Parte Terza



Tornavo a casa, dallo studio. Pensavo che avrei dovuto fare un po' di spesa per evitare di mangiare fuori ancora una volta, quando sentii una voce di donna, leggermente gutturale, alle mie spalle.

«Mi da una mano, per piacere? Sto per stramazzare al suolo».

La mia vicina Margherita. C'era da stupirsi che non fosse già stramazzata al suolo. Aveva una borsa da lavoro gonfia, svariati sacchetti di plastica pieni di cibo e un lungo tubo portadisegni del tipo di quelli che usano gli architetti. Le diedi una mano, nel senso che mi caricai tutta la spesa. Così cominciammo a camminare insieme.

«Meno male che ho incontrato lei. Una settimana fa ero più o meno nelle stesse condizioni e ho incontrato quel professore anziano, Costantini, che si è offerto di aiutarmi. Io gli ho dato le buste e lui, dopo un isolato, si stava facendo venire un infarto».

Sorrisi con un'aria vagamente idiota. Evidentemente avrei dovuto sapere chi era questo professor Costantini.

«Chi è il professor Costantini?».

«Quello che sta al secondo piano, nel nostro palazzo. Scusi ma lei da quanto tempo abita lì?».

Pensai che stavo in quel palazzo da più di un anno. Non conoscevo il nome di nessuno degli inquilini.

«Ci abito da un anno, più o meno».

«Beh, complimenti, lei deve essere un tipo socievole. Che fa, dorme di giorno e di notte gira con una tuta, un mantello e una maschera per liberare la città dai criminali?».

Le dissi che facevo l'avvocato e lei, dopo aver fatto una piccola smorfia, mi disse che anche lei, molto tempo prima, sembrava destinata a fare l'avvocato.

Aveva fatto la pratica, aveva superato gli esami e si era iscritta all'albo, ma poi aveva cambiato strada. Del tutto. Adesso si occupava di pubblicità e altro.

Però, convenimmo, in qualche modo eravamo colleghi e allora potevamo darci del tu. Disse che questo la faceva sentire più a suo agio.

«Io ho sempre avuto problemi con il lei. Proprio non mi viene naturale, devo sforzarmi. Hanno cercato di insegnarmi qualche anno fa che una ragazza per bene non da del tu agli sconosciuti, ma io ho sempre avuto molti dubbi sul fatto di essere una ragazza per bene. E tu?».

«Se non sono sicuro di essere una ragazza per bene? Effettivamente qualche dubbio ce l'ho».

Fece una breve risata, come un gorgoglio, prima di riprendere a parlare.

«Si vede che hai dubbi, in generale. Hai sempre un'aria... non so, non trovo una parola adatta per definirla. Come se stessi ruminando delle domande e le risposte ti piacessero poco. O non ti piacessero affatto».

Mi voltai a guardarla, leggermente interdetto.

«Visto che questa è la seconda volta che ci vediamo, posso sapere su cosa si basa questa diagnosi?».

«È la seconda volta che tu mi vedi. Io ti ho visto almeno altre quattro o cinque volte, da quando sono venuta a stare in questo palazzo. Per due volte ci siamo proprio incrociati per strada e letteralmente non mi hai visto. Tanto che non mi è nemmeno venuto di salutare. Non è stato piacevole per la mia vanità, ma tu eri da un'altra parte».

Camminammo in silenzio per qualche decina di metri. Poi fu lei a parlare di nuovo.

«Ho detto qualcosa che non va?».

«No. Pensavo a quello che hai detto. Mi chiedevo se fosse così evidente».

«Non è così evidente. È che io sono brava».

Eravamo arrivati al portone di casa. Entrammo e salimmo insieme la piccola rampa di scale che portava all'ascensore. Mi dispiaceva che fosse arrivato il momento di salutarci.

«Sei riuscita ad incuriosirmi. Adesso cosa devo fare per avere una consulenza più dettagliata?».

Ci pensò qualche secondo. Stava decidendo.

«Sei uno che equivoca se viene invitato a cena da una ragazza che vive sola?».

«In passato ero un professionista dell'equivoco ma ora ho smesso, credo. Spero».

«Allora: se non equivochi e non sei impegnato stasera per me andrebbe bene».

«Stasera andrebbe bene anche per me. Sei al sesto o al settimo?».

«Al settimo. Ho anche la terrazza. Peccato che la sera è ancora troppo fresco altrimenti avremmo potuto stare fuori. Va bene, allora alle nove?».

«Sì. Cosa porto?».

«Vino, se lo bevi, perché io non ne ho».

«Va bene. A stasera allora».

«Non prendi l'ascensore?».

«No, no, vado a piedi».

Mi guardò un attimo senza dire niente, con aria leggermente interrogativa, poi annuì, prese la sua spesa e mi salutò.

Non mi ricordo niente di preciso di quello che feci in studio quel pomeriggio, ma ricordo la sensazione di leggerezza. Una sensazione che non provavo da un sacco di tempo.

Mi sentivo come nei pomeriggi di maggio degli ultimi anni di liceo. A scuola ormai non si andava quasi più. Ci andavano quelli che dovevano riparare le insufficienze e quindi farsi interrogare. E pochi altri.

Per tutti noi erano i primi giorni di vacanze, ed erano i migliori. Perché erano illegali, in un certo senso. Stando alle regole avremmo dovuto continuare ad andare a scuola e invece non lo facevamo. Erano giorni rubati, uno per uno, al calendario della scuola e restituiti alla libertà.

Forse per questo motivo c'era quell'elettricità, quella strana tensione carica di aspettativa nei pomeriggi di maggio in bilico fra la scuola e i misteri dell'estate. Qualcosa stava per accadere, doveva accadere, e noi lo sentivamo. Il nostro tempo si tendeva come un arco, pronto a scagliarci chissà dove.

Quel pomeriggio mi sentivo così, come in quei graffiti della mia adolescenza.

Uscii verso le sette e mezza e andai in una enoteca per prendere il vino. Non sapevo cosa avremmo mangiato né quali fossero i gusti di Margherita e quindi non potevo prendere soltanto vino rosso, come mi sarebbe venuto naturale. Io non amo il vino bianco.

Allora presi un primitivo di Manduria e, tanto per fare la mia figura da provinciale, un bianco californiano della Napa Valley.

Dopo avere scelto il vino mi restava del tempo e allora feci una passeggiata per via Sparano. Vedevo la gente che camminava tutto intorno a me e mi sembrava di percepire una sospensione del tempo. L'aria sembrava attraversata da un senso di malinconia dolce e da qualcosa d'altro, che non riuscivo a cogliere bene.

Arrivai a casa alle nove meno un quarto, feci la doccia e mi vestii. Pantaloni chinos chiari, camicia di jeans, scarpe morbide di pelle leggera.

Chiusi la porta tenendo con l'altra mano le due bottiglie, per il collo e balzai sulle scale con lo stile di Alberto Sordi americano a Roma. Così inciampai e per un soffio evitai di fracassare tutto. Mi venne da ridere e quando bussai alla porta di Margherita, due piani più su, dovevo avere ancora una specie di sorriso un po' stolido.

«Cosa è successo?», disse lei un po' perplessa, socchiudendo leggermente gli occhi dopo avermi salutato.

«Niente, stavo cadendo per le scale e, visto che sono mentalmente disturbato, ho trovato la cosa divertente. Tranquilla comunque: sono innocuo».

Rise, sempre con quella specie di gorgoglio.

In casa c'era un buon odore, di mobili nuovi, di pulito e di cibo ben cucinato.

Era un appartamento più grande del mio ed evidentemente erano stati demoliti dei muri perché non c'era ingresso e si entrava direttamente in una specie di salone con una grande vetrata che dava su una terrazza. Pochi mobili. Solo una specie di armadio basso che sembrava giapponese, alcuni scaffali a muro di legno chiaro e un tavolo di ferro e vetro con quattro sedie di metallo. Per terra un grande tappeto di cocco e, su due lati della stanza, alcune grosse candele colorate di altezze diverse, vasetti di vetro blu con dentro una specie di pietrisco, un impianto stereo nero.

Gli scaffali erano pieni di libri e di oggetti e davano l'impressione di una casa abitata già da tempo.

Sui muri c'erano due riproduzioni di Hopper. Serata a Cape Cod e Gas. Quello delle pompe di benzina nella campagna. Erano bellissimi e commoventi.

Lo dissi e lei mi guardò un attimo, come per controllare se parlavo solo per darmi un tono. Poi fece di sì con il capo, seria, e rimase in silenzio per qualche secondo.

«Mangi il piccante?».

«Mangio il piccante».

«Vado in cucina a finire di preparare. Tu guardati pure attorno, fra cinque minuti è pronto. Poi a tavola chiacchieriamo. Apro il vino rosso perché col cibo che mangeremo va bene. E poi il bianco non ce la fa a raffreddarsi, in così poco tempo».

Sparì in cucina. Io cominciai ad esaminare i libri sugli scaffali, come faccio di solito quando vado in una casa sconosciuta.

C'erano molti romanzi e raccolte di racconti. Americani, francesi e spagnoli, in lingua originale. Steinbeck, Hemingway, Faulkner, Carver, Bukowsky, Fante, Montalban, Lodge, Simenon, Kerouac.

C'era una vecchissima, consumata edizione di Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta. C'erano i libri di viaggi di un giornalista americano, Bill Bryson, che a me piaceva molto e che credevo di essere più o meno l'unico a conoscere.

Poi libri di psicologia, libri sulle arti marziali giapponesi, cataloghi di mostre, soprattutto fotografiche.

Tirai fuori da uno scaffale il catalogo di una mostra di Robert Capa a Firenze e lo sfogliai. Poi presi Chatwin e poi Doisneau, con i suoi baci in bianco e nero nella Parigi degli anni cinquanta. C'era un libro su Hopper. Aprendolo vidi che c'era una dedica e voltai subito pagina, imbarazzato. Lessi qualche rigo dell'introduzione. "Immagini della città o della campagna quasi sempre deserte in cui si fondono il realismo della visione con un sentimento struggente del paesaggio, delle persone, degli oggetti. I quadri di Hopper, sotto una apparenza di oggettività esprimono un silenzio, una solitudine, uno stupore metafisici".

Lasciai Hopper, presi Chiedi alla polvere, di John Fante e con il libro andai in terrazza. L'aria era fresca e asciutta. Mi aggirai un poco fra le piante, mi affacciai a guardare sulla strada, mi fermai a toccare degli strani piccoli fiori con la consistenza della cera. Poi appoggiato al muro sotto una specie di lanterna in ferro battuto sfogliai il libro fino all'ultima pagina, perché volevo rileggermi il finale.


Si cominciava a scorgere, a distanza, il luccichio tremolante della canicola.

Risalii il sentiero fino alla Ford. Presi la copia del mio libro, del mio primo libro e scrissi a matita sul risguardo: A Camilla, con amore, Arturo.

Percorsi un centinaio di metri verso sudest e, con tutta la forza che possedevo, gettai il libro nella direzione che lei aveva preso. Poi montai in macchina, avviai il motore e partii per Los Angeles.


«È pronto, a tavola».

Mi risvegliai con un piccolo sussulto, e rientrai in casa. La tavola era apparecchiata.

Il primitivo era in una caraffa e in un'altra uguale, acqua. C'era una zuppiera di chili con carne e una terrina con riso bollito. Su un piatto erano disposte quattro pannocchie di mais e al centro dei fiocchi di burro.

Cominciammo con le pannocchie e il burro. Io presi la caraffa del vino e stavo per versarne nel bicchiere di Margherita.

Lei disse di no, che non beveva.

«Avevo, come si dice, un bere problematico. Qualche anno fa. Poi diventò molto problematico. Adesso non bevo più».

«Scusa, non avrei portato il vino se avessi saputo...».

«Ehi, sono io che ti ho detto di portare il vino. Per te».

«Se ti da fastidio possiamo bere l'acqua».

«Non mi da fastidio».

Lo disse sorridendo e però con un tono che significava: sul punto discussione chiusa.

Va bene, discussione chiusa. Riempii il mio bicchiere e poi attaccai la pannocchia.

Mangiando parlammo poco. Il chili era veramente piccante e il vino ci stava alla perfezione. Per dessert c'era un dolce di datteri e miele, anche quello messicano.

Non fu una cena dietetica e alla fine avevo voglia di qualcosa di forte.

Ovviamente non dissi nulla ma Margherita andò in cucina e tornò con una bottiglia di tequila brown, ancora sigillata.

«L'ho comprata per te, oggi pomeriggio. Non si può fare una cena messicana senza finire con la tequila. Poi ti porti via la bottiglia. E anche quella del vino bianco».

Mi versai la tequila, tirai fuori le sigarette e poi pensai, troppo tardi, che magari il fumo non era gradito. Invece Margherita me ne chiese una e prese una specie di mortaio di pietra lavica per la cenere.

«Io non compro le sigarette. Se no le fumo. Appena posso però le frego agli altri».

«Conosco il metodo», risposi. Per molti anni era stato il mio metodo. Poi gli amici avevano cominciato a rifiutarmi le sigarette, ero diventato alquanto impopolare e, insomma, alla fine ero stato costretto a comprarle.

Bevvi un sorso di tequila e rimasi zitto qualche secondo di troppo. Lei mi lesse nel pensiero.

«Vuoi sapere qual era il problema con l'alcol».

Non era una domanda. Stavo per dire che no, ma cosa andava a pensare, stavo solo gustando la tequila.

Dissi di sì.

Aspirò con forza la sigaretta prima di cominciare.

«Sono stata un'alcolizzata per tre anni, più o meno. Dopo la laurea i miei mi regalarono una vacanza di tre mesi negli Stati Uniti, a San Francisco. Fu il periodo più divertente della mia vita. Quando ritornai mi resi conto per la prima volta che il mio futuro era di fare l'avvocato nello studio di mio padre... No. Non è esatto, così non si capisce. Adesso so che quello fu il motivo, ma allora non mi resi conto di niente, consapevolmente. Però lo percepii in modo distinto, anche se inconsapevole. Insomma la ricreazione era finita e io non ero pronta per rientrare in classe. Non in quella dove ero destinata. Per peggiorare le cose, al ritorno dagli Stati Uniti trovai un fidanzato. Era un ragazzo carino, otto anni più grande di me. Faceva il notaio, aveva buone maniere e piacque subito ai miei genitori. Un ottimo partito. Quasi tutti i miei fidanzati precedenti non erano piaciuti. Non era il genere di soggetti cui avrebbero affidato per la vita la loro figlia unica. Io ero stata sempre, come dire, un po' vivace e un po' volubile e questo non stava molto bene. Non che dicessero niente. Cioè, qualche volta mia madre diceva, ma insomma non mi avevano mai creato particolari problemi. Credevo.

«Comunque quando comparve Pierluigi fu chiaro che era quello giusto. Da non lasciar scappare via. Io cominciai a bere, poco dopo l'inizio della storia con lui. Bevevo, tanto, soprattutto la sera, quando uscivamo. Bevevo e diventavo più simpatica. Tutti ridevano per le mie battute e il mio fidanzato era chiaramente orgoglioso di portarmi in giro. Di esibirmi. Poi decidemmo, cioè, lui decise, che era il momento di sposarci. Io lavoravo con mio padre e presto sarei stata avvocato, lui era notaio e, come dire, non era povero. Non c'era motivo di continuare a fare i fidanzati. Lui parlò e io dissi che aveva ragione.

«Dopo quella decisione cominciai a bere anche prima di uscire. Lui veniva a prendermi e io al citofono dicevo che mi ci volevano cinque minuti. Poi mi scolavo quello che capitava, dalla birra, al vino ai superalcolici. Quello che capitava. Mi lavavo i denti, per l'alito, mi profumavo e scendevo. Incontravamo gli amici ed ero sempre così simpatica. E bevevo. Bevevo l'aperitivo, il vino o la birra sui pasti, e poi un goccetto, o due, o tre, dopo il dessert. Mi piaceva tanto la tequila brown, proprio quella marca che stai bevendo tu adesso. Ma non facevo discriminazioni. Bevevo tutto quello che era disponibile. In qualche momento avevo la spiacevole sensazione che il controllo mi sfuggisse. In qualche momento pensavo che forse avrei dovuto ridurre, ma perlopiù ero convinta che quando avessi deciso di smettere lo avrei fatto senza problemi.

«Mi dai un'altra sigaretta per piacere?».

Le diedi la sigaretta e ne accesi una anch'io. Lei aspirò con forza due boccate e andò a mettere un cd.

Making movies. Dire Straits.

Fece un altro paio di tiri prima di ricominciare a parlare.

«Con questo allegro andazzo arrivammo al matrimonio. Nei pochi momenti di lucidità ero presa da un senso di disperazione indescrivibile. Io non volevo sposarmi, non avevo niente a che fare con quel signore che faceva il notaio. Non volevo fare l'avvocato, volevo tornare a San Francisco o scappare in qualsiasi altro posto. E invece ero su un treno in corsa e non ero capace di tirare il freno di emergenza. Due o tre volte credevo di avere raccolto il coraggio per dire ai miei che non volevo sposarmi, la paura maggiore era per la reazione dei miei genitori, non di Pierluigi, che mi dispiaceva ma pensavo che fosse meglio fare una scelta del genere prima del matrimonio, piuttosto che sei mesi, o un anno dopo.

«Poi mia madre si affacciava nella mia stanza e mi diceva di sbrigarmi, che dovevamo uscire per scegliere, che so, il menù del ricevimento o i fiori per la chiesa. Allora dicevo "sì mamma", mi scolavo una bottiglietta mignon di qualche liquore, mi lavavo i denti, mi lavavo tantissime volte i denti, e uscivo. Mi ricordo che in una di queste uscite lasciai mia madre nel negozio di turno per andare a farmi una birra al volo, nel primo bar a portata di mano. Poi fui terrorizzata per tutto il pomeriggio che potesse sentirmi l'alito.

«Non indovini come arrivai al matrimonio? Ubriaca. Bevvi la sera prima, mischiai alcol e ansiolitici, per dormire. La mattina dopo bevvi. Qualche birra, giusto per sentirmi a mio agio. Anche un bicchierino, o due, di whisky. Ma mi lavai i denti molto bene. Entrando in chiesa inciampai, perché ero sbronza. Tutti pensarono che fosse l'emozione. Per tutta la cerimonia pensai a quando sarebbe iniziato il ricevimento. Per poter bere».

Aspirò l'ultima boccata, fino al filtro e poi spense la cicca nel mortaio, con un gesto duro. Mi venne l'impulso di toccarle una mano, o la spalla, o il viso. Per far vedere che c'ero. Non fui capace e lei riprese a parlare.

«Ancora oggi mi chiedo come abbiano fatto, tutti, a non accorgersi di niente. Fino al matrimonio e anche per diversi mesi dopo. La situazione degenerò quando superai gli esami di avvocato. Prima di sposarmi avevo fatto gli scritti e qualche mese dopo feci gli orali. Arrivai seconda nella graduatoria finale. Non male per una alcolizzata, eh? Festeggiai a modo mio. Poi tornai a casa e mi sentii male. Mio marito mi trovò a letto. Avevo vomitato più volte e puzzavo alquanto. Non solo di alcol, ma certamente anche di alcol. Da quel momento cominciò la fase peggiore. Lui cominciò a capire. Non tutto in una volta, ma nel giro di qualche mese si era reso conto di avere una moglie alcolizzata. A modo suo non si comportò male, cercò di aiutarmi. Fece sparire tutto l'alcol da casa e mi portò da uno specialista, in un'altra città. Per evitare lo scandalo, ovviamente. Io promisi che avrei smesso e cominciai a bere di nascosto.

«Controllare un alcolizzato è impossibile. Gli alcolizzati sono furbi e bugiardi, come i tossici, anzi peggio, perché procurarsi da bere è più facile che procurarsi la roba. Un giorno qualcuno mi vide alle dieci di mattina in un bar del centro che mi scolavo tutto d'un fiato una birra alla spina, e lo disse a Pierluigi. Giurai che avrei smesso e mezz'ora dopo ero di nuovo a bere, di nascosto. Lui parlò con i miei genitori che all'inizio non ci credevano. Poi dovettero crederci. Andammo insieme da un altro specialista, in un'altra città ancora. Risultato: uguale a prima. Voglio fartela corta. Questa storia durò ancora per un anno, dopo che fui scoperta. Poi mio marito se ne andò di casa.

«Come dargli torto. Io giravo con grossi lividi, o raschi, sulla faccia, perché mi alzavo di notte, per fare la pipì dopo essermi addormentata con ottime miscele di tequila o vodka e ansiolitici, e andavo a sbattere contro le porte. O cadevo direttamente a terra. Il sesso, le rare volte che c'era, non era divertentissimo per lui, credo. Per me, no certamente. Avevo voglia di piangere e di bere. Insomma alla fine lui se ne andò e fece bene.

«Dopo che lui se ne fu andato i ricordi si fanno veramente confusi. Si schiariscono di nuovo non so quanto tempo dopo. Ero in una clinica, in Piemonte, specializzata nella cura delle dipendenze di tutti i tipi. C'erano tossici tradizionali, c'erano farmacodipendenti, c'erano malati di gioco d'azzardo e poi c'eravamo noi, gli alcolizzati. La maggioranza.

«Quello è stato il periodo più duro della mia vita. Erano spietati in quel posto, ma mi hanno aiutato a tirarmi fuori dalla merda in cui mi ero cacciata. Adesso sono quasi cinque anni che non bevo. I primi due tenevo il conto dei giorni. Poi ho smesso e adesso sono qui. In questi cinque anni sono successe molte altre cose, ma sono storie diverse».

Io la guardavo in faccia e non sapevo che dire, o che fare. Pensavo che qualsiasi cosa sarebbe stata sbagliata e rimasi in silenzio. Allora parlò di nuovo lei.

«Magari pensi che io racconti questa storia a tutti quelli che incontro, così. Se ci fai caso ti ho conosciuto praticamente solo oggi. Pensi questo?».

«No».

«Perché?».

«Non lo so. Ma mi piace pensare che non la racconti a tutti, questa storia».

Una volta tanto non avevo sbagliato la battuta. Fece un cenno con il capo, come a dire: va bene.

Poi restammo lì a parlare, ancora, fino a notte.



Le settimane che mi separavano dal processo passarono velocemente.

Il dodici giugno, verso le nove del mattino l'aria era ancora fresca. Andando verso il tribunale vidi che il termometro a cristalli liquidi di un negozio di computer segnava 23 gradi. Al di sotto delle medie stagionali, pensai. La temperatura sembrava la sola cosa buona di quel giorno.

La notte prima ero andato a letto e non ero riuscito a prendere sonno. Alle due passate avevo provato con le pillole, ma non erano servite a niente. Ero crollato solo verso le quattro e mezza e mi ero svegliato un paio d'ore dopo.

Come nel periodo peggiore.

Mi fermai in un bar a prendere un caffè, caffè vero, e a fumare una sigaretta. Mi sentivo schifosamente.

Da qualche giorno ero martellato dal pensiero che le cose sarebbero finite male, per me e soprattutto per Abdou.

Il processo si avvicinava e io pensavo sempre più insistentemente di avere fatto una grossa sciocchezza lasciandomi trascinare dall'emozione. Pensavo di essermi comportato come il personaggio di una fiction scadente. Una specie di Capanna dello zio Tom ambientata a Bari nel duemila.

Coraggio amico nero, io, avvocato bianco e progressista mi batterò in corte di assise per farti assolvere. Sarà dura ma alla fine la giustizia trionferà e la tua innocenza sarà dimostrata.

Innocenza ? I dubbi mi avevano assalito e mi si erano aggrappati al cervello in quegli ultimi giorni prima dell'inizio del dibattimento. Cosa ne sapevo davvero di Abdou ? Chi me lo diceva, a parte un discutibile intuito personale, che il mio cliente davvero non c'entrava con il sequestro e la morte di quel bambino?

Adesso penso che forse cercavo un alibi per una possibile, anzi probabile, disfatta. Allora non ero abbastanza lucido per fare una ipotesi del genere e dunque semplicemente, giravo a vuoto.

Non è una buona cosa per un avvocato, avere di questi scricchiolii, prima di un processo simile. Soprattutto non è una buona cosa per il cliente di quell'avvocato. L'avvocato si prepara ad una figuraccia. Il cliente si prepara ad essere macellato.

Nei giorni precedenti avevo parlato due volte con Abdou, per preparare la difesa. Cercavo spunti per qualche prova a discarico, un principio di alibi, qualcosa. Non trovammo niente. Una mattina feci anche un giro nei luoghi della sparizione e del successivo ritrovamento del bambino. Una idea alquanto cinematografica e patetica: speravo in qualche intuizione risolutiva. Ovviamente non la ebbi.

E allora ero arrivato al giorno dell'udienza, il processo stava per cominciare e non avevo un solo testimone, una sola prova a discarico, niente.

Il pubblico ministero avrebbe portato i suoi testi, le sue prove materiali e quasi certamente ci avrebbe travolto. Io potevo solo sperare di riuscire a mettere in difficoltà qualcuno di quei testi quando fosse stato il mio turno di interrogarli. Se ci fossi riuscito comunque non avrei avuto alcuna certezza di un risultato positivo, ma potevo giocare la mia partita.

Se non ci fossi riuscito, come era più che probabile, non ci sarebbe stata nessuna partita. Invece sui registri del carcere, a fianco del nome di Abdou, bene in vista avrebbero timbrato: "fine pena mai".

Schiacciai sotto la scarpa la sigaretta, dopo averla consumata fino al filtro e ripresi la mia strada per il tribunale.



Davanti all'aula della corte di assise c'erano giornalisti e telecamere. Una cronista della "Gazzetta del Mezzogiorno" mi vide per prima e si avvicinò. Come avrei impostato la difesa ? Avevo testimoni a discarico ? Pensavo che il processo sarebbe durato a lungo ?

Ebbi un senso di nausea che però controllai abbastanza bene, credo. Il pubblico ministero, dissi, non aveva prove ma solo congetture. Plausibili, ma solo congetture. Nel processo lo avremmo dimostrato e per fare questo, al momento, non occorrevano testimoni a discarico.

Mentre parlavo si erano avvicinati gli altri giornalisti. Presero qualche appunto e le telecamere delle televisioni fecero una rapida ripresa della mia faccia. Poi mi lasciarono entrare in aula.

C'erano solo alcuni carabinieri, il cancelliere e l'ufficiale giudiziario. Mi sedetti al mio posto, dietro il banco della difesa, a destra per chi guarda la corte. Non sapevo che fare e non avevo neanche voglia di fingermi indaffarato.

Si sentiva il ronzio dell'aria condizionata che quel giorno non era nemmeno necessaria. Dopo qualche minuto cominciò ad arrivare un po' di pubblico.

Poi, dal retro dell'aula entrò la scorta di divise azzurre della polizia penitenziaria. In mezzo a loro Abdou. Quando lo vidi mi sentii un po' meglio. Meno solo, con meno vuoto attorno.

Lo fecero entrare in gabbia e poi gli tolsero le manette. Andai a salutarlo ed a parlargli. Più per me che per lui, credo adesso.

«Allora Abdou, come va?».

«Bene. Sono contento che è arrivato il processo, che ho finito di aspettare».

«Dobbiamo decidere se chiedere il tuo interrogatorio. È una cosa che dipende soprattutto da te».

«Perché non chiederlo?».

«Perché può essere un rischio. Comunque anche se non lo chiediamo noi, quasi certamente lo chiederà il pubblico ministero e, insomma, dobbiamo decidere se vuoi rispondere alle domande. Volendo potresti dire che non intendi rispondere e in quel caso daranno lettura del tuo interrogatorio davanti al pubblico ministero».

«Voglio rispondere».

«Va bene. Adesso ascoltami. Il presidente ti dirà che, se vuoi, puoi fare dichiarazioni spontanee, in ogni momento del processo. Tu ringrazia e poi non fare nessuna dichiarazione. Non dire niente in nessun momento, anche se ti viene voglia di gridare, senza prima aver parlato con me. Se c'è qualcosa che vuoi dire, chiamami, dimmi di che si tratta e io ti dico se è il caso di parlare, e quando. Chiaro?».

«Sì».

In quel momento si sentì il campanello che preannunciava l'ingresso della corte.

«Va bene Abdou, cominciamo».

Mi ero girato e stavo tornando verso il mio banco, mentre già si sentiva il rumore dei passi della corte che entrava in aula.

«Avvocato».

Mi voltai, a qualche metro dalla gabbia. Il presidente era già entrato e gli altri giudici lo seguivano.

«Sì?».

«Grazie».

Rimasi lì qualche istante, senza sapere cosa dire, o fare. La c corte intanto si era già disposta dietro il grande banco sopraelevato.

Poi feci cenno di sì, con il capo, e andai al mio posto.

Le formalità di apertura del dibattimento furono sbrigate in fretta. Il presidente diede ordine al cancelliere di leggere i capi di imputazione e poi diede la parola al pubblico ministero.

Cervellati si alzò, aggiustò sulle spalle la toga con i cordoni d'oro, mise gli occhiali e cominciò a leggere i suoi appunti.

«In data 5 agosto 1999 alle ore 19.50 veniva denunciata telefonicamente ai carabinieri di Monopoli la scomparsa del minore Rubino Francesco, di anni 9. La telefonata proveniva dal nonno materno, Abbrescia Domenico, che aveva constatato la scomparsa del piccolo il quale, fino a pochi minuti prima, stava giocando davanti alla villa, appunto dei nonni materni, in contrada Capitolo. Le ricerche del bambino venivano subito attivate, anche con l'uso di cani e si protraevano, senza esito, per tutta la notte. Contestualmente veniva attivata una preliminare attività investigativa, con escussione in qualità di persone informate sui fatti, di soggetti residenti, villeggianti o aventi attività commerciali nella zona della sparizione.

«Le ricerche proseguivano per tutto il giorno e la notte successivi, ancora senza esito. Il 7 agosto perveniva ai carabinieri di Polignano una segnalazione anonima con la quale si riferiva che nella zona fra la statale 16 bis e la zona di San Vito, in un pozzo, si trovava il corpo di un bambino. Le ricerche prontamente attivate in quella zona davano purtroppo esito positivo, nel senso che veniva reperito il cadavere del piccolo Francesco. Il corpo non mostrava segni evidenti di violenza.

«L'autopsia successivamente effettuata avrebbe evidenziato che la morte si era verificata per asfissia.

«Le indagini espletate nell'immediatezza del ritrovamento consentivano di acquisire decisivi elementi di prova a carico del cittadino senegalese Thiam Abdou, odierno imputato.

«In estrema sintesi, ed allo scopo di evidenziare i punti su cui si impernierà l'istruttoria dibattimentale, gli elementi acquisiti sono i seguenti.

«Diversi testimoni hanno riferito di avere, in più occasioni, visto l'imputato fermarsi a parlare con il piccolo Francesco, presso lo stabilimento balneare Duna Beach.

«Il titolare di un bar, nelle immediate vicinanze della casa dei nonni del bambino, e quindi del luogo dove il bambino è stato visto vivo per l'ultima volta, ha riferito di avere visto passare l'imputato qualche minuto prima della scomparsa del bambino. Il Thiam camminava in direzione della casa dei nonni del piccolo.

«Due connazionali del Thiam hanno riferito, rispettivamente, che il predetto non si presentò in spiaggia, sempre lo stabilimento Duna Beach, il giorno successivo alla scomparsa del bambino e che in quei giorni si preoccupò di far lavare la sua macchina. Evidentemente per far sparire ogni traccia.

«La perquisizione presso l'alloggio dell'imputato ha consentito di ritrovare una polaroid del bambino. L'importanza del dato non richiede commenti. Sempre nella perquisizione sono stati ritrovati numerosi libri per l'infanzia il cui possesso, di per sé sospetto in capo ad un adulto che viva solo, diventa un elemento inquietante e significativo nel quadro probatorio della presente vicenda.

«Particolarmente significativo è, infine, il contenuto dell'interrogatorio dell'imputato, durante le indagini. Premesso che il mio ufficio chiede sin d'ora l'esame del Thiam in questo dibattimento, voglio solo far presente che il predetto, richiesto se conoscesse il piccolo Rubino, ha negato. Salvo poi fornire risibili spiegazioni quando gli è stata mostrata la foto del bambino recuperata presso la sua abitazione».



Cervellati parlava, anzi leggeva, con la solita voce, nasale e monotona. Io non mi aspettavo sorprese dalla sua relazione e allora mi misi ad osservare i giudici, ad uno ad uno.

Il presidente Nicola Zavoianni era un personaggio molto conosciuto nella cosiddetta Bari bene. Bell'uomo, sui settanta molto ben portati, frequentatore del circolo della vela, grande giocatore di poker e, dicevano, grande puttaniere. Era uno che non si era mai ammazzato di lavoro ma faceva il presidente della corte di assise da parecchi anni e il mestiere, grosso modo, lo conosceva. Non mi era mai stato simpatico e avevo sempre avuto la sensazione che la cosa fosse reciproca.

Il giudice a latere era un signore grigio, spelato, miope e con la pelle lucida.

Veniva dal civile ed era la prima volta che lo incontravo in un processo. Teneva la toga racchiusa sul davanti, con le mani, come se si stesse proteggendo da qualcosa. Non riuscivo a vedere bene i suoi occhi, coperti dalle spesse lenti.

Nella giuria popolare c'erano quattro donne e due uomini. Tutti avevano l'aria fuori posto dei giudici popolari alla loro prima udienza. Due signore fra i cinquanta e i sessanta erano agli estremi opposti. Una delle due mi ricordava quasi ipnoticamente una mia prozia, una cugina di mamma. Mi aspettavo che da un momento all'altro mi chiamasse al banco per offrirmi i dolcetti di mandorla delle suore.

I due uomini erano dalla parte del giudice a latere. Uno aveva i capelli cortissimi e bianchi, un vestito di vecchio taglio con giacca a due bottoni, una cravatta nera, sessant'anni o poco più, gli occhi a fessura e l'aria del militare di carriera in pensione. Non prometteva niente di buono. L'altro era un ragazzo, massimo trent'anni. Si guardava intorno, con una faccia intelligente.

Sul lato del presidente c'erano le altre due donne. Una che, pensai in quel momento, sembrava una preside e l'altra, casualmente vicino al presidente, abbronzata, truccata, labbra vistose, fresca di parrucchiere.

Interruppi la mia osservazione quando mi accorsi che il pubblico ministero stava concludendo, con le richieste di prova.


«... pertanto chiedo l'ammissione dei testi indicati nella lista, l'acquisizione dei documenti che ho precedentemente indicato e l'esame dell'imputato, ove consenta. Ove l'imputato non intenda sottoporsi ad interrogatorio chiedo sin d'ora l'acquisizione al fascicolo del dibattimento del verbale dell'interrogatorio reso nel corso delle indagini preliminari. Inoltre, siccome i due testi di nazionalità senegalese risultano irreperibili e quindi è impossibile avere la loro presenza in questo dibattimento, chiedo sin d'ora, a norma dell'art. 512 bis, l'acquisizione delle dichiarazioni da loro rese nel corso delle indagini preliminari».


Il presidente diede la parola a Cotugno che parlò brevemente. La parte civile, disse, non era in quel processo per avere vendetta, ma solo giustizia. E la giustizia è tale quando, accertate con rigore le responsabilità, con altrettanto rigore commina pene commisurate alla gravità dei fatti. Non aveva richieste di prova e si riportava, facendole proprie, a tutte le richieste del pubblico ministero, la cui impostazione condivideva pienamente.

Toccava a me.



«Signor presidente, signor giudice, signori giudici popolari. Il pubblico ministero ha parlato come se leggesse le motivazioni di una sentenza di condanna. Nel corso dell'istruttoria dibattimentale, controesaminando i testi, proprio i testi del pubblico ministero, vi dimostreremo che quella sentenza di condanna, già scritta nella mente del rappresentante della pubblica accusa, è solo un castello di congetture. Vi dimostreremo che l'indagine si è, dal primo momento, orientata nel senso non di trovare il colpevole di questo orribile delitto, ma di trovare un colpevole. Vi dimostreremo che l'urgenza, sacrosanta peraltro, di dare una risposta alla domanda di giustizia dei familiari del povero Francesco Rubino, e di tutta la collettività, ha portato ad una oggettiva manipolazione del materiale probatorio.

Sul punto desidero essere chiaro. Non intendiamo sostenere che le prove siano state deliberatamente manipolate, né dai carabinieri né tantomeno dal pubblico ministero, per nuocere al mio cliente, signor Thiam Abdou. Intendiamo però sostenere che il disperato bisogno di trovare il più presto possibile un colpevole che soddisfacesse quella domanda di giustizia ha generato miopie investigative, difetti di prospettiva, errori di metodo...».



Il presidente mi interruppe.

«Avvocato Guerrieri, lei deve fare le sue richieste di prova, se ne ha. Non anticipare la sua arringa».

«Rispettosamente, presidente, faccio notare che mi sto limitando ad indicare i fatti che intendo provare, secondo la previsione dell'art. 493 del codice di rito. In particolare intendo provare che un difetto di impostazione dell'indagine, difetto certo generato dalle migliori intenzioni, ha influito sulla qualità e l'attendibilità del materiale probatorio raccolto. Peraltro ho quasi terminato, quindi se me lo consente, proseguirei».

«Avvocato, la lascio continuare, ma si tenga nei limiti».

«Grazie presidente. Dicevo dunque che la quasi immediata individuazione, per una serie di coincidenze, di un possibile indiziato ha indotto gli inquirenti a trasformare, in una sorta di catena inconsapevole, sospetti in congetture e congetture in presunte prove. L'obiettivo che noi perseguiremo nel corso del dibattimento sarà di svelare questo meccanismo, di farlo procedere a ritroso, per verificarne i passaggi difettosi, le deduzioni scorrette e la sostanziale, grave, pur se involontaria, iniquità.

«Non ho richieste di prova da formulare al momento anche se anticipo che per lo svolgimento di alcuni dei controesami utilizzerò alcuni documenti. Documenti dei quali successivamente chiederò l'acquisizione. Voglio concludere facendo presente ai signori giudici popolari che, in un paese civile, chi sia accusato di qualcosa non deve provare niente. Lasciatemi ripetere questo concetto: l'imputato non deve provare niente. È l'accusa che deve provare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità dell'imputato. Vi prego di ricordarlo in ogni momento di questo processo. Grazie».

Avevo improvvisato, ma quando sedetti di nuovo ero quasi soddisfatto. La trovata del percorso a ritroso, dalle presunte prove, alle congetture ai semplici sospetti mi era piaciuta. E parlando per cominciare a convincere gli altri, i giudici, avevo cominciato a convincermi io stesso. In questo lavoro succede.

Deve succedere.

Forse potevamo farcela. Forse la situazione non era così disperata come avevo pensato quella mattina, e nei giorni precedenti.

Forse.



Il presidente dettò a verbale una breve ordinanza con la quale ammetteva le prove richieste e rinviava il processo all'indomani per l'inizio dell'istruttoria dibattimentale. Quella mattina, ci spiegò fuori verbale, c'erano due dei giudici popolari che avevano impegni personali non prorogabili e quindi il rinvio era inevitabile.

La corte lasciò l'aula, la scorta riammanettò Abdou e lo portò via, il pubblico sfollò.

Misi via le carte. Poggiai la toga su un braccio, con l'altro presi la borsa e mi avviai per ultimo verso l'uscita.

Il primo testimone del pubblico ministero era un tenente dei carabinieri, il comandante del nucleo operativo di Monopoli. Era un ragazzo sui ventisei, ventisette anni, dall'aria simpatica, poco militare.

Il presidente gli disse di pronunciare la dichiarazione di impegno. Il tenente prese il foglietto consumato che il cancelliere gli porgeva e lesse.

«Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza».

«Dia le sue generalità complete».

«Tenente Moroni Alfredo, nato a Brescia il 12 settembre 1973, domiciliato presso la compagnia carabinieri di Monopoli. Sono il comandante del nucleo operativo e radiomobile».

«Prego, pubblico ministero, può procedere all'esame diretto».

Cervellati prese un foglietto di appunti dal fascicolo che aveva davanti a sé e cominciò.

«Allora tenente, vuol riferire alla corte qual è stata la sua parte nelle investigazioni relative al sequestro e all'uccisione del piccolo Rubino Francesco?».

«Sissignore. Dunque in data 5 agosto 1999, attorno alle ore 19.50 pervenne una telefonata alla centrale operativa, sul 112. Veniva denunciata la scomparsa di un bambino di nove anni, di nome Rubino Francesco. Dunque, la chiamata proveniva dal nonno del bambino, presso il quale il piccolo trascorreva la villeggiatura, perché, se non mi sbaglio, i genitori erano separati».

«Va bene, tenente, tralasci i particolari superflui. Stiamo ai fatti rilevanti».

Il tenente sembrò sul punto di rispondere, in qualche modo. Non aveva gradito quella interruzione. Ma era un carabiniere, non disse niente e dopo qualche attimo di pausa riprese la sua testimonianza.

«Ricevuta la segnalazione dalla sala operativa venni personalmente informato e inviai una pattuglia del radiomobile presso la villa dei nonni...».

«Dov'era la villa?».

«Lo stavo dicendo, la villa dei nonni era... è in contrada Capitolo, in prossimità dello stabilimento balneare Duna Beach. Il personale della pattuglia, giunto sul posto e avuta la presenza dei nonni del bambino, si rese conto che il fatto poteva essere grave, perché il bambino era scomparso da quasi due ore, e mi contattarono. A quel punto comunicai la notizia anche al collega del commissariato di polizia, per farli partecipare alle ricerche e poi mi portai sul posto assieme al personale del nucleo operativo».

«Come furono organizzate le ricerche?».

«Oltre alla polizia di stato furono coinvolti anche i vigili urbani, insomma la polizia municipale. Ovviamente riferii il fatto anche ai miei superiori a Bari. C'è da premettere che il capitano era in licenza per malattia ed io ero il responsabile della compagnia di Monopoli. Comunque dopo la primissima fase alle ricerche partecipò anche personale dal capoluogo. La mattina dopo facemmo intervenire i reparti cinofili».

«Emerse qualche circostanza rilevante a seguito dell'intervento dei cani?».

«Sissignore. Noi portammo i cani presso la villa dei nonni e li facemmo partire dal punto in cui il bambino stava giocando, quando fu visto l'ultima volta. I cani partirono decisi, attraversarono tutto lo spiazzo, che era subito fuori dal cancello della villa, arrivarono sulla stradina interna, che parte dalla strada provinciale di Capitolo e porta a quel gruppo di ville, percorsero quella stradina fino alla strada provinciale e poi si fermarono. Cioè in corrispondenza dell'intersezione fra la provinciale e la stradina interna i cani persero la pista del bambino. Li portammo sull'altro lato della strada, poi qualche centinaio di metri da una parte e dall'altra ma niente. L'ultimo punto in cui davano segno di sentire l'odore del bambino era l'intersezione fra stradina e strada provinciale. Da questo fatto traemmo la conclusione che il bambino era salito a bordo di una autovettura».

«Quando fu ritrovato il bambino? E con che modalità?».

«Sì, ritrovammo il corpo del bambino nelle vicinanze di Polignano, in un pozzo, nella campagna in prossimità della costa. Era pervenuta una segnalazione anonima alla stazione dei carabinieri di Polignano».

«Cosa diceva la persona che telefonò?».

«Disse che il bambino che cercavamo era in un pozzo, in località San Vito, nel territorio del comune di Polignano. Precisò a che altezza si trovava questo pozzo, intendo dire che disse qualcosa del tipo: all'altezza del chilometro... ora non ricordo quale. Comunque faceva riferimento alla statale 16 bis».

«Può dirci se questa persona avesse un particolare accento...».

Era il momento di intervenire.

«Opposizione presidente. Prescindo per il momento dal fatto che si tratta di una telefonata anonima e faccio osservare che il tenente, a quanto mi consta, non ha personalmente ricevuto la telefonata. Queste domande sul tenore della telefonata, ammesso e non concesso che siano ammissibili, ma di questo discuteremo dopo, vanno poste al carabiniere che ricevette la telefonata».

Il presidente disse che avevo ragione e non ammise la domanda. L'esame proseguì in modo monotono, sulla storia dell'indagine, fino al momento del fermo di Abdou. Il tenente si era limitato a coordinare, non aveva preso parte alle perquisizioni, non aveva interrogato i testi fondamentali e quindi era di importanza secondaria, dal mio punto di vista.

Quando Cervellati ebbe finito l'avvocato della parte civile disse che l'esame del pubblico ministero era stato esauriente e che quindi lui non aveva domande.

Toccava a me, se avevo domande, disse il presidente.

In realtà avevo ben poco da chiedere al tenente e avrei potuto tranquillamente evitare di controesaminarlo. Ma era necessario far percepire ai giudici popolari che esistevo. Allora dissi che sì, avevo qualche domanda da rivolgere al teste.

«Dunque tenente, lei ha detto che la telefonata con cui si denunciava la scomparsa del bambino giunse alla vostra sala operativa alle...».

«Alle 19.50».

«Alle 19.50, grazie. Invece la pattuglia che lei aveva inviato quando giunse presso la villa dei nonni?».

«Il tempo di arrivare, dalla caserma a Monopoli fino a Capitolo, direi un quarto d'ora, massimo venti minuti».

«A che ora era scomparso il bambino?».

«Come faccio a dire un'ora precisa...».

«Guardi tenente, io le ho fatto questa domanda perché lei, rispondendo al pubblico ministero ha detto che la pattuglia si era resa conto che il bambino era scomparso già da due ore».

«Sì certo, voglio dire, furono i miei uomini a comunicarmi la circostanza».

«Dunque se cortesemente può dire alla corte, in base ai dati in suo possesso, grosso modo a che ora è scomparso il bambino».

«Un paio d'ore prima, come ho detto».

«Quindi?».

«Verso le sei, più o meno».

«Il bambino è scomparso verso le diciotto e il nonno ha chiamato alle 19.50, è corretto?».

«Sono orari indicativi».

«Sì, indicativamente il bambino è scomparso alle 18.00 e il nonno ha chiamato alle 19.50. Giusto?».

«Sì».

«Avete, anche informalmente, richiesto al nonno per quale motivo abbia atteso oltre due ore prima di dare l'allarme?».

«Non lo so perché ha atteso. Probabilmente avranno fatto qualche ricerca...».

«Mi scusi se l'interrompo, tenente. Io non le ho chiesto la sua opinione su questa circostanza. Le ho chiesto di riferire se il nonno ha detto per quale motivo ha atteso quelle, quasi, due ore. Sa rispondermi a questa domanda?».

«Non ricordo se lo disse».

«Lei ricorda di averlo chiesto, anche informalmente?».

«No, non ricordo».

«È corretto allora dire che lei non sa cosa sia successo in quelle due ore che passarono fra la scomparsa del bambino e la denuncia telefonica».

«Senta avvocato, in quel momento noi ci preoccupammo di cercare il bambino, di organizzare le battute eccetera, non di capire come e perché il nonno aveva tardato a denunciare, ammesso che avesse tardato».

«Certamente, nessuno discute della correttezza del vostro operato. Volevo rivolgerle solo alcune altre domande. Lei ha accennato al fatto che i genitori del bambino erano separati, prima che il pubblico ministero la interrompesse...».

Il pubblico ministero interruppe anche me.

«Opposizione presidente, non vedo cosa c'entri con l'oggetto del processo il fatto che i genitori del bambino erano separati».

Anche Cotugno si inserì.

«La parte civile si associa all'opposizione. È una famiglia che ha già vissuto una tragedia, non si vede per quale motivo debbano essere rimestati fatti privati senza nessuna attinenza con il tema processuale».

Di regola non avrei insistito. Avevo fatto la domanda tanto per sondare il terreno e perché il pubblico ministero aveva interrotto il tenente, su quel punto. Adesso però la reazione dei miei avversari mi sembrava eccessiva. Allora pensai di insistere sull'argomento ancora un poco. Per vedere che succedeva.

«Presidente, io non capisco la reattività del pubblico ministero e della parte civile su questa circostanza. Non intendo assolutamente mancare di rispetto alla famiglia del bambino e al dolore che l'ha colpita e del resto non vedo come la mia domanda potesse determinare questo effetto. Il mio solo interesse è quello di capire cosa accadde nei minuti e nelle ore immediatamente successivi alla sparizione e se i genitori del bambino parteciparono alle ricerche».

«Entro questi limiti può proseguire, avvocato».

«Grazie presidente. Allora stavamo dicendo che i genitori del bambino erano, o sono?, separati. È così?».

«Credo di sì».

«Quando ha appreso la circostanza?».

«Quando andai sul posto».

«I genitori del bambino erano lì?».

«No».

«Sa dove fossero?».

«No, cioè credo che la madre fosse fuori per qualche giorno di vacanza e il padre non lo so».

«Come ha appreso queste circostanze?».

«Me le riferì il signor Abbrescia, cioè il nonno materno, quando arrivai sul posto».

«Il signor Abbrescia le disse se i genitori erano stati avvertiti della sparizione?».

«Sì, mi disse che aveva rintracciato la figlia sul cellulare e che la signora stava tornando, ora non mi ricordo da dove. O forse non me lo dissero. Comunque la sera sul tardi vidi la madre del bambino, sempre alla villa che usavamo come base per le ricerche».

«E il padre?».

«Guardi, del padre non saprei dirle. Io ho visto il signor Rubino il giorno dopo, ma non so quando sia arrivato, e da dove».

«Sa se fosse in vacanza anche lui?».

«Non lo so».

«Sa se i nonni materni chiamarono anche il padre, oltre alla madre del bambino?».

«Non lo so».

«In termini più generali: sa chi abbia avvertito il padre del bambino?».

«No».

«In ogni caso la sera della sparizione la madre era arrivata e il padre no. È corretto?».

«È corretto».

«Grazie, io non ho altre domande».

In realtà erano domande inutili. La separazione dei genitori non c'entrava niente con la scomparsa del bambino, con il processo e tutto il resto.

Probabilmente avevano ragione il pubblico ministero e la parte civile ad opporsi a quelle domande.

Però io avevo poco spazio. Molto poco. E allora dovevo fare qualcosa, anche dei tiri alla cieca, nella speranza di sentire un rumore e capire che da quella parte poteva esserci una strada. Da tentare di percorrere.

I manuali per avvocati direbbero che questo è un modo sbagliato di procedere. Non fate domande di cui non potete prevedere la risposta. Non si contro esamina alla cieca, senza avere un preciso obbiettivo da raggiungere. Il controesame deve essere rigorosamente pianificato, senza lasciare nulla all'improvvisazione, perché in caso contrario potrebbe addirittura rafforzare la posizione dell'avversario. Eccetera, eccetera, eccetera.

Volevo vederli fare un maledetto processo, quei signori che scrivono i manuali. Voglio vederli in mezzo al rumore, alla sporcizia, al sangue, alla merda, di un processo vero. E voglio vederli applicare le loro teorie.

Non si controesamina alla cieca.

Volevo vederli. Io, alla cieca dovevo andarci per forza. Non solo nel processo.



Quell'udienza andò via con diversi altri testi. Venne il carabiniere che aveva ricevuto la telefonata che consentì di ritrovare il corpo del bambino. Disse che l'accento dell'anonimo era strano. Il pubblico ministero voleva qualcosa di più. Probabilmente avrebbe voluto che il teste dicesse che l'accento era senegalese.

Il carabiniere però non fu di aiuto. L'accento, per lui, rimase semplicemente strano, che voleva dire tutto e niente.

Vennero i carabinieri cinofili, che non raccontarono nulla di nuovo rispetto a quello che aveva detto il tenente. Venne il vigile del fuoco che era sceso nel pozzo per imbracare il corpo del bambino e tirarlo fuori. Fu una testimonianza triste e inutile.

Poi sentimmo alcuni dei frequentatori dello stabilimento Duna Beach. Conoscevano Abdou, qualcuno aveva comprato la sua merce, tutti ricordavano che a volte il senegalese si fermava a chiacchierare con loro, in spiaggia. Dissero che a volte lo avevano visto chiacchierare anche con il bambino. Io chiesi loro come si comportava, Abdou, e tutti dissero che era sempre cordiale, e che non aveva mai avuto atteggiamenti strani. Con il bambino, sembravano quasi amici.

Avremmo dovuto sentire il medico legale che effettuò l'autopsia, ma non c'era.

Aveva mandato una giustificazione e chiedeva di essere sentito in un'altra udienza. Il presidente non era dispiaciuto di andar via un po' prima del previsto. Il processo fu rinviato al lunedì successivo.

Pensai che per allora, purtroppo, sarebbe arrivato il caldo. Non si poteva essere sempre così fortunati con il clima, a giugno.



Dalla serata a casa di Margherita erano passate un paio di settimane. Da allora non ci eravamo rivisti, né sentiti. Mi era successa una cosa strana, la mattina dopo: mi ero sentito in colpa. Nei confronti di Sara, credevo.

Era una cosa strana perché Sara mi aveva lasciato e viveva da più di un anno e mezzo una vita sua. Eppure, assurdamente, per la prima volta sentivo di averla tradita. Per il solo fatto di essere stato bene, quella sera in compagnia di Margherita.

Quando eravamo sposati e vivevamo insieme avevo fatto molte schifezze. Mi avevano fatto sentire a disagio, a volte mi avevano fatto provare disprezzo per me stesso. Però non mi ero mai sentito davvero in colpa, come dopo quella sera.

Ho ripensato spesso a questo fenomeno. Allora non lo capivo. Adesso forse sì.

Ci si affeziona anche al dolore, persino alla disperazione. Quando abbiamo sofferto moltissimo per una persona, il fatto che il dolore stia passando ci sgomenta. Perché crediamo significhi, una volta di più, che tutto, veramente tutto finisce.

Non è vero, ma questo non ero ancora pronto a capirlo.

E non avevo chiamato Margherita. Non l'avevo cercata perché avevo paura di perdere il mio dolore. Strane creature, siamo.

Comunque fu lei a chiamarmi. Ero in libreria attorno alle due e mezza del pomeriggio, la mia ora preferita. Non c'è mai nessuno, si riesce ad ascoltare la musica e, senza la gente, si riesce anche a sentire nell'aria il profumo della carta nuova.

Quando risposi al cellulare stavo facendo la lettura veloce di un saggio. Una vecchia tecnica sviluppata quando non avevo abbastanza soldi per comprarmi tutti i libri che volevo.

Che stavo facendo? Ah, ero in libreria. Se mi andava di prendere un caffè insieme ? Mi andava. Giusto il tempo di arrivare dalla Laterza a casa. Una decina di minuti. No, non volevo il decaffeinato, andava bene il caffè normale.

Ci vediamo fra poco. Sì, anch'io sono contento di sentirti. Davvero.

Mentre mi affrettavo, senza accorgermene, verso casa pensai che non mi ricordavo di averle dato il numero del cellulare; che non mi ricordavo di averle parlato dei miei problemi con il sonno e del caffè decaffeinato; che ero contento mi avesse chiamato.

Mi salutò dandomi la mano, tirandomi leggermente verso di sé e baciandomi due volte sulle guance. Un saluto amichevole, quasi cameratesco. Eppure qualcosa mi fece sentire sotto l'ombelico e arrossii, un poco.

Mi fece sedere in terrazza, che era esposta a nord e quindi era in ombra, e fresca. Prendemmo il caffè e accendemmo le sigarette. Lei aveva jeans scoloriti e maglietta bianca a mezze maniche con una scritta: "Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla. Lao Tze".

Era abbronzata, in faccia e sulle braccia, che erano belle e muscolose. Aveva letto il giornale che parlava del processo di Abdou, con grande risalto, come si dice. Aveva letto che io ero l'avvocato e mi aveva telefonato, perché voleva sapere. Ebbi una piccola fitta di disappunto. Mi aveva chiamato solo per sapere del processo, perché era curiosa. Per un attimo ebbi la tentazione di fare il sostenuto. Mi passò subito, per fortuna.

Raccontai. Cosa c'era negli atti di indagine del pubblico ministero; del fatto che era un processo indiziario, con molti indizi; di come avevo avuto l'incarico, di Abagiage e tutto il resto.

La domanda me l'aspettavo, e infatti arrivò.

«Tu credi che questo ragazzo senegalese sia innocente?».

«Non lo so. In un certo senso non è un problema mio. Ci tocca difenderli meglio che possiamo, siano innocenti o colpevoli. La verità, se esiste, la devono trovare i giudici. Noi dobbiamo difendere degli imputati».

Scoppiò a ridere.

«Complimenti. Cos'era, la prolusione al corso La nobile professione dell'avvocato? Vuoi entrare in politica?».

Cercai una risposta adeguata e non la trovai. Aveva ragione e io mi chiesi perché avevo parlato con quel sussiego ridicolo.

«Ehi, non ti sei mica offeso? Scherzavo».

Mi guardò in faccia allungando il collo, incuneandosi nel mio spazio e io mi resi conto che dovevo essere rimasto in silenzio più del dovuto.

«Hai ragione, ero ridicolo. Io credo che Abdou sia innocente, ma ho paura a dirlo».

«Perché?».

«Perché lo penso in base ad una mia intuizione, alle mie fantasie. Lui mi piace e allora penso che sia innocente. Perché vorrei che fosse innocente. E poi ho paura che venga condannato. Se sono troppo convinto della sua innocenza e lui viene condannato, ed è probabile che sia condannato, sarà un brutto colpo, per me. Beh, sarà un colpo peggiore per lui».

«Perché ti piace?».

Mi sorpresi a rispondere senza pensare. E a scoprire la risposta nel momento stesso in cui la dicevo.

«Perché riconosco qualcosa, di me, credo».

Sembrò che la risposta l'avesse colpita, perché rimase in silenzio, con gli occhi rivolti da qualche parte, in basso a sinistra. Frugava da qualche parte fra le sue cose, pensai. Rimasi a guardarla fino a che non ebbe finito, fino a quando non parlò di nuovo.

«Mi piacerebbe venire a vedere il processo. Posso?».

«Certo che puoi. La prossima udienza è lunedì prossimo».

«Posso leggere le carte, prima?».

Mi venne da sorridere, non so perché. Non so perché, pensai che non sbagliava un colpo. Pensai ai manuali di arti marziali che erano nella sua libreria. Non le avevo chiesto perché li avesse, se praticasse qualcuna di quelle discipline, e quale. Lo feci in quel momento.

«Puoi leggerle quando vuoi. Posso portarle qui, ma forse sarebbe meglio tu venissi in studio. Parliamo di un bel mucchio di fogli. Perché hai tutti quei libri di arti marziali?».

«Faccio un po' di aikido. Da quando ho smesso di bere».

«Cosa vuol dire: un po'?».

«Sono cintura nera secondo dan».

«Mi piacerebbe vederti».

«Va bene. Vieni dentro».

Rientrammo, prese da un armadio una cassetta, accese il videoregistratore e mi disse di sedermi.

Il video cominciava con una ripresa di una palestra in stile giapponese, vuota, con un tatami verde. Si sentì una voce fuori campo, dire qualcosa che non capii.

Poi entrò nel quadro una ragazza con kimono bianco e dei larghi pantaloni neri. I capelli erano raccolti in una coda. Ci misi qualche secondo a riconoscere Margherita. Guardava in un punto fuori. Da quella parte entrò un uomo, con la stessa divisa. Le afferrò il bavero della casacca; lei gli prese la mano e ruotò sulle gambe. Sembrava si muovesse al rallentatore ma ugualmente non capii bene in che modo l'uomo veniva proiettato sul tatami, con un fruscio. Senza fermarsi, dopo essere rotolato in piedi ed essersi voltato, l'uomo attaccò di nuovo. La sua mano, aperta, calò verso la testa di Margherita. Ancora una rotazione, ancora un movimento incomprensibile e l'uomo volava di nuovo, con i larghi pantaloni neri che disegnavano figure eleganti, nello spazio. Seguirono altre sequenze, in cui gli aggressori avevano bastoni, o coltelli, o attaccavano in coppia.

Era uno spettacolo ipnotico, che durò per circa venti minuti. Poi Margherita tolse la cassetta e la mise a posto. Per tutto il tempo non aveva detto niente.

E nemmeno io. Anche dopo rimanemmo tutti e due senza parlare, un tempo indefinito. Eppure, forse per la prima volta nella mia vita, non mi sentivo a disagio nel silenzio. Non sentivo l'ansia di riempirlo, in qualche modo, con la mia voce o qualche altro rumore. Avevo l'impressione di intuirne la trama delicata, mobile. La musica, pensai in quel momento.

Quando fu il momento di andare via mi resi conto che per tutto il tempo, prima e dopo della cassetta, le avevo guardato soprattutto le braccia. Avevo guardato la pelle dorata e luminosa; i muscoli lunghi e forti. Avevo guardato la leggera peluria bionda sugli avambracci e come si drizzava leggermente quando si alzava una folata di vento più fresca, in terrazza.

«Hai delle braccia molto belle» dissi quando eravamo sulla porta. Poi pensai che non potevo lasciare le cose a metà, come al solito. Allora completai.

«Sei una donna molto bella».

«Grazie. Anche tu sei un uomo molto bello. Non sorridi spesso, ma quando lo fai sei bellissimo. Hai un sorriso da bambino».

Nessuno mi aveva mai detto una cosa come quella.



Per il lunedì successivo era prevista la deposizione del maresciallo che aveva fatto gli atti di indagine più importanti, del medico legale che aveva fatto l'autopsia e soprattutto del proprietario del bar Maracaibo. Quello che diceva di aver visto Abdou passare poco prima della scomparsa del bambino. Era un'udienza fondamentale, se non decisiva e così avevo passato il sabato e la mattina della domenica a studiare verbali e testi di medicina legale.

Il sabato mattina ero anche andato in una cartoleria vicino casa dove facevano fotocopie a colori. La titolare mi aveva guardato in un modo un po' strano, quando le avevo detto quello che mi serviva.

Uscendo però, ero soddisfatto del lavoro fatto dalla signora e di quello che mi portavo via. Mi sembrava di avere qualche carta da giocare.

Margherita era passata dallo studio il venerdì pomeriggio. Aveva letto carte per più di tre ore, da sola nella saletta delle riunioni. Aveva chiesto a una Maria Teresa molto perplessa alcune fotocopie e poi verso le nove era passata a salutarmi. Sarebbe stata fuori sabato e domenica.

Con chi? Pensai solo per un secondo.

Ci saremmo visti lunedì mattina, alle nove e trenta, in corte di assise. Baci, disse andando via. Baci avrei voluto rispondere. Invece feci solo un gesto con la mano, e poi rimasi a guardarla, richiudendo lentamente quella mano a mezz'aria quando lei ebbe lasciato la stanza.



Fu un fine settimana ancora abbastanza fresco, per fortuna. Così non fu troppo penoso lavorare.

Domenica, verso l'una e mezza pensai che ero al capolinea, e decisi di uscire. A quell'ora potevo andare al mare. Con la città deserta e le strade sgombre sarei arrivato dove volevo, in poco tempo. Presi una sacca, la riempii con un asciugamano, un costume e un libro e scesi.

La città era veramente deserta e in qualche minuto attraversai il centro e scivolai sul lungomare lasciandomi dietro il vecchio Albergo delle Nazioni. La Mercedes procedeva con un ronzio rilassante e arrivai alla superstrada senza nemmeno accorgermene. Al momento di uscire avevo pensato di fermarmi a una ventina di chilometri da Bari, che so, a Cozze o al massimo a Polignano. Sulla strada cambiai idea e diedi gas fino all'uscita di Capitolo.

Era meno affollato di quanto pensassi e trovai posto facilmente, nel parcheggio di uno stabilimento balneare che, ci feci caso mentre scendevo dalla macchina, doveva essere a non più di un chilometro rispetto a dove era scomparso il bambino.

Pagai il biglietto comprensivo di parcheggio e ingresso al lido e mi avviai nella sabbia, dopo essermi tolto le scarpe. Avevo una sensazione strana. Era passato un anno dall'estate in cui avevo creduto di diventare matto. L'anno prima detestavo la luce accecante del sole, detestavo le spiagge, la gente, che sembrava così a proprio agio mentre io ero fuori posto dappertutto.

Adesso mi sentivo come un convalescente. Guardavo la gente, il mare, la sabbia che avevo detestato l'anno prima e mi stupivo che non mi facesse male, guardarli. Sentivo una specie di dolce indifferenza e avevo qualche difficoltà a pensare che, meno di un anno prima, potessi essere stato così male.

Era una sensazione strana, un po' malinconica, ma bella.

Mi spogliai in una cabina comune, noleggiai una sedia a sdraio e me la feci mettere proprio vicino alla riva. Il mare era proprio come piace a me. Calmo ma non piatto, con il vento che increspava leggermente la superficie. Al sole si stava bene, caldo il giusto, da chiudere gli occhi e addormentarsi con il libro nella sabbia vicino alla sedia. Così feci, con le voci della spiaggia che sfumavano nello strano benessere che mi aveva avvolto.

Sognai, come si sogna in quella fase strana fra la veglia e il sonno o, viceversa, fra il sonno e la veglia.

Incontravo Sara per strada, vicino a casa nostra, voglio dire quella che era stata casa nostra e adesso era casa sua. Lei mi veniva incontro, mi abbracciava e mi baciava sulle labbra. Io rispondevo all'abbraccio ma ero imbarazzato. In fondo, nel sogno, non ci vedevamo e non ci sentivamo da quattro anni. Allora glielo dicevo, in qualche modo. Lei mi guardava e mi chiedeva se ero pazzo, ma aveva una faccia spaventata, come se stesse per mettersi a piangere. Io le ripetevo che non ci vedevamo da quattro anni e allora sì, lei scoppiava a piangere, disperatamente. Mi chiedeva perché le dicessi una simile cattiveria e io non sapevo che fare, perché lei sembrava veramente disperata. Diventavo triste e pensavo che era solo un sogno e volevo aprire gli occhi. Per un tempo indefinibile però non ci riuscivo e rimanevo lì, a cavallo fra il sogno e le voci della spiaggia.

Poi sentii gli spruzzi di acqua sulla faccia e sul petto, e una voce che riconobbi subito. Elena.

«Guido! Guido, da quanto tempo!».

«Elena, che piacere...».

Bugiardo, miserabile bugiardo, pensai testualmente. Io Elena l'avevo sempre detestata. Lei e il suo orribile marito e il suo gruppo di orribili amici. Aveva fatto il liceo e l'università con Sara ed era convinta di essere la sua migliore amica. Sara non era della stessa opinione, ma le dispiaceva essere scortese. Così eravamo costretti, periodicamente, ad accettare gli inviti a cena da Elena e, a volte, anche a ricambiare.

Mi avvolse in una nuvola di Opium mentre si abbassava ad abbracciarmi. Al mare di Opium ? Sapevo per certo che, dopo la separazione, aveva detto molte cose di me, nessuna delle quali piacevole. Adesso, in perfetta coerenza con il suo personaggio, mi abbracciava, mi baciava e mi chiedeva cosa avessi fatto in tutto quel tempo.

«Guido, come stai bene! Hai fatto palestra questo inverno? Sei solo o con qualche fidanzata?».

Ammiccante, stile: a me puoi dirlo, che mi limiterò a mettere un annuncio sul giornale e qualche centinaio di manifesti per la città.

"Sì, stronza, sono solo e vorrei restarci. Comunque visto che sei venuta qui a rompere le palle, ho qualcosa da dirti, perciò ascoltami bene. Le tue cene sono sempre state una tortura e soprattutto il mangiare faceva schifo. Lo so che tutti dicevano che eri una gran cuoca e questo resterà per me, sempre, un mistero. Tuo marito, se possibile, è peggio di te. E i vostri amici, se possibile, sono peggio di lui. Una volta mi proposero anche di iscrivermi al Rotary. Volevo dirti che sono comunista. Per tante sere, per tanti anni hai avuto a cena un comunista. Capito?".

Queste cose, e altre, avrei voluto dire. Ovviamente invece risposi con nauseante garbo. Sì ero solo, no non avevo nessuna fidanzata, sì dicevo sul serio, no, non vedevo Sara da tempo. Ah, lei era qui al mare da sola ? Con Mario avevano dei problemi ? E chi non ne avrebbe avuti di problemi, con Mario. Anche con lei, se è per questo. Dovevamo vederci, una sera di queste? Lei e io? Certo, come no. Se avevo il suo numero di cellulare ? Credevo proprio di sì. Ah, non potevo perché ne aveva uno nuovo. Allora era il caso che me lo desse. Allora l'avrei chiamata? Ci contava. Certo poteva contarci. Sicuro. Ciao, a presto, bacio, Opium, ancora bacio e gran finale con strizzatina d'occhio.

Feci il bagno per vedere com'era l'acqua e per togliermi l'Opium di dosso.

L'acqua era veramente fredda. Del resto eravamo ancora a metà giugno e non aveva fatto mai veramente caldo. Feci qualche bracciata, pensai che per il primo bagno della stagione poteva bastare e decisi di fare una passeggiata sulla spiaggia, fra la sabbia e il mare.

I giocatori di racchettoni c'erano, ma non così numerosi come a luglio e agosto. Avrei voluto ucciderli ma ero disposto, dato che eravamo ad inizio stagione, ad accordare loro una morte rapida. A luglio o agosto avrei voluto ucciderli facendoli soffrire.

Io detesto i giocatori di racchettoni, ma mentre camminavo, sforzandomi di infastidirli il più possibile mettendomi deliberatamente in mezzo alle traiettorie della palla, vidi un tipo di creatura che detesto ancora di più dei giocatori di racchettoni. Il fumatore di pipa alla spiaggia.

Non vado pazzo per chi fuma la pipa. Divento piuttosto nervoso quando vedo qualcuno che fuma la pipa per strada. Divento veramente molto nervoso quando vedo qualcuno, come quel pomeriggio, che fuma la pipa in spiaggia, guardandosi attorno con un sussiego da Sherlock Holmes. In mutande.

Facevo queste riflessioni, su fumatori di pipa e giocatori di racchettoni, e pensai che forse stavo davvero meglio, se avevo recuperato un po' della mia sana intolleranza.

In quel momento entrò nel mio campo visivo un ragazzo di colore con merce varia, appesa ad una specie di bastone flessibile che portava in equilibrio su una spalla, e in un borsone sdrucito semiaperto. Indossava una tunica colorata lunga fino alle caviglie e un cappellino di forma cilindrica. Mi fermai con i piedi nell'acqua a guardarlo, per parecchi secondi, prima di rendermi conto del perché lo guardavo.

Quando ebbi realizzato, senza che la cosa avesse un senso particolare, decisi di studiare un po' il suo modo di muoversi e lavorare, sulla spiaggia. Non avevo, naturalmente, nessuna idea precisa. Mi venne in mente, per un attimo, di chiedergli se conosceva Abdou. Lasciai perdere e mi limitai a osservarlo.

Sembrava a suo agio muovendosi fra le sdraio e gli asciugamani posati sulla sabbia. Quasi a intervalli regolari salutava con la mano una delle signore sulla spiaggia, e quelle ricambiavano. Una lo chiamò a distanza con un nome che non capii. Lui si girò e andò da lei sorridendo, poggiò la sua roba per terra, le diede la mano e poi cominciò a parlare. Ovviamente non sentivo cosa dicesse ma anche dai movimenti delle mani era chiaro che illustrava la merce. Si trattenne più di cinque minuti e alla fine la signora comprò una borsa. Lui riprese il suo giro e io continuai a seguirlo. Con lo sguardo, prima e poi anche camminando, tenendomi a una ventina di metri di distanza. La scena che avevo visto fu replicata diverse volte, nell'arco di una mezz'ora. Senza una ragione decisi di passargli vicino, così per guardarlo e poi andarmene, visto che mi ero stancato di quell'osservazione. Proprio quando ero vicinissimo, gli camminavo a fianco da poterlo toccare, sentii uno squillo lacerante, dal suo borsone. Lui si fermò e tirò fuori un vecchio telefono cellulare Motorola con la suoneria, evidentemente, al massimo.

Disse pronto come i negri dei film di terza categoria. Brondo. Proprio così. Pensai che se fosse stato un cinese avrebbe detto plonto. Non era un pensiero acuto. Ma era esattamente, testualmente quello che mi passò per la testa in quel momento.

La conversazione fu breve e si svolse in italiano. Cioè in una specie di italiano. Sì, stava lavorando. In spiaggia, amico. Abbastanza gente, c'era. Sì amico, a Monopoli, spiagge di Capitolo. Poteva venire domani, domani mattina. Va bene amico, ciao.

Chiuse il telefono e ricominciò il suo giro. Io rimasi fermo, nella sabbia dove mi ero inginocchiato per ascoltare la telefonata. Pensavo a una cosa che mi era venuta in mente.

E mi chiedevo perché non ci avessi pensato prima.



«Capisci Guido, questa è l'età migliore. Possiamo fare quello che vogliamo».

«In che senso, scusa?».

«Cazzo, Guido, proprio tu. Da quando stai da solo passerai da una trombata all'altra, senza problemi. E mi dici in che senso».

«Ah, da una trombata all'altra», dissi con voce neutra.

«Dai Guido, che cazzo ti prende. Non ci vediamo da un anno, forse di più e non mi racconti niente».

Camminavo a passo piuttosto sostenuto verso il tribunale, trasportando due borse pesanti, che contenevano il materiale che mi serviva per l'udienza. Il mio amico Alberto mi stava dietro con qualche sforzo, per via del sovrappeso e della vita sedentaria. Ci eravamo incontrati sulla strada, dopo più di un anno che non ci vedevamo. Aveva quarant'anni compiuti da poco, due bambini, una moglie grassa e incattivita.

Aveva uno studio legale, ereditato dal padre, che si occupava di banche e di assicurazioni e faceva un sacco di soldi. Il suo argomento preferito erano le trombate. A parlarne, era un vero specialista.

Da ragazzo era stato simpaticissimo. Uno con il tempo comico naturale, che diceva sempre le parolacce e faceva ridere, tutti. Perché le diceva in un modo che non potevi non metterti a ridere. Uno che avrebbe dovuto fare un altro lavoro, e forse sarebbe stato felice, o qualcosa di simile. Invece aveva fatto l'avvocato. Con gli anni, il tempo comico era scomparso, insieme ai capelli e a tutto quello che valeva. Alberto diceva ancora le parolacce ma, pensai quella mattina, da molto tempo non faceva più ridere. Era un uomo disperato, anche se non lo sapeva.

«Non c'è niente da raccontare Alberto, veramente. Non esco con nessuna».

«Scusa, proprio adesso che stai da solo e puoi fare il cazzo che vuoi?».

«Sì. La vita è strana, vero?».

«Mica sei diventato ricchione, eh?».

E via a raccontarmi la storia di uno che avrei dovuto conoscere, o almeno ricordare. Non me lo ricordavo, ma non lo dissi ad Alberto. Questo tipo, tale Marco, che non mi ricordavo era sposato e aveva anche un figlio. A un certo punto la moglie aveva notato una serie di fatti, e si era convinta che lui avesse un'altra. Aveva, come si dice, messo un investigatore, il quale aveva fatto bene il suo lavoro. Aveva scoperto la tresca e tutto il resto. Solo, c'era un piccolo problema. Il tipo non aveva una fidanzata, aveva un fidanzato. Che faceva il macellaio, di mestiere.

«Hai capito Guido, cazzo. La moglie pensava che lui fosse un mandrillo che si trombava qualche ragazzina e invece lui si faceva inculare da un macellaio. Ti rendi conto ? Un macellaio. Magari gli portava le salsicce di cavallo, per la merenda... Mica anche tu ti sei buttato al ricchionaggio e ti fai inculare, che ne so, da un salumiere?».

Non mi ero buttato al ricchionaggio, lo rassicurai, e cercavo di non farmi inculare da nessuno, nei limiti del possibile.

Arrivammo all'ingresso del tribunale. Il momento di salutarci e andare ognuno al suo lavoro. Dovevamo assolutamente vederci una sera con gli altri amici. Disse dei nomi, che suonavano lontani. Una pizza o magari un bel poker. Certo, una bella rimpatriata. Sì, ci sentiamo questa settimana o al massimo la prossima.

Ciao Guido, cazzo, mi ha fatto piacere vederti. Ciao Alberto. Anche a me.

Si allontanò verso l'ascensore che portava al quinto piano, alle aule del civile. Io rimasi a guardarlo, pensando che in un posto lontano, nella voragine del tempo, eravamo stati amici, per davvero.

Pensavo a questo, incredulo.

«Addio Alberto», mi venne da dire. Lo dissi proprio. A voce bassa, ma udibile da chi fosse stato vicino a me, in quel momento. Ma non c'era nessuno.



Prima che l'udienza cominciasse parlai con Abdou. Dovevo verificare se l'idea che mi era venuta in spiaggia aveva un senso e poteva essere sviluppata.

Poteva. Forse avevamo una possibilità in più, ma io cercai di reprimere ogni entusiasmo. Quando ti viene un'idea che sembra molto brillante, di solito poi non funziona, mi dissi. E allora ci resti male. Sperimentato troppe volte. Sperimentato non abbastanza per rassegnarmi.

Margherita arrivò alle nove e mezza precise. Mi salutò con un sorriso, dai banchi del pubblico. Io le feci cenno di venire a sedersi vicino a me. Lei fece no con la testa, e un movimento con le due mani, come a dire che stava bene là dov'era. Mi avvicinai.

«Stai bene con la toga», fece lei.

«Grazie. Vieni a sederti vicino a me. Hai fatto gli esami da avvocato. Puoi».

Lei fece una breve risata.

«Se è per questo sono anche iscritta all'ordine. Mio padre non si è mai rassegnato e ogni anno ha continuato a pagare le tasse, per me. Se voglio, posso mettermi a fare l'avvocato in qualsiasi momento».

«Ottimo. Allora vieni a sederti vicino a me. Se volevi vedere come va questo processo, beh quella è la postazione migliore».

Fece va bene con un cenno del capo, venne con me e si sedette alla mia destra.

Mi piaceva che fosse lì, mi dava un senso di sicurezza.



Cominciammo con il medico legale. Confermò le cose che aveva scritto nella relazione sull'autopsia. Disse che la morte del bambino era stata provocata da asfissia. Non poteva essere più preciso, perché le cause dell'asfissia possono essere molte. Il bambino non era stato strangolato perché non c'era traccia delle lesioni relative. Ma poteva essere stato soffocato con un cuscino, tenendogli bocca e naso tappati, tenendolo chiuso in uno spazio molto angusto, come il bagagliaio di una macchina. Era anche possibile, la letteratura scientifica citava diversi casi del genere, che il soffocamento si fosse verificato nel corso di un rapporto orale violento.

In ogni caso non vi erano tracce di violenza sessuale e la ricerca di liquido seminale aveva dato esito negativo. Il bambino, quando era stato recuperato, era interamente vestito, con gli abiti che aveva addosso al momento della scomparsa.

Quando era stato buttato nel pozzo, il bambino era già morto, perché non c'era acqua nei polmoni.

Io non avevo particolare interesse a controesaminare il medico. Mi limitai a fargli precisare meglio che i riferimenti al rapporto orale violento erano solo il frutto di sue congetture, ma che non c'era nessun dato obbiettivo da cui desumere che quella forma di violenza sessuale, o altre, fosse stata effettivamente attuata sul piccolo.

Dopo il medico legale il pubblico ministero chiamò a deporre il maresciallo Lorusso, vice comandante del nucleo operativo di Monopoli. Fra gli investigatori, era il teste più importante. Gli atti di indagine di qualche rilievo li aveva fatti praticamente tutti lui. Io lo conoscevo, da molti anni.

Lo avevo incontrato in altri processi e sapevo che si trattava di un osso duro. Sembrava un impiegato o un professore, con occhialini, pochi capelli biondastri, giacca e cravatta da grandi magazzini. Aveva un'aria innocua, a prima vista. Gli occhi però, se uno riusciva a vederli oltre gli occhiali, erano intelligenti e freddi. Prima lavorava a Bari nella sezione criminalità organizzata, poi si trovò coinvolto in una storia di violenze su un arrestato, assieme ad un capitano e ad un altro sottufficiale. Furono tutti trasferiti e Lorusso in particolare, si fece due anni ad addestrare reclute in una scuola. Per uno sbirro come lui era una punizione ben scelta.

L'esame condotto da Cervellati durò più di un'ora. Il teste raccontò delle ricerche del bambino, di come si era arrivati all'individuazione dei testimoni; raccontò del fermo di Abdou, della perquisizione, tutto. Fu una deposizione chiara ed efficace. Il maresciallo Lorusso era uno che sapeva il fatto suo.

L'avvocato di parte civile, come al solito, non aveva domande. Quello che faceva il pubblico ministero, in questo caso, per lui andava sempre bene. Poi il presidente mi diede la parola.

«Buongiorno maresciallo».

«Buongiorno avvocato».

Rispose senza guardare dalla mia parte. Era intelligente, sapeva che la mia cordialità era tutta ad uso dei giudici popolari.

"Lascia stare le cazzate, avvocato e vediamo cosa sai fare". Questo c'era dietro il suo saluto. Va bene, pensai.

«Può ripeterci qual è il suo incarico?».

«Sono il vice comandante del nucleo operativo presso la compagnia di Monopoli».

«Qual era il suo incarico precedente?».

Tanto vale passare subito al gioco duro, pensai.

«Cosa c'entra questo, avvocato?».

Toccato.

«Per piacere può dire alla corte qual era il suo incarico precedente?».

Esitò un attimo, sembrò stesse per guardare il pubblico ministero, poi serrò un attimo le mascelle e infine rispose.

«Ero istruttore presso il battaglione allievi carabinieri di Reggio Calabria».

«Non un incarico di polizia giudiziaria, se capisco bene».

«No».

«E prima ancora?».

Cervellati a quel punto intervenne.

«Presidente, opposizione. Non vedo cosa c'entrino i precedenti incarichi del maresciallo con l'oggetto della deposizione».

Il presidente si rivolse a me.

«Che c'entrano gli incarichi precedenti del teste con questo processo, avvocato?».

«Presidente, io ho necessità di fare queste domande ai fini previsti dall'art. 194 secondo comma del codice di procedura. Le risposte, come sarà chiaro nel seguito, mi serviranno per valutare l'attendibilità della deposizione».

Il presidente rimase un attimo in silenzio; il giudice a latere gli disse qualcosa all'orecchio. Infine, dopo un'ulteriore pausa mi fece cenno con la mano di andare avanti.

«Allora maresciallo, qual era il suo incarico precedente a quello di istruttore reclute?».

Mentre facevo questa domanda Lorusso si voltò verso di me un attimo, e mi guardò con odio. Stavo per fare una cosa che non si fa, di solito. Stavo per violare il tacito patto di non aggressione che esiste fra avvocati e sbirri, nei processi. Lui lo aveva capito. Se mai ne avesse avuto l'occasione, me l'avrebbe fatta pagare. Sicuro.

«Ero in forza al nucleo operativo, reparto operativo di Bari, prima sezione, criminalità organizzata».

«Cioè la squadra in cui sono i migliori investigatori della provincia. Quindi se ho capito bene lei è stato trasferito da un incarico da investigatore di punta a un incarico. .. abbiamo detto, di istruttore di reclute a Reggio Calabria. È corretto?».

«Sì».

«Si è trattato di un normale avvicendamento o c'era qualche ragione particolare?».

Non mi piaceva molto quello che stavo facendo ma avevo bisogno di fargli perdere la calma, per passare a quello che mi interessava veramente.

«Avvocato, lei sa benissimo perché mi hanno trasferito, e che da quella storia sono uscito a testa alta».

«Può dirci a che storia si riferisce?». Il mio tono era falsamente cordiale. Odioso.

Il presidente intervenne, questa volta senza aspettare il pubblico ministero.

«Avvocato veda di non abusare della pazienza della corte. Vada al punto».

«Maresciallo, può dirci perché fu trasferito a Reggio Calabria?».

«Perché un delinquente arrestato in flagranza di detenzione a fini di spaccio di un chilo di cocaina, con tre pagine di certificato penale, aveva accusato me, un capitano ed un altro maresciallo di averlo picchiato. Siamo stati assolti tutti e tre e quel signore si è preso dieci anni per la droga. È sufficiente?».

«Va bene. Lei ha sentito a verbale il signor Renna, proprietario del bar Maracaibo, nonché i due cittadini senegalesi Diouf e... mi sfugge il nome dell'altro. Comunque è esatto?».

«Sì».

«Può riferire alla corte con quali modalità ha proceduto alla verbalizzazione?».

«In che senso avvocato?».

«Avete registrato, o videoregistrato, queste dichiarazioni?».

«Non abbiamo registrato. Se lei legge bene quei verbali c'è scritto che per indisponibilità di strumenti di registrazione si è proceduto alla sola redazione del verbale in forma riassuntiva».

«Ah, certo. Dunque vediamo se ho capito bene. Voi avete redatto solo il verbale in forma riassuntiva perché non avevate la disponibilità di strumenti di registrazione video o audio. È corretto?».

Lorusso capì dove volevo arrivare, ma era troppo tardi.

«In quel momento non credo... lavoravamo in emergenza...».

«Ho una domanda molto semplice per lei: al nucleo operativo dei carabinieri di Monopoli non avevate un registratore o una videocamera?».

«Li avevamo, ma in quel momento... credo che il registratore fosse non funzionante. Adesso non ricordo bene, ma sicuramente c'era qualche problema».

«Il registratore era non funzionante. E la videocamera?».

«Non abbiamo videocamere in dotazione».

«Scusi, io ho qui il verbale del sopralluogo relativo al ritrovamento del corpo del bambino. Qui c'è scritto che le attività di sopralluogo sono state documentate anche mediante videoregistrazione. E infatti al verbale è allegata una videocassetta. Cosa può dirmi?».

Cervellati fece opposizione quasi gridando. Stava perdendo la calma.

«Opposizione presidente, opposizione. È inammissibile che si conduca il controesame di teste su come ha redatto un verbale, se avesse il registratore, o la penna o il computer».

«Presidente, che sia inammissibile è una opinione del pubblico ministero. Noi abbiamo interesse a capire come sono state verbalizzate certe dichiarazioni, per verificare se, anche involontariamente, perché nessuno dubita della buona fede degli investigatori, dicevo per verificare se possano esservi stati dei condizionamenti dei testimoni, o dei fraintendimenti di quello che hanno effettivamente dichiarato. Non ci dimentichiamo che il pubblico ministero vi ha chiesto di dare lettura delle dichiarazioni rese in fase di indagini dai due cittadini extracomunitari...» .

Zavoianni mi interruppe. Si stava innervosendo. Non gli piacevano tutte quelle questioni, non gli piaceva il mio modo di procedere e, lo avevo sempre sospettato, ma adesso ne ero certo, non gli piacevo io.

«Avvocato, passiamo ad altro. Ho tollerato abbastanza molte domande del tutto irrilevanti. Vediamo di fare qualche domanda sull'oggetto del processo, finalmente».

Mentre guardavo il presidente che parlava, riuscii a notare Lorusso che inspirava ed espirava con energia, rilassandosi.

«Presidente, io credo sia rilevante sapere per quale motivo l'audizione delle persone informate sui fatti, e in particolare quella dei cittadini extracomunitari, che non potremo risentire qui, perché sono irreperibili, non è stata documentata in forma integrale».

«Avvocato, ho già deciso. Vada avanti senza discutere le mie decisioni».

Serrai le mascelle contraendo i muscoli, per qualche secondo. Poi ricominciai.

«Grazie presidente. Vorrei che lei, maresciallo, ci parlasse della perquisizione presso l'abitazione dell'imputato».

«Cosa vuole sapere in particolare, avvocato?».

«Come avete proceduto operativamente, se cercavate qualcosa in particolare, com'era lo stato dei luoghi, tutto».

«Non capisco bene la sua domanda. Operativamente abbiamo perquisito la stanza del Thiam, cercando dappertutto, e non cercavamo oggetti specifici, cercavamo qualsiasi cosa potesse essere utile alle indagini. Poi lì abbiamo trovato la foto dell'indagato con il bambino e dei libri di lettura per l'infanzia, che sono elencati nel verbale».

«Non avete trovato altre cose rilevanti per l'indagine?».

«No».

«Altrimenti le avreste prese».

«Altrimenti le avremmo prese, è chiaro».

«Avete trovato una macchina polaroid, o in genere una macchina fotografica?».

«No».

«Senta, adesso vorrei parlare un attimo dei libri. Leggo dal verbale di perquisizione e contestuale sequestro che il signor Thiam aveva nella sua stanza tre romanzi per bambini di Harry Potter, Il piccolo principe, favole per bambini in lingua francese, la nota favola Pinocchio ed altro libro per l'infanzia dal titolo Il dottor Dolittle. È corretto?».

«Sì».

«Il signor Thiam aveva solo questi libri, nella sua stanza?».

«Adesso non ricordo bene. Forse c'era qualche altra cosa».

«Quando dice qualche altra cosa intende qualche altro libro?».

«Sì, credo che ci fosse qualche altro libro».

«Approssimativamente è in grado di dire quanti libri?».

«Non lo so. Cinque, sei, dieci».

«Si stupirebbe se le dicessi che in quella stanza c'erano oltre cento libri?».

«Opposizione» fece il pubblico ministero «si chiede un'opinione al teste».

«Riformulo la domanda, presidente. È sicuro, maresciallo, che i libri non fossero molti di più di una decina?».

«Una ventina forse, non un centinaio».

«Può descriverci la stanza e in particolare dirci se c'erano degli scaffali?».

«Ora è passato quasi un anno, comunque c'era un letto, un tavolino... sì, forse c'era uno scaffale di lato al letto».

«Un solo scaffale o una scaffalatura, una libreria?».

«Forse... è possibile una piccola libreria».

«Ora mi rendo conto che non è facile, a quasi un anno di distanza, ma la pregherei di fare uno sforzo per ricordare cosa c'era in questa piccola libreria».

«Avvocato, non mi ricordo. Certamente c'erano libri, ma non mi ricordo cos'altro c'era».

«Lei maresciallo ha certamente compreso che io desidero far emergere, a occhio e croce, quanti libri c'erano. Io lo so ma vorrei che lo ricordasse lei».

«C'erano diversi ripiani nella scaffalatura, e c'erano libri, non so dire quanti».

«Ma voi avete sequestrato solo quelli indicati nel verbale. Perché?».

«Perché evidentemente erano i soli pertinenti all'indagine».

«Perché erano libri per l'infanzia?».

«Certo».

«Ho capito. Vorrei parlare adesso della fotografia, quella del signor Thiam con il piccolo Francesco. Cosa può dirmi di questa foto?».

«Non capisco la domanda».

«Era l'unica fotografia detenuta dal signor Thiam o ricorda se ce ne fossero altre?».

«Non ricordo, avvocato. La perquisizione l'abbiamo eseguita in tre, non mi ricordo se la foto l'ho trovata io o un collega».

«Vorrei mostrarle qualcosa».

Tirai fuori dalla borsa una busta, la aprii senza fretta e chiesi al presidente il permesso di mostrare delle foto al teste. Lui fece sì con un cenno del capo.

«Vede queste foto maresciallo? Può dirci in primo luogo se riconosce qualcuna delle persone rappresentate?».

Lorusso osservò le foto che gli avevo dato, una trentina, forse, e poi rispose.

«In molte foto c'è l'imputato. Le altre persone non le conosco».

«Ricorda o può escludere che queste foto fossero nella stanza dell'imputato al momento della perquisizione?».

«Non lo ricordo e non lo posso escludere».

Era il momento di fermarsi, vincendo la tentazione di fare una domanda in più, che sarebbe stata una domanda di troppo.

«Grazie presidente, io ho finito. Chiedo l'acquisizione come prove documentali, delle foto che ho esibito al maresciallo».

Mostrai le foto al pubblico ministero ed alla parte civile. Non fecero obiezioni anche se Cervellati mi guardò con disgusto palpabile. Poi le rimisi nella busta e le consegnai al presidente.

Lorusso andò via dopo avere salutato la corte e il pubblico ministero. Mi passò davanti ignorandomi deliberatamente. Non potevo dargli torto.

Il presidente disse che avremmo fatto dieci minuti di pausa e solo in quel momento mi resi conto che Margherita era stata tutto il tempo vicino a me, senza dire una parola.

Dissi se aveva voglia di andare a prendere un caffè. Fece sì con la testa. Io avrei voluto chiederle cosa ne pensava. Se le sembrava che fossi stato bravo o roba del genere, ma era una domanda infantile, pensavo, e non la feci. Invece fu lei a parlare, mentre entravamo nel bar interno del palazzo di giustizia, famoso per il peggiore caffè della città.

Era molto interessante, disse, anche se io sembravo una persona diversa. Ero bravo, ma non ero, come dire, molto simpatico. Era proprio necessario umiliare in quel modo il maresciallo?

Stavo per dire che non mi sembrava di averlo umiliato e che comunque i processi di questo tipo sono inevitabilmente brutali. Questa brutalità era il prezzo di garanzia cui non potevamo rinunciare e comunque meglio un carabiniere o un poliziotto umiliati che un innocente condannato.

Per fortuna non dissi niente di tutto questo. Invece rimasi in silenzio qualche istante, prima di rispondere. Dissi che non lo sapevo se era proprio necessario. Certo era necessario fare emergere quelle cose, che erano importanti e forse c'era un altro modo, o forse no.

Comunque in quelle situazioni, volevo dire nei processi, soprattutto quelli delicati, al centro dell'attenzione dei media eccetera, è facile dare il peggio di sé. È facile anche prenderci gusto, a tormentare le persone con la scusa che è un lavoro sporco a volte, ma qualcuno deve pur farlo.

Prendemmo il caffè e poi accendemmo le sigarette. Questo interruppe la conversazione sull'etica dell'avvocato, per fortuna. Io dissi che il caffè del tribunale era utilizzato anche per sterminare i topi. Lei scoppiò a ridere e disse che le piaceva che fossi capace di farla ridere. Piaceva anche a me.

Poi ci avviammo di nuovo verso l'aula della corte di assise.

Il presidente disse all'ufficiale giudiziario di fare entrare il teste Renna Antonio.

Attraversò l'aula guardandosi attorno con aria spavalda. Aveva un aspetto da contadino. Tozzo di figura, con una camicia a scacchi, colletto stile anni 70, carnagione scura e gli occhi furbi. Di una furbizia non simpatica, del genere appena posso ti fregherò. Si tirò un po' su i pantaloni dalla cintura, con un gesto che mi parve osceno e si sedette con calma al posto dei testimoni che l'ufficiale giudiziario gli aveva indicato. Di spalle alla gabbia dove si trovava Abdou. Si sedette comodo, riempiendo tutta la sedia e appoggiandosi in relax allo schienale. Aveva un'aria soddisfatta e io pensai distintamente che volevo fargliela passare.

L'esame di Cervellati non fu che una specie di riproduzione di quello effettuato durante le indagini preliminari. Renna disse esattamente le stesse cose, nello stesso ordine e più o meno con le stesse parole.

Quando fu il suo turno Cotugno finalmente fece qualche domanda, del tutto insignificante. Così per far vedere ai suoi clienti, cioè i genitori del bambino, che esisteva e si stava guadagnando l'onorario.

Stavo per cominciare il mio controesame quando Margherita mi sussurrò qualcosa all'orecchio.

«Non lo so perché, ma questo è uno stronzo».

«Lo so», risposi.

Poi mi rivolsi al testimone. «Buongiorno signor Renna».

«Buongiorno».

«Io sono l'avvocato Guerrieri e difendo il signor Thiam. Adesso le farò alcune domande alle quali la prego di rispondere in modo breve e senza fare commenti».

Il mio tono era deliberatamente odioso. Volevo provocarlo, per vedere se mi riusciva di trovare uno spiraglio e piazzare il mio colpo. Come nel pugilato.

Renna mi guardò con quei suoi occhi porcini. Poi si rivolse al presidente.

«Signor giudice, ma io sono obbligato a rispondere anche alle domande di un avvocato?».

«Deve rispondere, signor Renna».

La faccia del presidente diceva che, potendo, avrebbe volentieri fatto a meno di me, e della maggior parte degli avvocati. Purtroppo non poteva. Io comunque avevo guadagnato un piccolo vantaggio. Il barista aveva abboccato alla provocazione e adesso era più vulnerabile.

«Allora signor Renna, lei ha detto al pubblico ministero di avere visto nel pomeriggio del 5 agosto 1999 il signor Thiam camminare speditamente da nord verso sud. È esatto?».

«Sì».

«Si ricorda quando è stato sentito dal pubblico ministero, durante le indagini?».

«Mi ha interrogato una settimana dopo, mi pare».

«Quando è stato sentito dai carabinieri?».

«Prima, il giorno prima».

«Il suo bar è frequentato da cittadini extracomunitari?».

«Qualcuno. Vengono, si prendono il caffè, si comprano le sigarette».

«Sa dirci di quale nazionalità?».

«Non lo so. Sono tutti negri...».

«A occhio e croce è in grado di dirci quanti negri frequentano il suo bar?».

«Non lo so. Sono quelli che vendono sulle spiagge, e pure per strada. A volte si mettono pure davanti al mio bar».

«Ah, si mettono pure davanti al suo bar. Ma non disturbano la sua attività, vero?».

«Disturbano, disturbano, e come che disturbano».

«Va beh scusi, se disturbano perché lei non chiama i vigili o i carabinieri?».

«Perché non li chiamo? Io li chiamo, ma tu li hai visti mai a venire?».

Era sinceramente indignato adesso. Intanto Cervellati capì dove volevo arrivare. Era tardi però.

«Presidente io vedo che ad ogni teste la difesa continua a fare domande prive di qualsiasi pertinenza con l'oggetto del processo. Non so se sia possibile andare avanti in questo modo».

Prima che Zavoianni potesse intervenire parlai io.

«Ho finito su questo punto presidente. Sto passando ad altro».

«Facendo molta attenzione avvocato Guerrieri. Molta attenzione», disse il presidente.

«Allora signor Renna, avevo qualche altra domanda per lei... dunque sì, vorrei mostrarle delle foto. Tirai fuori dalla borsa una serie di fotocopie a colori di fotografie». Feci questo gesto in maniera deliberatamente impacciata.

«Presidente, posso avvicinarmi e mostrare al teste queste fotografie?».

«Di che foto si tratta, avvocato?».

Adesso mi accingevo a camminare sul filo. Una parola sbagliata da una parte, e sarei finito sotto procedimento disciplinare. Una parola sbagliata dall'altra, e avrei mandato in malora quasi tutto quello che avevo fatto fino a quel momento.

«Sono fotografie di cittadini extracomunitari, presidente. Desidero verificare se il teste ne riconosce qualcuno».

Neutro.

Il presidente fece il solito gesto per dirmi di andare avanti. Sperai che Cervellati non chiedesse di vedere le foto, o non chiedesse indicazioni più precise su chi erano le persone rappresentate, come era suo diritto. Non lo fece. Io mi avvicinai al teste con le foto in mano.

«Allora signor Renna, vuole osservare queste dieci fotografie?».

Sentii il mio battito cardiaco che accelerava freneticamente. Renna guardò le fotografie. Non era più a suo agio come all'inizio della testimonianza. Si era spostato verso il bordo della sedia. Posizione di fuga, la chiamano gli psicologi.

«Riconosce qualcuno in queste fotografie?».

«Non mi sembra. Sono tanti, quelli che passano dal mio bar, non me li posso ricordare tutti».

Ripresi le foto e tornai al mio posto, prima di fare la domanda successiva.

«Però, mi corregga se sbaglio, il signor Thiam se lo ricordava bene, vero?».

«E certo, quello passava sempre».

«Se lo vedesse, di persona o in fotografia lo riconoscerebbe, vero?».

«Sì, sì. È quello nella gabbia». Solo in quel momento fece il gesto di voltarsi.

Io rimasi in silenzio qualche secondo, prima della conclusione.

«Sa signor Renna, le ho fatto l'ultima domanda perché fra le dieci foto che le ho mostrato, ben due rappresentano la faccia del signor Thiam, l'imputato. Ma lei ha detto che non le sembrava di riconoscere nessuno. Come spiega questo fatto?».

Colpi di questo genere sono molto rari nei processi, come nella vita. Quando però riescono è difficile descrivere la sensazione che si prova. Sentivo il tempo rallentato, la tensione nell'aria e sulla mia pelle. Sentivo gli occhi di Margherita su di me, sapevo che non c'era bisogno di chiederle se ero stato bravo. Ero stato bravo.

«Fammi vedere quelle foto...».

Era passato al tu, e non per simpatia. Capita.

«Non si preoccupi delle foto. Le assicuro che due di queste foto rappresentano l'imputato come la corte potrà verificare fra poco, quando le consegnerò. Da lei vorrei sapere come spiega, se lo spiega, di non essere stato in grado di riconoscere il signor Thiam».

Renna rispose quasi in dialetto, con rabbia. «Come spiega e come spiega. Sono tutti uguali sti negri. Come si fa a dire, dopo un anno... Ti voglio vedere a te avvocato, ti voglio vedere...».

"Fermati, fermati, fermati". Mi dissi così mentre avvertivo l'impulso fortissimo di fare un'altra domanda e stravincere. O fare qualche guasto. Fermati.

«Grazie presidente, ho finito. Chiedo di produrre le foto, anzi le fotocopie usate nel corso del controesame. Le due che rappresentano l'imputato recano una annotazione sul retro. Le altre sono di soggetti del tutto estranei al processo e sono tratte da riviste varie».

Cervellati volle fare ancora qualche domanda, come gli era consentito dalla legge. Il fatto stesso però che sfruttasse quella possibilità, voleva dire che aveva accusato il colpo.

Fece ripetere a Renna il suo racconto, gli fece precisare che un anno prima aveva un ricordo fresco e che da allora non aveva più rivisto l'imputato, né di persona né in fotografia. Rimise insieme un po' di cocci, ma sapevamo tutti e due che non sarebbe stato facile schiodare dalla testa dei giudici popolari l'impressione che avevano avuto quella mattina.

L'udienza successiva, mercoledì 21 giugno, Margherita non venne perché aveva da terminare un lavoro. Mi aveva detto che avrebbe cercato di esserci per l'interrogatorio di Abdou, la settimana dopo.

Quella mattina furono sentiti i genitori e i nonni del bambino. Il pubblico ministero e il difensore di parte civile li interrogarono a lungo su particolari insignificanti. Avrebbero potuto farne a meno.

Io feci solo pochissime domande, al nonno. Aveva una polaroid ? L'aveva e si ricordava di avere fatto delle foto in spiaggia, l'estate scorsa. Era possibile, ma lui non lo ricordava, che il bambino ne avesse presa qualcuna. Comunque non sapeva dire dove fossero finite quelle foto.

Ai genitori non chiesi nulla e mentre li osservavo, durante l'esame del pubblico ministero, mi vergognai di avere fatto quelle domande sulla separazione al tenente dei carabinieri.

Loro avevano più o meno la mia età. Lui era un ingegnere e lei una professoressa di educazione fisica. Francesco era stato il loro unico figlio. Rispondevano alle domande alla stessa maniera e si comportavano alla stessa maniera. Spenti, senza nemmeno rabbia. Niente.



Abdou passò l'intera udienza attaccato alla gabbia, la faccia schiacciata fra le sbarre, gli occhi attaccati a quei testimoni, come se volesse attirarne lo sguardo e dire loro qualcosa.

Ma quelli non guardarono in faccia nessuno e alla fine della deposizione andarono via, senza neanche lanciare un'occhiata alla gabbia dove era rinchiuso Abdou.

Non gli importava più di nulla, nemmeno che il presunto autore di tutta quella distruzione fosse punito.

Io pensai che se avessimo fatto un bambino quando Sara ne aveva parlato, adesso avrebbe avuto più o meno sei anni.

Il processo fu rinviato al lunedì successivo per l'esame dell'imputato e per le eventuali richieste di prove supplementari, prima della discussione.

Uscii dall'aula, fresca per l'aria condizionata e fui avvolto dal caldo umido e micidiale di giugno. Era arrivato, anche se in ritardo. Mi allentai la cravatta e sbottonai il colletto della camicia mentre scendevo la grande scalinata centrale del palazzo di giustizia.

Camminavo verso casa con un ronzio strano nella testa. Pensai che stesse per ricapitarmi quello che era successo un anno prima e mi venne in mente che da allora non avevo più preso un ascensore.

I pensieri presero a confondersi, con la paura che si faceva strada. Mi sentivo come nelle scene di certi film catastrofici in cui il protagonista scappa disperatamente, inseguito dall'acqua che sta inondando un sotterraneo.

Questa idea stranamente mi aiutò. Mi dissi che non avevo più voglia di scappare. Mi sarei fermato, avrei trattenuto il respiro e avrei lasciato che l'ondata mi travolgesse. Succedesse quello che doveva.

Feci davvero così. Voglio dire che mi fermai per strada, inspirai profondamente e rimasi fermo, con il fiato sospeso per qualche secondo. Non successe niente e quando buttai fuori l'aria mi sentii meglio. Molto meglio, con il cervello che funzionava di nuovo, lucidamente, come se fosse stato ripulito in una sola volta da vecchie incrostazioni e cumuli di detriti.

Fu in quel momento che pensai di passare dallo studio, prima di andare a casa.

Avevo deciso di fare una cosa.



Nel percorso verso lo studio presi a respirare spingendo l'aria sotto il diaframma, come facevo prima di un combattimento. Cercando di sgombrare la mente per concentrarmi su quello che dovevo fare.

Arrivai davanti al portone, tirai fuori dalla borsa le chiavi, aprii, entrai e rimisi le chiavi a posto. Mi riabbottonai la camicia e riannodai la cravatta.

Poi, invece di dirigermi verso le scale come avevo fatto per circa un anno, schiacciai il pulsante di chiamata dell'ascensore. Mentre l'ascensore scendeva sentivo le pulsazioni accelerare e vampate di calore salirmi su per la faccia.

Quando l'apparecchio fu arrivato mi dissi che non dovevo pensare e non dovevo aspettare. Aprii la porta metallica, poi i due sportelli interni. Entrai, richiusi la porta metallica, richiusi gli sportelli, guardai la tastiera, poggiai l'indice della mano destra sul numero otto, chiusi gli occhi e schiacciai.

Sentii lo scatto verso l'alto della macchina e pensai che non valeva, se tenevo gli occhi chiusi. Li spalancai, mentre sentivo che il respiro si accorciava e le braccia deboli, e le gambe deboli.

Quando l'ascensore fu arrivato all'ottavo piano rimasi ancora qualche istante, immobile. Mi dissi che non valeva se non ero capace di restare ancora dieci secondi lì fermo, a rischio che qualcuno chiamasse l'ascensore. Contai.

Milleuno. Milledue. Milletré. Millequattro. Millecinque. Millesei. Millesette. Milleotto. Millenove. A millenove mi fermai, con la mano sospesa all'altezza del pomello di una delle porte interne. Su tutto il corpo avevo un formicolio, che diventava fortissimo su quel braccio e su quella mano. Avevo fermato il tempo.

Milledieci.

Lentamente aprii uno sportello. Poi aprii l'altro. Poi aprii la porta metallica.

Guardai davanti a me, sempre stando nell'ascensore, le ampie lastre di marmo che pavimentavano il pianerottolo. Pensai che non dovevo mettere i piedi sulle linee tra una lastra e l'altra. Dovevo fare attenzione a mettere un piede su una lastra e l'altro su un'altra lastra. Pensai che era esattamente quello che avevo sempre pensato, senza rendermene conto, uscendo da quell'ascensore, fino a quando lo avevo preso.

Pensai: fanculo.