a un avanzo. Ma in tutto il circondario, Charles Maui Hira era stato l’unico anziano maschio a tirare su un nipotino senza avere vicino altri membri della whanau che potessero dargli una mano. Il nonno, quando avevano cominciato a vivere insieme, non era neanche tanto in là negli anni e non aveva acciacchi.
Avrebbe potuto andare a caccia o a pesca, o prendere la macchina, mettersi in viaggio, andare a trovare i suoi compagni di battaglione che rappresentavano la sua vera famiglia, la sua whanau, come gli aveva ripetuto spesso. Anche con le tre sorelle si erano persi i contatti, vuoi perché da sposate erano andate a vivere a Otago, a Gisborne, persino nella South Island, vuoi perché non gli avevano mai del tutto perdonato che avesse abbandonato tutti per una guerra lontanissima dalla quale avrebbe potuto non fare ritorno. Però, senza un bambino a riempirgli il tempo e a vincolarlo nello spazio, chissà se prima o poi avrebbe potuto fare un passo per riavvicinarsi. A vedere l’ultima prozia superstite al funerale, con la corona di kawakawa che sulla sua piccola testa raggrinzita si era messa di traverso per gli scossoni di pianto dirotto, avrebbe probabilmente trovato porte più che aperte. Charles Maui Hira si sarebbe potuto trovare addirittura un’altra donna.
Per Rapata fu un pensiero inaudito, la chiave che gli svelava una sorta di comandamento passato da padre in figlia: non avrai bisogno di nessun altro. In questa luce non erano forse più così assurdi gli eccessi d’orgoglio di sua madre. Era per orgoglio, non per il contrario apparente, che correva a casa a cucinare per un uomo che non pretendeva che lei lo facesse, e si ostinava a non usare mai il telefono di cui lui non voleva farle pagare la bolletta.
E se ci fosse stato davvero qualcosa, qualche problema serio, giù a casa, in Nuova Zelanda? Che non potesse ascoltare la segreteria telefonica, sua madre non sarebbe stata capace di immaginarlo.
Tutto questo passò per la testa di Rapata, mentre schiacciava sul cellulare il numero di sua madre, malgrado dall’interno del cimitero avesse sentito l’eco dell’inno nazionale e non avesse abbastanza credito per telefonare. Malgrado l’ora, soprattutto. Aveva contato di trovare il cellulare spento, invece suonava. «Rapata… ma dove sei? Che ore sono? Da dove chiami?» «Dal mio telefono… Scusa se ti ho svegliata. Mi hai lasciato un messaggio, però all’estero non riesco ad ascoltarlo. Tutto a posto?» «Come? Non possiamo parlare, costa troppo. Tu tutto bene? Sei arrivato?» «Sono davanti al cimitero, a Montecassino. Hanno già iniziato.» «Va bene, vai, vai… Ti abbraccio, figlio.» «Si può sapere perché mi hai cercato cento volte?» «Volevo solo dirti che ho detto a koro che sei andato a fargli onore là in Italia.» Arrivò implacabile il messaggio che informò Rapata del credito esaurito.
Non riusciva a immaginare cosa fosse capitato a sua madre. Non sarà stata una cosa grave, si disse, ma sapeva bene che per sua madre nulla era degno di essere ritenuto grave o perlomeno urgente. La volta in cui le avevano trovato un papilloma, Rapata, chiuso in casa per finire la tesi di dottorato, l’aveva saputo tre settimane dopo. «Ho appena ricevuto il risultato dell’esame e non ci sono cellule maligne» gli aveva comunicato, intingendo un raviolo al vapore nella salsa di aceto e soia.
«Perché non me l’hai detto?» «Cosa avresti potuto fare?» aveva ribattuto, «è andato tutto bene, no?», quasi che l’esito negativo fosse la conferma della sua condotta.
Magari il tumore si era riformato, pensò Rapata. Sì, probabile che fosse questo o qualcosa del genere, altrimenti sua madre non avrebbe fatto tutte quelle telefonate proibite dall’ufficio. Dal cimitero arrivava un’onda forte di applausi, dovevano essere iniziati i discorsi ufficiali.
Sua madre aveva un cancro alla vescica e Rapata era a due giorni di distanza, davanti a un sacrario militare dove non c’era nessuno che conoscesse né fra i vivi né fra i morti. Tranne, via tv, il primo ministro Helen Clark e - chissà se c’era - suo marito. Un biondino alto con gli occhiali, secco come la sua materia: sociologia medica, statistiche su cure e prevenzione offerte dal servizio sanitario nazionale, in cui sarebbe rientrata pure sua madre. Se ora avesse incrociato l’uomo che veniva chiamato Mr Clark, avrebbe potuto dirgli qualcosa tipo: «Salve, professore, non so se si ricorda di me, ma potrei chiederle cosa dicono le sue tabelle sul tasso di guarigione per recidive di papilloma nelle donne maori intorno ai cinquant’anni?» «Aspetti, qual era il nome? Morrison? Rapata Morrison?» «Sullivan. Forse mi confonde con l’attore di Once Were Warriors che ha interpretato il cacciatore di taglie in Guerre Stellari.» «Guerre Stellari? Lei è lo studente che ha da poco finito un master con il collega di studi postcoloniali, vero? Sono i giovani come lei a essere d’esempio per la vostra comunità. E adesso è qui, a questa celebrazione…» «Mio nonno era nel Battaglione maori.»
«Ah! Complimenti. Per quel che riguarda la sua domanda, adesso posso dirle solo che le neoplasie tardivamente diagnosticate sono assai più frequenti nel campione di donne maori. Ma venga da me in istituto che ne riparliamo. La devo salutare ora: buon proseguimento!»
Rapata non aveva nessuna voglia di entrare nel cimitero e rischiare di trovarsi in una situazione simile a quella che aveva appena immaginato.
Se fosse tornato indietro subito, di corsa, forse sarebbe riuscito a comprare una scheda prepagata in tempo per richiamare sua madre prima che ripiombasse nel sonno profondo. Ma no, e poi forse stavolta aveva spento il cellulare. Era stato troppo a lungo a camminare avanti e indietro davanti al cancello del cimitero, a perdersi in ricordi, indecisioni, fantasie, cazzate. E in questa città non c’era un mezzo per tornare velocemente in centro. Si mise a imprecare a voce alta, scandendo parolacce fin troppo comprensibili per gli automobilisti italiani che gli passavano davanti con i finestrini aperti per il caldo.
Sudava anche Rapata, zaino sopra il giubbotto che non si era levato. A Cassino non esistevano autobus e in maori non esistevano parole sporche.
Suo nonno gli aveva raccontato che da Milowitz scriveva lettere in te reo perché non potevano essere censurate, ma quella era un’altra storia.
Anche l’esercito statunitense aveva usato i navajo per trasmettere messaggi nel loro idioma incomprensibile, e la condizione dei nativi americani era sempre stata peggiore della loro. Era la guerra che riscriveva le regole abituali, poi con la pace tutto rientrava: tornava alla consueta ipocrisia in cui una donna eletta primo ministro poteva tenere un bel discorso in memoria degli eroi caduti in quell’orrore sacrosanto che era stata l’ultima guerra mondiale, mentre le donne maori continuavano a subire percentuali chissà quanto superiori di botte e aborti, persino di fottutissimi tumori, perché nemmeno il miglior servizio sanitario poteva costringerle a vincere la vergogna camuffata con l’orgoglio e presentarsi in ospedale quando sarebbe stato il caso. E poi c’era qualcuno che, nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici per sottrarsi a quella sorte, finiva ugualmente dentro a quei numeri incolonnati su base etnica, come sua madre. Sua madre che forse stava cominciando a morire, mentre Rapata stava inseguendo in Italia le tracce della vita di un morto. Quando si calmò, fermandosi, espirando l’aria che venne fuori come un sospiro, capì che era stato quello il nodo, la sua paura: l’abbandono totale. E lui, da buon maori testa di cazzo, aveva cercato di aggirarlo con la rabbia, la loro rabbia tipica che rendeva i pakeha molto attenti e preoccupati, di modo che, più i pakeha si presentavano come estremamente preoccupati e attenti alle problematiche dei maori, più loro reagivano con rabbia: quella rabbia maledetta che tranne in guerra non era buona a nulla, anzi era buona soltanto come strumento di predominio democratico dei bianchi. Però, se loro perdevano la rabbia, se si spogliavano del loro orgoglio, non gli restava che la disperazione. Forse non a tutti i maori, ma a lui sì: tre generazioni che avevano lottato in vari modi contro un destino segnato dall’appartenenza e ora rischiava di rimanere lui da solo, bloccato davanti ai cancelli di un cimitero imperiale. E allora che senso aveva ogni loro sforz o? Aveva senso solo quello che si faceva per qualcun altro. Ma lui era lì per qualcun altro, per Charles Maui Hira, il padre di sua madre. Perché l’aveva amato, perché amava suo nonno. Quindi ora sarebbe entrato lì dentro e sua madre l’avrebbe richiamata dopo, finita la stupida cerimonia, scendendo giù in città, svegliandola quando a casa sarebbe stata l’alba.
La cosa alla quale non era preparato quando, oltrepassato il cancello, Rapata cominciò a dirigersi verso la comitiva radunata intorno alla croce alta che in fondo al cimitero si ergeva in cima a una scalinata dello stesso marmo bianco, non era che ci fossero più persone di quante avesse immaginato, fotografi, televisione e stampa sia neozelandese che italiana, né che i veterani kiwi portassero le loro medaglie appuntate non sulle uniformi ma sopra i taschini dei loro blazer blu, tutti con l’identico cappello che, pur col nome della nazione per la quale avevano combattuto sulla tesa, era un panama da gita d’altri tempi. Non era scorgere davvero il professore dagli occhiali spessi, rigido, leggermente arretrato rispetto alla moglie che con un comodo tailleur da lutto stava terminando il suo discorso, né tantomeno che nelle vicinanze dei coniugi Clark stesse ad attendere un gruppo di maori in costume. Era qualcosa che sarebbe sfuggito a lui stesso, se non avesse dovuto percepirlo a ogni nuovo passo: l’erba.
L’erba del cimitero militare, l’erba in cui erano immerse le piccole tombe tutte uguali, trasmetteva ai suoi piedi un’invariata consistenza più da zerbino che da tappeto, per cui veniva da guardarla. Un prato, ecco cos’era, un prato che doveva essere così non solo in primavera, ma pure in piena estate o d’inverno, un artificio estorto alla natura più dispendioso da conservare del marmo bianco. In mezzo al paesaggio italiano di montagne e fiumi non dissimile alla Nuova Zelanda, i loro morti, i morti tutti - scozzesi, irlandesi, gallesi, canadesi, nepalesi, indiani - erano coperti da un prato all’inglese quasi perfetto. Solo quando si fermò, svagando dai discorsi tenuti ora da alcuni reduci, Rapata si ricordò che tutti i cimiteri di guerra che aveva visto presentavano, per quanto concerneva l’erba, lo stesso aspetto. Ma quelli non li aveva calpestati, soltanto visti nei film dove, tra l’altro, custodivano quasi sempre corpi di caduti statunitensi. Non era colpa degli inglesi, quindi, stavolta, semplicemente si usava così e basta, come se, per preservare adeguatamente le spoglie dei militari, la stessa natura andasse messa in riga e uniformata.
Quando Rapata tornò a seguire la cerimonia, il gruppo dei maori si era già disposto nel settore neozelandese, pronto ad assolvere al suo compito. Brandivano il bastone chiamato tahaia e lo scagliavano in avanti, accompagnando quelle mosse con grida rituali. In faccia e sul corpo lasciato libero dai gonnellini, esibivano il moko bandito dalla carne dei soldati, vuoi quelli intorno alle cui tombe continuavano ad agitarsi, vuoi i vecchi maori che li guardavano da sotto ai panama bianchi. Un gruppo di ragazze in lunghe tuniche coperte da una mantella bordata con piume aspettava di intonare i canti funebri che avrebbero deformato il kauae. Ma era solo dipinto su mento e labbra, a differenza di quello delle madri che avevano riaccolto i figli reduci e pianto quelli caduti, perché all’epoca del 28° Battaglione la tradizione del tatuaggio era stata mantenuta viva sui volti delle donne. Erano il New Zealand Defence Force Maori Cultural Group, facevano parte dell’esercito attuale, la New Zealand Army che in maori si chiama Ngati Tumatauenga, «tribù del dio della guerra». Si esibivano abitualmente in tutte le celebrazioni ufficiali, ma questo, per chi non veniva dalla loro terra e li vedeva per la prima volta, era impossibile indovinarlo.
Ora tutta l’attenzione dei presenti era rivolta alle movenze di quei corpi. Il silenzio nel cimitero, non solo perché sovrastato dalle grida e dai canti, si era fatto pressoché totale, più di quando, cercando di contenere lacrime trattenute per sessantanni, avevano parlato i veterani.
Mentre i piedi nudi scendevano sul prato per purificare il suolo tapu delle tombe neozelandesi, Rapata non poté fare a meno di guardare coloro che li guardavano. Gli sguardi straniti o eccitati degli italiani che in gran parte dovevano essere gente del posto, le facce inespressive di certi vecchi con dei berretti militari in testa che riconobbe come tedeschi, provando a masticare la parola «Fallschirmjàger» con l’intonazione di timore reverenziale con cui l’aveva sentita da suo nonno. Non ci riuscì, però provò un rancore vero nel vedere quegli uomini ancora vivi assistere ai riti funebri officiati dai guerrieri seminudi della sua gente. Non sapeva se lo mettevano più a disagio i paracadutisti o i maori che, ai loro occhi, non sembravano celebrare un rito, ma interpretare uno spettacolo tribale per turisti.
Infatti, chi fra gli spettatori non neozelandesi aveva una macchina fotografica o una videocamera, si fece avanti. Questo spronò un reporter a riprendere da vicino uno dei maori più imponenti per corporatura e tatuaggi, sembrava risucchiato verso il suo obiettivo, ma l’uomo si dirigeva verso di lui a balzi rapidi e, prima che se ne accorgesse, lo ricacciò indietro con uno spintone forte della tahaia. Il fotografo, sorpreso ed esterrefatto, rientrò subito nei ranghi, ma la tensione era ormai alta. «Behave yourself!» gridò a quel punto una voce che apparteneva a un reduce pakeha, solo che il tono e il modo erano esattamente gli stessi con cui Charles Maui Hira lo aveva sgridato da bambino. «Behave yourself, Rapata», e quando voleva allargarsi oltre quel richiamo così secco da sembrare quasi abbaiato, aggiungeva che non avrebbe tollerato «a misbehaved brat», un moccioso maleducato, nella sua casa. Adesso avrebbe voluto scomparire lui stesso sotto il prato all’inglese, sotto la terra italiana resa sacra e inviolabile dai commilitoni di suo nonno. Che cosa diavolo era venuto a fare qui? Aveva dovuto sorbirsi due giorni di viaggio solo per rendersi conto che i loro guerrieri ufficiali non erano che una manica di pagliacci, palloni gonfiati in palestra, con i loro bei tatuaggi ritoccati come il trucco di una cheerleader, e che bastava un vecchio con in testa un ridicolo cappello da pic-nic per rimetterli al loro posto? Che il posto della loro cultura, dove era tanto difficile assicurarsi che i cadaveri permettessero alle anime e agli spiriti di raggiungere la terra ancestrale di Hawaiki, fosse alla fine quello concesso ai ragazzini maschi, a condizione che non facessero giochi troppo scalmanati e violenti? Lasciamoli giocare, i maori, finché si comportano come si deve: a questo in fondo si riduceva tutto. Cosa ci faccio qui?, si ripeté Rapata guardando un’altra volta l’orologio del cellulare e vedendo che a casa era ancora notte.
Cominciò a muoversi, fece il giro dall’altra parte del cimitero, sulla strada più lontana dalla zona del rito. Sapeva che quella sua reazione non era giusta, che nello zaino si portava dietro anche lui una medaglia e soprattutto delle foto, che avrebbe dovuto aspettare e mostrarle ai morehu che aveva individuato, magari a partire da quel vecchio basso con un mantello di piume sopra l’uniforme che sembrava pesare come un macigno sulle sue spalle curve. Aveva qualcosa di ridicolo, di folkloristico o buffonesco, anche quel vecchio? No, anzi: però Rapata non aveva idea di come avvicinare un uomo che si era portato oltreoceano il suo dolore sotto forma di piume di uccello.
Indeciso se restare o andarsene, si fermò. Quando rialzò la testa, l’occhio gli cadde sulla tomba che aveva davanti. Vi erano incisi due machete incrociati che a prima vista parevano familiari, ma in mezzo c’era una scritta in un alfabeto che non sapeva identificare. «Jas Bahadur Limbu» lesse, «7th Gurkha Rifles. 25th February 1944, Age 17.» Si sentì raggelare. Il prato in quel punto era più trascurato, sfrangiato ai bordi in cui toccava il sentiero di ghiaia, spelacchiato. Era arrivato davanti all’ultimo quadrato del cimitero, a sinistra, dove erano concentrate le tombe dei gurkha.
Leggendo le iscrizioni, lo circoscrisse: la maggior parte dei caduti aveva meno di diciotto anni.
Di che cosa ti stupisci?, si domandò. Non lo sapeva forse che molti dei ragazzi partiti con il battaglione ne avevano anche meno, di anni, che il limite di età compiuta esisteva solo sulla carta, solita foglia di fico ipocrita, perché bastava presentarsi e dichiarare il falso, tanto nessuno sarebbe andato a controllare? Erano volontari, no? Nessuno li costringeva a farsi soldati. E allora si accomodassero, infilassero pure i loro piedi scalzi e i loro corpi glabri dentro gli scarponi e le uniformi. Erano tutti volontari i ragazzi che erano stati reclutati in quei lontani angoli del mondo per combattere la giusta guerra di liberazione planetaria - i gurkha, gli indiani e i maori stessi. Anche se ignoravano dove si trovasse la Germania, né avevano sentito il nome del tiranno prima di cominciare l’addestramento. Bastava dargli da mangiare, vestirli, offrire una branda al coperto, e soprattutto il soldo. Quanto valevano le vite di quei ragazzi? Rapata si rese conto di non saperlo.
Nemmeno per quel che riguardava il Battaglione maori aveva mai sentito nominare i soldi, né da suo nonno, tanto meno da tutto quel che ufficialmente lo commemorava: libri di scuola, servizi televisivi, articoli, anzac Day e quant’altro. Si rese conto che, se parlare di denaro era sempre e comunque considerato sporco, quando si trattava della guerra, di quella guerra, allora diventava anche peggio: qualcosa per cui i pakeha si erano impadroniti della loro parola tapu, stravolgendola, riducendo a «innominabile» quel che significava «sacro». Il prezzo della cittadinanza, un corno! Il prezzo del sangue, però quale? Trenta denari o tremila ducati per la nostra libbra di carne, perché se ci ferite, non sanguiniamo? Se ci solleticate, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? Suo nonno gli aveva raccontato che, andando a trovare all’ospedale militare i compagni feriti nell’attacco alla stazione di Cassino, aveva visto su una branda un ragazzo nepalese che piangeva.
Aveva tutte e due le gambe divorate, puzzo di sangue vecchio e ca rne bruciata pur con lo iodio e il cloroformio che gli gravitava addosso e nell’aria, lacerti stecchiti da residui d’ossa fin su alle ginocchia, emersi quando arrivarono per rinnovargli i bendaggi. Charles Maui Hira credette che piangesse per il dolore, il suo faccione rotondo, da bambino, sembrava non sopportarlo, perciò andò da lui, si chinò verso il suo volto e gli disse: «Ti salveranno, ti amputeranno e dopo un po’ non sentirai più male». Ma il guaito costante del ragazzo divenne un pianto di singhiozzi. «Cos’è?» chiese Charles Maui Hira, «hai paura? Paura che ti facciano ancora più male o paura che non sia vero quel che ti ho detto? E questo?» Allora il gurkha scosse la testa con veemenza, la sua testa intatta di bambino con gli occhi a mandorla che faceva un effetto orrendo vederla sbattere in cima a quel corpo menomato. Finché fra singulti e inglese scarso non riuscì a sentirlo dire: «Adesso come faccio, hanno speso tutto per farmi diventare soldato e io li mantenevo tutti con quel che mandavo a casa, e adesso come faccio senza gambe?»