Parte seconda



Era un pomeriggio di febbraio, ma non faceva freddo. Non aveva fatto mai freddo, quell'inverno.

Passai davanti al bar sotto lo studio e non entrai. Mi vergognavo a chiedere il caffè decaffeinato e così andavo in uno squallido bar a cinque isolati di distanza.

Da quando avevo cominciato a soffrire di insonnia non bevevo caffè normale, il pomeriggio. Avevo provato qualche volta il caffè d'orzo ma fa veramente schifo. Il caffè decaffeinato invece sembra vero. L'importante è non farsi notare quando lo si ordina.

Io avevo sempre guardato con un certo compatimento quelli che ordinavano il decaffeinato. Non volevo essere guardato, ora, allo stesso modo. Non da gente che mi conosceva, almeno. Per questo evitavo di andare al mio solito bar, il pomeriggio.

Presi il caffè, accesi una marlboro e la fumai seduto ad un vecchio tavolino con la superficie di formica. Poi rifeci i cinque isolati ed andai in studio.

Per quanto mi ricordavo doveva essere un pomeriggio abbastanza tranquillo: un solo appuntamento. Con la signora Cassano, che l'indomani sarebbe stata processata per maltrattamenti al marito.

Per anni questo signore, secondo l'accusa, era rientrato a casa dal lavoro e si era sentito chiamare, nel migliore dei casi, pezzente fallito di merda. Per anni era stato costretto a consegnare lo stipendio potendo trattenere solo qualche spicciolo per le sigarette e altre piccole spese personali. Per anni era stato umiliato nelle riunioni di famiglia e davanti ai suoi pochi amici. In parecchie occasioni era stato picchiato e si era preso anche degli sputi in faccia.

Un giorno lui non ce l'aveva fatta più. Aveva trovato il coraggio di andare via di casa e l'aveva denunciata, chiedendo la separazione con addebito.

Lei aveva scelto me come avvocato e quel pomeriggio l'aspettavo per definire i dettagli della difesa.

Quando arrivai Maria Teresa mi disse che la megera non era ancora arrivata.

Invece da almeno mezz'ora mi aspettava una donna di colore. Non aveva appuntamento ma, diceva, si trattava di una cosa molto importante. Come sempre.

Aspettava nella saletta. Sbirciai dalla porta socchiusa e vidi una ragazza imponente, con una faccia bella ma severa. Non doveva avere più di trent'anni.

Dissi a Maria Teresa di farla passare nella mia stanza di lì a due minuti. Mi tolsi la giacca, raggiunsi la scrivania, accesi una sigaretta e la donna entrò.

Aspettò che le dicessi di sedersi e con voce quasi priva di accento disse "Grazie avvocato". Ero sempre in dubbio, con i clienti stranieri se usare il tu o il lei. Molti non capiscono il lei e la conversazione diventa surreale.

Dal modo in cui la donna disse "grazie avvocato" seppi subito che avrei potuto usare il lei senza alcuna preoccupazione di non essere compreso.

Quando le chiesi quale fosse il suo problema mi passò dei fogli spillati, con intestazione "Ufficio del giudice per le indagini preliminari, ordinanza di custodia cautelare in carcere".

Droga, pensai immediatamente. Il suo uomo è uno spacciatore. Poi però, quasi altrettanto rapidamente, mi parve impossibile.

Tutti noi procediamo per stereotipi. Chi dice che non è vero è un bugiardo. Il primo stereotipo mi aveva suggerito la seguente sequenza: africano, custodia cautelare, droga. Gli africani vengono arrestati soprattutto per questo motivo. Subito però era entrato in azione il secondo stereotipo. La donna aveva un aspetto aristocratico e non sembrava la donna di uno spacciatore.

Avevo ragione. Il suo compagno non era stato arrestato per droga ma per il sequestro e l'omicidio di un bambino di nove anni.

I capi di imputazione dell'ordinanza erano brevi, burocratici ed agghiaccianti.

Abdou Thiam, cittadino del Senegal era accusato:


a) del reato di cui all'art. 605 e. p. per avere deliberatamente privato della libertà personale il minore Rubino Francesco inducendolo a seguirlo con l'inganno e trattenendolo in seguito contro la sua volontà.

b) del reato di cui all'art. 575 e. p. per avere cagionato la morte del minore Rubino Francesco, esercitando su di lui imprecisati atti di violenza e successivamente soffocandolo con modalità e mezzi altresì imprecisati.

Entrambi in agro di Monopoli dal 5 al 7 agosto 1999.

e) del reato di cui all'art. 412 e. p. per avere occultato buttandolo in un pozzo, il cadavere del minore Rubino Francesco.

In agro di Polignano, 7 agosto 1999.


Francesco, nove anni, era scomparso un pomeriggio mentre giocava a calcio da solo, in uno spiazzo davanti alla villa al mare dei nonni, in una contrada di Monopoli, nel sud della provincia.

Due giorni dopo il cadavere del bambino era stato ritrovato in un pozzo, una ventina di chilometri più a nord, nelle campagne di Polignano.

Il medico legale che aveva effettuato l'autopsia non era stato in grado di affermare né di escludere che il bambino avesse subito violenza sessuale.

Conoscevo quel medico legale. Non sarebbe stato in grado di dire se un bambino, ma anche un adulto o un vecchio, aveva subito violenza sessuale neanche se avesse assistito allo stupro.

Le indagini comunque si erano subito orientate sulla pista dell'omicidio a sfondo sessuale. La pista della pedofilia.

Quattro giorni dopo la scoperta del corpo, carabinieri e pubblico ministero avevano trionfalmente raccontato in conferenza stampa che il caso era risolto. Il responsabile era Abdou Thiam, ambulante senegalese di 31 anni. Era in Italia con regolare permesso di soggiorno, aveva qualche piccolo precedente per reati in materia di marchi contraffatti. In concreto: oltre alla merce regolare vendeva false Vuitton, false Hogan, falsi Carrier. D'estate sulle spiagge, d'inverno nei mercati e per le strade.

Gli elementi a suo carico erano schiaccianti, secondo gli inquirenti. Numerosi testi avevano detto di averlo visto parlare, in più occasioni e anche a lungo sulla spiaggia, con il piccolo Francesco. Il gestore di un bar, vicinissimo alla casa dei nonni del bambino, aveva visto Abdou passare a piedi, senza il suo solito sacco di merce più o meno contraffatta, pochi minuti prima della scomparsa del bambino.

Il senegalese che divideva la casa con Abdou, interrogato dai carabinieri, aveva riferito che in quei giorni, non era stato in grado di dire con precisione in che giorno, l'indagato aveva portato la macchina a lavare. Per quello che ricordava era la prima volta che ciò accadeva. Ovviamente questo fu considerato un utile elemento per l'accusa: l'indagato aveva lavato la macchina per eliminare ogni possibile traccia e dunque per eludere le investigazioni.

Un altro senegalese, anche lui venditore ambulante, aveva detto che il giorno dopo la sparizione del bambino, Abdou non si era visto alla solita spiaggia. Anche questo fu considerato, giustamente, un dato indiziante.

Abdou fu interrogato dal pubblico ministero e cadde in numerose, gravi contraddizioni. Alla fine dell'interrogatorio fu fermato per sequestro di persona ed omicidio. Non gli contestarono la violenza carnale perché non c'erano prove che il bambino fosse stato violentato.

I carabinieri avevano perquisito la sua stanza e avevano trovato libri per bambini, tutti in versione originale. I romanzi di Harry Potter, Il piccolo principe, Pinocchio, Il dottor Dolittle e altro. Soprattutto, insieme ai libri, avevano trovato e sequestrato una foto del bambino alla spiaggia, in costume da bagno.

I libri e la foto erano considerati, nell'ordinanza che la donna mi aveva passato attraverso la scrivania, "significativi elementi di integrazione del quadro indiziario".

Quando rialzai lo sguardo sulla donna, Abagiage Deheba era il suo nome, lei cominciò a parlare.

Abdou nel suo paese, il Senegal, era un maestro e guadagnava l'equivalente di circa duecentomila lire al mese. Vendendo le borse, le scarpe e i portafogli guadagnava dieci volte di più. Parlava tre lingue, voleva studiare psicologia e voleva restare in Italia. Lei era una agronoma e veniva da Assuan. Nubia. Egitto, al confine con il Sudan. Era a Bari da quasi un anno e mezzo e stava terminando un corso di specializzazione in gestione del suolo e delle risorse irrigue. Di ritorno nel suo paese si sarebbe occupata, per conto del governo, di portare l'acqua nel deserto del Sahara per trasformare le dune in campi coltivati.

Chiesi cosa c'entrava Bari con l'irrigazione del deserto.

A Bari, mi spiegò, esisteva un istituto superiore di ricerca e di formazione agronomica. Centre International Hautes Etudes Agronomiques Mediterranéennes si chiamava e ci veniva gente a specializzarsi da tutti i paesi in via di sviluppo del Mediterraneo. Libanesi, tunisini, marocchini, maltesi, giordani, siriani, turchi, egiziani, palestinesi. Abitavano tutti nel college annesso all'istituto, studiavano tutto il giorno e di notte sciamavano per la città.

Aveva conosciuto Abdou ad un concerto. In un locale della città vecchia, disse un nome che non conoscevo, dove la sera si incontravano, greci, neri, asiatici, nordafricani ed anche qualche italiano.

Era un concerto wolof, la musica tradizionale del Senegal e Abdou suonava le percussioni, con altri suoi connazionali.

Si fermò qualche secondo, guardando da qualche parte fuori dalla mia stanza, fuori dal mio studio. Fuori.

Poi riprese e mi resi conto che non stava parlando con me.

Abdou era un maestro, disse senza guardarmi.

Era un maestro anche se adesso vendeva le borse. Lui amava i bambini e non era capace di far del male ad uno di loro. Non era capace di far del male a nessuno.

Fu a questo punto che la voce controllata di Abagiage Deheba si incrinò. La sua faccia di principessa nubiana si contrasse nello sforzo di non piangere.

Ci riuscì, ma rimase in silenzio per un minuto molto lungo.

Subito dopo l'arresto avevano incaricato un altro avvocato e fece il nome di uno che conoscevo fin troppo bene. Una volta, chiacchierando, si era vantato di dichiarare diciotto milioni di reddito annuo.

Di milioni ne aveva chiesti dieci solo per il ricorso al tribunale della libertà. Gli amici di Abdou avevano fatto una colletta e avevano raccolto quasi tutta la cifra richiesta. Il mio, diciamo così, collega si era accontentato e aveva intascato i soldi. Anticipati e in contanti. Ovviamente senza fattura.

Il ricorso era andato male. Per la cassazione ci volevano venti milioni. Non li avevano venti milioni e Abdou era rimasto in carcere.

Adesso che il processo si avvicinava avevano deciso di venire da me. Un ragazzo della comunità senegalese mi conosceva, la donna disse un nome che non ricordavo

affatto, sapevano che non ero uno che faceva questione di soldi e comunque per adesso, potevano darmi due milioni, che era quanto erano riusciti a raccogliere.

Abagiage Deheba aprì la sua borsa, tirò fuori un mazzetto di banconote tenuto con l'elastico, lo poggiò sulla scrivania, lo spinse verso di me. Non era in discussione che potessi rifiutare o discutere. Dissi che avrei fatto preparare dalla mia segretaria una ricevuta per quell'acconto. No grazie, non la voleva la ricevuta, non sapeva che farsene. Voleva che andassi subito a trovare Abdou in carcere.

Dissi che non potevo, che occorreva che il signor Thiam mi nominasse, anche solo facendo una dichiarazione alla matricola del carcere. Rispose che, va bene, glielo avrebbe detto nel prossimo colloquio. Si alzò, mi diede la mano, non lo aveva fatto quando era entrata, e mi guardò negli occhi.

"Abdou non ha fatto quello che dicono".

La sua stretta era forte come mi aspettavo che fosse.

Aprendo la porta sentii la mia segretaria che cercava di spiegare ad una signora Cassano alquanto alterata per l'attesa, che l'avvocato aveva avuto un'emergenza ma che l'avrebbe ricevuta al più presto.

Immaginai vagamente i pensieri della mia cliente quando, vedendo Abagiabe Deheba passare, si rese conto di aver dovuto aspettare a causa di una negra.

Entrò nella mia stanza guardandomi con disgusto. Sono sicuro che mi avrebbe sputato in faccia, se avesse potuto.

Il giorno dopo fu condannata e per l'appello cambiò avvocato. Ovviamente non saldò il mio onorario, ma forse aveva ragione: non avevo fatto del mio meglio per farla assolvere.

Parcheggiai la macchina in divieto di sosta, come al solito di venerdì. Vicino al carcere è impossibile trovare un posto regolare quando è giorno di visita per i detenuti. Il venerdì è giorno di visita.

Comunque non c'è problema perché difficilmente si prende la multa. Nessun vigile urbano ha troppa voglia di discutere con i parenti dei detenuti in visita; in generale nessun vigile urbano ha voglia di fare servizio vicino al carcere.

Insomma parcheggiai in divieto di sosta su un marciapiede, scesi dalla macchina, mi aggiustai la cravatta, tirai fuori una sigaretta dal pacchetto, la misi in bocca e, senza accenderla, mi diressi verso il portone.

L'agente all'ingresso mi conosceva e non dovetti esibire il tesserino di avvocato.

Attraversai i soliti portoni metallici, poi le inferriate, poi ancora altri portoni. Infine entrai nella stanza riservata agli avvocati.

Sono sicuro che in tutte le carceri si concentrino per scegliere apposta quella più fredda d'inverno e più calda d'estate.

Era inverno e anche se fuori l'aria era mite, in quella stanza arredata con un tavolo, due sedie e una poltrona sfondata faceva un freddo umiliante.

Gli avvocati non sono molto amati nelle carceri.

Gli avvocati non sono molto amati in genere.

Mentre andavano a prendere Abdou Thiam accesi la sigaretta e tirai fuori dalla borsa, tanto per fare qualcosa, l'ordinanza di custodia cautelare.

Rilessi che "...l'imponente materiale probatorio acquisito a carico del Thiam Abdou forma un quadro tranquillizzante idoneo non solo a giustificare la restrizione della libertà personale nella presente fase procedimentale ma anche, in prospettiva, a far ragionevolmente prevedere un esito di condanna per l'instaurando processo".

Detta in italiano: Abdou era seppellito di prove, doveva essere arrestato, tenuto dentro e quando ci fosse stato il processo certamente sarebbe stato condannato.

Mentre riguardavo l'ordinanza si aprì la porta ed un appuntato introdusse il mio cliente.

Abdou Thiam era un uomo molto bello, con una faccia da cinema e occhi profondi. Tristi e distanti.

Rimase in piedi davanti alla porta fino a quando mi avvicinai, gli diedi la mano e gli dissi che ero il suo avvocato.

La stretta di mano di una persona dice un sacco di cose, se uno ha voglia di farci attenzione. La stretta di Abdou diceva che non si fidava di me e, forse, che non si fidava più di nessuno.

Ci sedemmo sulle due sedie e mi accorsi quasi subito che non sarebbe stata una conversazione facile.

Abdou parlava bene l'italiano, anche se non nel modo quasi perfetto, senza accento di Abagiage. Comunque mi venne naturale dargli del tu, e la stessa cosa fece lui.

Sbrigammo in fretta la questione di come lo trattavano e se gli occorreva qualcosa. Poi cercai di farmi dare la sua versione di tutta la storia, per cominciare ad orientarmi visto che non avevo ancora esaminato il fascicolo.

Non era collaborativo. Parlava con aria assente, senza guardarmi e rispondeva alle mie domande in modo vago. Sembrava quasi che la faccenda non lo riguardasse.

Mi innervosii molto presto, anche perché dietro quella assurda vaghezza si percepiva chiaramente un atteggiamento di ostilità. Nei miei confronti.

Feci uno sforzo per non mostrare la mia irritazione.

«Allora Abdou, cerchiamo di intenderci. Io sono il tuo avvocato. Sei tu che mi hai nominato», tirai fuori il telegramma che mi era arrivato dal carcere il giorno prima e lo agitai per qualche istante, «e io sarei qui per aiutarti, o per cercare di farlo. Per questo ho bisogno del tuo aiuto. Altrimenti non posso fare niente. Mi segui?».

Fino a quel momento era stato curvo, con la testa leggermente inclinata verso il tavolo. Prima di rispondere si raddrizzò e mi guardò in faccia.

«Ho fatto il telegramma solo perché me lo ha detto Abagiage. Forse proverai a fare qualcosa, come l'altro avvocato, o forse no. Ma io comunque resto qui dentro. Quando ci sarà il processo io sarò condannato. Tutti lo sappiamo. Abagiage crede che tu sei diverso dall'altro avvocato e puoi fare qualcosa. Io non ci credo».

«Ascoltami Abdou» dissi sforzandomi ancora di mantenere un tono calmo «se ti tagli, la tua ferita è profonda e sanguina, cosa fai?».

Non aspettai la risposta. «Vai dal medico e ti fai mettere dei punti. È giusto? Tu non sai come mettere dei punti, perché non sei medico».

Mi sembrava una metafora ben scelta per cercare di spiegargli che ci sono casi in cui è indispensabile servirsi di uno specialista e che, in quel caso, lo specialista ero io.

«Io lo so come mettere i punti perché ho fatto l'infermiere nell'esercito, nel servizio militare».

A quel punto non mi sforzai più di apparire tranquillo. Non serviva, evidentemente.

«Ascoltami bene. Ascoltami molto bene perché se mi dai un'altra risposta di cazzo esco di qui, richiamo la tua donna, le restituisco i soldi, pochi, che mi ha dato e tu ti trovi un altro avvocato. Altrimenti ti nomineranno un difensore di ufficio che non farà niente se non lo paghi. E probabilmente non farà niente anche se lo paghi, visto quello che puoi spendere. Ovviamente se ti comporti in questo modo idiota perché hai ammazzato veramente quel bambino e vuoi scontarla, beh, questo è un motivo di più perché io mi tolga di mezzo...».

Silenzio.

Poi per la prima volta, da quando eravamo insieme in quella stanza Abdou Thiam mi guardò come se esistessi realmente. Parlò a voce bassa.

«Non ho ucciso Ciccio. Lui era mio amico».

Mi fermai qualche secondo per riprendere l'equilibrio.

Era come se mi fossi lanciato su una porta chiusa per cercare di sfondarla e chi c'era dietro l'avesse aperta, con calma. Respirai a fondo e mi venne voglia di una sigaretta. Tirai fuori il pacchetto morbido dalla giacca e lo allungai ad Abdou. Lui non disse niente, ne prese una ed aspettò che gliela accendessi.

Anch'io accesi la mia.

«Va bene Abdou. Io dovrò leggere le carte del pubblico ministero, ma prima mi serve sapere bene tutto quello che ti ricordi di quei giorni. Vuoi che cominciamo a parlarne?».

Lasciò passare qualche secondo e poi fece sì con la testa.

«Quando hai saputo della scomparsa del bambino?».

Aspirò forte la sigaretta prima di rispondere.

«Ho saputo che il bambino era scomparso quando mi hanno arrestato».

«Ti ricordi cosa avevi fatto il giorno in cui il bambino è scomparso?».

«Ero andato a Napoli, a prendere merce. L'ho detto quando mi hanno interrogato. Cioè ho detto che ero andato a Napoli, ma non che ero andato a comprare le borse, per non mettere in mezzo quelli che me le vendevano».

«Ci sei andato da solo?».

«Sì».

«Quando sei tornato da Napoli?».

«Il pomeriggio, la sera. Non mi ricordo bene».

«E il giorno dopo?».

«Non mi ricordo. Sono andato in qualche spiaggia ma non mi ricordo in quale».

«Ti ricordi di qualcuno che hai incontrato? Voglio dire tanto il cinque agosto che la mattina dopo. Qualcuno che può ricordarsi di averti visto e che possiamo chiamare a testimoniare».

«Tu dov'eri quella mattina, avvocato?».

Ero nella cacca, avrei voluto rispondere. Ero nella cacca anche la mattina prima e la mattina dopo. Ci sono abbastanza anche adesso. Solo un pochino di meno.

Abdou non era interessato a questo però, e non dissi niente. Mi strofinai la fronte con la mano, poi me la passai sulla faccia e alla fine accesi un'altra sigaretta.

«Okappa. Hai ragione. Non è facile ricordarsi un pomeriggio, una mattina o un giorno uguale a tanti altri. Dovremo fare uno sforzo per ricostruire quelle giornate però. Adesso vuoi dirmi qualcosa del bambino? Lo conoscevi?».

«Certo che lo conoscevo. Dall'altro anno, cioè da quando andavo a quella spiaggia».

«Ti ricordi quando è stata l'ultima volta che lo hai visto?».

«No. Di preciso no. Ma lo vedevo tutti i giorni che andavo a quella spiaggia. Lui c'era sempre o con i nonni o con la mamma. Qualche volta con gli zii».

«Lo hai mai visto vicino alla casa dei nonni, o in altri posti diversi dalla spiaggia? Sei mai passato dalla casa dei nonni?».

«Io non so nemmeno dov'è la casa dei nonni e il bambino l'ho visto solo alla spiaggia».

«Il padrone del bar Maracaibo dice che ti ha visto il pomeriggio della scomparsa del bambino e che non avevi la sacca con la merce, e che andavi in direzione della casa dei nonni».

«Io non lo so qual è la casa dei nonni» ripeté esasperato «e quel pomeriggio non sono andato a Monopoli. Quando sono tornato da Napoli sono rimasto a Bari. Non mi ricordo cosa ho fatto ma non sono andato a Monopoli».

Con un gesto rabbioso prese il pacchetto di sigarette e la scatoletta di fiammiferi svedesi che erano rimasti sul tavolo e ne accese un'altra.

Gli feci fare qualche boccata in pace e poi ripresi.

«Come mai avevi una fotografia del bambino a casa?».

«Ciccio ha voluto darmela quella foto. Uno zio, credo, aveva la polaroid e fece diverse foto alla spiaggia. Il bambino me ne ha data una. Eravamo amici. Ogni volta che passavo mi fermavo a parlare con lui. Voleva sapere dell'Africa, degli animali, se avevo mai visto i leoni. Queste cose. Fui contento quando mi diede la foto, perché eravamo amici. E poi a casa ne avevo tante di fotografie, anche con persone delle spiagge perché con tanti clienti siamo amici. I carabinieri hanno preso solo quella. È chiaro che così sembra una prova. Perché non hanno preso tutte le foto? Perché hanno preso solo alcuni libri? Io mica avevo solo libri per bambini. Ho manuali, ho libri di storia, ho libri di psicologia, loro hanno preso solo i libri per bambini. È chiaro che così sembro un maniaco, come dite: un pedofilo».

«Le hai dette al giudice queste cose?».

«Avvocato, lo sai come stavo quando mi hanno portato dal giudice ? Non potevo respirare per le botte, non ci sentivo da un orecchio. Prima mi hanno dato le mazzate i carabinieri, poi mi hanno dato le mazzate i secondini, quando sono entrato in carcere. Proprio i secondini mi hanno detto che era molto meglio per me se non dicevo niente al giudice. Poi l'avvocato mi ha detto che non dovevo rispondere, perché c'era solo il rischio di complicare la situazione e che già avevo fatto male a rispondere al pubblico ministero. Lui si doveva leggere bene le carte, prima. Allora sono andato dal giudice e ho detto che non volevo rispondere. Ma anche se rispondevo non cambiava niente perché al giudice non gliene importava niente di quello che dicevo io. Comunque rimanevo in carcere».

Aspettai qualche secondo prima di parlare di nuovo.

«Dove sono tutte le tue cose, queste che hai detto, libri, foto, tutto?».

«Non lo so. Hanno svuotato la mia stanza e il padrone l'ha affittata a qualcun altro. Devi chiedere ad Abagiage».

Rimanemmo in silenzio per qualche minuto. Io a cercare di riordinare le informazioni che avevo raccolto, lui chissà dove.

Poi parlai di nuovo io.

«Va bene, per oggi può bastare. Domani, anzi lunedì vado in procura e vedo quando si può fare la copia degli atti. Poi li studio e appena mi sono chiarito meglio le idee torno a trovarti e vediamo di organizzare una difesa che abbia un senso».

Lasciai la frase in sospeso, come se ci fosse qualcosa da aggiungere.

Abdou se ne accorse e mi guardò, una sfumatura interrogativa negli occhi. Poi fece cenno di sì con il capo. Esitò un attimo ma fu lui il primo ad allungare la mano per stringere la mia. La stretta era leggermente, solo leggermente diversa da quella di circa un'ora prima.

Poi aprì la porta e chiamò l'appuntato che doveva riaccompagnarlo in cella, sezione speciale per stupratori, pedofili e pentiti. Tutti soggetti che non sarebbero durati a lungo in compagnia degli altri detenuti.

Io presi il pacchetto delle sigarette e mi accorsi che era vuoto.



Il lunedì come al solito mi svegliai verso le cinque e mezza.

I primi tempi avevo cercato di restare a letto, sperando di riaddormentarmi. Non mi riaddormentavo, però e finivo avviluppato in pensieri ossessivi e tristi.

Così mi resi conto che era meglio non restare a letto e accontentarmi di quattro, cinque ore di sonno. Quando andava bene.

Presi l'abitudine di alzarmi appena sveglio. Facevo ginnastica, facevo la doccia, mi radevo, preparavo la colazione, mettevo in ordine casa. Insomma facevo passare almeno un'ora e mezza riuscendo a non pensare quasi per niente.

Poi uscivo e c'era la luce del giorno e facevo una lunga passeggiata. Anche questo serviva a non farmi pensare.

Così feci quella mattina. Arrivai in studio verso le otto, diedi una occhiata all'agenda e la misi in borsa assieme a qualche penna, carta uso bollo, telefonino. Scrissi un bigliettino per la mia segretaria e lo lasciai sulla sua scrivania.

Poi uscii per andare in tribunale. Svegliarsi così presto e arrivare così presto in tribunale comportava qualche vantaggio. Gli uffici erano pressoché deserti e allora era possibile sbrigarsi più velocemente per tutti gli affari di cancelleria.

Avevo udienza quella mattina, ma prima dovevo andare a parlare con il consigliere Cervellati. Il pubblico ministero che si occupava del caso di Abdou.

Non era propriamente il magistrato più simpatico degli uffici giudiziari. Non era alto e nemmeno basso. Non magro e nemmeno esattamente grasso. La pancetta comunque era sempre coperta, d'inverno e d'estate da orribili gilet marroni. Occhiali spessi, pochi capelli, lasciati sempre un po' troppo lunghi, giacche grigie, calzini grigi, colorito grigio.

Una volta una mia collega simpatica, parlando di Cervellati disse che era uno con la canottiera. Le chiesi cosa significasse e mi spiegò che si trattava di una categoria dell'umanità che aveva elaborato lei.

Uno con la canottiera, metaforica, è innanzitutto uno che in piena estate, a 35 gradi, indossa la canottiera, vera, sotto la camicia, "perché assorbe il sudore e non mi prendo un accidente con certi spifferi. Una variante estrema di questa categoria è costituita da quelli che mettono la canottiera sotto la t-shirt". Uno con la canottiera ha il copricellulare di finta pelle con gancio per la cintura, il pomeriggio arriva a casa e si mette in pigiama, conserva il suo vecchio cellulare e-tacs perché sono sempre quelli che funzionano meglio. Usa le mentine per profumare l'alito, il borotalco e il collutorio.

Talvolta ha un preservativo nascosto nel portafoglio, non lo usa mai e però prima o poi la moglie lo scopre e gli fa il culo.

Uno con la canottiera dice frasi come: pestare una cacca porta fortuna; oggigiorno è impossibile trovare parcheggio in centro; oggigiorno i ragazzi non hanno interessi a parte la discoteca e i videogiochi; io non ho niente contro gli omosessuali / i gay / i ricchioni / i froci / i finocchi, basta che a me mi lasciano stare; se uno è omosessuale / gay / ricchione / frocio / finocchio sono fatti suoi ma non può mica fare il maestro; condoglianze vivissime; destra e sinistra sono tutti la stessa cosa, sono tutti ladri; io lo capisco in anticipo quando cambia il tempo: mi fa male il gomito / il ginocchio / la caviglia / il callo; sbagliando si impara; a buon rendere; io non parlo da dietro, le cose le dico in faccia; sbaglia chi lavora; peggio che andar di notte; bisogna alzarsi da tavola con un po' di appetito; finché c'è vita c'è speranza; mi sembra ieri; devo decidermi a imparare internet / andare in palestra / mettermi a dieta / rimettere a posto la bicicletta / smettere di fumare eccetera eccetera, eccetera.

Ovviamente uno con la canottiera dice che non esistono più le stagioni intermedie e che il caldo / il freddo secco non è un problema, è il caldo / il freddo umido che è insopportabile.

Le imprecazioni dell'uomo con la canottiera: porco zio; porca pupazza; porca madosca; porca trota; porca paletta; perdindirindina; non rompere le spalle; mannaggia a li pescetti; non mi prendere per i fondelli; vaffanbagno; vaffatica; vaffancapo.

Chiunque lo avesse conosciuto sarebbe stato d'accordo. Cervellati era uno con la canottiera.

Fra i suoi non molti pregi c'era quello di essere in ufficio, tutte le mattine, già dalle otto e mezza. A differenza di quasi tutti i suoi colleghi.

Bussai alla porta, non sentii nessun invito ad entrare, aprii e mi affacciai.

Cervellati alzò lo sguardo da un faldone squadernato, su una scrivania coperta di altri faldoni un po' lerci, codici, fascicoletti, un portacenere con un mezzo toscano spento. La stanza come al solito puzzava un po'; di polvere e fumo freddo di toscano.

«Buongiorno consigliere» dissi con tutta la finta affabilità di cui ero capace.

«Buongiorno, avvocato». Non disse di entrare. Attraverso gli occhiali, dietro la barriera di faldoni il viso era privo di qualsiasi espressione.

Entrai, chiedendo se potevo e non aspettandomi una risposta, che infatti non arrivò.

«Consigliere, sono stato nominato dal signor Thiam che lei certamente ricorderà...».

«Il negro che ha ammazzato il bambino di Monopoli».

Ovviamente si ricordava. Nel giro di qualche giorno avrebbe fatto l'avviso di conclusione delle indagini preliminari ed io avrei potuto visionare il fascicolo e fare le copie. Era sicuro che avrei chiesto il giudizio abbreviato, così tutti avremmo risparmiato tempo. Se ci avevo fatto caso, per una mera svista, non era stata contestata l'aggravante del nesso teleologico che poteva far scattare la condanna all'ergastolo.

Se facevamo il giudizio abbreviato, e senza quell'aggravante, il mio cliente poteva cavarsela con vent'anni. Se andavamo in corte d'assise lui, Cervellati, avrebbe dovuto contestare quell'aggravante e per Abdou Thiam si sarebbe spalancata la porta del carcere a vita.

Lui diceva di essere innocente ? Tutti lo dicono.

Mi considerava una persona seria ed era certo che non mi sarei fatto venire idee sbagliate, del tipo di andare in corte di assise nella assurda speranza di ottenere una assoluzione. Abdou Thiam sarebbe stato condannato comunque e una corte con giudici popolari lo avrebbe fatto a pezzi. D'altro canto lui, Cervellati, non aveva nessuna intenzione di andare a perdere settimane, o addirittura mesi in corte d'assise.

Il giudizio abbreviato è uno di quelli che nel gergo degli addetti ai lavori si chiamano riti speciali. Di regola, quando il pubblico ministero finisce le indagini, in un procedimento per omicidio, chiede al giudice per l'udienza preliminare il rinvio a giudizio.

L'udienza preliminare serve a verificare se ci sono le condizioni per fare un processo che, per il caso dell'omicidio, è competenza della corte di assise, composta di giudici professionisti e di giurati popolari. Se il giudice per l'udienza preliminare ritiene che queste condizioni esistano, ordina il rinvio a giudizio.

L'imputato però ha la possibilità di evitare il rinvio a giudizio dinanzi alla corte di assise e ottenere un processo semplificato, il rito abbreviato, appunto.

All'udienza preliminare può chiedere, direttamente o attraverso il suo difensore, che il processo sia definito, si dice, allo stato degli atti. Questo significa che il giudice dell'udienza preliminare, basandosi sugli atti di indagine del pubblico ministero, decide se ci sono prove sufficienti per condannare l'imputato. Se queste prove ci sono, appunto, lo condanna.

È un processo molto più veloce di quello ordinario. Non si interrogano i testi e, salvi casi eccezionali, non si acquisiscono nuove prove. Non c'è pubblico ed è un giudice da solo a decidere. Insomma è un giudizio abbreviato in cui lo stato risparmia un sacco di tempo e denaro.

Ovviamente anche l'imputato ha il suo interesse a scegliere questo tipo di processo. Se viene condannato ha diritto ad un grosso sconto di pena. In breve: lo stato risparmia tempo e denaro, l'imputato risparmia anni di galera.

Il giudizio abbreviato ha un altro pregio. È l'ideale quando un imputato ha pochi soldi e non può permettersi di pagare un lungo dibattimento, con interrogatori, controinterrogatori, testimoni, periti, requisitorie, lunghe arringhe eccetera, eccetera, eccetera.

È chiaro che scegliendo il giudizio abbreviato l'imputato perde molte possibilità di essere assolto, perché tutto si basa sugli atti di indagine del pubblico ministero e della polizia che, di regola, lavorano per incastrare l'indagato e non per scagionarlo.

Quando però le possibilità di essere assolto, per l'imputato, sarebbero pochissime o nulle anche scegliendo il normale dibattimento, allora lo sconto di pena è una prospettiva davvero appetibile.

Da tutti i punti di vista, insomma, il processo abbreviato sembrava l'ideale per Abdou Thiam che aveva davvero poche possibilità di essere assolto.

«Legga gli atti e si renderà conto che è meglio per tutti fare un bell'abbreviato» concluse Cervellati, congedandomi.

Fuori cominciava a piovere. Una pioggia fitta, sottile, odiosa.

Mi stavo alzando quando Cervellati lo disse: «Tempaccio. A me il freddo secco, con una bella tramontana magari, non dà nessun fastidio. È questo freddo umido che ti entra nelle ossa...».

Mi guardò. Avrei potuto dire molte cose, alcune anche divertenti, dal mio punto di vista. Invece sospirai: «È come per il caldo consigliere, quello secco si sopporta molto meglio».

Dopo l'incontro con Cervellati andai in udienza e patteggiai per una signora accusata di bancarotta fraudolenta.

A dire il vero la signora non c'entrava niente con la bancarotta, con il fallimento, con l'azienda e con la giustizia. Il titolare occulto dell'azienda era il marito già fallito una volta, con precedenti per truffa, appropriazione indebita e atti osceni.

Aveva intestato l'azienda, commercio di concime, alla moglie, le aveva fatto firmare montagne di cambiali, non aveva pagato i dipendenti, non aveva pagato l'Enel, non aveva pagato il telefono, aveva fatto sparire la cassa.

Ovviamente la ditta era fallita e la titolare era stata accusata di bancarotta fraudolenta. Cavallerescamente il marito aveva lasciato che la giustizia facesse il suo corso e che la moglie fosse condannata, anche se solo con il patteggiamento della pena.

Ero stato pagato la settimana prima, senza emissione di fattura. Con i soldi della cassa scomparsa o con quelli provenienti da chissà quale altro imbroglio del signor De Carne.

Una delle cose che si imparano subito facendo l'avvocato penalista è che, specialmente avendo a che fare con soggetti come De Carne, ci si fa pagare in anticipo.

Ovviamente si viene pagati quasi sempre, o almeno molto spesso, con soldi che provengono da qualche reato.

Queste cose non si devono dire, ma quando difendi uno spacciatore professionale che ti paga dieci, venti, anche trenta milioni se riesci a farlo uscire di galera, beh un vago dubbio sulla provenienza di quei soldi dovrebbe venirti.

Se difendi un signore arrestato per estorsione continuata in concorso con ignoti e suoi amici vengono in studio e ti dicono di non preoccuparti per l'onorario, che ci pensano loro, anche qui potresti supporre che l'onorario non sarà composto di soldi pulitissimi.

Sia chiaro: io non ero migliore degli altri anche se qualche volta cercavo di darmi un po' di contegno. Non con tipi come De Carne però.

Insomma comunque ero stato pagato in anticipo con soldi di ignota, e dubbia, provenienza, avevo concluso un decoroso patteggiamento che almeno aveva garantito alla povera signora la sospensione condizionale della pena e, per quella mattina potevo andarmene a casa.

Approfittai di una pausa della pioggia, feci la spesa, rientrai nel mio appartamento e avevo appena cominciato a prepararmi un'insalata quando il cellulare squillò.

Sì ero Guido. Certo che mi ricordavo di lei, Melissa. Sì, a cena da Renato. Era stata una serata molto piacevole. Bugiardo. No, non mi seccava che si fosse procurata il numero del mio cellulare, anzi. Se sapevo chi erano gli Acid Steel? No, mi dispiaceva.

Ah, c'era un concerto di questi Acid Steel, questa sera a Bari, insomma vicino Bari. Se volevo andarci con lei? Sì, ma i biglietti? Ah, aveva due biglietti, in realtà due inviti. Va bene. Allora siamo d'accordo, dimmi il tuo indirizzo che passo a prenderti. Passi tu ? Va bene. Ah, sai già dove abito. Va bene, stasera alle otto, sì non preoccuparti non mi vesto da avvocato. Ciao. Ciao.

Melissa la ricordavo molto bene. Forse dieci giorni prima il mio amico Renato ex alternativo ora nel campo della cartellonistica pubblicitaria festeggiava i quarant'anni. Melissa era arrivata insieme ad un ragioniere bassotto, vestito con pantaloni neri, maglietta elasticizzata nera, giacca stile Armani nera, capelli neri lunghi sulle orecchie, inesistenti sulla calotta.

Lei non era passata inosservata. Faccia mediorientale, unoesettantacinque, pieni e vuoti inquietanti. Persino uno sguardo intelligente, all'apparenza.

Il ragioniere pensava di avere pescato l'asso quella sera. Invece aveva il due di coppe con la briscola a bastoni. Appena entrata Melissa aveva fatto amicizia praticamente con tutti i maschi della festa.

Aveva chiacchierato anche con me, non di più né di meno che con gli altri, mi era parso. Si era mostrata interessata al fatto che facevo il pugilato. Mi aveva detto che si stava laureando in biologia, che sarebbe andata a specializzarsi in Francia, che ero molto simpatico, che non sembravo un avvocato e che sicuramente ci saremmo rivisti.

Poi era passata ad un altro.

In altri tempi, un anno prima, mi sarei lanciato a cercare di recuperarla nella giungla di maschi malintenzionati che popolavano la festa. Avrei inventato qualcosa, le avrei dato il mio numero di cellulare, avrei cercato di creare le condizioni per rivederci al più presto. E crepasse il ragioniere Darri. Il quale peraltro si stava dedicando attivamente ad ingoiare un cocktail dopo l'altro e quindi presto sarebbe comunque crepato di cirrosi.

Quella sera invece non avevo fatto niente.

Quando la festa era finita me ne ero andato a casa e mi ero messo a dormire. Al risveglio, dopo le solite quattro ore, Melissa era già lontanissima, praticamente scomparsa.

Adesso, dieci giorni dopo, mi telefonava sul cellulare per invitarmi ad un concerto degli Acid Steel, che suonavano a Bari, anzi vicino a Bari. Così.

Mi sentii strano. Per un attimo ebbi l'impulso di richiamare e dire che no, purtroppo avevo un altro impegno. Scusami mi era sfuggito, magari un'altra volta.

Poi dissi ad alta voce: "Fratello, stai diventando veramente pazzo. Veramente pazzo. Vai a questo cazzo di concerto e cerchiamo di farla finita con le buffonate. Hai trentotto anni ed una aspettativa di vita piuttosto lunga. Pensi di passartela tutta in questo modo ? Vai a questo cazzo di concerto e ringrazia".

Melissa passò da casa puntuale, pochi minuti dopo le otto. Era a piedi e il suo abbigliamento era una istigazione a delinquere.

Disse che la sua macchina non partiva ma che comunque era venuta in centro e si chiedeva se facevamo a tempo a prendere la mia. Facevamo in tempo. Prendemmo la macchina e ci avviammo in direzione Taranto.

Il concerto era in un piccolo capannone industriale dismesso nella campagna fra Turi e Rutigliano. Non sarei mai stato capace di arrivarci da solo.

L'ambiente aveva un'aria semiclandestina. Alcuni degli spettatori avevano un'aria decisamente clandestina.

All'interno non era vietato fumare per fortuna.

Non era vietato fumare niente.

E infatti fumavano di tutto e bevevano birra. L'aria era densa di odore di fumo, di birra, di aliti di birra, di ascelle. Nessuno rideva e molti sembravano intenti ad un cupo, misterioso rituale dal quale ero, fortunatamente, escluso.

Cominciai a sentirmi a disagio, con l'impulso di fuggire via che cresceva e cresceva.

Melissa parlava con tutti e conosceva tutti. O forse semplicemente replicava il copione della festa di Renato. In quel caso io ero al posto del ragioniere, pensai. Impulso di fuga decuplicato. Ansia. Ansia. Mi sentivo osservato. Ansia.

Poi per fortuna il concerto degli Acid Steel cominciò.

Non ho voglia di parlare delle due ore ininterrotte di cosiddetta musica, anche perché il mio ricordo più intenso non è per i rumori ma per gli odori. La birra, le sigarette, le canne, i sudori e non so cos'altro sembravano riempire sempre di più l'aria di quel tetro capannone. Per un attimo ebbi anche il pensiero assurdo che da un momento all'altro tutto sarebbe esploso, scaraventando nello spazio quel cocktail micidiale di puzze. L'aspetto positivo di questa eventualità era che gli Acid Steel, la cui visibile sudorazione lasciava supporre che contribuissero in modo determinante alla puzza, sarebbero stati scaraventati nello spazio e nessuno avrebbe mai più sentito parlare di loro.

Il capannone non esplose. Melissa bevve cinque o sei birre e fumò diverse sigarette. Non sono sicuro che si trattasse solo di sigarette perché il buio era pesto e la provenienza degli odori, incluso quello delle canne, imprecisabile.

Ad un certo punto mi sembrò che trangugiasse qualche pasticca, insieme alla birra.

Io mi limitai a fumare le mie sigarette, e bevvi qualche sorso dalle bottiglie che ogni tanto Melissa mi porgeva.

Il concerto finì ed io non comprai il cd degli Acid Steel in vendita all'uscita.

Melissa salutò un gruppetto di personaggi con i quali temevo avremmo potuto proseguire la serata e poi mi prese la mano. Nell'oscurità del campo sterrato che faceva da parcheggio sentii il sangue che mi affluiva alla faccia, e altrove.

«Andiamo a bere qualcosa?». Gorgogliò con un tono stranamente allusivo, mentre mi strofinava il dorso della mano con il pollice.

«Magari mangiamo anche qualcosa». Pensavo ai litri di birra che aveva già in corpo ed alle altre imprecisate sostanze psicoattive che le circolavano nel sangue e fra i neuroni.

«Sì, sì, ho proprio voglia di qualcosa di dolce. Una crepe alla nutella, o alla crema con il cioccolato fondente fuso».

Rientrammo a Bari e andammo al Gaugin. Facevano delle crèpe molto buone, erano educati e simpatici, avevano belle fotografie alle pareti. Era un posto che frequentavo quando stavo con Sara e non c'ero più tornato. Quella sera era la prima volta.

Non appena dentro mi pentii di esserci andato. Ai tavoli facce note. Qualcuno da salutare, tutti che mi conoscevano.

Fra i tavoli il titolare e i camerieri che ci guardavano. Che mi guardavano.

Potevo sentire il rumore dei loro pensieri. Sapevo che adesso avrebbero parlato di me. Mi sentivo uno squallido quarantenne che esce con le ragazzine.

Melissa intanto era a suo agio e parlava senza sosta.

Io presi una crèpe al prosciutto, noci e mascarpone e una birra piccola. Melissa prese due crèpe dolci, alla nutella noccioline e banana la prima; alla ricotta uvetta e cioccolato fuso la seconda. Bevve tre calvados. Parlò molto. Due o tre volte mi toccò la mano. Una volta, mentre parlava, si fermò bruscamente, mi fissò, mordendosi impercettibilmente il labbro inferiore.

Stanno girando una candid camera, pensai. Questa è un'attrice, da qualche parte c'è la telecamera nascosta, adesso io dirò o farò qualcosa di ridicolo, qualcuno salterà fuori e mi dirà di sorridere ai telespettatori.

Non saltò fuori nessuno. Pagai il conto, uscimmo, raggiungemmo la macchina, misi in moto e Melissa mi disse che potevamo terminare la serata bevendo qualcosa a casa sua.

"No grazie. Sei una alcolizzata o peggio. Adesso ti accompagno a casa, non salgo, e me ne vado a dormire". Avrei dovuto dire.

«Volentieri, magari solo un goccetto e poi andiamo a dormire che domani si lavora». Dissi proprio così: "magari solo un goccetto".

Melissa mi diede un bacio sull'angolo della bocca, indugiando qualche secondo.

Dava di alcol, fumo e di una essenza intensa che mi ricordava qualcosa. Poi disse che a casa non aveva un granché e quindi era meglio passare da un bar e comprare qualche birra.

Non ero proprio a mio agio ma comunque mi fermai davanti a un bar che era aperto tutta la notte, scesi e comprai due birre. Per evitare che la situazione degenerasse.

Abitava in un vecchio palazzo popolare, dalle parti della sede RAI. Il tipico palazzo dove stanno gli stranieri in sei o sette in una stanza, i vecchi assegnatari degli alloggi popolari, categoria ad esaurimento anagrafico e gli studenti fuori sede. Melissa era di Minervino Murge.

Nell'androne c'era una lampadina molto piccola, che non illuminava niente.

Melissa stava al primo piano e nelle scale si sentiva puzza di pipì di gatto.

Lei aprì la porta ed entrò per prima e io la seguii, prima che fosse accesa la luce. Odore di chiuso e fumo freddo.

Ad ambiente illuminato mi accorsi di essere in un minuscolo ingresso che a sinistra dava su una stanza da letto-studio. A destra c'era una porta chiusa che pensai fosse del bagno.

"Dov'è la cucina?" pensai insensatamente in quel momento. Sempre in quel momento lei mi prese per mano e mi guidò nella stanza da letto/soggiorno/studio. C'era un letto accostato alla parete opposta alla porta, una scrivania, libri dappertutto. Libri su scaffali, colonne di libri per terra, libri sulla scrivania, libri sparsi. C'era un vecchio radioregistratore, un posacenere con due filtri schiacciati, alcune bottiglie di birra vuote, una bottiglia di whisky J&B quasi vuota.

I libri avrebbero dovuto rassicurarmi.

Quando vado in una casa per la prima volta controllo se ci sono libri, se sono pochi, se sono molti, se sono troppo ordinati, il che non depone bene, se sono dappertutto, il che depone bene, eccetera, eccetera.

I libri nella piccola casa di Melissa avrebbero dovuto darmi sensazioni positive. Non fu così.

«Siediti» fece Melissa indicando il letto. Mi sedetti, lei aprì le birre, me ne passò una e bevve più di metà della sua senza staccare la bocca dal collo della bottiglia. Io diedi un sorso, così per fare. Il mio cervello cercava freneticamente una scusa per scappare. In fondo erano quasi le due di notte, io dovevo lavorare il giorno dopo, avevamo passato una bella serata, sicuramente ci saremmo rivisti, non ti preoccupare ti richiamo io, poi ho anche un leggero mal di testa. No, non c'è nulla che non va a parte il fatto che sei una alcolizzata, drogata, probabilmente ninfomane e a me viene da piangere. Davvero ti richiamo.

Mentre tentavo di pensare qualcosa di meno patetico, Melissa, che intanto aveva finito in un altro sorso la sua birra, si sfilò le mutandine, nere, da sotto la gonna.

Non voleva sprecare troppo tempo in preliminari ed altre noiose formalità.

Evidentemente.

In effetti non ci furono formalità.

Rimasi in quel posto, a fare delle cose, fin quasi al mattino.

Fumando e finendo la bottiglia di whisky lei mi parlò delle difficoltà di essere una fuorisede, cui i genitori non davano quasi nulla. Ogni mese pagare l'affitto, comprare da mangiare, e da bere, pensai io, fumare, vestirsi, il cellulare, uscire la sera qualche volta. I libri, ovviamente. Qualche lavoro occasionale, hostess, pierre, non bastava quasi mai.

Quel mese per esempio era già in ritardo per pagare l'affitto, con un esame da preparare, la padrona che non aspettava altro che un'occasione per buttarla fuori.

Se non si offendeva io potevo prestarle qualcosa. No, non si offendeva, ma dovevo promettere che me li sarei fatti restituire. Certo, non ti preoccupare.

No, cinquecentomila non le ho in contanti, ecco, sono duecentoventi nel portafogli, venti le tengo, caso mai. Non ti preoccupare, quando puoi me li restituisci, senza fretta. Adesso devo proprio andare, sai domani, cioè adesso, fra poco lavoro.

Mi diede il suo numero di cellulare. Sicuramente ti chiamo le dissi, mentre appallottolavo il bigliettino nella tasca e aprivo la porta con la fretta di uno che è inseguito.

Fuori l'alba era livida, il cielo color topo. Le pozzanghere erano così nere che non riflettevano niente.

I miei occhi non riflettevano niente.

Mi venne in mente un film che avevo visto un paio di anni prima. Spiriti nelle tenebre, una storia bellissima di cacciatori e di leoni. Val Kilmer chiede a Michael Douglas: "Hai mai fallito?". Risposta: "Solo nella vita".

Il giorno dopo cambiai scheda e numero del mio cellulare.



I giorni che vennero dopo quella notte non furono memorabili.

Passò una settimana, forse, e arrivò l'avviso di chiusura delle indagini.

Alle otto e trenta del giorno dopo ero nella segreteria di Cervellati per chiedere le copie del fascicolo. Feci l'istanza, mi dissero che avrei avuto le copie entro tre giorni e andai via in preda a sensazioni negative.

Il venerdì la mia segretaria passò dalla procura, pagò i diritti per le copie, ritirò e portò tutto in studio.

Passai il sabato e la domenica a leggere e rileggere quelle carte.

Leggevo, fumavo e bevevo caffè lungo decaffeinato in grosse tazze. Leggevo e fumavo e quello che leggevo non mi piaceva per niente. Abdou Thiam era in una brutta situazione.

Addirittura più brutta di quanto mi era sembrato leggendo l'ordinanza di custodia cautelare.

Sembrava uno di quei processi senza prospettive, nei quali andare a dibattimento significa solo un inutile massacro. Sembrava che Cervellati avesse ragione e che l'unica soluzione per limitare i danni fosse quella di scegliere il giudizio abbreviato.

Ciò che più di tutto inchiodava il mio cliente erano le dichiarazioni del barista. Era stato sentito a verbale, dai carabinieri, il giorno prima del fermo di Abdou. Poi era stato risentito, ancora, a qualche giorno di distanza, dallo stesso pubblico ministero.

Un teste perfetto, per l'accusa.

Lessi e rilessi i due verbali alla ricerca di punti deboli, ma non trovai quasi nulla.

Quello dei carabinieri era un verbale riassuntivo, nel più classico gergo da caserma.


In data 10 agosto 1999 alle ore 19.30, nei locali della Compagnia Carabinieri di Monopoli, Nucleo Operativo, dinanzi a noi ufficiali ed agenti di p. g. Maresciallo Capo Binetti Pasquale, Maresciallo Ordinario Sciancalepore Pasquale e Carabiniere scelto Amendolagine Francesco tutti in forza al suddetto Comando è comparso Renna Antonio nato a Noci (BA) il 3131953, residente in Monopoli, Contrada Gorgofreddo 133/c il quale opportunamente interrogato su fatti a sua conoscenza dichiara:

A Domanda Risponde: Sono titolare dell'esercizio commerciale denominato "Bar Maracaibo" sito in Monopoli alla contrada Capitolo. Osservo un orario di apertura continuato, dalle sette del mattino alle ventuno di sera. D'estate l'esercizio commerciale rimane aperto fino alle dieci di sera. Sono coadiuvato, nella conduzione del prefato esercizio, da mia moglie e da due dei miei figli.

A.D.R.: Conoscevo il piccolo Rubino Francesco e soprattutto i suoi nonni che hanno una villa a circa trecento metri dal mio bar. I nonni vengono a villeggiare in contrada Capitolo da moltissimi anni. Spesso il nonno del bambino si intrattiene nel mio bar a sorbire un caffè e a fumare una sigaretta.

A.D.R. : Conosco l'extracomunitario che voi carabinieri mi dite chiamarsi Abdou Thiam e che riconosco nella foto che mi viene esibita. È un venditore ambulante di pelletteria con marchi contraffatti e passa quasi tutti i giorni davanti al mio bar per andare sulle spiagge dove vende la sua merce. A volte si ferma presso il mio bar per una consumazione.

A.D.R. : Ricordo di avere visto il predetto extracomunitario il pomeriggio della scomparsa del bambino. È passato davanti al mio esercizio commerciale senza la sacca che porta abitualmente con sé e camminava velocemente come se avesse fretta. Non sì è fermato presso il bar.

A.D.R.: Il cittadino extracomunitario procedeva in direzione da nord a sud. In pratica proveniva da direzione Monopoli città e si dirigeva verso le spiagge.

A.D.R.: La casa dei nonni del bambino scomparso è circa trecento metri più a sud rispetto al mio bar. Se non sbaglio si trova quasi di fronte al lido Duna Beach.

A.D.R.: Non sono in grado di indicare con precisione l'ora in cui ho visto passare il cittadino extracomunitario. Potevano essere le 18.00/18.30, o forse anche le 19.00.

A.D.R.: Non ho rivisto il cittadino extracomunitario ripassare di ritorno nella direzione opposta. Quel giorno non l'ho rivisto proprio.

A.D.R. : Se non sbaglio appresi della scomparsa del bambino il giorno dopo il fatto. Prima di essere convocato da voi carabinieri non avevo pensato di essere in possesso di informazioni rilevanti per le indagini e cioè non avevo pensato di ricollegare il passaggio del Thiam, quel pomeriggio, alla scomparsa del bambino. Se me ne fossi reso conto mi sarei presentato spontaneamente per collaborare con la giustizia.

Non ho altro da aggiungere ed in fede mi sottoscrivo.

Si da atto che il presente verbale, per indisponibilità di strumenti di registrazione, è stato redatto solo in forma riassuntiva.

Letto, confermato e sottoscritto.


Il verbale dinanzi a Cervellati era integrale, cioè registrato e stenotipato.

Qui la persona informata sui fatti Renna Antonio non usava improbabili espressioni del tipo "sono coadiuvato", "prefato esercizio" o "sorbire un caffè".

Il senso però non cambiava.



Il giorno 13 agosto 1999 alle ore 11.00, nei locali della Procura della Repubblica, dinanzi al Pubblico Ministero dott. Giovanni Cervellati, assistito per la redazione del presente atto dall'assistente giudiziario Biancofiore Giuseppe è comparso Renna Antonio, già generalizzato in atti.

Si dà atto che il presente verbale viene documentato in forma integrale con il mezzo della stenotipia.

Domanda: Allora signor Renna, lei qualche giorno fa ha reso delle dichiarazioni ai carabinieri. Come prima cosa volevo chiederle se le conferma. Si ricorda quello che ha detto no?

Risposta: Sì, sì signor giudice.

Domanda: Allora conferma?

Risposta: Sì, confermo.

Domanda: Vediamo comunque di riepilogare quello che lei ha detto. In primo luogo lei conosceva già il cittadino extracomunitario Abdou Thiam?

Risposta: Sì signor giudice. Non di nome però. Il nome l'ho saputo dai carabinieri. Io l'ho riconosciuto dalla fotografia che mi hanno fatto vedere.

Domanda: Lo conosceva perché passava spesso davanti al suo bar e a volte consumava qualcosa. È così?

Risposta: Sì signor giudice.

Domanda: Mi vuol raccontare del giorno in cui è scomparso il bambino? Quel giorno, quel pomeriggio lei ha visto il Thiam?

Risposta: Sì signor giudice. È passato davanti al mio bar verso le sei e mezza le sette.

Domanda: Era con la sacca della merce?

Risposta: No, non aveva la sacca e andava scappando.

Domanda: Vuol dire che correva o che andava di fretta?

Risposta: No, no andava di fretta. Non è che correva proprio, camminava veloce.

Domanda: In che direzione andava?

Risposta: Verso le spiagge, che poi è in pratica la direzione per andare a casa dei nonni del bambino...

Domanda: Va bene, la direzione delle spiagge. Vale a dire da nord verso sud se ho capito bene.

Risposta: Sì, da Monopoli verso le spiagge.

Domanda: Lo ha visto ripassare di ritorno?

Risposta: No.

Domanda: Lei ha detto ai carabinieri che conosceva il bambino e anche la sua famiglia, i nonni in particolare. Conferma?

Risposta: Confermo sì. I nonni hanno la villa quei tre, quattrocento metri dopo il mio bar, praticamente nella direzione che stava andando quel ragazzo marocchino.

Domanda: Marocchino?

Risposta: Extracomunitario. Noi diciamo marocchino per dire questi ragazzi negri.

Domanda: Ah, va bene. Le viene in mente qualche altro dettaglio, qualche altro fatto rilevante ai fini delle indagini?

Risposta: No signor giudice, però secondo me deve essere stato per forza quel marocchino perché...

Domanda: No signor Renna, lei non deve esprimere opinioni personali. Se c'è qualche altro fatto che le viene in mente va bene, se no possiamo chiudere il verbale. Le viene in mente qualche altro fatto specifico?

Risposta: No.



L'interrogatorio di Abdou davanti al pubblico ministero era poco meno che catastrofico.

Si era svolto nella notte, presso la caserma dei carabinieri di Bari, con un difensore d'ufficio. Il verbale era riassuntivo, senza registrazione, senza stenotipia.



Il giorno 11 agosto 1999 alle ore 1.30, nei locali del Reparto Operativo dei Carabinieri di Bari, dinanzi al Pubblico Ministero dott. Giovanni Cervellati, assistito per la redazione del presente verbale dal maresciallo ordinario Sciancalepore Pasquale in forza alla Compagnia Carabinieri di Monopoli è comparso Thiam Abdou, nato il 4 marzo 1968 a Dakar, Senegal, domiciliato in Bari via Ettore Fieramosca 162.

Si dà atto che è presente l'avvocato Giovanni Colella che viene in questa sede nominato difensore di ufficio del sopraindicato Thiam non avendo questi inteso nominare un difensore di fiducia.

Il Pubblico Ministero contesta a Thiam Abdou i reati di sequestro di persona e di omicidio in danno di Rubino Francesco e gli indica sinteticamente gli elementi di prova a suo carico.

Lo avverte che ha facoltà di non rispondere alle domande ma che, anche se non risponde le indagini proseguiranno.

L'indagato dichiara: intendo rispondere e rinuncio espressamente ad ogni termine a difesa.

Il difensore sul punto nulla osserva.

A.D.R.: Nego l'addebito. Non conosco nessun Rubino Francesco; questo nome non mi dice niente.

A.D.R.: Il pomeriggio del5 agosto credo di essere andato a Napoli a bordo della mia autovettura. Sono andato a trovare dei connazionali dei quali però non so indicare i nomi. Ci siamo visti, come altre volte, nei paraggi della stazione centrale. Non so fornire utili indicazioni per individuare questi miei connazionali e non so indicare qualcuno che potrebbe confermare che quel giorno sono stato a Napoli.

A.D.R.: Escludo di essere stato a Monopoli quel giorno. Tornato da Napoli sono rimasto a Bari.

A.D.R. : Prendo atto che la Signoria Vostra mi fa notare che la versione da me fornita appare del tutto inattendibile. Non posso che confermare di essere stato a Napoli, quel giorno e di non essere affatto passato da Monopoli e zone limitrofe.

A.D.R.: Prendo atto che vi è un testimone che mi ha visto nella zona di Capitolo, proprio il pomeriggio del 5 agosto. Prendo atto dell'invito a confessare che la Signoria Vostra mi rivolge. Prendo atto che confessando potrei alleggerire la mia posizione. Devo però confermare che non ho commesso l'omicidio che mi viene attribuito e che non capisco come sia possibile che qualcuno dica di avermi visto il giorno 5 nella zona di Capitolo.

A questo punto si da atto che viene mostrata all'indagato una fotografia ritrovata nell'abitazione del predetto nel corso della perquisizione ivi effettuata.

Dopo aver visionato la foto il Thiam dichiara: Conosco il bambino effigiato nella foto ma apprendo solo adesso che il suo nome è Rubino Francesco. Io lo conoscevo con il nome Ciccio.

A.D.R.: La fotografia è stato il bambino a darmela. Non sono stato io a scattarla. Non ho nemmeno una macchina fotografica.

Alle ore 2.30 la verbalizzazione viene sospesa per consentire all'indagato di conferire con il suo difensore.

Alle ore 3.20 il verbale viene riaperto.

A.D.R.: Anche dopo aver parlato con l'avvocato, che mi ha consigliato di dire la verità, non ho niente da aggiungere alle dichiarazioni che ho già reso.

Il difensore nulla osserva.

Letto, confermato e sottoscritto.


Due giorni dopo il fermo si era tenuta l'udienza di convalida davanti al giudice per le indagini preliminari. Abdou si era avvalso della facoltà di non rispondere.

Da allora non era stato più interrogato.

Rilessi l'ordinanza che applicava la custodia cautelare. Lessi il provvedimento del tribunale della libertà con cui veniva, giustamente, considerati gli elementi, rigettato il ricorso di Abdou.

Lessi e rilessi tutti gli atti.

Le dichiarazioni della gente che frequentava la spiaggia e che diceva di avere visto spesso Abdou fermarsi a parlare con il bambino. Le dichiarazioni del senegalese che parlava del lavaggio della macchina e dell'altro senegalese, che raccontava di non aver visto Abdou alla solita spiaggia, il giorno dopo la sparizione del bambino.

Il verbale di sopralluogo e di rinvenimento del cadavere del piccolo. Il verbale di perquisizione a casa di Abdou, con l'elenco dei libri sequestrati.

La relazione del medico legale che sfogliai velocemente, evitando le fotografie.

Le inutili, tristi dichiarazioni dei genitori e dei nonni del bambino.



La sera della domenica gli occhi mi bruciavano e uscii di casa. C'era maestrale e faceva freddo. Quel freddo spietato di marzo, che fa sembrare la primavera lontanissima.

Avevo pensato di fare due passi, ma cambiai idea, presi la macchina e andai verso nord, per la vecchia statale 16. Bruce Springsteen batteva nelle casse e nella mia testa mentre attraversavo i paesi della costa, deserti e spazzati dal vento di nord ovest.

Mi fermai davanti alla cattedrale di Trani, davanti al mare e accesi una sigaretta. L'armonica strideva nelle orecchie e nell'anima.

Le parole terribili erano scritte per la mia solitudine disperata.


I remember us riding in my brother's car

Her body tan and wet down at the reservok

At night on them banks l'd awake

And pull fer down just to feel each breath she'd take

Now those memories come back to haunt me

They haunt me like a curse.


All'alba mi svegliai rabbrividendo per il freddo, in bocca l'odore del fumo. La mano era ancora stretta sul cellulare, che avevo guardato a lungo prima di crollare nel sonno, pensando di telefonare a Sara.

Il codice di procedura penale stabilisce che fra l'avviso di conclusione delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio trascorrano almeno venti giorni.

Quasi sempre i pubblici ministeri ci mettono molto più tempo. Mesi a volte.

Cervellati depositò la richiesta di rinvio a giudizio il ventunesimo giorno. La puntualità ossessiva era nel suo stile. Poteva essere accusato di tutto ma non di tenere le carte ferme sulla scrivania.

L'udienza preliminare fu fissata per i primi di maggio. Il giudice era la Carenza e, insomma, poteva andare peggio.

La Carenza era considerata una buona, da noi avvocati. Il giudizio abbreviato diventava una ipotesi ancora più interessante. Abdou se la sarebbe potuta cavare davvero con venti anni.

Attorno al duemiladieci, con la buona condotta, sarebbe stato fuori in semilibertà.

Mentre facevo questa riflessione, tenendo in mano l'avviso di fissazione dell'udienza, ebbi una sensazione di fastidio. Un disagio che mi rimase addosso tutto il giorno, senza che riuscissi a capirne la ragione.

Lo stesso disagio che mi prese, quando, una settimana dopo dovetti andare in carcere da Abdou per spiegargli come e perché gli conveniva accettare il giudizio abbreviato, prendersi una ventina di anni invece dell'ergastolo, e cominciare a contare i giorni sul muro della cella.

Abdu era, o sembrava, più magro rispetto all'altra volta. Non volle dirmi come si era procurato il grosso ematoma sullo zigomo destro. Mi ascoltò parlare guardando le linee di legno del tavolo, senza fare nessun gesto, ho capito, oppure: che stai dicendo ?, nessun cenno col capo, niente.

Quando finii di spiegare quale fosse la migliore soluzione per il suo caso Abdou rimase in silenzio, parecchi minuti. Gli offrii una marlboro ma non la prese.

Invece tirò fuori un pacchetto di Diana rosse e accese una di quelle.

Parlò solo dopo aver finito la sigaretta, quando il silenzio stava diventando insopportabile.

«Se facciamo il giudizio abbreviato, posso essere anche assolto?».

Era fin troppo intelligente. Facendo il giudizio abbreviato sarebbe stato sicuramente condannato. Non lo avevo detto ma lui lo aveva capito.

Risposi a disagio.

«Tecnicamente, teoricamente sì».

«Che vuol dire?».

«Vuol dire che in teoria potrebbe assolverti, ma in base a quello che c'è negli atti del pubblico ministero, che è ciò su cui il giudice si baserà per decidere, se scegliamo l'abbreviato, è molto improbabile».

Feci una pausa e poi pensai che non mi andava di girarci attorno.

«Diciamo che è praticamente impossibile. D'altro canto con il giudizio abbreviato, come ti dicevo, eviteresti…».

«Sì, questo l'ho capito, eviterei l'ergastolo. Insomma se scegliamo il giudizio abbreviato sono sicuro di essere condannato ma mi faranno uno sconto. È così?».

Il mio disagio aumentava. Sentii una sensazione di rossore salirmi al viso.

«È così».

«E se non scegliamo questo giudizio abbreviato, cosa succede?».

« Succede che verrai rinviato a giudizio davanti alla corte di assise. Significa che si farà un processo in pubblico davanti a otto giudici, di cui sei popolari, che significa cittadini comuni, e due giudici professionisti. Se vieni condannato dalla corte di assise rischi seriamente l'ergastolo».

«Ma ho possibilità di essere assolto?».

«Poche».

«Di più che con il giudizio abbreviato?».

Non risposi subito. Tirai un respiro lungo. Mi strofinai la faccia con la mano.

«Di più. Non molte ma di più. Tieni conto che con l'abbreviato siamo praticamente certi della condanna, mentre con il processo davanti alla corte di assise qualcosa può sempre accadere. Tutti i testimoni devono essere interrogati dal pubblico ministero e poi noi possiamo controinterrogarli. Vuol dire che io, come tuo avvocato, posso controinterrogarli. Qualcuno potrebbe non confermare, qualcuno si potrebbe contraddire, potrebbe saltare fuori qualche elemento nuovo. Ma è un rischio grossissimo».

«Quante possibilità?».

«Come si fa a dire un numero. Cinque, dieci su cento, al massimo».

«Perché tu vuoi fare il giudizio abbreviato?».

«Come sarebbe a dire perché? Perché è la cosa più conveniente. Con questa giudice te la cavi con il minimo possibile e fra...».

«Io non ho fatto quello che dicono».

Respirai a fondo di nuovo e poi presi una sigaretta. Non sapevo che dire e naturalmente dissi la cosa sbagliata.

«Ascoltami Abdou. Io non lo so cosa hai fatto. Per un avvocato però può essere meglio non sapere cosa ha fatto il suo cliente. Questo lo aiuta ad essere più lucido, a fare la scelta migliore senza farsi influenzare dall'emotività. Capisci cosa dico?».

Abdou fece un cenno impercettibile con il capo. Gli occhi sembravano sprofondati nelle orbite nere. Proseguii, distogliendo lo sguardo.

«Se non facciamo il giudizio abbreviato, se andiamo davanti alla corte di assise è come se ci giocassimo a carte la tua vita, con pochissime possibilità di vincere. E poi per fare questo gioco ci vogliono soldi, molti soldi. Un processo davanti alla corte di assise prende un sacco di tempo e costa, costa moltissimo».

Mi accorsi di avere detto una cazzata già mentre ascoltavo il suono delle mie parole. E contemporaneamente capii perché ero a disagio.

«Vuoi dire che siccome non posso pagare abbastanza è meglio fare il giudizio abbreviato?».

«Non ho detto questo». La mia voce salì leggermente di tono.

«Quanti soldi ci vogliono per fare il processo davanti alla corte di assise?».

«I soldi non sono il problema. Il problema è che se andiamo davanti alla corte di assise ti prendi l'ergastolo e la tua vita è finita».

«La mia vita è finita comunque, se mi condannano per avere ucciso un bambino. Quanti soldi?».

Mi sentii all'improvviso molto stanco. Una stanchezza enorme, invincibile.

Lasciai cadere le spalle e così mi accorsi come erano state tese fino a quel momento.

Non meno di quaranta, cinquanta milioni. Se volessimo fare delle indagini difensive, e in questo caso probabilmente ci vorrebbero, parecchio di più.

Abdou parve stordito. Deglutì faticosamente, diede l'impressione di voler dire qualcosa, senza riuscirci. Poi si mise ad inseguire un filo di pensieri da cui ero escluso. Guardava in alto, poi scuoteva il capo, poi muoveva le labbra recitando, muto, una litania misteriosa.

Alla fine si coprì il volto con le mani, le strofinò due, tre volte e poi le fece scendere per tornare a guardarmi. Rimase in silenzio.

Io avevo un ronzio insopportabile nella testa e parlai per farlo smettere. Non eravamo costretti a decidere proprio quella mattina. Comunque mancava più di un mese all'udienza preliminare, quando avremmo dovuto eventualmente optare per il giudizio abbreviato. E poi dovevamo parlarne con Abagiage. La faccenda dei soldi era l'ultimo dei problemi. Mi sarei riguardato le carte per vedere se c'era qualche spiraglio in più. Adesso dovevo andare, ma ci saremmo rivisti presto. Se aveva bisogno di qualcosa poteva farmelo sapere, anche con un telegramma.

Abdou non disse una parola. Quando gli toccai la spalla per salutarlo sentii un corpo inerte.

Scappai via, inseguito dai suoi fantasmi. E dai miei.



Quando uscii di casa, la mattina dopo, mi accorsi ce c'era un trasloco. Nel mio palazzo arrivavano nuovi inquilini. Registrai mentalmente la cosa e feci una rapida preghiera che non si trattasse di una famiglia con cani volpini e figli casinisti. Poi passai ad altro.

Quel giorno doveva cominciare il processo che i giornali avevano chiamato dogfighting.

Per la precisione non erano stati i giornali, a chiamarlo così, ma la polizia che aveva fatto l'operazione una decina di mesi prima. I giornali si erano limitati a riprendere il nome in codice della polizia per una indagine sui combattimenti di cani e sul relativo giro di scommesse clandestine.

Tutto era cominciato per una denuncia della lega antivivisezione ed era proseguito perché l'indagine era stata affidata a un poliziotto eccezionale: l'ispettore superiore Carmelo Tancredi.

L'ispettore Tancredi era riuscito ad infiltrarsi nel giro delle scommesse clandestine, aveva assistito ai combattimenti di cani, aveva registrato, era riuscito a risalire ai posti dove gli allevatori tenevano gli animali, aveva annotato dove e come si ricevevano le scommesse. Insomma li aveva inchiodati.

Era un omino con la faccia sparuta e due baffoni neri assolutamente fuori posto. Sembrava la persona più innocua della terra.

Invece era lo sbirro più intelligente, onesto e micidiale che io abbia mai conosciuto.

Lavorava nella sesta sezione della squadra mobile. Quella che si occupava di reati sessuali e di tutto quello che le altre sezioni, quelle più importanti, non volevano nemmeno toccare.

Non aveva mai voluto lasciare quel posto anche se gli avevano offerto tante volte di passare alla Criminalpol, o alla Dia, o anche al Sisde. Tutti posti dove avrebbe lavorato di meno e sarebbe stato pagato di più. Una volta erano venuti da me i genitori di un bambino di nove anni che aveva subito abusi sessuali dal suo istruttore di nuoto.

Volevano un consiglio, se denunciare o no e a che cosa andavano incontro, e a che cosa andava incontro il bambino. Li accompagnai da Tancredi e vidi come parlava con il bambino, e vidi come il bambino, che fino a quel momento aveva risposto a monosillabi, con gli occhi a terra, parlava con Tancredi, lo guardava e cominciava anche a sorridere.

L'istruttore di nuoto era finito dentro e, soprattutto, ci era rimasto. Come erano finiti dentro, e ci erano rimasti, la maggior parte dei maniaci, stupratori, pedofili che avevano avuto la sfortuna di incrociare l'ispettore Tancredi.

Anche gli organizzatori dei combattimenti di cani erano stati sfortunati.

Quando scattò l'operazione furono sequestrati otto pit bull, cinque fila brasilero, tre rottweiler e tre bandog cioè un micidiale incrocio fra pastore tedesco e pit bull. Erano tutti campioni e ognuno valeva dai venti ai cento milioni. Il più prezioso era un bandog di tre anni di nome Harley-Davidson. Aveva vinto 27 combattimenti, uccidendo sempre i suoi avversari. Era considerato una specie di campione del sud Italia e le indagini accertarono che era in preparazione un incontro per il titolo italiano contro un pit bull che combatteva nella provincia di Milano. Un combattimento del valore di oltre mezzo miliardo in scommesse.

Furono sequestrate decine di videocassette con combattimenti fra cani, combattimenti fra cani e puma e addirittura combattimenti fra cani e maiali.

Furono arrestati i custodi di un canile dove, oltre alle bestie, furono trovate armi e droga. Furono denunciati, fra gli altri, un veterinario molto noto, diversi allevatori e tre soggetti già arrestati e condannati per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Naturalmente erano in libertà per scadenza dei termini di custodia.

Insomma, comunque, quella mattina di fine marzo sarebbe dovuto cominciare il processo nato dall'operazione dogfighting. La LAV intendeva costituirsi parte civile ed aveva incaricato me.

Esistevano solo due precedenti decisioni in cui era stata ammessa, in processi per maltrattamenti di animali, la costituzione di parte civile della LAV e della lega per la difesa del cane. Era una questione tutt'altro che scontata e così avevo studiato tutto il pomeriggio per trovare argomenti convincenti da proporre al tribunale. E per cancellarmi dalla testa l'incontro con Abdou. Siccome quella mattina mi presentai ben preparato e pronto a fare in modo accettabile il mio lavoro, il processo fu rinviato preliminarmente, per, diceva la formula prestampata, "eccessivo carico dell'udienza ed impossibilità di definire in data odierna tutti i procedimenti.

Il rinvio era preliminare, ma fu disposto dopo che erano già passate più di quattro ore di udienza. E di attesa.

Insomma il presidente del collegio, verso le 14.30 lesse la formula e rinviò il processo al successivo dicembre, posto che tutti gli imputati erano a piede libero e quindi non c'era fretta.

Ci ero abituato. Infilai l'impermeabile, presi la borsa e mi avviai verso casa dopo avere attraversato il tribunale ormai deserto.

Percorrevo via Abate Gimma, in direzione di corso Cavour quando mi sentii chiamare da dietro. Avvocato, avvocato, con accento imprecisato dell'entro terra.

Erano in due e sembravano usciti da un documentario sul teppismo nelle periferie. Il piccolo parlava standomi molto vicino, mentre il grosso era un metro più indietro e mi guardava, le palpebre semichiuse. Il piccolo era amico di uno, disse il nome, che io conoscevo bene perché era stato mio cliente.

Il tono si sforzava di essere gentile, quasi diplomatico. Dissi che non me lo ricordavo, il suo amico e che se volevano discutere di questioni di lavoro potevano venire in studio prendendo un appuntamento.

Non volevano venire in studio e, secondo il piccolo, dovevo stare calmo. Molto calmo. Il tono diplomatico era durato poco.

Sapevano che volevo costituirmi parte civile per quei pisciaturi della LAV, ma era meglio per tutti se pensavo a farmi i cazzi miei.

Feci un respiro profondo con il naso, contemporaneamente posai la borsa sul cofano di una macchina e pronunciai le due sillabe che, da quando ero bambino, avevano sempre introdotto le mazzate per strada: "se no?".

Il piccolo fece partire uno schiaffo largo e goffo con la mano destra. Parai con il sinistro e quasi contemporaneamente lo colpii con un destro al viso. Cadde all'indietro, cominciò a bestemmiare e strillò al grosso di rompermi il culo.

Era un bestione di un metro e novanta per almeno centoventi chili, perlopiù di pancia. Dal modo in cui coprì lo spazio che ci separava e si preparava all'attacco capii che era un mancino. Infatti partì con una sventola di sinistro, che probabilmente era il suo colpo migliore. Se il pugno fosse arrivato probabilmente avrebbe fatto male ma il bestione si muoveva al rallentatore. Parai con il braccio destro e, automaticamente, colpii al fegato con un gancio sinistro; doppiai con un diretto al mento.

Il grosso aveva la mascella di vetro. Rimase un attimo fermo, in piedi, con una strana espressione di stupore. Poi cadde.

Resistetti all'impulso di dargli un calcio in faccia. O di offenderlo; o di offenderli tutti e due.

Presi la borsa e me ne andai, mentre sentivo il sangue che ricominciava a pulsare, violento, nelle tempie. Il piccolo aveva smesso di bestemmiare.

Girai l'angolo, feci ancora un isolato e poi mi fermai. Non mi seguivano. Nessuno mi seguiva e, essendo le tre del pomeriggio, la strada era deserta.

Poggiai la borsa, sollevai le mani davanti al viso e vidi che tremavano forte, e la destra cominciava a farmi male.

Rimasi così qualche secondo, poi scrollai le spalle, sentii affiorare alla superficie delle labbra una specie di sorriso infantile e ripresi la strada di casa.

Il giorno dopo trovai la macchina con le quattro ruote tagliate e un raschio, fatto con un coltello o un cacciavite, che percorreva tutta la carrozzeria. Più che arrabbiarmi per il danno ebbi un senso di umiliazione. Mi venne di pensare a quello che prova chi torna a casa e trova tutto sottosopra per un furto. Di seguito mi venne di pensare a tutti i topi di appartamento che avevo difeso e che avevo fatto assolvere.

Alla fine pensai che il cervello mi si stava spappolando e che diventavo patetico. Così, fortunatamente, abbandonai le speculazioni morali e cercai piuttosto di essere pratico.

Chiamai un mio cliente con una certa reputazione nella malavita di Bari e provincia. Lui venne in studio e io gli raccontai l'accaduto, inclusa la storia delle mazzate. Dissi che non avevo voglia di andare dalla polizia o dai carabinieri, ma non dovevano costringermi. Per conto mio eravamo pari. Io mi pagavo i danni alla macchina e loro, chiunque fossero, si tenevano le mazzate e mi lasciavano fare in pace il mio lavoro.

Il mio cliente disse che avevo ragione. Disse anche che quelli mi dovevano riparare la macchina e dare le ruote nuove. Dissi che la macchina la facevo riparare io e che le ruote non le volevo.

Pensai che non volevo neanche una imputazione di ricettazione, visto che le ruote non sarebbero certo andati a comprarle da un rivenditore autorizzato. Ma questo non lo dissi.

Volevo solo che ognuno stesse al proprio posto e che nessuno rompesse i coglioni a qualcun altro. Lui non insistette, e annuì in segno di rispetto. Un rispetto diverso da quello che si porta di solito all'avvocato.

Disse che nel giro di due giorni mi avrebbe fatto sapere.

Fu di parola. Tornò in studio due giorni dopo e mi fece un nome importante, in certi ambienti. Quella persona mi mandava a dire che si scusava per l'accaduto.

Era stato un incidente, due incidenti per la verità, pensai io, ma non ci attacchiamo ai dettagli, che non si sarebbe ripetuto. Lui era comunque a disposizione se avessi avuto bisogno di qualcosa.

La storia finì così.

A parte i due milioni che dovetti tirar fuori per rimettere a posto la macchina.



Qualche giorno dopo, scoprii chi era il nuovo inquilino del mio palazzo. La nuova inquilina.

Verso le nove e mezza di sera, ero appena tornato a casa dalla palestra e mi accingevo a scongelare due petti di pollo, farli ai ferri e a preparare un'insalata. Il campanello suonò.

Passai qualche secondo a chiedermi cosa fosse stato.

Poi feci mente locale al fatto che doveva trattarsi del campanello di casa e mentre andavo alla porta pensai che quella doveva essere la prima volta che qualcuno suonava, da quando abitavo lì. Mi venne una fitta di tristezza e poi aprii.

Finalmente trovava qualcuno in casa. Era la quarta volta che provava a bussare ma non c'era mai nessuno. Abitavo da solo vero? Lei era la nuova inquilina e stava al quinto piano. Si era presentata a tutti gli altri, che abitavano nel palazzo, io ero l'ultimo. Si chiamava Margherita. Margherita, e non riuscii a capire il cognome.

Allungò la mano attraversando il confine invisibile della porta. Aveva una bella mano maschile, grande e forte.

Certe donne, e soprattutto certi uomini, stringono la mano con forza ma ti accorgi subito che è una esibizione. Vogliono fare vedere di essere persone decise e schiette, ma la forza è solo nei muscoli della mano e del braccio.

Voglio dire: non viene da dentro. Alcuni possono addirittura stritolare, ma è come se facessero del culturismo.

Altre persone, poche, quando ti stringono la mano dicono che c'è qualcosa, dietro i muscoli. Tenni la sua mano forse qualche secondo più del dovuto ma lei continuò a sorridere.

Poi le chiesi goffamente se voleva entrare. No, grazie, era solo passata per presentarsi. Rientrava a casa proprio in quel momento dopo tutta la giornata fuori. Aveva un sacco di cose da fare dopo il trasloco. Quando fosse stato tutto a posto mi avrebbe invitato a prendere un the.

Dava un buon odore. Un misto di aria fresca, secca e pulita, di profumo maschile e di cuoio.

«Non sia triste» disse andando verso le scale. Così.

Quando era già scomparsa mi resi conto che non l'avevo realmente guardata.

Rientrai in casa, socchiusi gli occhi e cercai di riprodurre la sua faccia nella mente, ma non ci riuscii. Non sapevo se sarei stato capace di riconoscerla per strada.

In cucina i petti di pollo si erano scongelati, nel microonde. Io però non avevo più voglia di farli semplicemente ai ferri e così aprii un libro di ricette che tenevo in cucina senza averlo mai usato.

Polpette di pollo saporite. Questo andava bene. Intendo il nome. Lessi la ricetta e fui contento di vedere che avevo gli ingredienti.

Prima di cominciare aprii una bottiglia di Salice Salentino, lo assaggiai e poi cercai un cd da ascoltare mentre facevo da mangiare.

White ladder. Feci partire il ritmo sincopato di Please Forgive Me e poi, quasi subito arrivò la voce di David Gray. Rimasi ad ascoltare vicino alle casse fino a quando non arrivò la parte della canzone che mi piaceva di più.


I won't ever have to lie

I won't ever have to say goodbye

Every time I look at you

Every time I look at you.


Allora tornai in cucina e mi misi al lavoro.

Lessai il pollo e lo macinai, insieme ad un etto di prosciutto cotto che era nel frigo da qualche giorno. Poi misi tutto in una scodella con un uovo, parmigiano grattugiato, noce moscata, sale e pepe nero. Impastai, prima con un cucchiaio di legno e poi con le mani, dopo avere aggiunto del pane grattugiato. Formai delle polpette delle dimensioni di un uovo e le passai in un altro uovo che avevo sbattuto con il sale e un po' di vino. Le rotolai nel pane grattugiato cui avevo aggiunto ancora un pizzico di noce moscata e le feci crepitare in olio di oliva, a fuoco moderato.

Avvolsi le polpette, che davano un odore buonissimo, nella carta assorbente e preparai un'insalata con l'aceto balsamico. Apparecchiai la tavola, con tovaglia, veri piatti, vere posate e prima di mettermi a mangiare andai a cambiare cd.

Simon and Garfunkel. The concert in Central Park.

Pigiai sul tasto skip fino alla canzone numero 16. The boxer.

La ascoltai tutta in piedi, fino all'ultima strofa. La mia preferita.


In the clearing stands a boxer and a fighter by his trade

And he carries the remainders

of every glove that laid him down

or cut him, till he cried out

in his anger and his shame

I'm leaving, I'm leaving

But the fighter still remains

Just still remains.


Poi spensi lo stereo e andai a mangiare. Le polpette erano buonissime. Anche l'insalata, e il vino era profumato e mandava riflessi nel bicchiere. Non ero triste, quella sera.



Il fatto è che abbiamo voluto il processo all'americana, ma ci manca la preparazione degli americani. Ci mancano le basi culturali per il processo accusatorio. Guardate gli esami ed i controesami che ci sono nei processi americani, o inglesi. E poi guardate i nostri. Loro sono capaci, e noi no. Non lo saremo mai, perché noi siamo figli della controriforma. Non ci si può ribellare al proprio destino culturale.

Parlava così, nella pausa di un processo in cui eravamo codifensori, l'avvocato Cesare Patrono. Principe del foro. Miliardario e massone.

Gli avevo sentito esprimere quel concetto un centinaio di volte da quando, nel 1989, era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale.

Era sottinteso che gli altri erano incapaci. Gli altri avvocati, non certo lui, e soprattutto i pubblici ministeri.

A Patrono piaceva parlare male di tutto e di tutti. Nelle conversazioni di corridoio, ma anche in udienza, gli piaceva umiliare i colleghi e, soprattutto, gli piaceva intimidire o mettere a disagio i magistrati.

Per qualche misterioso motivo io gli ero simpatico, era sempre stato cordiale con me e a volte mi associava alle sue difese. Il che era un grosso affare, dal punto di vista economico.

Aveva appena finito di esprimere il suo punto di vista sull'attuale processo penale quando dall'aula di udienza uscì, ancora con la toga sulle spalle, Alessandra Mantovani, sostituto procuratore della repubblica.

Era di Verona e aveva chiesto di venire a Bari per raggiungere un fidanzato. A Verona aveva lasciato un marito ricco e una vita molto comoda.

Quando si era trasferita il fidanzato l'aveva lasciata. Le aveva spiegato che lui aveva bisogno dei suoi spazi, che le cose fra loro erano andate bene, fino a quel punto grazie alla distanza, che impediva la noia e la routine. Che aveva bisogno di tempo per riflettere. Insomma tutto il repertorio classico delle merdate.

La Mantovani si era ritrovata a Bari, da sola, con i ponti tagliati alle spalle. Era rimasta senza fare storie.

Mi piaceva molto. Era come dovrebbe essere un bravo pubblico ministero, o un bravo poliziotto, che è più o meno la stessa cosa.

Prima di tutto era intelligente e onesta. Poi non le piacevano i delinquenti, di qualsiasi tipo, ma non passava il suo tempo a rodersi pensando che la maggior parte di loro l'avrebbe fatta franca. Soprattutto: quando aveva torto era capace di ammetterlo, senza fare storie.

Eravamo diventati amici, o qualcosa di simile. Abbastanza insomma, da andare a pranzo insieme, qualche volta e raccontarci qualcosa delle nostre storie. Non abbastanza perché succedesse altro, anche se la nostra presunta relazione era uno dei tanti pettegolezzi che circolavano nel tribunale.

Patrono detestava la Mantovani. Perché era donna, perché era magistrato e perché era più intelligente e più dura di lui. Anche se, naturalmente, non lo avrebbe mai ammesso.

«Venga signora», chiamava signora, non dottoressa o giudice, le donne magistrato per farle innervosire e metterle a disagio, «senta questa storiella. È nuovissima, veramente graziosa».

La Mantovani si avvicinò di qualche passo e lo guardò negli occhi, inclinando la testa di lato, senza dire una parola. Leggero cenno di assenso, prova pure a raccontarla, la tua storiella, e ombra di un sorriso. Non era un sorriso cordiale. La bocca si era mossa ma gli occhi erano immobili. E freddi.

Patrono raccontò la sua storiella. Non era affatto nuovissima e nemmeno nuova.

Era quella del giovane di buona famiglia che parla con un amico e gli dice che sta per sposare una ex prostituta. Il giovane spiega all'amico che per lui non è un problema la precedente professione della promessa sposa. Nemmeno sono un problema i parenti della fidanzata, che sono spacciatori, ladri e magnaccia. Tutto dunque sembra andare per il meglio ma il ragazzo confida all'amico di avere una sola, grossa preoccupazione. "Quale?" gli chiede l'altro. Come fare a dire ai genitori della sposa che suo padre è un magistrato.

Patrono ridacchiò da solo. Io ero in imbarazzo.

«Ne ho una carina anch'io. Sugli animali», fece la Mantovani.

«Ci sono Biscia e Volpe che vanno a spasso nella foresta. Ad un certo punto comincia a piovere e tutti e due, per ripararsi, si infilano, da due entrate diverse, in un cunicolo sotterraneo. Cominciano a percorrere il cunicolo, dove c'è buio pesto, andando uno nella direzione dell'altro fino a quando non si incontrano. Anzi si scontrano, sbattendo uno contro l'altro. Il cunicolo è molto stretto e non consente il passaggio agevole di tutti e due. Perché uno passi, l'altro si deve accostare alla parete, e cioè cedere il passo. Nessuno dei due però vuole cedere il passo e cominciano a litigare. "Spostati e lasciami passare". "Spostati tu. Chi credi di essere. Chi sei tu?". "Dimmi prima chi sei tu". "No mio caro, dimmi prima chi sei tu". E via discorrendo su questo tono.

«Insomma la situazione sembra ad un punto critico e i due non sanno come uscirne, anche perché nessuno dei due vuole prendere l'iniziativa di aggredire l'altro, non sapendo con chi ha a che fare. Volpe allora ha un'idea: "Senti, è inutile che continuiamo a litigare perché così resteremo qui dentro tutto il giorno. Facciamo un gioco per risolvere la questione. Io adesso sto fermo, tu mi tocchi e cerchi di indovinare chi sono. Poi tu stai fermo, io ti tocco e cerco di indovinare chi sei. Chi scopre l'identità dell'altro vince e può passare per primo. Che ne dici?".

«"Effettivamente" dice Biscia "può essere un'idea. D'accordo, ma comincio io". E così Biscia, movendosi sinuosamente, comincia a toccare Volpe. "Dunque, che orecchie lunghe, appuntite che hai, che muso aguzzo, che pelo morbido, che grossa coda... tu devi essere Volpe!".

«Un po' seccato Volpe è costretto a riconoscere che l'altro ci ha preso. "Adesso comunque tocca a me, perché se indovino potremmo finire pari e dovremmo trovare un altro modo per decidere chi passa". E comincia a toccare Biscia, che nel frattempo si è disteso sul pavimento del cunicolo. "Che testa piccola che hai, non hai le orecchie, sei viscido, lungo. Non hai i coglioni?!. E non sarai mica un avvocato?"».

Risi in silenzio socchiudendo gli occhi. Anche Patrono cercò di ridere, ma non ci riuscì. Tirò fuori una specie di ghigno forzato, cercò di dire qualcosa ma non gli venne nulla di adeguato. Non sapeva perdere.

La Mantovani si tolse la toga dalle spalle, disse che andava nel suo ufficio, che ci saremmo rivisti alla ripresa dell'udienza e andò via.

Ogni tanto, un vero uomo. Pensai.



Passò ancora qualche giorno e poi arrivò la telefonata di Abagiage. Voleva incontrarmi. Presto.

Dissi che poteva venire quel giorno stesso, alle otto di sera, orario di chiusura dello studio. Così avremmo potuto parlare con più calma.

Arrivò con quasi mezz'ora di ritardo e questo fatto mi stupì: non corrispondeva all'immagine che mi ero fatto di lei.

Sentii suonare il campanello quando ormai stavo pensando di andarmene. Attraversai lo studio deserto, aprii e la vidi. In mezzo al pianerottolo, con la luce spenta.

Entrò trascinando uno scatolone. C'erano i libri e poche altre cose di Abdou, fra cui una busta con qualche decina di fotografie.

Dissi che potevamo andare a parlare nella mia stanza e lei fece no con la testa. Aveva fretta. Rimase lì, a un metro dalla porta e aprì la borsa, tirandone fuori un rotolo di banconote simile a quello della prima volta che era venuta in studio.

Mi porse i soldi e senza guardarmi negli occhi prese a parlare velocemente.

Questa volta l'accento si sentiva. Forte come un odore.

Doveva partire. Doveva tornare ad Assuan. Era obbligata, era obbligata, disse, a tornare in Egitto. Chiesi quando e perché, e la spiegazione diventò confusa. Spezzata a tratti da parole che non capivo.

Già da più di una settimana aveva fatto l'esame di fine corso. In teoria sarebbe dovuta ripartire subito dopo e infatti tutti gli altri borsisti erano già andati via.

Era rimasta, chiedendo una proroga della borsa di studio, sostenendo di dovere approfondire alcuni argomenti. La proroga non era stata concessa e il giorno prima era arrivato un fax, dal suo paese, con cui le intimavano di rientrare. Se non lo avesse fatto, subito, avrebbe perso il suo posto di funzionario al ministero dell'agricoltura.

Non aveva scelta, disse. Se restava non avrebbe potuto comunque aiutare Abdou.

Senza soldi e senza lavoro.

Senza una casa, visto che le avevano già detto che al più presto doveva liberare la stanza nella residenza dell'istituto.

Sarebbe andata in Nubia e avrebbe tentato di ottenere un periodo di aspettativa. Avrebbe fatto di tutto per ritornare in Italia.

Aveva raccolto tutti i soldi che poteva, per pagare la difesa di Abdou, cioè me. Erano quasi tre milioni. Dovevo fare il possibile, tutto il possibile per aiutarlo.

No, Abdou non lo sapeva ancora. Glielo avrebbe detto l'indomani, al colloquio.

Comunque, ripeté, troppo veloce e senza guardarmi, avrebbe fatto di tutto per ritornare presto in Italia. Tutti e due sapevamo che non era vero.

Maledizione, pensai. Maledizione, maledizione, maledizione.

Avevo voglia di insultarla perché mi lasciava da solo con quella responsabilità.

Io non la volevo, quella responsabilità.

Avevo voglia di insultarla perché mi specchiavo nella sua inattesa mediocrità, e nella sua vigliaccheria. E mi riconoscevo con una chiarezza insopportabile.

Mi venne in mente quella volta che Sara aveva parlato della possibilità di avere un bambino. Era un pomeriggio di ottobre e io dissi che non credevo fosse ancora il momento. Lei mi guardò e annuì senza dire niente. Non ne parlò mai più.

Non insultai Abagiage. Ascoltai le sue giustificazioni senza dire nulla.

Quando ebbe finito se ne andò arretrando, come se avesse paura di darmi le spalle.

Io rimasi in piedi nell'ingresso, vicino a quella scatola di cartone con le cose di Abdou, in mano il rotolo di banconote. Poi presi il telefono che era sulla scrivania della segretaria e senza pensare feci il numero di Sara, che prima era anche il mio numero.

Ci furono cinque squilli e poi risposero.

La voce era nasale, piuttosto giovane.

«Sì?». Il tono era di uno che sta a casa sua. Magari è appena rientrato dal lavoro, quando il telefono ha squillato si stava allentando la cravatta e mentre risponde si toglie la giacca e la butta su un divano.

Inspiegabilmente non riattaccai.

«C'è Stefania?».

«No, guardi qui non c'è nessuna Stefania, ha sbagliato numero».

«Oh, mi scusi. Potrebbe dirmi per piacere che numero ho fatto?».

Me lo disse ed io lo scrissi, anche. Per essere sicuro di avere capito bene.

Riguardai a lungo quel pezzetto di carta, con il cervello che girava a vuoto attorno ad una voce nasale, senza volto, al telefono di casa mia.



«È stato bellissimo il film, stasera. Com'è che si chiamano gli attori?».

«Harry è Billy Cristal. Sally, Meg Ryan».

«Aspetta, com'era la frase... quella del sogno delle olimpiadi?».

«Ho rifatto quel sogno. Sto facendo l'amore e i giudici olimpionici guardano. Sono entrato in finale. Il giudice canadese mi da 9, l'americano un 10 pieno e mia madre travestita da giudice della Germania dell'Est mi dà 3».

Lei scoppiò a ridere. Come mi piaceva la sua risata, pensai.

La risata è importante perché non si può imbrogliare. Per capire se uno è vero o è fasullo l'unico sistema sicuro è guardare, e ascoltare, la sua risata. Le persone per cui vale la pena davvero sono quelle che sanno ridere.

Mi scosse toccandomi il braccio.

«Dimmi i tuoi tre film preferiti».

«Momenti di gloria, Un mercoledì da leoni, Picnic ad Hanging Rock».

«Sei il primo che risponde così... velocemente. Senza pensare».

«Questa dei film preferiti è una domanda che faccio sempre io. Quindi si può dire che ero preparato. I tuoi?»

«Il primo è Blade Runner. Sicuramente».

«Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi beta balenare nel buio vicino alle porte di Tannhàuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È, tempo, di, morire. Time, to, die».

«Bravo. La dice proprio così. È, tempo, di, morire. Staccando le parole. E poi lascia volare la colomba».

Annuii e lei continuò a parlare.

«Ti dico gli altri film. American Graffiti e Manhattan. Magari domani ne dico due diversi, Blade Runner rimane sempre, ma oggi sono questi. Tante volte ho detto Metropolis, per esempio».

«Perché oggi sono questi?».

«Non lo so. Dai, continuiamo a giocare?».

«Va bene. Facciamo quest'altro gioco. Arriva un extraterrestre sul nostro pianeta e tu devi offrirgli un esempio del meglio che c'è sulla terra, per invogliarlo a restare. Devi dargli un oggetto, un libro, una canzone, una frase e, va beh c'era anche il film ma quello l'abbiamo già detto».

«Mi piace. La frase la so già. È di Malraux: "La patria di un uomo che può scegliere è là dove arrivano le nubi più vaste"».

Rimanemmo un attimo in silenzio. Quando lei stava per proseguire la interruppi.

«Devi farmi un piacere. Vuoi?».

«Sì. Che piacere?».

«Se ti innamori perdutamente di me, vorrei che me lo dicessi subito. Non ti affidare al mio intuito. Per piacere. Va bene?».

«Va bene. Vale anche per me?».

« Sì. Adesso dimmi le altre cose per il marziano».

«Il libro è Il giovane Holden. Per la canzone ho molti dubbi. Because the night, di Patti Smith. Oppure Suzanne, di Leonard Cohen. O Ain' t no cure for fame, sempre di Leonard Cohen. Non lo so, una di queste. Forse».

«L'oggetto?».

«La bicicletta. Adesso dimmi i tuoi».

«La frase in realtà è uno scambio di battute. Da On the road. Fa così: Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Risponde l'altro: "Dove andiamo amico?. "Non lo so ma dobbiamo andare"».

«Il libro».

«Sicuramente non lo conosci. Lo studente straniero. È di uno scrittore francese...».

«L'ho letto. È quello del ragazzo francese che va a studiare in un college in America, negli anni 50».

«Non lo conosce nessuno, questo libro. Tu sei la prima. Che strano».

I suoi occhi balenarono per un istante nel buio della macchina, come lame di coltelli.

Eravamo parcheggiati sulla scogliera, quasi a strapiombo sul mare di Polignano.

Fuori era il mese di febbraio e faceva molto freddo. Dentro la macchina no. Dentro la macchina, per quella notte, sembrava di essere al riparo da tutto.

«Sono contenta di essere uscita con te, stasera. All'ultimo ti stavo chiamando per dirti che non me la sentivo. Poi ho pensato che dovevi già essere uscito di casa e che comunque mi comportavo da maleducata. Allora mi sono detta: andiamo al cinema e poi mi faccio riaccompagnare e vado a letto presto».

«Perché non volevi più uscire?».

«Adesso non ho voglia di parlarne. Volevo solo dirti che sono contenta di essere uscita. E sono contenta di non essermi fatta riaccompagnare subito dopo il cinema. Giochiamo ancora. Mi piace. Dimmi la canzone e l'oggetto».

«L'oggetto è la penna stilografica. La canzone è Pezzi di vetro».

«Posso dire una cosa sul libro?».

«Sì?».

«Non sono più sicura del Giovane Holden».

«Vuoi cambiare?».

«Forse sì. Il piccolo principe. Mi sembra più adatto, forse. Come dice la volpe al piccolo principe quando vuole farsi addomesticare?».


I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste. Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato.

Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.


Lei mi guardò. Nei suoi occhi c'era stupore infantile. Era molto bella. «Come fai a ricordarti tutto a memoria?».

«Non lo so. È sempre stato così. Se una cosa mi piace, mi basta leggerla o sentirla una sola volta e me la ricordo. Il piccolo principe però l'ho letto tante volte. Così non c'è un grande merito».

«Secondo te qual è la qualità più importante per una persona?».

«Il senso dell'umorismo. Se hai senso dell'umorismo, non l'ironia, o il sarcasmo, che sono un'altra cosa, non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido e non puoi essere volgare. Se ci pensi, comprende quasi tutto. Ne conosci di persone con il senso dell'umorismo?».

«Poche. In compenso ne ho incontrate tante, uomini soprattutto, che si prendevano un casino sul serio».

Ebbe un attimo di esitazione, ma poi proseguì.

«Il mio fidanzato è uno di questi».

«Che fa il tuo fidanzato?».

«È ingegnere».

«Una persona seria?».

«No. Lui è capace di farti ridere, è simpatico. Voglio dire: è intelligente, fa delle battute divertenti, e così via. Però è capace di scherzare solo sugli altri. Su se stesso è tremendamente serio. No, non ha senso dell'umorismo».

Fece una pausa e poi riprese.

«Mi piacerebbe se tu l'avessi, il senso dell'umorismo».

«Anche a me piacerebbe se io l'avessi. Per dire la verità, considerato quello che hai detto, venderei mamma e papà ai cannibali, per avercelo. Sempre senza prendermi sul serio, beninteso».

Lei rise di nuovo e poi continuammo a parlare così, nella macchina che ci proteggeva dal vento e dal fuori. Per ore. Erano passate le quattro del mattino quando ci rendemmo conto che bisognava rientrare.

Arrivammo sotto casa sua, in centro, che il cielo cominciava a schiarirsi.

«Se domani pensi di avere ancora voglia di uscire con me, telefonami. Se mi chiami ti regalo un libro».

Sara mi prese il mento fra le dita e mi diede un bacio sulle labbra. Poi, senza dire niente, scese dalla macchina. Dopo qualche secondo era scomparsa dietro un portone di legno lucido.

Io mi diedi due piccoli pugni in faccia, da un lato e dall'altro. Poi riavviai la macchina e me ne andai, con la musica a tutto volume.



Dieci anni dopo ero da solo nel mio studio deserto, con i ricordi e la loro melodia lancinante.

Da molto tempo non ero più capace di imparare a memoria, ascoltandole o leggendole una sola volta, le canzoni, le frasi dei libri, e dei film. Fra tutte le cose sprecate c'era anche quella.

Allora dovetti andare a casa, sperando che fra i libri che avevo preso e portato con me ci fosse Il piccolo principe. Perché a quell'ora non c'erano librerie aperte, ed io avevo fretta, e non potevo aspettare la mattina dopo.

C'era. Andai alle ultime pagine, quando il piccolo principe sta per essere morso dal serpente e saluta il suo amico aviatore.


Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha. Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere! E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre) sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra così, per il piacere. E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: "Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!" e ti crederanno pazzo.


Dormii due ore esatte.

Mi infilai nel letto qualche minuto prima delle tre, aprii gli occhi alle cinque in punto e mi alzai stranamente riposato.



Quella mattina non avevo impegni e così pensai di uscire e camminare. Feci la doccia, mi rasai, misi dei vecchi pantaloni comodi di tela, una camicia di jeans e una felpa. Misi scarpe da ginnastica e una giacca di pelle.

Fuori cominciava a farsi chiaro.

Ero già sulla porta quando mi venne in mente che potevo portarmi un libro, per fermarmi a leggere da qualche parte. In un giardino o in un caffè, come facevo molti anni prima. Allora passai in rassegna i libri che non avevo mai messo in ordine e che erano nel mio appartamento. Dappertutto, sparsi e provvisori.

Per qualche secondo pensai che erano provvisori come me, in quella casa, ma subito mi dissi che era una riflessione banale e patetica. Così smisi di filosofare e tornai semplicemente a scegliere un libro.

Presi Doppio sogno che era in edizione economica e andava comodo nella tasca della mia giacca di pelle. Presi le sigarette, non presi deliberatamente il cellulare e uscii.

Casa mia era in via Putignani e, uscendo, si poteva vedere subito a destra il teatro Petruzzelli.

Da fuori, il teatro era normale, con la cupola e tutto il resto. Da dentro no. Il fuoco l'aveva sbranato, una notte di quasi dieci anni prima, e da allora era lì, in attesa che qualcuno lo ricostruisse. Intanto ci abitavano i gatti e i fantasmi.

Andai proprio verso il teatro, sentendo sulla faccia l'aria fresca e pulita della mattina presto. Pochissime macchine e niente persone.

Mi venne in mente quando, verso la fine dell'università, mi capitava spesso di rientrare a quell'ora. La notte giocavo a poker, o uscivo con le ragazze. O semplicemente restavo a bere, a fumare e a parlare con gli amici.

Una mattina verso le sei, dopo una di queste notti, ero in cucina, per bere un bicchiere d'acqua prima di andare a dormire. Arrivò mio padre per fare il caffè.

«Perché ti sei alzato così presto?».

«No papà, sto rientrando adesso».

Mi guardò solo un secondo, con gli occhi socchiusi.

«Sfugge alla mia comprensione come ti venga voglia di fare battute idiote anche a quest'ora».

Poi si girò scrollando le spalle, rassegnato.

Arrivai fino a corso Cavour, proprio davanti al Petruzzelli e proseguii in direzione del mare. Due isolati dopo mi fermai in un bar, feci colazione e accesi la prima sigaretta della giornata.

Ero nella zona con le case più belle di Bari. Da quelle parti aveva abitato Rossana, mia fidanzata dei tempi dell'università.

Avevamo avuto una storia alquanto burrascosa, per colpa mia. Già dopo pochi mesi mi sembrava che la mia libertà fosse, come si dice, compromessa dal nostro rapporto.

Allora a volte mancavo agli appuntamenti e quasi sempre, quando non mancavo, arrivavo in ritardo. Lei si arrabbiava ed io sostenevo che non erano quelle le cose importanti. Lei diceva che la buona educazione era importante e io cominciavo a spiegarle, con ricchezza di argomenti sofistici, la differenza fra buona educazione formale, la sua, e buona educazione sostanziale. Ovviamente la mia.

All'epoca non ero nemmeno vagamente sfiorato dall'idea di essere solo un villano prepotente. Invece, siccome ero più bravo ad imbrogliare con le parole mi convincevo anche di avere ragione. Questo mi spingeva a comportarmi peggio, includendo nel concetto di peggio anche una serie di amorazzi clandestini con ragazze di dubbia moralità.

Di tutto questo mi resi conto quando oramai ci eravamo lasciati. Avevo ripensato più volte alla nostra storia e mi ero convinto di essermi comportato veramente da stronzo. Se ne avessi avuto l'occasione, avrei dovuto ammetterlo e chiedere scusa.

Poi, forse sette o otto anni dopo ritrovai per caso Rossana, che nel frattempo era andata a lavorare a Bologna.

Ci incontrammo a casa di amici durante le vacanze di Natale, e lei mi domandò se mi andava di prendere un the con lei, il giorno dopo. Mi andava. Così ci vedemmo, prendemmo il the e per almeno un'ora rimanemmo a chiacchierare.

Lei aveva avuto una bambina, si era separata dal marito, aveva un'agenzia di viaggi con cui faceva un sacco di soldi ed era ancora molto bella.

Ero contento di averla rivista e mi sentivo a mio agio. Così mi venne naturale dirle che avevo pensato spesso a quando stavamo insieme e che ero convinto di essermi comportato male. Mi andava di dirglielo, per quello che valeva. Lei sorrise e mi guardò per qualche secondo in modo un po' strano, prima di parlare.

Non disse esattamente quello che mi aspettavo.

«Eri un bambino viziato. Eri così concentrato su te stesso che non ti accorgevi di quello che ti capitava attorno, anche vicinissimo».

«Cosa vuoi dire?».

«Non hai mai nemmeno sospettato che per quasi un anno io ho avuto un altro».

Avrei voluto vedere la mia faccia, in quel momento. Doveva essere una faccia buffa, perché Rossana sorrideva e sembrava si stesse divertendo, a guardarmi.

«Hai avuto anche un altro? In che senso scusa?».

A quel punto lei smise di sorridere e si mise a ridere. Come darle torto? «Come in che senso? Stavamo insieme».

«Che vuol dire stavamo insieme? Tu stavi insieme a me. Quando vi vedevate?».

«La sera, quasi tutte le sere. Quando tu mi accompagnavi a casa. Lui mi aspettava dietro l'angolo, in macchina. Io aspettavo nel portone e quando te ne eri andato uscivo, giravo l'angolo e salivo in macchina».

Avevo una specie di strano capogiro. «E dove... dove andavate?».

«A casa sua, sulla Muraglia a Bari Vecchia».

«A casa sua. A Bari Vecchia. E che facevate a casa sua sulla Muraglia a Bari Vecchia?».

Mi resi conto troppo tardi di avere detto una idiozia veramente troppo grossa, ma non connettevo benissimo. Anche lei se ne rese conto e non fece nulla per non farmelo pesare.

«Che facevamo? Vuoi dire di notte, nel suo appartamento sulla Muraglia?».

Era davvero divertita. Io invece no. Ero uscito per prendere un the con una ex fidanzata e mi trovavo all'improvviso a dover riscrivere la storia.

Seppi che lui si chiamava Beppe, che faceva il rappresentante di gioielli, era sposato ed era ricco. Quella sulla Muraglia, per la precisione, non era la sua casa ma la sua garconnière. All'epoca dei fatti aveva trentasei anni e una brava moglie.

All'epoca dei fatti io avevo ventidue anni, i miei genitori mi davano quarantamila alla settimana, dividevo la stanza da letto con mio fratello e avevo, lo stavo scoprendo con un certo ritardo, una fidanzata zoccola.

Arrivai sul mare, girai a sinistra, in direzione del teatro Margherita e di lì mi diressi verso San Nicola, costeggiando dal basso la Muraglia. Per l'appunto dove il signor Beppe aveva la sua garconnière. Nella quale portava la mia fidanzata.

Ormai era giorno, l'aria era fresca e pulita ed era proprio la giornata ideale per fare una passeggiata. Continuai fino al Castello Svevo e poi oltre verso la fiera per arrivare, forse due ore e diversi chilometri dopo essere uscito di casa, alla pineta di San Francesco.

Era semideserta. Solo qualche signore che correva e qualcun altro che stava seduto e preferiva lasciar correre il suo cane.

Scelsi una buona panchina, di quelle verdi, di legno, munita di schienale ed esposta al sole. Mi sedetti e lessi il mio libro.

Quando lo finii, dopo circa due ore, pensai che mi sentivo bene e che potevo riposarmi ancora dieci minuti prima di riprendere la strada per casa. O magari per lo studio, dove certamente dovevano aver cominciato a chiedersi che fine avessi fatto.

Tolsi la giacca, che cominciava a fare caldo, la piegai facendone una specie di cuscino e mi distesi con la faccia al sole.

Mi svegliai che era mezzogiorno passato. Quelli che facevano jogging si erano moltiplicati e c'erano coppie di ragazzini, signore con bambini e vecchietti che giocavano a carte sui tavolini di pietra. Anche due testimoni di Geova che cercavano di convertire tutti quelli che non mostravano una faccia abbastanza ostile.

Ora di andare via. Decisamente.

Tornando a casa vidi il cellulare e lo ignorai. Quando andai in studio, nel pomeriggio, era nella mia tasca, ma ancora spento.

Maria Teresa mi travolse nel momento stesso in cui aprivo la porta. Mi avevano cercato per tutta la mattinata, a casa e sul cellulare. A casa non rispondeva nessuno e il cellulare era sempre spento.

Certo, pensai, ero in pineta a prendere il sole, alla faccia di voi tutti e senza il maledetto telefonino.

Quella mattina era successo un casino.

Mica mi ero dimenticato qualche udienza ? Ah, meno male, mi sembrava infatti. Mi aveva cercato un sacco di gente ? Va beh, richiameranno. No, certo non mi ero dimenticato che l'indomani scadevano i termini per l'appello di Colaianni.

Falso, me ne ero completamente dimenticato, e meno male che avevo una segretaria che sapeva fare il suo mestiere.

Da mezzogiorno avevano chiamato tre volte dal carcere? E perché?

Maria Teresa non lo sapeva. Era una cosa urgente, avevano detto, ma non avevano spiegato cosa. L'ultima volta aveva chiamato un certo ispettore Surano. Aveva chiesto che lo chiamassi, non appena mi rintracciavano.

Chiamai il centralino della casa circondariale, chiesi dell'ispettore Surano e, dopo avere aspettato almeno tre minuti, sentii una voce bassa, roca, con l'accento della provincia di Lecce.

Sì ero l'avvocato Guerrieri. Sì l'avvocato del detenuto Thiam Abdou. Sì, potevo andare al carcere, se magari mi spiegava prima per quale motivo.

Mi spiegò il motivo. Quella mattina, dopo le visite, il detenuto Thiam Abdou aveva posto in essere un tentativo di suicidio mediante impiccagione.

Era stato salvato, quando già pendeva con una corda fatta di strisce di lenzuola lacerate, ed intrecciate fra loro. Adesso era ricoverato nell'infermeria del carcere, con sorveglianza a vista h24.

Dissi che sarei arrivato prima possibile.

Prima possibile è un concetto molto ambiguo se si parla di andare dal centro di Bari al carcere, nel pomeriggio di un giorno lavorativo.

Comunque in poco più di mezz'ora ero davanti al cancello della casa circondariale e suonavo il campanello dopo avere parcheggiato. Ovviamente in divieto di sosta.

L'agente di custodia che era al corpo di guardia era stato preavvisato del mio arrivo. Mi chiese di attendere e chiamò l'ispettore Surano, che arrivò con insolita rapidità. Disse che il direttore desiderava parlarmi e se potevamo andare da lui. Chiesi come stava il mio cliente e lui mi disse che stava abbastanza bene, fisicamente. Mi avrebbe accompagnato lui stesso in infermeria subito dopo l'incontro con il direttore.

Ci addentrammo per corridoi ingialliti, squallidamente illuminati e per i quali si spandeva l'inconfondibile odore di rancio delle carceri, delle caserme e degli ospedali. Ogni tanto incrociavamo qualche detenuto lavorante che maneggiava una scopa o spingeva un carrello. Alla fine imboccammo un corridoio che era tinteggiato di fresco, dove c'erano delle piante e in fondo al quale c'era la porta dell'ufficio del direttore.

L'ispettore Surano bussò, si affacciò nella stanza, disse qualcosa che non sentii e poi aprì la porta, facendomi entrare e seguendomi.

Il direttore era un signore sui cinquantacinque anni, dall'aria anonima, la pelle sottile e opaca, lo sguardo sfuggente.

Era dispiaciuto, disse, di quello che era successo, ma per fortuna grazie alla prontezza di spirito di uno dei suoi uomini si era evitata una tragedia.

Un'altra tragedia, pensai, ricordandomi del suicidio di un mio cliente, un tossico di vent'anni, e delle voci, mai confermate, di violenze sui detenuti per imporre la disciplina.

Il direttore voleva assicurarmi che aveva già impartito disposizioni rigorose perché il detenuto, come si chiamava, sì, il detenuto Thiam Abdou, fosse costantemente sorvegliato allo scopo di prevenire ulteriori tentativi di suicidio o comunque atti di autolesionismo.

Era convinto che questo spiacevole incidente non avrebbe avuto nessun seguito, né tantomeno pubblicità, per la serenità dell'istituto penitenziario e dello stesso detenuto. Da parte sua, era a mia disposizione, se per caso mi occorreva qualcosa.

Tradotto in italiano: non crearmi casini e sarà meglio per tutti. Incluso il tuo cliente, che è qua dentro e ci resta.

Avrei voluto dirgli di fottersi, ma avevo fretta di incontrare Abdou e poi mi sentivo improvvisamente stanco. Allora lo ringraziai per la disponibilità e lo pregai di farmi accompagnare in infermeria.

Non ci stringemmo la mano e l'ispettore Surano mi guidò nel percorso a ritroso, e poi per altri corridoi ancora più squallidi, attraverso cancellate e quella puzza di rancio che sembrava penetrare in ogni fessura.

L'infermeria era uno stanzone con una decina di letti, quasi tutti occupati. Non vidi Abdou e guardai Surano. Lui fece un cenno con il capo, per indicare in fondo allo stanzone e poi mi precedette.

Abdou era in un letto, le braccia bloccate con delle cinghie e gli occhi semichiusi. Respirava con la bocca.

Vicino a lui era seduto un agente di custodia grasso, con i baffi. Fumava con aria annoiata.

Surano volle darsi un tono:

«Cazzo fumi in infermeria, Abbaticchio? Spegni, spegni e lascia la sedia all'avvocato».

Mai vista una simile cortesia. Evidentemente il direttore aveva dato disposizioni di trattarmi con i guanti.

L'agente Abbaticchio guardò l'ispettore con occhi ottusi. Sembrò sul punto di dire qualcosa, poi si rese conto che forse era meglio di no. Spense la sigaretta e si allontanò, ignorandomi del tutto. Surano mi disse che potevo fare con comodo. Quando avessi finito lui stesso mi avrebbe riaccompagnato all'uscita.

Anche lui si allontanò fino all'ingresso dell'infermeria.

Adesso ero solo vicino al letto di Abdou, che sembrava non esser si accorto della mia presenza.

Mi chinai un poco e provai a chiamarlo ma lui non diede segni di risposta. Quando stavo per toccargli un braccio, lui parlò, quasi senza muovere le labbra.

«Che vuoi, avvocato?».

Ritirai la mano, con un leggero soprassalto.

«Cosa è successo, Abdou?».

«Lo sai cosa è successo. Se no perché saresti qui».

Aveva gli occhi aperti, adesso, e fissava il soffitto. Io mi sedetti, rendendomi conto in quel momento che non sapevo assolutamente cosa dire.

Stando al livello del letto notai le escoriazioni sul collo.

«È venuta Abagiage, questa mattina?».

Lui non rispose e non mi guardò. Chiuse la bocca e serrò le mascelle. Riuscì a deglutire dopo due tentativi. Poi, come in una scena al rallentatore, vidi nell'angolo interno del suo occhio sinistro una goccia, una sola, che si formava, che cresceva, che si staccava percorrendo lentamente tutto il viso, fino a spegnersi sul bordo della mascella. Anch'io feci fatica a deglutire.

Per un tempo indefinibile nessuno dei due parlò. Poi mi resi conto che avevo solo una cosa da dire, che avesse senso.

«Sei rimasto solo e pensi che ora è veramente finita. Lo so. Probabilmente hai anche ragione».

Gli occhi di Abdou, che erano rimasti fissi sul soffitto, ruotarono lentamente verso di me. Anche il capo si mosse, anche se di poco. Avevo la sua attenzione.

Ripresi a parlare e la mia voce era stranamente calma.

«Infatti, per come la vedo io, hai una sola possibilità, che è anche piuttosto debole. E la decisione può essere solo tua».

Lui mi guardava, adesso, ed io sapevo di avere il controllo.

«Se hai voglia di batterti per quella possibilità, dimmelo».

«Che possibilità?».

«Non facciamo il rito abbreviato. Facciamo il processo davanti alla corte di assise e cerchiamo di vincerlo, cioè di farti assolvere. Le possibilità sono pochissime e ti confermo quello che ho detto l'altra volta. Il mio consiglio è sempre quello di scegliere il giudizio abbreviato. Ma la decisione è tua. Se non vuoi fare il giudizio abbreviato io ti difenderò in corte di assise».

«Non ho i soldi».

«Fanculo i soldi. Se riesco a farti assolvere, il che è improbabile, troverai il modo di pagarmi. Se ti condannano avrai problemi più seri dei debiti con me».

Lui distolse lo sguardo, che mi aveva tenuto fisso addosso, mentre parlavo.

Tornò a guardare il soffitto, ma in modo diverso adesso. Ebbi anche l'impressione dell'ombra di un sorriso, amaro, sulle sue labbra. Alla fine parlò, sempre senza guardarmi ma con voce ferma.

«Sei intelligente, avvocato. Io ho sempre pensato di essere più intelligente degli altri. Questo non è una fortuna, ma è difficile capirlo. Se pensi di essere più intelligente degli altri non capisci molte cose, fino a quando non ti cadono addosso. Allora è tardi».

Fece il gesto di sollevare il braccio destro, ma era bloccato dalla cinghia. Io ebbi l'impulso di chiedergli se voleva essere liberato, ma non dissi nulla. Lui riprese a parlare.

«Oggi mi sembra che tu sei più intelligente di me. Io pensavo di essere morto e adesso, dopo che hai parlato, penso che mi sbagliavo. Hai fatto una cosa che non capisco».

Fece una pausa e respirò a fondo, con il naso, come per raccogliere tutte le forze.

«Voglio che facciamo il processo. Per essere assolto».

Sentii un brivido che partiva dalla sommità della testa e si spargeva per tutta la schiena. Volevo dire qualcosa, ma sapevo che qualsiasi cosa sarebbe stata sbagliata.

«OK» feci allora «ci vediamo presto».

Lui serrò di nuovo le mascelle e fece sì con la testa, senza distogliere lo sguardo dal soffitto.

Quando ritornai alla mia macchina trovai sul parabrezza il foglietto bianco della multa per divieto di sosta.



Due settimane dopo ci fu l'udienza preliminare.

La Carenza arrivò in ritardo, come al solito. Io aspettavo fuori dall'aula di udienza, chiacchierando con qualche collega e con i giornalisti che erano lì proprio per il mio processo. Cervellati invece non c'era. A lui non piaceva aspettare il giudice davanti all'aula, mischiato agli avvocati. Allora faceva dire dal suo segretario al cancelliere del giudice che lo chiamassero quando l'udienza stava per cominciare.

La Carenza entrò in aula seguita dal cancelliere e da un commesso che spingeva un carrello carico di faldoni. Entrai anch'io, mi sedetti al mio posto, sul banco di destra per chi sta di fronte al giudice e aprii le mie carte, così, tanto per fare qualcosa e calmare il nervosismo.

Qualche istante dopo mi accorsi che era in aula anche il mio collega Cotugno, che doveva costituirsi parte civile per i genitori del bambino. Era un avvocato anziano, un po' trombone, sordo e con un alito micidiale. Le conversazioni con Cotugno erano surreali. Lui, avendo l'udito che non funzionava, tendeva ad avvicinarsi. Il suo interlocutore, che normalmente aveva l'olfatto che funzionava, tendeva invece ad arretrare. Fino a quando l'ambiente e la buona educazione glielo consentivano. Poi doveva subire.

Così quando vidi Cotugno seduto sul banco del pubblico ministero, come d'abitudine per gli avvocati di parte civile, misi in atto una complessa strategia per evitare il suo alito. Mi alzai a metà appoggiandomi sul mio banco, allungai il braccio per la massima estensione possibile e gli diedi la mano stando in equilibrio precario. Chiaramente incompatibile con ogni conversazione.

Poi tornai a sedermi.

Il giudice disse al cancelliere di chiamare gli agenti di custodia nelle camere di sicurezza, perché portassero il detenuto.

In quel momento Cervellati si materializzò alla mia sinistra. Aveva un abito grigio su mocassini marroni senza lacci e con nappine. Mi chiese cosa intendessi fare con quel processo.

Mentii. Il mio cliente, dissi, aveva voluto pensarci su fino all'ultimo momento e quindi io stesso avrei saputo solo quella mattina se avremmo chiesto il giudizio abbreviato o no.

Cervellati mi guardò, sembrò sul punto di dire qualcosa, poi scosse la testa e si sedette al suo posto. Non mi aveva creduto, e non aveva un'aria amichevole.

Due minuti dopo, da una porta laterale, circondato da quattro agenti di custodia, le manette ai polsi, entrò Abdou. Indossava pantaloni di tela kaki e una camicia bianca; sul braccio portava una giacca o un giubbotto. Aveva un'aria pulita. Era ben rasato e la sua camicia sembrava stirata quella mattina stessa.

«Signor giudice, posso scambiare due parole con il mio cliente, prima di cominciare l'udienza?».

«Prego avvocato. Per piacere, toglietegli le manette».

Il più anziano degli agenti di custodia tirò fuori una chiave e liberò le mani di Abdou. Gli arrivai vicino mentre si massaggiava i polsi. Parlai sottovoce.

«Allora Abdou, se hai cambiato idea siamo ancora in tempo. Per poco, ma siamo ancora in tempo».

Lui fece no con il capo. Io rimasi un attimo a guardarlo, e lui guardò me. Poi tornai al mio posto sentendo le pulsazioni accelerare il ritmo e la paura che arrivava, come un'ondata.

Le formalità di apertura dell'udienza furono sbrigate in fretta e poi arrivammo al momento.

«Ci sono richieste di riti alternativi?», fece la Carenza.

Mi alzai abbottonando la giacca. Lanciai ancora uno sguardo dalla parte di Abdou.

«Signor giudice, con il mio cliente abbiamo vagliato a lungo l'eventuale opportunità di richiedere il giudizio abbreviato ma alla fine abbiamo ritenuto insieme che si tratti di un processo da sottoporre al vaglio del dibattimento. E dunque, no, non ci sono richieste di riti alternativi».

Mi sedetti senza guardare Cervellati.

Il giudice invitò allora le parti a formulare le loro conclusioni.

Cervellati parlò brevemente. Il processo era denso di prove a carico dell'imputato Thiam Abdou. Erano prove che avrebbero condotto certamente ad una affermazione di penale responsabilità, all'esito del dibattimento, per tutte le ipotesi delittuose, le gravissime, odiose ipotesi delittuose, contestate nei capi di imputazione. L'udienza preliminare non poteva che concludersi con il rinvio a giudizio dell'imputato dinanzi alla corte di assise, per rispondere di sequestro di persona e omicidio volontario. Era solo necessario integrare l'imputazione contenuta nel capo B. Ai sensi dell'art. 423 del codice di procedura penale il pubblico ministero intendeva modificare l'imputazione di omicidio. Da omicidio semplice ad omicidio aggravato.

Cervellati dettò a verbale la nuova imputazione.

Era stato di parola. Adesso il mio cliente aveva una accusa che, in caso di condanna, lo avrebbe portato direttamente all'ergastolo.

Il giudice mi chiese se intendessi chiedere un termine a difesa. Era un gesto di cortesia, non era tenuta a farlo. Ringraziai e dissi che no, non intendevamo chiedere termini.

Toccò allora a Cotugno che fu ancora più breve di Cervellati. Si associò alle richieste del pubblico ministero e chiese anche lui il rinvio a giudizio.

Io avevo poco da dire, perché in un processo come quello non c'era, ovviamente, alcuna possibilità di un proscioglimento in udienza preliminare.

E allora, semplicemente, dissi che non avevamo osservazioni sulla richiesta di rinvio a giudizio.

Poi il giudice pronunciò il decreto.

Il dibattimento nei confronti di Thiam Abdou, nato a Dakar, Senegal, il 4 marzo 1968 per le imputazioni di sequestro di persona e omicidio aggravato era fissato al 12 giugno, dinanzi alla corte di assise di Bari.