Parte prima

 

 

UOMINI SOLI

 

 

Il sole di quella mattina di maggio doveva ancora raggiungere il fondo della valle. La brina ricopriva l'erba, inumidiva i rami secchi, bagnava la carne.

Il cadavere era prono, disteso in un fosso, coperto da frasche gettate sopra per confonderlo alla vista.

Il commissario Andrea Valente scese ancora di due passi. Arrivò di fianco a uno degli agenti in tuta bianca che stava liberando il corpo dai rami.

Da lì poteva osservare con più chiarezza la figura femminile: la gonna di jeans sollevata, gli slip celesti abbassati alle caviglie, gli evidenti segni di escoriazione profonda intorno all'ano. Lungo il collo c'erano delle larghe ecchimosi, una guancia era poggiata sull'erba. Il viso violaceo era comunque riconoscibile.

Il commissario Valente, un decennio in forza alla squadra mobile, sezione omicidi, non sarebbe stato in grado di ricordare quante volte aveva dovuto assistere a scene come quella. L'abitudine è una patina in grado di rivestire anche le esperienze più estreme, relegandole nel novero della normalità. Era questo tratto dell'adattabilità umana a rendere esercitabili professioni come la sua.

Ma questa volta era diverso, il diaframma che separava l'uomo dal poliziotto era venuto meno.

Andrea aveva lasciato due passi indietro il commissario Valente, era uscito allo scoperto, ed era stato investito dall'angoscia.

 

 

* * *

 

 

Il cielo notturno era otturato da una coltre violacea che nascondeva le stelle. Il drappo di nubi venne acceso da un lampo ramificato come un nervo, che unì il cielo alla terra, rendendoli un corpo solo. Quel bagliore mostrò, solo per un istante, il profilo dell'Appennino all'orizzonte.

La pioggia batteva obliqua sull'asfalto, ticchettava sui lunotti delle utilitarie parcheggiate in strada, s'infrangeva sui vetri degli appartamenti che proteggevano gli abitanti di quell'estremo lembo di Roma dalle intemperie.

Andrea era seduto sul divano in microfibra del piccolo salone, davanti a sé vedeva scorrere le immagini di una serie tv americana. Dalla finestra alle sue spalle la luce di una folgore accese i colori dei dipinti appesi alle pareti. Al fragoroso tuono che ne seguì, tanto forte da far tremare le imposte, rispose un gridolino isterico proveniente dalla stanza da bagno. Un sorriso beffardo si aprì sul volto di Andrea: sua suocera aveva una paura fottuta dei temporali! Mise in pausa il dvd per origliare. Ascoltò la voce roca di Iolanda rincuorare il piccolo Lorenzo.

«Non devi aver paura di nulla amore mio, c'è la tua nonna qui che ti protegge».

In realtà era lei quella ad aver bisogno di essere rassicurata mentre, immaginò Andrea, si stringeva il bambino al petto.

Fu quando afferrò il telecomando, per permettere a Walter White di riprendere il discorso interrotto dalla pausa, che si accorse di ciò che gli stava succedendo.

Il mignolo della mano destra aveva iniziato a muoversi ritmicamente, quasi tenesse il tempo. Un tempo a cui si accodarono in ordine sparso le altre dita. Andrea osservava atterrito l'arto che teneva a mezz'aria, a venti centimetri dal naso, mentre il tremito contagiava anche l'avambraccio e il gomito. Quando il movimento arrivò a coinvolgere la spalla gli parve di vedere negli occhi Jackson il serpente, il male che si era impadronito del lato destro del suo corpo.

«Papà?!».

Andrea si voltò e vide, illuminato dal riverbero del televisore, suo figlio Lorenzo: un ragazzino di cinque anni biondo come il bambinello del presepe, che lo fissava intimorito.

Nella penombra Lorenzo intuiva la figura di suo padre agitarsi convulsa sopra il divano in fondo alla stanza. Allungò d'istinto la mano verso l'interruttore, accese la luce nel salone, più per rassicurarsi che per il desiderio di vederci meglio, il buio gli faceva paura.

Quando il cono luminoso dei faretti lo investì, Andrea attinse a tutte le proprie energie per trasformare la maschera di terrore che indossava in un ghigno che tentò di essere buffo. Impose al lato sinistro del suo corpo di imitare quello destro, come se seguisse i movimenti di un altro uomo, nel tentativo di ripeterli. Nel mezzo, tra lui e il serpente, ci mise una linguaccia. Dentro, tra lui e il serpente, si sentiva morire.

Sotto gli occhi di Lorenzo andava in scena uno spettacolo grottesco.

Andrea notò guizzare un divertito sollievo nei grandi occhi marroni di suo figlio, mentre Iolanda lo portava via con sé. «Lascia stare papà, ha sempre voglia di fare il pagliaccio, è ora di andare a letto».

Lorenzo la seguì, il boato di un tuono li scortò verso la cameretta. Andrea fece in tempo a veder sobbalzare sua suocera dallo spavento, prima di scomparire nel disimpegno. Poi interruppe lo spettacolo e si abbandonò all'epilessia, esausto.

Andrea si trovò a fissare prima il volto immobile di Walter White, poi alzò lo sguardo sul quadro appeso sopra la tv. Lo avevano comprato insieme, lui e Alice, quando erano ancora fidanzati, di ritorno dal loro viaggio in Brasile, certi che nella nuova casa avrebbero trovato un posto adeguato dove appenderlo.

Il quadro astratto, con predominanza di tinte blu e gialle, rappresentava delle montagne sullo sfondo e, in primo piano, una valle, al centro della quale s'incamminavano due persone stilizzate che si tenevano per mano.

Questo era quello che lui e Alice avevano sempre visto in quel dipinto, il motivo per cui lo avevano scelto.

Ora ad Andrea le montagne blu sullo sfondo apparivano come le onde minacciose di un mare in tempesta; le macchie al centro non due, ma una persona sola; le stilettate di colore non un effetto di movimento ma tagli, ferite; quella in cui s'incamminava lo sventurato in cerca di un rifugio non una valle, ma un torrido deserto.

“La bellezza sta negli occhi di chi guarda”, pensò Andrea prima di chiudere i suoi di occhi, per lui la luce era più spaventosa del buio.

 

 

Il commissario Andrea Valente, come tutte le mattine da un anno a quella parte, percorreva a rilento la SS5 in direzione est. Per lasciarsi Roma alle spalle doveva sopravvivere al traffico della Tiburtina Valley, come era stato soprannominato quel tratto della statale nei pressi del Grande raccordo anulare, per via delle numerose industrie che vi erano sorte durante il boom economico. Molte ormai avevano chiuso i battenti e versavano in stato di abbandono, resti fatiscenti capaci solo di abbrutire il già decadente paesaggio urbano. Oltre ai ruderi industriali, tra una bifamiliare in costruzione, gli uffici vuoti di una multinazionale occupati da famiglie di senzatetto e una rotonda provvisoria quanto i perenni lavori per l'ampliamento della consolare, s'insinuavano con sempre maggiore frequenza edifici pieni di luci e colori. Avevano nomi esotici e forme che si rifacevano in modo grossolano all'architettura orientale. Cattedrali del gioco d'azzardo legalizzato spuntate come l'erba cattiva nel degrado circostante, quasi fossero l'unica forma di vita capace di proliferare in quel periodo di crisi. Forse più che Tiburtina Valley qualcuno avrebbe dovuto ribattezzare quella zona Las Tiburtinas, pensò il commissario.

Al bivio per la frazione di Villalba abbandonò la statale per immettersi in una strada secondaria, battuta senza soluzione di continuità da camion appesantiti dal trasporto di enormi blocchi di travertino.

La palazzina che ospitava il posto di polizia di Villalba era di un vago rosa salmone. Da un lato confinava con il raffazzonato campo di calcetto dell'oratorio: poco più di un rettangolo di pozzolana con due porte di ferro arrugginite; dall'altro c'era una carrozzeria con le serrande chiazzate come il pelo di un gatto randagio. Di fronte, oltre la strada, si apriva l'immenso cratere di una delle cave di travertino della zona, con quel bianco abbacinante e la polvere finissima che si posava ovunque. Quella polvere che Valente respirava ogni giorno, insieme al nauseante odore di uova marce delle acque sulfuree proveniente dalla vicina località termale. Dal suo ufficio al secondo piano, spingendo lo sguardo più in là, oltre le cave, in cima alla collina, vedeva Tivoli. Dalle mura della città fuoriusciva il getto d'acqua della cascata generata dal fiume Aniene, sembrava gli stesse pisciando in faccia.

Andrea abbandonò la finestra e tornò a sedere dietro la scrivania. Tuffò di nuovo lo sguardo sullo stato di servizio dell'uomo che di lì a pochi minuti avrebbe bussato alla sua porta: l'ispettore Marco Alfieri. Dopo un anno trascorso a organico ridotto e mesi di lotte in carta bollata, il ministero degli Interni si era deciso a fornirgli un ispettore con funzioni da vicecommissario. Il curriculum che aveva tra le mani parlava chiaro: aveva vinto un raccomandato. L'ispettore era figlio nientepopodimeno che di Donato Alfieri, congedatosi dal servizio col grado di vicecapo della polizia. A giudicare dalle carte il figlio sembrava essere meno incline del padre all'attività investigativa: anni di militanza imboscato nel commissariato di piazza Bologna, seguiti da una breve esperienza nella polizia stradale. Non un arresto, non un'indagine degna di questo nome. Poi c'era stato il fattaccio: l'omicidio per legittima difesa di un imprenditore romano, tale Gabriele Gagliardi, suo amico. L'uccisione era arrivata al culmine di una lite, scatenatasi dopo che l'ispettore era venuto a conoscenza della relazione clandestina tra l'amico e sua sorella Fabiana, sposata e con un figlio, tragicamente morta pochi giorni prima in seguito a un incidente stradale. Una gran brutta storia, da qualsiasi punto la si volesse vedere. Dopo la morte di Gagliardi, Marco Alfieri aveva preso un lungo periodo di aspettativa, che si era concluso proprio in quei giorni, e ora avrebbe ripreso servizio lì, alle sue dipendenze.

Il commissario Valente fece scorrere le dita lungo la fronte, fino a toccare la cicatrice subito sotto l'attaccatura del cuoio capelluto, quasi volesse sincerarsi che fosse ancora lì. Non riusciva a capire.

Perché uno che avrebbe potuto scegliere qualsiasi commissariato d'Italia si faceva trasferire in quel buco di culo nel mezzo della valle dell'Aniene?

 

 

Il chiassoso vociare dei bambini che giungeva da fuori si stava affievolendo. Marco non dovette controllare l'ora per capire che erano in ritardo, la scuola elementare Maria Montessori era dall'altra parte della strada. L'ispettore Alfieri stava piantonando suo nipote affinché facesse colazione. Valerio piluccava indolente i cereali dalla scatola, la tazza era ancora piena di latte. Non aveva nessuna voglia di andare a scuola, come tutte le mattine del resto. Le attenuanti non gli mancavano, Marco le conosceva tutte, pur sforzandosi di non concedergliene nessuna. Gli si accovacciò di fianco.

«Principe delle tenebre, è tardi, non vorrai mica farmi raccontare di nuovo al bidello che siamo rimasti imbottigliati nel traffico?».

Valerio sollevò lo sguardo, Marco incontrò i suoi grandi occhi verdi, come quelli di Fabiana.

«Guarda che se quello scopre che abitiamo qui di fronte mi tocca farlo arrestare».

Era riuscito a strappare un sorriso da quel volto emaciato da cui la prematura scomparsa della mamma aveva cancellato troppo presto la serenità.

Anche il cambio di città e scuola non erano stati d'aiuto. L'occasione si era presentata a settembre, quando a Sergio, il papà di Valerio, eterno precario del sistema scolastico, era stato finalmente assegnato un incarico di ruolo al liceo classico Amedeo di Savoia di Tivoli. Ne avevano discusso molto Marco e Sergio, vagliando i pro e i contro, e alla fine si erano convinti che la cosa migliore sarebbe stata cogliere l'opportunità per allontanarsi. Vivere in quella casa era diventato troppo doloroso dopo la morte di Fabiana, soprattutto per Valerio. Tivoli distava solo venti chilometri dalla capitale, abbastanza per tenere lontani i ricordi. Anche Marco aveva venduto il suo attico nel quartiere africano e contribuito all'acquisto di quella bifamiliare a Villa Adriana, frazione residenziale ai piedi della città. Ce la mettevano tutta padre e zio per ricreare una nuova serenità, per Valerio, ma anche per loro stessi.

Erano coscienti che il primo periodo sarebbe stato il più duro: a nove anni lasciare gli amici, iniziare la quarta elementare in una nuova scuola, con nuovi compagni, nuovi insegnanti, in una nuova città. Ormai però erano passati mesi, e di miglioramenti nell'umore del bambino non se ne vedevano, tanto che Marco s'interrogava spesso se avessero preso la decisione giusta.

Così anche quella mattina, dopo l'agonia della colazione, Marco si era attardato oltre il dovuto per convincere Valerio a finire di prepararsi.

Arrivarono a scuola quando l'ultima campanella era già suonata da un pezzo. Nando aprì il cancello con l'abituale espressione di disappunto. L'ispettore e il bidello misero in scena così la consueta sceneggiata a uso e consumo di Valerio. L'idea era stata di Sergio, sperava che vedere padre e zio quotidianamente rimproverati da quell'energumeno spingesse il bambino a essere più collaborativo. A Marco era sorto il sospetto che lo stratagemma avesse sortito l'effetto opposto, e che quel teatrino fosse uno dei pochi momenti di svago della giornata di Valerio.

Mentre saliva in auto l'ispettore guardò l'orario sul cruscotto.

«Cazzo!».

Era più tardi di quanto immaginasse.

 

 

Andrea Valente considerava il ritardo una sfacciata forma di maleducazione, oltre che la peggiore peculiarità dei suoi concittadini.

Il nuovo sottoposto, da buon romano, ne stava già accumulando uno considerevole. Ogni giro di lancette aumentava l'acredine del commissario, caricandolo come una molla.

Doveva calmarsi.

C'era stato un tempo in cui Valente amava gestire le proprie controversie con tatto e diplomazia. Per questa sua attitudine si era spesso accusato di essere sin troppo morbido, persino pavido. Poi la sua vita era cambiata. D'improvviso nelle situazioni conflittuali era divenuto aggressivo e intransigente. Aveva scoperto così, sulla sua pelle, che la predisposizione al dialogo che lo aveva animato in passato era stato un sintomo di forza, non certo di vigliaccheria.

I quarantacinque minuti che trascorsero tra l'ora del loro appuntamento e l'attimo in cui vide fare capolino dalla porta il generoso naso dell'ispettore Alfieri Andrea li usò per ricordare a se stesso quella verità.

«Ispettore Alfieri mi considero un uomo schietto, quindi ti dirò subito come la penso, a scanso di equivoci. Per quanto mi riguarda puoi essere anche l'amante del ministro degli Interni, questo non ti autorizza in nessun modo a mancarmi di rispetto. Se sei venuto qui pensando di fare i porci comodi tuoi hai sbagliato indirizzo». Aveva ancora parecchio lavoro da fare al riguardo.

 

 

La prima cosa che aveva notato Marco fu quell'insolito taglio di capelli, una lunga frangetta castana con la riga da una parte. Sembrava che avessero catapultato il commissario dietro quella scrivania da un telefilm americano degli anni Ottanta. Poi si accorse che sotto il ciuffo la faccia torva lo stava squadrando in modo poco amichevole. Non fece in tempo a scusarsi che il nuovo superiore già gli aveva dato del raccomandato. Marco sapeva di essere in errore, ma sentirsi ancora una volta considerato come figlio di suo padre, e non come Marco Alfieri, era una cosa che non riusciva più a sopportare. Aveva impiegato quarant'anni a emanciparsi dall'ingombrante figura paterna, e quello era un punto su cui non concedeva deroghe, a nessuno.

Quel presuntuoso seduto dietro la scrivania aveva la pretesa di aver capito tutto di lui, gli erano bastate le quattro righe del suo curriculum e venti minuti di ritardo. Avrebbe potuto spiegargli che il suo comportamento era mosso da ben altre motivazioni che non quella di sentirsi un privilegiato al di sopra delle regole. Invece fu già tanto se non lo mandò a fare in culo.

«Scusi il ritardo commissario. La rassicuro, il ministro non è il mio tipo. Se vuole indicarmi il mio ufficio».

Erano passati due minuti e quarantatré secondi, record olimpico: Andrea Valente e Marco Alfieri già si detestavano.

 

 

Giulio Begucci irruppe nel posto di polizia di Villalba mulinando le mani in aria.

«Dovete aiutarmi».

Al secondo “dica?” caduto nel vuoto l'agente De Angelis sbuffò: «Ma tutti a me?». Uscì dalla guardiola per attirare l'attenzione dell'uomo.

«Me l'hanno portata via».

De Angelis gli arrivava a mala pena allo sterno, ma quasi gli piantò il volto ruvido nel petto per farlo accorgere della sua presenza.

«C'avemo da fa, ci vogliamo calmare o no?!».

Begucci si decise a scendere con lo sguardo.

«Me l'hanno portata via».

«Guarda che se sta' a fa' 'sto teatrino perché t'hanno caricato la machina…».

Begucci nemmeno lo ascoltava, spostò di nuovo lo sguardo alle spalle dell'agente.

«Deve esserle successo qualcosa».

De Angelis non era un fine conoscitore della natura umana, ma ne aveva viste abbastanza in venti anni di servizio per capire che a quell'invasato o era accaduto qualcosa di grave o c'era da chiamare la neuro. Ad ogni modo decise che non era affar suo.

Intimò a Begucci di non muoversi di lì.

Bussò alla porta dell'ultimo arrivato, l'ispettore che aveva sfacciatamente parcheggiato l'Audi A3 full optional di fianco al suo motorino. Che se li guadagnasse i soldi in più che prendeva a fine mese quel figlio di papà.

«Ispetto', di là c'è uno che chiede de te».

 

 

Begucci era stato fatto accomodare. Alfieri aveva dovuto insistere non poco per farlo sedere, e anche ora che aveva messo il culo sulla sedia sembrava tarantolato. Marco osservò quell'uomo alto e dinoccolato, con la barba fintamente incolta e gli occhi piccoli. Cercò di capire, non senza difficoltà, cosa gli fosse accaduto.

«Noi eravamo lì».

«Lì dove?».

«Lì con i bambini, le mie creature, le nostre creature, due gemelli».

«Sì, ma lì dove?».

«E lei mi fa, ho lasciato il cellulare in macchina, se mi cerca mia madre e non mi trova è capace di chiamare i carabinieri».

«Ma dove eravate?».

«Lì al prato, e lei si alza e va a prendere il cellulare in macchina, perché la madre è così, quella vi chiamava veramente».

«Ok, sul dove ci torneremo dopo, quando è successo?».

«E che saranno state, i bambini dovevano ancora fare la poppata, li allatta lei, non si sarebbe mai allontanata per così tanto».

«Begucci, ma lo capisce l'italiano? Quando è successo?!».

«Che le devo dire, le dieci, dieci e venti».

«Di ieri?».

«Come di ieri? Già sarei morto, di questa mattina».

Marco mise su un'espressione sollevata e scocciata al tempo stesso. Informò l'uomo che non era il caso di allarmarsi tanto per un'assenza di nemmeno un'ora. Lo invitò ad aspettare sua moglie a casa, che magari aveva solo avuto bisogno di stare un po' per conto suo.

Begucci non la prese bene. Uscì dall'ufficio piagnucolando che non potevano lasciarlo solo, che dovevano aiutarlo, perché…

«…lei è scomparsa!».

Gridò quelle parole proprio mentre, richiamato dal frastuono, il commissario Valente si era affacciato nel corridoio.

«Chi è scomparsa?».

 

 

Valente aveva invitato Begucci a seguirlo nel suo ufficio, contraddicendo platealmente l'operato del suo nuovo sottoposto e fomentando così un'antipatia che già prometteva benissimo.

L'uomo ripeté nel suo modo caotico l'accaduto anche al commissario, che ne estrapolò a fatica un sunto: la moglie, che rispondeva al nome di Margherita Lazzerini, era scomparsa quella mattina mentre si trovava in un prato insieme a lui e ai loro due gemelli.

Andrea conosceva sin troppo bene l'angoscia di quei momenti, quando di colpo ci si ritrova soli a dover rendere conto di quell'improvvisa assenza anche a una creatura indifesa. Ricordava lo stillicidio delle prime ore, quando aveva rischiato d'impazzire, consumato dal dubbio di cosa fosse potuto capitare ad Alice.

Lo stesso inarrestabile turbine di paure che dovevano albergare nell'animo di quel povero cristo, e che sembrava impedirgli persino di mettere due parole in croce. Lo capiva bene Andrea, sperava che a lui andasse meglio, a lui e ai suoi bambini. Magari si trattava solo di un allontanamento da stress, un semplice bisogno di evasione.

«Giulio, mi ascolti».

Lo afferrò per le spalle e lo costrinse a interrompere il moto perpetuo. Gli rivolse uno sguardo comprensivo. Riprese a parlare solo quando gli occhi di Begucci si fermarono sui suoi.

«Vista la situazione, anche se è trascorso poco tempo, darò subito inizio alle ricerche, seppure in modo soft. Non vogliamo spaventare inutilmente nessuno, giusto?».

«Ma…».

«Nessun ma, lei deve fare come dico io se vuole che l'aiuti».

Andrea lasciò le mani di Giulio e tornò a sedersi dietro la scrivania.

«Ora vada a casa dai suoi bambini, appena avremo novità le faremo sapere, e lei farà lo stesso con noi. È tutto chiaro Giulio?».

Begucci annuì.

«Se per domattina Margherita non dovesse aver dato notizie di sé vedremo il da farsi, ma sono convinto che non ce ne sarà bisogno».

 

 

Andrea rientrò a casa. Un pesante odore di cavolfiore infestava il salone dove Lorenzo stava giocando con il suo serpente di gomma preferito. Appena lo vide entrare il bambino scappò via portando con sé il rettile. Era il suo modo di accoglierlo, voleva farsi cercare.

Prima di dare inizio alla caccia Andrea rimbrottò sua suocera: quante volte le aveva detto di non cucinare cose che appestavano tutta casa? E se proprio doveva farlo che almeno aprisse la finestra.

La donna lo squadrò in tralice, poi sfrecciò a testa bassa verso la porta d'ingresso. La aprì e indicò lo zerbino.

«Il bambino ci gioca qui, vogliamo continuare a fargli respirare questa porcheria? O pensi che io debba seguirti con lo straccio passo passo?» disse.

Andrea guardò a terra, anche se sapeva già cosa vi avrebbe trovato: le impronte delle sue scarpe. Una patina bianca gli si era appiccicata sotto le suole, quella maledetta polvere di travertino che lo inseguiva come i suoi cattivi pensieri.

 

 

Da quando padre e figlio erano rimasti soli Iolanda, ormai vedova da qualche anno e con Lorenzo come unico nipote, si era offerta di andare a vivere con loro, per certi versi di prendere il posto di Alice. Andrea, malvolentieri, aveva accettato. Il suo lavoro lo teneva spesso lontano da casa, e qualsiasi aiuto fosse in grado di colmare, seppure in parte, il vuoto lasciato nella vita di Lorenzo dalla scomparsa della mamma era un aiuto gradito, persino quello di sua suocera.

«Papà!?».

Era la voce di Lorenzo che lo richiamava all'ordine.

Andrea si avviò a grandi passi verso la cameretta.

Spalancò la porta.

Individuò la preda.

Lo ghermì da sotto i cuscini che aveva scelto come nascondiglio, lo portò alle fauci, iniziò a mordicchiargli l'addome.

Una risata crassa, viscerale, che quasi toglieva il respiro a Lorenzo mentre gridava basta gli riempì l'anima.

 

 

Era giunta la notte, e con essa il silenzio. Lorenzo dormiva e Iolanda stava rassettando la cucina prima di andare a letto anche lei.

Il commissario stava seduto nella sua tana, uno studio stretto e lungo, pieno di libri e dvd. Aprì la cassettiera sotto la scrivania, ne estrasse una cartellina. Conteneva una moltitudine di pezzetti di carta strappati, con sopra frammenti di una grafia indecisa, e dei portadocumenti trasparenti. Dentro ciascuno c'era un foglio parzialmente ricomposto, dei puzzle fatti di tanti piccoli pezzi di carta incollati con cura certosina. Alcuni fogli erano stati ricostruiti quasi per intero, altri erano solo all'inizio. Erano tutte lettere scritte dalla stessa mano. O meglio, la stessa lettera che la medesima mano aveva provato e riprovato a scrivere. Certi tentativi s'interrompevano dopo una riga, altri risultavano più lunghi. Con quelle parole incerte Alice aveva provato a spiegarsi. A giudicare dalla fine che avevano fatto le pagine non era mai riuscita a esprimere ciò che voleva dire.

Andrea pescava nelle centinaia di piccoli pezzi ancora da collocare. Ne stringeva uno tra le pinzette di metallo, analizzava le poche lettere che conteneva, cercava la giusta collocazione tra i fogli davanti a sé, nel disperato tentativo di trovare risposta alla domanda che lo assillava: Alice, cosa volevi dirmi?

 

 

Appena entrato nel posto di polizia Valente fu intercettato dall'agente De Angelis.

«Dotto', c'è quello strano che è du' ore che l'aspetta».

L'agente emanava un odore di acqua di colonia dozzinale misto a fumo.

«Domenico, chi sarebbe quello strano?».

«Quello che gli è scappata la moglie».

«E non l'ha ascoltato nessuno ancora? Che facciamo, se mi prendo un'influenza io si ferma la questura?».

Il commissario lo disse spostando lo sguardo dall'agente e dirigendolo verso l'ispettore Alfieri che stava prendendo un caffè.

Marco afferrò il bicchierino dal distributore. Rispose con un'espressione naïf così affettata da risultare irritante.

«Non avevo idea di come foste rimasti ieri, e nel dubbio ho preferito aspettarti».

«Vieni con me, così stavolta senti cosa ci diciamo».

Trovarono Begucci in piedi davanti all'ufficio.

Ad Andrea bastò guardarlo in faccia per capire che non era andato lì per dirgli che Margherita era tornata a casa.

 

 

Begucci venne fatto accomodare sui sedili posteriori dell'auto di servizio, Andrea fece cenno all'ispettore di mettersi alla guida. Valente aveva deciso di farsi accompagnare sul luogo dove la donna era stata vista per l'ultima volta.

Durante il tragitto, con le solite difficoltà dovute al modo confusionario che aveva Giulio di rispondere anche ai più elementari quesiti, il commissario tentò di farsi un'idea più precisa di chi fosse quell'uomo e della sua situazione familiare. Ne venne fuori che Begucci aveva una villa in collina, fuori Tivoli, non lontano da dove li stava conducendo ora. Si definì un imprenditore di successo, gestiva un locale, La Lambada, di cui Andrea aveva sentito parlare. I rapporti con sua moglie, affermava, erano idilliaci, come quelli di lei con i bambini. Insomma, una famiglia perfetta.

Il tratto di provinciale dove li fece accostare mostrava sul lato sinistro una schiera di colline ricoperte da una fitta boscaglia, sull'altro lato invece si apriva un verde territorio pianeggiante. Erano sul fondo della valle.

Begucci gli indicò un prato alla loro destra: un fazzoletto di erba tra due campi coltivati, raggiungibile grazie a una mulattiera in discesa. Giulio s'incamminò sul sentiero seguito dai due poliziotti e mostrò loro il punto preciso dove avevano steso il plaid per il picnic. Sua moglie si era allontanata da lì per andare a prendere il cellulare che aveva dimenticato in macchina.

«Dov'era parcheggiata l'auto?».

Il commissario lo chiese mentre notò spuntare dall'erba le bacche rosse di un gigaro, o pan delle vipere, come suo suocero chiamava quella pianta. Il papà di Alice gli aveva spiegato che le vipere andavano ghiotte di quei frutti. Erano passati molti anni da allora, e nel frattempo Andrea aveva avuto modo di farsi una discreta cultura sui serpenti, assecondando la passione di Lorenzo per i rettili. Aveva scoperto così che erano animali carnivori. Per la prima volta s'interrogò sul perché suo suocero avesse voluto raccontargli una simile fandonia, a volte non è facile capire cosa spinga un uomo a mentire. Sempre che suo suocero, persona semplice, non fosse stato il primo a credere a ciò che gli diceva.

«La macchina la lasciamo sempre parcheggiata su».

«Su?». Andrea aveva abbandonato il pan di vipera per tornare a concentrarsi sulla scena della scomparsa.

«Sul bordo della strada, che su questi sassi rischio di lasciarci una sospensione».

«Siete scesi a piedi?».

«Col passeggino».

E quindi, pur di non graffiare la sua preziosa Mercedes, Begucci imponeva alla moglie di fare la gincana col passeggino gemellare sopra quella ripida pietraia. Marco lo pensò ma lo tenne per sé.

Il commissario si massaggiò la ferita sulla fronte, analizzando la situazione da un diverso punto di vista. La considerazione che si trovò a fare non gli piacque nemmeno un po': dal prato era impossibile scorgere il punto in cui era stata parcheggiata l'auto, il sentiero in discesa curvava e gli alberi impedivano la visuale sulla provinciale. Qualsiasi cosa fosse accaduta una volta che Margherita era arrivata alla Mercedes, suo marito da lì non poteva averla vista.

«Quando è risalito la macchina era ancora lì?» chiese Alfieri, rompendo il silenzio.

«Certo, ci siamo tornati a casa».

«E il cellulare di sua moglie?».

«Pure».

«Come ha fatto a guidare se aveva dato le chiavi a lei?».

A quella domanda l'eloquio di Begucci tornò a farsi fumoso. «Lei doveva salire per prendere il telefono che altrimenti la mamma…».

«Questo ce lo ha già detto, ma come ha aperto la macchina se le chiavi le aveva lei?».

«Le chiavi io le ho prese».

«Dove la ha prese, aveva i doppioni con sé?» chiese Marco, sempre più incalzante.

«No, che doppioni, le ho prese e ho aperto, i bambini piangevano».

«Giulio, le ha trovate per terra?» si intromise il commissario.

«No, le ho prese dalla tasca».

«Quindi non le aveva date a sua moglie?».

«No, non doveva mettere in moto, doveva prendere solo il telefono».

«Ci sta dicendo che lei aveva lasciato la macchina aperta?».

«Sì, con i bambini che piangono capita di scordarsi».

Marco affidò a un'occhiata sbieca il compito di comunicare al suo superiore tutta la propria diffidenza. Il commissario finse di non coglierla.

 

 

Valente aveva chiesto a Giulio se potevano andare a fare un sopralluogo a casa sua. Begucci era rientrato nella modalità criptata e aveva provato ad affastellare delle scuse sul disordine, i bambini, l'inutilità di quella visita.

«Ma Margherita a casa non c'è, è proprio questo il problema. La andiamo a cercare nell'unico posto dove siamo sicuri di non trovarla?».

«Giulio, le ho già spiegato che se vuole che l'aiutiamo deve lasciarci fare il nostro lavoro».

«E poi non ci ha detto che la sua bella villa in collina è proprio qui vicino?» rilanciò l'ispettore.

Risalirono in auto e percorsero la provinciale. Ogni incrocio era un ginepraio di cartelli blu, su ciascuno una scritta bianca riportava il nome di uno dei tanti borghi appollaiati sopra le colline che increspavano quel territorio. Andrea li lesse tutti fino a che non lo trovò: Gerano, il paese d'origine di sua moglie, erano anni che non ci metteva piede, neppure con la memoria.

Alice aveva vissuto lì fino alla fine delle scuole superiori, poi la sua famiglia si era trasferita a Roma. Fino a quando era stato vivo suo padre i genitori avevano mantenuto entrambe le case, così era capitato che lui e Alice ci trascorressero qualche weekend, specie in estate o in occasione dell'infiorata che richiamava turisti da tutta la regione. In quelle occasioni Alice riallacciava i rapporti con un passato in cui Andrea per lei ancora non esisteva. Con le sue amiche si perdeva in interminabili discorsi sospesi tra i ricordi del tempo che fu e i racconti dei fatti salienti delle vite che non condividevano più.

Ora che Alice se n'era andata rimpiangeva persino gli interminabili pomeriggi trascorsi nella piazzetta di Gerano. Cosa non avrebbe pagato per essere lì con lei, anche solo per vederla ridere, per sentirne l'odore, per farsi sfiorare una mano.

 

 

Arrivati a destinazione venne fuori che la “villa in collina” altro non era che una casa rurale nel bel mezzo di un piccolo paese di novecento anime, a seicento metri di altitudine: Mandela. Era una di quelle abitazioni spartane, dai muri spessi e con la cantina attigua, che un tempo doveva essere stata adibita a stalla per gli animali. Era ubicata proprio sotto il campanile della piccola chiesa.

«Per essere in collina è in collina» stilettò l'ispettore rivolto al commissario. Il senso della battuta era evidente, e Valente questa volta non poté fare a meno di prenderne atto: il loro uomo era un bugiardo impenitente o, nel migliore dei casi, un individuo avvezzo a romanzare una realtà che, vista con occhi neutrali, appariva ben diversa da come lui la raccontava. La macchina parcheggiata nella piazzetta davanti al vicolo, la famosa Mercedes, ne era la riprova. L'auto era sì uscita dagli stabilimenti di Stoccarda, ma da allora erano trascorsi almeno tre lustri.

Marco, assecondando la malizia che lo contraddistingueva, aveva già fatto il successivo passaggio logico: se il metro di affidabilità dei racconti di Begucci era quello dimostrato con la casa e con l'auto, come dovevano essere i rapporti tra lui e la moglie scomparsa, che Giulio definiva idilliaci?

Andrea non arrivò a tanto, ma si dimostrò comunque interessato a comprendere meglio le dinamiche di quel nucleo familiare. Aspettò che Begucci si allontanasse per rispondere al telefono, quindi provò un approccio con l'anziana madre.

«Bestiaccia va' via!».

Il corpo spigoloso della signora Maria superò Valente e risalì con sorprendente rapidità la rampa che conduceva in cima al vicolo. Prese le scale che portavano a un appartamento al primo piano mentre un gatto schizzò via passandole tra le gambe. La donna chiuse la porta della casa inveendo contro il felino in fuga.

«Scusatela, mia moglie non sopporta che i gatti entrino in casa».

«Anche quella è casa di vostro figlio?». Il commissario, riavutosi dall'inatteso teatrino, lo chiese al padre di Begucci.

«No, lì abitiamo noi, o meglio abitavamo, da ieri ci siamo ritrasferiti qui sotto».

Alfieri colse un particolare interessante nell'affermazione dell'uomo.

«Perché dice ritrasferiti? Non è la prima volta che succede?».

Maria era scesa di nuovo nel vicolo, rispose lei all'ispettore.

«Be', noi prima abitavamo qui».

«Quindi la villa in collina è vostra?».

Marco fece un gesto ironico rivolto alle mura.

Andrea avrebbe tanto voluto tirargli un pugno alla bocca dello stomaco, quell'uomo aveva il potere di farlo uscire dai gangheri.

Venne fuori che tempo prima Giulio si era infilato in un affare che non era andato bene, e per rientrare delle perdite era stato costretto a vendere la sua casa a Tivoli. Per aiutarlo i genitori gli avevano offerto di prendere la loro, fino a che le cose non si fossero sistemate. Nel frattempo i due anziani coniugi avevano affittato quel piccolo monolocale proprio in cima al vicolo. Da allora erano passati due anni e nulla era cambiato.

E così anche l'ultima bugia sulla presunta agiatezza economica di cui Begucci si vantava, definendosi un imprenditore di successo, era stata smascherata. Giulio appariva sempre più come un povero cristo, o un povero stronzo, a seconda che lo si volesse vedere con gli occhi del commissario o con quelli dell'ispettore.

 

 

Mentre attraversavano il paese i due poliziotti incrociarono la troupe del telegiornale regionale, poi un drappello di cronisti locali.

La piccola processione aveva risvegliato la sonnolenta comunità dal proprio torpore. A chiunque si avvicinasse i giornalisti chiedevano dove potevano trovare l'abitazione della giovane mamma scomparsa.

Giunti all'auto, Andrea salì al posto di guida. Immaginò con raccapriccio che se le cose fossero volte al peggio quello non sarebbe stato che l'inizio. Se la preda si fosse rivelata succulenta sarebbero scesi gli avvoltoi a scacciare quelle quattro cornacchie.

Allontanò quell'immagine ferale.

«Interroga chiunque potrebbe aver visto Margherita nei pressi del luogo della scomparsa. Dobbiamo riuscire a ricostruire i suoi movimenti dopo che ha lasciato il marito» ordinò ad Alfieri.

«Forse sarebbe anche il caso di cercare qualche riscontro alle parole di Begucci riguardo a questo idilliaco matrimonio, non credi? Il paese è piccolo…».

«Ok, fai qualche domanda anche in questo senso, ma con discrezione».

Il commissario mise in moto.

«Stiamo indagando su un semplice caso di sparizione, non dimenticartelo».

 

 

Quella mattina Andrea prima di andare al lavoro doveva recarsi dal dottor Pellegrini, lo aveva informato per telefono della crisi epilettica che lo aveva colto tre giorni prima e il medico aveva deciso che fosse il caso di anticipare il loro appuntamento. Per raggiungere lo studio del neurologo la via più breve tagliava a metà il quartiere di San Basilio. Ad Andrea quella circostanza era sempre apparsa tanto bizzarra quanto significativa, una sorta di memento. Ogni volta che passava di fianco a quelle logore palazzine giallognole accatastate l'una sull'altra, a quel murale dipinto sul muro di cinta della chiesa dedicato a un ragazzo del quartiere assassinato, a quelle ringhiere divelte da auto andate fuori strada, la memoria lo riportava a dodici mesi prima, a quando tutto aveva avuto inizio.

 

 

Erano le quattro del mattino, l'operazione Odessa sarebbe scattata alle 4:15. Lo SCO, il Servizio centrale operativo, aveva fatto le cose in grande, coordinando le forze del commissariato di zona, della sezione antidroga e di quella omicidi della squadra mobile di Roma. Il commissario Valente apparteneva a quest'ultima, gli era stato affidato il comando dell'unità che si sarebbe occupata di prelevare dalla sua abitazione il capo di una delle due famiglie che gestivano lo spaccio nel quartiere. San Basilio negli ultimi anni era divenuto l'equivalente romano di Scampia, una zona franca per l'illegalità in cui, a qualsiasi ora del giorno e della notte, chiunque poteva trovare ogni sorta di sostanza stupefacente. Un'anomalia per Roma che il dottor Pagano, appena insediatosi alla direzione dello SCO, con l'azione di quella notte si proponeva di far cessare.

Lui e Lorenzo erano rimasti soli già da sei mesi, e da allora il sonno non donava più ad Andrea il ristoro di cui avrebbe avuto bisogno. Passava buona parte della notte a fissare il soffitto, ossessionato da domande a cui non trovava risposta. Quando riusciva ad addormentarsi era persino peggio, gli incubi lo attendevano famelici. La sua lucidità ne aveva risentito, in testa percepiva un ronzio costante che, alle 4:14, si confuse con il rumore prodotto dai rotori degli elicotteri in lontananza.

Andrea si destò dal torpore e fece segno ai tre uomini ai suoi ordini di stare pronti.

Poi fu la volta delle auto che bloccarono ogni via d'accesso al quartiere, isolandolo.

Era il momento di agire.

Il commissario diede il via all'agente che impugnava l'ariete.

La serratura cedette al secondo colpo.

Entrò in casa per primo, Beretta alla mano, seguito dagli altri.

«Questa è un'operazione di polizia».

Lo disse brandendo l'arma mentre varcava la soglia di quella che, stando alle planimetrie, doveva essere la camera da letto dell'obiettivo. Il suo stivaletto incontrò un pavimento bagnato che ne minò l'equilibrio. Nella caduta urtò con il gomito contro il lavabo, un colpo gli partì accidentalmente ferendolo di striscio al capo. Mentre era sdraiato sulle fredde mattonelle del bagno, che non avrebbe dovuto essere lì, Andrea sentì esplodere altri due colpi in rapida successione, poi delle urla, quindi il silenzio e il buio lo avvolsero.

 

 

Il commissario Valente si risvegliò qualche ora dopo in ospedale. Cercò di sapere cosa fosse accaduto, ma il personale medico fu in grado solo di dirgli che aveva riportato un leggero trauma cranico e una vasta ecchimosi lombare, per il resto godeva di ottima salute. Provò a comunicare con qualcuno dei suoi colleghi ma gli fu impedito. Fino a che, nel primo pomeriggio, non ricevette una visita.

Il dottor Pagano, capo dello SCO, mente dell'operazione Odessa, aveva voluto conferire in privato con lui. Il massimo dirigente della squadra mobile di Roma lo informò che l'azione, anche grazie al suo prezioso contributo, era stata un successo. Il pregiudicato che aveva fatto fuoco contro di lui era stato arrestato e ora si trovava piantonato due piani più in basso, per via del proiettile che lo aveva raggiunto a una spalla. Ad Andrea fu evidente, tanto dal tono quanto dal fatto che fosse Pagano in persona a raccontargli quella favola, che quella era la versione ufficiale, l'unica versione. Molto più edificante di un poliziotto che si ferisce da solo cadendo nel cesso, roba da barzellette sui carabinieri.

Avrebbe scoperto in seguito da un collega com'erano realmente andate le cose. Spaventato dal rumore dello sparo il pregiudicato aveva fatto a sua volta fuoco alla cieca verso gli agenti. Per fortuna il proiettile, complice il buio, era andato a vuoto, mentre quello esploso da un altro membro della squadra aveva centrato il malvivente alla spalla, privandolo dell'arma e permettendone l'arresto.

Il colpo nel bagno non era mai stato sparato. Andrea era stato ferito dalla vigliacca aggressione del pregiudicato, che lo aveva colpito nell'estremo tentativo di sfuggire all'arresto. Un giovane agente, a cui l'avvallo della menzogna e le indubbie doti balistiche avrebbero garantito una brillante carriera, lo aveva difeso prontamente.

«Ora la lascio riposare, Commissario Capo Valente».

Il dottor Pagano aveva calcato quelle due parole, “Commissario Capo”, abbastanza da far capire che non erano state pronunciate per errore. Tutti avevano da guadagnare da quella bugia, lui per primo, sottotitolava lo sguardo di commiato che il dirigente gli mandò aggiustandosi gli occhiali sul naso aquilino.

Il ferimento in azione, l'aver messo a repentaglio la propria vita per cause di servizio, era foriero di automatico avanzamento di grado: grazie alla sua dabbenaggine Andrea si era guadagnato sul campo i galloni di commissario capo. Se avesse avuto sufficienti energie avrebbe mandato a fare in culo il dottor Pagano con il suo eloquio compito e perentorio, e chiunque altro avesse provato a fargli pressione. Valente era sempre stato ciò che si dice un uomo integerrimo, uno per cui l'etica aveva un preciso valore, uno mai sceso a compromessi. Ma Andrea non era più quell'uomo. La perdita di Alice lo aveva svuotato di ogni energia, facendo affiorare in lui paure e debolezze che non aveva mai sospettato di avere.

E il peggio doveva ancora venire.

 

 

Il primo attacco lo colse durante la convalescenza.

Era solo in casa, si stava radendo. Osservò inorridito gli schizzi di sangue imbrattare le maioliche bianche, mentre la sua mano destra continuava a fendere l'aria con il rasoio. Si rannicchiò in un cantuccio e si protesse il volto con l'altro braccio, pregando che qualsiasi cosa fosse finisse in fretta.

Scoprì così che, oltre alla cicatrice sulla fronte, il trauma cranico gli aveva lasciato in dono un tipo di epilessia detta jacksoniana. Non era una forma grave, durante le crisi manteneva uno stato di coscienza, ciò non di meno perdeva il controllo della parte destra del corpo. Se alla polizia avessero scoperto quali fossero le sue reali condizioni di salute il commissario capo Andrea Valente sarebbe stato distaccato nell'ufficio di qualche ministero a mettere timbri.

Questo sì l'avrebbe ucciso.

Così decise di tenere la malattia per sé, aggiungendo un altro fardello su quelle spalle che sentiva sempre meno capaci di sopportarne. Ogni giorno era costretto a convivere con la logorante paura che un attacco si manifestasse nel momento meno opportuno: davanti a suo figlio o peggio, mentre era a lavoro. Tutte le mattine ingollava le pillole che gli erano state prescritte dal dottor Pellegrini, il neurologo che gli aveva diagnosticato l'epilessia, nella speranza che riuscissero a tenere lontano il serpente.

Tornato in servizio, tra lo stupore dei colleghi della mobile, Andrea aveva chiesto il trasferimento nel più vicino commissariato disponibile. Decisione dolorosa che, seguendo il consiglio del neurologo, aveva dovuto prendere per limitare lo stress di cui Jackson andava ghiotto.

E poi la nuova fisionomia che aveva preso da sei mesi a quella parte la sua vita privata gli imponeva di fare ciò che era giusto per Lorenzo più che per se stesso. Gli venne proposto il comando della polizia giudiziaria di Tivoli, con la carica di dirigente in seconda di quel commissariato. Avrebbe avuto il suo ufficio non nella questura centrale, bensì nel distaccamento di Villalba, di cui sarebbe stato il diretto responsabile. La sede era disagiata e maleodorante, quello di cui gli avevano affidato il comando non era neppure un commissariato (anche se tutti lo chiamavano così), ma un semplice posto di polizia. Non era certo un incarico prestigioso, specie se paragonato al ruolo dirigenziale a cui avrebbe potuto ambire nella squadra mobile della capitale, ma suo figlio e il male, per motivi diversi, avevano la precedenza. Aveva accettato. La scelta si era rivelata azzeccata: relativa vicinanza a casa, orari e vita più regolari, per quanto il suo lavoro potesse consentire. Più tempo con Lorenzo, meno con Jackson, seppure con qualche eccezione.

 

 

Il dottor Pellegrini lo accolse nello studio con la consueta aria arruffata di chi si era appena alzato. Il medico si fece raccontare in maniera circostanziata l'ultima crisi, poi lo invitò a sdraiarsi sul lettino per sottoporlo a un elettroencefalogramma.

Gli fu chiesto di chiudere gli occhi. Sentì il ronzio dei pennelli che iniziavano a disegnare i tracciati delle sue onde cerebrali.

Pellegrini prese a stimolargli il cervello, martellandolo con luci intermittenti che Andrea riusciva a percepire malgrado avesse le palpebre abbassate.

Poi i bagliori cessarono.

La macchina tacque.

«Può riaprire gli occhi se vuole».

Vide il dottore controllare i tracciati, faceva dei segni con la penna in corrispondenza di alcuni picchi.

Posò i fogli sulla scrivania. Faticò a rintracciare un breviario medico seppellito dalle scartoffie. Ne sbirciò alcune pagine mentre con la mano libera vergava la sentenza.

«Per il momento proviamo solo a perfezionare il dosaggio, questa è la nuova posologia».

Andrea prese la ricetta. Stava per fare una domanda ma fu preceduto.

«Le avevo detto che trovare il giusto farmaco e il corretto dosaggio sarebbe stato un percorso empirico e pieno di insidie, non esistono due pazienti che reagiscano allo stesso modo purtroppo».

Andrea annuì mentre si portava la mano al portafoglio.

«Faccia pure con la mia segretaria, buona giornata».

Il commissario uscì dallo studio medico ventotto minuti dopo esserci entrato. Aveva duecentocinquanta euro in meno nel portafogli e mezza pasticca in più al giorno da ingoiare. Si disse che nel cambio ci aveva rimesso, e soprattutto che aveva sbagliato mestiere.

 

 

Lungo la provinciale, tra i campi coltivati, sorgeva un deposito di materiali edili. Marco decise di cominciare da lì.

Il perimetro era protetto da una recinzione di lamiera interrotta da un cancello sghembo, con la struttura di tubi innocenti, sui quali erano state fissate due grosse assi di legno. L'ispettore spinse il cancello e si trovò in uno spiazzo polveroso, con cumuli di terra smossa e pile di bancali colmi di mattoni. Al centro una costruzione in muratura e alluminio, né una casa né un vero e proprio capannone. Un ibrido con tanto di veranda, da cui uscì un uomo segaligno dall'età indefinibile. Portava una camicia a quadri logora sopra un paio di jeans luridi. Si diresse verso l'auto parcheggiata lì davanti.

Alfieri lo riconobbe subito, complice anche il colore e il modello dell'auto: una Punto bianca, scherzi del destino. Consiglio Cristiano, detto Mignolino, gestiva uno sfasciacarrozze nei pressi dell'uscita 12 del GRA. Marco era andato a fargli visita quando era alla ricerca del pirata della strada che aveva ucciso sua sorella. Cercava notizie proprio su una Punto bianca, l'auto che l'aveva investita. Ne aveva interrogati tanti di autodemolitori, ma lui gli era rimasto impresso: per quella puzza nauseante che emanava, per il grasso che sembrava imbrattare ogni angolo del suo corpo, per le scarpe che indossava, una diversa dall'altra. Ma fu per un particolare che gli rimase inciso nella memoria: era stato il primo uomo che avesse picchiato in vita sua.

 

 

Mignolino aveva già un piede dentro l'auto quando si voltò e lo vide. Diventò pallido e si portò d'istinto una mano all'orecchio, lo stesso su cui l'ispettore lo aveva colpito fino a farlo sanguinare.

«Dotto', che piacere, che ce fa da 'ste parti, m'è venuto a trova'?».

«Ho di meglio da fare, sono qui per lavoro».

Mignolino accusò il colpo, la voce si fece incerta. Provò a sviare il discorso. Pregò l'ispettore di guardarsi intorno, se aveva bisogno di qualcosa.

«Deve rifa' er pavimento? Tutti devono rifa' er pavimento. Guardi qui, tutto gres porcellanato, primissima scelta».

Marco notò che gli parlava in modo sempre più caotico. Imputò quello strano atteggiamento a ciò che era accaduto durante il loro precedente incontro, ma tanto nervosismo in un delinquente incallito come quello gli parve sospetto: Mignolino continuava a gettare occhiate preoccupate verso l'auto.

«Dietro c'ho pure der travertino se vole, solo er mejo pe' lei».

«No grazie, sono più interessato al tuo vecchio business. Ramo auto» disse avvicinandosi alla Punto.

«Dotto', lasci sta', jelo dico io quello che vole sape', è rubata».

«E bravo Mignolino, il lupo perde il pelo… A proposito, non mi hai mai spiegato perché ti chiamano così».

«È una questione lunga dotto'».

«Va bene, avrai tempo di pensarci in galera, così quando esci mi racconti tutto, ché sono curioso».

«Nun me rovini dotto', non è corpa mia. Io c'ho provato a cambia' vita, ho pure chiuso lo sfascio e me so' trasferito qui, ma certe amicizie so' difficili da abbandona', la machina me l'hanno fatta ritrova' davanti ar cancello».

«Lo sai cosa si dice delle scuse? Che sono come il buco del culo, ognuno ha la sua».

«Dotto', chiuda un occhio, se me beccano pure stavolta scatta er cumulo, me le fanno paga' tutte».

L'ispettore si lasciò scivolare addosso le suppliche.

«Se fa finta di non ave' visto nulla io je posso di' una cosa che non sa, che non ha mai scoperto» gridò per farsi ascoltare.

Alfieri aveva già in mano la radio per comunicare con la centrale, si voltò verso di lui.

«Io so chi guidava la machina che ha ucciso su' sorella».

 

 

Marco Alfieri aveva da tempo punito l'artefice di quell'atroce delitto che aveva sconvolto la sua esistenza e soprattutto quella del piccolo Valerio. Anche se per tutti, Mignolino incluso, la morte di Fabiana era stato uno dei tanti omicidi stradali rimasti senza un colpevole. Nessuno sapeva che Gabriele Gagliardi aveva pagato con la vita per aver ucciso sua sorella.

Quella storia era chiusa, per sempre!

E invece adesso quel bastardo, nel vigliacco tentativo di sfuggire all'arresto, non aveva pudore di riaprire quella ferita.

Alfieri si fece avanti a grandi passi. L'ultimo lo accorciò per caricare meglio la pedata con cui centrò Mignolino al basso ventre. L'uomo crollò a terra lanciando un urlo soffocato.

«Di' un'altra parola su mia sorella e io ti ammazzo».

Lo sollevò per il colletto della camicia.

«Filippo Puglia, è stato lui» disse Mignolino in un rantolo.

Marco lo lasciò cadere come un sacco dell'immondizia, quel nome gli diceva qualcosa.

L'ispettore si passò le mani sul volto, poi le strofinò una sull'altra, quindi le incrociò dietro la nuca mentre prese a camminare in tondo. I cani lo osservavano da lontano, intimoriti.

Che quel delinquente stesse dicendo la verità?

Lo assalì il dubbio che fosse nell'ordine naturale delle cose che uno come Gabriele delegasse ad altri il lavoro sporco. Lo aveva ucciso prima che potesse dargli qualsiasi spiegazione sulla dinamica dell'omicidio, quindi non era da escludere la presenza di un secondo uomo. Se Mignolino diceva la verità l'esecutore materiale della morte di Fabiana, l'uomo che aveva lasciato Valerio senza una madre, era ancora in libertà. Non voleva crederci. Quella storia era finita!

Per stizza tirò un altro calcio a Mignolino.

«Te lo chiederò una sola volta: stai mentendo per salvarti il culo? Dimmelo e finisce qui».

«È la verità. Puglia m'ha portato la machina la notte dell'incidente pe' falla spari', ma io non lo sapevo quello che aveva fatto quell'infame, l'ho scoperto solo dopo, jelo giuro sulla tomba de mamma».

Alfieri fu costretto ad ammettere, suo malgrado, che quel racconto aveva un senso. Ora doveva agire di conseguenza. Marco aveva già varcato la soglia etica di fronte alla quale può trovarsi un poliziotto. Era andato oltre, era sceso a compromessi con la sua coscienza, lo aveva fatto usando la pistola d'ordinanza per uccidere un colpevole che nessun tribunale avrebbe mai condannato, camuffando l'esecuzione del suo amico Gabriele Gagliardi da legittima difesa. Sorvolare su un furto d'auto, lasciare a piede libero un piccolo ricettatore come Mignolino, era una sgrammaticatura che non gli avrebbe tolto il sonno.

Si limitò a fargli le domande per cui era andato lì.

«Hai mai visto questa donna?» gli chiese mostrandogli una foto di Margherita.

«Nun me pare, perché?».

Marco gli lanciò l'ultimo avvertimento.

«Se scopro che mi hai detto una cazzata torno e te la faccio pagare con gli interessi».

Mignolino bofonchiò delle rassicurazioni che l'ispettore non si prese la briga di ascoltare. Era già fuori dal cancello. Sperava che la sua memoria gli avesse giocato un brutto tiro, che Filippo Puglia non esistesse, o che non c'entrasse nulla. Accarezzava l'idea di ritornare in quel letamaio per dare a Mignolino ciò che si meritava per avergli mentito, per avergli fatto dubitare che tutto fosse finito, che per Fabiana non fosse ancora stata fatta giustizia.

 

 

Lorenzo aveva la febbre, così Andrea aveva fatto in modo di passare da casa per il pranzo, voleva sincerarsi che non avesse bisogno di nulla. Il figlio lo accolse saltandogli addosso. Andrea era stremato dal vuoto lasciato da Alice, dalla presenza di Iolanda, dalla necessità di dover apparire sempre forte, dalla paura che Jackson tornasse, dai demoni che quel caso di scomparsa sembrava divertirsi ad alimentare e che presero forma nel volto smunto di Giulio Begucci, che irruppe nel televisore in un servizio del tg regionale.

Alle spalle di Giulio si intravedeva l'ingresso della villa in collina, ma anche la figura di sua madre, che teneva in braccio uno dei gemelli, mentre Begucci continuava la sua litania: dov'è Margherita, eravamo lì al prato, ti prego torna.

«Perché non torna? Anche quella signora è andata a lavorare lontano come la mamma?» gli chiese Lorenzo.

«Forse amore mio, forse. Ora vai a vedere un cartone animato in camera tua, devi riposarti se vuoi guarire in fretta».

Iolanda poggiò un piatto di spaghetti al pomodoro fumanti davanti al genero. Attese che il bambino si fosse allontanato per pronunciare la sua sentenza.

«Alla fine verrà fuori che lei è morta e che è stato lui ad ammazzarla, sono sempre i mariti ad accoppare le mogli».

Andrea rimise giù la forchetta.

«Tu sai sempre tutto, vero? Ma non fai mai niente, come quando si è trattato di tua figlia. Parli di un povero cristo che nemmeno conosci e che sta passando le pene dell'inferno, ma quando c'era da parlare con me, prima che fosse troppo tardi, non hai detto una sola parola». Uscì di casa senza aver toccato cibo.

 

 

Marco aveva interrotto le indagini sulla scomparsa di Margherita e si era catapultato alla ricerca di Puglia. I primi riscontri non erano quelli auspicati. Filippo Puglia esisteva ed era stato per anni l'autista tuttofare del suo ex amico Gabriele Gagliardi, che però poi lo aveva licenziato. Questo provava solo che il mandante e il presunto esecutore dell'omicidio di Fabiana si conoscevano.

Telefonò al dottor Cotti, dirigente Inps e irreprensibile padre di famiglia, se si escludeva il vizietto di sniffare cocaina sul culo di ragazzine extracomunitarie non sempre maggiorenni. Frequentavano lo stesso centro massaggi a Ponte Milvio, amplessi vista biondo Tevere, solo che a differenza di Cotti l'ispettore aveva la buona creanza di controllare la carta d'identità delle signorine con cui si accompagnava. Gli fu sufficiente alludere al bordello perché Cotti gli facesse pervenire in tempo reale le informazioni di cui aveva bisogno. Puglia Filippo, in una data di poco successiva all'omicidio di Fabiana, aveva iniziato a lavorare in un'agenzia di viaggi ai Parioli, la Dreamtravel, impiego che aveva mantenuto per circa sei mesi. Marco conosceva quell'agenzia, era stato proprio Gabriele a consigliargliela. Più si spingeva avanti con le ricerche, più le parole di Mignolino sembravano assumere i crismi della veridicità.

Andò a Roma, sospinto dalla speranza di trovarsi di fronte a una bugia ben architettata che avrebbe smascherato presto.

 

 

Il dottor De Rubeis, milanese di nascita, romano di sofferta adozione, era alla sua scrivania. Riconobbe l'ispettore Alfieri quando transitò davanti ai vetri specchiati del suo ufficio per raggiungere l'ingresso dell'agenzia: il poliziotto che aveva ucciso Gabriele.

De Rubeis invitò con ossequio l'ispettore ad accomodarsi.

«Sì, mi ha chiesto Gabriele di assumere Filippo, non mi aveva mai raccomandato nessuno prima. Era difficile negare una cortesia a Gabriele».

«Le ha fatto qualche altra richiesta inusuale?».

«Ha preteso che lo mettessi in regola con uno stipendio da direttore. Puglia, detto fra noi, non era qualificato neppure per fare le fotocopie, parlava a malapena l'italiano, aveva scarsa dimestichezza col computer e nessuna esperienza nel campo».

«E lei ha accettato anche questa condizione?».

Da sotto il generoso riporto, con cui De Rubeis cercava di mascherare la calvizie incipiente, iniziarono a colare gocce di sudore.

«Gagliardi era il presidente di una società che possiede un importante albergo qui a Roma e numerosi resort in Sud e Centro America, con lui facevamo ottimi affari, mi fece intendere che non me ne sarei pentito».

«E così quando Gabriele è morto lei ha licenziato Puglia».

«No, è stato lui a licenziarsi».

Dall'espressione di Alfieri a De Rubeis apparve chiaro che quella versione doveva sembrargli inverosimile. Si affrettò a spiegarsi meglio.

«Non le dico che non l'avrei fatto, solo volevo aspettare di capire». Si fece avanti con il busto abbassando il tono della voce. «Sa, non volevo urtare la sensibilità di nessuno».

«E Puglia l'ha tolta dall'impaccio».

«Penso si possa dire così».

«Ha idea del perché Gabriele glielo avesse raccomandato?».

«Non me lo ha detto, e io ho capito che non dovevo chiederlo».

 

 

Marco entrò in auto.

Mignolino aveva detto la verità: Gabriele aveva ingaggiato Filippo Puglia per uccidere Fabiana inscenando un incidente e lo aveva ricompensato con un posto fisso nell'agenzia di viaggi. Tutto quello che aveva fatto fino a quel momento era stato inutile. L'unica indagine che aveva condotto lo aveva portato a una mezza verità, l'omicidio di Gabriele gli era valso una giustizia mutilata.

Mise in moto.

Doveva finire ciò che aveva cominciato. Lo doveva a Fabiana, lo doveva a Valerio, lo doveva a se stesso.

 

 

Da più di ventiquattro ore Andrea non riceveva notizie dall'ispettore. Avrebbe voluto essere informato sullo stato degli interrogatori riguardo alla scomparsa di Margherita, ma Alfieri si era reso irreperibile.

«De Angelis, vieni qui» gridò all'interfono.

L'agente poggiò sulla scrivania lo smartphone col quale stava chattando. Uscì dalla guardiola e si avviò indolente verso l'ufficio del commissario capo.

«Dica commissario».

«Notizie dell'ispettore Alfieri?».

«Tsè».

«Ma tu guarda questo…» disse Valente in tono risentito.

«Stronzo» chiosò De Angelis.

«Prego?».

«No, è che m'era parso che non je venea la parola, e allora me so' permesso».

«Grazie Domenico, torna pure a quello che stavi facendo, e se dovesse farsi vivo avvertimi subito».

Dopo essere rimasto solo, il commissario estrasse dalla borsa di pelle un raccoglitore trasparente, conteneva il collage di una lettera che aveva finito di ricomporre la notte precedente:

“Forse il modo migliore per spiegarti perché me ne vado è farti un esempio. Ricordi quando ti ho chiesto quel favore per tornare a lavorare? Quando ho osato chiederti di chiudere un occhio per me e di fare una cosa sbagliata solo perché ero io a domandartelo? Non ti sei chiesto”.

La lettera s'interrompeva così. L'inchiostro del punto interrogativo era sbavato, come se una goccia l'avesse colpito prima che si seccasse. Andrea immaginò che quella sbavatura fosse la conseguenza di una lacrima, l'idea gli fece salire un groppo in gola.

Ripensò a quell'episodio, lo ricordava con precisione.

Pochi mesi prima che scomparisse, Alice lo aveva messo a conoscenza della sua volontà di riprendere a lavorare. Andrea non aveva avuto nulla in contrario, si sarebbero organizzati con i nonni per accompagnare Lorenzo alla scuola materna. Alice avrebbe però ottenuto il posto che voleva solo in cambio di una cortesia. Andrea avrebbe dovuto usare la sua influenza di commissario di pubblica sicurezza per fare un favore al titolare dello studio dentistico che l'avrebbe assunta come collaboratrice. Lo studio era ben avviato e lei avrebbe ripreso a lavorare in un contesto migliore di quello che aveva dovuto lasciare quando era rimasta incinta. C'erano anche delle prospettive interessanti per diventare socia, in futuro. Il favore in questione era un abuso d'ufficio bello e buono, che il commissario Valente si era rifiutato di compiere. Se Alice aveva voglia di tornare a lavorare non c'era che da aspettare e avrebbero trovato insieme un'altra soluzione. Messa di fronte a quel diniego Alice era esplosa: gli aveva rinfacciato quella sua egoistica rigidità, quel suo anacronistico senso etico, proprio di chi se lo poteva permettere, sulla pelle degli altri.

Parole pesanti, che Andrea si era lasciato scivolare addosso, convinto che fossero dettate dalla frustrazione del momento, tanto più che la cosa si era chiusa lì. In seguito Alice non aveva più tirato in ballo la questione e non gli era parsa poi così turbata dall'accaduto. Tempo dopo era stato proprio lui a tornare sull'argomento, offrendosi di aiutarla a cercare altre opportunità, ma lei aveva farfugliato che quello non era il momento giusto, che non ne aveva poi tutta questa voglia, e lui le aveva creduto. Mentiva. Il tempo avrebbe dimostrato che con quello sfogo furibondo sua moglie era riuscita a dirgli qualcosa di vero, a essere sincera, per una volta. Ma a cosa alludeva nella lettera prima di interrompersi, che cosa non si era chiesto? Perché tenesse tanto a quell'impiego? Perché ne avesse bisogno? Oppure il problema era lui? La sua rigidità, il fatto che non riuscisse ad accettare certi compromessi?

In quel momento la porta si aprì.

Marco non fece in tempo a mettere entrambi i piedi dentro l'ufficio che il commissario lo aggredì.

«Dov'eri finito?».

Alfieri provò ad accampare delle scuse che Andrea non aveva nessuna voglia di ascoltare.

«Tagliamo corto. Che riscontri hai trovato sulla scomparsa di Margherita?».

«Il proprietario dello smorzo di fianco al prato da cui è scomparsa, tale…».

«Consiglio Cristiano» lo incalzò il commissario. Aveva sotto gli occhi la lista delle persone da interrogare, era stato lui a compilarla.

«Esatto, dice di non conoscerla, né di averla vista in…».

«Ok, andiamo oltre. Chi hai sentito alla pompa di benzina?».

«Devo ancora…».

«Al bar tabacchi lungo la provinciale?».

«…».

«In paese, sarai stato almeno a fare domande in paese visto che sei stato tu a suggerirlo».

«Contavo di farlo».

«Contavi un cazzo!». Andrea sbatté con forza i palmi sulla scrivania, le nocche si fecero bianche.

«Più di ventiquattro ore, un'intera giornata per interrogare una sola persona?!».

Marco era cosciente di essere in torto. «Ho avuto…».

«No, qui non conta quello che hai avuto, ma quello che non hai, il pur minimo senso del dovere. Sei solo un menefreghista, un lavativo».

Andrea prese fiato.

«Hai idea di quanto siano lunghe in questo momento ventiquattro ore per la famiglia di Margherita? Per suo marito, per i suoi figli, per i suoi genitori? Ti sei mai fermato a riflettere sul fatto che tutte quelle persone contano sul tuo lavoro per mettere fine a un incubo? Hai almeno il vago sospetto di cosa si possa provare in quelle condizioni?».

Tra i due scese il silenzio.

Fu un ticchettio a sporcarlo, poi un tonfo lo infranse.

Il commissario aveva paura di abbassare lo sguardo.

No. Non ora, non qui, non di fronte a questo stronzo.

La mano destra di Andrea era ormai preda di Jackson, sbatteva sulla scrivania come su un tamburo. Il gomito compiva delle oscillazioni così ampie che Andrea fu costretto a fare un passo indietro per evitare che il braccio colpisse il monitor del computer. Il movimento aveva contagiato anche la spalla, il commissario si spostò verso la finestra, sembrava avesse una bomba in mano e volesse impedire che urtasse contro qualcosa per paura di un'esplosione. Jackson pestava forte, rendendo difficile ad Andrea persino l'equilibrio necessario per restare in piedi.

 

 

Dentro al silenzio che li aveva avvolti Marco aveva percepito un rumore, un ticchettio di dita, sempre più convulso. Ma era stata l'espressione di Valente a fargli capire che c'era qualcosa che non andava: vi aveva visto la paura.

Non gli era capitato mai di leggerla in modo così nitido in faccia a nessuno, se non dentro di sé.

Osservava quell'uomo, che si era mostrato autoritario e severo fino a qualche secondo prima, agitarsi come un invasato. Uno spettacolo che sarebbe potuto risultare persino comico se Marco non avesse avuto la sensibilità di coglierne l'intrinseca drammaticità, che si palesò a pieno nel momento in cui, qualsiasi cosa fosse, finì e il commissario si afflosciò sulla poltrona come uno straccio bagnato.

 

 

Jackson aveva dato gli ultimi due colpi di coda e poi era fuggito via. Andrea aveva messo a stento uno dietro l'altro i passi che lo avevano condotto alla poltrona su cui si era lasciato cadere. Era esausto, prosciugato. Non ebbe nemmeno la forza di alzare lo sguardo verso il suo sottoposto.

Il silenzio che si era di nuovo impadronito della stanza fu rotto dall'apertura irruenta della porta.

I due poliziotti videro entrare un trafelato De Angelis.

«Commissa', hanno ritrovato un cadavere de una femmina, a tre chilometri da do' è scomparsa la moglie di quello stranu».

 

Luca Poldelmengo - I pregiudizi di Dio
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