Il dottor Chardack si è svegliato presto. Si è lavato e vestito, si è portato nello studio una tazza di caffè istantaneo e il New York Times del fine settimana, ha sfogliato le pagine della politica che vorrebbe seguire meglio ora che si fa tesa la corsa alla Casa Bianca. Poi ripone il giornale a faccia in giù, prepara carta e penna e si mette a lavorare.
Fuori non c’è un rumore, salvo le voci sporadiche di rondini e cornacchie, e il fruscio lontano di qualche automobile che cerca un distributore di benzina o è diretta chissà dove. Più tardi anche i vicini cominceranno a salire sulle loro auto per andare in chiesa, in visita ai parenti o ai ristoranti con «Sunday’s Special Breakfast», ma nessuno di questi impegni riguarda per fortuna il dottor Chardack.
Non si stupisce quando suona il telefono dopo che ha steso l’inizio di un articolo, grida «sarà per me!» verso il resto della casa, più per abitudine che per prevenire che sua moglie si precipiti assonnata verso l’apparecchio.
«Dr Chardack» risponde, come sempre, senza l’aggancio di un saluto.
«Hold on, sir, call from Italy for you.»
«Willy» dice una voce ovattata dalle telecomunicazioni intercontinentali, «non ti ho svegliato, vero?»
«Nein: absolut nicht!»
Ha capito subito chi lo sta chiamando. C’erano ancora i vecchi amici, impressi come il segno di una brutta caduta da un albero del Rosental, e chi era rimasto vivo poteva farsi vivo.
«Georg: è successo qualcosa? Qualche problema?»
All’epoca in cui era Willy, era stato anche l’amico a cui chiedere un aiuto pratico: dei soldi, in sostanza, dato che ne aveva sempre avuti più degli altri. È per questo che l’interlocutore ora sta ridendo, ridendo forte, mentre gli dice che non ha bisogno di alcunché, ma qualcosa, non c’è dubbio, è successo, e quella cosa l’ha combinata lui laggiù in America, talmente grossa che era impossibile resistere all’impulso di telefonare anziché scrivergli una lettera.
«Congratulazioni! È grandioso quello che hai fatto, si potrebbe azzardare: epocale.»
«Grazie» ribatte con un tono e un tempo di risposta che ha troppo dell’automatico. Non è un tipo da complimenti, il dottor Chardack, lo sarebbe piuttosto da battute spiritose, ma non gliene viene in mente neanche una.
Erano campioni della risata, un tempo. No, questo è esagerato, ma erano bravi a ravvivare a colpi d’ironia la serietà mortale dei dibattiti, e Willy Chardack non era mai stato da meno dei suoi compagni. Adesso anche i colleghi ne apprezzavano il secco umorismo, reso più marcato dall’accento germanico (quello degli scienziati pazzi) e a lui stava bene non risultare troppo scorbutico per i parametri americani, un personaggio.
Il dottor Chardack, ascoltando la voce lontana di Georg Kuritzkes, se lo rivede en plein air con tutta la compagnia bella, o non per forza all’aria aperta ma in un’aria da film francese, gaia e luminosa, sebbene non fossero ancora a Parigi. Ma il Rosental non temeva paragoni con il Bois de Boulogne e i passages di Lipsia erano famosi. C’erano le industrie e il commercio, la musica e l’editoria che vantavano tradizioni centenarie, e quella solidità borghese calamitava nuovi arrivi dalle campagne e dall’Est che rendevano la città sempre più simile a una vera metropoli, anche nei contrasti e nei conflitti. Finché non si incattivirono gli scontri e gli scioperi, la crisi economica mondiale che accelerava la catastrofe tedesca. Le facce tese che Willy trovava a casa, quando suo padre si esasperava per la fila di chi chiedeva un lavoro, qualsiasi lavoro, mentre già faticava a tenersi garzoni e magazzinieri perché stava vacillando anche la borsa di pellicce che sin dal Medioevo, o giù di lì, a Lipsia prosperava.
Lui e i suoi amici, che non dovevano combattere con i clienti insolventi, erano disposti a lottare contro tutto, anche se provenivano da una famiglia benestante. Erano liberi di farlo, liberi di partire in gita e dormire in tenda sotto le stelle, liberi di corteggiare le ragazze, e ce n’erano di carine e persino strepitose (Ruth Cerf che s’era trasformata da stanga secca in biondona maestosa e poi Gerda che era la persona più incantevole, più viva e divertente che avesse mai incontrato nell’universo femminile), liberi di ridere. La voglia di scherzare non s’era spenta neppure quando Hitler stava per vincere e bisognava tenersi pronti a preparare le valigie. Nessuno avrebbe potuto espropriarli di quella risorsa che li rendeva uguali, compagni a partire dal modo di stare al mondo che sfidava i nazisti. Però davvero uguali non lo erano, Georg ne forniva il miglior esempio. Georg era brillante ma come per un’eccedenza di cui far scialo, quasi l’equivalente del corredo di camicie (camicie di cotone egiziano!) che languiva negli armadi di casa Chardack da quando Willy si era adeguato agli ambienti di sinistra. Georg Kuritzkes era intelligente, bello, sportivo. Leale e affidabile. Ottima capacità di aggregare, istruire, organizzare. Ballerino disinvolto. Conoscitore appassionato delle ultime tendenze musicali d’oltreoceano. Coraggioso. Determinato. E anche spiritoso. Come poteva, un Willy Chardack, costituire la prima scelta per le ragazze? Lo chiamavano «Bassotto» da molto prima che gli tornasse antipatico quel soprannome adottato all’istante dal lieve accento di Stoccarda di Gerda Pohorylle. Non poteva, infatti. Però che Georg fosse per giunta divertente alimentava un affetto che circolava fuori dai ranghi di quelle gerarchie da ragazzi, a quanto pare duraturo, come l’emozione di risentirlo dimostrava. Effetto di una risata riscoperta dopo un tempo che pareva un secolo.
Georg l’ha ragguagliato sul fratello in America, sposato, trasferito in una casa con vista sulle Rocky Mountains. È stato proprio Soma a mandargli un ritaglio di giornale: arrivato con tempi biblici, scansando le anse morte delle poste italiane, una sorpresa totale, entusiasmante.
«Mi sa che ti daranno il Nobel.»
«Macché. Siamo soltanto un ingegnere che fa i suoi esperimenti in una rimessa accanto a una casa piena di marmocchi e due dottori di un ospedale per veterani. A Buffalo, non a Harvard. L’industria medica è arrivata in avanscoperta, ci riempiono di pacche sulle spalle e di promesse, però finanziamenti o richieste di licenza per il brevetto non se ne vedono, finora.»
«Capisco. Ma affiancare a un cuore un piccolo motore con cui si può nuotare, giocare a calcio, rincorrere un autobus, è una rivoluzione, diamine. Se ne renderanno conto.»
«Speriamo. Quando hai chiamato, pensavo fosse l’ospedale o un paziente che abbiamo dimesso. ‘Qualche problema?’ – ormai lo dico come le signorine dei telefoni – ‘le passo la chiamata’. Ma sono contento, certo.»
«Vorrei vedere. Alla fine sarai l’unico ad aver cambiato qualcosa. Te l’ho detto: sei tu quello che ha fatto la rivoluzione...»
Questa volta il dottor Chardack avrebbe una risposta pronta. Vorrebbe tirare fuori gli studenti che provano a ribaltare l’America non facendo altro che stare seduti a un banco vietato ai negri, tanto che Woolworths e poi le altre catene commerciali hanno aperto i lunch-counters del Sud razzista ai clienti di colore. Vorrebbe raffrontare la loro fede così ferma e pacifica, guidata da un reverendo battezzato nel nome di Martin Lutero, con quella incontrata nel figlio di un falegname inglese diventato ingegnere elettronico grazie al programma di istruzione per i veterani. «La Provvidenza mi ha dettato la svista decisiva, caro Chardack, vedrà che tutto si risolve» ripeteva l’ingegner Greatbatch quando il dottore correva alla rimessa per sottoporgli l’ennesimo problema. Vorrebbe dire a Georg che è proprio lui, il senzadio, a essere rinato con ogni impulso elettrico del cuore di un malato e che lo ha esaudito l’unico nume a cui si è votato, Esculapio.
«A me basta il mio lavoro» dice.
L’altro ride con quel timbro pastoso e forte, una risata complice, ma il dottor Chardack coglie un’incrinatura nella voce di Georg e lo lascia continuare.
«Anch’io vorrei dedicarmi solo alla ricerca medica, non ci si annoia e si fa indubbiamente qualcosa di utile. Purtroppo, nel mio campo, le invenzioni miracolose sono improbabili. Potessimo, dopo un ictus, applicare un aggeggio come il vostro!»
Di nuovo il dottor Chardack ha colto un sassolino levigato, un dispiacere. Però con uno scherzo sa come rimediare: «A me il cuore e a te il cervello! Noi due ci spartiamo gli organi vitali come le superpotenze il mondo e ora anche il cosmo».
«L’importante è avere qualcosa da spartire, no? E adesso che t’inviteranno in tutti i continenti, mi raccomando di farti vivo, se vieni da queste parti.»
Ora che sono arrivati ai convenevoli, il dottor Chardack si è rasserenato. In fondo non è disprezzabile che dei loro scopi e sogni condivisi – la medicina, Gerda, l’antifascismo – il primo sia rimasto a entrambi.
La conversazione si conclude con lo scambio dei recapiti del dottor Chardack e del dottor Kuritzkes, il quale medita di lasciare la FAO e l’ONU in generale, anche se gli dispiace il pensiero che non sarà più il benvenuto dappertutto. «Allora ti aspetto, Willy, aspetto che il muscolo spompato della vecchia Europa ti accolga in trionfo...»
In piedi, per qualche attimo, davanti all’apparecchio riagganciato, il dottor Chardack sente ancora l’ultima risata dell’amico, così avvolgente malgrado l’implicito sarcasmo. Ma appena si accorge da cosa era sgorgata – questo accennare al telefono senza parlare chiaro – si irrigidisce.
Perché Georg era andato a Roma? Si era veramente illuso che, lì alla FAO, avrebbero sconfitto la fame, nientedimeno? Non era mai stato un ingenuo o un esaltato, anzi. Chissà se sarebbe partito per la Spagna, se non fosse arrivata quella matta a convincerlo, e dire di no a Gerda, figuriamoci. Era matta sul serio, persino più di Capa, a cui era venuto un colpo scoprendo che non si era accontentata di una lunga vacanza italiana dal famoso Georg. No, quell’incosciente si era portata le foto delle milizie repubblicane nella culla del fascismo! Gerda, impassibile, ribatteva che erano sciocchezze, pretesti per farle una piazzata, e chi assisteva a quel battibecco nel chiasso accogliente di un caffè parigino non poteva che reprimere un sorriso ammirato.
Georg Kuritzkes, ad ogni modo, si era unito alle Brigate Internazionali e poi era rimasto a Marsiglia, mentre Willy salpava per gli Stati Uniti, entrando nella Résistance. Ma prima di salire in montagna si era laureato e, dopo la Liberazione, si era specializzato con una tesi che gli era valsa un posto di ricercatore all’UNESCO.
Il dottor Chardack ormai si tiene alla larga dalla politica, ma è la politica che mette piede sul suo campo. Come potrebbe digerire che gli USA non vogliano degli scienziati con le capacità di Georg Kuritzkes per via del sacro terrore di tutto ciò che è rosso? Eppure non è detto che Georg se ne rammarichi. Forse è tornato in Italia perché l’ha deciso l’ONU, ma si troverà ancora bene laggiù, se non è troppo cambiato.
Il dottor Chardack è sollevato da quella conclusione. Così, quando si rimette sulle carte, la nuvolaglia di provenienza atlantica è già evaporata.
Non è in quel momento della giornata, soddisfatto di avere finito la prima stesura dell’articolo, mentre al piano terra sbattono le porte (stanno uscendo tutti, meno male), che avverte la lontananza del mondo in cui è capitato. È dopo pranzo, quando decide di anticipare il giro di controllo ai pazienti per poi guidare verso i quartieri meridionali – Polonia, Kaisertown, Little Italy – dove vendono dei dolci come quelli d’una volta. Forse quei gesti dovrebbero venirgli in mente un po’ più spesso, anche se nessuno in famiglia se lo aspetta. Ma il dottor Chardack ha sempre rigettato qualunque sforzo che non sia rivolto a uno scopo realizzabile. Gli sta bene portare a casa una torta, non la fatica astratta di diventare un vero americano quando ciò che ha fatto e sta facendo basta e avanza. Si fa chiamare William, pronuncia il suo cognome all’americana, ha servito due anni in Corea, la pompa per trasfusioni che ha ricavato da una granata gli è valsa due medaglie. Ne va fiero, certo, perché va fiero dei ragazzi che è riuscito a salvare, così come delle molte vite americane che ora saranno salve grazie al suo pacemaker impiantabile. Perciò non gli si chieda altro: l’America per lui è una nazione di cui far parte, non una religione in cui rinascere. A volte gli mancano le cose buone che hanno laggiù in Europa. So what?
E allora, appurato che i degenti sono stabili, preferisce lasciare l’auto al Veterans Hospital e camminare fino a Hertel Avenue dove caffè e ristoranti italiani o ebraici ne trova a sufficienza. In più, quando il tempo lo permette, al dottor Chardack piace passeggiare, abitudine per nulla americana. Il che non toglie che le vie che prende ad attraversare, lui pressoché l’unico appiedato, il solo in giacca e cravatta (giacca però leggera infilata sopra la camicia in fibra mista a maniche corte) nel pomeriggio della domenica di fine estate, siano le strade di North Buffalo: tirate con la riga, scandite di alberelli che giustificano il nome Avenue, riempite di case di legno riverniciate o appena scrostate (poche), rosse, gialline, verdognole, azzurre, crema, bianco ghiaccio, qualcuna adorna di bandiera americana, più piccole e più grandi, case con davanti un generoso zerbino d’erba (senza staccionata!), sorprendentemente capaci di resistere alla neve e di mantenere il caldo (il fresco meno), come negli anni ha scoperto.
L’unica eventualità seccante è che qualcuno voglia dargli uno strappo. «Thanks, no!» era solito rispondere, a corto di spiegazioni persuasive, finché ebbe il guizzo di giustificare il suo eccentrico «just walking» come un toccasana per la prevenzione dell’infarto. «Oh really, doctor!» rispondevano i vicini, stringendo un po’ intimoriti le chiavi della macchina. Ma in strada adesso ci sono soltanto un paio di ragazzine immerse in confidenze e qualche scoiattolo che si affaccia al marciapiede con quella sfrontatezza che lo distingue dai poveri e paurosi parenti in Europa.
Camminare per uno spazio che ti ignora mentre tu lo conosci a sufficienza mette in moto i pensieri o li macina via a ogni passo. Non era a Lipsia che il dottor Chardack si era abituato alle lunghe passeggiate in città, ma seguendo i boulevard del quindicesimo, settimo e sesto, per sconfinare spesso negli arrondissement sontuosi o popolari sulla riva destra. Il metrò costava poco, però era la prima spesa evitata da Ruth e Gerda, che non potevano contare su un aiuto economico dalle famiglie. Soldi buttati, sostenevano, e oltretutto si manteneva la linea andando a piedi. Il Bassotto sogghignava che era l’ultimo dei loro problemi. Le ragazze si lasciavano offrire un caffè, ma i biglietti del metrò solo in casi straordinari. Che gusto c’era a viaggiare sottoterra, pigiati come in gabbia, quando erano a Parigi? Alla parola «gabbia» Willy rinunciava a obiettare che stava per piovere. Gerda era stata in prigione, ne era uscita per miracolo, e pure la sua fuga dalla Germania era capitata sotto una buona stella. «Dove devi andare?» le chiedeva. «Sai come arrivarci?» «Grazie, Bassotto, me la cavo, però se non hai altro da fare magari mi accompagni un pezzetto.» Magari altro da fare l’avrebbe avuto (rifugiarsi in biblioteca e uscire all’orario di chiusura) e invece si trascinava i tomi di medicina ben al di là del Pont Saint-Michel e tornava indietro con il segno del manico della cartella inciso nelle dita.
Lei era infaticabile, dopo un mese sembrava nata parigina. C’era il giorno in cui poteva andare a ritirare i soldi che aveva guadagnato con i suoi piccoli lavori, ma bisognava scarpinare fino all’Opéra e, al ritorno, comprare dei croissant e un cestino di fragole per Ruth che ormai doveva essere tornata in camera. «Quella mi sviene se non le porto un po’ di zuccheri, nemmeno maggiorenne e così alta.» Oppure doveva fare un salto alle poste di Montparnasse per spedire una lettera a Georg, anzi bastava una buca e prima un tabaccaio e allora, tanto che c’erano, non poteva comprarle qualche sigaretta? Qualche volta, mentre lei aveva già inumidito i francobolli per l’Italia e lui stava ancora aspettando il resto, concludeva che i bassotti a pelo ruvido bisognerebbe inventarli se non esistessero...
Poi si era messa d’impegno per prendere il baccalauréat da privatista, Georg era stato generoso di incoraggiamenti a Gerda e di raccomandazioni a Willy perché l’aiutasse nelle materie scientifiche che lei non aveva mai studiato. Quasi per sfida, lei preferiva convocarlo all’École normale supérieure, che era pure più bella e tranquilla della Sorbona dove il Bassotto figurava tra gli iscritti. Quando venivano sloggiati, si ritiravano su una panchina del Jardin du Luxembourg con la Tavola periodica degli elementi e il Formulario di fisica semplice estratti dalla sua borsetta, sorreggendo in due il foglio pericolosamente trasparente lungo le linee di piegatura. Rimanevano in quell’intimità chimica e fisica fatta di carta, finché Gerda si spazientiva o aveva freddo. Quanti minuti di contatto sarebbero stati concessi alla coscia flanellata del Bassotto, quanta visione delle calze di seta che sbucavano da sotto le formule, dei piedini che battevano il ritmo dei ripassi?
La mattina, aprendo le imposte, Willy scrutava le nuvole sopra il cortile dell’albergo. Quando erano così cupe da annunciare che sarebbe saltata la ripetizione al parco, s’incupiva. A lui bastava una giornata non troppo fredda e coperta, ma la sua meteorologia non riusciva mai a indovinare dopo quanto tempo Gerda si sarebbe alzata da quella panchina. Di colpo si tirava su, camminava lungo la muraglia verde degli alberi allineati, enormi al suo confronto. Avanzava a passo lieve ma lievemente innervosito, o magari era l’effetto del ghiaino che scricchiolava sotto i suoi tacchi, una stilettata dopo l’altra. Il Bassotto restava indietro per correggerla, il foglio in mano. Gerda si fermava e si voltava, voleva trovare la formula, la sequenza di elementi prima che lui la raggiungesse. «Devo rallentare?» si chiedeva Willy, senza avere chiaro se era per darle tempo o per trattenere quello sguardo così intento. Il dubbio stesso probabilmente lo rallentava, visto che Gerda riusciva quasi sempre a lanciargli incontro la risposta, cosa che gratificava il Bassotto di un fugace sorriso trionfante. Ma qualche volta, vedendo le classi appena uscite dal Lycée Montaigne, Gerda tirava dritto, come se i loro sforzi di apprendimento fossero ridicolizzati dai cappottini e dai capelli allisciati che uniformavano le facce puerili rianimate dalla fine della scuola. Basta, lasciamo perdere, comunicava quell’accelerata verso l’ingresso di rue Auguste Compte, da cui si riversavano gli alunni dell’antico liceo parigino. Willy allungava il passo, preparandosi a dirle in modo brusco che quei ragazzini non erano un motivo valido per irritarsi e piantarlo lì. Stranamente anche Gerda smetteva di correre, quasi se ne rendesse conto all’improvviso, ma a Willy, inseguendola, arrivava sempre più forte una voca da soprano: «Lutétium, Hafnium, Tantale, Tungstène, Rhénium, Osmium, Iridium, Platine, Orrr...» declamava Gerda, quasi fosse una poesia surrealista. Gli studenti si stringevano per lasciarla passare, degnandola a malapena di una smorfia. Ma negli occhi di qualche ragazzo dilagava una luce che Willy Chardack conosceva bene.
Il dottor Chardack ricorderà per sempre il blocco D della tavola periodica in quel francese ricalcato e istrionico, una combinazione che, guarda caso, include il mercurio di cui è fatta la batteria del suo pacemaker. Non va bene, in realtà, la batteria al mercurio, e con Greatbatch dovranno risolvere il problema, un compito a cui il dottore non vede l’ora di dedicarsi. Ma il dottor Chardack non si fa intimorire dalle sfide. Greatbatch non gli ha mai chiesto da dove gli vengano il sangue freddo e l’imperterrita fiducia nelle invenzioni; forse perché ritiene parte del disegno provvidenziale l’aver trovato proprio a Buffalo un cardiochirurgo tanto capace e disponibile a far notte nella sua rimessa. In quelle notti è stato naturale parlare dei suoi trascorsi nel vecchio mondo, mentre il dottor Chardack ne ha abbastanza dei pranzi in mensa e dei dinner parties dove qualsiasi collega o perfetto sconosciuto tende a porgli le eterne identiche domande.
«So you went to university here or back in Germany?»
«Well, in Europe, but not in Germany. In Paris.»
«Oh... in Paris!»
«Neanche in Paris l’obitorio profuma di Chanel numero 5» aveva gelato una volta una tavolata, prima che l’ospite ne ridesse come di uno scherzo tra colleghi, not bad, ma sconveniente di fronte alle signore che consideravano Parigi so romantic. Così, appena le signore si erano ritirate in cucina, il padrone di casa era tornato sull’argomento. «Ne abbiamo passate delle belle, vero Bill? Non c’è nulla di più democratico, dopo la morte, del compito di un medico, e vedo che ce lo insegnano ovunque alla stessa spiacevole maniera... Allright, lo verso anche a te un altro goccio?»
«Cheers» aveva risposto il dottor Chardack, portandosi anche la replica alle labbra.
Il problema, infatti, erano stati i vivi. Erano certi professori con la vocazione a bocciare chi agli esami incespicava, non in una nozione appresa male, ma in una parola o in una corretta declinazione. «Siamo invasi!» sentenziavano i manifesti per le strade, e nelle aule si coagulavano chiazze di studenti arrivati a Parigi da ogni luogo in cui il fascismo e lo sciovinismo dilaganti avevano preso il sopravvento: qui gli italiani, lassù gli ungheresi e i polacchi, poi i rumeni e i portoghesi in gruppetti più esigui. Un po’ dappertutto loro, i judéo-boches, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, perché ormai erano davvero tanti, temuti per questo, e perché spesso erano anche tra i più bravi.
Studiare tutto a memoria, ripetere a macchinetta, parola per parola, manuali di cinquecento pagine. Cavarsi gli occhi sino a tarda notte per via della luce a risparmio degli abat- jour spogliati dei paralumi a fiorellini pallidi (quelli sì, nelle intenzioni, assai romantici), tremando per la stanchezza e il freddo umido, l’acidità dei troppi cafés crèmes bevuti durante il giorno per non crollare sul materasso della camera d’albergo.
«Tra un po’ un francese non potrà più farsi curare da un medico francese» commentavano gli studenti più o meno associati in gruppi di fede cattolica, comunque devoti alla Francia insidiata più che a Gesù Cristo. Proferivano la frase come gli annunci alla stazione, sbuffavano all’indirizzo di un compagno di banco, arroganti a mezza bocca.
Bisognava essere i migliori per essere certi di passare gli esami. Bisognava rispettare ogni scadenza. Sbrigarsi. Sperare che le Ligues d’extrême droite non replicassero i fatti terribili del 6 febbraio ’34 con maggiore successo («fanno bene lo champagne, il putsch ancora non lo sanno fare» era stata la sintesi sprezzante, esorcistica, d’un compagno di studi berlinese), che il governo non cedesse troppo alle pressioni più reazionarie, che la sinistra vincesse le prossime elezioni. Altrimenti, tra le restrizioni, c’era d’aspettarsi anche la quota d’accesso per restituire le università francesi ai francesi, e poi che cos’altro sarebbe stato promulgato per rendere la vita impossibile agli immigrati?
Due anni di incertezze. Ma dopo la vittoria del Fronte Popolare, festeggiata fino all’alba di quel 4 maggio del 1936, i docenti nazionalisti o semplici antisemiti si erano fatti ancora più carogne, nella convinzione che ormai la Francia potesse essere difesa solo grazie ai loro sforzi esemplari: fermare gli invasori lungo il corso degli studi, respingerli uno a uno, esame dopo esame.
Ma il vantaggio della lingua materna e ogni privilegio di nascita si azzeravano appena si entrava dans la morgue: non quella di defunta fama granguignolesca, ma pur sempre un obitorio con la sua aria fredda come la morte, stagnante, umidiccia. Lì assumevano un incarnato in tinta con il cadavere sia il rampollo destinato allo studio di papà sia il petit bourgeois investito di risparmi e ansie di promozione dal proprio parentame, compreso qualche provinciale che si era gloriato d’aver spezzato il collo alle galline. Era una questione di probabilità numerica, in fondo: il rito macabro-scientifico non rivelava nulla delle future qualità di un medico, come Willy stesso diceva ai suoi compagni per rincuorarli.
Eppure era stato un momento di verifica e di rivalsa. Un momento in cui nessun docente poteva negare l’evidenza esposta sul tavolo autoptico. Saper fare oggettivamente. Saper fare e basta. Per Willy e i suoi amici di Lipsia c’era soltanto questo a cui affidarsi: per non tirare avanti aspettando che si allentasse la presa di un destino che rifiutavano. Riconoscerlo avrebbe significato concedere la regia agli squadristi che li avevano cacciati, validare le menzogne sul «destino dei popoli e delle razze», i miti farlocchi di quelli là che si credevano eredi di divinità estinte da un millennio. Il destino era un mito falso, una truffa, un pretesto reazionario. Ma anche a Parigi dovevano prenderlo nelle proprie mani, quel destino, con tutto quello di cui potevano dare prova. Willy non aveva esitato a tenersi stretto il bisturi. E l’unica tra loro arrivata a Parigi con un mestiere in tasca, si era tenuta a galla con la macchina da scrivere. Finché le sue dita ormai lievemente incallite nei polpastrelli (ma forse Gerda esagerava) non avevano abbracciato il corpo compatto di una macchina fotografica.
«La nostra Gerda suona la Remington come Horowitz uno Steinway» era una frase proveniente dai caffè che facevano da salotto, salotto buono, per chi viveva in una camera striminzita o era ancora confinato al posto letto di un dormitorio. Al tempo stesso erano la piazza di scambio, il mercato nero sempre volatile, per chi cercava o aveva da offrire un lavoro. Gerda era favorita dall’ottima conoscenza del francese acquisita in un collegio sul lago di Losanna, ma questo le dava anche un’allure da fanciulla altolocata che non aveva mai mosso il dito mignolo. Insomma, i primi lavori le erano arrivati non perché i committenti si aspettassero che fosse una brava dattilografa, ma per pura simpatia. Tanto maggiore era la sorpresa quando consegnava, rapidissima, dei lavori impeccabili e altrettanto rapidamente cresceva la sua renommée. Chiunque avesse dato alla «nostra Gerda» una lettera da battere vite-vite poteva essere all’origine della battuta sullo Steinway. Ma no, riflette il dottor Chardack, non accorgendosi di una bici che gli taglia la strada, la frase risaliva a Fred e Lilo Stein, che avevano accolto Gerda e la Remington nel loro appartamento e l’avevano vista all’opera per tutto quel periodo.
Willy non era convinto che stare dagli Stein fosse la sistemazione più adatta per la «nostra Gerda». «Come va lassù nell’esilio di Montmartre?» le chiedeva ogni tanto. «Bene, benissimo» rispondeva lei decantando la sua nuova stanza, divisa con un’amica con cui era perfetto coabitare, visto che pure Lotte, la giornalista, correva perennemente dietro ai lavoretti. E non mancava mai di sperticarsi in elogi dei suoi magnifici padroni di casa. Cosa che gli Stein in realtà non erano, con quel subaffitto che aggirava il contratto di locazione firmato da un fotografo francese da cui erano stati piantati in asso. Ma gli inquilini che lo avevano accettato consegnavano la retta con una puntualità impensabile per Gerda e Lotte. Se però non c’era silenzio entro un certo orario, minacciavano di non pagare un centesimo. Purtroppo le ragazze, se volevano rispettare le consegne, non avevano alternativa: finito il martellio cacofonico di Lotte, il suo slegato giornalistico, ripartiva Gerda con le sue marce accelerate, gli inesorabili squilli e rulli degli a capo che rintronavano oltre la porta chiusa. Così, dopo aver rabbonito gli inquilini con un bicchiere della staffa («un petit cognac c’est mieux pour dormir d’une tisane...») e le dovute scuse (Fred voleva offrire uno sconto ma Lilo l’aveva subito fermato), gli Stein avevano collocato la Remington nel punto più lontano dalle camere, sul tavolo da pranzo, dove soltanto loro, i padroni di casa, distesi sul sofà, sorbivano il pieno impatto del sottofondo dattilografico. Dicevano di essersi abituati, dicevano che i ritmi di Gerda evocavano il tamburellare scatenato di Gene Krupa nello swing di Benny Goodman e pure Šostakovič e Čhačaturjan, vigorosa arte rivoluzionaria. «La nostra Gerda suona la Remington come uno Steinway» concludevano, e lei rideva, perfettamente intonata a quegli apprezzamenti da solista.
Willy l’aveva un po’ persa di vista in quel periodo, anche se Gerda non mancava di fargli festa quando si presentava con una buona bottiglia a Montmartre. Gli Stein, simpatici e alla mano, lo invitavano più spesso, ma non c’era stata occasione per approfondire l’amicizia.
Anni dopo, però, aveva ritrovato Fred e Lilo in quella data fatidica, il 6 maggio 1941, stampata sul biglietto della nave che da Marsiglia li portava negli Stati Uniti. Willy era arrivato all’imbarco teso come le corde che legavano la sua vita a un molo della Francia occupata. Teneva d’occhio tutto, ma in fondo non aveva guardato se non la passerella, l’alzata degli ormeggi e, finalmente, la scomparsa della linea della costa. Lo aveva riconosciuto Fred, mentre stavano per scendere sottocoperta. «Che bello rivederci» si erano salutati, con l’incredulità, il sollievo, il magone compresi in quella frase di circostanza. Durante il viaggio erano entrati in confidenza, gli Stein avevano voglia di parlare e Willy era contento di ascoltarli. Progettavano le loro nuove vite in America, ma raccontavano volentieri di Gerda, dei bei tempi con Gerda, com’era naturale. Era il tramite della loro amicizia e, in fin dei conti, un argomento immune alle inquietudini che occorreva lasciarsi alle spalle almeno per quel mese in mare alto. Sì, saperla morta e sepolta a Parigi consentiva di non chiedersi dove fosse e cosa potesse ancora capitarle...
Il dottor Chardack si guarda intorno e si accorge di quanto appaia mostruoso quel pensiero nella cornice quieta e molto verde di un sobborgo dove il maggior allarme sono i raccoons che nottetempo rovistano nell’immondizia. Pare sia successo più di una volta che una signora si sia trovata vis-à-vis con l’intruso infilato nel bidone e quello la guardasse un po’ scocciato, appena in tempo per decidersi alla fuga. Cose che stenta a prendere per buone una persona nata in Europa, cose che tuttavia valgono un trafiletto sul Buffalo News, e Gerda sicuramente ne sarebbe andata pazza, pur chiedendosi come si poteva vivere in un posto dove non c’era nessuno di più eccitante da incontrare di un, come si diceva, ecco, Waschbär, un orsetto lavatore.
In ogni caso, Gerda era stata fondamentale per sopportare la traversata dell’Atlantico. I ricordi di Fred e Lilo gli avevano fatto scoprire alcune cose mai sapute. Per esempio, che Fred fosse così incantato dalla bravura con cui Gerda batteva a macchina da averla fotografata in quella posa: le dita morbide sulla tastiera, il volto cangiante tra sorrisi, smorfie, risolutezza, concentrazione, sfida, soffi di fumo allusivi di un dialogo collaudato tra la macchina da scrivere e la macchina fotografica.
All’epoca dell’esilio a Montmartre, Willy era convinto che l’interesse di Gerda per la fotografia fosse soltanto una febbriciattola, una curiosità accessoria a una nuova fonte d’intrattenimento. Aveva bisogno di divertirsi come dell’aria, questo sì, e André Friedmann, che le girava attorno da parecchio, la faceva ridere, indubbiamente. Non c’era altro motivo per frequentarlo. Quali ambizioni o possibilità poteva avere quel simpatico attaccabottoni di Budapest, con la testa arruffata e un francese ridicolo, uno che cercava di piazzare qualche foto sui giornali come facevano a centinaia? Provava a darsi un tono, a spacciare come una scelta di stile la sua condizione miserabile, ma Gerda non era ricettiva a quel messaggio, e dopo un po’ il ragazzo, che stupido non era, aveva smesso di farle il filo accontentandosi di stare nella parte amichevole e prevalentemente buffa che lei gli assegnava. La fotografia e il fotografo erano rimasti un passatempo, e un aggancio per allargare le conoscenze (per esempio Cartier-Bresson, con quel modo di fare così elegante che tradiva la ricchezza di famiglia), finché Gerda non si era trasferita dagli Stein.
Al dottor Chardack sembra ancora inconcepibile che Friedmann, vale a dire Capa, abbia potuto diventare un nome noto persino a una ragazza italoamericana del New Jersey. («Robert Capa? You never told me!» aveva esclamato sua moglie, vedendolo impallidire al volante quando il giornale radio aveva annunciato che era morto in Indocina.) Avrebbe piuttosto scommesso su Fred Stein, che a Parigi si era fatto rispettare e a New York non se la passava male, ma il successo strepitoso di Capa era tutt’altro.
Stein era di Dresda, si era laureato a Lipsia, e a Parigi era apprezzato per l’attività antifascista e come fotografo. Era riuscito a perfezionarsi da solo, a conquistare la stima dei colleghi, addirittura a mandare avanti uno studio a Montmartre. E Gerda questo lo ammirava, ammirava la trasformazione di un giurista privato del diritto a esercitare, prima da Hitler e poi dalla Francia, che il puzzo di reagenti del bagno adibito a camera oscura ribadiva ogni giorno. D’altronde, se la nobile Francia non avesse previsto una toilette a parte finanche nelle abitazioni di uno stabile così così, i bisogni degli inquilini e le esigenze del laboratorio avrebbero potuto convivere a fatica. La vasca era comunque ingombra delle stampe appese ad asciugare sullo stendino, cosa di cui, secondo Willy, l’amica non doveva essere contenta.
Un giorno Gerda, quando viveva ancora in albergo con Ruth Cerf, gli aveva chiesto un aiuto urgentissimo. La questione era ridicola e anche un po’ scabrosa e aveva per oggetto delle cimici. Dopo aver scoperto la vera origine dello sfogo scambiato per reazione allergica, le ragazze avevano mosso tutto il possibile per disinfestare la loro camera, a cominciare dalla roccaforte della colonia parassitaria, l’infame materasso. Il problema sembrava essersi risolto. Però, maledizione, ora ci voleva un bagno caldo, un’immersione da cui emergere con la faccia rubizza e le dita raggrinzite dei neonati, mondate della pellicola di schifo che sembrava rimasta appiccicata alla pelle, per quanto si lavassero due volte al giorno nel lavello arrugginito. Ma i soldi per l’acqua calda non li avevano, in più il bagno lì da loro faceva quasi più ribrezzo dell’intero albergo. Willy aveva fatto appena in tempo a rivolgerle uno sguardo frastornato che Gerda si era lanciata a spiegargli la proposta.
«Tu inventi qualcosa per distrarre il tuo concierge e noi saliamo. Dopo sarà facile, faremo attenzione, usciamo una alla volta. Non devi fare altro, solo la chiave del bagno, mi raccomando, non dimenticarla.»
Willy era stato attraversato dal pensiero di spedirle ai bagni municipali, ma l’unico nelle vicinanze, il Bains d’Odessa, aveva una fama pessima. Si era quindi arreso al rischio che il concierge o le cameriere lo scoprissero come uno che si porta le ragazze in camera (ben due in una volta!), ma tutto era andato secondo i piani di Gerda. Però la notte lui aveva ancora i battiti accelerati, sudava, e per venire a capo dell’eccitazione finì per usare il metodo più umiliante e meccanico. La consapevolezza che si fossero spogliate, lì oltre il corridoio, a pochi passi. Poi il colpo di scena (o colpo al cuore) al quale non era preparato: che Gerda fosse tornata non per recuperare la borsetta, ma per estrarne un barattolo di Nivea. Che dopo avergli detto «se vuoi, ti puoi girare» (lui s’era messo subito di fronte all’armadio) si fosse tolta gli abiti e spalmata la crema. «Purtroppo tocca aspettare che si assorba!» «Fa niente, aspetto!» aveva replicato. «D’accordo, però mi secca farti restare lì in castigo troppo a lungo...»
Infatti, quando aveva comunicato che era pronta, Gerda in realtà doveva ancora cospargersi di crema le gambe, attendere altri minuti, rimettersi le calze, tirare giù la gonna. Girarsi, a quel punto, era comico. Non gli restava che sperare di non essere avvampato già prima che Gerda gli desse un bacetto e, con la porta socchiusa, sussurrasse «Danke, Dackel» per svignarsela subito dopo.
Era anche per via di quell’episodio che aveva scommesso contro la vita troppo regolata di Montmartre: e il bagno degli Stein tanto spesso inutilizzabile gli si era presentato come emblema di quella libertà ristretta.
Invece Gerda, rammentavano gli Stein, si era subito entusiasmata al nuovo utilizzo. Aveva chiesto se qualche volta potesse sviluppare lì il suo amico Friedmann, e soprattutto si era offerta come aiuto, così supplice da obbligare la risposta. Sì, la nostra Gerda vedeva emergere una bella possibilità assieme alle strisce di negativi e aveva preso a seguire Fred in ogni momento libero della giornata. «Ti rubo il mestiere, posso?» Imparava a fare sviluppi, ritocchi e ingrandimenti con sveltezza e gioia concentrata, il suo insegnante non faceva in tempo ad assegnarle un nuovo compito che già parlava di progetti. Investiva chiunque la incontrasse dei suoi progressi in campo fotografico, non parlava quasi d’altro. Non sapeva bene come impratichirsi perché la Leica degli Stein era disponibile solo quando erano a casa, mentre quella di André, santa pazienza, finiva ogni due per tre al banco dei pegni. Quel matto di un ungherese aveva le mani bucate e il coraggio di dirle che esagerava lei con quella fissa del risparmio così tipicamente tedesca. «Io, Willy, ti rendi conto?» Comunque la parte tecnica e teorica pensava ormai di dominarla, e poi i suoi maestri sostenevano che l’occhio si allenava anche scattando a vuoto. «Certo, ma è come se un tirocinante in chirurgia, tu per esempio, dovesse sempre accontentarsi di tagliare l’aria! Ti pare possibile?» «No, hai ragione» aveva detto Willy, però di molte cose non era più sicuro. Gerda rinunciava all’idea di laurearsi per tentare la carriera di fotografa? Non lo vedeva quanta concorrenza c’era, quanto era più facile mantenersi con la macchina da scrivere? Un giorno glielo aveva chiesto e lei gli aveva tagliato la parola: «Credi che non lo sappia?» Era contenta di potersela cavare con il suo lavoro di dattilografa, si dava pure della Tippmammsel da sola («chez nous, c’est une mademoiselle qui batte sur la machine» spiegava ai francesi), ma si sentiva alienata, si annoiava. E soprattutto non sopportava di dover lavorare in nero, alle grazie di chicchessia potesse presentare lo sfruttamento come un favore e toglierle il lavoro in ogni momento.
E mentre lei continuava a illustrargli la perfetta ragionevolezza dei suoi sogni («non sono cose che si fanno dall’oggi al domani»), a Willy era tornato in mente un dettaglio delle loro ripetizioni all’École normale, a cui, già proiettato sulla panchina del Jardin du Luxembourg, all’epoca aveva fatto poco caso. Capitava che nei paraggi dell’École normale o nei corridoi, per le scale, nel chiostro riparato dove si fermavano a fumare l’ultima sigaretta prima di infilarsi in qualche aula, incrociassero un uomo dall’andatura strabica dei dottori di una certa età, il cappello calato sulla testa tenuta bassa, la pancia ben nutrita che gonfiava i bottoni centrali dell’impermeabile. René Spitz, chiamato in qualità di allievo di Sigmund Freud a occupare la cattedra di psicoanalisi, aveva bisogno di una segretaria personale e quella segretaria era stata Gerda. Così, ogni volta che lo scorgeva, aspettava che si approssimasse e «Guten Tag, Herr Professor!» gli squillava incontro, come se fosse la persona più felice al mondo di vederlo. Il professore non ricambiava, o restituiva farfugliando alla viennese, in ogni caso tirava dritto, l’istinto di fuga prevalente sull’imperativo di serbare il decoro dinnanzi al corpus studentesco. La reazione strappava a Gerda un radioso ghigno da bulletto. «Hai visto? Lo saluti à la boche... e pfff!» Era solo un piccoloborghese ipocrita che, purtroppo, di piccole ebree disposte a sgobbare alle sue condizioni ne trovava a caterve. Ma lei non sarebbe rimasta quella che era adesso, e non bisognava essere un discepolo di Freud per averne la certezza...
Chissà cosa avrebbe detto Gerda vedendolo sfilare in mezzo al vuoto pacifico di quelle casette colorate, con la faccia sudata probabilmente un po’ rossa, la pancia più pronunciata, ma così poco cambiato per il resto? Proprio lei, che era sicura di vederlo in cattedra alla Sorbona o in un’importante università americana, come avrebbe accolto la fine che quelle aspettative avevano fatto? Dopotutto non si era tanto sbagliata, dopotutto era diventato qualcosa in più di un qualsiasi Herr Professor, ma in un posto così qualunque, un posto che entrambi avrebbero dovuto cercare sulla mappa. Invece Gerda che cosa sarebbe diventata se non avesse incontrato André Friedmann in un periodo poco brillante, se lui non l’avesse introdotta in un’agenzia fotografica e, soprattutto, se in Francia assumere una straniera non fosse stato vietato dalla legge? Non avrebbe trovato presto un impiego degno delle sue qualità e della sua bella presenza? E non avrebbe continuato a servirsi delle ripetizioni del Bassotto per approdare finalmente a una facoltà dove erano mosche rare le ragazze in generale, e quelle come lei una sottospecie a cui le porte della scienza si spalancavano in virtù di una mente adatta, un’ostinazione insospettabile, e magari pure della grazia? No, non è detto... Forse sarebbe stata più contenta se avesse conosciuto non necessariamente un Rothschild, ma un facsimile del suo vecchio fidanzato di Stoccarda: un signore di vedute liberali e mani generose al portafoglio...
Perdersi dietro quelle congetture mentre cammina sotto il sole si sta rivelando uno svago utilissimo. Il dottor Chardack è abituato a tirare le somme di un esperimento, fosse anche mentale e involontario. D’altra parte, aveva già pensato allora che, con una variabile della configurazione di partenza, un piccolo intervento della casualità, Gerda Pohorylle sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa, in una città come Parigi.
Nelle lettere che Gerda condivideva sempre con Willy – vuoi perché si sentiva un po’ sperduta i primi tempi, vuoi per tenere uniti i suoi affetti, e nell’ordine che aveva stabilito a Lipsia – Georg le scriveva che in Italia la vita non era una simile corsa a ostacoli. Lo aveva ribadito su un cumulo di neve quando entrambi lo avevano raggiunto a Torino per andare a sciare in una località ben attrezzata delle Alpi. Si erano fermati in cima alla pista, a valle non si vedevano più né la partenza della funivia né i due silos mastodontici, i nuovissimi alberghi che il padrone della Fiat aveva fatto edificare con l’avallo solenne del Padre della Patria. Georg aveva proposto una sosta e ne aveva approfittato per parlare. «Sia chiaro che non ci sono scuse» aveva detto «per quelli che hanno imprigionato, massacrato di botte, mandato al confino o in esilio i nostri compagni italiani, dando l’esempio agli allievi ancora più criminali.» Eppure in Italia potevi nascere ebreo e diventare ministro, gerarca, alto papavero, artista di corte riverito dai capibanda, persino – guardando verso Gerda – la prima concubina del primo puttaniere: ruolo non invidiabile, considerato che lì la foia maschile era acclamata come una gran dote di comando. Lei non aveva commentato, ma dato una scrollata ai capelli corti schiacciati dal berretto, senza ravviare le ciocche mosse che le erano volate sulla fronte. Quel gesto istintivo magari non c’entrava niente. Comunque Gerda, la faccia rivolta al sole, le guance arrossate, il foularino che spuntava sotto la sciarpa, in pendant con gli occhi verdi socchiusi con la goduria d’un felino, c’entrava ancora meno. Così Georg si era rivolto al Bassotto: «Lo sai che è fascista gran parte dei clienti dei nostri padri, persino gente che fa Cohen di cognome, e non perché con le camicie nere occorre mantenere buoni rapporti. Fascisti i pellicciai ma pure i bottegai da due lire. Rintronati dalla pompa militare, ubriacati dalla paccottiglia di romanità con cui sentirsi italiani sino al midollo». Poi c’erano quelli che Georg incontrava ai corsi: più erano cresciuti in case piene di libri spolverati dalla serva («si dice così da queste parti» puntualizzò schifato), più diventare pagliacci vestiti da guerrieri li esaltava. «Sono al colmo dell’esaltazione adesso che la guerra imperialista si avvicina!»
Willy avrebbe voluto solo gustarsi la giornata sugli sci e non addentrarsi in quei discorsi. «In Francia si dice che il bellicismo esasperato di Mussolini vuole intimorire le altre nazioni» aveva provato a cavarsela, lo sguardo alle tracce fresche di slalom lungo la discesa, «e compattare il consenso in patria.»
Georg aveva scosso la testa, secco.
«Il nostro Führer è quello che ben sappiamo, ma non dobbiamo illuderci che questo sia un cane che abbaia ma non morde. Però i fascisti non hanno molta simpatia per Hitler, e per ora ne possiamo approfittare. Rimanere a Parigi, sfinirsi nella guerra tra poveri di tutti gli emigrati, a che cosa serve? Non dobbiamo rinunciare a batterci, ma neppure coltivare degli scrupoli morali perché scegliamo di vivere dove, al momento, quasi tutto è più semplice e alla portata delle nostre tasche.»
«A chi fai questi discorsi, alle montagne?» aveva ribattuto Gerda con una piccola risata.
Georg aveva preso la tavoletta di cioccolato che lei gli aveva allungato, conciliante, già stesa sugli sci piantati di sbieco nella neve fresca, e aveva addentato la sua porzione quasi ostentando di gustare il dolceamaro.
Willy aveva esitato a fare altrettanto, imbarazzato. Non c’era dubbio che quella punzecchiatura significava un rifiuto di cui non poteva che essere contento, ma gli era altrettanto chiaro che l’amico, ancora una volta, aveva sfoderato le sue armi dialettiche per attrarre Gerda: portarsela vicino, saperla al proprio fianco. Comizi politici come comizi d’amore. Succedeva da quando era entrata nel loro gruppo. Willy non era tagliato né per gli uni né per gli altri; anche se poi la vita aveva dimostrato che riusciva a cavarsela con qualche basilare complimento («stai bene con questa camicetta azzurra, questa pettinatura, quest’aria riposata»), persino ad articolare un «sono contento di vederti», caparra e molto più sovente surrogato di un «ti amo». Ma erano altre donne quelle che aveva corteggiato, donne che cercavano le intenzioni serie. Con Gerda, adoperando quel linguaggio, si rischiavano un lampo ironico o un’arruffata di capelli, fisica o figurata.
«Ach, Willy.»
Georg Kuritzkes aveva tutt’altro repertorio: battute complici, complimenti travestiti da canzonature, grandi discorsi in cui citava Lenin, Marx e Rosa Luxemburg, e infilava a memoria versi di Heine. Da quando Gerda era arrivata a Lipsia, si era lanciato nella contesa con il fidanzato di Stoccarda senza scoprirsi con una singola parola, eppure corteggiandola con tutte. Era per questo che, alla fine, lei si era decisa per lo studente di medicina che non poteva offrirle le sciccherie a cui l’aveva abituata il suo caro Pieter, importatore di generi coloniali e discendente di una dinastia mercantile anseatica? Probabilmente no. Georg però viveva a un chilometro. Voleva la sua passione nel fare la corte mescolata alla passione politica che Gerda riusciva, quella sì, a prendere sul serio. Voleva adattarsi velocemente a Lipsia e ai tempi nuovi. Doveva solo abbracciare la fortuna di avere trovato il suo istruttore: suonare quando voleva il campanello in Friedrich-Karl-Strasse, scordarsi un libro o un paio di guanti, disseminare qualche forcina per capelli nella mansarda di Georg, dove nessuno faceva una piega se l’ultima a rimanere era una ragazza.
Poi Georg Kuritzkes si era iscritto a Berlino e Gerda andava spesso a trovarlo. Il lunedì tornava a Lipsia illuminata – gli occhi, la pelle del viso, i movimenti ammorbiditi, mentre decantava al Bassotto le esaltanti giornate berlinesi. È così che diventa una donna quando può stare liberamente con un uomo, concludeva Willy, scombussolato. Come una regina nella capitale, tutto è suo e lei lo attraversa, regale e bendisposta. Le passeggiate al Tiergarten quando Georg era all’università, le orchestre jazz americane, la razionalità monumentale dei nuovi cinematografi e il rigore commovente dei mattoni con cui il grande architetto Mies van der Rohe, già ammirato alla Weissenhofsiedlung di Stoccarda, aveva eretto un muro spigoloso alla memoria di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. «Dovevi portarmi al cimitero?» gli aveva chiesto, ma aveva comprato una rosa da un povero diavolo posandola su quelle già appassite, come era giusto. Poi, nell’assenza fisica di Georg, quella luminosità intensa scemava, l’elettricità si scaricava. Ma Gerda continuava a stare benissimo lo stesso, a Lipsia, qui e ora.
L’aria di North Buffalo, in quella domenica piena di sole, ha un odore di erba tagliata, ottimo, con qualche striatura di gasolio che il dottor Chardack aspira assieme alla seconda o terza sigaretta dopo il pranzo. La gusta come una prova del lusso di non avere altro da fare. Intorno alle case ora c’è un gran movimento, gente indaffarata a dare una mano di pittura, inchiodare assi, riparare la grondaia. Pare che si divertano (i bambini di sicuro) e lui non può che ammirare questo modo semplice di rinnovare lo spirito di frontiera, estraendolo dalla cassetta degli attrezzi. Nel suo caso, c’erano voluti anni prima che si decidesse a traslocare in pianta stabile, odissee in macchina con l’aeroporto chiuso per maltempo (lassù l’inverno poteva calare all’improvviso), lunghe ricerche per trovare l’abitazione adatta. Eppure lì sta bene, New York ha smesso di mancargli.
Da quanto tempo non sentiva gli Stein? L’ultima volta Fred gli aveva parlato dei suoi problemi di salute, peggiorati, ma non tanto da impedirgli grandi incontri: una seduta con la Dietrich, carismatica anche da vecchia, un’istantanea di Chruščëv, fantastica, o di Willy Brandt, che era sempre un amico e aveva sempre la stessa faccia, o del senatore Kennedy, che non lo esaltava, né lui né il ritratto che gli aveva fatto, ma sperava venisse eletto. C’era persino in vista un viaggio in Germania, rapido e indolore, il posto già prenotato sull’aereo...
«Sono contento per te che hai voglia di tornarci» aveva bofonchiato il dottor Chardack.
Era inevitabile che, durante la traversata dell’Atlantico, gli Stein volessero togliersi qualche curiosità a proposito di Gerda. Lilo gli aveva chiesto quando l’aveva conosciuta e Willy aveva risposto che era la tarda estate del ’29, quando il signor Pohorylle aveva ricevuto l’offerta di avviare un’attività a Lipsia e aveva trasferito la famiglia da Stoccarda.
Stava tornando a casa con il tram, quando a una fermata aveva notato una donna davanti alla vetrina di una modista. Indossava calze di pizzo e scarpe di una gradazione poco più scura, l’abito color avorio finiva in pieghe morbide sopra il ginocchio, i capelli castani lasciavano scoperta, tra la linea delle orecchie e le spalle, una distesa di epidermide appena ambrata. Willy aveva sperato che il tram non ripartisse prima che lui potesse vedere in viso quella donna di un’eleganza irreale, cinematografica. Ma lei si era messa in moto con un passo che sembrava irriderlo. Gli sfuggiva, voltandogli la schiena dritta, l’incavo delle ginocchia seminude. Quando il tram aveva ripreso la sua corsa divenuta inseguimento, Willy aveva creduto di scorgere il profilo di Elisabeth Bergner, tanto assomigliava alla sua attrice prediletta. Ma in un tratto in parallelo si era reso conto che la simil-diva era giovane, molto più giovane di quanto avesse fantasticato. Una ragazza, che magari avrebbe potuto conoscere, anzi avrebbe voluto conoscere a tutti i costi.
La conobbe qualche settimana dopo. Era già in grande familiarità con molti della loro cerchia, con Ruth Cerf e, soprattutto, con Georg Kuritzkes. Il Bassotto pensava che nessuno di loro avrebbe avuto qualche chance con lei, perché erano troppo giovani, e Georg, in particolare, troppo votato all’esproprio della borghesia per i gusti e le esigenze dell’elegante signorina Pohorylle. Ma, come tante altre volte, si era sbagliato.
Il dottor Chardack non avrebbe ricordato per il resto della vita quella donna vista dal tram, se quella donna non fosse stata Gerda. E se non avesse intuito, magari non a sedici anni ma a diciotto, che erano correlati il suo fascino e la capacità frustrante di sfuggirgli, e non a lui soltanto. Non più adesso. Il ricordo di Gerda ora è solo un lusso da tempo perso, un ricordo come gli altri. Sempre che continui a camminare dritto per Hertel Avenue, con la giacca sul braccio perché qui manca anche l’ombra che persino gli alberi più smilzi riescono a riversare sull’asfalto, e imbocchi, al contempo, un pensiero laterale: per esempio chi avesse dato a Georg il suo numero di telefono. Non il fratello in Colorado, con il quale non aveva più contatti. La madre, forse, ma chi avrebbe potuto darlo a lei? Ruth? La madre di Kuritzkes e il secondo marito, il dottor Gelbke, avevano aiutato la vedova Cerf durante gli anni del nazismo? Poteva darsi, e Ruth sarebbe il tipo da ricordarsene. Però ormai conduceva una vita borghese (sposata con bambini: quanti?) in Svizzera. Faceva ugualmente qualche telefonata di buona creanza a Dina Gelbke? Per parlare di che cosa? Della salute, del tempo a Lipsia e a Zurigo, di figli e nipoti e antichi frequentatori di Friedrich-Karl-Strasse, ma andando cauta, prediligendo i morti, a cominciare dall’adorata Gerda, rispetto a tutti coloro che si erano sparpagliati, non proprio a caso, ai quattro angoli dell’emisfero occidentale... Mah. Chissà se la via ha cambiato nome, se i Gelbke stanno sempre allo stesso indirizzo, si chiede il dottor Chardack con la testa imperlata di sudore tra i capelli diradati. Comunque si è persuaso che Georg abbia avuto il suo numero da Ruth Cerf. Era tanto più facile preservare le vecchie amicizie in Europa.
Perché non aveva mai considerato Ruth? Solo perché era troppo alta e di una bellezza che metteva quasi in soggezione? Si era barcamenata a Parigi come modella finché il suo tipo non era stato considerato démodé e troppo germanico, beffa dei tempi. Ma a Lipsia erano ancora liceali, e una ragazza come Ruth non passava di certo inosservata. Una ventenne come Gerda, però, era una novità sensazionale, e poi era così sofisticata, così glamorous: inevitabile che i ragazzi avessero preso a ronzarle intorno, un po’ meno che proprio lui fosse rimasto invischiato più degli altri. Non lo chiamavano «Bassotto» anche perché, statura a parte, puntava sempre a obiettivi raggiungibili?
Ma Gerda non dispensava i suoi favori solo in base alle apparenze, e non era mai stata semplicemente una ragazza per cui cavarsi gli occhi da un finestrino. Lei era una cosa fin troppo seria per chi l’amava, a giudicare dalle reazioni alle sbandate epiche di André Friedmann, quando il suo compagno era a Parigi e Gerda in mezzo all’esercito repubblicano con la sua Leica. L’ormai un pizzico famoso Robert Capa appariva sui boulevard della Rive Gauche, tutta esuberanza, tutto agio sessuale, cingendo in vita la ragazza che aveva rimorchiato per la serata. Quanto sarebbe durata Gerda con uno così, un uomo che andava a ritirare il loro cachet e lo spendeva in sbornie e in sciacquette? si chiedeva Willy allibito. Ma poi gli capitava di incrociarlo la mattina sul tardi, i postumi della baldoria riassunti in un sorriso strapazzato. Con un’espressione così estenuata da risultare supplichevole, Capa invitava il Bassotto al caffè per parlare di partenze e di programmi. Mandava giù una tazzina dopo l’altra e seguitava a usare la prima persona plurale. Si riferiva a Gerda come un povero melamed all’Unico e Supremo, anche se lui la nominava eccome, ironizzava Willy con un pensiero al maestrino galiziano che l’aveva preparato al bar-mitzvah. Non era un motivo valido per scusare le sue consolazioni della sera precedente, ma un punto bisognava riconoscerlo: Capa non era il solo a lasciarsi avvolgere da ogni genere di ebbrezza quando entrava in gioco Gerda. Disintossicarsi di una sorgente così fresca era quasi impossibile.
Willy ci aveva provato con buoni risultati, all’apparenza, però a volte si scopriva recidivo. Le occasioni più umilianti erano quelle in là nel tempo, quando era stato prescelto ufficialmente Georg Kuritzkes. Il vecchio fidanzato di Stoccarda si era ritirato con la classe di chi è abituato a perdere in grande stile, come dopo il crash del ’29. Rimanere «buoni amici», come lei sosteneva, a Willy non sembrava naturale, anzi puzzava di ritirata tattica: il fidanzato aspettava che le risorse del rivale si consumassero pian piano, cosa che non avvenne.
D’altronde, era palese che Gerda fosse parecchio innamorata di Georg e del suo mondo. E proprio la realtà incontestabile esponeva il realistico Bassotto ai contraccolpi.
Gli capitava, per esempio, di osservarla nell’affumicato soggiorno di Friedrich-Karl-Strasse quando Dina Gelbke, la madre di Georg, tirava fuori qualche episodio del suo passato, un romanzo d’avventura bolscevico di cui Gerda non perdeva un dettaglio. Dina raccontava come, giovanissima e ignorantissima, svegliata dai venti furibondi del 1905 che giunsero a incendiare anche la proletaria Łódz´, fosse scappata di casa per sfuggire alla repressione e unirsi ai compagni a Mosca. Diceva di carceri, false identità, fuga finale dalla polizia zarista, e poi dell’impresa più memorabile da quando viveva a Lipsia: l’evasione da una clinica di Merano, dove era stata seguita la sua prima gravidanza, per rendersi in visita all’uomo a cui doveva la direzione della sua vita, Lenin. «Stavo bene e nessuno avrebbe potuto impedirmi di mettermi in viaggio: non mio marito e tanto meno i dottori.»
Chi le aveva fornito l’occasione per ripetere l’aneddoto quella volta che gli era rimasta così impressa? No, non erano stati Bertolt Brecht né Kurt Tucholsky, ma qualche celebrità minore che, di passaggio in città, frequentava la casa. Dina, però, mentre raccontava guardava verso la compagnia dei ragazzi, e con un certo compiacimento aveva sottolineato che, nel giro di pochissimo dal suo arrivo a Zurigo, anche Georg aveva manifestato un’impazienza rivoluzionaria e poi una rabbia incontenibile – non nei confronti delle banche svizzere, ma dell’ostetrica e del medico, ossia del mondo circostante al completo.
«Sarà meglio che tu sappia tirarla fuori ancora, quella rabbia, visto che ami un po’ troppo perderti in discorsi» aveva concluso soffermando lo sguardo sui ragazzi seduti ai suoi piedi sul tappeto. Gerda non aveva rivolto a Georg un sorriso tenero e neppure uno raggiante. Gli aveva riso in faccia a bocca aperta, la testa arrovesciata che oscillava per riprendere il contatto visivo con Dina e le sue labbra carnose e Georg aveva ritirato la mano appoggiata sul ginocchio di Gerda che vibrava della pienezza di quel riso.
Willy soffriva. Era geloso dell’incuria proprietaria con cui Georg la toccava, e ancora di più della disinvoltura con cui se ne staccava. Era invidioso di tanta innata sicurezza (cosa poteva aspettarsi da uno che aveva avuto Lenin come padrino?), e lo incarogniva che l’altro non prendesse Gerda come un dono ma come un merito. Era geloso anche della corte che Dina faceva a Gerda sin dal giorno in cui il figlio l’aveva introdotta in casa. Così riconvocava la donna vista dal tram, quel fotogramma sceso dallo schermo. «State attenti» diceva tra sé e sé. «Se qui le cose vanno meglio o lei si stufa di frequentare la vostra crème rivoluzionaria, in un soffio Gerda torna quella di prima.»
Non aveva molta fiducia che le cose potessero andare meglio nella Germania del ’31 o ’32. Perciò si concentrava sulla candida figura che ammirava bérets e cappellini nella vetrina del negozio di modista a quella fermata del tram. Un trucco da tre soldi. Comunque era certo che Gerda non avesse dimenticato Pieter. Il suo antico fidanzato si era ripreso alla grande con l’import di caffè, che lei aveva contribuito ad avviare. E magari, chissà, nel ricordo dei vecchi tempi, lei avrebbe potuto accettare di accompagnarlo in un viaggio d’affari e poi farsi aprire un ufficio in Sudamerica.
Chissà cosa avrebbe fatto se Pieter glielo avesse offerto? Avrebbe preferito Georg che ripartiva per Berlino o colto l’occasione per allontanarsi da ogni miseria e minaccia incombente?
Willy temeva di saperlo. Abbozzolato nella sua gelosia e nei tentativi di liberarsene, aveva sbattuto – goffamente, inutilmente – contro un aspetto che, anni dopo, molti di loro avevano sputato in faccia a Gerda. Opportunista! Lei si accendeva una sigaretta con nonchalance molto parigina e, alzando il mento, espirava: «Se è questo che pensi...» Il broncio si rifletteva negli specchi, il fumo avvolgeva la persona vis-à-vis al tavolino. Di solito si scusava poco dopo, come sbrigando una formalità: meglio presto e bene, ossia già sorridendo. Insistere, spiegare, sarebbe stato controproducente.
Sì, «opportunista» l’avevano pensato in molti, e non pareva eccessivo a posteriori. Ma le arrabbiature passavano, le delusioni si stemperavano, e Gerda restava. Era fatta così, era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi. Bisognava prenderla com’era: sincera sino a far male, affezionata a modo suo, sulla lunga durata.
Era sincera quando lo esigeva l’amicizia, non quando poteva dare un tocco hollywoodiano alle sue vicissitudini. Per esempio, amava rendere coprotagonista della sua fuga oltre confine la «Ranocchia Rossa», la Opel decappottabile di Pieter affidata a un amico che l’aveva depositata alla stazione di Strasburgo ed era tornato a Stoccarda in mattinata. Quando rievocava quel tragitto, Gerda saltava a piè pari i controlli di frontiera e un momento di paura non lo avrebbe confessato neanche agli amici intimi. Voleva solo fare la splendida, tenere banco, allargare la claque di ammiratori capitati al tavolino. Chissà se quel breve viaggio era davvero stato così simile a una gita da gran turismo.
Però non c’era dubbio che l’ex fidanzato l’avesse molto aiutata dopo la fuga a Parigi – SOLDI ARRIVATI STOP SEI UN TESORO STOP – perché a ritirare i vaglia alle poste di Montparnasse il Bassotto l’aveva accompagnata parecchie volte.
Il dottor Chardack afferra solo adesso, dalla distanza lineare di Hertel Avenue, di aver compreso troppo tardi le cose più importanti. L’osservatore modifica i dati persino nelle scienze esatte, e lui, all’epoca, non stava certo osservando un corpo che si muoveva in campo neutro. I suoi rilevatori avevano captato che non c’era da contare sulla fedeltà di Gerda in senso stretto (il che induceva a sfarfallii di speranza), però si erano mostrati insensibili al dato empirico più rilevante. Era impossibile calcolare quello che lei avrebbe scelto se si fosse presentata la perfetta occasione, ad esempio il commercio del caffè in Sudamerica, o l’estrema urgenza. Gerda avrebbe agito secondo la propria convenienza, sì, è probabile, ma non sarebbe tornata indietro, sicuramente.
Sarà stato verso l’inizio del ’34, Friedmann non era ancora apparso, e Gerda era ripiombata suo malgrado al punto di partenza. Poteva esibire i vaglia di Stoccarda come prova d’autosufficienza necessaria al rinnovo del permesso di soggiorno, e poi pagare la camera d’albergo, ma il benservito del dottor Spitz la consegnava all’impresa di tirare avanti giorno dopo giorno. Usciva all’alba, batteva i boulevard con un pacco di giornali che in braccio a una colporteuse talmente graziosa tendeva a esaurirsi presto. Si concedeva un caffè parecchio zuccherato, sbrigava le commesse da dattilografa che scarseggiavano, e poi andava a prendere il sole al parco. Era Gerda: aveva un aspetto magnifico, da bella sfaccendata. Neanche Ruth, con le sue entrate da mannequin o da ginnasta che in estate si esibiva in esercizi a corpo libero davanti ai frequentatori di uno stabilimento balneare sul Lungosenna, tradiva esteriormente la difficoltà a mantenersi, lei che al Gymnasium aveva studiato le lingue morte e quindi trovava per lo più lavori muti.
Il Bassotto era al corrente che non era un buon periodo per le ragazze, eppure non capiva come mai, soprattutto nel fine settimana, Ruth e Gerda scomparissero. «Un ricco ammiratore vi ha portate fuori porta?» aveva azzardato finalmente un giorno, incrociandole per strada, con una punta d’ansia rivolta a quella delle due che avrebbe accettato l’invito senza scrupoli.
«Magari! Siamo rimaste a casa tutto il tempo, si risparmiano molte calorie sotto le coperte.»
«E cosa fate?» aveva chiesto, sbigottito.
Ma che domanda! Chiacchieravano, leggevano, si sistemavano le unghie e le sopracciglia, rammendavano le calze con lo smalto e, quando lo stomaco tuonava (chi l’avrebbe detto, rideva Ruth, che Gerda producesse certi borborigmi), lo azzittivano intonando non qualche leggera canzonetta, no, un canto di rivolta, perché la pancia vuota lo reclamava...
Kuhle Wampe erano corsi a vederlo nell’inverno del ’32, attratti dalla «panza vuota» del titolo e dalle battaglie contro la censura che avevano strappato l’uscita del film in qualche sala.
Il dottor Chardack ricorda bene solo l’inizio che, come uno schiaffo alla coscienza intorpidita dal tempo passato, gli riporta la Germania ormai verso la fine. Quella fiumana di biciclette che correvano per Berlino come per vincere una medaglia, ma che in realtà gareggiavano per un giorno di lavoro. Il giovane ciclista che tornava a casa sconfitto, mandava giù un piatto di minestra assieme ai rimbrotti dei genitori («chi s’impegna ottiene sempre») e non diceva una parola. Appena solo, si toglieva l’unica cosa di valore che avesse, l’orologio, e si lanciava nel cortile. Un grido acuto, un disoccupato in meno. La morte di un loro coetaneo in pochi minuti di pellicola.
Il successo di Kuhle Wampe era stato superiore al previsto. Il pubblico usciva emozionato dagli attori che parlavano in berlinese stretto e non sembravano attori. «Tutto vero!» Nel salotto di Dina Gelbke si era acceso un dibattito per certi versi imprevedibile. Willy non si era chiesto chi fossero di preciso quei compagni immusoniti, ma gli era chiaro che appartenevano a una sorta di aristocrazia operaia. Inaspettatamente, la padrona di casa e i suoi accoliti, che coprivano di elogi il Proletkino teorizzato e sceneggiato dall’amico Brecht, si trovarono contraddetti dai veri proletari.
«Dov’erano il vostro Brecht e i compagni del collettivo artistico quando noi organizzavamo scioperi e picchetti?» protestavano. «A spasso con la Fräulein? A imparare poesie di Goethe?»
La veemenza della reazione aveva lasciato interdetti anche gli amici dei fratelli Kuritzkes. Erano così svezzati a cinema che non avrebbero mai preso la più realistica delle pellicole per uno specchio del reale. Davano ragione a chi ribatteva che un film deve generalizzare il suo messaggio.
Tra i presenti c’era un uomo che girava voce fosse stato il grande amore di Dina Gelbke. Non capitava spesso che una donna divorziasse da un marito come Kuritzkes, che non le faceva mancare niente, per buttarsi in una tresca con un goi nullatenente e bohémien, senza neanche la premura di celarlo ai bambini. Le seconde nozze con il dottor Gelbke avevano almeno assicurato a quei tre poveri ragazzi un tetto solido, era stato il commento della madre di Willy. Lui aveva ignorato quei pettegolezzi. E quando, già al liceo, alcune amiche presero a incuriosirsi di quella storia e di quell’uomo affascinante, aveva risposto con un brusco «non so nulla». Willy peraltro sapeva solo che i fratelli Kuritzkes nominavano da sempre un certo Sas, che poi si era materializzato in casa loro. Era un amico di famiglia. Un ex operaio che si era impegnato a diventare un maestro di scuola e di musica. Gli piaceva stare in compagnia dei giovani e i giovani ricambiavano il piacere. Ecco tutto.
Non era quindi inconsueto che Sas li seguisse nella mansarda e neppure che volesse proseguire a discutere con loro. Ma nella diatriba su Kuhle Wampe era esploso. Giustissimo credere nella gioventù, gridava, voi siete i più colpiti da questa guerra contro la classe operaia! Ma è da pazzi puntare il dito e dare per perduti tutti i lavoratori che non riescono a capacitarsi della miseria attuale. Il dissenso con il Partito comunista, e che non facesse nulla per nasconderlo se non per un riguardo ora del tutto evidente verso Dina, era stato un ulteriore motivo d’ammirazione. Ma proprio perché coglievano un attrito duplice, vuoi politico, vuoi abrasivo di un legame privatissimo, una volta esauriti i risolini non sapevano più che cosa dire. La più svelta era stata colei che non avrebbe mai perso la prontezza di spirito per qualche imbarazzo dei sentimenti. Gerda si era messa a raccontare dell’ultima volta che era stata a trovare Georg. Kuhle Wampe era appena uscito e bisognava attraversare mezza Berlino con largo anticipo, perché all’Atrium- Palast di Wilmersdorf, l’unico cinema in cui lo davano, c’era una coda infinita. Il pellegrinaggio di un pubblico talmente vario – operai e notabili della cultura, gente di spettacolo e commesse, qualche entraîneuse o giù di lì – l’aveva impressionata e poi la musica, le battute, il montaggio strepitoso! La scena nella U-Bahn che introduce il Solidaritätslied, il refrain impossibile da farsi uscire dalle orecchie! Ma poi c’è quella gara femminile di canottaggio, come se remare – eins zwei hop hop – fosse la cosa più utile e dilettevole per cambiare il mondo. L’ho detto a Georg e non mi vergogno di ripeterlo: vuoi mettere quando ballano e trillano il valzer in Il congresso si diverte?
«Ferma! Quella melassa reazionaria non devi neanche nominarla accanto al genio musicale di Hanns Eisler» s’era inalberato Sas, abboccando alla provocazione.
«Che cosa vuoi» aveva ritorto Gerda, soddisfatta, «se il comunismo al cinema è un po’ noioso, i reazionari vinceranno sempre, come s’è visto con le rielezioni di Hindenburg...»
Con un brillio dai sottili occhiali, Sas aveva ammesso che non poteva darle torto. «Ma allora dimmi: alla mia scuola di musica, tu lo terresti un corso di ballo, come quelli a cui mandano le debuttanti?»
«Per te questo e altro! O per l’educazione delle masse, se preferisci...»
E il riso cristallino in cui si dissolveva la replica di Gerda, contagiandoli e trascinandoli, aveva definitivamente spazzato l’aria della mansarda.
Meglio ridere: allora come dopo, a Lipsia come a Parigi. Meglio togliere gravità alla sventura che trovarsi intrappolati ancora in discussioni rese assurde dalla soppressione hitleriana di tutta la sinistra, che tuttavia si riaccendevano ovunque: nelle associazioni e redazioni in esilio, nelle ex caserme adibite a dormitori per l’accoglienza dei profughi, in fila alla préfecture o nelle mense solidali dove socialdemocratici e comunisti stringevano la stessa scodella sbeccata dei primi smarriti esponenti della borghesia ebraica. Ma soprattutto nei caffè, dove il tempo abbondava e l’accanirsi delle voci investiva chiunque si fosse seduto a un tavolo vicino. Certi ex deputati, appollaiati a lungo davanti alle tazze vuote, rivendicavano le loro vecchie posizioni quasi fossero l’ultimo bene su cui fondare il proprio orgoglio. Meglio non starli a sentire, meglio scherzarci sopra. Meglio onorare il privilegio di poter fare una vita da studente, come il Bassotto, o ringraziare l’intimità di una scadente camera d’albergo riempiendola di una canzone di lotta proletaria e, canticchiando, assimilare la nozione assai recente della propria appartenenza al Weltproletariat disoccupato. Meglio ancora uscire allo scoperto, replicare il duetto per un pubblico più grato delle cimici da letto, farne un inno per i compagni arenati sulle terrazze della Rive Gauche, con il gusto supplementare che i parigini capissero soltanto che si cantava in tedesco, e per giunta una marcia.
«Vorwärts und nicht vergessen, worin unsere Stärke besteht. Beim Hungern und beim Essen, vorwärts, und nie vergessen – die Solidarität!»1
Circa due anni dopo il periodo delle peggiori difficoltà per Ruth e Gerda, si erano ritrovati a una serata di sostegno alla lotta antifascista in Germania. Nessuno di loro aveva più problemi di stretta sussistenza, Gerda e Ruth non spartivano più un letto infestato dalle cimici, e la canzone sulla solidarietà da far valere vuoi patendo la fame vuoi mangiando l’aveva interpretata la moglie di Brecht, Helene Weigel. Piccola, magra, lo sguardo acceso sul volto da tragedia greca (e un po’ scimmiesco, a dirla tutta), cantava con un’intensità da attrice, non con la voce piena, impudente, che avevano tirato fuori le sue amiche. Tutto questo aveva suggerito a Willy l’abissale differenza tra la vita e il teatro. Arrivato tardi dal tirocinio, era rimasto in fondo al Café Mephisto sul boulevard Saint-Germain, ma aveva localizzato subito le teste degli amici e conoscenti: Ruth e Melchior Britschgi, il tipografo che aveva sposato da poco, Gerda tra gli Stein e un gruppetto schiamazzante in varie lingue che André Friedmann, ormai habitué del bagno-laboratorio di Montmartre, s’era portato a rimorchio. Ma era una soirée frequentata soprattutto da emigrés tedeschi, e tutta quella Heimat altre volte gli aveva suscitato un’insofferenza lievemente claustrofobica, mentre quella volta conoscere tante persone gli aveva trasmesso piacere, un piacere semplice, qualcosa di simile a ciò che aveva colto sui volti dei suoi genitori quando gli era toccato accompagnarli a un concerto o una prima teatrale: ci siamo anche noi qui in mezzo alla società che conta!
Nessuno di loro contava granché lì dentro, tra i grandi nomi della cultura tedesca in esilio, figurarsi fuori, nella vera Parigi. Però si riconoscevano con un colpo d’occhio, un cenno della testa, un gesto abbozzato della mano. La vicinanza dei primi anni aveva ridestato quel primario senso d’orientamento. Avevano acquisito la solidarietà che non si dimentica, perché era sorta dai bisogni materiali. Willy Chardack non aveva mai tanto creduto in una nuova umanità generata dal socialismo, ma quel modo di restare uniti li aveva spinti ad andare avanti, vorwärts, come diceva il Solidaritätslied, e con una forza che chissà se altrimenti avrebbero trovato.
Era questo che riconosceva soprattutto a Gerda e all’ampio agglomerato raccolto intorno alla sua irresistibile, cara persona. E d’un tratto gli torna in mente che, incontrandola per strada o vedendola alzarsi dopo aver spento il mozzicone con ostentata energia – «basta, non posso più fermarmi, devo raccogliere certe informazioni, presentarmi nel tal posto» –, l’aveva soprannominata Fräulein Vorwärts. Era solo uno scherzo tra sé e sé, un tentativo di convincersi che era uscito dalla cappa delle gelosie di Lipsia, opprimenti come il cielo coperto di nuvole basse e fumi industriali. Ma neppure quella sera in piedi a teatro, quando Gerda gli sembrava così vicina, aveva idea di quanto fosse inarrestabile la forza propulsiva della sua Signorina Avanti...
Il dottor Chardack sta costeggiando le serrande chiuse di un supermercato, un parrucchiere per signora, un emporio di articoli per la casa e il giardino, una lavanderia, un benzinaio aperto. Incrocia ragazzi in abiti leggeri, troppo sgargianti per i suoi gusti, famiglie che sembrano uscite da una foto sbiadita dei nonni nel loro shtetl, salvo per le scarpe con la suola di gomma delle mogli imparruccate. Sarà per pensare ad altro che si domanda se questa sia l’America? Tutti comodi, tutti pratici, tutti a camminare nelle stesse saddle shoes. Il capitalismo invita all’acquisto dell’uguaglianza, riflette, il socialismo reale assegna il meglio ai fedelissimi. Chi è andato ad abitare nella casa paterna di Gohliser Strasse: prima un funzionario del partito nazista e ora, ci scommette, un funzionario del partito socialista unitario. Forse sarebbe stato meglio che fosse stata colpita dalle bombe che avevano abbattuto il palazzo di Springerstrasse dove abitava Gerda Pohorylle.
«Guerra fredda», si dice spesso il dottor Chardack, è uno slogan buono per un paese che non è stato distrutto dalla guerra vera, anche se è stato il gelo della pace a rovinare definitivamente certi legami.
Tenere il visto infilato nel passaporto, vedere stampato sopra ENEMY ALIEN, non era stato bello, però la guerra era la guerra e lo capiva. Ma poi William M. Chardack, da poco naturalizzato americano, aveva dovuto rispondere alla domanda se era mai stato iscritto al partito comunista o al SAP, il partito operaio socialista tedesco.
«No» aveva risposto correttamente.
Però aveva frequentato diversi membri di quella formazione marxista rivoluzionaria.
«Sì» aveva ammesso, «ma per ragioni di simpatia personale.»
Risultava tuttavia che avesse partecipato a svariate attività promosse da quel partito, sia in Germania che a Parigi.
«Erano iniziative antifasciste» aveva dichiarato.
D’accordo, ma il promotore era trotzkista.
Cosa doveva dire: che erano stati gli unici a spendersi per un fronte unitario della sinistra? Che era critico di Stalin, il SAP?
«Studiavo medicina» aveva risposto, «passavo il tempo tra lezioni, tirocinio e preparazione degli esami. Ma se venivo a sapere che c’era una manifestazione contro i nazisti, non mi facevo troppi scrupoli su chi l’avesse organizzata.»
E a quel punto aveva pensato: speditemi pure in Palestina o rimandatemi in Germania. Però non avevano più fatto altre domande.
Diversi anni dopo, quando era già tornato dalla Corea, lo avevano riconvocato un’altra volta.
«Siamo sicuri, dottor Chardack, che lei sia leale con gli Stati Uniti. Però magari può fare qualcosa in più per il suo paese.»
Gli avevano chiesto se conosceva alcune delle persone frequentate da una fotografa, della cui vicinanza al partito comunista, e alla sua persona, erano al corrente. Tra i nomi che gli erano stati sottoposti, riconobbe solo quello di Robert Capa, con il quale negli Usa non aveva più avuto contatti.
«Nessun altro?» lo avevano incalzato. «Ci pensi un attimo.»
In quell’attimo il dottor Chardack si era domandato se credevano davvero che uno come lui potesse rivelarsi un informatore.
«Willy Brandt» aveva risposto, «che ora è presidente della camera dei deputati di Berlino, s’intende Ovest.»
Non che ci fosse mai stata confidenza tra Willy Chardack e il suo omonimo, ma si erano incontrati qualche volta alle cene improvvisate dagli Stein, durante le quali Willy Brandt si lasciava trascinare dal fascino di Gerda, come tutti.
Quando era arrivata la tragica notizia, e poi la salma di Gerda, era stato lui a dare voce al timore che non fosse finita per un incidente sotto i cingoli di un carro armato. Quella voce, forse diffusa proprio da Fred e Lilo, aveva preso a risalire la Rive Gauche e a diramarsi da un caffè all’altro. Il sospetto era orribile. Willy Brandt era l’astro nascente di cui i militanti del SAP si fidavano. Gerda però era stata travolta alle porte di Madrid nel luglio del ’37, e Willy Brandt non aveva più messo piede in Spagna da circa un mese prima, quando era scampato per un soffio alle retate contro i «trotzkisti» a Barcellona. In base a quali fonti aveva formulato quell’ipotesi tremenda? Per contro, c’era quel giornalista canadese ferito in modo serio nella collisione che aveva travolto Gerda. Era venuto a Parigi e Ruth l’aveva visto. S’era piazzato nell’albergo di Capa. Gli andava dietro sulle stampelle, a fatica, un condannato alla catena. Ma i compagni del SAP non si erano rassicurati. Una ferita alle gambe non garantiva che dalla bocca di quel testimone uscisse la verità inalterata. Si era scoperto che Ted Allan era stato un commissario politico, un compagno tenuto a rapporto su ogni devianza dalla linea di Mosca. E tanto era bastato perché le illazioni sulla morte di Gerda, le ipotesi più nere, continuassero a circolare a lungo.
Le ultime volte che Gerda era tornata a Parigi, la faccia abbronzata e le gambe pallide, gli amici più attivi nel SAP le avevano raccomandato di stare in guardia.
«Non mi succede nulla!» aveva tagliato corto lei. «Lavoro per i giornali giusti, conosco le persone...»
Nessuno aveva avuto il coraggio di replicare che quelle «persone giuste» erano tra coloro che cominciavano a temere. E così lei non si era accorta del loro forte disagio o aveva scelto di ignorarlo, capacità in cui eccelleva. Con un gesto agile aveva sollevato la macchina fotografica poggiata davanti a sé sul tavolino: d’ora in avanti non avrebbe lavorato solo con la Leica, ma anche con una cinepresa che Capa aveva ricevuto da Time-Life, «sapete, i famosi cinegiornali americani...» La notizia li aveva spinti a congratularsi e, in parte, li aveva tranquillizzati. Gerda reggeva la fotocamera nel palmo, la guardava con la gioia delicata rivolta a un gattino ancora strabico. «Capite anche voi quanto la mia Leica sia utile alla causa, vero?» aveva concluso con un sorriso disarmato.
No, non se la sentivano di chiedere se si fosse completamente allineata ai comunisti, dal momento che loro erano a Parigi e lei sarebbe tornata a cuocersi sui campi di battaglia. Eppure quanti di loro avrebbero voluto partire volontari, persino una ragazza prudente come Ruth sarebbe stata pronta a farlo. Per mesi si era ritagliata il tempo per seguire un corso da infermiera, ma quando aveva terminato la formazione le era stato detto che era troppo tardi. «Chi vuole andare in Spagna, lo faccia a nome proprio. Il nostro partito non garantisce per nessuno.» Neanche una crocerossina? No, neanche.
Willy aveva incontrato Ruth inferocita con i vertici del SAP e tutta l’assurda logica dei partiti e partitelli, esasperata che si ripetesse sempre identica, persino adesso che il popolo spagnolo crepava tutti i giorni sotto le bombe. «Guarda» gli aveva detto tirando fuori l’ultimo numero di Regards, che in copertina mostrava una foto di Gerda sotto il titolo accusatorio «Guernica! Almería! Et démain?» Inquadrava donne e uomini davanti ai cancelli dell’ospedale di Valencia, dove erano state portate le vittime del bombardamento di metà maggio. Il reportage parlava di una «prova generale per la guerra totale», gli scatti di Gerda riprendevano cadaveri sbattuti sulle mattonelle a scacchi: un ragazzino in braghe corte, un uomo nudo mal coperto dal lenzuolo insanguinato, una vecchia in nero, forse viva forse morta, su una lettiga affastellata accanto alle altre. «Laggiù non c’è bisogno solo di fotografi» aveva detto Ruth con una smorfia, incapace di lasciar uscire una stilla di rabbia e di dispiacere. «Ach Scheisse!» Willy non le aveva chiesto se i capi del SAP l’avessero convinta a non partire o se fosse stata lei stessa ad arrendersi a malincuore alla rinuncia.
Capita che i pensieri, all’improvviso, facciano un salto che li catapulta fuori dal circuito sul quale giravano da anni. William Chardack si era detto spesso, e aveva ripetuto a sua moglie, di avere avuto una fortuna immeritata. «Devi ringraziare il compagno Stalin, cara, se l’FBI non può crearmi più di tante grane!» A sua moglie bastava scuotere la testa per fargli capire che non era bello prendere in giro la sua apprensione con quello humour nero esagerato. Ma era stato un caso che a Lipsia lui fosse capitato nell’orbita di un partitello operaio incluso nella lista nera staliniana, fatto che era tenuto in conto anche dagli USA. Tutti i suoi amici si erano avvicinati al SAP, e quindi anche Willy. Tutti i suoi amici (no: quasi tutti), persino gli ex capi che aveva evitato di nominare all’ufficio inquirente, erano ancora vivi e se la stavano cavando. Quindi il SAP era stata la loro salvezza. Il ragionamento aveva la compiutezza di una dimostrazione logica. La falla si apre solo adesso, ripensando a Ruth che avrebbe voluto salvare qualche vita e invece aveva temuto per la propria. Tutti i suoi amici (sì, tutti: lui compreso) avevano pensato che in Spagna bisognava vincere, vincere a tutti i costi, vincere e basta. Però soltanto Gerda, l’unica che se n’era infischiata dei pericoli, delle considerazioni e di ogni cosa, tranne che di arrivare nel posto giusto al momento giusto, alla fine laggiù c’era andata e ci era rimasta.
Il dottor Chardack sta sudando troppo, si sta troppo perdendo in ricordi che cominciano a non essere più il piacevole accompagnamento di uno Spaziergang, e quindi accelera deciso verso la sua meta.
Mastman’s Delicatessen è un’istituzione frequentata principalmente da famiglie che vogliono far contenti i bambini, e godere del beneficio di poterli mettere a letto già sfamati. Vanno forte i delicious kosher hot dog, i crispy potato latkes e i rotoli innevati di zucchero a velo del home-made Apfelstrudel. Per comprare alcuni tranci di quel famoso dolce lui dovrebbe attraversare i pochi tavoli sul marciapiede, dove alcune madri forzano i figli a finire il pasto, imboccano i più piccoli o i più magri, ripuliscono loro stesse i piatti degli avanzi già tagliati. E lì si ferma. Vede le grandi teglie di strudel in vetrina, ma si ferma. Sente l’onda di profumi familiari ogni volta che si apre la porta, la confusione delle voci tra cui distingue intonazioni, parole, frasi singole. Guarda i bambini con le kippot in testa, quelli che stavano in un gruppo a parte sin dal Kindergarten.
«Sto tornando indietro» pensa. «Sto andando rückwärts come un granchio.»
Se adesso entrasse nel locale e chiedesse srree pieces of Apfelstrudel, gli risponderebbero felicemente in quella che presumono la loro comune lingua madre.
«Sorry, my Yiddish is very poor» direbbe lui.
«No problem, ma con quell’accento non si sarebbe detto» ribatterebbero.
«I’m from Germany» anticiperebbe la domanda.
«But you are Jewish, right?»
Biondo non è biondo, alto non è alto, e ha un naso a patata di una certa imponenza. Potrebbe addirittura calarsi le mutande il dottor Chardack (non era forse stata la prova maestra nel Reich Millenario?), ma gli altri non capirebbero perché non abbia mai preso un giorno di ferie per le alte festività ebraiche e non si sia mai presentato in sinagoga.
Il dottor Chardack ha ripetuto tante volte di essere un uomo di scienza, dunque lontano da ogni pratica e credenza religiosa, finché ha capito che, lì in America, non faceva presa la sua formula di importazione convalidata da secoli d’illuminismo. La scienza è la scienza, gli concedevano, però la comunità in cui si cresce non potrà mai essere quella di un convegno in California. Cosa doveva rispondere: che invece sì, una comunità poteva esistere senza sentirsi membri di una congrega o di una razza originaria? Non c’era verso di intendersi, pazienza. Ma se ti invitavano per il tacchino di Thanksgiving e poi ti invitavano per pesach, che cosa diamine dovevi fare?
In Corea aveva rappezzato un giovane soldato, il quale, ristabilito quel tanto da poter parlare, gli aveva spiegato con gli occhi febbrili che il popolo eletto era stato punito per alto tradimento e, data l’importanza della missione, il resto del mondo purtroppo aveva dovuto andarci di mezzo. Senza Hitler, gli ebrei avrebbero abbandonato le leggi del Signore, sarebbero diventati rossi o perlomeno atei, e i comunisti avrebbero stravinto, tanto che ora toccava cacciarli a pedate da questo paese in culo al mondo.
Il tenente medico William M. Chardack si era stupito di trovare quelle idee in testa a un ragazzo di qualche località del Corn belt che, prima di finire nell’esercito, non aveva mai incontrato un ebreo. Ma gli era già capitato di scoprire che qualche rabbino predicava simili assurdità, quando – sarà stato il ’47 o il ’48 – un compagno di viaggio lasciato a Ellis Island lo aveva riconosciuto nel trambusto del Garment District a Manhattan.
Dopo avergli chiesto come stava, Sussmann lo aveva investito dei suoi patemi. Gli acchiacchi, la solitudine: non era mai stato osservante, ma aveva provato a riaffacciarsi al tempio con l’età e le premure dei vicini ortodossi. Li aveva seguiti a Yom Kippur ed era rimasto annichilito dal discorso del rabbino: la cancellazione di Israele era fallita, baruch Ha-shem, ma quale giorno era più adatto per riconoscere un monito dall’alto in quel terribile martirio?
Sussmann tremava agitatissimo sul marciapiede pieno di gente e appendiabiti a rotelle spinti verso i camion parcheggiati lungo la Settima.
«Tirano acqua al loro mulino, come tutti i preti, Herr Sussmann, lasci perdere...» lo aveva interrotto il dottor Chardack.
«La prego, mi lasci finire!» aveva implorato Sussmann.
Quel rabbino aveva premesso che l’intelligenza umana non sarebbe mai stata all’altezza dei disegni del Signore, but some facts are facts. Le conversioni e i matrimoni misti erano dilagati, in Germania. E non finivano lì i fatti incontestabili. Marx era un ebreo tedesco, Freud un ebreo di Vienna, e Einstein aveva addirittura vinto il Nobel per la scoperta che tutto è relativo. «Considerate quanti figli della nostra gente sono diventati loro seguaci o discepoli!» si affannava il rabbino. «Tutto è cominciato nel luogo in cui l’abbandono della Torah era più grave; e poco c’è mancato che la catastrofe assumesse le dimensioni del Diluvio.»
Sussmann aveva combattuto in Belgio sino al ’18, era tornato vivo per miracolo, aveva aperto una bottega di artigiano a Colonia e, dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali, aveva divorziato di comune accordo dalla moglie, poi morta laggiù sotto i bombardamenti, quando lui si era appena ambientato in America.
Quel lacrimare davanti a un fugace conoscente (quanti anni poteva avere: circa quelli che avrebbe avuto suo padre?) aveva imbarazzato il dottor Chardack. Così aveva congedato Sussmann ripetendo che gli idioti esistono ovunque, e si era infilato in un negozio, dove si era specchiato nel nuovo abito a tre bottoni, un uomo coerente, un uomo libero. La religione era not my problem. E i problemi che i suoi nuovi connazionali si facevano circa le sue origini, i suoi stili di vita e di pensiero, erano risibili rispetto a quello che aveva sperimentato in Europa. Bastava, al momento, rinunciare a quello strudel e camminare per un altro tratto di strada sulla Hertel Avenue. Non valeva la pena perderci altro tempo.
Il dottor Chardack sta cominciando ad accorgersi che la sua vita a Buffalo somiglia a quella strada piana, fornita di tutto, che lo lascia proseguire dritto. Lì nessuno può riconoscerlo, come era successo con Sussmann a Manhattan, per ricordargli cose di cui gli ebrei dell’Est riuniti ai tavoli del Mastman’s nemmeno si sognano di parlare. D’altronde, la sua storia non è riducibile all’elenco di chi si è estinto oppure stinto nelle nozioni di deportazione, internamento, fine. Di molti non sa neanche se sono scomparsi attraverso il camino o soltanto dal suo orizzonte. Non c’erano molte speranze per i dipendenti ebrei di suo padre, né per il commercio delle pellicce in generale, quell’universo a ridosso dei cortili dell’ampia via centrale, il rinomato Brühl di Lipsia. Non si poteva nemmeno assimilare la sua vicenda a quella dei tanti compagni di viaggio che erano stati registrati come Hebrew alla voce RACE or PEOPLE dall’ispettorato per l’immigrazione del porto di New York, correzione a mano che non lo avrebbe tanto sgomentato se uscito dalla fila degli alien passengers non avesse avuto, colossale, la Statua della Libertà davanti agli occhi.
Chissà quanti compagni di scuola, zii e cugini di diverso grado erano finiti nei campi, chissà com’era andata ai genitori e ai parenti di Gerda Pohorylle. Ma lei si era scelta il lavoro e il nome, ed era morta in un incidente stupido e crudele, però in una guerra che, con le sue immagini, voleva vincere per tutti. Era caduta tra i compagni andati a lottare contro il fascismo, non importa a quale RACE or PEOPLE appartenessero.
Quanti erano andati in Spagna tra gli amici e i conoscenti di Lipsia? Tra i frequentatori di Friedrich-Karl-Strasse, tra gli studenti e i giovani operai che bazzicavano Georg Kuritzkes? Quanti non avevano evitato il lager e le sue estreme conseguenze? Il dottor Chardack non ne ha idea. Ma c’è un nome che gli sfugge lì sulla Hertel Avenue, dove sembra una parola americana storpiata: Sas.
Volontario pentito della Grande Guerra, fisico temprato dal lavoro (acciaierie in Sassonia, cantieri navali ad Amburgo), mani capaci di rinnegare l’anatomia e l’epopea proletaria per posarsi su un pianoforte e avviare una scuola di musica. Il Bassotto gli aveva invidiato solo la moto Zündapp sulla quale Gerda a un certo punto aveva cominciato ad arrampicarsi per fare opera illecita di volantinaggio. Si era meravigliato che la gelosia non si facesse viva quando la vedeva stringersi alla schiena di Sas con un «a dopo!» e poi svanire sulla Pfaffendorfer Strasse in pendenza come per una scampagnata. Ma era tutto così pressante in quel periodo, e poi andavano talmente d’accordo, Sas e Gerda, pur essendo tanto diversi per aspetto e trascorsi. Nessuno avrebbe mai immaginato che quell’affinità li avrebbe fatti arrivare al medesimo traguardo.
Sas era stato arrestato a Lipsia nel ’33 (come Gerda un po’ più tardi), era finito per un anno a Sachsenhausen, poi rilasciato dal campo di concentramento e riarrestato a Berlino. L’avevano ghigliottinato a Berlin-Plötzensee insieme a una manciata di ragazzi ai quali aveva insegnato armonia, solfeggio e l’uso illegale del ciclostile. Ruth l’aveva comunicato a Willy in una lettera datata maggio 1943. Era stato anarchico, socialista radicale, membro del KPD (anche per amore di Dina, pareva), espulso dal KPD per dissidenza. Come spiegarlo agli americani? Se parlavi di resistenza tedesca, ti associavano, bene che andasse, al gruppetto di aristocratici ufficiali che avevano tentato di far saltare in aria il Führer per patriottismo, e non prima del 20 luglio 1944. Come facevi a dire che quel poco di resistenza che c’era stata si doveva ai comunisti, o a gente che per gli americani era uguale?
Uno come Gelbke, per esempio. Chiamato il «dottore rosso» ma apprezzato in tutta Lipsia, aveva usato il via vai del suo ambulatorio per farne uno snodo per chi doveva nascondersi o fuggire all’estero. Ci era riuscito, e l’aveva fatta franca insieme a Dina. La sola scelta di tenersi accanto, chissà come, una moglie ebrea richiedeva un fegato che a gran parte dei tedeschi era svanito ai primi raggi di sole uncinato.
No, non potevano capirlo, gli americani, che tutto era partito molto prima, quando non era ancora questione di vita e di morte e le idee opposte alla menzogna nazista non erano mera reazione di difesa.
Per Georg Kuritzkes, con quell’educazione rivoluzionaria, era stato facile. Ma Willy e gli amici ebrei di famiglia borghese avevano opposto le stesse idee ai genitori. Giudicare spregevole la loro condiscendenza al quieto vivere («Chi manda avanti gli affari, chi paga i fornitori e gli stipendi?»), patetico l’amore non ricambiato per la Germania, miope e consolatoria la convinzione che l’essere esclusi da certi ambienti non fosse che un odioso inconveniente. Sentirsi superiori ai vecchi era naturale, come lo era fare gruppo tra coetanei con le stesse vedute. E poi c’era lei, la giovane donna che aveva avuto per la testa soltanto un berretto all’ultimo grido, e che si era trasformata in combattente in un arco di tempo ristrettissimo. Come aveva fatto? Il tempo, è vero, procedeva dritto verso il capolinea da quando era arrivata a Lipsia. Ma lei gli camminava accanto con quel passo aereo, libera di svoltare l’angolo e sparire come un sogno, una chimera di gran classe. Era quella la ragazza che lo incantava. E quando veniva in superficie qualche scintilla di una sostanza più infiammabile, Willy Chardack, dopo un attimo di turbamento, preferiva non vederla.
Uno di quei momenti inutilmente rivelatori risaliva proprio ai primi tempi, sì, era il ’30 e faceva ancora freddo. La fantastica ragazza di Stoccarda non era ancora abituata a sistemarsi a gambe accavallate sul parquet della mansarda di Georg Kuritzkes (con la luce che cadeva dall’abbaino risaltavano ancora meglio che sui polverosi tappeti di Dina Gelbke) e Willy la sbirciava. Il collo sottile le si allungava sotto il caschetto alla garçonne perfettamente addomesticato, le labbra ridefinite in rosso si stringevano in una linea da scolaretta attenta, gli occhi mandavano lampi di sdegno, baluginii intermittenti che rimestavano il verde dei fondali.
Mentre discutevano della difficoltà di organizzare la Giornata nazionale della gioventù a Lipsia, della necessità di coinvolgere gli studenti progressisti al di là delle divisioni dei partiti, Georg si era innervosito e alzato in piedi. Non era possibile che restassero così ciechi e bloccati, diceva irritato, quando gran parte degli operai della terza città industriale era ancora disposta a non dividersi tra chi il lavoro l’aveva conservato e chi l’aveva perso, ancora unita dalla coscienza che la loro miseria si dovesse al capitale e ai suoi servi che si davano ovunque un gran daffare. In Germania i capitalisti avevano guadagnato dalla guerra, profittato dell’iperinflazione, prosperato negli anni d’oro. Ma non era ai baroni dell’acciaio che il cancelliere Brüning faceva pagare i danni della crisi che ne era seguita, tanto meno a Hindenburg e agli altri generali, che invece avrebbero dovuto essere espropriati dei loro beni e poi spediti nell’ultima tenuta disponibile a sparare esclusivamente ai cinghiali. Macché! I parassiti in uniforme e i fabbricanti di cannoni erano concordi nel far ricadere sull’intero popolo tedesco il debito della guerra che loro stessi avevano fomentato. E dato che Brüning ne era il docile strumento, la morsa dei suoi tagli draconiani stritolava la classe lavoratrice, anche i reduci mandati al fronte come carne da cannone e usciti vivi.
Georg guardava verso Gerda, Gerda guardava verso Georg e, nell’alzargli incontro gli occhi, lo sguardo le si era addolcito, come chi aspetta il seguito di una favola che un grande narratore sa raccontare senza allentare la presa su chi ascolta, senza fargli pesare la paura atavica che conduce all’epilogo.
Così erano arrivati i lupi. Si erano moltiplicati grazie all’errore di sottovalutarli, crederli bestie feroci ma primitive, confonderli con i pastori tedeschi, animali domabili, sfruttabili a propria convenienza. Non si sarebbero avvicinati alle case se il paese non fosse stato così affamato. Adesso non erano più soltanto i piccoli borghesi, gli invalidi, i lumpen e il sottobosco criminale a farsi irretire dalle camicie brune. A ogni fabbrica, magazzino, cantiere, altoforno che chiudeva o riduceva produzione e organico, la massa del proletariato si sfaldava. La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore. La fame e la disperazione lavoravano per i fascisti e i loro sostenitori neanche più tanto occulti. Le signore dell’alta società già gareggiavano su chi riusciva a rimpinzare Hitler, alla faccia degli operai mandati sul lastrico dai loro consorti.
«Che si strozzi! Gli si conficchi una lisca in gola!» aveva gridato Gerda.
«È noto che il delicato macellaio non digerisce né pesce né carne...» aveva ritorto un compagno del liceo, aprendo a una ridda di commenti.
«Ma basta!» Kuritzkes era esasperato. «Se non fossimo bravi soprattutto a chiacchiere, l’aria non sarebbe così appestata dalle sue flatulenze.»
Così, ottenuta l’attesa fervida sul volto di Gerda (ma anche le ginocchia si erano drizzate spostando in su l’orlo della gonna), non sapeva più come proseguire.
«Mio padre sta lavorando con l’Italia, gli capita di andarci spesso. E ogni volta che torna, dice a mia madre: ‘Dina, ma non v’insegna nulla quel che vi ha fatto Mussolini che è stato socialista? Pensate di cavarvela meglio con questo velenoso gnomo austriaco, in un paese di revanscisti antisemiti?’ Lei urla che non può rimproverarla dal momento che s’è tirata su da sola i suoi tre figli...»
Willy sospettava che ci fosse ancora un pizzico di smarrimento dietro a quella confidenza insolita, ma Georg, lì in piedi, aveva addosso gli occhi di tutti.
«Ha ragione, mio padre. Dobbiamo fermarli presto e farlo uniti» aveva continuato secco, un monito raccolto subito da Gerda che spingeva le unghie affilate nei polpastrelli, corrugava la fronte irrigidendo anche mento e bocca, lasciava venire a galla nelle iridi l’energia temibile di una rabbia infantile, ostinata.
Chissà da dove veniva quella rabbia? si chiedeva Willy, intimorito e affascinato.
Georg s’era acceso una sigaretta, lasciando agli altri la parola. E non si accorgeva che i suoi occhi (i famosi occhi di Kuritzkes!) divagavano su Gerda, con quel luccichio che li illanguidiva, e il Bassotto non riusciva a crederci.
«Questo s’immagina che conquistando alla lotta la signorina Pohorylle abbiamo in tasca mezza rivoluzione» si era detto, «e lui sfila la mano al fidanzato capitalista.»
Inconfondibile, lo aveva investito la vergogna. Che amico sono se mi incattivisco così per una donna?
Concentrarsi di nuovo sull’oratore, cancellare tutto.
Kuritzkes aveva ritrovato la solita disinvoltura, ma Willy s’era perso l’amico da ammirare e invidiare. Georg era come gli altri, un insetto calamitato verso Gerda, la prima fiamma che era riuscito a eclissarlo.
Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni.
Georg avrebbe fatto di tutto per avere la ragazza di Stoccarda. Non ne aveva soltanto più capacità, ma anche più bisogno, aveva intuito Willy. Georg Kuritzkes aveva un bisogno così grande di Gerda Pohorylle perché erano più grandi i suoi scopi e obiettivi. E quando Gerda era nei paraggi qualsiasi cosa appariva alla portata, all’improvviso.
L’uomo che gli automobilisti vedono procedendo lenti lungo Hertel Avenue ha l’aspetto di uno che non è nato da quelle parti, ma sembra una persona rispettabile. Potrebbe essere un cameriere per via della camicia bianca e della giacca al braccio, ma se sta andando al lavoro, perché si è fermato sul marciapiede? Ha dimenticato qualcosa a casa? Non trova più le chiavi della macchina?
L’ipotesi non è tanto lontana dal vero. Il dottor Chardack si è inchiodato sul marciapiede perché non trova una parola. Non trovare le parole gli capita più spesso che non trovare le chiavi della macchina. Di solito succede con gli altri, più raramente quando è solo. Finché il ricordo di Lipsia è filato dritto come la Hertel Avenue, il dottor Chardack è andato avanti senza intoppi nella sua dimensione parallela. Le risate indimenticabili di Gerda lo hanno invogliato a camminare svelto, una boccata fresca nell’aria appesantita dagli scarichi. Ma adesso il dottor Chardack è inciampato in quella parola che non si trova nella sua nuova lingua. Si concentra, si ostina, ma Freiraum in inglese non esiste. Esistono soltanto free e room, parole buone per chiedere una camera d’albergo in un MOTEL fluorescente nel buio di una highway. Di colpo si rivede mentre guida tra New York e Buffalo combattendo i colpi di sonno e il sensatissimo timore che se perdesse il controllo del volante nessuno verrebbe a soccorrerlo per ore. Ma anche questa Hertel Avenue più lunga e larga degli Champs-Élysées rafforza il pensiero che prende forma nella sua testa sudata. Dove c’è spazio a perdere, spazio da sprecare come il cibo nei ristoranti, lo spazio non riesce a caricarsi di un valore astratto. Invece, nella Germania che stava per sopprimere la libertà, Freiraum non era solo la libera mansarda di Georg o il grande prato del Rosental, quell’intatta lingua boschiva di cui, abitando tutti nello stesso quartiere, conoscevano ogni sentiero sin dall’infanzia. Significava qualcosa di più esteso e più complicato, ma naturale, perché c’era una parola per nominarlo.
Quando il suo professore di storia e filosofia lo coglieva distratto, strillava: «Chardack, sta sognando?! Farà a meno di uscire per la ricreazione». E non cambiava nulla se Willy si stava lambiccando su come rivedere una certa signorina (faceva sempre la stessa strada?) o, al contrario, sulla portata del concetto kantiano di «uscita dallo stato di minorità di cui l’uomo stesso è responsabile». Ecco, era questo il punto: se provavi a uscire dallo stato di minorità per occupare Freiraum, rischiavi di non approdare da nessuna parte. Se invece te lo prendevi insieme agli altri, quello spazio di libertà prendeva corpo: le parole pensate o scritte diventavano parole pronunciate a voce alta. Il corpo inutile, ripiegato sul banco di scuola in una postura traditrice, faceva tutt’uno con tanti corpi differenti (taluni di aspetto notevolissimo). Corpi che si incontravano, si muovevano, si dilatavano in uno spazio comune e più grande, sia interiore che geografico. E tutti assieme non somigliavano più ai bulloni inchiavardati per tenere in piedi una costruzione statica, bensì alle parti di un fine meccanismo a cui occorreva, per funzionare, avere gioco. Spielraum: questo ci guadagnavano, un concetto ancora più intraducibile di Freiraum.
Il dottor Chardack si è asciugato il sudore e ha ripreso a camminare macinando perifrasi, mentre la resa testuale di quell’ultima parola affiorata da lontano, room to play, l’ha subito scartata. Erano giovani, d’accordo, ma non si muovevano in quegli spazi come nel recinto allargato di un parco giochi.
«Cresci, Wilhelm, smettila di giocare al rivoluzionario!» Lo mandava su tutte le furie quel rimprovero paterno, alquanto fuori luogo. Il Bassotto non aveva esitato a partire per Parigi appena quel «gioco» si era fatto tremendamente serio. Forse giocavano i fratelli minori di Gerda che si erano dati alla macchia? Giocava Soma, il fratello di Georg, massacrato dalle SA a pugni e calci quando aveva solo tredici o quattordici anni? Giocava Georg, che aveva dovuto nascondersi per mesi, o Ruth, attiva nel sindacato studentesco, o Gerda, in motocicletta di notte a fari spenti per attaccare volantini nelle periferie di Lipsia?
No, non era un gioco quello, per nessuno di loro. Però con Gerda le cose erano, al solito, più complesse.
Gerda non sembrava mai preoccupata. Quando a Lipsia raccontava delle sue trasferte a Berlino, dove gli scontri erano all’ordine del giorno, o quando a Parigi annunciava che sarebbe partita da sola per la Spagna, gli altri – persino Capa – si profondevano in raccomandazioni. «Tranquilli!» ridacchiava, benevola. E se scappava detto «Gerda, non è un gioco», si arrabbiava terribilmente. La piantassero di trattarla da bambina, proprio lei che sapeva tenere i libri contabili, calcolava in un attimo i tassi di cambio, ricordava fino all’ultimo Pfennig o centime i prezzi di bottega, se la cavava sempre.
«Ho la testa sulle spalle più di voi» soffiava. Testa per giunta dura.
Eppure non poteva farci nulla: Gerda era e restava leggera, in tutti i sensi, anche in quelli traslati meno lusinghieri. L’inganno della leggerezza nasceva dall’incanto che emanava, dal paradosso di una grazia inflessibile, dall’apparenza che fosse un dono, a volte un limite, e non l’esito di uno sforzo di volontà o di un costante lavoro interiore.
«Ach Willy, la vita è troppo seria per prenderla sul serio.»
Non era stato l’unico destinatario di quella frase di cui, in America, ritrovandola su un quadretto a punto croce, aveva scoperto l’origine. Life is far too important to be taken seriously. Oscar Wilde. O era un cuscino poggiato su una poltrona?
Quella boutade le calzava come una scarpetta magica, Gerda faceva sul serio anche quando non pareva. Forse cadeva nel suo tranello lei medesima.
L’ungherese con la Leica lo aveva inquadrato subito («Friedmann? Simpatico gradasso»), per scherzo aveva cominciato a punzecchiarlo («Fatti la barba, con i tempi che corrono il genere maudit è svalutato»), ritrovandosi presto nella parte dell’amica con esperienza di mondo e testa sulle spalle. Che André Friedmann fosse stato svezzato dall’unica metropoli in grado di rivaleggiare con Parigi, fosse nato in un atelier di moda nel cuore chic di Budapest, fosse stato educato nelle sue bische e vie malfamate e avesse quindi navigato in ogni acqua limpida e torbida del savoir vivre, non faceva colpo su una signorina come Gerda educata in Svizzera e rifinita nei salotti rivoluzionari di Lipsia. Ma avere su di lui quell’autorità da Pigmalione (la chiamava arbitra elegantiae e talvolta maestra di cerimonie) la inorgogliva. Insomma, Gerda giocava, per così dire, a «ripulisci lo zingaro balcanico», André si prestava a quel gioco, e i copains e camarades assistevano a uno spettacolo d’impianto surrealista mascherato da costumi borghesi. I caffè di Saint-Michel e Montparnasse diventavano teatri per la recita. Spielraum fatto materia.
Lì potevi avere sogni di gloria quanti ne volevi, non contingentati come le zollette di zucchero, quelle che, quando nessun garçon teneva d’occhio l’ampolla d’argento sui tavolini, finivano nelle maniche di Friedmann. Ormai lo faceva più per esercizio che per mantenersi in piedi, ma i camerieri a La Coupole, al Capoulade e al Dôme lo conoscevano, e per loro non faceva differenza se le tasche dove far scomparire la refurtiva energetica appartenevano a un giubbotto di pelle unta o a un impermeabile beige impiegatizio comprato secondo i diktat di Gerda Pohorylle. Era gioco, era teatro, e se lo godevano insieme agli altri. Spesso i soldi che Gerda e André avevano in tasca non bastavano neppure per il cinema, e così si inventavano lo spettacolo da soli. Gli amici che fungevano da pubblico si aspettavano di veder finire la commedia, un giorno o l’altro, perché la strepitosa Gerda Pohorylle prima o poi si sarebbe stufata di andare in scena con André Friedmann. Invece se ne era innamorata.
Nell’estate del ’35 erano partiti in autostop per accamparsi su un’isoletta quasi deserta e molto profumata del Sud della Francia. Certe cose capitavano più facilmente lontano da Parigi con le sue troppe costrizioni e tentazioni plurime, ma Gerda si era innamorata in modo così evidente di André Friedmann che Willy, all’improvviso, si era sentito liberato.
Una mattina era andato a cercarli per proporre una gita a Cannes, il traghetto partiva dopo poco più di un’ora. Li aveva visti seduti su uno scoglio a piedi nudi (sciupato lo smalto di quelli di Gerda, scurissimi quelli di André), mentre cercavano di arricchire la razione giornaliera di sardine in scatola con qualche pesce fresco. Stavano in silenzio uno vicino all’altra a tenere d’occhio l’amo con il galleggiante. Era inusuale che Friedmann stesse così zitto e fermo, limitandosi al solo movimento delle dita nella rossiccia zazzera di Gerda, a cui lei si abbandonava con gli ondeggiamenti minimi di un gatto.
Willy si era fermato sul sentiero ed era rimasto a seguire quell’abbandono con un senso di indiscrezione molto più forte di quando li guardava abbracciarsi in acqua, o emergere dalla tenda con la pelle lucida e gli occhi velati.
«Merde, mi ha rubato l’esca ed è scappato!»
Gerda aveva alzato la canna per mostrare l’amo vuoto ad André, che aveva allungato le mani per aiutarla.
«Visto che dovevo tirar su prima?»
«Ma no, Schatzi, capita. Anche i pesci sono furbi, preferiscono vivere nel mare blu profondo e fare figli a milioni. Come non capirli.»
«Uova, stupidotto.»
«Uova o pesciolini, come il mio principale preferisce.»
«Preferirei prenderne uno. Possibilmente più grande di un’acciuga e commestibile.»
«Con la pesca ci vogliono tanta pazienza o tanta fame. Dammi retta, so di cosa parlo.»
«Sì, certo. Avevi soltanto tredici anni e hai preso un luccio di venti chili che quasi quasi ti tirava nel Danubio con la sua forza feroce.»
«Che dici? Non poteva essere un luccio, mio pesciolino d’oro, sarà stata al massimo una carpa. Lo capisci anche tu che a quell’età è impossibile.»
«Va bene, era più tardi e si trattava di un pesce siluro estratto dal Landwehrkanal dopo aver rotto il ghiaccio con un sampietrino conservato in memoria degli scontri di dicembre del ’32. Sono passata da Berlino in quel periodo, ah, me li ricordo...»
«Mi prendi in giro? Guarda che ti faccio il solletico fino a costringerti a lasciar cadere la canna in mare. E allora, aguzzando le tue belle orecchie, sentirai ridere tutti i pesci della Costa Azzurra.»
«Smettila! Ti do la canna e anche questo. Contento?»
«Ne voglio un altro. Poi ti racconto com’è andata veramente la storia...»
Willy aveva osservato Gerda sfilare la canna dalle mani di André (piano, per seguire i volteggi della lenza ed evitare che l’amo si conficcasse nella carne di qualcuno), appoggiarla con attenzione vicino al suo amante e infine, lenta e solenne, cingergli il collo e baciarlo. Friedmann l’aveva stretta forte, aveva liberato la mano esperta per salire lungo la spina dorsale e ridiscendere sulla schiena nuda fino al sedere nel costume a righe, e poi premere sulla vita e sulle natiche, allentare la presa in un abbraccio morbido e alla fine staccare la bocca da quella di Gerda facendo cadere la testa sulla sua spalla. Forse André aveva chiuso gli occhi, ma Willy dal punto in cui era, non riusciva a vederlo. Vedeva invece Gerda che gli passava i polpastrelli sulla fronte e, dopo avergli sistemato un ciuffo scivolato sugli occhi, gli accarezzava i capelli.
Inchiodato sulla terra rossa dell’Île Sainte-Marguerite, Willy era sbalordito. Neanche per compatimento Gerda gli aveva mai concesso un gesto simile. A Georg sì, ma non ricordava dove e quando. Forse era colpa del sole sulla testa nuda, anche se c’era un po’ di vento che, per fortuna, non gli portava solo le voci ma anche il rincuorante profumo della macchia mediterranea. Aveva fissato le scarpe e i calzini, ma era svanita la memoria delle effusioni che si erano ripresentate così spesso per tormentarlo. Ora i baci e gli abbracci di Gerda e Georg erano reperti di un archivio, di cui doveva avere la chiave, ma chissà dove.
Intanto André si era messo a raccontare di sé, prendendola alla larga, e Willy era rimasto di nuovo lì fermo ad ascoltare. La sua iniziazione ittica a Budapest, dove scogli così caldi e comodi te li sognavi e dove la nebbia, quando c’era, ti entrava nelle ossa e si inghiottiva pure le mani davanti al naso. Però le storie dei vecchi pescatori ripagavano di tutto, della noia e dei bottini magri, del puzzo di acqua oleosa e pesce marcio. Le leggende dicevano che dopo il calar del sole, quando si pescava meglio, nel Danubio comparissero creature gigantesche, che risvegliavano nella sua testa di ragazzino in braghe certe fantastiche paure.
«Sai, era questo il bello. E mentre cominciavo a farmela sotto, ecco che abbocca la carpa. Un chilo e mezzo, per un pischello niente male. La porto a mia madre e non ti dico! Come potevo pretendere che quella cosa pescata sotto il ponte Elisabetta finisse sulla nostra tavola in forma di gefilte fish o zuppa di pesce alla paprika? Fine della carpa e della storia.»
«Vuoi dire che tua madre l’ha buttata via sotto gli occhi del figlio prediletto? Non ci credo...»
«Peggio. L’ha data a una delle sue sartine particolarmente bisognosa. Sotto i miei occhi, naturalmente.»
«E in quel momento hai deciso che se non potevi diventare un grande pescatore, saresti diventato un fotografo in lotta contro le ingiustizie e le diseguaglianze. È così?»
«Non avevo idea di cosa volessi diventare. Ma sapevo che la vita da buon borghese non faceva per me. Purtroppo non sono nato principessa come te, tesoro.»
Quei racconti avevano messo Willy più a suo agio. Non gli era mai capitato di assistere a un momento altrettanto intimo tra Gerda e Georg, anche se le oscillazioni del Witz di Gerda le conosceva bene. Certo, era corsa incontro a Georg quando lui tornava da Berlino, gli era volata tra le braccia scendendo dal treno a Torino, mentre Willy tirava giù i bagagli e faceva la guardia sul binario. Infischiandosene della sua presenza, aveva baciato Georg in cima alla funivia del Sestriere, lo aveva baciato sui prati del Rosental e in riva ai laghi sassoni al cospetto di Sas e di tutta la banda, lo aveva sbaciucchiato mentre ballavano alle loro festicciole in mansarda. Forse valeva il principio ippocratico contraria contrariis curantur: Willy era uscito dal campo malsano del desiderio, da quando Gerda gli aveva applicato una cura radicale, non sempre indolore, e dopo un mese terapeutico aveva detto «basta!» «Basta» aveva ripetuto il Bassotto, talmente sollevato, alla fine, da essere rimasto in attesa di portarle la valigia giù all’ingresso dell’hotel e farle chiamare un taxi.
Adesso riusciva ad assistere quasi impassibile a una scena come quella. Aveva lasciato vagare lo sguardo tra lo strapiombo e il profilo collinare verde scuro, e si era sentito libero, guarito.
A giugno, Gerda lo aveva visto sulla terrazza di un caffè universitario, il semestre era finito e stavano parlando di partenze. Era stato Raymond, il suo compagno di tirocinio, a proporre l’isoletta celebre per La Maschera di Ferro e i Tre Moschettieri, tanto legata a quella fama romanzesca che ai giovani francesi non veniva in mente come luogo di vacanza. Il Bassotto non s’era meravigliato che Gerda ne fosse entusiasta («L’ho letto da ragazza: quindi esiste davvero la fortezza?») e così le aveva proposto di aggregarsi. Voleva dimostrare che erano rimasti buoni amici, ma non credeva che lei si sarebbe unita a due semplici studenti di medicina. Sarebbe partita con gli amici fotografi o persino con Georg che in una lettera magari la invitava a considerare l’episodio una svista, una parentesi da lavare via con un tuffo nel mare della Riviera ligure.
Per Willy, il momento di stupore era stato vedere Gerda con zaino e berretto davanti al suo hotel, nell’ora e nel giorno stabilito. Era rimasto convinto che lei si fosse aggregata faute de mieux al loro duo, finché sul ciglio della Nationale Nº 7 era saltato fuori che André Friedmann si trovava a Marsiglia per lavoro e li avrebbe poi raggiunti in Costa Azzurra. Gerda l’aveva buttata lì, mentre spilluzzicavano dell’uva rubata nei filari di Borgogna, per rimettersi subito in piedi, il braccio con il dito alzato teso verso gli automobilisti. E allora Willy, tornato ad accucciarsi con Raymond nel fosso stradale, aveva capito tutto: incluso il fatto che ricevere quella notizia solo all’altezza di Lione faceva sospettare una tresca cominciata quando lei stava ancora nel suo albergo, e io, cretino, non me n’ero neanche accorto.
A Cannes, dove occorreva aspettarlo, la risalita della Croisette aveva fatto apparire un Friedmann sudato e così sgualcito che, non fosse stato per la Leica, si sarebbe confuso con uno sguattero spagnolo dei grandi alberghi. Si era messo ad accelerare, con quei «Hallo, hallo!» che facevano voltare la testa a qualche passante en promenade, mentre Gerda, uscita dall’ombra di una palma, sorrideva del suo sorriso più sfacciato. Willy, defilandosi, aveva pensato «Gut, jetzt ist er dran» e si era incamminato fino alla spiaggia dove Raymond era rimasto a vegliare sui loro averi. Si era tolto i vestiti e si era buttato in acqua. Era restato un po’ a galleggiare meravigliato di quel «bene, adesso tocca a lui» sereno come il cielo sopra la sua testa.
Sì, soltanto lui, il Bassotto, era diventato sordo al richiamo di Gerda. Gliene dava prova il distacco con cui, adesso, ascoltava la voce garrula di André mentre raccontava che a Berlino nemmeno nei tempi più duri gli era saltato in mente di cercare rimedio con la canna da pesca («E se un vigile mi chiedeva la licenza? Farsi espellere dalla Germania per un pesce che magari neanche abbocca! Ecco, lì da voi tutto verboten...»), invece a Parigi lui e il suo amico Csiki Weisz erano talmente disperati da lanciarsi nell’esperimento.
«Meglio che rubare, ci siamo detti. Ormai ci conoscevano i flic di mezza città, per non parlare dei negozianti. Ci spingiamo oltre place de la Répubblique e, una volta scarpinato fin lassù, la fame ci fa girare la testa. A quel punto, notiamo quelli che pescano nel Canal Saint-Martin o nella Senna. Il Danubio, al confronto, ci pareva un’acqua limpida. «Lasciamo perdere» fa Csiki e snocciola una serie di obiezioni, a partire dall’attrezzatura che ci manca. Bene, trovata la canna in prestito, ci sediamo sul Quai de Tournelle e, intirizziti fino al midollo, prendiamo due tozzi pescetti. Piccoli, ma non così piccoli da darci la forza per continuare. Bastava che fossero di una misura più decente e per cena ne avremmo avuto uno a testa. Così siamo tornati alla strategia collaudata nei negozi. Io attacco bottone con il pescatore più fornito e, mentre è preso dai suoi consigli, Csiki scambia i nostri pesci. Torniamo in albergo soddisfatti, però lì scopriamo che non ci è rimasto un filo d’olio. Infine c’è questo signore con l’aria da gagà che puoi immaginare cosa ci era venuto fare in un brutto hotel del sesto arrondissement. Ci passa il suo barattolo di brillantina, magnanimo. Abbiamo fritto i pesci e li abbiamo mangiati. Sapevano di profumo e di melma: impossibile distinguere quale dei due fosse più nauseabondo. Morale della favola? Mai più!»
«Eccoti invece recidivo... solo che qui non possiamo fare scambio.»
«Però, qualsiasi pesciolino avrà la bontà di abboccare, sarà una prelibatezza.»
Gerda risponde con uno schiocco sulle labbra che André trattiene più a lungo che può, a proprio rischio. La canna è tornata tra le sue mani, tremula, s’inclina verso lo strapiombo. Ma quando si stacca dalla bocca di Gerda per riprenderne il controllo, continua a guardare lei, e non il mare.
«Mi credi? Credi che ho mangiato quel pesce in brillantina, e non «ja ja, l’ungherese matto le spara grosse»?»
Gerda ridendo gli arruffa la testa: «Cosa vuoi dalla mia vita, André?»
«Non so. Giura che ci credi.»
C’è un momento di silenzio fluido: colpi e risacca di onde sugli scogli, piccoli crepitii, forse lucertole e insetti che smuovono friabili sterpaglie, forse soltanto il vento benché non sia più forte di una brezza.
«Giuro» sussurra Gerda e chiude gli occhi.
Il Bassotto è attonito. Friedmann raggelato come in un fotogramma, lo sguardo troppo sgranato per liquefarsi in commozione.
Vedrai che ora li riapre e scoppia a ridere, pensa Willy, deglutendo. Invece no.
La piccola Gerda nel costume alla marinaretta, il piccolo seno che svanisce tra le righe, le palpebre serrate, la bocca aggricciata, sembra un bambino che non si può toccare.
André farfuglia qualcosa in ungherese, pianissimo.
«Cosa?»
«Niente.»
«Lo sai, non vale.»
«Èletem. Si usa come ‘mein Schatz’... più o meno.»
Gerda lo scruta mentre gli ripete la parola con una serenità traslucida.
«Andava bene?»
«Perfetto.»
«Facile per essere magiaro. Che cosa ho detto?»
«Vita mia» risponde Friedmann e prende fiato.
Qualche minuto dopo, sentendoli ancora ridere come matti, Willy si era fatto avanti. Rimandata la gita a Cannes, era tornato all’accampamento stendendosi all’ombra di un alberello storto, mentre i turisti se ne andavano con l’ultimo traghetto. C’era solo il rumore delle barche in lontananza e un forte profumo di lavanda. André e Gerda erano arrivati con un numero di pesci sufficiente a ridurre ad antipasto la razione di compagni in scatola. «Vado a sciacquarmi» aveva detto Gerda tirandosi dietro Friedmann, e mentre imboccavano il sentiero per il mare Raymond s’era messo a raccogliere gli avanzi, bofonchiando che ils s’enfichent de tout, gli innamorati.
Il dottor Chardack è incerto se meravigliarsi di quel ricordo così intatto. Non gli pare di averlo mai richiamato, tantomeno condiviso con qualcuno. Sono trascorsi venticinque anni da allora, ma non è quel numero che conta. Conta che il passato andrebbe lasciato stare, con i morti al loro posto, ma ormai s’è presentato quel ricordo così intatto da richiamare persino l’odore di lavanda. Le cose che non usi, che non sciupi, che metti via per bene, saltano fuori quando capita, inalterate.
Robert Capa, aveva rivelato a sua moglie quella volta che ascoltavano l’infausto notiziario radiofonico fermi nel traffico di Broadway, non era italiano, bensì la creazione parigina di una ragazza che conosceva back from Germany. Si chiamava Friedmann, in realtà, di nome André, doveva essere un adattamento, hanno dei nomi strani, gli ungheresi. Dalle succinte spiegazioni che aveva aggiunto, dopo aver spento in modo brusco l’autoradio, sua moglie doveva aver capito che c’entravano gli ebrei e Hitler, e un amico d’infanzia perso di vista che aveva davvero vissuto in Italia. Però dinnanzi al suo sguardo fisso al parabrezza e dispiaciuto, si era accontentata.
Quella notte sull’isola era stata come tutte le altre. Quando Raymond smetteva di russare, cominciava la solita zanzara, e quando finiva l’ora delle zanzare, cessava anche il baccano nella tenda accanto. Tutto questo aveva disturbato il sonno di Willy solo nei primi giorni, quando si era preso una solenne scottatura. Non erano stati Gerda e André la ragione principale per cui non aveva chiuso occhio. Che toccasse a Gerda, stavolta! Se l’era detto e ridetto con un’eccitazione quasi euforica. Ma con chi avrebbe potuto condividerlo? Con Ruth, che da un giorno all’altro si era ritrovata sola in albergo, perché Gerda era andata a stare con lui, e cambiava marciapiede quando la vedeva? Oppure con Georg, a cui si riconoscevano i diritti e le attenzioni di chi era stato lasciato? Perché invece a tutti appariva trascurabile che fosse stato lui, il Bassotto, la prima relazione di Gerda Pohorylle dopo Georg Kuritzkes.
Ma su quell’isola si era verificato qualcosa di incredibile e lui ne era stato il testimone: l’unico e allo stesso tempo il più indegno.
Sotto la tenda montata all’ombra di una fortezza dove era stato imprigionato un uomo che la leggenda voleva innocente, Willy si sentiva solo con il respiro sibilante di Raymond, con le zanzare e gli acuti formidabili di Gerda (le appannate risatine dopo), con la colpa di aver ceduto alla ragazza del suo migliore amico. «Tocca a lei, stavolta!» non poteva dirlo a nessuno.
Ma il dottor Kuritzkes, all’improvviso, è uscito da quel passato che credeva di avere sepolto.
E adesso sta quasi correndo sulla Hertel Avenue, deciso a non perdere più tempo: né a comprare finalmente un dolce, né a ripetersi, come davanti a una giuria che non l’ha convocato, che Gerda aveva chiuso con Georg prima di avergli dato un vero bacio. E questo Georg doveva saperlo, altrimenti non avrebbe assecondato l’impulso di telefonargli con la spontaneità che attingeva a un affetto inalterato, quello che lega, anche a distanza di anni e continenti, gli amici di vecchia data.
La colpa resta lì, anch’essa inalterata. Per coerenza ideologica o per orgoglio, Georg non gli aveva chiesto conto di nulla, e lui non aveva mai potuto dirgli che era stato un vigliacco, oltre che un illuso. Così era morta l’amicizia e la telefonata odierna non bastava a resuscitarla.
Ora il dottor Chardack si dirige con fretta meccanica verso il ristorante italiano che appare a pochi passi, un locale aperto di recente dove non è mai stato. Ne esce con un vassoio di cannoli e una busta in carta grezza che, secondo la legge americana, ricopre una bottiglia di non ricorda più quale vitigno. Non importa, lo scoprirà a casa. È scomodo premere la carta marroncina alla base del collo avendo l’altra mano occupata, un motivo in più per accelerare.
Venticinque anni per accettare una colpa che non sussiste e perdonarsi.
Però aveva avuto ragione, quella notte sull’Île Sainte-Marguerite, quando fissava il buio imperfetto della tenda con quell’euforia tinta di Schadenfreude (no, non si sogna di perifrasare il significato di questa parola), sinché erano giunte le prime grida dei gabbiani e una calma un po’ triste. Stavolta, avrebbe voluto dire a Georg, era inutile sperare, attendere, tormentarsi senza darlo mai a vedere, come aveva fatto lui.
Aveva avuto ragione anche due anni dopo (era di nuovo estate ma non sarebbero andati in vacanza), quando nel delirio e nel disagio montante dei funerali che il partito comunista aveva organizzato per la figlia di Parigi caduta nella lotta contro il fascismo, aveva afferrato qualcosa che li sbalzava tutti oltre l’onda d’urto di quella perdita inconcepibile.
Sapevano da giorni che Gerda era morta, per tre giorni l’avevano attesa a Parigi e per altri tre giorni le erano rimasti accanto, prima di deporre il feretro al cimitero.
Sfiniti, sparpagliati in formazioni minime rispetto ai blocchi delle fabbriche o delle sezioni di partito, si tenevano a lieve distanza dalla testa del corteo – lui con Raymond, gli amici del SAP in due compatte file, Csiki Weisz con il giro degli ungheresi, Cartier-Bresson che svettava su Chim sino a farlo scomparire (o Chim non c’era, non era rientrato dalla Spagna?). Si cercavano con gli occhi, ma non troppo, cercavano in cima la nuca di Capa, o Ruth che trascinava il padre di Gerda per le strade sempre più in salita, affiancata dal figlio (Karl o Oskar? L’aveva dimenticato...) che lo aveva accompagnato dalla cittadina serba dove la famiglia di Gerda si era rifugiata dopo avere lasciato la Germania.
Procedevano con la lentezza inesorabile delle sfilate mastodontiche, schiacciati dagli ottoni che ripetevano la marcia funebre, attraversando place de l’Opéra, imboccando scorci di Grands Boulevards, passando sopra il canale dove André Friedmann spesso aveva invidiato i pensionati pescatori, arrancando verso Ménilmontant, ristagnando all’ingresso del Père Lachaise e nei vialetti interni che portano ai Caduti della Comune.
Intorno alla tomba si espandeva una calca ingombrata di striscioni e bandiere rosse che rendeva invisibile chi prendeva la parola. Le masse operaie puzzavano di sudore, ma ancora più puzzavano le corone e i mazzi già appassiti da ore di cammino sotto il sole. Orazioni solenni e battagliere, telegrammi, versi (o erano frasi poetiche?) dedicati a un’allodola scomparsa a Brunete che non cesserà mai di far udire il proprio canto. Qualcuno ricordava che quel giorno, 1º agosto 1937, avrebbe compiuto ventisette anni «la nostra Gerda», la coraggiosissima compagna che aveva dato la sua giovane vita per una lotta a cui sapeva appartenere il futuro di tutti. Ascoltare equivaleva ad aspettare che terminassero di parlare, di rintronare l’uditorio al punto giusto perché i fiori o la manciata di terra fossero calati nella fossa da mani ormai insensibili, quanto il resto delle persone in fila per il turno dell’addio. Almeno il funerale era finito.
Ma la mattina di due giorni prima, quando si erano trovati alla Gare d’Austerlitz, non erano che un centinaio dei centomila che la domenica avrebbero sfilato per Parigi: metà personalità di spicco, metà volti amici, pressappoco gli stessi che erano confluiti alla redazione di Ce Soir dopo aver visto il giornale con la foto di Mademoiselle Taro bordato a lutto.
A Willy era venuto in mente di passare dal giornale soltanto dopo essere corso nell’albergo di rue Vavin a cercare Capa, trovando invece Soma Kuritzkes appena giunto da Napoli, così sconvolto da essere spaesato. Se l’era portato da Ruth, sperando che lei lo aiutasse a farlo rientrare in sé. Ma la concierge gli aveva detto che la signora era andata via con quel fotografo presentatosi in stato confusionale quando tutto il palazzo, e si può dire tutta la città, dormiva ancora. Andata dove, madame? A prendere la vostra povera amica, secondo il signor Melchior...
Vista l’ora, Willy aveva portato Soma a pranzo. Aveva pensato bene di evitare il boulevard de Montparnasse, scegliendo un posticino poco frequentato. «Offro io» aveva detto vedendo il fratello di Georg cercare il portafoglio. Ma Soma ne aveva estratto un foglietto per Gerda. «Monsieur Capa a rappelé a 9 heures.» All’hotel dovevano averlo scambiato per un parente e gli avevano consegnato quel biglietto. Poteva Willy lasciarlo ritornare da solo in quell’albergo? Così avevano preso la metropolitana fino a rue du Quatre-Septembre e si erano diretti insieme verso la redazione di Ce Soir.
La prima persona che videro fu uno dei grandi copain di Capa. Stava fumando accovacciato sui talloni, la testa poggiata contro il muro, l’amico che in quell’estate felice li aveva spesso invitati a Cannes (Gerda sul traghetto si infilava le scarpe e si metteva il rossetto) a fingersi turisti facoltosi, come lui era.
Immobile, aveva raccontato che Capa appena il giorno prima era in tripudio («ha ordinato lo champagne in camera») perché Life lo avrebbe inviato in Cina assieme a Gerda. Poi si era messo a piangere, piangeva con una straziante inerzia orientale, la cenere della sigaretta si avvicinava alle dita e non cadeva a terra. All’improvviso si era alzato. «Inoue Seiichi, Mainichi Press, Tokyo» aveva detto a Soma con un inchino. E aveva preso a salire rue du Quatre-Septembre, per riapparire due mattine dopo alla Gare d’Austerlitz con il vestito e il volto impeccabili, come sempre puntualissimo.
Gare d’Austerlitz a un’ora strana per la bohème dei rifugiati e per l’intellighenzia parigina abituata a fare notte. Ma tutti erano lì in anticipo quella mattina. E quando i compagni ferrovieri avevano estratto la bara coperta da una bandiera della Repubblica spagnola, c’era stato solo da stringere il pugno sinistro e le labbra.
Poi il padre di Gerda era avanzato verso il feretro e aveva cominciato a recitare il kaddish. Qualcuno gli era andato dietro, yitgadal v’yit-kadash sh’mei rabba’, una sequenza di parole ritrovate in un bisbiglio. Ma la schiena che si agitava davanti a quel centinaio di persone, quel dondolarsi liturgico verso la bara allineata ai binari, ricordava i movimenti di un ossesso. Il signor Pohorylle si era arrestato di colpo, era barcollato in avanti, si era accasciato. Aveva terminato il kaddish riverso sulla bandiera rossa di seta morbida che avvolgeva le spoglie di sua figlia.
Sarebbe crollato anche Capa, in quel momento, se l’amico al suo fianco non se ne fosse accorto. Willy li aveva visti l’uno abbrancato all’altro, e gli era parso di rivedere André quando litigava con Gerda, lei lo metteva alla porta e Seiichi doveva trascinarselo a casa ubriaco fradicio. C’erano per giunta le fotocamere, i cronisti di Ce Soir. Il quadro finale era stato questo: Capa, scarmigliato, la barba sfatta (ah, quanto lei avrebbe detestato vederlo così!) e l’incarnato terreo, appeso tra una musa moscovita e un giapponese elegantissimo.
Capa era stato portato via, la cerimonia era andata avanti. «È finita» aveva pensato Willy, «c’est fini.» In testa gli girava continuamente quella frase, girava a vuoto e dal vuoto ripescava altre frasi, «c’est fini, fini, rien ne va plus, le jeux sont faits». Soma gli aveva chiesto se non avrebbero dovuto raggiungere i Pohorylle, dopo, in albergo. «Schluss» si era detto Willy. Da domani avrebbe ripreso a fare le sue cose: andare in università, aiutare Soma con l’iscrizione e la carta di soggiorno. E poi non era finito proprio nulla: Madrid restava sotto assedio, Hitler si preparava alla guerra, la Cina era stata invasa dal Giappone, il Front Populaire si sgretolava, il partito comunista stava ricavando un’eroina e martire da una disgrazia.
Ma André Friedmann, lui sì, era finito, qualsiasi cosa avesse fatto da quel momento in poi Robert Capa. Erano finiti gli spazi che André e Gerda avevano rubato nei caffè e sui giornali con il loro talento istrionico, finiti sotto la realtà di un cingolato che pesava più di un macigno.
Si salvi chi può.
Willy non era più sottosopra, ma infinitamente vuoto, lucido e calmo. Qualunque siano le scelte che compiamo, si era detto, qualsiasi ragione di lotta perseguiamo o finiremo per abbandonare, d’ora in avanti non saranno che modalità diverse per salvarsi, ognuno secondo le sue possibilità e secondo i suoi bisogni.
«Penso che abbiano quasi finito» aveva detto a Soma.
Si salverà questo ragazzo che vuole studiare chimica alla Sorbona, e forse anche suo fratello laggiù in Spagna. E comunque né lui né Georg aspettavano con una bottiglia di champagne in camera che tornasse Gerda.
Il dottor Chardack sta attraversando le vie alberate che riconducono verso casa, l’ombra della sua bassa figura si è allargata su tutto il marciapiede. Si ferma per rimettersi la giacca, operazione scomoda con le mani occupate. Trova ridicola la sua concentrazione nel compiere quei gesti, vede se stesso come tipico, maldestro «Herr Professor». Però non gli dispiace quel che è diventato.
Ha avuto ragione. Anche Georg si è salvato ed è approdato a una vita simile alla sua, una vita dedicata alla ricerca scientifica. Il passato va tenuto accuratamente fuori dalla porta. Ma se bussa o squilla, com’è capitato quella mattina, non resta che lasciarlo entrare. Così ha fatto. Appena torna a casa vuole soltanto dedicarsi al New York Times.
C’è un dolore che lo riempie, adesso, quasi straborda come la farcitura dei cannoli, e forse ha persino una consistenza altrettanto pastosa e morbida.
Quella morte ottusa strideva così ferocemente con l’ingegno di Gerda per la vita. Oltre allo shock e al lutto grave, quella disgrazia era stata per tutti loro un allarme violentissimo. E si erano salvati. Georg era a Roma, Soma in Colorado, Ruth in Svizzera... Anche gli Stein e Csiki Weisz e gli altri, tranne Capa e Chim, ucciso da un cecchino in Egitto, erano vivi, erano salvi.
E Seiichi?
Proprio lui che per tutta la mostruosa durata delle esequie si era tenuto come un’ombra dietro a Capa, e per un indimenticabile attimo aveva gioito della sua gioia di poter fotografare assieme a Gerda la guerra giapponese in Cina, proprio Seiichi era probabilmente stato l’unico degli amici parigini a dover vestire l’uniforme del suo paese, il più temuto e odiato del Pacifico.
Non era improbabile che proprio Seiichi Inoue fosse morto.
Ma se quella è la giornata dei ricordi, si dice il dottor Chardack mentre allunga il passo verso casa, la bottiglia in una mano e il vassoio dei cannoli nell’altra, allora meglio dirigerli verso qualcosa di esilarante sino all’assurdo, sino a provare una distaccata meraviglia nei confronti di ciò che è rimasto per sempre dall’altra parte dell’oceano. Assurdo come la serata a Cannes in cui Willy aveva conosciuto Seiichi, ed erano stati rifocillati a spese del Sol Levante con plateau de coquillages e champagne di primo prezzo e poi, sfilando sulla Croisette fino al Palm Beach Casino illuminato a giorno, si erano messi a berciare un’aria d’operetta ungaro-tedesca, con Seiichi appeso dimostrativamente in mezzo ad André e Gerda.
La mia mamma era di Yokohama,
Di Parigi era il papà.
La mia mamma portava solo pigiama
Perché lui ne amava la beltà.2
La sola cosa da fare in questo momento è cercare il modo per evitare di estrarre dalla tasca dei pantaloni le chiavi di casa. La finestra della cucina è aperta, può raggiungerla calpestando l’erba dell’aiuola, si accosta il più possibile al davanzale e grida il nome di sua moglie. Dopo qualche istante si arresta il rumore di stoviglie. Il dottor Chardack si avvia verso la porta e aspetta che lei arrivi e la apra.
Aveva avuto ragione, ma non doveva andare così.