4.
Era raro che don Juan parlasse apertamente di Mescalito. Ogni volta che lo interrogavo sull'argomento si rifiutava di parlare, ma diceva sempre abbastanza per creare un'impressione di Mescalito, una impressione che era sempre antropomorfica. Mescalito era di genere maschile, non solo per via della regola grammaticale che da alla parola un genere maschile, ma anche per via della sua costante qualità di protettore e maestro. Don Juan riaffermava tali caratteristiche in varie forme ogni volta che parlavamo.
Domenica, 24 dicembre, 1961
“L'erba del diavolo non ha mai protetto nessuno. Serve solo per dare potere. Mescalito, d'altra parte, è dolce, come un bambino”.
“Ma voi avete detto che talvolta Mescalito è terrificante”.
“Certo che è terrificante, ma una volta che si è cominciato a conoscerlo, è dolce e gentile”.
“Come mostra la sua gentilezza?”.
“È un protettore e un maestro”.
“Come protegge?”.
“Puoi tenerlo sempre con te, ed egli baderà che non ti accada nulla di male”.
“Come si può tenerlo sempre con sé?”.
“In un sacchetto, legato intorno al braccio o sotto il collo con un legaccio”.
“Lo avete con voi?”.
“No, perché io ho un alleato. Ma altre persone lo fanno”.
“Che cosa insegna?”.
“Insegna a vivere giustamente”.
“Come insegna?”.
“Mostra le cose e spiega quello che sono (enzeña las cosas y te dice lo que son)”.
“Come?”.
“Dovrai vederlo da te”.
Martedì, 30 gennaio 1962
“Che cosa vedete quando Mescalito vi porta con sé, don Juan?”.
“Cose del genere non sono adatte a una conversazione ordinaria. Non te lo posso dire”.
“Vi accadrebbe qualcosa di male se me lo diceste?”.
“Mescalito è un protettore, un protettore gentile e dolce; ma ciò non significa che lo si possa prendere in giro. Per il fatto di essere un gentile protettore può anche essere l'orrore stesso per coloro che non ama”.
“Non intendo prenderlo in giro. Voglio solo sapere che cosa fa fare o vedere agli altri. Vi ho descritto tutto quello che Mescalito mi ha fatto vedere, don Juan”.
“Con te è diverso, forse perché non lo conosci. Devi imparare a conoscerlo come un bambino impara a camminare”.
“Per quanto tempo ancora devo imparare?”.
“Fino a che lui stesso non comincerà ad avere significato per te”.
“E poi?”.
“Poi capirai da solo. Non dovrai più raccontarmi nulla”.
“Potete dirmi solo dove Mescalito vi porta?”.
“Non posso parlarne”.
“Tutto quel che voglio sapere è se esiste un altro mondo al quale conduce la gente”.
“Esiste”.
“È in paradiso?” (Il termine spagnolo per indicare il paradiso è cielo che [come in italiano], significa anche ‘volta celeste’).
“Conduce attraverso il cielo (cielo)”.
“Voglio dire, è il paradiso (cielo), dove è Dio?”.
“Stai diventando stupido adesso. Io non so dov'è Dio”.
“Mescalito è Dio, il solo Dio? O è uno degli dèi?”.
“È semplicemente un protettore e un maestro. È un potere”.
“È un protettore dentro di noi?”.
“No. Mescalito non ha niente a che vedere con noi stessi. È esterno a noi”.
“Allora chiunque prende Mescalito deve vederlo nella medesima forma?”.
“Niente affatto. Non è lo stesso per tutti”.
Giovedì, 12 aprile, 1962
“Perché non mi dite di più su Mescalito, don Juan?”. “Non c'è niente da dire”.
“Devono esserci migliaia di cose che io dovrei sapere prima di incontrarlo ancora”.
“No. Forse per te non c'è nulla che tu debba sapere. Come ti ho già detto, non è lo stesso per tutti”.
“Lo so, ma vorrei ancora sapere che cosa provano gli altri nei suoi confronti”.
“L'opinione di chi si preoccupa di parlare di lui non vale molto. Vedrai. Probabilmente parlerai di lui fino a un certo punto, e da allora in poi non ne parlerai mai”.
“Potete parlarmi delle vostre prime esperienze?”.
“A che pro?”.
“Allora saprei come comportarmi con Mescalito”. “Tu già sai più di quanto sappia io. Tu hai effettivamente giocato con lui. Un giorno o l'altro vedrai quanto è stato buono con te il protettore. Sono sicuro che quella prima volta ti ha detto molte, moltissime cose, ma tu eri sordo e cieco”.
Sabato, 14 aprile, 1962
“Mescalito prende qualsiasi forma quando si mostra?”.
“Sì, qualsiasi forma”.
“Allora, quali sono le forme più comuni che conoscete?”.
“Non ci sono forme comuni”.
“Volete dire, don Juan, che appare in qualsiasi forma, anche a chi lo conosce bene?”.
“No. Appare in qualsiasi forma a coloro che lo conoscono soltanto un poco, ma con chi lo conosce bene è sempre costante”.
“In che modo è costante?”.
“Appare a essi talvolta come un uomo, come noi, o come una luce. Semplicemente una luce”.
“Mescalito cambia mai la sua forma permanente con coloro che lo conoscono bene?”. “No, che io sappia”.
Venerdì, 6 luglio, 1962
Don Juan ed io partimmo per un viaggio nel tardo pomeriggio di sabato 23 giugno. Don Juan disse che andavamo a cercare honguitos (funghi) nello stato di Chihuahua. Disse che sarebbe stato un viaggio lungo e faticoso. Aveva ragione. Arrivammo in una piccola città mineraria nel Chihuahua del nord alle dieci di sera di mercoledì 27 giugno. Andammo a piedi dal luogo in cui avevo parcheggiato l'automobile, alla periferia della città, fino alla casa dei suoi amici: un indiano Tarahumara e la moglie, che ci ospitarono per la notte.
La mattina dopo l'uomo ci svegliò verso le cinque. Ci portò farinata e fagioli. Si mise a sedere e parlò con don Juan mentre mangiavamo, ma non disse nulla del nostro viaggio.
Dopo la colazione l'uomo riempì d'acqua la mia borraccia, e mise due focacce nel mio zaino. Don Juan diede a me la borraccia e si legò lo zaino sulle spalle con una corda, ringraziò l'uomo per la sua gentilezza, e rivolto a me disse: “È ora di andare”.
Seguimmo una strada bianca per circa un miglio. Quindi tagliammo attraverso i campi e dopo due ore eravamo ai piedi delle colline a sud della città. Ci arrampicammo sui lievi pendii in direzione sud-ovest. Quando arrivammo alle pendenze più scoscese don Juan cambiò direzione e seguimmo una profonda valle in direzione est. Nonostante la sua età avanzata don Juan mantenne un passo così incredibilmente veloce che a mezzogiorno io ero completamente esausto. Ci sedemmo ed egli aprì il sacco del pane.
“Puoi mangiarlo tutto, se vuoi”, disse.
“ E voi ? ”.
“Non ho fame, e più tardi non avremo bisogno di questo cibo”.
Ero molto stanco e affamato e non mi feci scrupolo di accettare la sua offerta. Pensai che fosse un buon momento per parlare dello scopo del nostro viaggio e, del tutto casualmente, chiesi: “Pensate che rimarremo qui a lungo?”.
“Siamo qui per raccogliere Mescalito. Rimarremo fino a domani”.
“Dov’è Mescalito?”.
“Tutto intorno a noi”.
In tutta la zona crescevano a profusione cactus di molte specie, ma non riuscii a distinguere il peyote tra di essi.
Riprendemmo il cammino e alle tre giungemmo in una valle lunga stretta, fiancheggiata da ripide colline. Mi sentivo stranamente eccitato all'idea di trovare il peyote, che non avevo mai visto nel suo ambiente naturale. Entrammo nella valle e avevamo camminato probabilmente per un centinaio di metri quando a un tratto riconobbi tre piante che erano inequivocabilmente di peyote. Formavano un grappolo a pochi centimetri di altezza dal terreno davanti a me, alla sinistra del sentiero. Sembravano rose verdi, rotonde e carnose. Corsi verso di esse, indicandole a don Juan.
Mi ignorò, e tenne deliberatamente le spalle voltate mentre continuava a camminare. Seppi di aver commesso un errore, e per il resto del pomeriggio camminammo in silenzio, muovendoci lentamente sul fondo pianeggiante della valle, coperto di piccole pietre dai bordi aguzzi. Procedevamo in mezzo ai cactus, disturbando folle di lucertole e di quando in quando un uccello solitario. E io oltrepassai decine di piante di peyote senza dire una parola.
Alle sei eravamo ai piedi delle montagne che segnavano la fine della valle. Ci arrampicammo fino a una sporgenza. Don Juan lasciò cadere il suo sacco e si mise a sedere.
Avevo di nuovo fame, ma non era rimasto niente da mangiare; suggerii di cogliere Mescalito e di riprendere la strada della città. Mi guardò infastidito e fece un suono schioccante con le labbra. Disse che avremmo passato la notte lì.
Ci sedemmo tranquillamente. A sinistra c'era una parete rocciosa e a destra la valle che avevamo appena attraversato. Si stendeva su una lunga distanza e sembrava più ampia di quanto avessi pensato, e non così pianeggiante. Vista dal punto in cui eravamo seduti, era piena di collinette e di protuberanze.
“Domani ripartiremo per il viaggio di ritorno”, disse don Juan senza guardarmi e indicando la strada. “Ci apriremo la via del ritorno e lo raccoglieremo mentre attraverseremo il campo. Cioè, lo raccoglieremo solo quando sarà sul nostro cammino. Lui troverà noi e non il contrario. Lui troverà noi; se vuole”.
Don Juan appoggiò la schiena contro la parete di roccia e, con il capo girato dalla sua parte, continuò a parlare come se oltre a me ci fosse un'altra persona. “Ancora una cosa. Solo io posso coglierlo. Forse tu porterai il sacco, oppure camminerai davanti a me; ancora non lo so. Ma domani non ti metterai a indicarlo come hai fatto oggi!”.
“Mi dispiace, don Juan”.
“Non è niente. Tu non sapevi”.
“Tutte queste cose su Mescalito ve le ha insegnate il vostro benefattore?”.
“No! Nessuno mi ha insegnato. Il protettore stesso è stato il mio maestro”.
“Allora Mescalito è come una persona a cui si può parlare?”.
“No, non lo è”.
“Come insegna, allora?”.
Rimase un poco in silenzio.
“Ricordi la volta in cui hai giocato con lui? Hai capito quello che voleva dire, no?”.
“L'ho capito”.
“È questo il modo in cui insegna. Allora non lo sapevi, ma se tu gli avessi fatto attenzione, ti avrebbe parlato”.
“Quando?”.
“Quando l'hai visto per la prima volta”.
Sembrava che il mio interrogatorio lo infastidisse alquanto. Gli dissi che dovevo fargli tutte quelle domande perché volevo scoprire tutto quello che potevo.
“Non chiederlo a me”, rispose sorridendo maliziosamente.
“Chiedilo a lui. La prima volta che lo vedi chiedigli tutto quello che vuoi sapere”.
“Allora Mescalito è come una persona a cui si può parlare?”.
Non mi lasciò terminare. Si voltò, prese la borraccia, scese dalla sporgenza, e scomparve dietro la roccia. Non volevo rimanere lì solo e, sebbene non me lo avesse chiesto, lo seguii. Camminammo per circa centocinquanta metri fino a un piccolo ruscello. Si lavò le mani e la faccia, e riempì la borraccia. Si sciacquò la bocca con l'acqua, ma non la bevve. Raccolsi un po' d'acqua nelle mani e bevvi, ma mi fermò dicendo che non era necessario bere.
Mi porse la borraccia e riprese a camminare verso la sporgenza. Una volta arrivati ci sedemmo rivolti alla valle con la schiena contro il muro di roccia. Gli chiesi se potevo accendere un fuoco. Reagì come se fosse inconcepibile domandare una cosa del genere. Disse che per quella notte eravamo ospiti di Mescalito e lui ci avrebbe tenuti caldi.
Eravamo quasi all'imbrunire. Don Juan tirò fuori dal suo sacco due leggere coperte di cotone, me ne gettò una sulle ginocchia, e sedette a gambe incrociate con l'altra coperta sulle spalle. La valle sotto di noi era buia, con i contorni che già sfumavano nella nebbia della sera.
Don Juan sedeva immobile rivolto verso il campo di peyote. Un vento ostinato soffiava sul mio viso.
“Il crepuscolo è la frattura tra i mondi”, disse a bassa voce, senza voltarsi verso di me.
Non gli chiesi che cosa avesse voluto dire. Mi si erano stancati gli occhi. Improvvisamente mi sentii in uno stato di ebbrezza; provavo un desiderio di piangere, strano e opprimente.
Mi distesi sullo stomaco; il pavimento di roccia era duro e scomodo, e dovevo cambiare di posizione ogni volta dopo pochi minuti. Alla fine mi misi a sedere con le gambe incrociate, mettendomi la coperta sulle spalle. Con mia meraviglia la posizione era estremamente comoda, e caddi addormentato.
Quando mi svegliai sentii don Juan che mi parlava. Era ancora molto buio. Non riuscivo a vederlo bene. Non capii quello che diceva ma lo seguii quando cominciò a scendere dalla sporgenza. Ci muovevamo con cautela, o per lo meno io lo facevo, per via dell'oscurità. Ci fermammo al fondo del muro di roccia. Don Juan sedette e mi fece cenno di sedermi alla sua sinistra. Si aprì la camicia e ne tirò fuori un sacco di cuoio, che aprì e posò sul terreno davanti a sé. Conteneva un certo numero di boccioli secchi di peyote.
Dopo una lunga pausa prese in mano uno dei boccioli. Lo tenne con la destra, strofinandolo molte volte tra il pollice e l'indice mentre cantava sommessamente. All'improvviso emise un grido terribile.
“Ahiiii!”.
Era un grido soprannaturale, inaspettato. Mi atterrì. Nell'oscurità vidi che si metteva in bocca il bocciolo di peyote e cominciava a masticarlo. Dopo un momento prese tutto il sacco, lo spinse verso di me, e mi disse in un bisbiglio di prendere il sacco, di prendere un bocciolo di mescalito, di rimettere il sacco davanti a noi, e quindi di fare esattamente quello che faceva lui.
Tirai su un bocciolo di peyote e lo strofinai tra le dita come aveva fatto lui. Nel frattempo don Juan cantava, dondolandosi avanti e indietro. Tentai molte volte di mettermi il bocciolo in bocca, ma gridare mi imbarazzava. Poi, come in un sogno, dalla mia bocca uscì un grido incredibile: Ahiiii! Per un attimo pensai che fosse stato un altro. Sentii di nuovo nello stomaco gli effetti dello shock nervoso. Stavo cadendo all'indietro. Stavo svenendo. Mi misi in bocca il bocciolo di peyote e lo masticai. Dopo un po' don Juan ne prese un altro dal sacco. Fui molto sollevato nel vedere che lo metteva in bocca dopo un breve canto. Mi passò il sacco, lo misi di nuovo davanti a noi dopo averne preso un bocciolo. Questo ciclo si ripeté cinque volte prima che mi accorgessi di aver sete. Presi la borraccia per bere, ma don Juan mi disse di sciacquarmi soltanto la bocca e di non bere, altrimenti avrei vomitato.
Mi sciacquai ripetutamente la bocca con l'acqua. A un certo momento provai l'irresistibile tentazione di bere e inghiottii una goccia d'acqua. Immediatamente cominciai a sentire delle convulsioni allo stomaco. Mi aspettavo di emettere dalla bocca senza dolore e senza sforzo, come era accaduto durante la mia prima esperienza col peyote, invece, con mia sorpresa, ebbi semplicemente l'ordinaria sensazione del vomitare. Tuttavia non durò a lungo.
Don Juan prese un altro bocciolo e mi porse il sacco, e il ciclo fu rinnovato e ripetuto finché non ebbi masticato quattordici boccioli. A quel momento le mie prime sensazioni di sete, freddo e disagio erano scomparse. Al loro posto sentivo un inconsueto senso di calore e di eccitazione. Presi la borraccia per rinfrescarmi la bocca, ma era vuota.
“Posso andare al ruscello, don Juan?”.
Il suono della mia voce non uscì dalla bocca ma colpì la sommità del mio palato, mi rimbalzò in gola, ed echeggiò avanti e indietro tra palato e gola. L'eco era dolce e musicale, e sembrava fornita di ali che battessero nella mia gola. Il suo tocco mi calmava. Ne seguii il movimento in avanti e indietro finché non fu svanito.
Ripetei la domanda. La mia voce risuonava come se parlassi sotto una volta.
Don Juan non rispose. Mi alzai e mi volsi in direzione del ruscello. Lo guardai per vedere se veniva, ma sembrava ascoltare attentamente qualcosa.
Con la mano mi fece imperiosamente segno di star fermo.
“Abuhthol (?) è già qui!”, disse.
Non avevo mai udito prima quella parola, e mi chiedevo se era il caso di interrogarlo quando percepii un rumore che sembrava un ronzio nelle mie orecchie. Il suono divenne gradualmente più forte finché non fu come la vibrazione prodotta da un enorme bull-roarer1. Durò un breve istante e calò gradualmente finché tutto fu di nuovo silenzioso. La violenza e l'intensità del rumore mi atterrivano. Tremavo a tal punto che a stento riuscivo a rimanere diritto, tuttavia ero perfettamente coerente. Benché qualche minuto prima fossi stato assopito, questa sensazione era svanita del tutto, lasciando il posto a uno stato di estrema lucidità. Il rumore mi ricordò un film di fantascienza in cui un'ape gigantesca faceva vibrare le ali uscendo da un campo di radiazioni atomiche. Risi a questo ricordo. Vidi don Juan ricadere nella sua posizione rilassata. E improvvisamente mi ritornò l'immagine di un'ape gigantesca. Era più reale dei pensieri ordinari. Rimase isolata, circondata da un chiarore straordinario. Ogni altra cosa era scacciata dalla mia mente. Questo stato di lucidità mentale, che non aveva precedenti nella mia vita, produsse un altro momento dì terrore.
Incominciai a sudare. Mi chinai verso don Juan per dirgli che avevo paura. La sua faccia era a pochi centimetri dalla mia. Mi guardava, ma i suoi occhi erano quelli di un'ape. Sembravano vetri rotondi che emanassero una loro luce nell'oscurità. Aveva le labbra protese in avanti, e da esse proveniva un suono meccanico: “Pehtuh-peh-tuh-pet-tuh”. Feci un salto indietro, andando quasi a urtare contro la parete di roccia. Per un momento apparentemente senza fine provai un terrore insopportabile. Ansimavo e gemevo. Il sudore mi si era gelato sulla pelle, dandomi un'imbarazzante rigidità. Quindi sentii la voce di don Juan che diceva: “Alzati! Muoviti! Alzati!”.
L'immagine svanì e potei vedere nuovamente il suo volto familiare.
“Vado a prendere un po' d'acqua”, dissi dopo un altro momento interminabile. La voce mi venne meno. Riuscii a stento ad articolare le parole. Don Juan fece cenno di sì col capo. Mentre mi incamminavo mi resi conto che la mia paura se ne era andata altrettanto rapidamente e misteriosamente come era venuta.
Mentre mi avvicinavo al ruscello notai che potevo vedere quasi ogni oggetto lungo la strada. Ricordai di avere appena visto don Juan con chiarezza, mentre prima potevo a stento distinguere i contorni della sua figura. Mi fermai e guardai in lontananza, e potei addirittura vedere attraverso la valle. Alcuni macigni dall'altra parte diventarono perfettamente visibili. Pensai che dovesse essere mattina presto, ma mi venne in mente che forse avevo perso la nozione del tempo. Guardai l'orologio, segnava le dodici e dieci! Controllai l'orologio per vedere se camminava. Non poteva essere mezzogiorno; doveva essere mezzanotte! Intendevo fare una corsa fino all'acqua e ritornare alle rocce, ma vidi don Juan scendere e lo aspettai. Gli dissi che riuscivo a vedere nel buio.
Mi scrutò a lungo senza dire una parola; se parlò, forse non lo udii, perché ero concentrato sulla mia nuova, unica, capacità di vedere nel buio. Riuscivo a distinguere i più piccoli granelli di sabbia. Di quando in quando tutto era così chiaro che sembrava fosse l'alba, o il crepuscolo. Poi tornava buio; poi di nuovo chiaro. Presto mi resi conto che la luminosità corrispondeva alla diastole del mio cuore, e l'oscurità alla sistole. Il mondo cambiava dalla luce al buio e poi di nuovo alla luce a ogni battito del mio cuore.
Ero assorto in questa scoperta quando lo stesso strano rumore che avevo sentito prima divenne nuovamente udibile. I miei muscoli si irrigidirono.
“Anuhctal (come udii la parola questa volta) è qui”, disse don Juan. Sentii il muggito così tonante, così schiacciante, che nient'altro più contava. Il ruscello, che un minuto prima era largo meno di trenta centimetri, si era dilatato fino a diventare un lago enorme. La luce che sembrava venire dal di sopra di esso ne toccava la superficie come se risplendesse attraverso un denso fogliame. Di quando in quando, per un secondo, l'acqua mandava un bagliore: oro e nero. Poi rimaneva buia, senza luce, quasi invisibile, e tuttavia stranamente presente.
Non ricordo per quanto tempo rimasi fermo a osservare, seduto sulla riva del lago nero. Nel frattempo il muggito doveva essere calato di tono, perché quello che mi fece sobbalzare (e tornare alla realtà?) fu di nuovo un ronzio terrificante. Mi girai intorno per cercare don Juan. Lo vidi arrampicarsi e sparire dietro la sporgenza rocciosa. Ma la sensazione di essere solo non mi turbò affatto; rimasi seduto in uno stato di assoluta fiducia e di abbandono. Il muggito diventò nuovamente udibile; era molto intenso, come il rumore prodotto da un forte vento. Ascoltando più attentamente che potei riuscii a individuare una definita melodia. Era un composto di suoni acuti, come voci umane, accompagnati da un suono profondo di grancassa. Concentrai tutta la mia attenzione sulla melodia, e di nuovo notai che le sistole e le diastole del mio cuore coincidevano con il suono della batteria e con il ritmo della musica.
Mi alzai e la melodia si fermò. Cercai di ascoltare il battito del mio cuore, ma non riuscii a distinguerlo. Mi rimisi a sedere pensando che forse i suoni erano stati causati o indotti dalla mia posizione! Ma non accadde nulla! Non un rumore! Nemmeno il mio cuore! Pensai di averne avuto abbastanza ma, mentre mi alzavo per andarmene, sentii tremare la terra. Il suolo sotto i miei piedi stava tremando. Stavo perdendo l'equilibrio. Caddi all'indietro e rimasi sulla schiena mentre la terra si muoveva con violenza. Cercai di afferrarmi a una roccia o a una pianta, ma qualcosa scivolava sotto di me. Saltai in piedi, rimasi in piedi per un attimo, e ricaddi. Il terreno su cui ero seduto si stava muovendo, scivolando nell'acqua come una zattera. Rimasi immobile, irrigidito da un terrore che, come ogni altra cosa, era unico, ininterrotto e assoluto.
Mi spostavo attraverso l'acqua del lago nero aggrappato a un pezzo di terreno che assomigliava a un trave di terra. Avevo la sensazione di andare in direzione sud, trasportato dalla corrente. Potevo vedere intorno l'acqua muoversi e turbinare. Al tatto sembrava fredda e stranamente pesante. Immaginai che fosse viva.
Non riuscii a distinguere sponde o altri punti di riferimento, e non posso ricordare i pensieri o le sensazioni che devo aver provato durante questo viaggio. Dopo quelle che mi parvero ore di galleggiamento alla deriva, la mia zattera fece una svolta ad angolo retto verso sinistra, verso est. Continuò a scivolare nell'acqua per una brevissima distanza, e inaspettatamente andò a sbattere contro qualcosa. L'urto mi proiettò in avanti. Chiusi gli occhi e sentii un acuto dolore mentre le mie ginocchia e le mie braccia protese urtavano il terreno. Dopo un momento guardai in su. Ero disteso al suolo. Era come se il mio trave di terra si fosse fuso con il terreno. Mi tirai su a sedere e mi volsi intorno. L'acqua si ritirava! Si muoveva all'indietro, come un'onda al contrario, finché scomparve.
Rimasi seduto a lungo, cercando di raccogliere i miei pensieri e di ridurre tutto quello che mi era accaduto a un!unità coerente. Avevo tutto il corpo dolorante. Mi sentivo la bocca come una piaga aperta; mentre ‘approdavo’ mi ero morso le labbra. Mi alzai in piedi. Il vento mi fece rendere conto che avevo freddo. Avevo gli abiti bagnati. Mani, mascelle e ginocchia, tremavano così violentemente che dovetti mettermi nuovamente disteso. Gocce di sudore mi scivolavano negli occhi facendoli bruciare finché non gridai dal dolore.
Dopo un po' riacquistai una certa stabilità e mi alzai in piedi. Nel crepuscolo buio la scena era chiarissima. Feci un paio di passi. Udii un suono distinto di molte voci umane. Sembravano parlare ad alta voce. Seguii il suono; camminai per circa cinquanta metri e mi fermai improvvisamente. Avevo raggiunto un punto morto. Il luogo dove mi ero fermato era un corral formato da enormi macigni. Ne potevo distinguere un'altra fila, quindi un'altra e un'altra ancora, finché si fondevano con la montagna a picco. Da questi macigni proveniva la meravigliosa musica. Era un susseguirsi soprannaturale di suoni limpidi e ininterrotti.
Ai piedi di un macigno vidi un uomo seduto per terra, il volto girato di profilo. Mi avvicinai a lui fino alla distanza di circa tre metri: a questo punto volse il capo e mi guardò. Mi fermai: i suoi occhi erano l'acqua che avevo appena visto. Avevano lo stesso volume, gli stessi bagliori di oro e nero. Aveva la testa a punta come una fragola; la pelle verde punteggiata di innumerevoli protuberanze. Tranne che per la forma a punta, la testa rassomigliava esattamente alla superficie della pianta del peyote. Mi fermai davanti a lui, guardandolo fissamente; non riuscivo a distogliere gli occhi. Sentii che stava deliberatamente facendo pressione sul mio petto col peso dei suoi occhi. Stavo soffocando. Persi l'equilibrio e caddi a terra.
I suoi occhi si voltarono. Sentii che mi parlava. Da principio la sua voce somigliava al dolce mormorio di una lieve brezza. Poi la udii come una musica — come una melodia di voci — e ‘seppi’ che stava dicendo: “Che cosa vuoi?”.
Mi inginocchiai davanti a lui e parlai della mia vita, quindi piansi. Mi guardò di nuovo. Sentii che i suoi occhi mi spingevano via, e pensai che quel momento sarebbe sfato il momento della mia morte. Mi fece cenno di venire più vicino. Vacillai un istante prima di fare un passo in avanti. Mentre mi avvicinavo distolse da me gli occhi e mi mostrò il dorso della sua mano. La melodia disse “Guarda!”. In mezzo alla mano c'era un buco rotondo. “Guarda!”, disse nuovamente la melodia. Guardai nel buco e vidi me stesso. Ero vecchissimo e debole e correvo tutto curvo, con scintille luminose che mi volavano tutto intorno. Poi tre delle scintille mi colpirono, due sulla testa e una sulla spalla sinistra. La mia figura, nel buco, si drizzò per un momento finché non fu del tutto verticale, e quindi scomparve insieme con il buco.
Mescalito rivolse di nuovo gli occhi verso di me. Erano così vicini che li ‘udii’ rimbombare dolcemente con quel particolare rumore che avevo udito molte volte quella notte. Divennero gradualmente calmi finché furono come uno stagno tranquillo increspato da bagliori di nero e oro.
Distolse gli occhi ancora una volta e saltò come un grillo per forse quindici metri. Saltò ancora e ancora, e scomparve.
La cosa successiva che ricordo è che cominciai a camminare. Cercai molto ragionevolmente di riconoscere i punti di riferimento, come montagne in lontananza, per orientarmi. Durante tutta l'esperienza ero stato perseguitato dai punti cardinali, e credevo che il nord dovesse essere alla mia sinistra. Camminai per un poco in quella direzione prima di rendermi conto che era giorno, e che non stavo più usando la mia ‘vista notturna’. Ricordai di avere un orologio e guardai l'ora. Erano le otto.
Erano circa le dieci quando arrivai alla sporgenza dove ero stato la notte prima. Don Juan dormiva disteso per terra.
“Dove sei stato?”, chiese.
Mi misi a sedere per riprendere fiato.
Dopo un lungo silenzio chiese: “Lo hai visto?”.
Cominciai a narrargli il succedersi delle mie esperienze fin dal principio, ma mi interruppe dicendo che tutto quello che importava era se lo avevo visto o no. Chiese quanto mi si era avvicinato Mescalito. Gli risposi che lo avevo quasi toccato.
Quella parte della mia storia lo interessò. Ascoltò attentamente ogni particolare senza fare commenti, interrompendo solo per fare domande sulla forma dell'entità che avevo visto, la sua disposizione, e altri particolari. Era quasi mezzogiorno quando don Juan parve sufficientemente soddisfatto del mio racconto. Si alzò e mi assicurò al petto un sacco di tela; mi ordinò di camminare davanti a lui e disse che lui avrebbe tagliato Mescalito e io dovevo riceverlo nelle mie mani e metterlo con dolcezza nel sacco.
Bevemmo un po' d'acqua e incominciammo a camminare. Quando raggiungemmo il fondo della valle sembrò esitare per un momento prima di decidere quale direzione prendere. Una volta che ebbe fatta la sua scelta ci incamminammo in linea retta.
Ogni volta che arrivavamo a una pianta di peyote, le si accovacciava davanti e con molta dolcezza ne tagliava via la sommità con il suo corto coltello seghettato. Faceva un'incisione a livello del terreno e cospargeva la ‘ferita’, come la chiamava, con zolfo puro in polvere che portava in un sacchetto di cuoio. Teneva il bocciolo fresco nella sinistra e spargeva la polvere con la destra. Poi si alzava in piedi e mi porgeva il bocciolo, che io ricevevo con entrambe le mani, come aveva prescritto, e mettevo dentro il sacco. “Stai diritto e non lasciare che il sacco tocchi il terreno o i cespugli o qualsiasi altra cosa”, mi aveva detto ripetutamente, come se pensasse che avrei dimenticato.
Raccogliemmo sessantacinque boccioli. Quando il sacco fu completamente pieno me lo mise sulla schiena e me ne adattò un altro su) petto. Quando avemmo finito di attraversare l'altipiano avevamo due sacchi pieni, contenenti centodieci boccioli di peyote. I sacchi erano così pesanti e voluminosi che a stento riuscivo a camminare sotto il loro peso e la loro mole.
Don Juan mi disse sottovoce che i sacchi erano pesanti perché Mescalito voleva ritornare alla terra. Disse che quel che rendeva pesante Mescalito era la tristezza di lasciare la propria residenza; il mio vero incarico consisteva nel non lasciare che i sacchi toccassero il terreno, perché se lo avessi fatto Mescalito non mi avrebbe permesso di risollevarlo.
A un particolare momento la pressione delle cinghie sulle mie spalle divenne intollerabile. Qualcosa stava esercitando una forza tremenda per spingermi giù. Mi sentivo molto spaventato. Notai che avevo incominciato a camminare più in fretta, quasi di corsa; stavo in certo modo trotterellando dietro a don Juan.
Improvvisamente il peso sulla schiena e sul petto diminuì. Il carico divenne elastico e leggero. Corsi liberamente per raggiungere don Juan, che era davanti a me. Gli dissi che non sentivo più il peso. Spiegò che avevamo già lasciato la dimora di Mescalito.
Martedì, 3 luglio 1962
“Penso che Mescalito ti abbia quasi accettato”, disse don Juan.
“Perché dite che mi ha quasi accettato, don Juan?”.
“Non ti ha ucciso, né ti ha fatto del male. Ti ha fatto prendere un bello spavento, ma non uno spavento eccessivo. Se non ti avesse accettato affatto ti sarebbe apparso come mostruoso e pieno di collera. Alcuni hanno imparato che cosa è l'orrore incontrandolo senza essere accettati da lui”.
“Se è così terribile, perché non me lo avete detto prima di condurmi nel campo?”.
“Tu non hai il coraggio di cercarlo deliberatamente. Pensavo che sarebbe stato meglio per te se non avessi saputo”.
“Ma avrei potuto morire, don Juan!”.
“Sì, avresti potuto. Ma ero certo che per te sarebbe andato tutto bene. Ha giocato con te una volta. Non ti ha fatto del male. Ho pensato che avrebbe avuto compassione di te anche questa volta”.
Gli chiesi se davvero pensasse che Mescalito aveva avuto compassione di me. L'esperienza era stata terrificante; sentivo di essere quasi morto di paura.
Disse che Mescalito era stato gentilissimo con me; mi aveva mostrato una scena che era un risposta a una domanda. Don Juan disse che Mescalito mi aveva dato una lezione. Gli chiesi quale fosse la lezione e che cosa significasse. Disse che sarebbe stato impossibile rispondere alla domanda perché ero stato troppo spaventato per sapere esattamente che cosa chiedevo a Mescalito.
Don Juan esplorò quel che mi ricordavo di aver detto a Mescalito prima che mi mostrasse la scena sulla sua mano. Ma non riuscivo a ricordare. Tutto quel che ricordavo era di essere caduto in ginocchio e di avergli ‘confessato i miei peccati’.
Sembrò che a don Juan non interessasse più parlarne. Gli chiesi: “Potete insegnarmi le parole delle canzoni che cantavate?”.
“No, non posso. Quelle parole sono mie, sono le parole insegnate dal protettore in persona. Le canzoni sono le mie canzoni. Non posso dirti cosa sono”.
“Perché non me lo potete dire, don Juan?”.
“Perché queste canzoni sono un vincolo tra il protettore e me. Sono sicuro che un giorno o l'altro ti insegnerà le tue canzoni. Aspetta fino ad allora; e non devi mai copiare o chiedere delle canzoni che appartengono a un altro”.
“Qual era il nome che avete esclamato? Quello potete dirmelo, don Juan?”.
“No. Il suo nome non può mai essere pronunciato, tranne che per chiamarlo”.
“E se voglio chiamarlo io?”.
“Se un giorno o l'altro ti accetterà, ti dirà il suo nome. Quel nome dovrai usarlo solo tu, o per chiamarlo a gran voce, o per dirlo sottovoce a te stesso. Forse ti dirà che il suo nome è José. Chi sa?”.
“Che c'è di male nell'usare il suo nome quando si parla di lui?”.
“Tu hai visto i suoi occhi, non è vero? Non puoi prendere in giro il protettore. È per questo che non riesco a capacitarmi del fatto che abbia scelto di giocare con te”.
“Come può essere un protettore quando ad alcune persone nuoce?”.
“La risposta è semplicissima. Mescalito è un protettore perché è a disposizione di chiunque lo cerca”.
“Ma non è forse vero che nel mondo tutto è a disposizione di chiunque lo cerca?”.
“No, non è vero. I poteri alleati sono accessibili solo ai brujos, ma chiunque può partecipare di Mescalito”.
“Ma allora perché ad alcuni nuoce?”.
“Non tutti amano Mescalito; ma tutti lo cercano con l'idea di avvantaggiarsene senza fare nessuna fatica. Naturalmente il loro primo incontro con lui è sempre sconvolgente”.
“Che cosa accade quando accetta un uomo completamente?”.
“Gli appare come un uomo, o come una luce. Quando una persona ha ottenuto questo tipo di accettazione, Mescalito è costante. Dopo non cambia mai. Forse quando lo incontrerai di nuovo sarà una luce, e un giorno o l'altro potrà anche portarti con sé in volo e rivelarti tutti i suoi segreti”. “Che devo fare per arrivare a quel punto, don Juan?”. “Devi essere un uomo forte, e la tua vita deve essere sincera”. “Che cosa è una vita sincera?”. “Una vita vissuta con ponderazione, una vita buona e forte”.