7.
La raccolta degli ingredienti e la loro preparazione per la mistura da fumo costituivano un ciclo annuale. Il primo anno don Juan mi insegnò il procedimento. Nel dicembre del 1962, il secondo anno, quando fu rinnovato il ciclo, don Juan si limitò a darmi le istruzioni; raccolsi da solo gli ingredienti, li preparai, e li misi da parte fino all'anno dopo.
Nel dicembre del 1963 cominciò per la terza volta un nuovo ciclo. Don Juan mi mostrò allora come combinare gli ingredienti secchi che avevo raccolto e preparato l'anno prima. Mise la mistura da fumo in un sacchetto di cuoio, e uscimmo un'altra volta a raccogliere i diversi ingredienti per l'anno dopo.
Don Juan menzionò di rado il ‘piccolo fumo’ durante l'anno che trascorse tra i due raccolti. Ogni volta che lo andavo a trovare, tuttavia, mi dava la sua pipa da tenere in mano, e il procedimento del ‘diventare familiare’ con la pipa andava avanti nella maniera da lui descritta. Mise la pipa nelle mie mani molto gradualmente. Pretendeva una concentrazione assoluta e attenta su quell'azione, e mi dava istruzioni molto esplicite. Qualsiasi gesto malaccorto con la pipa sarebbe risultato inevitabilmente nella sua o nella mia morte, disse.
Non appena finito il terzo raccolto e terminato di preparare il ciclo, don Juan cominciò a parlare del fumo come un alleato per la prima volta in più di un anno.
Lunedì, 23 dicembre, 1963
Stavamo tornando a casa in automobile dopo aver raccolto alcuni fiori gialli per la mistura. Erano uno degli ingredienti necessari. Osservai che quell'anno non avevamo seguito lo stesso ordine dell'anno precedente nel raccogliere gli ingredienti. Rise e disse che il fumo non era volubile o meschino come l'erba del diavolo. Per il fumo l'ordine in cui si raccoglievano gli ingredienti non aveva importanza; tutto quel che era necessario era che l'uomo che usava la mistura fosse accurato ed esatto. Chiesi a don Juan che cosa avremmo fatto della mistura che aveva preparato e mi aveva dato da conservare. Rispose che era mia, e aggiunse che dovevo usarla il più presto possibile. Gli chiesi quanta ce ne voleva ogni volta. Il sacchetto che mi aveva dato conteneva approssimativamente tre volte il contenuto di una normale borsa da tabacco. Disse che avrei dovuto usare tutto il contenuto del sacco in un anno, e la quantità che avrei fumato ciascuna volta era una faccenda personale.
Volli sapere che cosa sarebbe successo se non avessi finito mai il sacchetto. Don Juan rispose che non sarebbe successo nulla; il fumo non richiedeva nulla. Lui stesso non aveva più bisogno di fumare, e tuttavia preparava una nuova mistura ogni anno. Subito dopo si corresse e disse che raramente doveva fumare. Chiesi che cosa ne facesse della mistura non usata, ma non rispose. Disse che la mistura non era più buona se non era usata entro un anno.
A questo punto ci addentrammo in una lunga discussione. Non formulai le domande correttamente e le sue risposte sembravano confondere. Volevo sapere se la mistura avrebbe perso le sue proprietà allucinogene, o il suo potere, dopo un anno, rendendo in questo modo necessario il ciclo annuale; ma don Juan insisté che la mistura non avrebbe mai perso il proprio potere in nessun momento. La sola cosa che accadeva, disse, era che non se ne aveva più bisogno perché si era preparato un nuovo rifornimento; gli avanzi della vecchia mistura dovevano essere trattati in una maniera specifica, che don Juan non volle rivelarmi a quel punto.
Martedì, 24 dicembre, 1963
“Avete detto, don Juan, che voi non avete più bisogno di fumare?”. “Sì, dal momento che il fumo è il mio alleato non ho più bisogno di fumare. Lo posso chiamare in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo”. “Intendete dire che viene da voi anche se non fumate?”. “Voglio dire che vado a lui liberamente”. “Sarò capace anch'io di farlo?”. “Se riuscirai a ottenerlo come alleato, lo farai”.
Martedì, 31 dicembre, 1963
Giovedì 26 dicembre feci la mia prima esperienza con l'alleato di don Juan, il fumo. Per tutta la giornata lo portai in giro in automobile e lavorai per lui. Ritornammo alla sua casa tardi nel pomeriggio. Feci notare che in tutto il giorno non avevamo avuto nulla da mangiare. Non si curò assolutamente di ciò; prese invece a dirmi che per me era indispensabile familiarizzarmi col fumo. Disse che dovevo provarlo io stesso per potermi rendere conto di quanto fosse importante un alleato.
Senza darmi l'opportunità di ribadire nulla, don Juan mi disse che avrebbe acceso la pipa per me, lì su due piedi. Cercai di dissuaderlo sostenendo che pensavo di non essere pronto. Gli dissi che mi sembrava di non aver maneggiato la pipa per un tempo sufficientemente lungo. Ma mi rispose che ormai non mi rimaneva molto tempo per imparare e che dovevo usare la pipa subito. Tirò fuori la pipa dal suo astuccio e la accarezzò. Mi misi a sedere sul pavimento al suo fianco e tentai freneticamente di sentirmi male e di svenire, di fare qualsiasi cosa per scansare questo passo inevitabile.
La stanza era quasi buia. Don Juan aveva acceso la lampada a cherosene e l'aveva messa in un angolo. Di solito la lampada manteneva la stanza in una semioscurità rilassante, la sua luce giallastra era quasi confortante. Quella volta, invece, la luce sembrava tenue e insolitamente rossa; era snervante. Don Juan aprì il sacchetto contenente la mistura senza toglierlo dal legaccio con cui lo teneva appeso al collo. Si avvicinò la pipa, se la infilò nella camicia, e versò un po' della mistura nel fornello. Mi fece osservare il procedimento, facendomi notare che se la mistura traboccava sarebbe ricaduta nella camicia.
Riempì i tre quarti del fornello, poi legò il sacchetto con una mano mentre con l'altra reggeva la pipa. Prese un piattino di creta, me lo porse dicendomi di andare fuori a prendere qualche carbone dal fuoco. Andai dietro la casa e raccolsi un mucchietto di carboni dalla stufa di mattoni. Ritornai in fretta nella camera. Sentivo una profonda angoscia. Era come una premonizione.
Sedetti vicino a don Juan e gli diedi il piatto. Lo guardò e disse con calma che i carboni erano troppo grossi. Ne voleva di più piccoli, che potessero entrare nel fornello della pipa. Tornai alla stufa e ne presi un po'. Don Juan prese il nuovo piatto di carboni e se lo mise davanti. Stava seduto con le gambe incrociate e ripiegate sotto di sé. Mi guardò con la coda dell'occhio e si appoggiò in avanti finché non toccò quasi i carboni col mento. Tenne la pipa con la sinistra, e con un movimento estremamente rapido prese un pezzetto di carbone acceso e lo mise nel fornello della pipa; poi si mise a sedere diritto e, tenendo la pipa con entrambe le mani, la mise in bocca e aspirò tre volte. Tese le braccia e mi disse sottovoce ma energicamente di prendere la pipa con le due mani e di fumare.
L'idea di rifiutare la pipa e scappare mi attraversò la mente per un attimo; ma don Juan mi disse ancora — sempre in un sussurro — di prendere la pipa e fumare. Lo guardai. I suoi occhi erano fissi su di me.
Ma il suo sguardo era amichevole, ansioso. Era chiaro che avevo fatto la mia scelta molto tempo prima: non c'era altra alternativa se non fare quello che diceva.
Presi la pipa e quasi la lasciai cadere. Scottava! La misi in bocca con estrema cautela perché immaginavo che il suo calore sarebbe stato insopportabile per le mie labbra. Ma non sentii calore alcuno.
Don Juan mi disse di aspirare. Il fumo mi affluì in bocca e sembrò circolarvi dentro. Era pesante! Mi sentii come se avessi la bocca piena di pasta di pane. Questo paragone mi venne in mente sebbene non mi fosse mai capitato di avere la bocca piena di pasta di pane. Inoltre il fumo sembrava mentolo e l'interno della mia bocca diventò improvvisamente freddo. Era una sensazione rinfrescante. “Ancora! Ancora!” sentii sussurrare don Juan. Sentivo il fumo filtrare liberamente nel mio corpo, quasi senza mio controllo! Non avevo più bisogno di incitamento da parte di don Juan. Meccanicamente incominciai, ad aspirare.
All'improvviso don Juan si protese in avanti e mi tolse la pipa dalle mani. La batté dolcemente sul piatto dei carboni per far cadere la cenere, poi si bagnò il dito con la saliva e lo passò dentro il fornello per pulirlo. Soffiò ripetutamente attraverso il cannello. Lo vidi rimettere la pipa nel suo astuccio. Le sue azioni attiravano il mio interesse.
Quando ebbe finito di pulire la pipa e di riporla, mi fissò, e per la prima volta mi resi conto che tutto il mio corpo era intorpidito e mentolato. Mi sentivo il viso pesante e le mascelle che dolevano. Non riuscivo a tenere chiusa la bocca, ma non ne usciva saliva. Avevo la bocca così asciutta che bruciava, e tuttavia non avevo sete. Cominciai a sentire un calore insolito in tutta la testa. Un calore freddo! Il mio fiato sembrava tagliarmi le narici e il labbro superiore ogni volta che espiravo. Ma non bruciava; faceva male come un pezzo di ghiaccio.
Don Juan sedette accanto a me, alla mia destra, e senza muoversi tenne l'astuccio della pipa contro il pavimento come se lo tenesse giù con la forza. Le mani mi pesavano. Le braccia mi crollarono, trascinando giù le spalle. Il naso mi colava. Lo asciugai col dorso della mano, e il mio labbro superiore fu cancellato via! Mi asciugai la faccia, e tutta la carne fu spazzata via! Mi stavo sciogliendo! Mi sentii come se la mia carne si stesse effettivamente fondendo. Balzai in piedi e tentai di afferrarmi a qualcosa — qualsiasi cosa — a cui sostenermi. Stavo sperimentando un terrore che non avevo mai provato prima. Mi afferrai a un palo conficcato nel pavimento al centro della camera. Mi fermai lì per un momento, poi mi voltai per guardare don Juan. Era ancora seduto immobile, con la pipa in mano, e mi fissava.
Il mio fiato era dolorosamente caldo (o freddo?). Mi stava soffocando. Piegai la testa in avanti per appoggiarla sul palo, ma evidentemente lo mancai, e la mia testa continuò a muoversi all’ingiù oltre il punto dove era il palo. Mi fermai quando fui quasi giù sul pavimento. Mi tirai su. Il palo era là davanti ai miei occhi! Cercai di nuovo di appoggiare la testa contro di esso. Cercai di controllarmi e di rendermi conto di quello che facevo, e tenni gli occhi aperti mentre mi piegavo in avanti per toccare il palo con la fronte. Era lontano pochi centimetri dai miei occhi, ma mentre spingevo la testa contro di esso ebbi la stranissima sensazione di passarvi diritto attraverso.
Cercando disperatamente una spiegazione razionale conclusi che i miei occhi distorcevano la profondità, e che il palo doveva essere stato lontano tre metri, anche se lo vedevo direttamente davanti alla mia faccia. Immaginai quindi una maniera logica e razionale per controllare la posizione del palo. Incominciai a spostarmi lateralmente intorno a esso, un passetto per volta. La mia idea era che camminando in quel modo intorno al palo non potevo probabilmente fare un circolo di un diametro maggiore di un metro e mezzo; se il palo era davvero lontano tre metri da me, o al di là della mia portata, sarebbe venuto un momento in cui mi sarei trovato con le spalle voltate a esso. Confidavo che in quel momento il palo sarebbe svanito, perché in realtà sarebbe stato dietro di me.
Cominciai allora a girare intorno al palo, che però mi rimaneva davanti agli occhi mentre gli giravo intorno. In un accesso di frustrazione tentai di afferrarlo con le due mani, ma le mani gli passarono attraverso. Stavo abbracciando l'aria. Calcolai attentamente la distanza tra il palo e me, immaginai che dovesse essere di circa un metro. Cioè, i miei occhi percepivano la distanza come se fosse di circa un metro. Giocai per un momento con la percezione della profondità muovendo il capo da una parte all'altra, mettendo a fuoco ciascun occhio a turno sul palo e poi sullo sfondo. In base al mio modo di giudicare la profondità, il palo era inequivocabilmente davanti a me, forse a circa un metro di distanza. Protendendo le mani per proteggermi il capo, caricai con tutte le mie forze. La sensazione fu la stessa: passavo attraverso il palo. Questa volta caddi del tutto sul pavimento. Mi alzai di nuovo in piedi. E alzarmi in piedi fu forse il più insolito di tutti gli atti compiuti quella notte. Mi ‘pensai’ su! Non usai per alzarmi i muscoli e le ossa nella maniera in cui sono solito, perché non avevo più controllo su di essi. Lo seppi nell'istante in cui toccai il terreno. Ma la mia curiosità a proposito del palo era così forte che ‘mi pensai su’ in una specie di azione riflessa. E prima che potessi rendermi conto di non potermi muovere, ero in piedi.
Chiamai don Juan per chiedergli aiuto. A un certo momento urlai freneticamente con tutta la voce che avevo in corpo, ma don Juan non si mosse. Continuò a guardarmi, di sbieco, come se non volesse voltare il capo per guardarmi in faccia completamente. Feci un passo verso di lui, ma invece di muovermi in avanti barcollai all'indietro e caddi contro il muro. Sapevo di avervi cozzato contro con la schiena, ma non lo sentii duro: ero completamente sospeso in una sostanza soffice e spugnosa; era il muro. Avevo le braccia protese in fuori lateralmente, e piano piano tutto il mio corpo sembrò affondare nel muro. Potevo solo guardare davanti a me nella stanza. Don Juan mi stava ancora osservando, ma non fece alcun movimento per aiutarmi. Feci uno sforzo per scuotere il capo fuori del muro, ma riuscii solo ad affondare sempre di più. In mezzo a un terrore indescrivibile sentii che il muro spugnoso si stava chiudendo sulla mia faccia. Cercai di chiudere gli occhi, ma erano rimasti sbarrati.
Non ricordo che cosa accadde d'altro. D'un tratto don Juan fu davanti a me, a poca distanza. Eravamo nell'altra camera. Vidi la tavola e la stufa di mattoni con il fuoco acceso, e con la coda dell'occhio distinguevo lo steccato fuori della casa. Riuscivo a vedere tutto con molta chiarezza. Don Juan aveva portato la lampada a cherosene e l'aveva appesa al trave in mezzo alla stanza. Cercai di guardare in una direzione differente, ma avevo gli occhi fissi e riuscivo a vedere solo direttamente davanti a me. Non riuscivo a distinguere, o a percepire, nessuna parte del mio corpo; il mio respiro era impercettibile, ma i miei pensieri erano estremamente lucidi. Don Juan venne verso di me, e la mia lucidità mentale finì. Qualcosa sembrò fermarsi dentro di me; non c'erano più pensieri. Vidi don Juan venire e lo odiai. Volevo farlo a pezzi. Avrei potuto ucciderlo in quel momento, ma non riuscivo a muovermi. Da principio sentii vagamente una pressione sul capo, ma anche questa scomparve. Rimaneva solo una cosa: una collera schiacciante contro don Juan. Lo vedevo solo a pochi centimetri da me. Volevo sbranarlo. Sentii che stavo gemendo. Qualcosa in me cominciò a sconvolgersi. Sentii don Juan che mi parlava. La sua voce era dolce e conciliante, e, sentii, infinitamente piacevole. Venne ancora più vicino e cominciò a recitare una ninnananna spagnola.
“Signora Santa Anna, perché piange il bambino? Per una mela che ha perduto. Ve ne darò una, ve ne darò due. Una per il bambino e una per voi (¿Señora Santa Ana, por qué llora el niño? Por una manzana que se le ha perdido. Yo le daré una. Yo le daré dos. Una para el niño y otra para vos)”. Una sensazione di calore mi pervase. Era un calore di cuore e di sentimenti. Le parole di don Juan erano un'eco lontana. Rievocavano i ricordi dimenticati dell'infanzia.
La violenza che avevo provato prima scomparve. Il risentimento si trasformò in un desiderio, un affetto gioioso per don Juan. Mi disse che dovevo lottare per non addormentarmi; che non avevo più un corpo ed ero libero di trasformarmi in tutto quello che avrei voluto. Fece un passo indietro. I miei occhi erano a un livello normale, come se fossi stato in piedi davanti a lui. Tese entrambe le braccia verso di me e mi disse di entrarvi dentro.
O io mi mossi in avanti o lui venne verso di me. Le sue mani mi erano quasi sulla faccia, sugli occhi, sebbene non le sentissi. “Entra nel mio petto”, sentii che diceva. Sentii che mi inabissavo in lui. Era la stessa sensazione di spugnosità che avevo provato con il muro.
A questo punto potei udire solo la sua voce che mi ordinava di guardare e vedere. Non riuscivo più a distinguerlo. Avevo evidente mente gli occhi aperti perché vedevo lampi di luce su un campo rosso; era come se stessi guardando una luce attraverso le palpebre chiuse. Poi i miei pensieri ebbero di nuovo libero sfogo. Tornarono in una rapida serie di immagini, facce, scenari. Apparivano e scomparivano scene senza nessuna coerenza. Era come un rapido sogno in cui le immagini si sovrapponevano e cambiavano. Poi i pensieri cominciarono a diminuire di numero e di intensità, e presto se ne furono di nuovo andati. Rimaneva una consapevolezza di affetto, di essere felice. Non riuscivo a distinguere nessuna forma o luce. Tutto d'un tratto fui spinto in alto. Sentii distintamente di essere sollevato. E fui libero, muovendomi con una spaventosa leggerezza e velocità nell'acqua o nell'aria. Nuotai come un'anguilla; mi contorsi e mi girai e mi librai in su e in giù a volontà. Sentii un vento freddo soffiare tutto intorno a me, e cominciai a fluttuare come una piuma avanti e indietro, giù, giù, sempre più giù.
Sabato, 28 dicembre, 1963
Mi svegliai il 27 nel tardo pomeriggio. Don Juan mi disse che avevo dormito pacificamente per quasi due giorni. Avevo un fortissimo mal di testa. Bevvi un po' d'acqua e mi sentii male. Mi sentivo stanco, estremamente stanco, e dopo aver mangiato tornai a dormire.
Il giorno dopo mi sentii di nuovo perfettamente rilassato. Parlai con don Juan della mia esperienza con il piccolo fumo. Pensando che volesse che gli raccontassi tutta la storia nella maniera in cui avevo sempre fatto, cominciai a descrivere le mie impressioni, ma mi fermò dicendomi che non era necessario. Mi disse che in realtà non avevo fatto nulla, e che ero caduto addormentato immediatamente, quindi non c'era nulla di cui parlare.
“E la maniera in cui mi sentivo? Non ha forse una qualche importanza?”, insistei.
“No, non con il fumo. Più tardi, quando avrai imparato come viaggiare, parleremo; quando avrai imparato a entrare nelle cose”.
“Davvero si entra nelle cose?”.
“Non ti ricordi? Tu sei entrato in quel muro e ci sei passato attraverso”.
“Io penso che in realtà sono uscito fuori della mia mente”. “No, non l'hai fatto”.
“Voi vi siete comportato allo stesso modo quando avete fumato per la prima volta, don Juan?”.
“No, non è stato lo stesso. Abbiamo caratteri diversi”.
“Come vi siete comportato?”.
Non rispose. Riformulai la domanda e lo interrogai di nuovo, ma rispose che non ricordava le sue esperienze, e che la mia domanda era paragonabile al chiedere a un pescatore che cosa avesse provato la prima volta che aveva pescato.
Disse che il fumo come alleato era unico, e io gli rammentai che anche di Mescalito aveva detto che era unico; rispose che ognuno dei due era unico, ma che differivano per qualità.
“Mescalito è un protettore perché ti parla e può guidare i tuoi atti”, disse. “Mescalito inségna a vivere nella maniera giusta. E lo puoi vedere perché è al di fuori di te. Il fumo, d'altra parte, è un alleato. Ti trasforma e ti dà potere senza mostrare mai la sua presenza. Non gli puoi parlare; però sai che esiste perché ti toglie il corpo e ti rende leggero come l'aria. Tuttavia non lo vedi mai. Ma è presente per darti il potere di compiere cose inimmaginabili, come quando ti toglie il corpo”.
“Ho sentito veramente di aver perduto il corpo, don Juan”.
“Certamente”.
“Volete dire, davvero non ho avuto un corpo?”.
“Che cosa pensi tu stesso?”.
“Bene, non so. Tutto quello che vi posso dire è quello che ho provato”.
“Questo è tutto quello che c'è nella realtà: quello che hai provato”.
“Ma come mi vedevate, don Juan? Come vi apparivo?”.
“Come ti ho visto non ha importanza. È come la volta che hai afferrato il palo; sentivi che non c'era e gli sei girato intorno per assicurarti che ci fosse. Ma quando gli sei balzato contro hai sentito di nuovo che in realtà non c'era”.
“Ma voi mi avete visto come sono ora, non è vero?”.
“No! Tu NON eri come sei ora!”.
“È vero! Lo ammetto. Ma avevo il mio corpo, non è vero, anche se non potevo sentirlo?”.
“No! Maledizione! Non avevi un corpo come il corpo che hai oggi! ”.
“Allora che cosa è successo al mio corpo?”.
“Pensavo che tu avessi capito. Il piccolo fumo ti aveva portato via il corpo”.
“Ma dove è andato?”.
“Come diavolo ti aspetti che io lo sappia?”.
Era inutile insistere nel cercare di ottenere una spiegazione ‘razionale’.
Gli dissi che non intendevo discutere o fare domande stupide, ma se accettavo l'idea che era possibile perdere il mio corpo avrei perso tutta la mia razionalità.
Disse che stavo esagerando, come al solito, e che non avevo né avrei perso nulla a causa del piccolo fumo.
Martedì, 28 gennaio, 1964
Chiesi a don Juan che cosa pensasse dell'idea di somministrare il fumo a chiunque desiderasse l'esperienza.
Rispose indignato che somministrare il fumo a chiunque sarebbe stato esattamente lo stesso che ucciderlo, perché non avrebbe avuto nessuno che lo guidasse. Chiesi a don Juan di spiegarmi quello che intendeva dire. Rispose che io ero lì, vivo, e parlavo con lui, perché lui mi aveva ricondotto indietro. Lui aveva reintegrato il mio corpo. Senza di lui non mi sarei mai risvegliato.
“Come avete reintegrato il mio corpo, don Juan?”.
“Questo lo imparerai più tardi, ma dovrai imparare a farlo da solo. Questa è la ragione per cui voglio che tu impari quanto più puoi finché io sono ancora in circolazione. Hai sprecato abbastanza tempo a fare domande stupide in merito a cose assurde. Ma forse non è tuo destino imparare tutto del piccolo fumo”.
“Bene, che cosa dovrò fare allora?”.
“Lasciare che il fumo ti insegni tutto quello che puoi imparare”.
“Il fumo insegna anche?”.
“Naturalmente insegna”.
“Insegna come insegna Mescalito?”.
“No, non è un maestro come lo è Mescalito. Non mostra le stesse cose”.
“Ma allora che cosa insegna il fumo?”.
“Ti mostra come tenere in pugno il suo potere, e per imparare ciò devi prenderlo tutte le volte che puoi”.
“Il vostro alleato incute molta paura, don Juan. È stato diverso da qualsiasi altra cosa che io abbia mai esperimentato prima. Pensavo di aver perduto la ragione”.
Per qualche motivo questa era l'immagine più spiacevole che mi venisse in mente. Vedevo tutto l'avvenimento dal particolare punto di vista dell'aver avuto altre esperienze allucinogene da cui trarre un paragone, e la sola cosa che mi veniva in mente, continuamente, era che con il fumo si perde la ragione.
Don Juan scartò la mia similitudine dicendo che quello che avevo sentito era il suo inimmaginabile potere. E per tenere in pugno quel potere, disse, si doveva vivere una vita forte. L'idea di una vita forte non si riferisce soltanto al periodo di preparazione, ma comporta anche l'atteggiamento dell'uomo dopo l'esperienza. Disse che il fumo è così forte che lo si può affrontare solo con la forza; altrimenti la propria vita sarebbe ridotta in pezzi.
Gli chiesi se il fumo aveva lo stesso effetto su chiunque. Disse che produceva una trasformazione, ma non in chiunque.
“Allora, qual è la ragione speciale per cui il fumo ha prodotto la trasformazione in me?”, chiesi.
“Penso che questa domanda sia molto sciocca. Hai seguito con obbedienza tutti i passi prescritti. Non è un mistero che il fumo ti abbia trasformato”.
Gli chiesi ancora di parlarmi della maniera in cui ero apparso. Volevo sapere che cosa sembravo, perché l'immagine di un essere senza corpo, che mi aveva instillato nella mente, era comprensibilmente insopportabile.
Rispose che a dire il vero aveva avuto paura di guardarmi; si sentiva nello stesso modo in cui doveva essersi sentito il suo benefattore quando aveva visto don Juan fumare per la prima volta.
“Perché eravate spaventato? Era una cosa che incuteva paura?”, chiesi.
“Prima di allora non avevo mai visto nessuno fumare”.
“Non avete visto fumare il vostro benefattore?”.
“No”.
“Non avete visto neppure voi stesso?”.
“Come avrei potuto?”.
“Avreste potuto fumare davanti a uno specchio”.
Non rispose, ma mi fissò e scosse il capo. Gli chiesi di nuovo se era possibile guardare in uno specchio. Disse che sarebbe stato possibile, anche se inutile, perché si sarebbe probabilmente morti di paura, se non di altro.
“Allora si deve avere un aspetto spaventoso”, dissi.
“Per tutta la vita mi sono domandato la stessa cosa”, rispose. “Tuttavia non ho fatto domande, né ho guardato in uno specchio. Non ci ho nemmeno pensato”.
“Allora come posso scoprirlo?”.
“Dovrai aspettare, così come ho fatto io, finché non somministrerai il fumo a qualcun altro; se mai riuscirai a padroneggiarlo, naturalmente. Allora vedrai che aspetto ha un uomo. Questa è la regola”.
“Che cosa accadrebbe se fumassi davanti a una macchina fotografica e prendessi una fotografia di me stesso?”.
“Non lo so. Probabilmente il fumo si rivolterebbe contro di te. Ma suppongo che tu trovi il fumo così innocuo che pensi ti poterci giocare”.
Gli dissi che non intendevo giocare, ma che lui stesso mi aveva detto prima che il fumo non richiedeva dei passi particolari, e pensavo che non ci sarebbe stato niente di pericoloso nel voler sapere che cosa si sembrava. Mi corresse dicendo che quel che intendeva dire era che non c'era alcuna necessità di seguire un ordine specifico, come con l’erba del diavolo; tutto quello di cui si aveva bisogno con il fumo, disse, era l'atteggiamento appropriato. Sotto quel punto di vista si doveva essere rigorosi nel seguire la regola. Mi diede un esempio, spiegando che non contava quale ingrediente della mistura si sceglieva per primo, purché il quantitativo fosse giusto.
Gli chiesi se il parlare ad altri della mia esperienza avrebbe potuto nuocermi in qualche modo. Rispose che i soli segreti che non dovevano essere mai rivelati erano il modo in cui preparare la mistura, la maniera in cui ci si doveva muovere, e la maniera in cui ritornare; le altre cose che riguardavano l'argomento non avevano nessuna importanza.